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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Meno matrimoni in chiesa, più divorzi e figli al di fuori delle nozze. Su sesso, affetti e salute gli italiani hanno smesso di seguire il Vaticano. left anticipa il Rapporto 2009 dell’Osservatorio sulla laicità di Federico Tulli

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento». Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato stamane a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica». I numeri parlano chiaro. Diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Pedofilia nel clero

La Chiesa in bancarotta

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

Prebende

Due Stati, un contribuente

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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Basta abusi vaticani

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla. Intervista al neo segretario dei radicali italiani, Mario Staderini di Simona Maggiorelli

La società italiana si va sempre più laicizzando. Aumentano i divorzi, sono sempre meno le persone che vanno a scuola dai preti e non solo». Di fronte ai dati del nuovo Rapporto sulla secolarizzazione di Critica liberale e Cgil nuovi diritti, il neosegretario dei Radicali Mario Staderini non ha molti dubbi: «Nessuno segue più gli anacronismi del Vaticano». Ma se da molti anni ormai nel vivere e nel sentire quotidiano degli italiani si riconosce una laicità di fondo, l’avvocato Staderini (anche per il suo lavoro con l’associazione Anticlericale.net) avverte: «Che la società civile sia sempre più distante dal catechismo non significa, però, che si riduca l’influenza della Chiesa e il potere delle gerarchie vaticane in Italia». In un Paese dove ogni dì tv e giornali si occupano del papa e riportano i pareri del clero su ogni tema e senza contraddittorio «lo strapotere mediatico della Chiesa cattolica – chiosa Staderini- condiziona gli orientamenti politici degli italiani. Ma c’è anche un’influenza “culturale” che la Chiesa esercita sui più giovani con le fiction a sfondo religioso. Solo un esempio: vent’anni fa che un gruppo di liceali venisse al Partito radicale, come è accaduto, ad attaccare croci e slogan fondamentalisti era inimmaginabile. Non c’era l’humus culturale. Allora passavano i film di Magni sulla Roma papalina. Ora ci sono don Matteo e fiction agiografiche su madre Teresa. Le sparate vaticane trovano poi un terreno già pronto».

Lo Scisma sommerso fra Chiesa e società di cui parlava lo storico Prini si va ricomponendo?

C’è il rischio che quella spaccatura evidente venga ricomposta a forza. Certo non è un processo che parte dal basso, dalla vita quotidiana. Ma devo aggiungere anche che, se l’influenza “culturale” della Chiesa è in prospettiva la più pericolosa, non si può trascurare quella economica: sulla scuola, sulla sanità, sui beni culturali, sul turismo. Qui il Vaticano è un player determinante. Con tutti i vantaggi dell’8 per mille, delle agevolazioni fiscali, delle banche.

In Vaticano spa, Nuzzi scrive di conti correnti intestati a mafiosi e a politici ma anche di soldi a Riina e Provenzano per finanziare un nuovo partito di centro. Ora la riapertura del caso Orlandi ci riporta ai soldi sporchi che la banda della Magliana prestava al Vaticano. Lo Ior continua a gettare un’ombra nera sulla democrazia italiana?

E’ certo che lo Ior è al di fori delle convenzioni internazionali sul riciclaggio del denaro e sulla trasparenza. Dunque tutto può succedere. Se i magistrati italiani indagano su eventuali conti aperti nello Ior devono fare una rogatoria internazionale. E il Vaticano non ha nessun obbligo di rispondere. Accadde già con Marcinkus.

Il terzo punto è l’intromissione politica della Chiesa. A Il Fatto lei ha detto: mai con la destra “Dio, patria e famiglia”. Ed è chiarissimo. Ora però, anche se per Marx la «religione era oppio dei popoli», da Togliatti in poi la nostra sinistra ha sempre avuto sudditanza al pensiero religioso e “deferenza” verso il Vaticano. Perché?

Quella che lei chiama deferenza è in realtà una sudditanza al potere politico, economico e culturale del Vaticano. Serve a non inimicarsi quel potere che fa partire direttive a cui destra e sinistra si genuflettono. Tanto più oggi con partiti ridotti a oligarchie e a gruppi di potere se non d’affari. Così, per intenderci, se in Emilia Romagna la Cei spende 100 milioni di euro per nuove chiese, le cooperative rosse del cemento devono ambire a quelle commesse. Da parte sua la destra cavalca in modo perfino becero i diktat della Chiesa. Usa la croce come arma politica.

Il cardinal Ruini dice che la religione è antropologia. Di fronte a una Chiesa che propaganda la dottrina come scienza, perché i partiti di sinistra esitano a fare proprie le scoperte scientifiche che, per esempio, liberano la donna che decide di abortire dalle accuse di assassinio?

Ruini ha messo su una macchina gigantesca con una strategia dichiarata. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Vivrai nel dolore

Nascita, vita, amore malattia e morte: i cinque passaggi fondamentali dell’esistenza umana che il cristianesimo “presidia” da sempre. Ribaltandone il senso di Ilaria Bonaccorsi

Durante l’incontro con gli artisti del 21 novembre monsignor Ravasi, annunciando la presenza della Santa sede alla Biennale di Venezia 2011, ha dichiarato: «Vorrei rivolgermi a sette-otto artisti di altissimo livello e di tutto il mondo, a cominciare dall’Africa. E dare loro come spunto i primi undici capitoli della Genesi perché lì si trovano già tutti i temi fondamentali: la creazione, il male, la coppia, l’amore, la violenza familiare e sociale, la decreazione e la rovina…». Il lupo, evidentemente, non perde né il pelo né il vizio. Il cristianesimo infatti, fin dalle origini, più che rivoluzionare la vita degli esseri umani, “presidiò” i momenti topici della loro vita: la nascita, la vita, l’amore, la malattia e la morte divennero “il pane” per i denti del cristianesimo. Vennero costruiti apparati simbolici, liturgici, rituali e agiografici. Fu cambiata persino la misurazione del tempo: dall’origine del mondo si passò alla natività del Cristo. Fu inventato un tempo “ante” e un tempo “post”. L’inizio, il cardine del tempo, divenne la nascita di Gesù: quel dio incarnato che era morto e risorto per noi esseri umani, tutti uguali perché tutti peccatori. E ogni cosa, valore, affetto subì un ribaltamento, una trasfigurazione: la fiducia divenne fede, la malattia divenne male, la morte divenne la vera vita, e così via. Ripercorriamo i passaggi fondamentali. La nascita – Il cristianesimo è la religione del peccato originale che rende, ancor prima di essere nati, “non umani”. La nascita infatti, sino alla somministrazione del rito del battesimo, per il cristiano è un fatto meramente biologico. Nasciamo tutti uguali, tutti peccatori, è il battesimo a renderci “umani”. Bene dice Ezechiele: «Vi prenderò di mezzo alle genti… Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli io vi purificherò; vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». È il battesimo che regala l’anima all’uomo e che lo include nella comunitas christiana immettendolo in un preciso percorso di “redenzione”. La vita – E’ un dono di Dio. Solo lui te la dà, ed è “umana” solo se c’è l’anima nel corpo. Il problema quindi fu quello di capire se l’anima preesistesse al corpo o lo animasse successivamente. Vi fu un primo cristianesimo, ancora aristotelico, nel quale si teorizzava un’evoluzione progressiva dell’embrione, caratterizzata da un primo stadio vegetale, un secondo stadio legato al nascere delle sensazioni e uno finale, nel quale compariva l’anima razionale. Ancora sant’Agostino (354-430 d.C.) sosteneva l’animazione successiva al concepimento. Il soffio dell’anima entrava nell’embrione maschio al 40° giorno dalla fecondazione, e in quello femminile al 90°. E così San Tommaso (1225-1274 d.C.): «Dio introduce l’anima razionale solo quando il feto è un corpo già formato». Tre secoli dopo il vento girò, quando Thomas Fyens, medico e filosofo di Lovanio (1567-1631) negò la teoria aristotelica dei tre stadi sostenendo che l’anima razionale veniva infusa da Dio non oltre il terzo giorno dal concepimento. L’anima, dunque, preesisteva al corpo. Questa tesi portò a conseguenze estreme, come quella del 1658 di procedere al battesimo obbligatorio di tutti i feti abortivi, trasformati a quel punto in homines dubii. Il Sant’Uffizio con Innocenzo XI (1676) stabilì che il concepito doveva essere considerato “persona” fin dal primo momento. L’idea “cristiana”, da sempre e per sempre, di uomo e di vita è di un essere sub (o non) umano (non possiamo dire animale, perché gli animali non hanno il peccato originale), malvagio perché peccatore, salvato solo dalla discesa dell’anima, dono di Dio che lo rende umano. L’amore - (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Chiesa romana, il bluff millenario

