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La pontificia accademia delle sementi biotech

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

pontificiaPrende il via oggi in Vaticano il convegno mondiale “dedicato” agli Ogm. Tra i relatori “uomini marketing” di Syngenta e Monsanto di Federico Tulli

Erano 850 milioni nel 2007 e secondo la Fao sfioreranno il miliardo a fine 2009 le persone nel mondo non più in grado di procurarsi il cibo necessario per vivere. La drammatica velocità con cui si espande questo fenomeno non lascia indifferenti le più importanti istituzioni mondiali. Nel solo 2009 si contano tre cruciali appuntamenti che avranno come tema centrale l’approvvigionamento alimentare nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

Il G8 di luglio prevede sessioni “aperte” ai rappresentanti dei Paesi coinvolti dalla crisi alimentare e alle agenzie internazionali specializzate. A novembre prossimo la stessa Fao, su sollecitazione di Argentina e Brasile, potrebbe organizzare un vertice sulla scia di quello che si è svolto lo scorso giugno a Roma.

In mezzo a queste due date, quella non meno importante del Sinodo per l’Africa, che si svolgerà dal 4 al 25 ottobre in Vaticano. L’incontro è stato annunciato a marzo nel corso dell’ultimo viaggio di Benedetto XVI nel continente africano. In quell’occasione, a Yaoundé (Camerun), il papa ha consegnato ufficialmente l’Instrumentum laboris ai presidenti delle Conferenze episcopali del continente.

Il documento, si legge nel testo, «aspira a stimolare la riflessione, suscitare la discussione, accompagnare e sostenere il discernimento collegiale dei Pastori riuniti in Assemblea sinodale». Il secondo dei quattro capitoli «riporta le “aperture” e soprattutto gli “ostacoli” incontrati dalla società e dalla Chiesa lungo le vie della riconciliazione, della giustizia e della pace, nella triplice dimensione socio-politica, socio-economica e socio-culturale, e nell’esperienza ecclesiale».

Tra gli “ostacoli” l’Instrumentum laboris indica senza mezzi termini gli Organismi geneticamente modificati (Ogm), «Questa tecnica – si legge nel testo – rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di Ogm». Il paragrafo dedicato alle biotecnologie si conclude così: «I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?».

Bella domanda. Sapremo a ottobre cosa pensano i vescovi africani del ruolo delle multinazionali biotech nella crisi agricolo-alimentare che attanaglia le popolazioni delle loro diocesi. Noi avremmo voluto “prendere in prestito” il quesito e girarlo, sempre in Vaticano, pochi metri più in là rispetto al luogo in cui si svolgerà il Sinodo, a qualcuno dei partecipanti al convegno mondiale organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze dal titolo: “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”.

Vorremmo, infatti, capire se esiste una posizione unitaria delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di quella “tecnica che rischia di rovinare i piccoli coltivatori”. Ma non ci sarà possibile. L’evento, che inizia questa mattina per concludersi il 19 maggio, è a porte chiuse. O meglio, le porte sono aperte, ma solo a scienziati notoriamente impegnati nello sviluppo di biotecnologie per l’agricoltura, come si evince dal programma dell’evento e come denunciano Mario Capanna, Guido Pollice e Fabrizia Pratesi (rispettivamente presidente della Fondazione diritti genetici, presidente Verdi ambiente e società, e coordinatrice del comitato scientifico Equivita).

Le tre organizzazioni hanno invano chiesto agli organizzatori di partecipare per creare quella sorta di contraddittorio che di un convegno scientifico normalmente costituisce l’essenza. E lettere di protesta formale alla Pontificia sono arrivate, tra gli altri, dall’Unione dei missionari irlandesi e dal Cidse, network di 16 organizzazioni cattoliche europee e nordamericane con una lunga esperienza sui temi della sicurezza alimentare.

Ma nemmeno per loro, evidentemente, c’era posto. Vanno dunque considerati dei miracolati due che proprio scienziati non sembrano, ma che risultano tra i relatori. Stiamo parlando di Eric Sachs, da circa trenta anni alla Monsanto, dove attualmente è a capo degli affari scientifici e regolatori della multinazionale. Sachs si occupa, in pratica, dell’accettazione degli Ogm nel mondo, comunicandone “innocuità e benefici”.

Il secondo “uomo marketing” è Adrian Dubock, uno storico ex della Syngenta adesso impegnato in libere consulenze, che nel suo abstract esordisce con l’affermazione che le multinazionali conducono i loro affari “eticamente”. Insomma, a quanto pare, alla Pontificia avremo da un lato gli scienziati impegnati nello sviluppo di biotecnologie agroalimentari e dall’altra le aziende che queste biotecnologie vendono in giro per il mondo. Stando all’Instrumentum laboris, pure in Africa. Dal quotidiano Terra del 15 maggio 2009

(vedi anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/01/ogm-e-fame-nel-mondo-doppio-gioco-del-vaticano/)

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Ogm e fame nel mondo, il doppio gioco del Vaticano (con replica dell’Osservatore Romano)

