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Terra Futura 2009 (Fortezza da Basso, Firenze 29-31 maggio)

Germany Economy

La storia di controcopertina di left n. 21 del 29 maggio 2009

Per uscire dalla crisi

di Ugo Biggeri*

In questo 2009 di crisi viene voglia di dire “lo avevamo detto..”. La crisi finanziaria è la fine di un paradigma, la fine di un modello. È una crisi che coinvolge risorse economiche pari a diverse volte il Pil mondiale. E se il problema fosse solo confinato ai mutui subprime si sarebbe potuto arrestare la crisi nazionalizzando un po’ di case, anziché le banche. Ma il fatto è che i subprime hanno dato il la allo svuotamento della liquidità finanziaria che era virtuale e si reggeva sull’illusione del gioco della crescita, alimentato dalla voglia di profitto. Perché è successo? C’è una ragione profonda al di là delle spiegazioni tecniche? Forse la crisi si spiega anche con la perdita collettiva di buon senso e di capacità di discernimento. Non solo siamo per lo più degli analfabeti finanziari, ma abbiamo consegnato a chi deteneva la conoscenza di meccanismi complessi il governo del pianeta senza spirito critico. Dobbiamo riappropiarci della possibilità di scegliere. A Terra Futura si sono denunciate per tempo questa e altre crisi: quella climatica, quella della fine del petrolio, quella agricola, quella sociale. Ma Terra Futura ha già fatto anche qualcosa di più: ha presentato alternative, delle buone pratiche che già in questi anni stanno costruendo un altro mondo possibile. Ha contribuito a creare reti per il cambiamento, ha favorito lavori comuni. Da Terra Futura e dai suoi partner è partito il confronto da cui è nato il Manifesto per la riforma della finanza che è stato portato e approvato al recente congresso della Fiba Cisl. Dalle idee di Terra Futura è nato zoes.it la piattaforma web al servizio delle economie eque e sostenibili. La migliore risposta alla crisi determinata dalla finanza irresponsabile (perché ideologicamente slegata dalle conseguenze sociali ambientali, culturali) è quella di continuare a costruire reti di economia responsabile, che conivolgano cittadini, imprese, assiciazioni, istituzioni. Terra Futura è un bel tassello in questa strada.

*presidente della Fondazione culturale Responsabilità etica

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Una reale alternativa

di Federico Tulli

Secondo il rapporto Ifoam/Fibl (2009, su dati 2007) in un solo anno sono aumentati di 1,5 milioni gli ettari di terra coltivati nel mondo con metodi di agricoltura biologica. Toccando così quota 32 milioni di ettari per 1,2 milioni di produttori. Crescono poi prodotti e aziende certificate “bio” ed ecosostenibili, come pure i fatturati dei relativi settori. Non solo per quello del food, ma anche per il no food, in particolare per la cosmesi e per il tessile. Anche il nostro Paese segue questa scia. Il solo Istituto di certificazione etica e ambientale conta oltre 12mila aziende (il 68 per cento in più dal 2007 al 2008 per le sole realtà no food). E sono anche le vendite dei prodotti del commercio equo solidale a registrare notevoli risultati: +39 per cento per la cosmesi, + 190 per il tessile, +24 per l’edilizia. Inoltre, i prodotti a marchio Fairtrade hanno toccato il +20 per cento in Italia, dove le vendite fatturano 43,5 milioni di euro nel 2008 contro i 39 milioni del 2007 (fonte: Globescan). Cresce anche la quota di prodotto bio sul totale: circa metà delle referenze Fairtrade hanno anche la certificazione bio, a conferma di un’associazione spontanea tra responsabilità sociale e ambientale. E ancora, in ambito di finanziario, oggi Banca Etica raccoglie risparmio per oltre 580 milioni di euro, cui si aggiungono i 230 milioni di patrimonio gestiti da Etica sgr. Numeri che da soli dicono che c’è un settore in pieno sviluppo e che, di questi tempi, non conosce crisi. Noi ce li siamo fatti spiegare a fondo dagli esperti intervistati in queste pagine. Ma sono pure cifre che raccontano il successo di Terra Futura anche quest’anno, per la sesta edizione, alla Fortezza da Basso di Firenze (29-31 maggio). E come nel 2008 ci sarà anche left. Siamo con il nostro stand al primo piano del padiglione centrale. Venite a trovarci!