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

«La Chiesa romana non ha mai sbagliato né mai in futuro sbaglierà, come testimonia la Sacra Scrittura» (Dictatus Papae di Gregorio VII, 1075). Lo storiografo Claudio Rendina dimostra che è sempre stato falso di Federico Tulli

«La luce del Vangelo orienta il cammino dei popoli e li guida verso la realizzazione di una grande famiglia, nella giustizia e nella pace, sotto la paternità dell’unico Dio buono e misericordioso. La Chiesa esiste per annunciare questo messaggio di speranza all’intera umanità, che nel nostro tempo conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza». Sono parole di Benedetto XVI pronunciate all’Angelus dell’11 ottobre. Leggendo I peccati del Vaticano dello storiografo Claudio Rendina, da ieri in libreria per Newton Compton, la prima considerazione che viene da fare è: forse chi ha “smarrito il senso della realtà e della stessa esistenza” non è “l’intera umanità” ma una parte di essa. Vale a dire proprio la Chiesa. Dalle lotte per il trono pontificio alle stragi di musulmani e albigesi, fino al genocidio degli indios americani, dalla persecuzione degli ebrei alla caccia alle streghe e agli eretici. Arrivando all’oggi, con le centinaia di condanne in tutto il mondo (solo negli ultimi anni) comminate a preti pedofili e ai loro superiori che li coprivano. E ancora, le crociate contro scienza e medicina, con grave danno alla salute delle persone. Per finire con gli intrecci, mai troppo indagati, tra uomini dello Ior, la banca vaticana, e organizzazioni criminali come la Banda della Magliana e la loggia massonica P2. Con la precisione tipica delle sue opere, Rendina ricostruisce i duemila anni di esistenza della Chiesa e dello schizofrenico rapporto «della santa casta che la dirige e la gestisce» con le regole che ne hanno definito l’istituzione, sintetizzabili nella cosiddetta morale cristiana. La chiave di lettura degli eventi e dei dati storici (che, con buona pace del papa, parlano di una nazione poco avvezza alla “giustizia e alla pace”) usata da Rendina consiste nell’analisi delle regole che si ispirano «all’insegnamento di Cristo», sistematicamente violate da preti, suore, cardinali, vescovi e papi. I quali, dunque, nel gergo cristiano, hanno commesso dei “peccati”. Che l’autore unifica nel “mitico” numero sette: falsa testimonianza, avarizia, lussuria, gola, omicidio, superbia, accidia. Cosa balza subito agli occhi del lettore? «Che, mentre la santa casta non ha mai riconosciuto i propri peccati, i fedeli peccatori, invece, sono stati colpiti da scomuniche, allontanati dalla Chiesa e perfino condannati a morte». Un grande merito dell’autore sta nell’aver messo a nostra disposizione un ideale filo di Arianna che, riannodato, aiuta a far luce sulle letali incongruenze esistenti tra la morale cristiana e il comportamento di chi da duemila anni vuole imporla ad altri. Molti degli scandali ricostruiti capillarmente dallo storiografo sono passati sulle pagine dei giornali. Alcuni hanno avuto vita breve, altri sono stati narrati sommariamente o relegati nei trafiletti di cronaca locale. Come mai? Una risposta potrebbe essere celata tra le pieghe dell’elenco «dei 112 presunti massoni del Vaticano», che Rendina stila nel suo libro a 31 anni dall’unica pubblicazione. L’iscrizione alla massoneria secondo le “regole” vaticane è causa di scomunica. La veridicità di quella lista non è mai stata smentita dagli interessati ma nessuno degli iscritti è mai stato scomunicato. C’è pure la matricola 43/649 del cardinal Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior. «L’elenco – ricorda Rendina – è stato pubblicato il 12 settembre 1978 sul settimanale OP diretto da Mino Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo 1979».

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Opus dei senza segreti

In Opus Dei. La vera storia (Newton Compton, in libreria dal 22 ottobre) un esperto vaticanista di lungo corso, John L. Allen jr., penetra nei segreti dell’associazione cattolica fondata in Spagna nel 1928 da Josemaría Escrivá. Dalle pratiche di mortificazione della carne imposte ai membri effettivi alle compromissioni di Escrivà (canonizzato da Giovanni Paolo II) con il regime fascista di Franco, dalle presunte attività cospiratorie dell’Opus Dei alla sostanziale adesione dei membri a ideologie politiche di estrema destra. Con il rigore di un investigatore, Allen separa le voci infondate dalla verità disegnando un ritratto inedito e completo delle attività, delle intenzioni e della struttura gerarchica dell’organizzazione, senza trascurare gli aspetti rituali insoliti che appaiono un arcano retaggio della controversa spiritualità del fondatore.  left 42/2009

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La banca che induce in tentazione

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2009

lapresse_ro060607int_0012Dalla parola di Dio alla società per azioni. Tra conti correnti cifrati e transazioni segrete, in Vaticano spa (ed. Chiarelettere) il giornalista di Panorama Gianluigi Nuzzi ricostruisce la storia occulta dell’Istituto opere religiose del dopo Marcinkus di Federico Tulli