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

Semi di soja convenzionali

Semi di soja convenzionali

No global all’estero, la Chiesa cattolica e apostolica romana in casa indossa i panni del perfetto business man. È questa, a quanto pare, la politica del Vaticano in tema di organismi geneticamente modificati. Una politica doppia. La denuncia è della Fondazione diritti genetici e colpisce diritto al cuore un’istituzione che è il fiore all’occhiello del piccolo (ma potente) Stato oltretevere, la Pontificia accademia delle scienze (Pas). Nemmeno un mese fa, durante il suo viaggio in Africa, Benedetto XVI criticava l’uso degli Ogm come panacea del dramma della fame e la politica delle multinazionali nel Sud del mondo. Fra poco più di 20 giorni, a partire dal 15 maggio, la Pas organizzerà una settimana di studi dal titolo “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”. Un’intera settimana congressuale nel cuore della Città del Vaticano a cui parteciperà il gotha degli esponenti pro-Ogm (circa 40 tra ricercatori, accademici, legali e businessmen), compresi gli esperti delle multinazionali biotecnologiche Monsanto e Syngenta. Proprio quelle additate dal papa, vista la loro radicata presenza in Africa. Trattandosi di questioni di Chiesa, e sentite le parole del pontefice, si potrebbe pensare che l’invito dei rappresentanti del top a livello mondiale in tema di biotech sia finalizzato a una loro redenzione. Ma così non è, anzi. Al congresso, spiega il presidente della Fondazione diritti genetici (Fdg), Mario Capanna, non esisterà contraddittorio: «Nessuna delle centinaia di organizzazioni sociali e scientifiche che propongono un modello di sviluppo alternativo agli Ogm, fondato sulla qualità e sul rispetto dei popoli e dei territori, è stata invitata all’evento». A metà marzo lo stesso Capanna aveva scritto una lettera al fisico Nicola Cabibbo e a monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, rispettivamente presidente e cancelliere della Pas, per sottolineare la mancanza e chiedere un’apertura agli esclusi. «A oggi – chiosa il presidente della Fdg – non ho ricevuto alcuna risposta. Evidentemente – aggiunge – si teme un confronto che possa dimostrare come gli assunti su cui si regge l’iniziativa siano assolutamente antiscientifici oltre che antipapali». Spiega, infatti, Capanna: «Il convegno presenta gli Ogm come soluzione al problema della fame nel mondo. Peccato però che gli studi scientifici, oltre alle dichiarazioni del papa, smentiscano questa posizione». Gli ultimi dati sulla diffusione commerciale degli organismi transgenici indicano infatti che, a ben tredici anni dalle prime semine biotech e a diversi lustri dall’avvio delle relative ricerche e sperimentazioni, soltanto quattro colture e due tratti transgenici sono stati messi a disposizione degli agricoltori, nessuno di questi per combattere la fame. «In secondo luogo – ricorda Capanna – una ricerca appena commissionata, tra gli altri, da Banca mondiale e Fao, che ha coinvolto 400 scienziati e decine di Paesi del Nord e del Sud del mondo, ha chiarito in modo inequivocabile che le colture transgeniche non sono una soluzione per la fame o la povertà. E lo stesso pontefice, in occasione della Giornata mondiale della pace, aveva già ricordato che il problema della fame nel mondo non deriva certo dalla mancanza di cibo ma da questioni ben più complesse, come ad esempio la speculazione finanziaria, e che dunque non è risolvibile attraverso l’applicazione di una nuova tecnologia».

Dal quotidiano Terra del 23 aprile 2009 **Federico Tulli**

(vedere anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/15/la-pontificia-accademia-delle-sementi-biotech/)

**La replica dell’Osservatore Romano**

Il dibattito sugli ogm

Quando si sgomita per arruolare il Vaticano

(©L’Osservatore Romano 1 maggio 2009)

di Francesco M. Valiante

Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di “pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta”.

Il copione delle campagne pro o contro gli ogm è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa “è contro le multinazionali del biotech” o, al contrario, “non ha mai detto no agli ogm”. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del “doppio gioco del Vaticano”, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano.

Va da sé che la posta in gioco è molto alta. Secondo l’ultimo rapporto dell’Isaaa (International service for the acquisition of agri-biotech applications), la superficie coltivata a ogm nel mondo ha raggiunto nel 2008 l’8 per cento dell’area totale agricola, cioè 125 milioni di ettari di terreni nei quali lavorano 13,3 milioni di contadini. E continua a crescere di anno in anno, a dispetto di limiti normativi assai rigidi e resistenze mentali generalizzate. Trascinando verso l’alto anche i già lauti introiti delle aziende biotecnologiche. Le quali, com’è noto, soprattutto dopo la sentenza della Corte suprema statunitense che nel 1980 ha aperto le porte alla brevettabilità degli organismi viventi, incassano profitti non solo dalla vendita ma anche dalla riproduzione e dal riutilizzo delle sementi geneticamente modificate.

Una cosa è certa, comunque: nel mondo continua ad aumentare anche il numero di coloro che non hanno sufficiente accesso all’alimentazione. Dal 2007 l’esercito degli affamati è cresciuto di 115 milioni di unità, giungendo alla cifra record di quasi un miliardo di persone. E questo nonostante le risorse attuali del pianeta siano sufficienti a nutrire in modo adeguato la sua popolazione, come ha riconosciuto il direttore esecutivo del programma alimentare mondiale dell’Onu Josette Sheeran. Smentendo così uno dei cavalli di battaglia dei supporter degli ogm e confermando invece che la crisi alimentare – secondo quanto afferma anche il messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2009 – non deriva in primo luogo dalla scarsezza di cibo ma dalla sua iniqua distribuzione. E dalle difficoltà di accesso ai generi di prima necessità provocate da fenomeni speculativi internazionali.

