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Tabacco: Marlboro classic multata in Francia per pubblicità ingannevole

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Gennaio 2008

Contro il fumo la Francia sembra fare sul serio. A pochi giorni dall’entrata in vigore del divieto di accendersi una sigaretta nei bistrot, divieto che solo pochi mesi fa sembrava impensabile da adottare in un paese così affezionato a questa tradizione, la corte di appello di Parigi ha condannato la ditta d’abbigliamento Marlboro classic a una multa di 50 mila euro per pubblicità ingannevole a favore del tabacco. È questo il risultato di una serie di denunce presentate dal Comitato nazionale contro il tabacco (Cntc) sin dal 2003, quando ha tentato di far interdire dai giudici francesi le insegne affisse in tutti i punti vendita del marchio. Che Oltralpe viene distribuito da Valentino fashion group da quando ha ottenuto da una filiale della holding di Marlboro classic, la Philip Morris, una licenza per l’utilizzo del brand. Anche se l’importo della sanzione è modesto, la decisione dei giudici appare un duro colpo per la casa di abbigliamento che in Francia possiede più di 300 punti vendita tra negozi, succursali e boutique in franchising. Ma ancor di più sembra chiara l’intenzione dei magistrati di restringere il raggio d’azione di quel tipo di marketing che, abbinando un marchio di sigarette a un prodotto di tutt’altro settore, tenta di aggirare le rigide norme europee, cui la Francia si è da poco adeguata completamente, contro la pubblicità ingannevole a favore delle sigarette.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Il tabacco salvavita

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Dicembre 2007

Con pochi fondi e senza ogm l’Enea a ottenuto un vaccino terapeutico contro il papilloma virus, che rappresenta la seconda causa di morte delle donne. Potrebbe ridare speranza a milioni di persone colpite dalla malattia, specialmente nel Terzo Mondo
di Federico Tulli

Il tabacco può contribuire a salvare la vita di decine di milioni di donne nel mondo colpite dal papilloma virus, il tumore della cervice uterina. Lo ha scoperto un’equipe di ricercatori italiani che, da piante di Nicotiana benthamiana appartenenti alla famiglia del tabacco, ha prodotto a basso costo un vaccino terapeutico in grado di eliminare il virus Hpv 16, il più aggressivo e frequente. La ricerca coinvolge dal 1999 il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del centro ricerche Casaccia dell’Enea, il laboratorio di Virologia dell’Istituto tumori del Regina Elena (Ire) di Roma e il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer institute nel Delaware (Usa). «Ancora oggi il papilloma virus è la seconda causa di morte per cancro delle donne nel mondo, ma otto anni fa, grazie alla collaborazione del Regina Elena, siamo stati tra i primi a pensare alla produzione di “vaccini da pianta” contro questo virus», racconta a left la ricercatrice dell’Enea, Rosella Franconi. «Pensiamo che una volta avviata la fase clinica il vaccino immunoterapico contro il papilloma consentirà di curare le donne già infettate dal virus». Un traguardo che avrebbe notevoli ripercussioni di carattere socio-economico, specie nei Paesi in via di sviluppo. «Poiché l’Hpv riguarda l’80 per cento delle morti di donne in questi Paesi – spiega Franconi – volevamo tentare di produrlo in serra a basso costo. Per questo abbiamo puntato sull’utilizzo delle piante e, dopo alcuni tentativi, scartato quelle geneticamente modificate». Una decisione non di carattere etico, ma pratico, precisa la ricercatrice: «Lavorare su piante transgeniche richiede mesi, a volte anche anni, per arrivare alla linea omozigote che produce il livello di proteina necessaria, per cui è diventato sempre più difficile motivare le richieste di finanziamento. Il nostro sistema di produzione, che si chiama “transiente”, ci permette di ottenere in 15 giorni, e con poca spesa, la proteina richiesta».

Il basso costo, l’elevata efficacia
e la facilità di produzione e di utilizzo non sono gli unici aspetti positivi di questo tipo di ricerca, sottolinea la ricercatrice dell’Enea: «Il sistema transiente è assolutamente sicuro. Il virus X della patata usato per contaminare la pianta, provocare la reazione e ottenere la proteina necessaria alla produzione del vaccino non viene trasmesso attraverso gli insetti da pianta a pianta, come è invece il caso di altri virus dannosi per le piante, e soprattutto non è nocivo per l’uomo». Inoltre l’esperimento avviene in serra, in ambiente chiuso, la pianta non va mai a fiore e viene distrutta subito dopo l’esperimento. Al contrario, la dispersione del polline delle piante geneticamente modificate è un problema reale. «Specie nel caso delle piante utilizzate per la produzione di molecole farmaceutiche coltivate in campo, il rischio di contaminazione con la catena alimentare è alto, e non va sottovalutato», osserva Franconi. I test, fino a oggi effettuati solo sui topi, hanno mostrato un regressione sulla malattia anche nel 100 per cento dei casi, stimolando allo stesso tempo una reazione immunitaria dell’organismo contro le cellule tumorali. I primi risultati della ricerca sono stati pubblicati nel 2001 su Cancer research dall’Enea, insieme all’Istituto superiore di sanità e al Regina Elena. «Siamo stati i primi – ricorda Franconi – a dimostrare che un estratto di pianta somministrato ai topi era in grado di proteggerli dallo sviluppo dei tumori. E quelli che li sviluppavano lo facevano in forma minore. Quindi insieme agli altri due istituti abbiamo fatto un brevetto, che quest’anno è diventato europeo». Di fonte a questi risultati è comunque mancato l’interesse dell’industria farmaceutica italiana ed europea di andare oltre la fase sperimentale del vaccino vegetale. «È il motivo per cui abbiamo trovato la collaborazione del Fraunhofer institute», sottolinea la ricercatrice della Casaccia. Negli Usa, al contrario dell’Europa che oramai finanzia quasi esclusivamente la ricerca su ogm, gli studi su piante “tradizionali” sono più apprezzati. Per questo la ricerca sulla molecola migra Oltreoceano.