Ricatti, truffe, tangenti, minacce. E poi ancora, conti correnti cifrati, bonifici, bilanci di società fittizie, verbali, note contabili, lettere. Documenti che portano il timbro dello Ior, l’impenetrabile (almeno per la magistratura italiana) Istituto opere religiose, e le firme delle più alte gerarchie vaticane e di uomini politici, imprenditori, faccendieri italiani. È l’archivio personale che monsignor Renato Dardozzi aggiorna durante i vent’anni di attività da consigliere dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato vaticana nell’ultimo quarto del secolo scorso, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. In tutto oltre 4.000 pagine che raccontano la storia ignota della banca centrale vaticana del dopo Marcinkus e Banco ambrosiano – dal 1989 al 1999 – e che monsignor Dardozzi dispone che vengano rese pubbliche dopo la propria morte. Che avviene nel 2003. Con un certosino lavoro di ricostruzione, Gianluigi Nuzzi ha trasformato quelle carte in Vaticano spa, libro edito da Chiarelettere che in pochi giorni ha scalato le classifiche di vendita. Segno che in Italia sono ancora molti i cittadini che chiedono di conoscere i fatti e non di ascoltare solo opinioni.
Partiamo dal titolo, Nuzzi. Come nasce Vaticano spa?
Dopo la morte di Dardozzi i suoi fiduciari hanno cercato un interlocutore all’interno della stampa italiana che apparisse scevro da ogni pregiudizio anticlericale. La scelta ricade su di me. A Panorama facevo cronaca giudiziaria per cui venni incaricato di seguire questa storia. Trovandomi così per le mani l’archivio di una vita che un personaggio chiave dello Ior aveva conservato per motivi di lavoro e credo anche per motivi di sicurezza personale. Un patrimonio che da privato doveva assolutamente divenire pubblico. Perché fa vedere l’altra faccia della Santa sede, dove agisce quella finanza che fa della parola di Dio una società per azioni.
Dai documenti emergono le relazioni pericolose tra finanza e politica – comprese le tracce della maxi tangente Enimont – che coinvolgono lo Stato più antico del mondo e la sua “banca centrale”. Qual è il ruolo di politici e imprenditori italiani?
Con il pontificato di Woytila, dopo il crack Ambrosiano, i cittadini vengono rassicurati che verrà fatta pulizia, che certi meccanismi non troveranno più dimora. In realtà quando Marcinkus nell’89 esce di scena chi acquista molto più potere e rilevanza è il suo segretario, cioè Donato de Bonis. Il quale crea un sistema di conti, dagli interessi stratosferici del 9 per cento, intestati a fondazioni fittizie, modulandoli secondo le esigenze e i desiderata di un blocco di potere. Nel quale c’erano gli imprenditori, come i Ferruzzi e i Piola, i brasseur d’affaires, come Bisignani e Cusani. E poi c’erano i politici. Come Andreotti, per il quale veniva utilizzato il nome in codice Omissis. Si può dire che il termine “omissis” è il comune denominatore della storia italiana del Novecento.
In pratica questi erano gli “azionisti” di Vaticano spa. E chi sono gli intermediari, i “promotori finanziari”?
Coloro che godevano di una sorta di immunità diplomatica all’interno del Vaticano perché non perseguibili da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Costoro facevano del ricatto uno strumento per garantire questo articolato sistema di potere. Che partiva da monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.
E arrivava a de Bonis, la nuova eminenza grigia dell’Istituto…
Quanto a lui ci sarebbe da chiedersi chi lo ha messo lì. Dopo la caduta di Marcinkus, de Bonis viene nominato prelato. Ma non si capisce perché, dal momento che addirittura papa Luciani, poco prima di morire, lo indicava tra le persone da rimuovere dallo Ior.
Andiamo al 1992. Mentre la Prima repubblica crolla sotto i colpi di Mani pulite, il Vaticano istituisce una commissione segreta per indagare sullo Ior “parallelo”. L’indagine si protrae fino al 1993. Nel frattempo la mafia uccide Falcone e Borsellino e piazza bombe a Roma, Firenze, Milano. C’è un nesso tra questi avvenimenti o l’inchiesta è solo un affare interno alla Chiesa?
I nessi li ricostruisce l’archivio Dardozzi. Faccio un esempio. Nell’agosto del ’92 il presidente dello Ior, Angelo Caloia, spedisce a Giovanni Paolo II, o meglio al suo segretario personale, don Stanislao Dziwisz, la relazione stilata da questa commissione. Quindi possiamo affermare che il papa già allora conosceva i punti cardinali sia della tangente Enimont sia della ramificazione di questo sistema di conti occulto. Però il pontefice non fa nulla. Fino alla primavera del ’92 il Vaticano cerca in tutti i modi di coprire l’identità di Omissis, in quanto Andreotti primo interlocutore della Santa sede era candidato al Quirinale. Poi avvengono le stragi di Falcone e Borsellino e al posto di Andreotti viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.
Come si conclude l’inchiesta?
Da una parte, tacendo su tutto il possibile, con il depistaggio di Mani pulite. E poi con la promozione di de Bonis. Che rimarrà allo Ior fino a marzo ’93, quando viene promosso vescovo e cappellano dell’Ordine di malta. Alla cerimonia, al primo banco, c’era naturalmente anche Giulio Andreotti.
Cosa è diventato l’Istituto dopo questa “promozione”?
Si accelerano i processi di pulizia interna per destrutturare tutto il comparto parallelo. Prima vengono congelati i conti, poi vengono rimossi e allontanati tutti i personaggi che facevano parte della filiera Marcinkus-de Bonis. Ma allo stesso tempo non si innesta in questo procedimento di rinnovamento quella soluzione definitiva che era l’adesione ai trattati internazionali antiriciclaggio. Quindi lo Ior, seppur bonificato, rimane una banca che può indurre in tentazione.
I segreti dello Ior sono protetti dal Concordato («gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano») . L’Italia è delegata dalla Ue a tattare le questioni finanziarie con il Vaticano. Siamo di fronte a un delitto perfetto?
Assolutamente. Mai come oggi è stata intensificata la lotta ai paradisi fiscali. La Casa Bianca e anche lo stesso ministro Tremonti, sotto questo aspetto, portano avanti una politica comune molto precisa. Ma, proprio nel centro di Roma, ci ritroviamo una banca che si può tranquillamente definire off shore. Ribadisco, il mio non è un libro contro la Chiesa o anticlericale, però questa anomalia va ben oltre ogni tipo di critica.

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vaticanospa_big«Quei documenti sono patrimonio di tutti»
«La gente vuole sapere. La gente vuole conoscere. Dopo quattro giorni dall’arrivo in libreria, Vaticano spa è già andato in ristampa. L’occasione è davvero troppo ghiotta: conoscere gli affari finanziari più riservati proprio tramite i documenti della Santa sede. Una circostanza senza precedenti. Per questo abbiamo deciso con l’editore, settimana dopo settimana, di metterli tutti in rete. Così chiunque, leggendo il libro, può consultarli e farsi un’idea più precisa. Digitando http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/post/2258266.html trovate tutti gli accrediti, bonifico dopo bonifico, che arrivavano sul conto “Fondazione cardinale Francis Spellman” ovvero il deposito sul quale aveva la firma anche Giulio Andreotti». Gianluigi Nuzzi, dal blog di Chiarelettere.

left 24/2009

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Enrico Bellone: La scienza esclude verità rivelate

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Maggio 2009

Joseph Nicolas Robert-Fleury "Galileo Galilei in front of the Inquisition in the Vatican 1632

Joseph Nicolas Robert-Fleury "Galileo Galilei in front of the Inquisition in the Vatican 1632

Il 3 luglio 1981 fu istituita in Vaticano una commissione pontifica per lo studio della controversia tolemaico-copernicana. Lì venne discusso il “caso Galileo”. Caso che si è concluso, dopo oltre 350 anni, con la riabilitazione dello scienziato da parte della Chiesa cattolica romana, avvenuta il 31 ottobre 1992. E, ovviamente, con una autoassoluzione da parte delle gerarchie. «La Chiesa – nota lo storico della Scienza Enrico Bellone – dice che sarebbe stata in buona fede perché Galileo non aveva prove inconfutabili di ciò che stava scrivendo. Ma la mia domanda è: esiste forse nella storia millenaria della cultura umana una teoria di cui ci siano state date prove così inconfutabili al punto da essere eterne? La scienza – sottolinea Bellone – è in continua ristrutturazione, non ci sono verità assolute. E Galileo non faceva eccezione. Il problema era che ciò che lui sosteneva poteva far sollevare dubbi su “verità” rivelate da dio. Ma questa è tutta un’altra questione». Se guardiamo a vicende che toccano la ricerca scientifica oggi in Italia, come ad esempio il freno di matrice cattolica sullo studio delle staminali embrionali, la storia di Galileo appare più che mai attuale. «Tenendo conto di questo – prosegue lo studioso – è utile ricordare che Galileo pretendeva per sé non solo il titolo di matematico ma anche quello di filosofo. Ed è interessante andare a leggere cosa scriveva a questo proposito. Galileo, per esempio, dileggiava quelli che lui chiamava “filosofi in libris”, cioè quegli studiosi che di fronte a un fenomeno naturale, invece di fare esperimenti o cercare dimostrazioni, andavano a consultare le bibliografie del passato». Comunque sia, in generale la comunità scientifica si tiene fuori da ogni disputa teologico filosofica sul tema della fede. E ci sono scienziati che si dicono cattolici come Nicola Cabibbo che si meravigliano che la Chiesa allora non abbia voluto vedere la realtà». left 21/2009 del 29 maggio ** Federico Tulli **

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La pontificia accademia delle sementi biotech

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

pontificiaPrende il via oggi in Vaticano il convegno mondiale “dedicato” agli Ogm. Tra i relatori “uomini marketing” di Syngenta e Monsanto di Federico Tulli

Erano 850 milioni nel 2007 e secondo la Fao sfioreranno il miliardo a fine 2009 le persone nel mondo non più in grado di procurarsi il cibo necessario per vivere. La drammatica velocità con cui si espande questo fenomeno non lascia indifferenti le più importanti istituzioni mondiali. Nel solo 2009 si contano tre cruciali appuntamenti che avranno come tema centrale l’approvvigionamento alimentare nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

Il G8 di luglio prevede sessioni “aperte” ai rappresentanti dei Paesi coinvolti dalla crisi alimentare e alle agenzie internazionali specializzate. A novembre prossimo la stessa Fao, su sollecitazione di Argentina e Brasile, potrebbe organizzare un vertice sulla scia di quello che si è svolto lo scorso giugno a Roma.

In mezzo a queste due date, quella non meno importante del Sinodo per l’Africa, che si svolgerà dal 4 al 25 ottobre in Vaticano. L’incontro è stato annunciato a marzo nel corso dell’ultimo viaggio di Benedetto XVI nel continente africano. In quell’occasione, a Yaoundé (Camerun), il papa ha consegnato ufficialmente l’Instrumentum laboris ai presidenti delle Conferenze episcopali del continente.

Il documento, si legge nel testo, «aspira a stimolare la riflessione, suscitare la discussione, accompagnare e sostenere il discernimento collegiale dei Pastori riuniti in Assemblea sinodale». Il secondo dei quattro capitoli «riporta le “aperture” e soprattutto gli “ostacoli” incontrati dalla società e dalla Chiesa lungo le vie della riconciliazione, della giustizia e della pace, nella triplice dimensione socio-politica, socio-economica e socio-culturale, e nell’esperienza ecclesiale».