Di questa evidenza offre una conferma autorevole anche il recente documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi per l’Africa. Che, giova ricordarlo, non è un testo pontificio o curiale, ma nasce da un’ampia consultazione dal basso. Nella quale sono stati coinvolti i vescovi, i religiosi, le istituzioni ecclesiali locali e i fedeli impegnati a vario titolo nell’opera di evangelizzazione e promozione umana del continente. Non a caso il Papa ha voluto consegnarlo personalmente ai presuli africani lo scorso 19 marzo a Yaoundé. Assicurando in quell’occasione che esso “rispecchia il grande dinamismo della Chiesa in Africa ma anche le sfide con le quali essa deve confrontarsi”.

Fra queste il documento cita appunto la grave situazione di ingiustizia e di povertà delle popolazioni agricole. Denunciando in tale contesto “le multinazionali che continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali”. E, in particolare, la campagna a favore degli ogm, che – si afferma – “pretende di assicurare la sicurezza alimentare” ma in realtà minaccia di “rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici”.

La questione resta comunque aperta: nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione.

www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2009/100q01b1.html

**I lanci d’agenzia**

30-04-09

OGM: OSS.ROMANO, PER VATICANO QUESTIONE APERTA MA NESSUN ‘DOPPIO GIOCO’

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 30 apr – ”Nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto piu’ che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilita’ ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilita’. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. Lo scrive l”Osservatore romano’, il quotidiano della Santa Sede, affrontando la questione della posizione della Santa Sede sugli organismi geneticamente modificati e rispondendo all’accusa di ”doppio gioco” lanciata dal quotidiano ‘Terra’. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”’.

”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – prosegue l’Osservatore Romano – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Invece conclude l’articolo, ”la questione resta comunque aperta”.

asp/sam/alf

Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

di Apcom

“Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa”

Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”.

ANSA POL 30/04/2009 16.58.00

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VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO

VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 APR – Il Vaticano non ha posizioni dogmatiche sugli ogm, anzi la questione ”resta aperta” , in ”quanto nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali”, Cosi’ l’Osservatore Romano risponde a chi tirare la Santa Sede da una parte o dall’altra. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. ”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (ANSA) PIN 30-APR-09 16:55 NNN

APBS POL 30/04/2009 16.38.46

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* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi * Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi “Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa” Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Ska 30-APR-09 16:36 NNNN

AGI CR 30/04/2009 16.13.40

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= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO =

= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = == OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = (AGI) – CdV, 30 apr. – “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila”. Lo scrive oggi l’Osservatore Romano sottolineando che “grandi manovre sono in atto da tempo” e ricorda che “durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il card. Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. “Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – rileva l’articolo – e’ quasi sempre lo stesso: si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio anche tra le fila ecclesiastiche i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’”. Cosi’, lamenta il giornale diretto dal prof. Giovanni Maria Vian, “ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (AGI) Siz 301614 APR 09 NNNN

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Il ritorno di Vandana

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Aprile 2009

La scienziata indiana Vandana Shiva

La scienziata indiana Vandana Shiva

«Fino a poco tempo fa chi parlava di crisi veniva bollato come una cassandra. Oggi “crisi” sembra diventata la parola d’ordine. Perché la crisi, o meglio, le crisi sono più che mai evidenti. Così evidenti che anche i principali responsabili del disastro si stanno tardivamente dannando per trovare delle soluzioni. Sono gli stessi che hanno sempre fatto “orecchie da mercante” (la metafora non è casuale) di fronte agli appelli delle cassandre». Parole importanti quelle del presidente di Slow food, Carlo Petrini, nella prefazione di Ritorno alla terra, l’ultimo libro di Vandana Shiva. Appena pubblicato per Fazi, in terza di copertina è presentato come una «lettura obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del pianeta». Sono la catastrofe alimentare, il peak oil e il surriscaldamento globale l’inevitabile risultato di pratiche scellerate che l’Occidente industrializzato ha attuato per decenni in barba agli allarmi di quelle cassandre. Dallo sprezzo per le regole di mercato, all’uso di pesticidi e Ogm, Shiva spiega perché i tre problemi più urgenti per l’umanità siano profondamente collegati e perché ogni tentativo di risolverne uno, senza implicare tutti gli altri, si sia rivelato fallimentare. L’autrice ci dimostra che è possibile immaginare un futuro libero dalla dipendenza dal petrolio e dalle assurde regole della globalizzazione sfrenata. La scienziata indiana sarà il 15 maggio alla fiera del Libro (Torino) e il 31 maggio a Terra futura (Firenze). Dal quotidiano Terra **Federico Tulli**

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La prevenzione è servita

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2008

Salute e longevità. Anche grazie alla dieta mediterranea che nel 2009 diventerà patrimonio dell’Unesco. Ricercatori dell’Idi-Irccs ne hanno studiato gli effetti protettivi rispetto al melanoma cutaneo
di Federico Tulli

