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Tavola bandita

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Novembre 2008

Frodi alimentari, ogni giorno un’allerta. In Italia si “tarocca” di tutto. Le leggi ci sono ma i controlli scarseggiano. E la gente non si fida più. Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo: «Colpa anche della cattiva informazione» di Federico Tulli

In  principio fu l’aviaria. Forse il più clamoroso caso di disinformazione mediatica e scientifica su scala mondiale dei tempi recenti. Un bluff secondo per dimensioni solo a quello geniale di Orson Welles che il 30 ottobre del 1938, dalla radio, riuscì a convincere l’intera popolazione degli Stati Uniti che la Terra era appena stata invasa dagli alieni. Ma almeno Welles scherzava. Chi si è inventato il pericolo per l’uomo di essere contagiato dal virus H5N1 semplicemente mangiando carne avicola, no. E la gente, ovunque nel mondo, ha smesso di comprare pollo. Anche dopo che è stato dimostrato che è impossibile ammalarsi per colpa di una coscia rosolata allo spiedo. Troppo tardi. La questione della sicurezza alimentare, che andava comunque sollevata per via dell’abbattimento delle barriere commerciali internazionali che aveva dato il la a un colossale traffico di derrate prodotte fuori da ogni controllo sanitario, ormai era aperta. Nel modo, però, sbagliato. Tante notizie molto confuse sulla pericolosità di determinati alimenti, invece di contribuire ad aumentare il senso di sicurezza di chi fa la spesa hanno sortito, nel tempo, esattamente l’opposto. Abbiamo chiesto a Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo l’associazione per la tutela e difesa dei consumatori più diffusa in Italia, come fare per districarsi nella giungla dei falsi allarmi alimentari, ma anche delle false promesse commerciali e delle scintillanti etichette di cibi “di moda”.
La sicurezza alimentare è la questione più sentita dagli italiani insieme al caroprezzi. Eppure le nostre leggi sono ritenute tra le più avanzate. Come mai?
In assoluto sono tra le leggi più complete. Nelle nostre analisi pubblicate sul mensile dell’associazione abbiamo sempre rilevato l’estrema qualità della legislazione e del grado di tutela che questa garantisce alla salubrità dei prodotti e quindi alla salute dei consumatori. Lo testimonia il successo internazionale della tradizione alimentare italiana e il fatto che sia considerata ovunque sostanzialmente sana. Nonostante questo nei cittadini abbiamo riscontrato un diffuso senso di sfiducia verso ciò che arriva in tavola.
Da cosa può dipendere?
In parte dal fatto che ogni tanto degli scandali alimentari suscitano grande clamore. Anche per via della spettacolarizzazione che ne fanno i mass media. Così accade che certo allarmismo getti nel panico la stragrande maggioranza delle persone provocando il crollo nelle vendite dei prodotti.
Come nel caso dell’aviaria?
Non solo. Quello dell’aviaria è un caso abbastanza particolare perché probabilmente l’intensità dell’allarme è stata creata ad hoc per vendere scorte di vaccini ormai prossimi alla scadenza. Vaccini che poi si sono rivelati assolutamente inutili contro questo genere d’influenza. Come sempre in questi casi c’è un fondamento di verità: in particolari situazioni si sono verificati alcuni casi di contagio da animale a uomo, ma le cronache che ne sono derivate non avevano nulla di scientifico oppure i fatti erano spiegati in modo superficiale. E la gente è andata in confusione. Lo stesso è accaduto con la recente storia delle mozzarelle di bufala “alla diossina”.
Anche qui si è trattato di disinformazione?
Se ne è parlato come fosse un problema nuovo. In realtà la questione “diossina” è aperta da tanti anni e riguarda un po’ tutti i prodotti di origine animale. In questo caso la sfiducia dei consumatori si è rivelata fondata, ma è stato il coinvolgimento della criminalità organizzata a rendere “clamorosa” la notizia.Ed è passato in secondo piano il problema della scarsità e inefficacia dei controlli visto che la diossina contamina i nostri pascoli da decenni.
Ottime leggi ma applicate male, sembra un classico caso all’italiana…
Questi controlli sono affidati a tante competenze diverse: ministero della Salute, ministero dell’Agricoltura, Guardia di finanza, carabinieri del Nas. Organismi che in molti casi risultano poco coordinati. E poi c’è la tendenza delle istituzioni a non far emergere determinate notizie.
Ci spieghi meglio.
Mentre il compito di comunicare sulla sicurezza, sull’educazione alimentare e sulle novità della ricerca in questo campo dovrebbe essere affidato a un organismo scientifico indipendente, quello di informare i cittadini sulla pericolosità di un alimento spetta allo Stato. Ma in Italia non accade. Lo abbiamo verificato per le mozzarelle e anche per l’inchiostro che contaminava le confezioni del latte per bambini. In alcuni casi le autorità sono perfettamente al corrente del problema e fanno di tutto perché non emerga, nell’interesse dei produttori. Con i quali spesso si mettono d’accordo per trovare una soluzione. Il risultato è che i consumatori si fanno l’idea che ci tengano all’oscuro di tutto. Poi, quando il bubbone scoppia, magari sotto forma di scoop giornalistico dai titoli roboanti, diventa panico.
Un meccanismo informativo scorretto.
Sì, tra l’altro nessuno comunica mai il cessato allarme. Per questo ci aspettiamo che da un momento all’altro rispunti fuori anche l’aviaria.
Sicurezza a tavola vuol dire anche una corretta dieta e alimentazione. Altroconsumo conduce da tempo una battaglia contro il rischio obesità per i bimbi. Finiremo come gli Usa o in Cina?
Il problema dell’obesità è comune a tutti i Paesi industrializzati. Ci siamo concentrati sull’obesità infantile perché i bambini sono dei soggetti molto vulnerabili. Nella nostra campagna chiediamo soprattutto di intervenire sulla pubblicità: le sue esche (regalini, sorprese) attirano i più piccoli verso il cibo troppo ricco di zuccheri, grassi e sale. Avviandoli a una dieta che avrà pesanti ripercussioni sulla salute in età adulta. Ma i claim pubblicitari irretiscono anche i genitori. Lo abbiamo rilevato in uno studio appena pubblicato. Nella mentalità comune i cereali per la colazione sono un’ottima alternativa a merendine e snack confezionati. Il nostro test dimostra però che non tutti i prodotti sono uguali: alcuni fiocchi sono stracolmi di zucchero; altri di acidi grassi trans o insaturi (i meno sani); qualcuno esagera con il sale. Ognuno di questi ingredienti è riportato in etichetta, ma spessissimo un genitore lo ignora perché attirato dal claim salutistico che campeggia sulla confezione. Uno stratagemma questo che presto sarà vietato ai produttori che non presenteranno adeguata documentazione scientifica che provi l’effettiva salubrità del loro prodotto.

