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Salute, riecco il ministero. Per la poltrona, Fazio in pole position

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Dicembre 2009

Salvo sorprese dell’ultimora potrebbe insediarsi già lunedì il titolare del dicastero che il governo Berlusconi aveva incorporato nel portafoglio di Sacconi di Federico Tulli

Nell’anno della grande pandemia pochi Paesi al mondo si sono trovati ad affrontare il virus A-H1N1 senza un ministro della Salute (e relativo ministero) che coordinasse la gestione dell’emergenza. Tra questi, almeno fino a stasera, figura l’Italia. Domani infatti potrebbe essere il giorno della nomina a ministro dell’attuale vice ministro del Welfare con delega alla Salute, Ferruccio Fazio. Secondo fonti d’agenzia, l’annuncio è stato fatto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’ultimo consiglio dei ministri. Più volte data per certa nel corso dei mesi passati, l’ufficializzazione di Fazio è sempre slittata per le ragioni più disparate. Salvo colpi di scena dell’ultimora, visto che nella maggioranza non tutti sono convinti della necessità del cambio di guardia e della scelta indicata da Berlusconi, questa sembra proprio la volta buona. E il nuovo titolare della Salute potrebbe giurare già lunedì davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si risolverebbe così un parziale vuoto di potere che ha avuto clamorose ripercussioni su uno dei settori più delicati dello Stato sociale del nostro Paese. Diverse le questioni spinose che il neo ministro si troverà a dover affrontare sin dal suo insediamento. Tra queste vi è di sicuro il clamoroso flop della campagna di vaccinazione contro il virus pandemico, condotta dallo stesso Fazio prima come sottosegretario al Welfare e poi da vice di Maurizio Sacconi. Dei 24 milioni di dosi di medicinale acquistati dal governo in settembre per prevenire la diffusione dell’A-H1N1, secondo gli ultimi dati diramati dal ministero, al 29 novembre scorso ne sono stati somministrate solo 611.425 (prime dosi), oltre a 1.666 seconde dosi. Sembra proprio che i cittadini italiani non diano peso più di tanto alle raccomandazioni del futuro ministro. Oppure, più realisticamente, optano per una settimana a casa con una febbriciattola, come è normale che sia di fronte alla confusione che è regnata al livello di comunicazione istituzionale sin da quando il virus ha fatto la sua comparsa in Messico, per poi essere dichiarato di pericolosità moderata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Poche linee di febbre, mal di testa e dolori di stomaco, piuttosto che mettersi in fila al pronto soccorso (quando l’A-H1N1 ha raggiunto il picco di contagi, trovare un medico di famiglia è stato come vincere al superenalotto) per farsi iniettare un vaccino che gli stessi medici in ottobre avevano bollato come non sicuro «perché non testato su bambini e donne incinte». Certo, il virus ha ucciso – nel nostro Paese 137 persone ( fonte Welfare) e quindi non è da prendere sotto gamba, ma la più alta percentuale di vittime riguarda i bambini under 14. Proprio la fascia di età che inizialmente non era stata indicata dal ministero tra le più a rischio. Tanto è vero che l’allarme vaccinazione per i bambini è scattato in ottobre. Solo dopo i primi decessi che molto hanno impressionato l’opinione pubblica e quando era già in fase avanzata la campagna di sensibilizzazione di altre categorie (personale medico e forze dell’ordine). Il risultato del cambio di strategia nelle vaccinazioni si legge negli stessi dati pubblicati dal ministero. Come riporta l’ultimo bollettino del Welfare sull’influenza pandemica, in cinque settimane l’incidenza dei decessi nella fascia pediatrica «si è quasi dimezzata » assestandosi a «17,44 casi per mille assistiti». Sul tavolo del futuro ministro della Salute c’è poi un altro dossier particolarmente delicato. Manco a dirlo, riguarda la pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Questa settimana, con due anni di ritardo sui termini di legge e dopo aver subito infinite pressioni di carattere ideologico da politica e istituzioni, l’Agenzia italiana del farmaco è riuscita a pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’autorizzazione al commercio dalla Ru486. Fine di una surreale telenovela? Nemmeno per sogno, visto che all’orizzonte si profila un braccio di ferro tra Stato e Regioni su come l’aborto farmacologico dovrà essere trattato a livello ospedaliero. Difatti, laddove è stato praticato tramite l’acquisto in Francia del medicinale, si è sempre fatto in day hospital, Come del resto è certificato dalla relazione annuale sulla legge 194 firmata dallo stesso ministro Sacconi. Questi, però, nel sostenere che le pazienti devono essere ricoverate dalla somministrazione del farmaco fino all’espulsione del feto, è entrato a gamba tesa in un ambito di competenza delle Regioni. Alcune unità ospedaliere che praticano aborti hanno già dichiarato che è inutile occupare dei letti per la somministrazione di una pillola, sottraendoli a chi ne ha veramente bisogno. D’altronde anche l’espulsione del feto è sempre avvenuta in day hospital (due giorni dopo la somministrazione del Mifegyne) e senza particolari difficoltà. Staremo a vedere come si muoverà il successore di Sacconi tra due mesi, quando la ditta Exelgyn comincerà a vendere la Ru486 ai nostri ospedali. Sempre che all’attuale ministro del Welfare venga effettivamente “sottratto” il portafoglio della Salute. Terra, il primo quotidiano ecologista

