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Salute, riecco il ministero. Per la poltrona, Fazio in pole position

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Dicembre 2009

Salvo sorprese dell’ultimora potrebbe insediarsi già lunedì il titolare del dicastero che il governo Berlusconi aveva incorporato nel portafoglio di Sacconi di Federico Tulli

Nell’anno della grande pandemia pochi Paesi al mondo si sono trovati ad affrontare il virus A-H1N1 senza un ministro della Salute (e relativo ministero) che coordinasse la gestione dell’emergenza. Tra questi, almeno fino a stasera, figura l’Italia. Domani infatti potrebbe essere il giorno della nomina a ministro dell’attuale vice ministro del Welfare con delega alla Salute, Ferruccio Fazio. Secondo fonti d’agenzia, l’annuncio è stato fatto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’ultimo consiglio dei ministri. Più volte data per certa nel corso dei mesi passati, l’ufficializzazione di Fazio è sempre slittata per le ragioni più disparate. Salvo colpi di scena dell’ultimora, visto che nella maggioranza non tutti sono convinti della necessità del cambio di guardia e della scelta indicata da Berlusconi, questa sembra proprio la volta buona. E il nuovo titolare della Salute potrebbe giurare già lunedì davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si risolverebbe così un parziale vuoto di potere che ha avuto clamorose ripercussioni su uno dei settori più delicati dello Stato sociale del nostro Paese. Diverse le questioni spinose che il neo ministro si troverà a dover affrontare sin dal suo insediamento. Tra queste vi è di sicuro il clamoroso flop della campagna di vaccinazione contro il virus pandemico, condotta dallo stesso Fazio prima come sottosegretario al Welfare e poi da vice di Maurizio Sacconi. Dei 24 milioni di dosi di medicinale acquistati dal governo in settembre per prevenire la diffusione dell’A-H1N1, secondo gli ultimi dati diramati dal ministero, al 29 novembre scorso ne sono stati somministrate solo 611.425 (prime dosi), oltre a 1.666 seconde dosi. Sembra proprio che i cittadini italiani non diano peso più di tanto alle raccomandazioni del futuro ministro. Oppure, più realisticamente, optano per una settimana a casa con una febbriciattola, come è normale che sia di fronte alla confusione che è regnata al livello di comunicazione istituzionale sin da quando il virus ha fatto la sua comparsa in Messico, per poi essere dichiarato di pericolosità moderata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Poche linee di febbre, mal di testa e dolori di stomaco, piuttosto che mettersi in fila al pronto soccorso (quando l’A-H1N1 ha raggiunto il picco di contagi, trovare un medico di famiglia è stato come vincere al superenalotto) per farsi iniettare un vaccino che gli stessi medici in ottobre avevano bollato come non sicuro «perché non testato su bambini e donne incinte». Certo, il virus ha ucciso – nel nostro Paese 137 persone ( fonte Welfare) e quindi non è da prendere sotto gamba, ma la più alta percentuale di vittime riguarda i bambini under 14. Proprio la fascia di età che inizialmente non era stata indicata dal ministero tra le più a rischio. Tanto è vero che l’allarme vaccinazione per i bambini è scattato in ottobre. Solo dopo i primi decessi che molto hanno impressionato l’opinione pubblica e quando era già in fase avanzata la campagna di sensibilizzazione di altre categorie (personale medico e forze dell’ordine). Il risultato del cambio di strategia nelle vaccinazioni si legge negli stessi dati pubblicati dal ministero. Come riporta l’ultimo bollettino del Welfare sull’influenza pandemica, in cinque settimane l’incidenza dei decessi nella fascia pediatrica «si è quasi dimezzata » assestandosi a «17,44 casi per mille assistiti». Sul tavolo del futuro ministro della Salute c’è poi un altro dossier particolarmente delicato. Manco a dirlo, riguarda la pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Questa settimana, con due anni di ritardo sui termini di legge e dopo aver subito infinite pressioni di carattere ideologico da politica e istituzioni, l’Agenzia italiana del farmaco è riuscita a pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’autorizzazione al commercio dalla Ru486. Fine di una surreale telenovela? Nemmeno per sogno, visto che all’orizzonte si profila un braccio di ferro tra Stato e Regioni su come l’aborto farmacologico dovrà essere trattato a livello ospedaliero. Difatti, laddove è stato praticato tramite l’acquisto in Francia del medicinale, si è sempre fatto in day hospital, Come del resto è certificato dalla relazione annuale sulla legge 194 firmata dallo stesso ministro Sacconi. Questi, però, nel sostenere che le pazienti devono essere ricoverate dalla somministrazione del farmaco fino all’espulsione del feto, è entrato a gamba tesa in un ambito di competenza delle Regioni. Alcune unità ospedaliere che praticano aborti hanno già dichiarato che è inutile occupare dei letti per la somministrazione di una pillola, sottraendoli a chi ne ha veramente bisogno. D’altronde anche l’espulsione del feto è sempre avvenuta in day hospital (due giorni dopo la somministrazione del Mifegyne) e senza particolari difficoltà. Staremo a vedere come si muoverà il successore di Sacconi tra due mesi, quando la ditta Exelgyn comincerà a vendere la Ru486 ai nostri ospedali. Sempre che all’attuale ministro del Welfare venga effettivamente “sottratto” il portafoglio della Salute. Terra, il primo quotidiano ecologista

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No alla ru486 e diritti al concepito, benvenuti in Vaticalia