Tra gli “ostacoli” l’Instrumentum laboris indica senza mezzi termini gli Organismi geneticamente modificati (Ogm), «Questa tecnica – si legge nel testo – rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di Ogm». Il paragrafo dedicato alle biotecnologie si conclude così: «I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?».

Bella domanda. Sapremo a ottobre cosa pensano i vescovi africani del ruolo delle multinazionali biotech nella crisi agricolo-alimentare che attanaglia le popolazioni delle loro diocesi. Noi avremmo voluto “prendere in prestito” il quesito e girarlo, sempre in Vaticano, pochi metri più in là rispetto al luogo in cui si svolgerà il Sinodo, a qualcuno dei partecipanti al convegno mondiale organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze dal titolo: “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”.

Vorremmo, infatti, capire se esiste una posizione unitaria delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di quella “tecnica che rischia di rovinare i piccoli coltivatori”. Ma non ci sarà possibile. L’evento, che inizia questa mattina per concludersi il 19 maggio, è a porte chiuse. O meglio, le porte sono aperte, ma solo a scienziati notoriamente impegnati nello sviluppo di biotecnologie per l’agricoltura, come si evince dal programma dell’evento e come denunciano Mario Capanna, Guido Pollice e Fabrizia Pratesi (rispettivamente presidente della Fondazione diritti genetici, presidente Verdi ambiente e società, e coordinatrice del comitato scientifico Equivita).

Le tre organizzazioni hanno invano chiesto agli organizzatori di partecipare per creare quella sorta di contraddittorio che di un convegno scientifico normalmente costituisce l’essenza. E lettere di protesta formale alla Pontificia sono arrivate, tra gli altri, dall’Unione dei missionari irlandesi e dal Cidse, network di 16 organizzazioni cattoliche europee e nordamericane con una lunga esperienza sui temi della sicurezza alimentare.

Ma nemmeno per loro, evidentemente, c’era posto. Vanno dunque considerati dei miracolati due che proprio scienziati non sembrano, ma che risultano tra i relatori. Stiamo parlando di Eric Sachs, da circa trenta anni alla Monsanto, dove attualmente è a capo degli affari scientifici e regolatori della multinazionale. Sachs si occupa, in pratica, dell’accettazione degli Ogm nel mondo, comunicandone “innocuità e benefici”.

Il secondo “uomo marketing” è Adrian Dubock, uno storico ex della Syngenta adesso impegnato in libere consulenze, che nel suo abstract esordisce con l’affermazione che le multinazionali conducono i loro affari “eticamente”. Insomma, a quanto pare, alla Pontificia avremo da un lato gli scienziati impegnati nello sviluppo di biotecnologie agroalimentari e dall’altra le aziende che queste biotecnologie vendono in giro per il mondo. Stando all’Instrumentum laboris, pure in Africa. Dal quotidiano Terra del 15 maggio 2009

(vedi anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/01/ogm-e-fame-nel-mondo-doppio-gioco-del-vaticano/)

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Ogm e fame nel mondo, il doppio gioco del Vaticano (con replica dell’Osservatore Romano)

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

Semi di soja convenzionali

Semi di soja convenzionali

No global all’estero, la Chiesa cattolica e apostolica romana in casa indossa i panni del perfetto business man. È questa, a quanto pare, la politica del Vaticano in tema di organismi geneticamente modificati. Una politica doppia. La denuncia è della Fondazione diritti genetici e colpisce diritto al cuore un’istituzione che è il fiore all’occhiello del piccolo (ma potente) Stato oltretevere, la Pontificia accademia delle scienze (Pas). Nemmeno un mese fa, durante il suo viaggio in Africa, Benedetto XVI criticava l’uso degli Ogm come panacea del dramma della fame e la politica delle multinazionali nel Sud del mondo. Fra poco più di 20 giorni, a partire dal 15 maggio, la Pas organizzerà una settimana di studi dal titolo “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”. Un’intera settimana congressuale nel cuore della Città del Vaticano a cui parteciperà il gotha degli esponenti pro-Ogm (circa 40 tra ricercatori, accademici, legali e businessmen), compresi gli esperti delle multinazionali biotecnologiche Monsanto e Syngenta. Proprio quelle additate dal papa, vista la loro radicata presenza in Africa. Trattandosi di questioni di Chiesa, e sentite le parole del pontefice, si potrebbe pensare che l’invito dei rappresentanti del top a livello mondiale in tema di biotech sia finalizzato a una loro redenzione. Ma così non è, anzi. Al congresso, spiega il presidente della Fondazione diritti genetici (Fdg), Mario Capanna, non esisterà contraddittorio: «Nessuna delle centinaia di organizzazioni sociali e scientifiche che propongono un modello di sviluppo alternativo agli Ogm, fondato sulla qualità e sul rispetto dei popoli e dei territori, è stata invitata all’evento». A metà marzo lo stesso Capanna aveva scritto una lettera al fisico Nicola Cabibbo e a monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, rispettivamente presidente e cancelliere della Pas, per sottolineare la mancanza e chiedere un’apertura agli esclusi. «A oggi – chiosa il presidente della Fdg – non ho ricevuto alcuna risposta. Evidentemente – aggiunge – si teme un confronto che possa dimostrare come gli assunti su cui si regge l’iniziativa siano assolutamente antiscientifici oltre che antipapali». Spiega, infatti, Capanna: «Il convegno presenta gli Ogm come soluzione al problema della fame nel mondo. Peccato però che gli studi scientifici, oltre alle dichiarazioni del papa, smentiscano questa posizione». Gli ultimi dati sulla diffusione commerciale degli organismi transgenici indicano infatti che, a ben tredici anni dalle prime semine biotech e a diversi lustri dall’avvio delle relative ricerche e sperimentazioni, soltanto quattro colture e due tratti transgenici sono stati messi a disposizione degli agricoltori, nessuno di questi per combattere la fame. «In secondo luogo – ricorda Capanna – una ricerca appena commissionata, tra gli altri, da Banca mondiale e Fao, che ha coinvolto 400 scienziati e decine di Paesi del Nord e del Sud del mondo, ha chiarito in modo inequivocabile che le colture transgeniche non sono una soluzione per la fame o la povertà. E lo stesso pontefice, in occasione della Giornata mondiale della pace, aveva già ricordato che il problema della fame nel mondo non deriva certo dalla mancanza di cibo ma da questioni ben più complesse, come ad esempio la speculazione finanziaria, e che dunque non è risolvibile attraverso l’applicazione di una nuova tecnologia».

Dal quotidiano Terra del 23 aprile 2009 **Federico Tulli**

(vedere anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/15/la-pontificia-accademia-delle-sementi-biotech/)

**La replica dell’Osservatore Romano**

Il dibattito sugli ogm

Quando si sgomita per arruolare il Vaticano

(©L’Osservatore Romano 1 maggio 2009)

di Francesco M. Valiante

Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di “pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta”.

Il copione delle campagne pro o contro gli ogm è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa “è contro le multinazionali del biotech” o, al contrario, “non ha mai detto no agli ogm”. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del “doppio gioco del Vaticano”, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano.

Va da sé che la posta in gioco è molto alta. Secondo l’ultimo rapporto dell’Isaaa (International service for the acquisition of agri-biotech applications), la superficie coltivata a ogm nel mondo ha raggiunto nel 2008 l’8 per cento dell’area totale agricola, cioè 125 milioni di ettari di terreni nei quali lavorano 13,3 milioni di contadini. E continua a crescere di anno in anno, a dispetto di limiti normativi assai rigidi e resistenze mentali generalizzate. Trascinando verso l’alto anche i già lauti introiti delle aziende biotecnologiche. Le quali, com’è noto, soprattutto dopo la sentenza della Corte suprema statunitense che nel 1980 ha aperto le porte alla brevettabilità degli organismi viventi, incassano profitti non solo dalla vendita ma anche dalla riproduzione e dal riutilizzo delle sementi geneticamente modificate.

Una cosa è certa, comunque: nel mondo continua ad aumentare anche il numero di coloro che non hanno sufficiente accesso all’alimentazione. Dal 2007 l’esercito degli affamati è cresciuto di 115 milioni di unità, giungendo alla cifra record di quasi un miliardo di persone. E questo nonostante le risorse attuali del pianeta siano sufficienti a nutrire in modo adeguato la sua popolazione, come ha riconosciuto il direttore esecutivo del programma alimentare mondiale dell’Onu Josette Sheeran. Smentendo così uno dei cavalli di battaglia dei supporter degli ogm e confermando invece che la crisi alimentare – secondo quanto afferma anche il messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2009 – non deriva in primo luogo dalla scarsezza di cibo ma dalla sua iniqua distribuzione. E dalle difficoltà di accesso ai generi di prima necessità provocate da fenomeni speculativi internazionali.