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No alla ru486 e diritti al concepito, benvenuti in Vaticalia

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

Cronache da uno Stato laico, ostaggio del furore ideologico di alcuni suoi rappresentanti. Modificare l’articolo 1 del Codice civile «per il riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano fin dal concepimento». Il ddl che equipara i diritti di un gamete a quelli di vostra figlia che in questo momento sta giocando con le amichette nel cortile di una scuola è stato depositato ieri al Senato dagli zelanti membri del Pdl, Maurizio Gasparri, Laura Bianconi e Gaetano Quagliarello. Non è ancora chiaro se la masturbazione sarà punita con l’ergastolo. Né se sarà sufficiente confessarsi in chiesa per evitare la galera. Mentre, per bocca del capogruppo del centro destra al Senato, il trio ha assicurato che l’obiettivo della proposta non è abrogare la legge 194 sull’aborto. Gasparri ha sottolineato che il ddl intende «aiutare a definire i confini della legge, secondo le intenzioni che furono allora del legislatore, contro i tentativi di allargamento oggi in atto». L’esponente Pdl si riferisce alle vicende relative all’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Dopo il parere positivo espresso dall’Agenzia italiana del farmaco (usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, la Ru486 è ritenuta essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità), il ministro Sacconi ha messo in dubbio la compatibilità del Mifegyne con la legge 194. Invitando l’Aifa a riformulare la delibera e a inserirvi l’obbligo di ricoverare fino all’espulsione del feto chi richiede la via farmacologica per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’Aifa ha risposto picche perché la Ru486 (che è usata da cinque anni nei nostri ospedali, importata dalla Francia) non viola le norme sull’aborto, e la questione dei ricoveri non è di sua competenza, ma del governo. Seguire la logica del ministro (come quella di Gasparri&C.) è difficile. Per prima cosa l’articolo 10 della legge non parla di degenza obbligatoria, ma «eventuale». Come è normale che sia in ogni Paese normale, è il medico che decide nel rapporto con la paziente se sia necessario o meno trattenerla in ospedale. E non chi fa le leggi. In secondo luogo, a certificare la prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico è stato lo stesso Sacconi il 29 luglio scorso quando ha approvato la relazione annuale ministeriale sulla 194. «Due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre a una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata», si legge nel testo firmato dal ministro. Più chiaro di così.     FedericoTulli

**Terra, il primo quotidiano ecologista**

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La piccola Commissione degli orrori

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo. Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma di Federico Tulli

Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata. Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti – ma in realtà drammatici – della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione del ministro della Salute, Maurizio Sacconi e diel capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.

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Mortalità

Uno, nessuno e centomila

Secondo la consulente del ministero Assuntina Morresi, nel mondo c’è stato un decesso ogni 100mila Ivg farmacologiche. Le francesi, evidentemente, sono molto fortunate. Dal 1988, su 2,5 milioni di Ivg effettuate oltralpe, è morta una sola donna. «Nemmeno in quel caso la colpa era del mifepristone ma dalla prostaglandina associata, all’epoca, alla Ru486. Che poi infatti è stata sostituita con quella oggi in uso», nota Mirella Parachini, ginecologa e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione. left 47/2006

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Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Novembre 2009

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

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«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

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Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

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Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

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Quante crociate contro la medicina

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Ottobre 2009

Biotestamento e trapianti nel mirino degli ideologi del Vaticano. Per eliminare la libertà di cura e ricerca. Intervista al neurologo Carlo Alberto Defanti di Federico Tulli

È stato tra i primi in Italia a porsi il problema di trovare una «definizione di morte cerebrale che coincida esattamente con quello che noi conosciamo e con quello che noi facciamo giorno per giorno nella pratica clinica». Il neurologo Carlo Alberto Defanti, insieme ai colleghi Nereo Zamperetti, Rinaldo Bellomo e Nicola Latronico, nel 2004 e poi nel 2008, su Intensive Care Medicine ha proposto la dizione di «coma apneico irreversibile». Per meglio comprendere le dinamiche di questa ricerca e per approfondire le motivazioni della messa in discussione dei criteri di morte cerebrale del protocollo di Harvard del 1968 avanzata dal Festival della salute di Viareggio (vedi left n. 39/2009), abbiamo rivolto alcune domande al medico che ha seguito Eluana Englaro dal 1996 sino alla fine.

Professor Defanti, perché a distanza di decenni da Harvard ha sentito l’esigenza di cercare una diversa definizione di morte cerebrale?