Left 46/2008

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Tabacco: Marlboro classic multata in Francia per pubblicità ingannevole

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Gennaio 2008

Contro il fumo la Francia sembra fare sul serio. A pochi giorni dall’entrata in vigore del divieto di accendersi una sigaretta nei bistrot, divieto che solo pochi mesi fa sembrava impensabile da adottare in un paese così affezionato a questa tradizione, la corte di appello di Parigi ha condannato la ditta d’abbigliamento Marlboro classic a una multa di 50 mila euro per pubblicità ingannevole a favore del tabacco. È questo il risultato di una serie di denunce presentate dal Comitato nazionale contro il tabacco (Cntc) sin dal 2003, quando ha tentato di far interdire dai giudici francesi le insegne affisse in tutti i punti vendita del marchio. Che Oltralpe viene distribuito da Valentino fashion group da quando ha ottenuto da una filiale della holding di Marlboro classic, la Philip Morris, una licenza per l’utilizzo del brand. Anche se l’importo della sanzione è modesto, la decisione dei giudici appare un duro colpo per la casa di abbigliamento che in Francia possiede più di 300 punti vendita tra negozi, succursali e boutique in franchising. Ma ancor di più sembra chiara l’intenzione dei magistrati di restringere il raggio d’azione di quel tipo di marketing che, abbinando un marchio di sigarette a un prodotto di tutt’altro settore, tenta di aggirare le rigide norme europee, cui la Francia si è da poco adeguata completamente, contro la pubblicità ingannevole a favore delle sigarette.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Salute: Parte la campagna europea contro il tabacco