Di questa evidenza offre una conferma autorevole anche il recente documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi per l’Africa. Che, giova ricordarlo, non è un testo pontificio o curiale, ma nasce da un’ampia consultazione dal basso. Nella quale sono stati coinvolti i vescovi, i religiosi, le istituzioni ecclesiali locali e i fedeli impegnati a vario titolo nell’opera di evangelizzazione e promozione umana del continente. Non a caso il Papa ha voluto consegnarlo personalmente ai presuli africani lo scorso 19 marzo a Yaoundé. Assicurando in quell’occasione che esso “rispecchia il grande dinamismo della Chiesa in Africa ma anche le sfide con le quali essa deve confrontarsi”.

Fra queste il documento cita appunto la grave situazione di ingiustizia e di povertà delle popolazioni agricole. Denunciando in tale contesto “le multinazionali che continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali”. E, in particolare, la campagna a favore degli ogm, che – si afferma – “pretende di assicurare la sicurezza alimentare” ma in realtà minaccia di “rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici”.

La questione resta comunque aperta: nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione.

www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2009/100q01b1.html

**I lanci d’agenzia**

30-04-09

OGM: OSS.ROMANO, PER VATICANO QUESTIONE APERTA MA NESSUN ‘DOPPIO GIOCO’

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 30 apr – ”Nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto piu’ che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilita’ ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilita’. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. Lo scrive l”Osservatore romano’, il quotidiano della Santa Sede, affrontando la questione della posizione della Santa Sede sugli organismi geneticamente modificati e rispondendo all’accusa di ”doppio gioco” lanciata dal quotidiano ‘Terra’. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”’.

”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – prosegue l’Osservatore Romano – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Invece conclude l’articolo, ”la questione resta comunque aperta”.

asp/sam/alf

Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

di Apcom

“Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa”

Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”.

ANSA POL 30/04/2009 16.58.00

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VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO

VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 APR – Il Vaticano non ha posizioni dogmatiche sugli ogm, anzi la questione ”resta aperta” , in ”quanto nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali”, Cosi’ l’Osservatore Romano risponde a chi tirare la Santa Sede da una parte o dall’altra. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. ”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (ANSA) PIN 30-APR-09 16:55 NNN

APBS POL 30/04/2009 16.38.46

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* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi * Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi “Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa” Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Ska 30-APR-09 16:36 NNNN

AGI CR 30/04/2009 16.13.40

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= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO =

= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = == OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = (AGI) – CdV, 30 apr. – “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila”. Lo scrive oggi l’Osservatore Romano sottolineando che “grandi manovre sono in atto da tempo” e ricorda che “durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il card. Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. “Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – rileva l’articolo – e’ quasi sempre lo stesso: si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio anche tra le fila ecclesiastiche i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’”. Cosi’, lamenta il giornale diretto dal prof. Giovanni Maria Vian, “ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (AGI) Siz 301614 APR 09 NNNN

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Piaghe vaticane

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Aprile 2009

Enormi progressi nella ricerca. Una classe politica non all’altezza. Il  fisiologo Piergiorgio Strata, direttore scientifico dell’Ebri, racconta vent’anni di neuroscienze in Italia di Federico Tulli

06353cc2-ansaÈ un anno di ricorrenze importanti, il 2009, per le neuroscienze. Specie in Italia. Cade infatti in questi giorni il compleanno della “regina” della disciplina, come è stata definita Rita Levi Montalcini dal suo collega di Nobel per la Medicina dell’86 Stanley Cohen. Il 22 aprile la Montalcini ha compiuto 100 anni. E sono 20 quelli trascorsi dalla decisione del Congresso degli Stati Uniti di istituire il “Decennio del cervello”. Un’iniziativa destinata a dare uno stimolo decisivo alle neuroscienze, grazie al varo di ingenti fondi garantiti da leggi ad hoc. «Fu un impulso che ebbe notevoli ripercussioni anche in Italia» racconta a left il neurofisiologo Piergiorgio Strata, copresidente dell’Associazione Coscioni e direttore scientifico dell’Ebri che ha patrocinato il convegno “The brain in health and disease” per celebrare I 100 anni della Montalcini. «Pochi mesi dopo l’input del Congresso Usa – ricorda Strata – l’allora ministro Ruberti con cui collaboravo aderì all’iniziativa varando un decreto. Fu l’Italia, per prima, a rispondere all’appello americano». Con quel decreto il nostro governo prendeva atto dello sviluppo delle neuroscienze e della sua inevitabile interazione con altre discipline: dalla medicina alla fisica, dalla matematica alla biologia molecolare, dalla psichiatria alla filosofia.

Professor Strata, qual è il valore e il portato delle neuroscienze oggi?

È importante studiare il cervello per almeno tre motivi. Il primo è che con l’aumento dell’età media sono cresciute in maniera esponenziale le malattie degenerative che colpiscono l’uomo in questo organo. Con la fine della vita intorno ai 50 anni raramente si verificavano patologie senili come l’Alzheimer o il Parkinson. La ricerca di cure efficaci in questa direzione era poco stimolata. Al contrario di quanto accadeva, per esempio, in campo oncologico. Il secondo motivo è che l’acquisizione di nuove conoscenze produce sempre benessere. Vale la pena di investire per studiare il cervello umano e cercare di capire come emergono le facoltà mentali. Il terzo fattore è solo a prima vista materiale. Le malattie del sistema nervoso oltre a colpire il paziente hanno un impatto sulla società non solo economico. Basti pensare alle difficoltà di rapporto tra i malati di Alzheimer e i loro familiari.

La Montalcini di recente ha sottolineato che non ci sono più barriere tra umanesimo e scienza. Se pensiamo al dibattito sul testamento biologico è evidente che almeno in Italia di barriere ce ne siano ancora tra scienza e politica..

La vicenda di Eluana mostra una classe politica intenzionata a rinforzarle. Altro che abbatterle. Tutto ilmontalcini contrario di quanto accade in altri Paesi che spesso la stessa politica propone come modello da seguire. Senza dover ricordare l’importanza dei primi interventi di Obama in favore della ricerca sulle embrionali, cito la Gran Bretagna dove la Dana foundation sta compiendo sforzi enormi per creare e diffondere tra i cittadini inglesi una cultura delle neuroscienze. L’obiettivo è far capire al grande pubblico l’importanza del progresso in questo campo.

Con la polemica sulle staminali e il caso Eluana è emerso che le neuroscienze sono particolarmente invise ai nostri governanti…

Quella di certa politica sembra una coazione a ripetere. La storia di Rita Levi Montalcini insegna che la ricerca scientifica ha possibilità di sviluppo solo dove è lasciata libera di esprimersi senza condizionamenti. Sotto il regime fascista la nostra grande scienziata ebbe l’intuizione del “fattore di crescita delle cellule nervose”. Ma solo una volta giunta negli Usa, libera di lavorare, ha potuto ottenere risultati concreti.

Tutto il contrario di quanto accade per le staminali embrionali…

C’è un’influenza del Vaticano sulle nostre istituzioni assolutamente inaccettabile. Tanto quanto lo è la sua ingerenza nel dibattito scientifico. Un’intrusione che è alla base della profonda disinformazione culturale nel nostro Paese. Prendiamo la storia della Englaro. La scienza ha dimostrato che le facoltà mentali senza substrato fisico non possono esistere. Ma il fisico da solo non basta, ci vuole anche un substrato funzionale. La nostra corteccia cerebrale è la sede delle sensazioni, la cui attività è organizzata dalle strutture talamiche, che sono una sorta di direttore d’orchestra. La corteccia cerebrale di Eluana era necrotizzata al punto che c’era una disconnessione di questo direttore d’orchestra con tutto il resto e quindi c’erano le basi fisiche per dire che l’orchestra non poteva suonare più. Eluana non poteva più avere attività mentale.