Da sempre considerato il più efficace strumento per mantenere una buona forma fisica, la dieta può avere un ruolo determinante pure nella prevenzione di malattie, anche gravi. Specie se si tratta della dieta mediterranea. L’ultimo studio in ordine di tempo che conferma le qualità dell’alimentazione a base di farinacei, frutta, legumi, verdure e omega 3 tipici dell’area mediterranea, è stato appena pubblicato sul numero di ottobre dell’International Journal of Epidemiology. Alcuni ricercatori dell’Idi-Irccs (Istituto dermopatico dell’Immacolata-Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) di Roma coordinati dalla dottoressa Cristina Fortes hanno mostrato che seguire questo particolare regime alimentare può avere un effetto protettivo sul melanoma cutaneo. Che è un tipo di tumore della pelle, con un tasso di incidenza in costante aumento negli ultimi dieci anni, il cui rischio di sviluppo è legato a fattori genetici e a fattori ambientali.

Allo stato attuale delle conoscenze l’eccessiva esposizione solare, in particolar modo le scottature, sono infatti i fattori più importanti nell’insorgenza di questo melanoma. E le persone con capelli, occhi e carnagione chiara e con scarsa capacità di abbronzarsi e suscettibilità alle scottature corrono i rischi maggiori. Dagli studi condotti nei laboratori dell’Idi e dell’ospedale San Carlo di Roma si è visto che per i soggetti analizzati consumare almeno una volta alla settimana pesce ricco di acidi grassi omega 3 (sardina, alice, tonno, salmone), frutta (almeno una volta al giorno), verdura (almeno cinque volte a settimana) e fare uso regolare di erbe aromatiche fresche diminuisce il rischio di melanoma cutaneo di circa due volte. Arance, pompelmi, il cavolfiore, i broccoli, le verdure a foglia scura e le carote sono risultate particolarmente protettive.

Questa forma di alimentazione, comunque, può diminuire il rischio di melanoma ma da sola non basta. Secondo gli stessi autori dello studio resta ancora fondamentale seguire le norme di prevenzione per i tumori cutanei, minimizzando l’esposizione al sole nelle ore calde, indossare cappello e indumenti, l’utilizzo di creme solari ad alta protezione nonché evitare l’uso di lettini e lampade abbronzanti. Le conclusioni dei ricercatori dell’Idi-Irccs giungono al termine di un anno importante per i fautori della dieta mediterranea. Lo scorso giugno il Senato ha approvato all’unanimità una mozione presentata a luglio 2007 in cui è stato chiesto al governo italiano di proseguire con grande determinazione in tutte le iniziative perché l’Unesco arrivi a riconoscere la dieta mediterranea “Patrimonio immateriale dell’umanità”. La decisione dell’Unesco è prevista per il 2009 e la richiesta è stata avanzata in collaborazione con i governi di Spagna, Grecia e Marocco. Un iter definito di “portata storica” dalle istituzioni di questi Paesi, che affonda le sue radici nella seconda metà del secolo scorso. Quando l’epidemiologo statunitense Ancel Keys, che osservò come la mortalità per malattie croniche era minore nei Paesi mediterranei rispetto agli altri Paesi in studio, attribuì l’effetto protettivo proprio al particolare regime alimentare seguito in quest’area geografica. Fu lo stesso Keys nel 1957 a coniare il termine “dieta mediterranea” e in seguito all’osservazione del famoso ricercatore, molti studi epidemiologici sono stati condotti per verificare la veridicità della sua ipotesi. Col tempo, specie negli Stati Uniti, si è radicato l’interesse verso il potenziale ruolo protettivo della dieta mediterranea nella prevenzione delle malattie croniche. Dai risultati di queste ricerche si è avuta la conferma di come in effetti seguire la dieta mediterranea diminuisca il rischio di ammalarsi e aumenti la longevità.

Tali benefici possono essere attribuiti alla presenza di molecole bio-attive con forti poteri antiossidanti nonché antiinfiammatori. Queste molecole, largamente diffuse nel regno vegetale, sono sostanze prodotte dalle piante a difesa delle loro stesse strutture e quando sono assunte con la dieta ci proteggono principalmente dall’azione dei “radicali liberi”. In tutti questi anni si è cercato di definire quale fosse il profilo di questa dieta, già che esistono alcune differenze nelle abitudini alimentari dei vari paesi del mediterraneo. È stato quindi rilevato che essa è costituita in modo predominante da cereali, legumi, frutta, verdura, frutta secca oleaginosa, pesce, uso moderato di vino, uso di olio di oliva ed erbe aromatiche. Purtroppo a differenza di quanto accaduto in ambito scientifico la dieta mediterranea ha perso appeal tra i consumatori. È accaduto a partire dagli anni Settanta durante il periodo del boom economico, probabilmente perché ritenuta troppo povera e poco attraente rispetto ad altri profili alimentari provenienti in particolare dai ricchi Stati Uniti. Nonostante ciò l’alimentazione tipica dei Paesi mediterranei viene tuttora considerata a livello internazionale come modello nutrizionale da seguire. Ora, per il definitivo riconoscimento, non resta che attendere la decisione dell’Unesco.