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

Cronache da uno Stato laico, ostaggio del furore ideologico di alcuni suoi rappresentanti. Modificare l’articolo 1 del Codice civile «per il riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano fin dal concepimento». Il ddl che equipara i diritti di un gamete a quelli di vostra figlia che in questo momento sta giocando con le amichette nel cortile di una scuola è stato depositato ieri al Senato dagli zelanti membri del Pdl, Maurizio Gasparri, Laura Bianconi e Gaetano Quagliarello. Non è ancora chiaro se la masturbazione sarà punita con l’ergastolo. Né se sarà sufficiente confessarsi in chiesa per evitare la galera. Mentre, per bocca del capogruppo del centro destra al Senato, il trio ha assicurato che l’obiettivo della proposta non è abrogare la legge 194 sull’aborto. Gasparri ha sottolineato che il ddl intende «aiutare a definire i confini della legge, secondo le intenzioni che furono allora del legislatore, contro i tentativi di allargamento oggi in atto». L’esponente Pdl si riferisce alle vicende relative all’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Dopo il parere positivo espresso dall’Agenzia italiana del farmaco (usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, la Ru486 è ritenuta essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità), il ministro Sacconi ha messo in dubbio la compatibilità del Mifegyne con la legge 194. Invitando l’Aifa a riformulare la delibera e a inserirvi l’obbligo di ricoverare fino all’espulsione del feto chi richiede la via farmacologica per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’Aifa ha risposto picche perché la Ru486 (che è usata da cinque anni nei nostri ospedali, importata dalla Francia) non viola le norme sull’aborto, e la questione dei ricoveri non è di sua competenza, ma del governo. Seguire la logica del ministro (come quella di Gasparri&C.) è difficile. Per prima cosa l’articolo 10 della legge non parla di degenza obbligatoria, ma «eventuale». Come è normale che sia in ogni Paese normale, è il medico che decide nel rapporto con la paziente se sia necessario o meno trattenerla in ospedale. E non chi fa le leggi. In secondo luogo, a certificare la prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico è stato lo stesso Sacconi il 29 luglio scorso quando ha approvato la relazione annuale ministeriale sulla 194. «Due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre a una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata», si legge nel testo firmato dal ministro. Più chiaro di così.     FedericoTulli

**Terra, il primo quotidiano ecologista**

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La Ru486 in ostaggio del centro destra

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Con i voti della maggioranza la commissione Sanità del Senato blocca l’iter di comercializzazione del farmaco abortivo. Poretti (Radicali-Pd): Ministero in confusione. Roccella si è dimenticata che ha già certificato la conformità dell’aborto medico con la legge 194? di Federico Tulli

 

L’entrata in commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486 subisce un nuovo inspiegabile stop. Dopo un mese d’indagine conoscitiva, la commissione Igiene e sanità del Senato ha approvato ieri con 13 voti (Pdl+Lega) contro 8 (Pd) la relazione che di fatto blocca la commercializzazione della Ru486 nonostante il parere favorevole formulato il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco, vale a dire l’organo tecnico scientifico preposto a queste valutazioni dal ministero della Salute. E proprio qui è il primo paradosso. Secondo gli esponenti del centrodestra, infatti, il medicinale non può essere commercializzato fino a quando il ministro della Salute, Maurizio Sacconi, non avrà espresso il parere riguardo la compatibilità della tecnica abortiva farmacologica con la legge 194 sull’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Stando a quanto dichiarato dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella questo potrebbe accadere entro pochi giorni, forse già oggi. Roccella ha poi anticipato che il parere conterrà l’obbligo per le strutture che praticano l’aborto farmacologico di garantire il ricovero dall’assunzione della pillola all’espulsione del feto. Dopo di che il cda dell’Aifa sarà chiamato a una nuova delibera «che chiarisca i dubbi interpretativi, e stabilisca chiaramente che il day hospital è escluso. La pillola – ha concluso il sottosegretario – va assunta in presenza del medico». «La Roccella fa confusione ed è pure distratta», ha commentato la senatrice Radicale del Pd e segretaria in Commissione, Donatella Poretti. «Anzitutto ricordo che la relazione annuale sulla 194 riporta la sua firma. E che in quel testo ci sono i dati sul monitoraggio dell’uso della Ru486 negli ospedali italiani. Se questo farmaco rientra nella relazione della legge sull’aborto evidentemente è perché la procedura è rispettosa della norma. Altrimenti vuol dire che quanto scritto dalla Roccella nella relazione era fuori legge. In secondo luogo – prosegue – un conto è prevedere che tutta la procedura, dalla somministrazione della Ru486 al monitoraggio della paziente, all’espulsione del feto, sia effettuata in ospedale. Altra cosa è il discorso che sta cercando di far passare. E cioè che la 194 prevede il ricovero dal giorno x al giorno y. Questo nella legge non è scritto, visto che si parla di “eventuale” ricovero. Io comunque penso che queste siano sempre decisioni di competenza del medico che valuta caso per caso», conclude Poretti. Anche l’assessore alla Produzione culturale del Comune di Venezia ed ex deputato dei Verdi, Luana Zanella, critica l’invasione di campo della politica in questioni mediche. «Ancora una volta una decisione presa in ambito politico e non tecnico scientifico. Così – aggiunge – si ostacola l’adozione di misure sanitarie tese a rendere meno invasivo un intervento medico a vantaggio delle donne e della salute femminile, che dovrebbe rimanere il primo obiettivo di decisioni di questo tipo». Zanella conclude annunciando che «pure su questo ennesimo abuso prenderemo parola nel corteo del 28 novembre a Roma contro la violenza sulle donne». Terra, il primo quotidiano ecologista

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La piccola Commissione degli orrori

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo. Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma di Federico Tulli

Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata. Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti – ma in realtà drammatici – della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione del ministro della Salute, Maurizio Sacconi e diel capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.