Quando ad Harvard esposero quei criteri grosso modo erano condivisi universalmente anche se erano pensati a “tavolino”. Sulla base cioè di quello che si sapeva sulla fisiologia umana ma in assenza di una verifica empirica. Con l’andare del tempo si sono accumulate esperienze e sono diventate chiare alcune discrepanze con quei criteri, inimmaginabili a fine anni 60.

Ci faccia un esempio.

Fino al 1986-87 eravamo tutti convinti che una volta giunto alla morte cerebrale chiunque sarebbe deceduto per arresto cardiaco al massimo dopo pochi giorni. Anche se il rianimatore avesse insistito a tenere “in vita” il soggetto. Poi si è osservato che non è vero: continuando ad assistere questi pazienti in maniera intensiva si può prolungare la loro “sopravvivenza”. Al tempo stesso, però, non si è mai visto alcun recupero di nessun genere. Cioè, l’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali è oramai ampiamente provata. Ciò che non è provato è che la perdita delle funzioni non sia compatibile con una vita biologica assistita, anche lunga.

Quando la situazione è irreversibile non siamo in presenza di accanimento terapeutico?

No, se stiamo parlando dei casi piuttosto noti di donne giovani incinte che erano andate incontro a morte cerebrale per incidente o emorragia cerebrale, in una fase di gravidanza in cui il feto non aveva ancora raggiunto la soglia di vitalità. In questi casi i rianimatori hanno tentato di far sopravvivere biologicamente la donna per consentire il taglio cesareo e la nascita del figlio. Questo è avvenuto con successo in più occasioni, anche per tre mesi. Dati che fanno abbastanza impressione ma che ci dicono che i soggetti in morte cerebrale con opportuna assistenza medica e tecnologica sono biologicamente ancora vivi.

Secondo “Harvard” la morte cerebrale è la «cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello».

Questa è la definizione sia della legislazione americana che di quella italiana. Invece il dato pratico è che in alcuni dei soggetti che noi consideriamo in morte cerebrale alcune funzioni residuali poco importanti continuano a esserci. Come quelle dell’ipotalamo e dell’ipofisi. A questo punto è normale per uno scienziato tentare di individuare una nozione di morte cerebrale più semplice e coerente con la realtà. I trapiantologi non sono tanto d’accordo. Discutere della morte cerebrale in maniera fredda e razionale prescindendo dalla questione dei trapianti è diventato quasi impossibile. Come è accaduto a Viareggio, chi avanza dei dubbi viene accusato di voler sabotare la pratica dei trapianti. È successo anche a me in più occasioni. In particolare a una riunione della Nord Italia Transplant. È indubbio che la definizione di Harvard abbia creato le premesse per l’attività di trapianto, come è indubbio che questa attività sia utile visto che permette di condurre una buona vita a centinaia di migliaia di persone nel mondo. Per nessun motivo la gente vuole mettere in pericolo questa possibilità e io per primo.

Il concetto di morte cerebrale è stato messo in discussione anche dal vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei, nel nome «dell’etica cristiana». «La definizione di cosa sia la vita e cosa sia la morte – ha affermato De Mattei – non spetta allo scienziato, il quale può solo accertare un decesso». Con queste parole difendeva un articolo del 2008 sull’Osservatore Romano in cui Lucetta Scaraffia ha riesumato la tesi di Hans Jonas. Secondo il quale, come denuncia la neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla, «va proibita qualsiasi violazione dell’integrità del corpo delle persone in una condizione estrema e il medico dovrebbe arrendersi e diventare spettatore rispettoso di quel processo insondabile che sarebbe la morte». Che fine fanno il progresso medico e i traguardi raggiunti grazie alla tecnologia per la salute umana?

I dubbi di De Mattei e Scaraffia sono stati sollevati in una chiave diversa dalla mia. Loro fanno capo a un gruppo di studiosi che si oppone sia al concetto di morte cerebrale che ai trapianti. E vogliono tornare a una situazione pre Harvard, alla definizione cioè di morte per arresto cardiaco. Puntano ad ammettere che i trapianti siano fattibili solo dopo che il cuore abbia cessato di battere. Questa posizione sarebbe, sì, gravemente nociva alla pratica del trapianto perché bisognerebbe attendere almeno 20 minuti per espiantare e a quel punto gli organi prelevati sarebbero già ampiamente danneggiati. Io, invece, pur sostenendo l’idea che tutto sommato sarebbe meglio tornare alla vecchia definizione di morte cardiaca, tuttavia penso che sia sbagliato legare il trapianto inevitabilmente alla morte. Le persone che corrispondono ai criteri di morte cerebrale forse non sono veramente morte ma di certo moriranno perché hanno raggiunto un punto di non ritorno. Pertanto, se non c’è opposizione da parte del malato o della famiglia che parla a suo nome, non vedo perché non eseguire i trapianti anche prima del decesso.