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Il sistema ha fatto crac di Federico Tulli

Intervista a Paolo Beni, presidente nazionale dell’Arci

È d’accordo con chi sostiene che la crisi mondiale può diventare un’opportunità per rimodulare squilibri economico-sociali che sembrano irrisolvibili?

Sono d’accordo, la crisi può essere una grande opportunità ma non vanno sottovalutati i grandi rischi che essa comporta. Quello che stiamo vivendo non è un incidente di percorso dentro il modello di sviluppo che abbiamo vissuto in questi anni. La crisi globale non è dovuta a una stortura del sistema ma è l’effetto stesso di un sistema che sta dimostrando tutta la sua insostenibilità. Di un’idea dello sviluppo fondata sul mito della crescita illimitata, sull’uso irresponsabile delle risorse, sulla devastazione ambientale, sulla legge della totale autonomia del mercato dalla funzione regolatrice della politica, sulla sopraffazione da parte della speculazione finanziaria nei confronti dell’economia reale. Tutto ciò non poteva che produrre un aumento di squilibri, diseguaglianze e devastazione ambientale, anche nell’Occidente più avanzato.

Cos’è che la preoccupa di più?

Guardiamo all’Italia e al crescente divario sociale, alla devastazione sociale che si sta verificando non soltanto con l’aumento delle aree di povertà relativa e la crescita di marginalità sociale, quanto anche con la rottura dei legami di comunità. È in atto uno sgretolamento, una preoccupante frammentazione sociale che va di pari passo con una regressione culturale. Il pensiero unico e una politica debole e lontana dai bisogni e dalle esigenze reali delle persone hanno prodotto l’ingerenza pesante del mercato nei modi di vita dei cittadini e allo stesso tempo lo smarrimento del senso della comunità, della centralità dei diritti umani e civili come bussola delle relazioni sociali. Questo a sua volta crea una società culturalmente debole, esposta alle derive autoritarie.

In che modo questa crisi può essere un’opportunità per una “svolta” sociale?

Valorizzando l’idea di mettere insieme le esperienze e alimentare dibattito tra i soggetti che a quel “pensiero unico” non si sono arresi. Questo è il principio che anima Terra Futura da sei anni. Non è un caso che questa manifestazione sia nata come lascito all’indomani del Social forum europeo di Firenze. Con l’impegno comune di organizzazioni sociali e di realtà di movimento ma anche del mondo dell’impresa e delle istituzioni pubbliche nella ricerca di un laboratorio d’incontro, elaborazione, discussione e scambio di buone pratiche.

Ci spieghi meglio…

In definitiva io penso che l’alternativa a questo stato di cose vada ricercata e costruita “dal basso”. A partire dalle comunità locali, su cui gli effetti della crisi ricadono in modo pesante. È qui il terreno fertile per la sperimentazione di un’idea diversa di economia, società, sviluppo e valorizzazione delle risorse cultuali e ambientali. Non si esce dalla crisi senza un rovesciamento culturale profondo, senza un cambio di paradigma culturale fondato sulla consapevolezza della naturale interdipendenza dei popoli e dei loro saperi, e della necessità di preservare territorio e ambiente. Se non recuperiamo il senso di comunità mettendo al primo posto l’esigenza di tutelare i diritti di tutti il rischio è che non ci saranno più diritti per nessuno.