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Mortalità

Uno, nessuno e centomila

Secondo la consulente del ministero Assuntina Morresi, nel mondo c’è stato un decesso ogni 100mila Ivg farmacologiche. Le francesi, evidentemente, sono molto fortunate. Dal 1988, su 2,5 milioni di Ivg effettuate oltralpe, è morta una sola donna. «Nemmeno in quel caso la colpa era del mifepristone ma dalla prostaglandina associata, all’epoca, alla Ru486. Che poi infatti è stata sostituita con quella oggi in uso», nota Mirella Parachini, ginecologa e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione. left 47/2006

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La pillola del giorno dopo va di traverso al Vaticano

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Ottobre 2009

Nuovo attacco della Cei contro il Norlevo e la legge 194. Questa volta a spacciare il contraccettivo per farmaco abortivo è stato il segretario generale Mariano Crociata. Suo “l’invito” ai farmacisti italiani a fare obiezione di coscienza di Federico Tulli

Come ha dimostrato l’unico studio scientifico sino a oggi esistente, la pillola del giorno dopo, poiché impedisce l’ovulazione, non è un farmaco abortivo. Ma, specie in Italia, viene sovente accostata alla legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, oppure addirittura confusa con la pillola abortiva Ru486. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello sollevato dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Mariano Crociata. Intervenuto ieri al Congresso dei farmacisti cattolici in corso a Roma, Crociata ha affermato che, essendo prevista dalla legge sull’aborto per i medici, «l’obiezione di coscienza è anche un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti» che si trovano a dover vendere farmaci a base di levonorgestrel. È questo un principio attivo contenuto nel Norlevo che è, appunto, la cosiddetta pillola del giorno dopo. Secondo il monsignore, estendere il riconoscimento del diritto a fare obiezione ai farmacisti significa permettere loro di «non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali, come per esempio l’aborto e l’eutanasia ». Pertanto, in conclusione, Crociata ha precisato che «il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non riguarda solo i farmacisti cattolici ma tutti i farmacisti, perché la questione della vita e della sua difesa e promozione non è una prerogativa dei soli cristiani». Sollecitato da Terra, il presidente nazionale dell’ordine dei Farmacisti, Andrea Mandelli, ha così commentato le parole del monsignore: «Ho il massimo rispetto per l’autorità religiosa che giustamente lancia un monito di natura morale, quindi alzo le mani e mi arrendo immediatamente. Ma credo che il problema del levonorgestrel e della eventuale possibilità di fare obiezione richieda un intervento da parte di chi è predisposto a dare risposte ai cittadini, cioè il Parlamento italiano». Nel precisare che al momento in Senato giacciono almeno un paio di proposte normative che vanno in questa direzione, Mandelli chiarisce poi perché al momento in farmacia non si può fare obiezione di coscienza: «Il farmacista, che in generale deve sempre dispensare il farmaco prescritto dal medico, non può sapere il motivo per cui questi – che a sua volta con la ricetta perfeziona il patto col cliente-paziente – ha prescritto un determinato composto chimico». Un discorso che vale tanto più per il levonorgestrel contenuto nel Norlevo, poiché «consente di affrontare due o tre tipi diversi di problemi, tra cui l’endometriosi». L’intervento a gamba tesa del segretario della Cei contro la pillola del giorno dopo è stato commentato anche dalla senatrice Radicali-Pd e segretaria in commissione Igiene e sanità, Donatella Poretti: «Il ritornello del diritto all’obiezione di coscienza da parte dei farmacisti per la vendita di un contraccettivo, come è la pillola del giorno dopo, sta diventando una grottesca rappresentazione di una crociata senza senso. Per tutelare il diritto alla vita e per evitare l’aborto – ha aggiunto Poretti – monsignor Crociata farebbe meglio a promuovere l’astinenza dal sesso o i diversi metodi contraccettivi: naturali, meccanici, chimici o chirurgici. Ma evidentemente si preferisce la strada più subdola del creare confusione, avvicinando la pillola contraccettiva a quella abortiva, e facendo credere che in farmacia si vendano pillole abortive. L’unico modo perché un farmacista possa decidere cosa vendere – ha concluso l’esponente radicale – è trasformare le farmacie in esercizi commerciali privati che rispettino vincoli di sicurezza per i farmaci. E dove i cittadini vadano sapendo che in una farmacia cattolica non gli venderanno un preservativo, così come in un ristorante vegetariano non gli cucineranno un pollo arrosto». Terra, il primo quotidiano ecologista

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La Ru486 negli ospedali italiani dal 19 novembre

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2009

Via libera dell’Agenzia italiana del farmaco. Tra un mese, in Gazzetta ufficiale, la scheda tecnica per la somministrazione della pillola abortiva nelle interruzioni volontarie di gravidanza. Si chiude un iter durato quattro anni di Federico Tulli