I tempi, però, sono molto lunghi:
per la fase clinica bisognerà aspettare anni, forse anche una decina, perché la sperimentazione sugli esseri umani richiede il superamento di altre due fasi. Nella prima andrà verificata la tossicità del farmaco su persone sane, e nella seconda, quella più delicata, il vaccino verrà somministrato a persone malate. Per comprendere quanto sia importante la produzione di un vaccino immunoterapico basti pensare ai limiti del vaccino preventivo. In Italia sarà somministrato per la prima volta da gennaio 2008 a tutte le donne sotto i 12 anni. «È certamente un traguardo notevole, perché eviterà a centinaia di migliaia di donne di contrarre l’infezione – osserva Franconi -, ma questa profilassi non risolve i guai alle ragazzine con più di 12 anni, men che meno alle donne già infettate». Pertanto, se la vaccinazione prenderà piede come sembra – il nostro è l’85 esimo Paese nel mondo che l’adotta – possiamo dire che tra 50 anni l’Hpv almeno nei Paesi sviluppati sarà debellato. Ma nel frattempo cosa succederà alle donne già colpite dal papilloma virus, considerando che solo quelle di età compresa tra i 45 e 55 anni sono dieci su 100 mila? «Nel 95 per cento dei casi il sistema immunitario favorisce la guarigione – conclude la scienziata dell’Enea – mentre per il 5 per cento, che nel mondo significa almeno 20 milioni di donne, senza vaccino terapeutico non c’è via di scampo».

Left 50/2007

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Fumo sotto controllo

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2007

La distribuzione del tabacco in Italia è nelle mani di una società di servizi. Che non molla la presa. Nonostante i pareri delle Authority europea e italiana
di Federico Tulli

La riorganizzazione del mercato della distribuzione del tabacco è di fronte a un bivio. O fallisce entro i prossimi tre mesi, oppure l’attuale sorta di monopolio privato cederà il passo al processo di liberalizzazione. Che si è inceppato subito dopo la vendita all’asta dell’Ente tabacchi italiano, che nel 2003 ha dato il via alla privatizzazione dell’intero settore, produzione e distribuzione di sigarette. Comunque sia, dalla riapertura dei lavori parlamentari e fino al varo della Finanziaria 2008 ne vedremo delle belle. Il via lo darà il presidente della Commissione finanze del Senato, Giorgio Benvenuto, che ha già annunciato un’interrogazione parlamentare per «approfondire le motivazioni per cui, a distanza di cinque mesi dalla scadenza del termine del primo aprile scorso indicato in Finanziaria, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) non ha ancora emanato i decreti di riordino del mercato della distribuzione». Benvenuto si riferisce a 5 commi (dal numero 94 al 98) inseriti «con il fine di rimettere in movimento il meccanismo di apertura alla concorrenza» della gestione dei depositi fiscali, ovvero gli impianti in cui viene stoccato il 90 per cento dei quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro Paese.

Mentre il vicepresidente della Commissione finanze della Camera, Francesco Tolotti , precisa: «Il comma 97, in particolare, è la chiave di volta per l’avvio del superamento del monopolio privato. Se applicato, concederebbe l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia», la società di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo della distribuzione dei lavorati al tabacco, che ha la gestione dei 250 depositi italiani. «Quel comma», conclude Tolotti, «è stato pensato col fine preciso di permettere a chiunque, privato o azienda, di esercitare l’attività di depositi fiscali in concorrenza a Logista». Il senatore Benvenuto concorda: «Vanno superati i problemi per l’applicazione di questa norma, dovuti alle notevoli pressioni affinché sia cassata o modificata, perché i Monopoli hanno sempre sostenuto che è di difficile attuazione». E chiosa: «Ciò non toglie che sia doverosa una interrogazione al riguardo». A gettare un’ombra sulla natura delle “difficoltà” cui si riferisce il senatore Benvenuto è il fatto che l’incaricato all’emissione del decreto (come stabilito dal comma 97) sia lo stesso direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, che ha seduto nel consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006.

Nell’agenda parlamentare dei nodi da sciogliere per favorire un miglior funzionamento della distribuzione dei tabacchi lavorati – mercato che frutta al Tesoro entrate per oltre 10 miliardi di euro l’anno, e da cui dipendono i 15 miliardi di euro di fatturato alla produzione, oltre agli stipendi di circa 200.000 lavoratori, tra coltivatori, trasportatori e tabaccai – c’è poi la questione relativa alla mancata stipula, da parte di Logista, della cauzione che garantisce il versamento allo Stato dell’accisa applicata alle sigarette. Tema complesso in quanto la cauzione sarebbe necessaria al rilascio dell’autorizzazione da parte dei Monopoli, come sancisce il decreto ministeriale numero 67 del 1999. Che però dice anche che i Monopoli possono esonerare dall’obbligo di cauzione «le ditte private affidabili e di notoria solvibilità». Vale a dire che Logista ha il diritto di non stipulare alcuna polizza, ma solo se prima l’Aams ha emesso un decreto di esonero. Cosa che, secondo quanto appreso da left, non è mai avvenuta. Non a caso sul decreto, e sull’interpretazione che ne hanno dato i Monopoli per autorizzare il gestore della distribuzione, si stanno concentrando le attenzioni dell’Authority europea per la concorrenza, dopo che già nei mesi scorsi quella italiana ha emesso un importante parere, a oggi inascoltato. Entrambe sollecitate dalle denunce di molti imprenditori che da nord a sud si sono visti chiedere la polizza di garanzia dall’Aams per aprire i depositi, e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con l’unica azienda del settore. E l’atteggiamento dell’Amministrazione è doppiamente anomalo, se si pensa che in ogni caso avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione di esentare Logista all’Authority europea, in quanto il beneficio accordato supera i 200.000 euro di valore (il premio annuale della polizza si aggira intorno ai 150 milioni di euro). Richiesta che a Bruxelles non è mai arrivata. Così, oltre alla violazione del decreto del 1999, si configura un aiuto di Stato e relativa procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Come se non bastasse, sulla vicenda della cauzione si è pronunciato anche il Garante della concorrenza, Antonio Catricalà. Che il 28 settembre 2006 ha emesso un inequivocabile parere: «In merito a tale regolamentazione (il decreto, ndr), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione». L’inserimento in Finanziaria 2007 dei famosi 5 commi ha poi testimoniato che Catricalà, almeno sulla carta, non è rimasto inascoltato dalle istituzioni. Fatto sta che, secondo quanto denunciato da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e da Assotabaccai (l’organizzazione sindacale del 15 per cento circa delle rivendite italiane), Logista ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo nei loro confronti dettando regole e tariffe di trasporto molto onerose, senza incontrare alcuna resistenza. Oltre a non aver rinnovato alla scadenza circa la metà dei 520 contratti con i delegati; contratti che erano attivi quando nel 2005 ha acquisito la gestione dei depositi.