Pensando alle visioni espresse da Scaraffia e De Mattei sul ruolo dello scienziato e del medico nel rapporto col paziente, le chiedo un commento sul dibattito che si è sviluppato in Italia in occasione dell’ultima fase della storia di Eluana.

Purtroppo tutto quello che è accaduto intorno a Eluana è stato viziato da prese di posizione di carattere ideologico. Non faccio fatica a comprendere come la Chiesa cattolica possa non ammettere la sospensione dell’alimentazione in questi casi, però da questa contrarietà di carattere morale – che io non condivido – si è passati a tutta un’argomentazione pseudo scientifica (si è detto che capiva, che deglutiva!) priva di ogni fondamento empirico. Anche perché nessuno di quelli che ne parlava conosceva lo stato della ragazza.

Quell’atteggiamento ideologico che non ammetteva in primis l’autodeterminazione di Eluana ha ispirato il decreto del governo (ritirato dopo la sua morte) e poi il ddl Calabrò sul biotestamento, specie dove costringe all’alimentazione e idratazione artificiale.Una legge contra personam…

L’imposizione del sondino nasce proprio così. C’è una sola cosa che è andata bene in questa vicenda. Che Eluana sia morta prima di quanto pensassimo. Se fosse vissuta ancora una decina di giorni (il tempo medio in questi casi) quel decreto sarebbe stato convertito in legge senza discussioni. Questo non è avvenuto, e ora speriamo che, anche grazie alle pressioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini – per il quale non ho simpatia ma in questo caso devo fargli tanto di cappello – almeno le cose più assurde di questa legge siano modificate. left 40/2009

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Bomba a orologeria

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Luglio 2009

migranteUna lunga scia di disperazione e morte ha fatto da passerella all’iter di approvazione del “pacchetto” che introduce nel nostro Paese il reato di clandestinità. Prima ancora che la norma entrasse in vigore in tutta l’Italia si sono verificati fatti con protagonisti i migranti che, per il timore di essere denunciati, hanno evitato di recarsi al pronto soccorso. Anche in casi di estremo rischio per la salute. Una storia emblematica è quella di una donna ucraina di 39 anni trovata morta dissanguata in seguito a un aborto spontaneo all’interno della casa in cui lavorava come badante. «Priva dei visti d’ingresso, la donna aveva da poco trovato lavoro a Torre a Mare, in provincia di Bari. Improvvisamente, il 10 giugno scorso si è sentita male e ha cominciato a sanguinare, ma non ha chiamato nessuno, bloccata dalla paura di perdere il lavoro o di essere denunciata per la sua condizione irregolare». Casi simili si ripetono quotidianamente e la denuncia è del gruppo EveryOne che ha svolto un’inchiesta nei principali ospedali di Roma e Milano, da cui è emerso un dato tanto grave quanto prevedibile: il solo timore dell’entrata in vigore di una legge che “costringe” i medici a segnalare i clandestini, ha causato un calo di quasi il 35 per cento dei migranti che ricorrono alle cure in ospedale, con picchi del 75 per cento al San Paolo di Milano. Un timore che tiene alla larga dalle strutture sanitarie pure gli immigrati che non rischiano di essere segnalati come clandestini. «Questa legge pone due seri problemi. Uno di ordine sanitario, l’altro di carattere “culturale”»,

Il ministro Maroni

Il ministro Maroni

osserva Giuseppe Gristina, il medico anestesista del San Camillo di Roma che a febbraio ha scritto una lettera aperta al presidente Napolitano per difendere il codice deontologico e il rapporto medico-paziente dall’obbligo di «delazione» contenuto nel provvedimento approvato giovedì. «Queste persone – dice Gristina – vengono da mondi di assoluta povertà, di disperazione, di guerra, di violenza. Il messaggio che viene loro lanciato è: attenti a come vi muovete altrimenti finite in galera. Difficile pensare che rinuncino al sogno di una vita diversa per poche linee di febbre o per una banale tosse». Sintomi che possono celare una patologia infettiva come la tubercolosi. «Stiamo rivedendo casi di malattie ad alto potenziale diffusivo che consideravamo ormai quasi nella storia della medicina», sottolinea il professore. «Questo dipende anche dal fatto che viene meno l’opera di controllo sanitario esercitato attraverso i pronto soccorso o altre strutture mediche».Inoltre, secondo Gristina, siamo in presenza di una norma che crea un clima di profonda divisione: «Mi sembra che ponga le basi per il radicamento di tendenze fobiche nei confronti del diverso, di colui che viene da un’altra realtà. È una norma pericolosa per quello che può scatenare a livello “socio-culturale”. C’è il rischio che 70 anni dalle leggi razziali siano passati invano». Si chiama ddl sicurezza, in realtà è una bomba a orologeria. **Dal quotidiano Terra ** Federico Tulli

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Biotestamento, il centro destra non ammette discussioni