Ma c’è chi crede nell’anima e sostiene che questa può anche non essere nel cervello. Per cui Eluana doveva continuare a vivere…

Per prima cosa non era vita umana. Secondo, a queste argomentazioni non bisognerebbe rispondere, anche se sempre più spesso si sentono fare da persone colte. E, invece, siamo piombati in una sorta di clima da stadio con i riflettori puntati sulla ricerca da due fazioni contrapposte di “tifosi”. E ci si ritrova a sentire che le staminali adulte sono meglio di quelle embrionali. Oppure che no, sono queste il futuro. La realtà è che la ricerca scientifica, come dimostra la storia della Montalcini, non può avanzare se chiusa in compartimenti stagni. Se imbrigliata. Tutti e due i filoni di studio sono utili per aumentare le nostre cososcenze. E pretendere di studiare solo le adulte, come vuole qualcuno, per far acquisire all’Italia il primato mondiale in questo campo sono tutte chiacchere.


Gocce di vitalità

Forse il segreto della lucidità e vitalità della scienziata italiana Rita Levi Montalcini si cela proprio nel Ngf, il fattore di crescita nervoso, che nel 1986 le è valso il premio Nobel per la Medicina. «Rita prende tutti i giorni il Ngf in forma di gocce oculari per problemi alla vista», ha raccontato Pietro Calissano, vicepresidente dell’Ebri (European brain research institute), che da 44 anni collabora con la celebre scienziata, a margine del convegno dal titolo “The brain in health and disease” organizzato al Campidoglio di Roma per celebrare i cento anni della “regina delle neuroscienze”. «L’idea – ha spiegato Calissano – è che in qualche modo la sostanza benefica raggiunga il cervello, favorendone la naturale plasticità. Insomma, forse proprio nella sua scoperta da Nobel si cela il segreto della vitalità della centenaria più famosa d’Italia».

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Il “fattore” Rita

copj13La storia della scoperta per la quale nel 1986 Rita Levi Montalcini ha ricevuto il Nobel per la Medicina insieme a Stanley Cohen. In Cronologia di una scoperta (Baldini Castoldi Dalai) la grande neuroscienziata ci racconta non tanto e solo gli esiti di una mirabile ricerca ma di una lunga avventura scientifica i cui sviluppi non smettono di dare frutti. Nel primo dopoguerra, trasferitasi negli Stati Uniti per un breve soggiorno di studio che sarebbe invece durato trent’anni, l’illustre scienziata si dedicò allo studio in vitro di embrioni di pollo nei quali aveva innestato un tumore maligno di topo. Il Nerve growth factor (Ngf), scoperto nel 1952 come fattore capace di potenziare i processi di crescita e differenziazione di neuroni, è oggi considerata una molecola a ben più ampio raggio di azione. Il lungo viaggio nel cervello e nel sistema nervoso intrapreso dalla Montalcini 60 anni fa, continua tuttora ad affascinare sia gli studiosi, per gli scenari impensabili che ha aperto, sia i non addetti ai lavori per il rigore e la coerenza che fanno della donna e dello scienziato Rita Levi Montalcini un caso unico nel panorama scientifico internazionale.

left 16/2009

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Il silenzio dei colpevoli

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Decine di storie di violenze su minori da parte di preti scuotono l’Italia. Sulla prevenzione si lavora poco e male. La denuncia della scrittrice e psicologa Vania Lucia Gaito di Federico Tulli


Dottoressa Gaito, in poche settimane i casi di Bolzano, Verona e Casal di Principe. Rischiamo di fare la fine degli Usa, dove, una volta rotto il silenzio decennale imposto dai vescovi in osservanza del Crimen sollicitationis, sono stati accertati migliaia di casi di violenza pedofila commessi da uomini di Chiesa?

Il pericolo è più che reale. Non siamo di fronte a casi isolati. E qualcosa in Italia comincia a emergere. Ma quando una storia arriva sulla stampa nazionale di rado è messa in relazione con le altre vicende simili che si verificano in tutta la penisola. L’opinione pubblica perde così la possibilità di cogliere il filo che c’è tra questi abusi. Col risultato che da noi ancora non si parla in maniera aperta della pedofilia nel clero. Soprattutto non si racconta perché questo fenomeno non si arresta. Cosa d’altronde impossibile se prima non si scopre qual è la sua genesi.

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Vania Lucia Gaito

L’abuso di preti nei confronti di minori ha una genesi completamente diversa da quello che si verifica in ambito familiare. La pedofilia clericale è spesso figlia del tipo di educazione che viene impartita nei seminari. Non è un caso se la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989), proibisce l’istituzionedei seminari minori. Nel documento, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, si spiega che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono a uno sviluppo normale. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo proprio negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della definizione della sessualità. Ebbene, questi seminari sono oramai chiusi in quasi tutto il mondo, ma in Italia ce ne sono ancora 123.

Dove si trovano?

Sono dislocati specie al Sud e nel Nordest. Vero è che stanno chiudendo, ma non per rispetto della direttiva Onu quanto perché sono in calo le “vocazioni”. Tranne appunto che in certe regioni dove certa “cultura” permane. Che è quella di chi si fida ciecamente e pensa che entrando in seminario il proprio figlio vada in un ambiente protetto. Ora, a parte la disgustosa vicenda del Provolo – e sfido chiunque a parlare ancora di casi isolati – basta pensare a quanto racconta nel mio libro Marco Marchese, abusato per quattro anni all’interno di un seminario dal suo insegnate, don Bruno Puleo. Ciò che emerge dalla storia di Marco è la demonizzazione della figura femminile, una visione pesantissima, sessuofobica che dagli educatori ricade su dei ragazzini nel pieno dello sviluppo adolescenziale. E che vedono condannato il proprio corpo come se fosse la fonte del peccato. Questo atteggiamento manicheo, nichilistico è veramente deleterio per la psiche di un adolescente. Tanto più se poi viene violentato dalla stessa persona che lo dovrebbe “educare”.

È vero che Puleo non è stato nemmeno un giorno in carcere?

Sì, patteggiando meno di tre anni è stato affidato ai servizi sociali. Fortunatamente dal 2006 il patteggiamento per casi di pedofilia non è più permesso.

Come giudica la legislazione italiana al riguardo?

Assolutamente arretrata visto che prevede ancora la prescrizione del reato. Cosa che, per dire, la Svizzera ha abolito. Subire un abuso non significa automaticamente avere la forza di denunciarlo. Come prima cosa la violenza devasta l’autostima della persona che la subisce. Inoltre il pedofilo è molto spesso una persona di cui tanto la famiglia quanto il bambino si fidano. È seduttivo nei confronti del bimbo, non agisce in maniera violenta, lo blandisce approfittando della sua naturale fiducia nel prossimo. Questo incide talmente nel profondo che raccontare quanto subito richiede una forza che il pedofilo stesso ha distrutto. E che per essere recuperata, laddove è possibile, a volte richiede decenni. Ma questa cosa in Italia non è percepita.cardinal1

Dopo gli scandali Usa, come ha gestito le proprie responsabilità il Vaticano?

Per comprenderlo basta raccontare dell’ultimo viaggio oltreoceano di papa Ratzinger. Mentre era in volo disse che la pedofilia è un peccato gravissimo, e che è incompatibile con il sacerdozio. Che fosse compatibile in realtà noi non lo abbiamo mai pensato, ma lui ha sentito la necessità di precisarlo. E poi nei fatti con chi si è accompagnato nelle due tappe americane di Washington e New York? Nella capitale era con il cardinale Francis George. Questo signore sapeva dell’esistenza di accuse contro padre Daniel McCormack. Ma non ha mai fatto nulla. McCormack fu arrestato nel 2005 e condannato a cinque anni per abusi su bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Oggi George è presidente della Conferenza episcopale Usa. A New York, invece, l’anfitrione di Benedetto XVI era il cardinale Egan, un altro che non si è certo distinto per un’accanita lotta ai sacerdoti pedofili della sua diocesi. Allora mi chiedo, questa pulizia che il papa dice di voler fare all’interno della Chiesa da dove dovrebbe partire se non dai vertici? Diciamoci la verità: il Vaticano ha perso oltre 120mila sacerdoti e non può permettersi di lasciarne tornare altri alla vita laica. La priorità è questa.

Di cosa si occuperà nel suo prossimo libro?

Racconterò le responsabilità della Chiesa, talvolta dirette, talvolta indirette, negli ultimi tre genocidi del secolo scorso: Argentina, Rwanda e Canada. Responsabilità passate praticamente sotto silenzio, anche dei media. Basta guardare come alla sua morte si è celebrato il cardinale Pio Laghi, che era quello che andava a giocare a tennis con il genocida Eduardo Masera.