«Storture generate da un monopolio privato, reso ancor più solido dal potere contrattuale che deriva dalla distribuzione delle sigarette di due multinazionali del calibro di Philip Morris e British american tabacco», ha commentato Lamberto Lasagni, il vicepresidente di Assotabaccai. A metà luglio scorso, per esempio, i fumatori italiani hanno rischiato di rimanere senza sigarette per colpa di un guasto al sistema elettronico di Logista che organizza lo smistamento degli ordini delle rivendite. Un episodio passato quasi completamente sotto silenzio. Il che la dice lunga sul peso che Logista esercita e sugli interessi che le ruotano intorno. Il blocco del sistema, infatti, non comporta solo un danno d’immagine per la società del gruppo Altadis, ma anche una riduzione del flusso miliardario delle accise verso l’erario. Ebbene, come mai il governo non ha colto l’occasione per rimarcare che, se il blocco dell’attività dell’unico gestore della distribuzione riconosciuto dalla legge mette a rischio vitali flussi di cassa per lo Stato, non si può più rimandare l’emissione del decreto di apertura del mercato ad altri attori? La risposta è presto data. Secondo quanto appreso da left quei regolamenti sono “bloccati” da resistenze interne alla stessa maggioranza. Ci sarebbe addirittura chi punta a sopprimere con la Finanziaria 2008 i “soliti” 5 commi della manovra 2007.

E qui veniamo all’ultimo capitolo della vicenda, che chiama ancor più direttamente in causa i tabaccai. Sembra infatti che se si dovesse rompere “l’unitarietà” (o monopolio che dir si voglia) della distribuzione, «sarebbe a forte rischio l’esclusiva di vendita delle sigarette riconosciuta loro dallo Stato». È quanto denunciato da Giovanni Risso, il presidente della Federazione italiana tabaccai, associazione che rappresenta il restante 85 per cento delle rivendite. Dice Risso, nel corso della sua relazione all’Assemblea nazionale della Fit del 18 giugno scorso: «La Finanziaria 2007 porta con sé qualche strascico attualmente dormiente e potenzialmente pericoloso. Desta in noi vivo e fondato timore quanto previsto dal comma 97, la cui applicazione potrebbe avere un effetto assai negativo sull’attuale assetto distributivo dei tabacchi lavorati in Italia». In pratica, secondo la Fit, l’eventuale emissione dei decreti da parte del direttore generale dell’Aams avrebbe l’effetto opposto rispetto a quanto previsto da chi ha inserito quegli articoli in Finanziaria. Un tesi contestata con forza dall’Agemos, nel corso dell’ultima assemblea nazionale del 28 luglio. Tanto che tra i punti deliberati c’è l’esortazione a fare «una riflessione profonda su tutto il sistema di trasporto garantito, imposto a suo tempo da Fit e Logista e che ha dimostrato nei fatti la sua inadeguatezza». L’accostamento tra la Fit e l’unico attore della distribuzione non dev’essere casuale se si pensa che Giovanni Risso, come riportato dal quotidiano genovese Il Secolo XIX del 30 giugno scorso, siede nel consiglio di amministrazione di Logista con nomina fino a settembre 2009. Insomma, un vero guazzabuglio di interessi. Non resta che aspettare la prossima Finanziaria per scoprire chi resterà con un cerino acceso in mano.

Left 35/2007

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Come aggirare il divieto di vendita di sigarette ai minori, istruzioni per l’uso

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2007

In previsione dell’innalzamento del limite di età in cui sarà vietato fumare (da 16 a 18 anni), come annunciato dal ministro della Salute Livia Turco durante l’ultima giornata mondiale contro il fumo, i produttori di sigarette vogliono piazzare in luoghi pubblici strategici centinaia di distributori automatici. La legge è ancora in embrione ma l’inganno è già stato trovato. Queste macchinette infatti, come dimostrano numerose statistiche, sono proprio il mezzo di rifornimento preferito dei minorenni di qualsiasi parte del globo visto che consente loro di comprare indisturbati quanti più pacchetti desiderano. Dunque l’obiettivo delle multinazionali del tabacco è chiaro: non rimetterci nemmeno un centesimo sfruttando le incongruenze della legislazione antifumo del nostro paese – il divieto assoluto di installazione che vige in molte parti del mondo è notoriamente il metodo più efficace per contrastare il fumo tra i minori – e il gusto per la trasgressione tipico dei giovani. Come sempre in prima linea in queste cose c’è la Philip Morris che, mentre da un lato nel suo sito www. philipmorrisinternational.com scrive : “Non vogliamo che i minori fumino”, dall’altro, tramite la Fil Tabacchi, un’organizzazione fiancheggiatrice, guidata dall’ex parlamentare, nonché ex presidente della commissione Finanze della Camera, Renzo Patria, ha nesso in piedi una gigantesca operazione di lobby coinvolgendo i Monopoli di Stato, le Ferrovie e persino il ministero della Salute. Obiettivo: ottenere le necessarie autorizzazioni dal ministero della Salute e dalle Ferrovie dello Stato per istallare distributori nei pressi dei tabaccai (entro i dieci metri previsti dal regolamento dell’Aams) che hanno rivendite nelle stazioni ferroviarie.