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

testbioA quattro mesi dalle feroci polemiche che nel marzo scorso si sono concluse al Senato con l’approvazione del ddl Calabrò, la legge sul testamento biologico è stata calendarizzata in commissione Affari sociali della Camera. Con una sorta di perversa continuità il passaggio al primo ramo del Parlamento, che parte l’8 luglio prossimo, al contrario di quanto si auspicava, si preannuncia carico di tensioni. Con uno dei colpi bassi all’etichetta politica a cui ci ha abituato, la maggioranza ha fatto carta straccia dell’accordo con l’opposizione che prevedeva di discutere prima il testo sulle terapie del dolore e cure palliative e poi quello sul biotestamento. Anche per rompere l’incomunicabilità tra le forze politiche deflagrata con il caso di Eluana Englaro, era stata la stessa commissione Affari sociali guidata dal centrodestra ad assumere l’impegno di prendere in carico la lettura del ddl Calabrò solo dopo aver mandato in Aula la norma sulle cure palliative. Un altro segnale che 120 giorni di silenzio non sono serviti ad “ammorbidire” le rispettive posizioni si può cogliere nell’intervista rilasciata all’Avvenire dal ministro Sacconi. Dalle pagine del quotidiano dei vescovi, il titolare del Welfare ha riaffermato la volontà del governo di procedere a tappe forzate per quanto riguarda la legge sul biotestamento. Anche per il “punto” da cui è stato lanciato, il suo è un messaggio che lascia poco spazio a dubbi.

Una seduta della commissione Affari sociali alla Camera dei deputati

Una seduta della commissione Affari sociali alla Camera dei deputati

Il testo licenziato al Senato non si discute, tanto meno la possibilità di rivedere il passaggio ideologico e antiscientifico che tramuta l’alimentazione e l’idratazione forzata da terapia (riconosciuta in tutto il mondo come tale) a «sostegno vitale» per il malato terminale. «Le premesse non sono delle migliori», commenta a Terra la senatrice radicale del Pd e componente della commissione Salute Donatella Poretti. «Chi aveva sperato che la Camera avrebbe modificato radicalmente o messo a dormire il ddl Calabrò purtroppo era stato troppo ottimista». Secondo Poretti non è tanto un problema di numeri, «siamo in democrazia e decide la maggioranza», quanto di «rispetto degli accordi». Al Senato, ricorda, «erano stati dichiarati inammissibili tutti gli emendamenti sulle cure palliative, proprio perché la Affari sociali della Camera stava esaminando quel testo». Dunque c’era l’accordo di darsi una scaletta (a una camera il biotestamento all’altra le cure palliative) non solo in seno alla commissione, ma addirittura tra i due rami parlamentari. «Evidentemente – commenta Poretti – al centrodestra non interessano le cure palliative ma solo fare delle leggi manifestamente ideologiche come testimonia la questione su alimentazione e idratazione. Per loro occuparsi di chi muore tra atroci dolori è una questione secondaria». Dal quotidiano Terra ** Federico Tulli **

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Influenza A-H1N1 ed epidemie, se la prevenzione non paga

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Maggio 2009

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Produrre vaccini è una corsa contro il tempo che non sempre si vince. Specie in caso di epidemie e pandemie. Il futuro è dei nuovi farmaci ottenibili velocemente da piante e insetti. Ma va contro gli interessi delle multinazionali padrone del business di Federico Tulli

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Sono le caratteristiche del vaccino ideale per prevenire il dilagare di epidemie e pandemie (es. influenza). Ma è più corretto dire “sarebbero” visto che in commercio, dalla metà del secolo scorso, a far la parte del leone sono farmaci che, per la produzione di grossi quantitativi, richiedono tempi molto lunghi. E si basano su tecnologie rudimentali ma che hanno fatto la fortuna di poche grandi multinazionali farmaceutiche, le uniche, quindi, in grado di sostenere i costi per la messa in commercio del vaccino di cui in questi giorni tanto si parla per arginare l’influenza A-H1N1. Vaccino che, utilizzando tecnologie classiche, quali la propagazione del virus in uova di pollo, sarebbe pronto in 5-6 mesi. Per quanto riguarda l’Italia, secondo quanto previsto dall’Istituto superiore di sanità, la A-H1N1, seppur in forma lieve, rischia di contagiare un quarto della popolazione nei prossimi mesi autunnali. In concomitanza, cioè, con il passaggio della normale influenza di stagione. Dal punto di vista della capacità di prevenzione a livello internazionale, il caso della “suina” (definizione popolare della A-H1N1), come quello della dengue in America Latina (vedi l’articolo di Gloria Ravidà a pagina 50), è emblematico. E se da un lato mette a nudo la difficoltà di pianificare tattiche preventive efficaci contro epidemie anche nei Paesi più ricchi (costretti a reperire in pochi giorni decine di milioni di dosi di antivirale, immaginiamo a che prezzo), dall’altro può risultare la chiave per convincere governi e multinazionali ad accantonare i vecchi metodi di produzione dei vaccini e dare più respiro alle nuove tecnologie quali quelle che si basano sulla produzione di vaccini ricombinanti a sub-unità in cellule di insetto o in sistemi vegetali e che dagli anni Novanta tentano faticosamente di rosicchiare spazio e diffusione.