Left 43/2008

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Ogm, la Francia chiede chiarezza

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Giugno 2008

L’Authority europea che certifica la sicurezza delle piante biotech è sospettata di favorire chi le produce. Sarkozy spinge perché l’Ue cambi le regole di valutazione scientifica di Federico Tulli

Il sistema adottato dall’Unione europea per la valutazione scientifica degli studi sugli organismi geneticamente modificati è nel mirino del governo francese. Sotto accusa sono l’affidabilità delle analisi del rischio ambientale, ma anche la breve durata dei test sui pesticidi (tre mesi invece dei due anni richiesti dall’Ue per quelli non biotech). Il principale imputato è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha il compito di dare a Bruxelles il parere scientifico sui dossier delle industrie biotecnologiche che hanno chiesto l’autorizzazione al commercio di ogm in Ue. Compito che secondo Parigi l’authority non svolgerebbe al meglio. Per questo motivo la Francia, cui tocca il turno di presidenza Ue dal primo luglio prossimo, si candida a principale ispiratrice di una profonda modifica del metodo di valutazione e quindi di autorizzazione all’introduzione di ogm in Europa.

Una modifica che peraltro è richiesta a gran voce anche da parte della comunità scientifica transalpina. Come testimonia l’invito a dimettersi ricevuto nel marzo scorso dal direttore esecutivo dell’Efsa, Catherine Geslain-Lanéelle, formulato dal Comitato di ricerca e informazione indipendente sulla genetica per bocca del presidente, il bioingegnere Gilles Eric Seralini. Il quale, dopo aver sconfessato l’Efsa su un dossier della Monsanto relativo al mais ogm Mon863, ha accusato l’authority di aver concordato le conclusioni favorevoli con gli esperti della multinazionale. Attorno allo stesso Seralini ruotano molte delle dinamiche che potrebbero cambiare completamente la procedura di autorizzazione al commercio di ogm in Europa. È lui che il ministro dell’Ambiente francese, Jean-Louis Borloo, ha incaricato di creare un progetto per organizzare il metodo di controanalisi sugli studi che le aziende biotecnologiche consegnano all’Efsa. Piano che sarà presentato dalla Francia ai partner europei nelle prime settimane di presidenza Ue.

L’obiettivo è creare una sorta di contraddittorio scientifico con l’Efsa tramite l’istituzione di un fondo comunitario per i gruppi di ricerca di ingegneria genetica qualificati e indipendenti dalle multinazionali. A Bruxelles, è noto, i fautori degli ogm a tutti i costi godono di notevole appoggio politico. Ma i presupposti per la creazione di un sistema di valutazione scientifica più cristallino auspicato dal governo di Parigi ci sono tutti. Nel maggio scorso, per la prima volta, la Commissione europea ha rimandato indietro all’Efsa i fascicoli relativi a un discreto numero di ogm in attesa di autorizzazione chiedendo di riesaminare i rischi. Questo dopo che proprio la Francia aveva invocato la clausola di salvaguardia e sospeso la coltivazione del mais geneticamente modificato Mon810 della Monsanto, in seguito alle evidenze di rischi ambientali accertate da una ricerca indipendente. All’inizio di giugno, il Consiglio dei ministri Ue per l’ambiente ha approvato la richiesta, presentata sempre dalla Francia, di riesaminare le procedure di omologazione degli organismi geneticamente modificati, tenendo maggiormente in conto l’aspetto dei rischi sull’ecosistema. Alla riunione che si è tenuta a Lussemburgo, la delegazione francese ha presentato alcune proposte per risolvere il blocco creatosi nel processo di approvazione. Proposte accolte anche dalla Commissione che ha fissato un incontro per ottobre o al più tardi a dicembre. In quella occasione i ministri hanno convenuto di organizzare, a luglio, un tavolo di alto livello per discutere il dossier sulle procedure di omologazione proposto da Parigi. Che giocherà in casa.
Left 26/2008

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L’Unione europea verso un “uso sostenibile” dei pesticidi

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Ottobre 2007

Il Parlamento Europeo per un diversa autorizzazione d’uso dei pesticidi che comprende fra l’altro il divieto d’autorizzazione di sostanze neurotossiche