Fra un mese anche in Italia si potrà abortire per via farmacologica. Si è conclusa, con l’emanazione del documento che pone la parola fine all’iter di autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, l’attesa riunione di ieri in seno al cda dell’Agenzia italiana del farmaco. Con l’ok del cda, il dg Guido Rasi ha infatti ottenuto il mandato per redigere la “determina” con le indicazioni tecniche per la somministrazione della pillola. Il testo dovrà essere pubblicato entro un mese in Gazzetta ufficiale. Stando a indiscrezioni raccolte da Terra questo accadrà l’ultimo giorno utile, vale a dire il 19 novembre prossimo. Da quel momento in poi, le donne che decidono di abortire, nel pieno rispetto della legge 194/78, avranno a disposizione la scelta, concertata con il medico, tra l’interruzione volontaria di gravidanza per via chirurgica e quella per via farmacologica. È il caso di dire: finalmente. Visto che tale possibilità è garantita da almeno dieci anni in quasi tutto il mondo occidentale, se non da venti come nel caso della Francia. Come accade dal 2005, anno in cui fu faticosamente avviata dal ginecologo Silvio Viale la sperimentazione del farmaco, sperimentazione paradossalmente inutile dato che, proprio dal 2005, la Ru486 è considerata un farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità cui l’Italia aderisce, la decisione dell’Aifa è stata preceduta e poi investita dal solito fuoco di sbarramento che si alza ogni volta che c’è un capitolo importante della storia all’italiana della pillola abortiva. Con polemiche sguaiate e millantando dati scientifici è scesa in campo l’esigua ma rumorosa pattuglia di antiabortisti nostrani composta da politici e giornalisti. In prima fila c’è il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, il quale ha assicurato (le donne italiane certamente no, forse il Vaticano?) che l’Aifa non deciderà sulla Ru486 prima della conclusione dell’indagine avviata dal Senato sulla pillola abortiva, cioè il 25 novembre prossimo. E poi, nel pieno disprezzo dell’autonomia di pensiero e della sensibilità femminile ha aggiunto: «L’aborto facile in casa in Italia non ci sarà». Come se abortire fosse una passeggiata. La chicca finale, poi, rivela lo scarso livello d’interesse per la salute delle donne da parte del senatore. In una nota, infatti, Gasparri rivendica «la sovranità di governo e Parlamento nel verificare che la Ru486 non sia utilizzata in violazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza». Una violazione che, essendoci lasciati alle spalle 4 anni di sperimentazione, ovviamente non esiste. Cosa che rivela come l’indagine sia un’inutile perdita di tempo e metta a rischio la salute di chi potrebbe già utilizzare la Ru486.  A tal proposito, quando Gasparri invoca il ruolo delle istituzioni, sembra ignorare il senso dell’articolo 15 della legge, laddove recita: «Le Regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie (…) sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Senso che non sfugge a Rasi, il quale sempre ieri ha detto che «la pillola abortiva non presenta rischi dal punto di vista farmacologico e scientifico». E che, soprattutto nel nostro Paese, si avranno meno problemi rispetto agli altri che hanno già introdotto la Ru486, perché «abbiamo ristretto il campo di applicazione e si potrà assumere la pillola abortiva solo entro la settima settimana. Presa entro questi tempi di gestazione non ci sono rischi. Quindi – conclude il dg dell’Aifa – non c’erano motivi per non autorizzarla, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». Parole che non lasciano spazio a interpretazioni fantasiose e che smascherano il bluff ideologico dei pasdaran antiabortisti. Un breve accenno, infine, all’ennesima puntata della querelle sui presunti 29 decessi (in 20 anni e in tutto il mondo!) legati all’uso della Ru486, propagandati in un libro scritto a quattro mani dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (giornalista) e dall’editorialista dell’Avvenire Assuntina Morresi (docente di Chimica). Libro che i ginecologi Flamigni e Parachini, in un articolo di Simona Maggiorelli su Terra dell’11 agosto scorso, hanno definito poco aderente alla letteratura medica. Quei dati sono ancora oggi ripetuti come mantra. Questa volta il numero 29 è uscito sulla ruota del Giornale. Dove Renato Farina ha deciso di fare le pulci alla sintesi, pubblicata sul suo stesso quotidiano, del dossier che la Exelgyn produttrice della Ru486 ha presentato nei mesi scorsi all’Aifa (e che questa ha ritenuto attendibile) per ottenere l’autorizzazione al commercio. Il tentativo di sconfessare la Exelgyn si sgonfia già alla seconda riga. Qui Farina, che in teoria sta criticando un dossier scientifico, definisce, molto poco scientificamente, “bambini” quelli che in realtà sono feti. Quanto ai 29 decessi riesumati dal suddetto, come ricorda il presidente dell’Aduc, Peter Yates Moretti, «fra quei 29 casi ci sono addirittura due uomini». Inutile aggiungere altro, se non per ricordare che tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno utilizzato il farmaco in dosaggi e modi completamente sbagliati». Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso con l’uso della Ru486. Un nesso che comunque conta poco, anzi niente ai fini dell’autorizzazione al commercio, poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta. Questo medicinale, tra l’altro, seguendo gli stessi criteri antiscientifici adottati da Morresi, Roccella e Farina, ha un tasso di mortalità (questo sì verificato) di decine di volte superiore a quello presunto della Ru486. Il dato di fatto reale è che, conclude Moretti, «su decine di milioni di donne che negli ultimi vent’anni hanno utilizzato la pillola Ru486 nelle modalità previste, nessuna è deceduta». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Quel bugiardino non dice tutta la verità

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009

I farmaci ottenuti con urine umane sono rischiosi. Due ricerche appena pubblicate riaprono il caso del Meropur tra i più usati per la cura dell’infertilità di Federico Tulli