La parola chiave è “mutazione”. È questo il primo nemico di chi in laboratorio deve produrre un

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

vaccino sulla base del genoma del virus da contrastare. I virus infatti non sono organismi immodificabili e alcuni di essi, come nel caso della “suina” messicana (che è il risultato della combinazione di tre influenze: aviaria, suina e umana stagionale) possono mutare nel passaggio da animale a uomo e poi da uomo a uomo. E così via. «Questa trasformazione può essere più o meno veloce – spiega Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia, impegnata nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco – e può rendere vano il lavoro di chi, avendo analizzato un determinato tipo di genoma, si ritrova a produrre un vaccino per un virus che nel frattempo ha cambiato caratteristiche». Un rischio molto alto se i tempi di produzione del vaccino “classico” viaggiano intorno alle 22-24 settimane. E un rischio, al contrario, ridotto se invece il lavoro venisse effettuato con sistemi di produzione più rapidi, quali quelli basati su cellule vegetali o di insetto. Una company biotecnologica nel Maryland, la Novavax, ha annunciato che in 10-12 settimane sarà in grado di produrre un vaccino anti influenzale appena la sequenza definitiva del genoma di A-H1N1 sarà disponibile. I sistemi di produzione vegetale sarebbero ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala. La “suina” che fino a oggi ha ucciso poche decine di persone nel mondo e contagiato qualche migliaio, è relativamente innocua. Specie se messa confronto con la Tbc che ancora oggi a 500 mila anni dalla sua comparsa causa la morte di due milioni di persone l’anno. Collocandosi al secondo posto dietro l’Hiv tra le cause di morte e segnando in particolare la vita nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

mappa-tbc-2Visti i costi sociali ed economici di una pandemia su scala planetaria, cos’è che impedisce a questi nuovi vaccini di diffondersi? «C’è da dire – osserva Franconi – che per alcune malattie (come malaria e Tbc) lo sviluppo di vaccini è davvero difficile, a causa delle caratteristiche del patogeno. L’esperienza dell’aviaria ha spinto la ricerca internazionale a fare un grande sforzo per individuare le migliori molecole vaccinali e per innovare le tecnologie. Ci sono diversi gruppi negli Usa e in Europa, che stanno lavorando sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica». Un vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (sistema del baculovirus), rappresentando l’unico vaccino sul mercato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. «Relativamente ai vaccini prodotti in pianta un serio problema è la mancanza di un “framework” regolatorio chiaro. Infatti, in generale la produzione dei biofarmaceutici da pianta, che spesso è geneticamente modificata, è frenata da diffusi preconcetti nei confronti degli Ogm e soprattutto dagli scarsi ritorni finanziari specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione». Questo di fatto si traduce in un numero sempre minore di nuove company biofarmaceutiche che operano nel campo dei vaccini. Allo stesso tempo, mancando incentivi economici a investire da parte dai privati, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a modificare la linea di produzione. E allora la spinta potrebbe venire dal “pubblico” ed essere di ordine sociale. Così, dove non poterono la Tbc o la malaria (per inciso la tubercolosi si sta diffondendo nuovamente in Occidente, cioè laddove si producono i vaccini) poterono l’aviaria e forse oggi l’A-H1N1. Nonostante siano di gran lunga meno pericolose per l’uomo. «Il segno di novità – prosegue la ricercatrice dell’Enea Casaccia – potrebbe essere che sulla spinta di queste nuove pandemie, vere o presunte, qualcosa cambi». E in effetti alcune aperture alle nuove tecnologie, anche se rare, già ci sono da circa 3 anni. Negli Usa, ad esempio, è stato approvato un vaccino di origine vegetale per i polli.

Oppure a Cuba, che è all’avanguardia in questo campo. Qui hanno prodotto in pianta un anticorpo per la purificazione di un vaccino per uso clinico. Ma il caso che lascia più sperare è quello della Bayer. «Nel 2008 – racconta Franconi – ha acquistato una piccola impresa biotecnologica tedesca per fare un vaccino anticancro da pianta “paziente specifico”. La stessa company ha stretto anche un’alleanza negli Usa per produrre vaccini personalizzati per la cura del linfoma con tecnologie basate su virus vegetali». A frenare gli entusiasmi è però l’atteggiamento dell’Unione europea. Atteggiamento di chiusura che evidentemente è alla base della decisione di Bayer di rivolgersi oltreoceano per sviluppare nuovi progetti di ricerca. «I segnali che giungono dalle istituzioni continentali non sono chiari. Paradossalmente si percepisce meno resistenza ai biofarmaceutici da piante Ogm rispetto all’impiego dei virus vegetali per produrre vaccini. Un ulteriore paradosso è che con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo». Più fortuna ha avuto la Glaxo che produce il vaccino basato sul baculovirus per la prevenzione dell’Hpv. E anche questo è un paradosso che potrebbe essere difficile spiegare in caso di pericolosa pandemia, poiché in termini di costo, velocità e quantità di produzione un vaccino prodotto in pianta (o anche in alghe unicellulari) non ha nulla da invidiare a quello ottenuto dagli insetti. left 18/2009