Per comprendere in che modo questa mossa del maggior produttore di sigarette del nostro paese può comportare l’omicidio in culla dell’estensione del divieto di fumare a tutti i minori annunciato dal ministro Turco è sufficiente sciorinare un po’ di dati. Cominciamo col dire che a sostegno dei numeri c’è un provvedimento con cui il 17 dicembre 1998 il ministero della Salute richiamò il ministero delle Finanze e i Monopoli a intervenire consentendo l’eventuale installazione dei distributori automatici esclusivamente all’interno delle rivendite. A quanto pare quel provvedimento finalizzato proprio a impedire l’accesso indisturbato dei minori all’acquisto di tabacco è rimasto lettera morta. Ebbene, secondo un’indagine Doxa commissionata dall’Istituto superiore di sanità, è vero che gli italiani comprano quasi sempre le sigarette dal tabaccaio (85,5 per cento contro il 7,5 per cento che usa i distributori automatici), ma è altrettanto vero che la percentuale di chi non entra nelle rivendite per acquistare tabacco è quasi il doppio (13,7 per cento) nel caso dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Una prassi confermata anche da un recente studio eseguito negli Stati Uniti dall’università del Massachusetts per accertare l’abilità dei giovani (ragazzi tra i 12 ed i 17 anni) a procurarsi tabacco a scapito dei divieti di vendita ai minori. I ricercatori Usa hanno scoperto che ha avuto un buon fine il 34,8 per cento dei tentativi di acquisto dai rivenditori e ai distributori automatici con o senza dispositivi di blocchi di chiusura. Dei tentativi riusciti ben il 75 per cento ha riguardato l’acquisto dalle macchinette automatiche.

A nulla serve inoltre, nel nostro paese, l’obbligo di tenere attivi i distributori automatici di sigarette solo dalle 21 alle 7 del mattino. I tempi in cui da piccoli si andava a letto subito dopo Carosello sono passati da un pezzo, hanno commentato a più riprese le maggiori organizzazioni di tutela dei consumatori. Men che meno si dimostra efficace la circolare emanata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) l’11 gennaio 2007 che “al fine di evitare che il prelievo delle sigarette possa essere effettuato da soggetti minori di sedici anni”, ha posto l’obbligo di istallare “presso le rivendite o nelle immediate adiacenze, nonché presso i pubblici esercizi, esclusivamente distributori automatici dotati di sistema di lettura automatica di documenti contenenti l’indicazione anagrafica degli utenti”. In questo scenario assume particolare significato l’arrivo di oggi a Genova del bus della campagna ‘Noi non dobbiamo fumare’ voluta dal Moige (Movimento italiano genitori) e dalla Fit (Federazione italiana tabaccai) per prevenire “l’accesso al fumo da parte dei minori” sensibilizzando gli adulti, in special modo i tabaccai: “Non solo perché lo dice la legge – sottolinea una nota del Moige – ma anche perché lo dicono il buon senso e numerose ricerche che confermano la maggiore pericolosità del fumo per gli adolescenti”. Come non ricordare però che è stata proprio la Fit a lanciare lo scorso anno l’idea di istallare lettori ottici nei distributori automatici. Già, perché, è quasi superfluo sottolineare quanto sia semplice per qualsiasi ragazzino farsi prestare un documento dall’amico o dal fratello maggiore, magari in cambio di qualche sigaretta. Ancora più preoccupante il fatto che proprio in base a questo quadro lo scorso anno il Moige abbia dato il via alla campagna di prevenzione dell’accesso al fumo in età giovanile insieme alla Fit con il patrocinio dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – l’autorità che recependo il provvedimento del ministero della Salute avrebbe potuto obbligare i tabaccai a piazzare i distributori all’interno delle rivendite, ma non lo ha mai fatto – dell’Istituto italiano di medicina sociale e dell’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani), e con il contributo delle multinaziuonali del tabacco. All’operazione si è unita anche Logista, la società che detiene in pratica il monopolio della distribuzione delle sigarette. A parte Philip Morris, infatti, secondo quanto appreso dal VELINO anche Altadis, la holding di Logista, è impegnata a installare presso le tabaccherie macchinette automatiche caricate per il 75 per cento di Gauloises, il prodotto di punta di quello che è anche il leader europeo della distribuzione.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Philip Morris, come dominare il mercato in barba all’Antitrust

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Maggio 2007

Scacco matto in due mosse. Tante ne mancano a Philip Morris per ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi in Italia, il cui monopolio è attualmente nelle mani di Logista, una società del gruppo franco–spagnolo Altadis leader europeo del settore. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis e Logista – circa il 60 per cento di sigarette distribuite in Italia sono di marca Philip Morris e in Europa la situazione non è dissimile – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.

La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una situazione di completa liberalizzazione. Quanto a questa è solo questione di tempo, quello che occorre al direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato (Aams), Giorgio Tino, per emanare il decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Norma introdotta dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio nel settore della distribuzione dei tabacchi. Essa concede infatti l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Vale a dire che tutti produttori di sigarette potranno avere una propria rete distributiva. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di Dfl si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte ai 250 depositi capaci di distribuire i cento miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese che si troverebbe a gestire Philip Morris tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Dunque tutto ruota intorno all’articolo 97, da mesi al centro anche di frizioni tra il governo e i Monopoli. Va ricordato infatti che Tino – il quale pur essendo il direttore generale dei Monopoli ha fatto parte del Consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006 – avrebbe dovuto emettere il decreto che intacca il potere del monopolista della distribuzione entro il 31 marzo scorso. Cosa che si è guardato dal fare anche perché, come precisato al VELINO dall’Aams, quel limite non è perentorio ma ordinatorio: “Nel senso che nella Finanziaria non c’è alcun divieto di superare i 90 giorni dal primo gennaio 2007 per il varo del regolamento”. L’attesa di Tino ha in un primo momento spiazzato chi nel governo punta sul comma 97 per correggere le storture della privatizzazione del 2003. Difatti le iniziali pressioni sul dg dell’Aams sono state allentate dall’esecutivo per convincere Logista ad accordarsi con Agemos sulla questione dei 120 contratti da tagliare. Pressione che dopo l’improvvisa rottura delle trattative tra i due del 19 aprile scorso è risalita a mille atmosfere. Sembra dunque, come detto, solo questione di giorni l’emanazione del regolamento che sulla carta apre il mercato della distribuzione a chiunque, mentre di fatto lo consegna a un unico soggetto. Che questa volta è Philip Morris, inseritasi nella partita con il ‘colpo-Borghese’. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, partito per riequilibrare il sistema distributivo, finisce col mettere in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite. Scacco matto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Salute: Parte la campagna europea contro il tabacco