Nel Paese in cui un ramo del Parlamento sempre diviso su tutto, basandosi su dati inverosimili, si trova concorde a organizzare un’indagine conoscitiva sull’eventuale pericolosità di un farmaco, la pillola abortiva Ru486, usato tranquillamente ovunque, considerato essenziale dall’Oms, nonché sicuro ed efficace da tutti i più importanti istituti scientifici mondiali, come anche dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), desta sconcerto l’inerzia delle stesse autorità sanitarie e delle stesse istituzioni di fronte alla vicenda del foglietto illustrativo del Meropur. L’ingarbugliata vicenda che ruota intorno a questo farmaco prodotto dalla Ferring e utilizzato in Italia nelle terapie contro l’infertilità è stata raccontata in diverse puntate da left. Oggi si arricchisce di un nuovo capitolo. Speriamo sia l’ultimo. Due studi diversi appena pubblicati su altrettante riviste specializzate hanno infatti rilevato la presenza di prioni (agenti infettivi) in alcuni campioni analizzati. Un riscontro che suggerisce il forte rischio di infezioni (tra cui la Cjd, la cosiddetta “mucca pazza”) per chi assume un medicinale urinario, come è il Meropur, prodotto cioè con urine di donne in menopausa. Il primo studio pubblicato su RBMOnline dal titolo “Identificazione analitica di impurezze addizionali in gonadotropine derivate dalle urine”, è stato condotto su farmaci venduti in Italia e ha evidenziato la presenza di 39 elementi impuri sugli urinari. Mentre il secondo, “Proteomic analyses of recombinant human follicle-stimulating hormone and urinary-derived gonadotropin preparations” pubblicato su J Reprod Med 2009, si è occupato di prodotti venduti all’estero, ma sempre urinari e con la presenza di prioni. Questi studi in primo luogo confermano quanto le associazioni dei pazienti infertili Amica cicogna, Madre provetta, Altra cicogna, unbambino.it, Cerco un bimbo, il Tribunale per i diritti del malato e i senatori Radicali del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca denunciano dal 2006 inascoltati: per chi assume farmaci derivati da urine umane c’è il rischio teorico di contrarre patologie virali. Sollecitando invano gli enti competenti – il ministero della Salute, l’Aifa, l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia europea per i medicinali (Emea) – a fare in modo che l’avvertenza sia riportata nel bugiardino. Questo rischio è «remoto», come recita il foglietto illustrativo del Menopur venduto in Gran Bretagna e Francia (vedi left n.8/2009), ma nel febbraio 2003 ha spinto le autorità sanitarie del Regno Unito, a seguito di un caso italiano della variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob, a interrompere definitivamente, per precauzione, la vendita di un farmaco prodotto con urine italiane. Conclusioni scientifiche del genere dovrebbero ora quanto meno spingere la Ferring a prendere in autonomia dei provvedimenti sul bugiardino visto che quei risultati non collimano più con quanto dichiarato nell’agosto 2008 a left dall’allora direttore medico della farmaceutica, Luigi Picaro: «Ferring è certa della sicurezza dei propri prodotti». Il problema è che mentre la “purezza” mediamente dichiarata per medicinali prodotti dalle urine di donne in menopausa è del 95 per cento, i nuovi studi dimostrano invece che questi prodotti hanno una purezza compresa tra il 70 e 80 per cento. Cioè contengono dal 20 al 30 per cento di proteine contaminanti provenienti dalle urine delle donne donatrici. E, fatto ancor più grave, nei prodotti urinari sono stati trovati, tra i contaminanti, i “prioni”, considerati potenziali veicoli della Cjd e di altre malattie infettive di cui le donatrici di urine possono essere portatrici. Un dato che dimostra come il processo di purificazione del farmaco non elimina il rischio di trasmissione di prioni. Di fronte a queste conclusioni non regge più nemmeno la motivazione “burocratica” avanzata a suo tempo dall’Aifa, secondo cui quella del foglietto illustrativo del Meropur «non è una modifica che l’Italia può fare in autonomia, perché il medicinale, approvato in Danimarca, è stato adottato nel nostro Paese con la procedura del mutuo riconoscimento e quindi siamo vincolati alle decisioni del governo danese». Un ostacolo potrebbe a questo punto essere posto da Ferring che se non vuole non può essere costretta dall’Aifa ad aggiornare le avvertenze del Meropur se prima non viene modificato quello danese. Ma, come ricordano le associazioni di pazienti infertili, l’Agenzia ha il potere di sospendere il commercio del Meropur in attesa di un cenno da Copenaghen. Sgombriamo ora il campo da ulteriori dubbi. Il ritiro temporaneo del farmaco dal mercato non comporterebbe problemi a chi si deve sottoporre a terapie per l’infertilità. Esistono da tempo nuovi medicinali con le stesse caratteristiche, altrettanto efficaci ma più sicuri di quelli urinari. Si tratta dei farmaci ricombinanti, ottenuti cioè sinteticamente e non dalle urine umane. Anche questo dato, in termini di sicurezza, emerge dagli studi in questione. La purezza mediamente dichiarata dai produttori di farmaci sintetici è del 99 per cento e corrisponde (seppur con una variabilità inferiore al 3 per cento tra un lotto e l’altro) a quanto rilevato dai ricercatori. Infine occorre ricordare che il Meropur è entrato in commercio in Italia nel luglio 2006 ed è un farmaco simile al Menogon. Quest’ultimo contiene più residui umani ma nelle avvertenze riporta la corretta informazione sui rischi di infezioni virali. Entrambi farmaci etici di classe A – possono cioè essere venduti solo dietro presentazione di ricetta medica, e possono essere dispensati in regime assistenziale dal Servizio sanitario nazionale – sono prodotti dalla Ferring. Un’ulteriore differenza consiste nel prezzo. Quello che la casa farmaceutica ha ottenuto dall’Aifa per il Meropur è di 13,47 euro, a fronte dei 5,27 euro del Menogon le cui vendite – al contrario di quanto accade al “fratello” minore – sono in costante diminuzione. In sintesi, pur trattandosi di due farmaci di estrazione urinaria, il Servizio sanitario nazionale da tre anni ha triplicato le spese per dare ai pazienti infertili la stessa formulazione. Se consideriamo i contenuti e i risultati dello studio pubblicato su RBMOnline, per correre il rischio di assumere gli stessi contaminanti oggi si paga un prezzo tre volte superiore.