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Cronaca di due leggi vergogna

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Fecondazione assistita, ricerca sulle staminali embrionali, identità medica. Dopo il primo stop della Consulta agli articoli che violano la salute della donna, ora si dichiari l’incostituzionalità del ddl sul testamento biologico di Federico Tulli

Per la legge 40 una sonora bocciatura della Consulta

Mentre andiamo in stampa la Corte costituzionale è appena uscita dalla camera di consiglio dove si era riunita per valutare la legittimità costituzionale della legge 40 sulla procreazione medicalmente assitita (Pma). La norma è stata giudicata parzialmente illegittima dall’Alta corte. I giudici hanno infatti dichiarato «l’illegittimità costituzionale» dell’«unico e contemporaneo impianto» di tre embrioni (articolo 14 comma 2). Allo stesso modo è incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo 14 laddove non prevede che il «trasferimento degli embrioni, “da realizzare non appena possibile”, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». Nel mirino dei giudici, dunque, due passaggi della legge che minano il diritto alla salute. L’obbligo di contemporaneo impianto di tre embrioni è  infatti causa di parti plurigemellari tra le donne più giovani, mentre è spesso insufficiente per chi ricorre alla  fecondazione assistita in età più avanzata. La qual cosa comporta il ricorso a più tentativi di impianto. Ciò che invece la Corte ha dichiarato inammissibili, «per difetto di rilevanza nei giudizi principali», sono le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3 (irrevocabilità del consenso della donna) e 14, commi 1 e 4. Il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. «La pentola clericale della legge 40 è stata fatta senza il coperchio costituzionale – commentano Marco Cappato e Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni -. I casi individuali arrivati alla Consulta hanno dimostrato quanto piena di ideologia sia stata la stesura della legge “italiana” sulla fecondazione assistita». Secondo i due politici radicali è ora urgente riuscire a imprimere una svolta anche sulla questione centrale per milioni di malati: quella di destinare le migliaia di embrioni sovrannumerari, invece che alla spazzatura, alla ricerca. A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50 per cento) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Dopo lo scempio dell’approvazione in Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico, finalmente la buona notizia della bocciatura “costituzionale” di questa brutta legge. La cui storia – che il nostro settimanale ha denunciato sin da quando fu proposta – ha tanti significativi punti in comune con il ddl sul testamento biologico appena approvato al Senato. Entrambe, antiscientifiche e ispirate a dogmi religiosi, attaccano violentemente una serie di diritti civili dati oramai per acquisiti. Almeno fino a quando la destra berlusconiana non è arrivata al governo. E l’opposizione le si è sistematicamente
sgretolata di fronte, lacerata da mille contraddizioni interne sui temi etici. f.t.

Un registro contro l’accanimento

Mina Welby

Mina Welby

Mina WelbyIl bersaglio grosso è l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici. È nel mirino dei Radicali  che stanno raccogliendo le firme per una delibera di iniziativa popolare al Comune di Roma. Quello retto da Gianni Alemanno, uno dei più accaniti sostenitori del ddl Calabrò. Nel frattempo la breccia è stata aperta da Sandro Medici, “minisindaco” Pd del X municipio della Capitale, dove vivono oltre 180mila persone. Tra le proteste dell’opposizione, Medici ha istituito un registro che sarà inaugurato la prossima settimana dal testamento biologico di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio.

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Luca e Piergiorgio, due eroi civili

Luca e Maria Antonietta Coscioni

Luca e Maria Antonietta Coscioni

«Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza  mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti». In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il  maratoneta (ed. Stampa Alternativa). Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria  della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali. Gli unici finanziamenti che oggi consentono alla ricerca italiana in questo campo – un tempo all’avanguardia – di mantenersi al passo con quella internazionale.