Dopo un vivace dibattito, alla presenza di diversi rappresentanti dell ‘ industria chimica, degli agricoltori, degli ambientalisti e dei consumatori, il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha approvato il cosiddetto “pacchetto pesticidi”. Si tratta di una serie di proposte per regolare e modernizzare l ‘ uso dei fitofarmaci nell ‘ Unione europea avanzate nelle rispettive relazioni dalle due eurodeputate tedesche Hiltrud Breyer, del gruppo dei Verdi, e Christa Klass, del Partito popolare europeo. La presidenza portoghese dell’Ue, che ha fatto del tema una delle sue priorità del semestre, si attende un accordo fra gli Stati membri nell ‘ incontro dei ministri Ue dell ‘ agricoltura il prossimo 26 novembre, e il Parlamento di Strasburgo, forte della procedura di codecisione, è sullo stesso piano del Consiglio. Stando all ‘ eurobarometro, i pesticidi rappresentano la prima preoccupazione dei consumatori. Ogni anno in Europa si producono oltre 200 mila tonnellate di pesticidi, il 25 per cento dell ‘ intera produzione mondiale, ma a fronte di solo 4 per cento di terreno agricolo. Pertanto i deputati europei chiedono l’inasprimento delle norme Ue sia in materia di autorizzazioni sia sull’uso dei pesticidi in agricoltura. L’obiettivo dichiarato comune delle due relazioni approvate è quello di tutelare soprattutto le persone più vulnerabili, come gestanti e bambini. Il ciclo di vita dei pesticidi si compone di tre tappe: la commercializzazione di nuovi prodotti, il loro utilizzo quotidiano e lo stadio finale in cui diventano rifiuti. Il pacchetto esaminato dal Parlamento riguarda i primi due. Si tratta, più in particolare, di una Strategia tematica sull’uso sostenibile dei pesticidi (un insieme di orientamenti politici) accompagnata da due proposte legislative – da approvare in codecisione – relative alla sua attuazione. In particolare la relazione Breyer ha avanzato la proposta di regolamento sulla commercializzazione dei prodotti fitosanitari che ha tra l’altro l’obiettivo di attualizzare una direttiva europea del 1991 riguardante tale argomento. Le procedure di autorizzazione applicate ai nuovi prodotti saranno quindi riviste con lo scopo di rafforzare la protezione dell’ambiente e della salute, nonché di ridurre i test clinici sugli animali. Favorendo al contempo la concorrenza tra i produttori, a vantaggio degli agricoltori e degli altri utilizzatori.

In base al regolamento, sarà stilata una lista positiva a livello comunitario delle sostanze attive (componenti essenziali del prodotto). In questo esercizio un ruolo essenziale è attribuito all’Autorità per la sicurezza degli alimenti. I nuovi prodotti fitosanitari saranno in seguito autorizzati a livello nazionale sulla base di questo elenco. Le nuove disposizioni riguardanti i componenti dei pesticidi sono distinte dalle norme stabilite dal Reach per evitare che queste sostanze siano sottoposte a due procedure di autorizzazione. La proposta della Commissione prevede che la maggior parte delle nuove sostanze sia autorizzata in un primo tempo per un periodo di dieci anni, mentre quelle che presentano minori rischi lo sarebbero per 15 anni. Quelle, invece, che possono essere sostituite da sostanze meno tossiche, sarebbero autorizzate per soli sette anni. A questo proposito, i deputati chiedono che tale periodo sia ridotto a cinque anni per promuovere il ricorso ad alternative non chimiche. Se la Commissione propone che i rinnovi ulteriori delle autorizzazioni abbiano durata illimitata, i deputati chiedono invece che non eccedano dieci anni. D’altra parte i deputati sostengono la proposta di vietare le sostanze genotossiche, cancerogene, tossiche per la riproduzione o che hanno un impatto sul sistema endocrino, ma esigono restrizioni più stringenti per le eventuali deroghe minori che potrebbe prevedere la Commissione europea. Inoltre, propongono di aggiungere alla categoria di sostanze vietate quelle che hanno effetti neurotossici o immunotossici, e chiedono che un’attenzione particolare sia attribuita alle categorie vulnerabili come le gestanti, i feti e i bambini. Inoltre, auspicano che siano rafforzate le disposizioni relative ai test sugli animali che, a loro parere, dovrebbero essere effettuati solo in ultima istanza. Per quanto riguarda l’autorizzazione dei prodotti, la Commissione europea suggerisce di dividere l’Unione europea in tre zone geografiche (Nord, Centro e Sud): ogni prodotto autorizzato da uno Stato membro sarebbe automaticamente autorizzato in tutta la sua zona geografica. I deputati però sono contrari a questa proposta, preferendo un sistema unico di mutuo riconoscimento in cui gli Stati membri godrebbero di un certo margine di manovra per confermare, respingere o restringere l’autorizzazione in funzione delle proprie situazioni nazionali. I deputati, inoltre, insistono affinché siano attentamente valutati gli eventuali effetti che possono risultare dalla miscela di diverse sostanze in un prodotto.