A parte il documentario “Unrepentant” di Kevin Annett, che ha vinto diversi premi internazionali ma che in Italia ha trovato diffusione solo online su arcoiris.tv, del genocidio in Canada non se ne è mai sentito parlare apertamente…

I giornali pubblicarono la notizia del primo ministro Harper che chiedeva scusa ai nativi canadesi, risarciti con 5 miliardi di dollari. E si dimenticarono di dire “perché”. In certi casi emerge la capacità tutta italiana di dare una notizia… senza darla. Non si disse che alla base di quanto è successo c’era l’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica. Non si disse del genocidio di oltre 50mila bambini commesso dai responsabili religiosi delle scuole dove per decenni i bambini nativi sono stati rinchiusi e costretti a professare la religione cristiana.

Tutto questo sarà denunciato?

Sì, dettagliatamente.

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La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

Sotto la tonaca l’orco

L’ultimo in ordine di tempo è il caso di don Giorgio Galli, parroco del Corpus domini di Bolzano. Condannato in sede civile a risarcire con la cifra record di 760mila euro la sua piccola vittima, avendone abusato dal 1989 al 1994. Pochi giorni prima un altro prete, il vice parroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe (Caserta), don Marco Cerullo, ha subito la condanna penale, in primo grado, a 6 anni e 8 mesi. Sentenza impugnata, «perché ritenuta troppo mite», dai legali del bimbo di 12 anni costretto dal prete (che era suo insegnante di religione a scuola) a un rapporto orale in una strada di campagna. Colto in flagrante dai carabinieri, Cerullo tentò anche una fuga in auto. C’è poi il caso del Provolo di Verona, l’istituto per sordomuti dove, secondo la denuncia di 67 ex allievi, per oltre 30 anni fino al 1984 decine di bambini e ragazzi che vi erano ospitati sarebbero stati violentati e seviziati da almeno 25 uomini tra preti e “fratelli laici”. La vicenda sembra destinata a non arrivare mai a processo, poiché gli uomini denunciati dalle loro presunte vittime non hanno rinunciato ad avvalersi della prescrizione. Come ha fatto don Gallo. Dal canto suo il vescovo Giuseppe Zenti, responsabile del Provolo, tace. Interpellato da L’espresso che ha fatto venire alla luce la storia, con una nota scritta ha replicato di impegnarsi a «seguire le indicazioni del codice di diritto canonico. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti». Speranza vana. Secondo la giustizia italiana il reato di abuso su minori cade in prescrizione dopo 10 anni. Un criterio simile (prescrizione 10 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima) è applicato dal De delicti gravioribus, al quale si riferisce Zenti, che è il codice del Vaticano firmato dall’allora cardinal Ratzinger, che si occupa dei “gravi delitticontro la morale” compiuti da uomini di Chiesa (vedi left n.3/2009). f.t.

**left 13/2009 del 3 aprile**

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Un rap anti aids

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Marzo 2009

ap95091002156Un progetto di sviluppo per fare prevenzione col linguaggio dei giovani del continente. E sfidare la propaganda del papa e di Radio Maria contro il preservativo. Parla Silvia Zaccaria, antropologa e operatrice umanitaria indipendente di Federico Tulli

«La prevenzione dell’Aids-Hiv in Africa è una battaglia quotidiana, ma le frasi di Benedetto XVI sulla presunta pericolosità del preservativo sono più un problema nostro, una questione politica occidentale. Le popolazioni africane sono così occupate a lottare per portare a casa il cibo che non hanno il tempo di pensare alle parole del papa». Da sempre impegnata nella cooperazione per lo sviluppo, Silvia Zaccaria è un’antropologa e operatrice umanitaria “indipendente”, che coordina un progetto in Malawi per la creazione di una radio che si occuperà fondamentalmente dei temi legati alla prevenzione dell’Aids. Una radio, dice, «condotta da donne e ragazzi, per parlare alle altre donne e agli altri ragazzi con il loro linguaggio».

Dottoressa Zaccaria, come si combatte la diffusione dell’Hiv in Africa?

Per chi sta sul campo, come le Ong, lo strumento più efficace è quello di un approccio “culturale” nei confronti delle popolazioni locali. Ci spieghi meglio… Anzitutto va detto che in diverse aree del continente ha definitivamente attecchito il lavoro di sensibilizzazione all’uso del preservativo svolto sin dagli anni Novanta. Questo è possibile laddove sono attuati progetti di cooperazione che valorizzano le risorse locali. Coinvolgendo cioè tutti gli attori sociali storicamente esclusi dagli interventi di prevenzione. Un ruolo chiave è quindi svolto dal sinanga, il medico tradizionale del villaggio, una persona con grande carisma che invece era sempre trattato dagli “occidentali” alla stregua di uno stregone. E poi, ancora, dalle levatrici e dalle maestre di cerimonia che accompagnano le ragazze al momento dello sviluppo. Ma fondamentale è anche il rapporto che si instaura con gli sceicchi. In molte zone dell’Africa la popolazione è convertita all’islam, un islam in realtà molto soft e reinterpretato in modo commisto alle pratiche locali.

E i giovani, principali destinatari della prevenzione, che ruolo hanno?

Oltre ai giovani anche le donne hanno un ruolo sempre più attivo. Il loro coinvolgimento è sempre più un punto di forza del freno alla diffusione dell’Hiv. E poi sono loro i più permeabili alle “politiche” imperniate sull’uso del preservativo. L’importante è evitare atteggiamenti moralisti, di condanna. Soprattutto sono controproducenti i giudizi severi. Non va dimenticato che l’obiettivo è far entrare i nostri concetti di prevenzione dentro un panorama culturale che nostro non è.

È per questo che ha pensato alla creazione di una radio in Malawi?ap99070501152

Sì, è un progetto interculturale che coinvolge un’organizzazione locale diretta emanazione di una Ong italiana che operava in Malawi nel 2003, l’associazione Kanimambo e alcuni privati cittadini con esperienza di cooperazione, me compresa. La radio sarà condotta dai rappresentnanti di due gruppi particolarmente attivi, le donne di Waga (Women against Aids) e i ragazzi di Yaga (Youth against Aids). L’obiettivo è di usare il loro linguaggio, come il rap per i ragazzi o i canti tradizionali, per veicolare precisi messaggi finalizzati all’uso del preservativo. L’emittente vuole rappresentare una valida alternativa a Radio Maria, che è l’unica stazione che si riceve nella zona di Mangochi e che naturalmente fa propaganda a tamburo battente contro l’uso del profilattico, aiutando a diffondere una visione dell’Aids che a nostro parere è assolutamente sbagliata e controproducente. left 13/2009 (27 marzo)

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La Casta

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Febbraio 2009

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Il nuovo attacco alla laicità dello Stato avviene nell’indifferenza delle istituzioni. Con i negazionisti lefebvriani la Chiesa di Roma sconfessa il principio di libertà religiosa che ispira il Concordato dell’84 di Federico Tulli

«L’unità dei cattolici è il principale obiettivo del pontificato di Benedetto XVI, la cui considerazione del Concilio Vaticano II è molto diversa da quella di Giovanni Paolo II. I lefebvriani non sono cambiati, è il Vaticano che ha modificato la propria posizione». Queste poche righe si leggono nella storia di copertina del settimanale polacco Tycodnik Powszechny dedicata alla decisione di papa Ratzinger di riaprire le porte della Chiesa, a fine gennaio scorso, ai quattro vescovi lefebvriani (Bernard Fellay, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson) scomunicati dal suo predecessore nel 1988. In queste settimane la ricomposizione dello scisma, che prese il via nel ’65 dopo il Vaticano II, ha fatto discutere soprattutto per via delle dichiarazioni negazioniste di Williamson, antisemita conclamato, rilasciate non solo fino a pochi giorni prima di essere richiamato sotto l’ala della Chiesa di Roma. Anzi. Williamson, semmai qualcuno avesse avuto dubbi, continua a non mostrare alcun segno di ripensamento, avendo detto di essere in attesa che qualcuno gli dimostri empiricamente che le camere a gas naziste siano servite per sterminare sei milioni di ebrei. Deliri razzisti che insieme all’articolo del Tycodnik Powszechny offrono lo spunto per rivalutare l’effettiva validità del Concordato siglato il 18 febbraio 1984 tra Stato italiano e Città del Vaticano. Un accordo che (almeno secondo quanto si legge nella premessa e nell’articolo 1) rinnova i Patti Lateranensi, voluti da Mussolini nel 1929, proprio per affermare uno dei principi fondanti l’identità della nostra nazione: quello della libertà religiosa, e quindi della laicità dello Stato, sancita dall’articolo 8 della Costituzione del 1948. E un rinnovo con cui si è inteso anche riconoscere «gli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II» del 1962-1965 in tema di riconoscimento delle altre fedi.VATICAN CONSERVATIVES