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Piergiorgio Welby

Guardando alla storia umana e politica di Coscioni e della legge contro cui si è battuto non si può non pensare a Piergiorgio Welby e al ddl sul cosiddetto testamento biologico appena varato dal Senato e in attesa di passare  all’esame definitivo della Camera. Come Luca, Piergiorgio era affetto da sclerosi laterale amiotrofica. E come lui  trasformò la propria condizione di malato terminale in una strenua battaglia politica per il rispetto del diritto alla salute e alla tutela della dignità umana garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Una battaglia per il diritto di morire di morte naturale, senza cioè essere più sottoposto a un inutile quanto doloroso accanimento terapeutico, rappresentato dal ventilatore polmonare. Nell’estate del 2006 Welby chiede che gli sia staccato. È malato da oltre 40 anni: la distrofia muscolare progressiva gli è stata diagnosticata nel 1963. Negli anni Ottanta perde l’uso delle gambe. Poi l’ultimo stadio: insufficienza respiratoria. Welby entra in coma e quando si risveglia è tracheotomizzato e  immobilizzato al letto. Da questo momento può respirare solo col ventilatore e comunicare solo tramite computer. Scrive indicando le lettere con gli occhi. Sono questi, d’ora in poi, la sua voce. Che fa sentire sul web sul sito dei  radicali italiani, dove ha aperto un forum dedicato all’eutanasia (www.calibano.ilcannocchiale.it). E che fa sentire nel suo libro Lasciatemi morire (Rizzoli) che conclude a settembre, tre mesi prima che l’anesesista Mario Riccio gli stacchi il respiratore.
Quando il libro va in stampa Welby ha quasi del tutto perso ogni capacità di comunicare anche attraverso gli occhi. Sono le settimane in cui la lettera che scrive al presidente Napolitano e che fa da prologo al libro mantiene alto il  dibattito sull’eutanasia e il testamento biologico. «Io amo la vita Presidente – scrive Welby -. Vita è la donna che ti  ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né malinconico né un maniaco depresso (come accertò lo psichiatra Alessandro Grispini, ndr). Morire non mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. È solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Quell’insensato accanimento che secondo il ddl approvato al Senato ora va imposto per legge. A chiunque si trovi in quelle condizioni. left 13/2009

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Testamento biologico, c’era una volta la laicità dello Stato

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Marzo 2009

senatoIl Senato boccia gli emendamenti dell’opposizione sull’esclusione dell’alimentazione forzata. Oggi il voto finale. L’amarezza di Englaro di Federico Tulli

La crociata del centrodestra sul testamento biologico giunge (vittoriosa per i crociati) al termine. Il voto finale al Senato sul ddl Calabrò è fissato per la tarda serata di oggi, con una seduta che andrà avanti a oltranza. Non si prevedono sorprese nell’urna, dove spesso in questi giorni di votazioni serrate i senatori sono stati chiamati al voto segreto. Pertanto, tra poche ore, la norma sul biotestamento salirà di diritto sul podio tutto berlusconiano delle leggi di ispirazione vaticana, dove già brilla la più antiscientifica e illiberale in assoluto: la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Tutto si è deciso nella giornata di ieri con la bocciatura degli emendamenti relativi al punto cardine del ddl, quelli che chiedevano l’esclusione dell’alimentazione forzata del paziente in stato terminale dagli obblighi imposti per legge al medico. Obblighi previsti dall’articolo 3 comma 6 (che considera l’alimentazione forzata un atto assistenziale e non di cura) e che di fatto impediranno a ciascuno di noi di redigere un vero testamento di  ne vita, esercitando il diritto stabilito dall’articolo 32 della Costituzione di disporre liberamente del nostro corpo. Visto l’esito finale, la strategia dell’opposizione di rallentare l’iter di approvazione della legge tramite la presentazione di migliaia di emendamenti si è rivelata inutile. Ed è risultata fallimentare quella di puntare sulla segretezza del voto per cercare di spaccare il centrodestra su un tema illiberale come quello dell’alimentazione forzata. I crociati di Berlusconi hanno infatti serrato diligentemente i ranghi, mentre chi ha confermato l’esistenza di due ben distinte anime nella stessa formazione politica alla fine è stato il Partito democratico. Con il capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, che presentava un emendamento soppressivo del comma 6 e la teodem Emanuela Baio Dossi che le votava contro. Nemmeno l’intervento di Ignazio Marino, medico e senatore Pd di dichiarata fede cattolica, ha fatto breccia nella coscienza dei suoi ferventi colleghi: «Ogni trattamento sanitario può essere rifiutato dalla persona. Queste non sono parole di un pericoloso sovversivo, ma di Aldo Moro. Il Senato oggi tradisce quello spirito e cancella la nostra libertà di scelta rispetto alle terapie mediche». Fatta la legge non resta che sottolineare l’amarezza di Beppino Englaro espressa ai microfoni di un’emittente romana: «Annullare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile. È assurdo confondere la naturalità con l’artificialità o non capire che l’alimentazione forzata, come riconosciuto dal mondo scientifico, è una terapia. Ed è indegno protrarre artificialmente il vivere. Il modo migliore di tutelare la vita umana, è affidare le decisioni al riguardo a chi la vive. La sentenza della Cassazione per la vicenda di Eluana – ha concluso Englaro – va nella direzione dei principi di uno stato laico, nel rispetto del dettato costituzionale. La legge che il Parlamento approverà e soprattutto la reazione dei cittadini ci dimostreranno se siamo davvero in uno Stato laico».  Terra, quotidiano del 26 marzo 2009

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