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Furore bipartisan contro la Ru486

A pagina 36 raccontiamo di un’interrogazione parlamentare che vorrebbe fare chiarezza «su eventuali rischi per chi abortisce assumendo la pillola Ru486». Pur di ottenere la riabilitazione del premier dinanzi alle (sparute) schiere cristiane, il senatore del Pdl Raffaele Calabrò e i suoi colleghi di partito sono disposti a tutto. Pure «a farci ridere dietro da tutta la comunità scientifica mondiale che da 20 anni dubbi non ne ha: il farmaco è sicuro ed efficace», spiega il ginecologo Silvio Viale. Insomma, con la mossa dei quattro parlamentari della maggioranza – che giunge dopo 50 giorni dall’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo rilasciata dall’Aifa – pensavamo di aver visto il top dell’acquiescenza a uno Stato straniero ma mentre andavamo in stampa siamo stati smentiti. Calabrò è stato posto dal Senato a capo di un’indagine parlamentare sul medicinale che tra poche settimane sarà in vendita. Il pretesto dell’indagine è lo stesso dell’interrogazione: i dati relativi ai «29 decessi accertati per le complicanze», nonché i «gravi rischi di emorragia provocati dalla Ru486, a volte gestiti in assoluta solitudine dalla gestante, o per un utilizzo in violazione della legge 194». Casi che Silvio Viale smonta uno a uno. Alla guida del manipolo di devoti Calabrò sarà affiancato dalla senatrice del Pd Dorina Bianchi (nota per aver votato a suo tempo la legge 40/2004). Radicali a parte, l’indagine infatti è stata approvata con voto bipartisan. Quando si tratta d’inginocchiarsi non c’è schieramento politico che tenga. left 38/2009

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Falsificano per deliberare

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009

La pillola abortiva Ru486 è di nuovo nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali in Parlamento. Con un’interrogazione al ministro Sacconi il senatore Calabrò va contro l’Agenzia italiana del farmaco. Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale di Federico Tulli

Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può intaccare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico che porta il suo nome, infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà certo di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra. Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni? Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti. left 38/2009

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Ru486, il governo non si intrometta

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Agosto 2009

Visita Ginecologica07Non compete alla politica decidere la durata del ricovero e i farmaci da somministrare. Il rapporto tra ginecologi e pazienti è inviolabile. Altrimenti si mette a rischio la salute delle donne. Il j’accuse di un eminente scienziato e di un uomo di legge di Federico Tulli

I paladini dello Stato etico non si arrendono. A una settimana dalla definitiva autorizzazione al commercio in Italia della pillola abortiva Ru486 è ancora vivo il fervore di politici e uomini di Chiesa decisi a contrastare in ogni modo l’uso di questo farmaco, da anni riconosciuto efficace e sicuro da tutte le più importanti istituzioni sanitarie e scientifiche del globo. L’ultima in ordine di tempo è del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri che ha proposto di portare la questione Ru486 in Parlamento. «Per fare chiarezza – dice – perché al momento non ce n’è abbastanza». L’uso del farmaco per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) secondo Gasparri «non è un problema amministrativo», e quando c’è di mezzo la «banalizzazione della vita la politica si deve interrogare per dare risposte. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, né delegare l’Agenzia italiana del farmaco e gente che non rappresenta nessuno a peggiorare la legge 194. Siamo di fronte – ha concluso l’ex militante missino – a un modo di procedere non compatibile con le regole della democrazia». A Gasparri ha fatto tempestivamente eco la sottosegretaria al Welfare con delega alla bioetica Eugenia Roccella. «È giusto che il Parlamento sia coinvolto», ha ribadito. «Non si può limitare la questione a un fatto tecnico, perché si tratta di un fatto politico. In Aula bisogna portare tutti i dati, anche sull’utilizzo della pillola Ru486 in Italia, e vorrei la massima trasparenza per aprire un dibattito nel Paese». Per dirla con Gasparri, per «fare chiarezza» sui rischi che corre la 194 e la salute delle donne, left ha chiesto il parere di un uomo di legge (vedi l’intervista al giudice Santosuosso) e, soprattutto di un eminente ginecologo, il professor Carlo Flamigni, docente all’università di Bologna e autore di numerosi saggi tra cui i recenti L’aborto (Pendragon) e Casanova e l’invidia del grembo (Baldini e Castoldi Dalai). Il primo spunto giunge proprio dal Parlamento, dove la scorsa settimana il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, con un ritardo di oltre cinque mesi (vedi left n. 17/2009), ha presentato la relazione annuale sulla legge 194/78 che ha registrato i dati definitivi del 2007 e quelli provvisori del 2008. Proseguendo nel trend che vede gli aborti in calo continuo sin dal 1982 (-42 per cento in 26 anni) il 2008 si è chiuso con il 4,1 di Ivg in meno rispetto al 2007. Alla luce dei rischi paventati da Chiesa e centrodestra come vanno lette queste cifre? «L’analisi – spiega Flamigni – va fatta seguendo un’unica falsa riga, c’è molta saggezza da parte delle donne nell’interpretazione dei loro diritti». In tal senso un elemento significativo è rappresentato dal 18 per cento di donne che hanno abortito più volte. «Non solo questo dato è tra i più bassi nel mondo – sottolinea il ginecologo – ma se guardiamo agli aborti veramente ripetuti, quelli effettuati da tre volte in su, scopriamo che non superano il 2 per cento. Questo vuol dire che, nonostante quanto sostengono i malevoli, nessuna donna guarda all’Ivg come a un sistema per regolare la sua vita riproduttiva. Su questo non c’è alcun dubbio. Quando monsignor Sgreccia e certi politici accusano le donne di “banalizzazione della vita” oltre a non sapere di cosa parlano offendono in continuazione l’intelligenza femminile. Quando il cardinal Bagnasco – prosegue Flamigni – afferma che la Ru486 è una “discesa di civiltà” è libero di dirlo. Per la sua religione chi interrompe una gravidanza è un omicida e come tale va trattato. Ma il cardinale confonde la sua religione con la verità». Ciò non toglie che siano diverse le questioni relative alla legge 194 che ancora non funzionano. «In primis, è praticamente ferma la ricerca scientifica sui metodi anticoncezionali. C’è poi il grave problema dell’assenza di educazione e di scarsa o cattiva informazione. A danno soprattutto delle donne migranti che si portano appresso “usanze” pericolose per la propria salute». Per esempio c’è un numero non facilmente calcolabile di nuove cittadine che provengono dall’Est che per abortire usa le prostaglandine reperibili in farmacia e che normalmente si usano per il mal di stomaco.