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L’economista Becchetti: «Cittadini, votate con il portafoglio» di Federico Tulli

«Nel sistema economico di oggi non esistono istituzioni perfette, in grado di eliminare le esternalità negative generate ad esempio da inquinamento, iperproduzione industriale e diseguaglianza sociale. In tale situazione il commercio equosolidale e più in generale l’idea geniale del voto con il portafoglio può svolgere un ruolo determinate per uscire da una crisi che è soprattutto culturale». Leonardo Becchetti (nella foto), professore straordinario di Economia politica all’università Tor Vergata di Roma, spiega a left quali sono le opportunità socio-economiche che potrebbero essere liberate dal progressivo crollo di importanti certezze “liberiste” (che oramai poggiavano praticamente solo sui subprime). «La gente – osserva l’economista – ha capito che il mercato non funziona solo sulla base della “mano invisibile” e di regole perfette. Ci vuole l’azione dei cittadini, i quali, votando col portafoglio, possono realizzare transazioni che allo stesso tempo contribuiscono alla lotta contro le disuguaglianze e contro il dissesto e il degrado ambientale. Questo è un punto geniale che 10-15 anni fa sembrava solo un piccolo seme e che oggi sta diventando una grande moda». Il mercato equosolidale in Italia vive però una situazione paradossale. «Il nostro Paese – racconta Becchetti – è quello con il più alto numero di botteghe in rapporto al fatturato, il che testimonia una sensibilità diffusa da parte dei consumatori verso l’acquisto etico. Di contro, le vendite pro capite sono tra le più basse d’Europa. Siamo infatti ben distanti da Svizzera, Germania e Gran Bretagna». Questo significa che per costruire un’alternativa oltre alla sensibilità dei cittadini c’è bisogno di quella delle imprese. «La crisi ci sta dicendo che il ruolo dell’economia civile è fondamentale», prosegue Becchetti. «Il mercato non è capace di produrre cultura e responsabilità da solo, anzi durante le crisi le distrugge. E quindi ha bisogno di questo tipo di economia». Un esempio viene ancora da altri Paesi Ue. «Pensiamo all’ultima copertina dell’Economist, che notoriamente è una bibbia del liberalismo. Ebbene, il settimanale mette sul podio il sistema francese e quello tedesco – orientati a un’economia dove sono importanti anche le regole e le istituzioni e non c’è un unico criterio che è quello della massimizzazione del profitto – e solo al terzo posto quello anglosassone». Secondo Becchetti è il segnale di una rivoluzione culturale in atto: «I cittadini hanno capito che le banche che non puntano solo a massimizzare gli utili, magari lanciandosi in avventure con i derivati del credito, sono anche le banche più sicure. E anche questa “selezione” può rappresentare una svolta culturale».

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Fine del modello energivoro di Federico Tulli

«Investire pesantemente in campo ambientale è una scelta che non può più essere procrastinata e la crisi globale è un’opportunità per creare un nuovo modello energetico». Parola di Maurizio Gubbiotti, responsabile del dipartimento internazionale di Legambiente. La messa in discussione di un sistema tutto basato su combustibili fossili e un elevato spreco di energia è da sempre una delle battaglie dell’associazione ambientalista. E secondo Gubbiotti con la “vecchia” economia sta fallendo anche un modello culturale che va sostituito con una nuova “filosofia” produttiva. «Serve un sistema basato su efficienza, risparmio e produzione da fonti alternative rinnovabili pulite», spiega. «Come pure una riforma strutturale con al centro la tutela dei diritti di tutti, oggi negati dalla fame di potere e denaro di pochi. In realtà – prosegue – il nostro obiettivo coincide con quanto promesso in campagna elettorale dal presidente Obama. E che continua a promettere. Ma è anche ciò che Germania e Spagna stanno sviluppando da anni investendo nella crescita sostenibile delle risorse importanti». Chi da questo orecchio non ci sente è il governo italiano. «Ancora oggi – conclude – a 30 anni dall’ultimo cent speso da un’amministrazione Usa per costruire una centrale atomica, sentiamo invocare un fantomatico ritorno al nucleare per chiudere la questione dell’approvvigionamento energetico».