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Gennaio 2007

I costi sanitari in Europa legati al tabagismo superano ormai i cento miliardi di euro l’anno e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il consumo di tabacco rimane la principale causa evitabile di cancro: “Sarebbe sufficiente modificare le proprie abitudini di vita”. Un suggerimento condiviso in pieno dal commissario europeo per la Salute, Markos Kyprianou, il quale oggi ha inaugurato l’edizione 2007 della campagna “Per una vita senza tabacco” che coinvolge i 27 stati membri dell’Unione. L’attenzione dell’iniziativa si concentra soprattutto sugli effetti del fumo passivo che, si stima, causa la morte di quasi 20 mila persone, ogni anno in Europa. Un problema di primaria importanza che l’Italia, primo tra i paesi fondatori dell’Unione, ha affrontato tramite il decreto antifumo nei luoghi pubblici del presidente della Repubblica del 23 dicembre 2003, più noto come “legge Sirchia”. “Il nesso di questa iniziativa con la nostra legge e con la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco ratificata dalla maggior parte degli stati membri Ue è evidente – spiega al VELINO l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia -. Si potrebbe dire che il progetto di Kyprianou affonda le sue radici nella Conferenza informale dei ministri della Salute del 2003, organizzata in occasione del semestre italiano di presidenza europea, quando l’avviamento dell’iter della legge antifumo stava provocando non pochi mal di pancia alle nostrane lobby del tabacco”.

Il commissario Ue ha tagliato il nastro della campagna che si pone “l’obiettivo di motivare i cittadini europei ad adottare stili di vita più salutari per raggiungere sostanziali benefici per la salute ed evitare, oltre ai costi economici, molte sofferenze correlate a malattie che si possono prevenire”. Non aspettiamoci però risultati immediati. Come sottolineato da Sirchia, sono ancora considerevoli i contrasti da superare per diffondere a livello europeo una efficace cultura di prevenzione in materia di tabacco. “La Germania, per esempio, in un primo tempo si era opposta in maniera drastica alla convezione Oms, al punto di non firmarla nemmeno, per via dei notevoli interessi economici comuni di produttori di tabacco, pubblicità e giornali”. Di recente la fiera resistenza del governo tedesco a sottoscrivere gli accordi e dare la priorità alla salute dei cittadini piuttosto che ai fatturati delle multinazionali si è affievolita. Anche a causa del deferimento presso la Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver adeguato la propria normativa alla direttiva comunitaria 2003/33/Ce contro la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. Non a caso, dunque, nel novembre scorso si è avviato un dibattito politico trasversale per trovare il modo di rientrare nei parametri comunitari, ma la proposta di legge sul fumo presentata a inizio dicembre a Berlino è durata poco più di 48 ore, cancellata dalle critiche mosse dai giuristi che la considerano non compatibile con la costituzione tedesca. A oggi quindi i cittadini dei Laender, fumatori e non, si trovano nella stessa situazione di britannici e greci, cioè senza alcuna legge di tutela dai danni da fumo, pur avendo dimostrato leggeri segnali di apertura al cambiamento.

“Anche Francia e Spagna incontano al momento serie difficoltà a varare una legge sul modello di quella italiana – sottolinea l’ex ministro della Salute -. Alcuni mesi fa sembrava che in questi due paesi si fosse aperta una strada più sensibile alle necessità dei non fumatori, ma da qualche tempo non se ne sa più nulla. Ben venga allora la piattaforma europea della lotta al fumo proposta da Kyprianou, perché a questo punto può servire a trascinare anche i tiepidi”. Un discorso a parte va fatto per i neo entrati nell’Unione, Romania e Ungheria, ma anche per la gran parte dei paesi est europei. “Non ci si può certo attendere una rivoluzione in tempi brevi – osserva Sirchia – l’iniziativa è sì rivolta all’Europa dei 27, ma va considerato che, specie nei paesi dell’est, non sono mai nemmeno state accennate battaglie in favore della prevenzione. La stessa impostazione del servizio sanitario riguardo la cura delle malattie connesse al fumo è sempre stata limitata allo stretto indispensabile, quindi la nuova frontiera della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che esige attenzione, cultura e soldi, lì è molto acerba. Ma la campagna di Kyprianou – conclude l’ex ministro della Salute – serve proprio a questo, ad avviare tutti i 27 sulla stessa strada, quella che va in direzione opposta degli interessi economici di chi non si perita di pubblicizzare strumenti di morte”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Fumo: multe a chi lo pubblicizza ma chi le deve comminare?