Per quanto riguarda la relazione Klass, è stata ispirata dall ‘ obiettivo di regolamentare con una norma comunitaria il secondo stadio del ciclo di vita dei pesticidi, ossia la loro utilizzazione pratica per l’agricoltura, la silvicoltura e la gestione dei parchi. Per colmare questa lacuna, la Commissione propone una direttiva sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi. Tra le numerose misure proposte, figura quella di affidare agli Stati membri il compito di elaborare dei Piani d’azione nazionali (Pan) volti a identificare le colture, le attività e le zone per le quali i pesticidi presentano maggiori rischi, nonché a fissare degli obiettivi che permettano di trovare una soluzione a questi problemi. È inoltre proposto di vietare l’irrorazione aerea, con qualche deroga, e di identificare le zone ove non è tollerabile che un’utilizzazione minima, se non nulla, di pesticidi. La relazione della Klass per taluni aspetti, propone norme più severe. I deputati, infatti, pur sostenendo l’idea dei Pan, insistono sulla necessità che questi tendano a raggiungere un obiettivo comunitario di riduzione del 25 per cento entro cinque anni e del 50 per cento entro dieci, e obiettivi nazionali, compresi quelli specifici che riguardano sostanze particolarmente attive o tossiche. I deputati, inoltre, invitano gli Stati membri a instaurare delle tasse o dei prelievi sui pesticidi con l’obiettivo, a livello nazionale, di finanziare i Pan e, a livello Ue, di scoraggiare l’uso di pesticidi. D’altra parte, i deputati accolgono con favore la proposta di vietare l’irrorazione aerea (con alcune deroghe) dei pesticidi, tenuto conto dei rischi che essi possano derivare verso zone popolate o ecologicamente sensibili. Inoltre, chiedono che la popolazione sia preventivamente avvisata in caso di irrorazioni autorizzate in base alle deroghe previste. Per proteggere i corsi d’acqua, la Commissione propone di definire delle zone “cuscinetto” all’interno delle quali l’immagazzinamento e l’uso dei pesticidi sarebbero vietati. Queste zone, per i deputati, dovrebbero avere una larghezza minima di dieci metri. Infine, la Commissione propone di vietare o limitare l’uso di pesticidi nelle aree utilizzate dal pubblico in generale o da gruppi di popolazione sensibili e “almeno nei parchi, nei giardini pubblici, nei terreni sportivi, nei cortili delle scuole e nei parchi da gioco”. I deputati chiedono ancora di più: a loro parere, l’uso dei pesticidi deve essere vietato “in tutte le aree utilizzate dal pubblico”, compresi quindi “zone residenziali”, “campus scolastici” e “nelle prossimità delle zone in cui sono ubicate strutture sanitarie pubbliche”, come cliniche e ospizi, e in estese zone circostanti questi luoghi. Per quanto riguarda i due atti che devono essere adottati con la procedura di codecisione, nel corso della Plenaria saranno molto probabilmente presentati degli emendamenti di compromesso che tenteranno di raccogliere un vasto consenso tra i deputati. Tuttavia, a questo stadio sembra inevitabile che si dovrà comunque procedere a una seconda lettura dopo che il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura avrà definito la sua posizione comune, probabilmente il 26 novembre prossimo. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tartufo: progetto del Cnr per svelare il mistero dell’origine

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Aprile 2007

tartufoCome nasce e si forma un tartufo è tuttora un intrigante mistero. Che il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) proverà a svelare, sulla spinta del crescente interesse di ambientalisti, biologi e del mercato. Come racconta al Velino la direttrice del Centro di studio sulla micologia del terreno presso il Cnr, Paola Bonfante: “Tramite il progetto di sequenziamento del genoma del tartufo nero francese del Perigord, dal titolo “Genome sequencing of the black truffle Tuber melanosporum”, ci aspettiamo di identificare i determinanti molecolari che corrispondono a situazioni ambientali, come siccità, piogge e temperatura. E anche di comprendere quali siano i meccanismi che controllano i fenomeni di base della vita del tubero”. Lo studio, che si incardina in un ampio progetto europeo ed è finanziato per gran parte della Francia, è stato presentato oggi al Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Torino ed è frutto della collaborazione tra il Cnr e l’Ateneo torinese e la Compagnia di San Paolo Regione Piemonte. È un chiaro esempio di indagine innovativa che, partendo dalla ricerca di base di qualità, va incontro a richieste del territorio e al crescente interesse per i genomi dei funghi micorrizici da parte di ecologi, ambientalisti, biologi e genetisti (per l’utilizzo come biofertilizzatori) e del mercato, dove il tartufo rappresenta un vero cult-food. Il progetto di sequenziamento consentirà sicuramente di ottenere strumenti operativi al fine di valorizzare il capitale tartufo, salvaguardarlo, conservarlo e favorirne le condizioni di produzione.

“Una conoscenza della diffusione del tartufo sul territorio grosso modo già esiste”, spiega Bonfante. “Grazie all’analisi del Dna presente in un terreno possiamo dire con certezza se esistono le condizioni che possono determinare la formazione del tubero e anche di che tipo questo sarà. Inoltre abbiamo scoperto che nel mondo è molto più diffuso di quanto si pensi e ci si aspettasse”. È ampiamente presente in Europa, in America e soprattutto in Asia, dove prospera il famigerato tuber indicum. Un fungo molto apprezzato dalle criminalità organizzata internazionale perché con poche gocce di un additivo derivato dal petrolio, il bismetiltiometano, è possibile trasformarlo, ma solo nel profumo, da tubero insapore dal valore di pochi euro, in un simil tartufo bianco di quelli che si vendono anche a tremila euro al chilo. Un traffico in continua espansione che colpisce direttamente gli amanti di questo alimento cult non solo nel portafoglio, ma anche allo stomaco. Già perché il bismetiltiometano preso in piccole dosi, quelle iniettate nel tartufo taroccato per ricopiare il gusto di agliaccio tipico del pregiato bianco tuber magnatum, lascia in bocca uno sgradevole sapore di aglio e rallenta, di molto, la digestione di chi ha avuto la sventura di assaggiarlo.