Il ginecologo Carlo Flamigni

Il ginecologo Carlo Flamigni

«Tenga conto – spiega il professore – che la Ru486 è composta di due pillole: il mifepristone, che interrompe la gravidanza, e poi la prostaglandina che espelle il feto. Ebbene, ancora oggi ci sono donne malconsigliate che prendono prostaglandine per abortire rischiando la vita. Quindi occorre avvicinarle, per meritare la loro fiducia e portarle a risolvere i loro problemi in ospedale. Ma questa guerra allo straniero impostata dalla destra di certo non aiuta».  Sempre in tema di informazione, ha tenuto banco in questi giorni il numero dei presunti decessi causati dalla Ru486 sbandierato dalla Roccella (in tutto sarebbero 26 dal 1988) che è autrice, insieme ad Assuntina Morresi, di un libro dal titolo La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru 486. «La signora Roccella ha comunicato dati molto grossolani – commenta Flamigni -. Nessuno sostiene che una Ivg con la Ru486 sia facile, gradevole o priva di complicazioni. Ma molti degli incidenti citati dal sottosegretario non hanno nulla a che fare con la Ru486. Se c’è una gravidanza extrauterina non diagnosticata e la donna muore, la colpa è dei medici non della tecnica impiegata. In alcuni casi, poi, non sono state seguite le linee guida. Il punto è valorizzare il consenso informato e spiegare alle donne quali scelte hanno a disposizione. Se si usano buon senso e responsabilità non succede nulla».  Un’ultima spina nel fianco della legge 194 per Flamigni è rappresentato dall’epidemia di obiezioni di coscienza da parte di medici ginecologi e anestesisti. Mediamente in Italia superano oramai il 70 per cento sul totale. «Occorre fare attenzione – denuncia – perché questa pletora di obiettori comincia a rappresentare un problema per la salute. Con sempre meno specialisti a disposizione si ritarda il momento in cui viene interrotta la gravidanza. E questo vuol dire aumento del rischio. Può quindi succedere che le donne si rivolgano all’estero o a medici poco scrupolosi». Un crescendo di soluzioni peggiori del male che impongono di affrontare con rigore il tema dell’obiezione. «La legge va letta con attenzione: dice che l’interruzione di gravidanza fa parte della protezione della salute. Come si fa ad accettare che un medico si occupi della cura delle donne “fino a un certo punto”? Semmai – conclude il ginecologo – l’obiettore vada a fare un altro mestiere, ma non si occupi della salute delle persone».

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La cura non si tocca

Intervista ad Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte di appello di Milano di Simona Nazzaro