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Gennaio 2007

I costi sanitari in Europa legati al tabagismo superano ormai i cento miliardi di euro l’anno e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il consumo di tabacco rimane la principale causa evitabile di cancro: “Sarebbe sufficiente modificare le proprie abitudini di vita”. Un suggerimento condiviso in pieno dal commissario europeo per la Salute, Markos Kyprianou, il quale oggi ha inaugurato l’edizione 2007 della campagna “Per una vita senza tabacco” che coinvolge i 27 stati membri dell’Unione. L’attenzione dell’iniziativa si concentra soprattutto sugli effetti del fumo passivo che, si stima, causa la morte di quasi 20 mila persone, ogni anno in Europa. Un problema di primaria importanza che l’Italia, primo tra i paesi fondatori dell’Unione, ha affrontato tramite il decreto antifumo nei luoghi pubblici del presidente della Repubblica del 23 dicembre 2003, più noto come “legge Sirchia”. “Il nesso di questa iniziativa con la nostra legge e con la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco ratificata dalla maggior parte degli stati membri Ue è evidente – spiega al VELINO l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia -. Si potrebbe dire che il progetto di Kyprianou affonda le sue radici nella Conferenza informale dei ministri della Salute del 2003, organizzata in occasione del semestre italiano di presidenza europea, quando l’avviamento dell’iter della legge antifumo stava provocando non pochi mal di pancia alle nostrane lobby del tabacco”.

Il commissario Ue ha tagliato il nastro della campagna che si pone “l’obiettivo di motivare i cittadini europei ad adottare stili di vita più salutari per raggiungere sostanziali benefici per la salute ed evitare, oltre ai costi economici, molte sofferenze correlate a malattie che si possono prevenire”. Non aspettiamoci però risultati immediati. Come sottolineato da Sirchia, sono ancora considerevoli i contrasti da superare per diffondere a livello europeo una efficace cultura di prevenzione in materia di tabacco. “La Germania, per esempio, in un primo tempo si era opposta in maniera drastica alla convezione Oms, al punto di non firmarla nemmeno, per via dei notevoli interessi economici comuni di produttori di tabacco, pubblicità e giornali”. Di recente la fiera resistenza del governo tedesco a sottoscrivere gli accordi e dare la priorità alla salute dei cittadini piuttosto che ai fatturati delle multinazionali si è affievolita. Anche a causa del deferimento presso la Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver adeguato la propria normativa alla direttiva comunitaria 2003/33/Ce contro la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. Non a caso, dunque, nel novembre scorso si è avviato un dibattito politico trasversale per trovare il modo di rientrare nei parametri comunitari, ma la proposta di legge sul fumo presentata a inizio dicembre a Berlino è durata poco più di 48 ore, cancellata dalle critiche mosse dai giuristi che la considerano non compatibile con la costituzione tedesca. A oggi quindi i cittadini dei Laender, fumatori e non, si trovano nella stessa situazione di britannici e greci, cioè senza alcuna legge di tutela dai danni da fumo, pur avendo dimostrato leggeri segnali di apertura al cambiamento.

“Anche Francia e Spagna incontano al momento serie difficoltà a varare una legge sul modello di quella italiana – sottolinea l’ex ministro della Salute -. Alcuni mesi fa sembrava che in questi due paesi si fosse aperta una strada più sensibile alle necessità dei non fumatori, ma da qualche tempo non se ne sa più nulla. Ben venga allora la piattaforma europea della lotta al fumo proposta da Kyprianou, perché a questo punto può servire a trascinare anche i tiepidi”. Un discorso a parte va fatto per i neo entrati nell’Unione, Romania e Ungheria, ma anche per la gran parte dei paesi est europei. “Non ci si può certo attendere una rivoluzione in tempi brevi – osserva Sirchia – l’iniziativa è sì rivolta all’Europa dei 27, ma va considerato che, specie nei paesi dell’est, non sono mai nemmeno state accennate battaglie in favore della prevenzione. La stessa impostazione del servizio sanitario riguardo la cura delle malattie connesse al fumo è sempre stata limitata allo stretto indispensabile, quindi la nuova frontiera della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che esige attenzione, cultura e soldi, lì è molto acerba. Ma la campagna di Kyprianou – conclude l’ex ministro della Salute – serve proprio a questo, ad avviare tutti i 27 sulla stessa strada, quella che va in direzione opposta degli interessi economici di chi non si perita di pubblicizzare strumenti di morte”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Contrabbando, UE: Philip Morris deve 275 mln di euro all’Italia

Pubblicato da Federico Tulli su 12 Ottobre 2006

Individuata come responsabile di contrabbando di sigarette, la Philip Morris, il colosso mondiale del tabacco, per evitare sanzioni più serie anche dal punto di vista penale, pagherà all’Unione Europea, in base a una transazione fatta nel 2004, la somma di un miliardo 250 milioni di dollari, pari a circa 2.500 miliardi delle vecchie lire. Questi denari andranno divisi tra la UE e dieci paesi che hanno subito danni in seguito alla complicità della Philip Morris con il contrabbando. All’Italia spetteranno 275 milioni di euro che dovranno essere versati in 12 anni con rate di 23 milioni.