“Gli strumenti per frenare questo dilagare di operazioni illegali esistono già”, osserva la Direttrice del Cnr. “La possibilità di ricostruire la provenienza dei tartufi è già disponibile”. Negli ultimi 15 anni, infatti, la biologia molecolare ha dato nuovo impulso agli studi sui tuber e le attuali tecnologie, basate sullo studio del loro Dna, hanno fornito soluzioni a problemi più facili da un punto di vista sperimentale, come la loro corretta identificazione, la distribuzione geografica o la variabilità, ma, sottolinea Bonfante, non hanno risposto alla domanda cruciale: “Come si formano i tartufi?”. Al riguardo va detto che il sequenziamento del genoma è possibile solo sul nero tuber melanosporum. “È l’unico in grado al momento di fornire gli elementi molecolari al tipo di tecnologia che viene utilizzata per l’esperimento – rivela Bonfante – ma ci permetterà di capire a fondo questi complessi eventi di morfogenesi e allo stesso tempo di attuare strategie per conservare e valorizzare i siti di produzione naturale del tartufo”. Infine, conclude la ricercatrice del Cnr, “la mole di dati di gnomica comparata che fornirà il progetto faranno da trampolino di lancio per gli esperimenti sul bianco magnatum, con tutto ciò che di positivo può derivare a livello ambientale, scientifico e commerciale”. (il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Orlandi (Osservatorio Asia): Cina, mercato alimentare difficile ma entrare si può

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Novembre 2006

Quasi 100 milioni di nuovi ricchi e città sempre più internazionali oltre alle storiche Hong Kong, Pechino, Shanghai, che pullulano di supermercati e ristoranti invasi da prodotti alimentari occidentali. È questo lo scenario che fa da sfondo a Vinitaly-Cibus China 2006, il più importante salone espositivo dell’industria alimentare italiana inaugurato oggi a Shanghai. Vi partecipano 200 imprese del settore vitivinicolo e una decina di aziende di trasformazione di alimenti con l’obiettivo di prendere al volo il treno dell’espansione economica del gigante asiatico. Un’eventualità considerata più che possibile dal presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia, Romeo Orlandi, per il quale sono diversi i segnali che inducono all’ottimismo. “Come sempre le potenzialità offerte dal mercato cinese – racconta Orlandi al VELINO – vanno legate alla fame che ha quel paese di progredire e dotarsi di prodotti di qualità. In tal senso l’affermazione di una nuova classe di cittadini con grande capacità di acquisto e l’espansione economica non più localizzata solo lungo la costa rendono il terreno più agevole alla diffusione e all’esportazione di prodotti agroalimentari italiani in Cina”.

La positività dello scenario delineato dal professor Orlandi assume significato diverso a secondo del prodotto che si intende esportare. “La Cina – sottolinea – ha una forte identità alimentare per cui stenta ad aprirsi alle novità assolute”. È per questo che finora per una serie di motivi i produttori italiani di vino e formaggi hanno incontrato serie difficoltà ad entrare nel mercato cinese, spiega l’economista. “Anzitutto in Cina si beve poco per tradizione, secondo poi quello d’uva è solo una della decina di tipologie di vino prodotte, e nemmeno tra le più apprezzate. Sui tavoli delle famiglie cinesi primeggia infatti il vino di riso. Infine vanno fatti i conti anche con la concorrenza del vino in bottiglia francese, storicamente il più apprezzato dai cinesi”. Un discorso simile può esser fatto per i prodotti caseari. “In questo caso – osserva il presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia – c’è un argine più che altro culturale, perché i cinesi tradizionalmente non mangiano formaggio”. Per le nostre aziende vitivinicole e casearie dunque si tratterebbe di rompere tabù secolari. Però, rivela Orlandi, c’è un precedente che induce all’ottimismo: “Fino a pochi anni fa i cinesi non bevevano caffé, ma Starbucks, il gigante delle caffetterie americano, è riuscito a trovare la chiave giusta e ora la Cina è invasa dai suoi punti ristoro dove vengono bevute ogni giorno milioni di tazzine”.

Diversamente da quelli di formaggi e vini i produttori di salumi si troveranno a percorrere un terreno sicuramente più agevole. “In Cina – racconta l’economista di Osservatorio Asia al VELINO – c’è una grande tradizione alimentare nell’allevamento e consumo di maiali. Ad esempio, nella regione dello Yunnan si produce un prosciutto di discreta qualità, questo per dire che diversamente dal vino o dai formaggi il suo è un tipo di gusto al quale i cinesi sono già abituati”. Tanto è vero che l’italiana Senfter già dal 1995 ha aperto uno stabilimento di produzione a Louhe ed è poi riuscita a organizzare una efficiente rete di vendita in buona parte del paese. Ed è proprio in questo modo che secondo Orlandi le aziende italiane si devono organizzare per cogliere l’enorme opportunità offerta dall’espansione economica del gigante asiatico: “Sosteniamo da sempre che il modo migliore per vendere in Cina a prezzi cinesi è produrre direttamente in loco a costi cinesi e non esportare dall’Italia a costi italiani”. Anche per questo è indispensabile valorizzare al massimo le possibilità offerte da manifestazioni come Vinitaly-Cibus China 2006. “Per poter avviare una qualsiasi attività in un Paese così diverso dal nostro per cultura, gusto e tradizioni – conclude il professor Orlandi – è fondamentale costituire un network di conoscenze per scambiare e acquisire esperienze soprattutto di ordine economico e imprenditoriale. È questa la chiave per lo sviluppo delle esportazioni agroalimentari italiane”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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