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Il turbo capitalismo ha fuso

Trasparenza delle operazioni, tracciabilità del denaro, stop ai paradisi fiscali. La ricetta anticrisi del presidente della Banca Etica, Fabio Salviato di Pino Gagliardi

Presidente Salviato, Terra Futura è anche un momento per riflettere sulla crisi dei mercati finanziari. Banca Etica che cosa propone?

La banca deve tornare a fare semplicemente la banca e quindi a raccogliere il risparmio e dare credito. Il tutto garantito dalla massima trasparenza delle operazioni e dalla tracciabilità del percorso del denaro. In poche parole: basta paradisi fiscali. È quanto abbiamo declinato in un documento che Banca Etica nell’ambito della federazione europea di banche etiche alternative e insieme alle associazioni partner di Terra Futura vuole presentare ai governi che parteciperanno al prossimo G8 di luglio. Il tema è stato già affrontato al G20 di Londra ma noi vogliamo evidenziare l’importanza dei criteri che permettono alla finanza etica o anche alle banche di credito cooperativo e ad alcune banche cooperative popolari di recuperare quell’aspetto di rapporto fiduciario col risparmiatore che è venuto meno col deflagrare della crisi. Voi date importanza alla tracciabilità degli investimenti del risparmiatore.

Dove vengono investiti questi soldi?

È fondamentale che il risparmiatore nel momento in cui entra in contatto con un intermediario finanziario sappia esattamente come e dove verrà investito il proprio denaro. Per noi la trasparenza è una “buona pratica” ed è quindi caratteristica della Banca Etica. Una caratteristica premiata dai nostri clienti, come si evince dalla crescita di investimenti in fondi etici nel 2008. E premiata anche a livello finanziario dal momento che i tassi di interesse, derivati da investimenti in campo eticamente solidale, sono risultati i più elevati a livello nazionale. Qual è il potenziale dei settori in cui investite i risparmi dei vostri clienti? Naturalmente noi siamo per una nuova economia, un’economia leggera, per le rinnovabili, per un’agricoltura biologica. Per quanto riguarda le rinnovabili, la Germania, che ha un terzo di solarizzazione rispetto all’Italia, impiega due milioni di persone in questo campo. Nel nostro Paese saranno sì e no 100mila. Quindi abbiamo delle potenzialità di crescita e occupazionali estremamente importanti.

Le energie alternative come volano per uscire dalla crisi globale?

Da questa crisi si può uscire, si deve uscire ma non con il turbocapitalismo come invece si vuol fare e si sta facendo. La soluzione è in un sistema a rete di medie e piccole imprese che siano rispettose dell’ambiente, dei contratti di lavoro e che nel territorio riescano a produrre del benessere sociale.

Come sta rispondendo l’Italia a questo nuovo richiamo sostenibile, sempre da un punto di vista finanziario?

Terra Futura rappresenta un momento importante. Io credo che quest’anno dovremmo veramente siglare un solido patto per farci conoscere dal “pubblico” come reti sociali e per far capire a chi poi deve legiferare, a chi deve governare, che va realizzato un cambiamento culturale. Che si ottiene ascoltando le reti sociali ma anche le singole persone, e riconoscendo i loro bisogni. A partire da quello della ricreazione di un tessuto sociale molto leggero e diverso da quello che si è solidificato negli ultimi anni. Manifestazioni come Terra Futura danno la sensazione che questo cambiamento sia avviato… Certamente, ma ora occorre la sponda della politica. Questo momento rappresenta un punto di forza e il terzo settore e le realtà sociali devono alzare il proprio tiro e farsi sentire perché possono veramente permettere a milioni di italiani di recuperare il proprio posto di lavoro e il proprio benessere sociale. Che sono un presupposto fondamentale per una vita serena e sociale nelle nostre comunità.

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