La vicenda si trascina sin dai primi mesi del 2004. Philip Morris International, per porre fine alle battaglie legali che la vedevano protagonista in molti paesi dell’Unione con l’accusa di aver contrabbandato bionde, propose un concordato. A luglio dello stesso anno la Commissione annunciò la chiusura delle controversie aperte nei confronti della Philip Morris “per collusione nel contrabbando di sigarette” attraverso un accordo che prevedeva, si legge nel comunicato Ue IP/04/882, oltre al pagamento di un miliardo 250 milioni di dollari “l’impegno a rafforzare le proprie procedure di controllo e a limitare i suoi volumi di vendita, affinché restino in linea con la domanda del mercato”. L’accusa avanzata da Bruxelles era infatti che la multinazionale fornisse troppe sigarette ai paesi con una bassa tassazione sul tabacco incoraggiandoli di fatto al contrabbando verso gli stati con tassazione più alta. Questa tesi è sempre stata respinta dalla Philip Morris che comunque alla fine ha accettato le richieste della Commissione. Inoltre, si legge ancora nel comunicato Ue, al fine di garantire la maggiore collaborazione possibile con le autorità nazionali e comunitarie “Philip Morris deve indicare su determinati imballaggi informazioni sul mercato previsto per la vendita al dettaglio, deve apporre sulle stecche di sigarette etichette con codici a barre leggibili tramite lettore ottico, infine dare attuazione ad altre procedure utili per tracciare e localizzare i suoi prodotti”. Dopo la firma la UE e la Philip Morris precisarono che quel miliardo e 250 milioni di dollari non era una multa, ma un pagamento volontario per “dimenticare l’ostilità del passato e cooperare”. E’ dunque, a più di due anni dall’accordo che Bruxelles ha annunciato le percentuali di spartizione tra la UE e i dieci governi danneggiati dal contrabbando e la contraffazione di sigarette: oltre all’Italia, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna, che si divideranno circa 105 milioni di dollari l’anno in base al danno erariale subito. Dando un occhiata alla tabella delle percentuali di risarcimento, si scopre che l’Italia fu la più vessata dall’attività di Philip Morris visto che riceverà il 28,63 per cento della somma complessiva, cioè circa 29 milioni di dollari (22 milioni di euro) ogni anno fino al 2015. Poco più di quanto spetta alla Germania, che otterrà il 24,6 per cento, vale a dire un risarcimento annuo di circa 26 milioni di dollari.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Francia, la Sirchia fa scuola, fumo vietato nei luoghi pubblici

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2006

Fumare uccide, ma frequentare luoghi pubblici anche. Ne sono convinti in Francia dove un’apposita commissione ha presentato oggi all’Assemblea nazionale (il Parlamento francese) il rapporto sulla fattibilità di un decreto legislativo sulla falsa riga della nostra legge Sirchia contro i danni per la salute causati dal fumo passivo. Secondo Directsoir, il documento della commissione non contiene sorprese e aprirà la strada al dibattito parlamentare che entro un paio di settimane deciderà i termini della normativa antifumo d’oltralpe. Così, grazie anche all’aperto sostegno del ministro della Salute, Xavier Bertrand, la Francia, dopo Italia, Spagna e Lussemburgo, si adeguerà alle linee guida della Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco, la Framework Convention on Tobacco Control, entrata in vigore nel febbraio del 2005 e sottoscritta da 168 Paesi. Non va peraltro sottovalutato il decisivo sostegno dato all’iter transalpino dall’esperienza italiana, come ha raccontato al VELINO l’ex ministro della Salute e padre dell’omonima legge antifumo Gerolamo Sirchia. Nel luglio scorso, aveva rivelato Sirchia, “ho incontrato il presidente dell’Assemblea nazionale francese, M. Jean-Louis Debré. È venuto in Italia con una delegazione per studiare la nostra legge in vista del loro dibattito parlamentare sulla tutela dei fumatori passivi. Mi chiedevano anzitutto come fosse possibile che gli italiani la rispettassero e, secondo, quale fosse il modo per farla rispettare. Gli ho risposto che il segreto è tutto nella consapevolezza di aver pensato una buona legge. Infatti, da parte nostra, al momento della stesura non ci fu alcun timore di un insuccesso. Confidavamo sulla capacità di comprensione degli italiani riguardo all’importanza di un passo del genere dal punto di vista sanitario”.

Il varo di una legge antifumo in Francia costituisce una grande vittoria dell’Union pour un mouvement populaire (Ump) il partito di cui è presidente Nicholas Sarkozy, attuale ministro dell’Interno e candidato alle prossime presidenziali dato per vincente dagli ultimi sondaggi di Le Monde. Un successo per Sarkozy frutto di una rischiosa scommessa vista la posta politica in palio e le enormi pressioni delle lobby del tabacco che anche in Francia, così come fu per l’Italia, non hanno mancato di far pesare il loro potere non solo economico. Ma i grossi produttori mondiali di bionde hanno trovato in Yves Bur, vicepresidente Ump all’Assemblea nazionale, un ostacolo insormontabile. È stato lui infatti la punta di diamante della lotta per il divieto di fumare nei luoghi pubblici iniziata nel novembre 2005 quando ha presentato il primo progetto di legge. Ora dopo nemmeno dodici mesi, (Sirchia riuscì solo dopo due anni a superare gli ostacoli che ne impedivano la discussione in Parlamento), quel progetto ha buone possibilità di divenire la traccia di un decreto che il ministro Bertrand ha intenzione di emettere con applicazione dal primo gennaio 2007.