La domanda dunque è: se, come fa notare il Tycodnik Powszechny, «il Vaticano ha modificato la sua posizione» nei confronti del Concilio che ha ispirato la firma del trattato dell’84, e se questa posizione, aggravata dall’apertura a una corrente negazionista del calibro dei lefebvriani, mal si combina con la laicità che la Corte costituzionale nel 1989 ha definito «uno dei principi supremi dello Stato», che valore ha oggi il Concordato? Una risposta potrebbe giungere dalle osservazioni di un cosiddetto insospettabile: don Vincenzo Marras. Direttore oggi dell’emittente televisiva Telenova, fino a gennaio 2008 Marras ha firmato il mensile cattolico Jesus della società editrice San Paolo, la stessa, tra l’altro, di Famiglia cristiana. Ed è proprio su Jesus che in tre editoriali scritti tra il 2000 e il 2007 parlò di «paura del Concilio» paventando il rischio che tra le gerarchie vaticane ci fosse chi si stava costituendo un alibi per la “ricomposizione” dello scisma con i lefebvriani. «Oggi il mio pensiero non è cambiato rispetto a quanto scritto in quegli editoriali», dice Marras a left. Dunque, andiamo a leggerne alcuni passaggi significativi, anche perché come osserva il deputato radicale del Partito democratico Maurizio Turco (in questo caso anche lui insospettabile), non hanno mai goduto del necessario risalto nemmeno quando Marras era direttore della testata. Eppure potrebbero dimostrare come ci sia un disegno preciso, quasi una premeditazione verrebbe da dire, del Vaticano a rompere il patto di laicità che anima il Concordato con l’Italia.

Scriveva il direttore di Jesus sul numero di agosto 2007 nel commentare la reintroduzione della messa in latino voluta da Benedetto XVI: «Smascherare i tradizionalisti, che si nascondono dietro la bandiera della Messa post tridentina, per rigettare le grandi intuizioni teologiche e pastorali della Chiesa voluta dal Vaticano II. È questa la principale conseguenza del Motu proprio Summorum pontificum, con cui Benedetto XVI dà alla Messa preconciliare la legittimità che aveva perso con la riforma liturgica di Paolo VI, e fa ogni sforzo per giungere a una riconciliazione interna alla Chiesa, ferita dallo scisma del movimento guidato dall’arcivescovo Lefebvre. Alibi smascherato, si direbbe – prosegue il direttore di Jesus, che qui quasi anticipava quanto scrive oggi il settimanale polacco -. Infatti, la reazione di queste minoranze chiassose è inequivocabile: hanno già fatto sapere che continueranno a rifiutare gli insegnamenti del Concilio sull’ecumenismo e la libertà religiosa, sull’ecclesiologia di comunione e l’apertura della Chiesa al mondo contemporaneo. Non se ne sono accorti solo quanti riducono l’intervento del Papa a una sorta di panacea del latino o lo salutano come una rivincita sui guasti provocati dall’abbandono del Messale di Pio V. Alcuni – conclude l’editoriale di Marras – hanno espresso il timore che (al di là di ogni intenzione) il Motu proprio ponga un freno all’applicazione del Concilio. È un rischio reale, che vorremmo esorcizzare. Per parte nostra vogliamo piuttosto rilanciare l’invito (forse troppo sottovalutato) del Papa a raccogliere la sfida di una liturgia viva per una Chiesa viva. Non ferma al calendario del 1962».

lapresse_3324È questo l’ultimo dei tre editoriali del direttore di Jesus sull’argomento Concilio-Lefebvriani. Quattro mesi dopo viene sostituito alla guida del mensile. Ai fini della ricostruzione storica dello scisma vale ora la pena fare un salto indietro di otto anni ed evidenziare alcune frasi del primo dei tre articoli, quello scritto nel novembre del 2000 dal titolo “Paura del concilio”: «Ricordate monsignor Marcel Lefebvre? – scrive Marras -. Era quel pio vescovo, fondatore della Fraternità San Pio X, che non riuscì mai a mandare giù il Vaticano II. E che, dopo una serie di virulenti attacchi ai Papi che avevano ispirato e appoggiato il rinnovamento conciliare, nel 1988 consacrò, senza il consenso di Roma, quattro vescovi. Da qui lo scisma. Il paesino svizzero di Ecône, sede della Fraternità San Pio X, divenne così il laboratorio dell’integrismo cattolico, ispirando più o meno direttamente ogni contestazione al rinnovamento liturgico e teologico, allo spirito di dialogo in campo ecumenico e interreligioso. Lefebvre diceva che l’Anticristo aveva preso possesso dei Sacri palazzi: “Mercenari, lupi, ladri, comunisti e massoni si sono introdotti nel governo della Chiesa…”. Se i toni non sono più quelli violenti e aggressivi di allora, le censure e le critiche di oggi alla Chiesa di Roma e al Papa sono le stesse. Di nuovo pare esserci (“e questo ci inquieta davvero”, osservava il direttore di Jesus) un riavvicinamento tra la comunità scismatica dei lefebvriani e alcuni settori della Chiesa cattolica». Già, inquietante, anche perché, ricordiamo, era il novembre del 2000, ma sembra storia di oggi.lapresse_img_5128_copia
Accenniamo ora solo brevemente al secondo editoriale di Marras, “Una Chiesa in cerca di incontri”, scritto nel 2005 in occasione di “40 anni del Vaticano II”, laddove dice: «Il Concilio chiede sempre di essere rilanciato». Una semplice frase che ci riporta al quesito iniziale: nel momento in cui il Vaticano II non viene più «rilanciato» e anzi viene contraddetto ha ancora senso mantenere in vita il Concordato? E ancora, poiché la ricomposizione dello scisma con gli antisemiti di Lefebvre operata da Benedetto XVI non suona proprio come una mano tesa a uno Stato laico nato in seguito alla vittoria contro il nazifascismo, non è forse il caso di metter mano all’articolo 7 della Costituzione che regola i rapporti tra Italia e Vaticano sulla base di quel trattato? Lapidaria la risposta di Gennaro Acquaviva consigliere politico di Bettino Craxi, il presidente del Consiglio che siglò il Concordato dell’84, considerato da molti ispiratore di quel patto: «Ci sono molte incongruenze soprattutto a proposito del rapporto del Vaticano con Israele. Però non ce ne sono dal punto di vista dei rapporti formali con l’Italia. La decisione di Benedetto XVI non riguarda il Concordato se non in carattere generale. Il trattato è uno strumento di pacificazione e collaborazione. E in via teorica può essere rivisto se c’è un fatto anche estraneo che lo rimette in discussione, ma l’idea di farlo per colpa della ricomposizione dello scisma è piuttosto stiracchiata. Questa – conclude Acquaviva – è la mia opinione, ma è anche l’opinione generale. Poi questo è un mondo di matti e ci sarà sicuramente qualcuno che la pensa in maniera diversa».

Dal canto suo Maurizio Turco ribadisce: «Io segnalo semplicemente che le acquisizioni del Concilio sono state alla base della religione concordataria dell’84. Nel momento in cui la Chiesa fa rientrare il lefebvriani senza chiedere nulla in cambio, tanto meno il superamento delle ragione per cui se ne andarono via, dovrebbe essere automatica la denuncia da parte dell’Italia per inadempienza del trattato internazionale». Il deputato radicale spiega poi che questa potrebbe essere l’occasione per superare l’incongruenza costituzionale rappresentata dalla coesistenza degli articoli 7 e 8. Il primo regola i rapporti tra Stato e Chiesa, e il secondo fissa il principio di libertà religiosa. Ma se in 60 anni di Costituzione nessuno, tranne i radicali con un loro disegno di legge, si è mai assunto l’onere di rivedere l’articolo 7 in chiave di libertà religiosa, appare utopistico che proprio in questo momento storico il governo italiano compia tale passo. «La nostra proposta di revisione giace ignorata in Parlamento – conclude Turco -. Forse perché sostiene che il punto di partenza della democrazia è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, testo che mal si combina con l’apertura del Vaticano a dei negazionisti». Left 8/2009

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