Il giudice Amedeo Santosuosso

Il giudice Amedeo Santosuosso

Giudice Santosuosso, dopo il via libera dell’Aifa alla Ru486 molti nel centrodestra hanno invocato una modifica della legge 194/78. Secondo il sottosegretario Roccella, ad esempio, «sia le dimissioni firmate dalla donna, che nessuno può impedire, sia il day hospital pongono problemi di sicurezza per la salute, poiché la domiciliarità rende il metodo meno sicuro e non si può non tenerne conto». Al di là del fatto che, come sostiene il ginecologo Flamigni, «eventuali problemi di sicurezza sono identici anche nel caso di aborto chirurgico», giuridicamente parlando che valore ha la proposta del sottosegretario?
Quando i politici parlano della necessità di un ricovero più lungo, in realtà spinti da un orientamento ideologico, ignorano alcuni elementi fondamentali. Uno è di tipo strettamente giuridico, oltre che medico, ed è che sono state già condotte delle sperimentazioni, e sono state condotte in un regime di day hospital. Se esistono dei rischi, che ci sono come in qualsiasi trattamento di tipo medico, il punto non è costringere le persone a far qualcosa, oppure a non farla, ma è informarle per dare loro la possibilità di scegliere. In questo caso la paziente diretta interessata è la donna che ha deciso ed è nella necessità di ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza. Il medico quindi non deve fare il guardiano, deve fornire tutte le informazioni, non in modo terroristico ma completo e adeguato.
Del consenso informato si è tanto parlato anche a proposito del “caso Eluana” e dei trattamenti di fine vita. Sembra proprio indigesto a questo governo…
Il consenso informato, vale a dire l’autodeterminazione di ogni singola persona relativa alle scelte sul proprio corpo e sulla propria vita, è fuori discussione. È stato ribadito da una sentenza chiarissima della Corte costituzionale, la numero 438/08, e non può essere messo in discussione in alcun modo. Quanto all’atteggiamento interventista del ministero, al Welfare, dovrebbero rendersi conto che secondo le regole che valgono nel nostro Stato, da ultimo la sentenza 151/09 che ha giudicato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004, non ha il potere di dire alle persone cosa devono o non devono fare, perché non siamo in uno Stato di controllo sui singoli. Inoltre il ministero non può neanche dire ai medici come svolgere la propria professione. Quella del medico è un’attività libera, tanto quanto è libera la persona che si rivolge a lui nella situazione di bisogno di cura. Per esempio dire che servono tre giorni di ricovero non è di competenza del ministero. Questo semmai è compito solo del medico che prende una decisione sempre dopo aver informato la donna, e con il rispetto assoluto della scelta della paziente che eventualmente può anche cambiare idea in corso d’opera.
Nei giorni scorsi il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha incitato i medici all’obiezione di coscienza. A che titolo il rappresentante di uno Stato straniero può intromettersi nei meccanismi dell’ordinamento italiano?
Io non ne farei una questione di diritto internazionale. È chiaro che il Vaticano e i suoi rappresentanti possono dire quello che vogliono, come chiunque. Il punto di cui mi preoccuperei di più è quanto l’invito all’obiezione di coscienza possa creare dei condizionamenti materiali. In determinati ambienti, quelli dove c’è un orientamento generale prevalente, un medico può sentirsi “costretto” a decidere di diventare obiettore perché pensa di non poter fare carriera.
Quindi, secondo lei, l’obiezione spesso viene “scelta” per motivazioni diverse dall’etica?
Questo mi sembra il problema più serio e più grave. Gli esponenti della Chiesa cattolica possono esercitare la libertà di parola, purché ripeto, si presti più attenzione a questo aspetto dei condizionamenti materiali. A mio avviso infatti, questi sono il reale motivo dell’aumento del numero delle obiezioni di coscienza in materia di aborto. Non si tratta di essere paladini dell’aborto o della Ru486. Personalmente, mi sento di essere paladino del rispetto della scelta che una donna può fare in determinate condizioni della propria vita, e secondo quello che è il proprio vissuto. Questo è il vero bene da tutelare, e non il successo di una certa tecnica o di un’altra. L’aspetto più importante è la libertà di scelta della donna e quella dei medici con i quali la donna si trova a entrare in contatto. Queste libertà sono assolutamente coperte e garantite dalle norme esistenti, dalla stessa legge 194, dalle sentenze dell’Alta corte in tema di autodeterminazione. Qui non è in ballo l’opinione dei laici contro quella dei cattolici. Ad esempio la sentenza numero 438/08 è stata scritta, tra gli altri, dalla professoressa Saulle che è cattolica. Questo è il segno molto importante che alcuni principi giuridici, come quello di autodeterminazione, ormai sono un sedimento della nostra società tutta, indipendentemente dal ministro, dal cardinale o dal politico di turno. left 31-32/2009

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Carlo Flamigni: Quante bugie sulla Ru486

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Agosto 2009

00294871di Federico Tulli

Il via libera del cda dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) alla commercializzazione della pillola abortiva Ru486 ha scatenato, come prevedibile, la scomposta reazione di gran parte dei politici del centrodestra e delle gerarchie vaticane. Questo nonostante l’esito della lunga consultazione di ieri, conclusa con 4 voti favorevoli e uno solo contrario, dia un segnale inequivocabile: il farmaco è sicuro e fornisce una moderna quanto valida alternativa alle tecniche chirurgiche sino a oggi impiegate nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Come del resto ribadisce a Terra Carlo Flamigni, docente di Ginecologia e ostetricia all’università di Bologna. «C’è un importante studio dell’associazione dei medici ginecologi inglesi in cui emerge che le Ivg precoci, fatte cioè entro i 49 giorni, hanno meno rischi di fallimento se fatte con la Ru486 rispetto all’intervento chirurgico. Detto ciò – spiega l’esponente di Sinistra e libertà – questa tecnica ha avuto riscontro positivo in tutto il mondo e non è vero che abbandona le donne a se stesse». E, invece, il fuoco di fila delle “obiezioni” si è levato senza soluzione di continuità per tutta la giornata in una sorta di surreale gara a chi la sparava più grossa. «Da una parte non tuteliamo la vita nel grembo delle nostre madri, dall’altra importiamo giovanotti di 20 anni per la forza lavoro», ha esordito il senatore leghista, Giuseppe Leoni, fondatore dei Cattolici padani. Gli fa eco il collega di partito Massimo Polledri: «La Ru486 contrasta con la legge 194 e altro non è che lo strumento tecnico per privatizzare e banalizzare l’aborto, facendolo passare come contraccettivo».
In poche righe Polledri concentra tutta la confusione creata ad arte dai paladini antiabortisti durante l’iter di approvazione all’immissione in commercio della Ru486. Polledri “dimentica” infatti, come precisa Flamigni, che l’articolo 15 della legge 194/78 prevede «l’aggiornamento del personale sanitario [...] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Secondo il ginecologo «c’è una grande confusione basata su problemi ideologici. Sento – dice – molte cose scorrette, qualche bugia, un’infinità di incompetenze e pure una velata minaccia: non è assolutamente vero che la pillola vada contro la 194. Le Ivg si fanno in ospedale e la pillola viene somministrata in ospedale, non si troverà certo in farmacia». Immancabile poi l’intervento a gamba tesa del Vaticano in questioni italiane. «Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri» scrive monsignor Rino Fisichella, sull’Osservatore Romano. «L’allusione al fatto che con la Ru486 diventerà più facile abortire è la cosa più irritante», conclude Flamigni. «Come se per le donne fosse una festa interrompere la gravidanza. Le donne sono molto più intelligenti, molto più attente, infinitamente direi, dei loro detrattori». Terra, il primo quotidiano ecologista

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