I fumatori francesi, dunque, dall’inizio dell’anno prossimo dovranno modificare radicalmente le proprie abitudini al pari di quelli italiani oramai costretti ad aspirare tabacco e nicotina fuori dei luoghi di lavoro, ristoranti e discoteche? Non proprio. Alcuni settori sensibili beneficeranno di “adattamenti progressivi” ha precisato Xavier Bertrand. I caffè e i tabaccai, le discoteche o i ristoranti potranno essere temporaneamente esonerati. Sfuggiranno dunque ad una delle ultime grandi opere del mandato del presidente uscente, Jacques Chirac, che in questo caso ha trovato un prezioso alleato nella ricerca scientifica. L’opinione pubblica francese è rimasta infatti molto impressionata dai risultati di uno studio coordinato dal Centro internazionale di ricerca sul tumori e dal Roswell Park Cancer Institute pubblicato il 27 settembre scorso. Il rapporto ha classificato la Francia al sest’ultimo posto tra i paesi con la qualità dell’aria dei suoi luoghi pubblici visto che nel 42 per cento di essi è considerata “pericolosa”. È stato inoltre rivelato che la qualità dell’aria è malsana anche nelle stazioni dove il divieto esistente viene sovente ignorato. Questo lascia pensare che sarà solo questione di tempo e anche in Francia cadranno gli ultimi baluardi dei patiti del fumo a tutti i costi in nome del diritto dei non fumatori a non respirare nessuna delle quattro mila particelle cancerogene sprigionate dal tabacco che brucia.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, FIT: “Non decidiamo noi il prezzo delle sigarette”

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Settembre 2006

In relazione alla recenti dichiarazioni rilasciate al VELINO dal vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, in merito alla pubblicità ed ai prezzi del tabacco, il presidente della Federazione Italiana Tabaccai, Giovanni Risso, replica: “È fondamentale chiarire che i prezzi dei pacchetti di sigarette sono determinati, secondo quanto dettato dalle disposizioni di legge in materia, con decreto del Direttore Generale dell’AAMS su richiesta dei vari produttori e sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Inoltre il prezzo minimo di vendita, che è rapportato al costo per il pubblico della sigaretta più venduta, è stato pensato dal legislatore per una precisa ragione di tutela della salute pubblica, in quanto considerato dissuasivo dall’acquisto dei tabacchi, soprattutto nei confronti dei più giovani. Pertanto, come è facile evincere, la FIT non ha alcuna voce in capitolo per determinare tale prezzo e nulla fa in tal senso. È anzi riscontrabile che la nostra associazione nulla ha a che vedere con ingerenze in poteri che non le competono, visto che ormai da anni è impegnata a contrastare i ripetuti incrementi di prezzo delle sigarette attraverso iniziative che rientrano rigorosamente nell’alveo della sua attività istituzionale di tutela della categoria che rappresenta. Ciò in virtù del fatto che è provato, da quanto già successo in Francia e in Gran Bretagna, che l’aumento del costo delle sigarette determini una diminuzione delle vendite solamente attraverso i canali autorizzati, facendo di contro esplodere il mercato illegale del contrabbando”. Riguardo a ciò, prosegue il presidente Risso, “coincidenza vuole che anche in Italia la recente recrudescenza del fenomeno del contrabbando si sia manifestata nel momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo, con la conseguenza della diminuzione delle entrate dal canale di vendita legale, attraverso il quale, non va dimenticato, confluiscono nelle casse dello Stato circa i tre quarti del prezzo di un pacchetto di sigarette. Inoltre, cosa assai grave, dai canali illegali vengono acquistate sigarette prodotte senza alcun minimo rispetto delle norme igienico-sanitarie che sono imposte ai produttori autorizzati: tabacchi che non sono conformi ai contenuti massimi di sostanze nocive – catrame, nicotina e monossido di carbonio – che sono imposti al canale distributivo legale e che l’AAMS sottopone a rigide direttive e controlla periodicamente. Le prove delle azioni della FIT in tal senso e l’evidenza della sua posizione sono nei resoconti dei recenti incontri fra i suoi vertici ed autorevoli rappresentanti del Governo nonché facilmente riscontrabili sulle rassegne stampa degli ultimi mesi, nelle quali è chiara e netta la contrarietà della FIT all’aumento dei prezzi per i motivi fin qui espressi”. Infine, conclude Risso, nel rigettare qualsiasi tipo di accusa, “va precisato che la FIT non possiede, né ha mai posseduto, azioni della Logista”.

A sua volta, il vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, nella sua intervista del 19 settembre scorso aveva dichiarato al VELINO: “La presenza sui giornali di tutte queste foto a marchi di sigarette, come Fortuna, Camel, Marlboro, stampati sulle tute o sulle moto dei corridori motociclistici, quando a noi lo Stato proibisce di regalare ai clienti un accendino per ogni stecca di sigarette perché invoglia a fumare, la dice lunga sul potere dei soggetti privati che gestiscono il mercato del tabacco in Italia”. Oggetto dell’accusa del vicepresidente di Assotabaccai Lamberto Lasagni sono i grandi produttori di sigarette e Logista, la società spagnola che gestisce da monopolista privato la distribuzione dei lavorati al tabacco in virtù dei contratti stipulati con le aziende produttrici (Philip Morris, British American Tobacco, RJ Reynolds, Japan Tobacco, etc) che operano in Italia. Quello della pubblicità indiretta alle marche da fumo attraverso i media, di cui si trova continuamente traccia sui giornali non è, racconta Lasagni al VELINO, “l’unico esempio di strapotere delle multinazionali: un discorso analogo va fatto sul costo dei pacchetti di sigarette. Può sembrare un paradosso, ma se fosse troppo alto i produttori e quindi Logista, guadagnerebbero di meno perché venderebbero di meno. E allora, visto che il costo del pacchetto in Italia è tra i più bassi del mondo, in pratica si può dire che, fatto salvo il prezzo minimo a 3,20 euro, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato non decide nulla che non sia di gradimento di Logista. E questo accade col benestare dei produttori, ma anche dell’altra associazione, la Federazione italiana tabaccai, visto che è azionista per il cinque per cento proprio della società spagnola”. Dunque, ricapitolando, il mercato italiano del tabacco è composto da BAT e PM, che vendono oltre il 90 per cento dei circa 93 miliardi di sigarette fumate in Italia, da poche altre aziende che si dividono il restante dieci per cento, da un unico distributore che gestisce tutti i depositi fiscali, e da due associazioni che rappresentano i tabaccai, di cui una è azionista del monopolista privato che rifornisce le 55 mila rivendite di sigarette. Alla luce di questo, considerando lo smisurato potere economico dei soggetti in campo – aziende che fatturano decine di miliardi di euro l’anno – si spiega come mai trovi enormi difficoltà nel raggiungere gli obiettivi sperati ogni campagna pubblica di disincentivo al fumo. Come quella che si tradusse nel 2004 nella decisione del governo di fissare i prezzi minimi sui pacchetti di sigarette. Una conferma di insuccesso che arriva anche dalle parole di Lasagni.

“Ovviamente – precisa il vice presidente di Assotabaccai al VELINO – noi pensiamo che ognuno debba essere libero di fumare ma, a parte quel sei per cento che ha smesso per via della legge Sirchia, non abbiamo notato particolari rinunce dei fumatori di fronte all’imposizione di un prezzo del pacchetto che parte da 3,20 euro”. Una mossa, questa del governo che, favorendo il consumo di sigarette di qualità, oramai poco più costose di quelle scadenti, da una parte ha fatto scattare una procedura dell’Unione europea contro l’Italia per aver infranto la direttiva che regola la concorrenza, dall’altra risulta inefficace anche di fronte agli studi pubblicati tra il 1999 e il 2006 da Banca mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità. Ognuna di queste analisi è giunta alla conclusione che i fumatori diminuiscono in proporzione di un forte aumento del prezzo del pacchetto, e che a permettere il successo dell’operazione è l’inasprimento delle accise e non l’imposizione di prezzi minimi seppur alti. “È una tesi – conclude Lasagni – che in parte condivido. Sono dell’idea che chi fuma pagherebbe anche dieci euro, ma certo non si disincentiva il fumo fissando prezzi che portano il costo delle marche minori ad un solo euro di differenza da quello delle più famose”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Contrabbando, multinazionali del tabacco a rischio sentenza-mazzata

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Settembre 2006

Alcuni tra i maggiori produttori di tabacco del mondo, accusati dalla Commissione europea di aver gestito un enorme traffico illegale di sigarette dagli Stati Uniti verso l’Europa, rischiano l’avvio di un’azione giudiziaria da parte dell’Unione europea davanti ai tribunali americani che potrebbe rivelarsi devastante sia sul piano penale per i massimi responsabili delle società coinvolte (Philip Morris International, Inc., R.J., R.J. Reynolds Tobacco Holdings, Inc., RJR Acquisition Corp., R.J. Reynolds Tobacco Company, R.J. Reynolds Tobacco International Inc. e Japan Tobacco Inc.) sia sul piano civile in termini di risarcimento danni. Martedì 12 settembre alle 9,30 la Corte di giustizia europea del Lussemburgo emetterà il suo verdetto sul ricorso presentato dalle multinazionali contro la sentenza del Tribunale di primo grado, che ha dichiarato irricevibili le loro proteste contro la decisione della Commissione.

La sentenza della Corte riguarderà anche l’interpretazione dell’art. 230 CE nonché della giurisprudenza della Corte e gli effetti giuridici della decisione della Commissione di avviare un’azione giurisdizionale civile dinanzi a un giudice di un paese terzo. Questi i fatti, secondo quanto riportato dal bollettino della Curia europea nel sito www.curia.europa.eu: “Il 19 luglio 2000, nell’ambito della lotta contro il contrabbando di sigarette destinate alla Comunità, la Commissione approvò la proposizione di un’azione civile negli Stati Uniti diretta contro alcune imprese americane produttrici di tabacco. Essa decise d’informarne gli stati membri ed autorizzò il proprio presidente, nonché uno dei suoi membri, a dare istruzioni al servizio giuridico per l’adozione dei necessari provvedimenti. Il 3 novembre 2000 la Commissione, a nome della Comunità europea e degli stati membri, che legittimamente rappresentava, ha proposto, secondo le forme di legge, un’azione dinanzi alla United States District Court, Eastern District of New York”.

Secondo la Commissione, “le imprese produttrici di tabacco erano coinvolte in un sistema di contrabbando per l’introduzione e la distribuzione di sigarette nella Comunità” e per questo “ha richiesto il risarcimento del danno derivante dalla perdita dei dazi doganali e dell’IVA”. La District Court ha respinto tale azione. Il 25 luglio 2001 la Commissione ha approvato “la proposizione di una nuova azione civile negli Stati Uniti da parte della Comunità e di almeno uno stato membro contro gli stessi produttori di sigarette. Essa ha nuovamente autorizzato il proprio presidente ed un suo membro ad impartire al servizio giuridico le istruzioni per adottare i necessari provvedimenti. Di conseguenza, la Commissione, a nome della Comunità e degli stati membri che era autorizzata a rappresentare, e dieci stati membri hanno proposto altre due azioni dinanzi alla District Court, una nell’agosto 2001 ed una nel gennaio 2002. Ancora una volta tali azioni sono state respinte. Alla fine del 2000 e nel 2001, le imprese produttrici di tabacco hanno presentato ricorsi dinanzi al Tribunale di primo grado, chiedendo l’annullamento della decisione della Commissione di approvare la proposizione di un’azione contro di loro negli Stati Uniti. La Commissione, sostenuta dal Parlamento e da nove Stati membri, ha affermato che la decisione di proporre un’azione non era un atto impugnabile ai sensi del quarto comma dell’art. 230 CE. Il Tribunale di primo grado ha condiviso tale orientamento ed ha dichiarato il ricorso irricevibile con sentenza 15 gennaio 2003, al che le imprese produttrici di tabacco hanno fatto valere cinque motivi di impugnazione: errata interpretazione dell’art. 230 CE, per il fatto che le decisioni impugnate e la proposizione di azioni civili negli Stati Uniti non siano state considerate idonee a produrre effetti giuridici; violazione del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva; errata applicazione ed interpretazione della giurisprudenza per quanto riguarda l’impugnabilità di un provvedimento manifestamente illegittimo e violazione dell’art. 292 CE”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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