Pubblicato da Federico Tulli su 10 Ottobre 2006

La pubblicità al fumo è vietata dalla legge italiana e da una norma europea. I trasgressori più incalliti sono le grandi multinazionali del tabacco che hanno sponsorizzato non a caso i gran premi di Formula 1 e del motociclismo e le emittenti televisive che trasmettono le immagini dei piloti e delle macchine coperti da scritte di marche di sigarette. Ci sarebbero delle multe da pagare ma nessuno le commina. La Guardia di Finanza sostiene che la responsabilità dell’accertamento spetta all’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams). I Monopoli di Stato, che finora non hanno mai accertato nulla, esprimono il dubbio di dovere essere loro a fare l’accertamento. A ogni buon conto, sollecitati dal VELINO, hanno deciso di acquisire le cassette delle gare di F1 di Shanghai e di Suzuka tralasciando per il momento, non si sa bene perché, i gran premi di motociclismo.

Per comprendere cosa comporti la visibilità delle sigarette in televisione in termini di denaro basti pensare che solo tra Cina e Giappone i fumatori sfiorano i 400 milioni. In Italia questa forma di pubblicità ai prodotti da fumo è vietata da una legge (165/62) e da un decreto ministeriale (425/91). Inoltre, il nostro paese è sotto procedura d’infrazione presso l’Unione europea dall’aprile scorso per “il mancato rispetto della direttiva 2003/33/CE che vieta la pubblicità a favore dei prodotti del tabacco attraverso servizi d’informazione”. “La materia è molto confusa”, si giustificano alla sede centrale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, l’organo indicato dalla Guardia di Finanza come responsabile degli accertamenti di violazioni in materia di pubblicità ai prodotti da fumo. “La legge 165/62 – ha precisato il responsabile dell’ufficio stampa dell’Aams – non attribuisce direttamente la competenza ai Monopoli e quindi questa potrebbe essere anche del ministero dell’Interno, del Tar o della Prefettura. Va detto, inoltre, che la legislazione è in continua evoluzione e che i soggetti istituzionali coinvolti, nazionali e comunitari, sono sempre di più. Al punto da non essere del tutto certi che sia questa la normativa violata e che siamo noi gli unici deputati a verificare eventuali violazioni”. Comunque sia, hanno fatto sapere all’Aams, “le videocassette dei due eventi sportivi (Gp di Shanghai e Suzuka, ndr) sono state acquisite e visionate dall’Ufficio competente all’accertamento. Ma ci vorrà del tempo per giungere ad una conclusione, tanto più che nessuno ci ha ancora comunicato se dobbiamo andare avanti o meno”. Quello che non si capisce è perché, se esiste un ufficio dell’Aams, che viene ufficialmente definito, come “competente dell’accertamento”, i Monopoli di Stato sostengano poi che la normativa non è chiara e che non sono sicuri di dovere fare loro l’accertamento.

La legge 165/62 è stata per decenni il fiore all’occhiello dell’Italia, tuttora avanguardia europea nel campo della prevenzione delle conseguenze del fumo sulla salute grazie alla legge Sirchia. Un forte impegno di ordine sanitario testimoniato anche dall’emanazione del Dm 425/91, tanto da ritrovarci con una legislazione tra le più allineate alla Direttiva Ue 2003/33 emessa con l’obiettivo di eliminare ogni “disparità nelle legislazioni nazionali”. Un risultato che Bruxelles ha suggerito di ottenere attraverso il divieto, si legge nel documento, “di ogni forma di comunicazione commerciale che abbia lo scopo o l’effetto, diretto o indiretto, di promuovere un prodotto del tabacco”. E un’attenzione particolare viene riservata dalla Ue proprio alle manifestazioni sportive di grande richiamo come i Gp di Formula uno, visto che (si legge al punto 6 dell’articolo 2) “l’uso dei servizi della società dell’informazione è un mezzo di pubblicità dei prodotti del tabacco che aumenta con lo sviluppo del consumo e dell’accesso pubblici a tali servizi. Detti servizi (..) attraggono in modo particolare e sono facilmente accessibili ai giovani consumatori”. A tale proposito sono significative le parole con cui il 5 aprile scorso il commissario responsabile della Salute e della protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, aveva biasimato il governo italiano al momento dell’annuncio della costituzione in mora. “La direttiva sulla pubblicità dei prodotti del tabacco – aveva dichiarato Kyprianou – è una delle colonne portanti della lotta contro il tabagismo e invito gli Stati membri ad applicarla in modo adeguato. Se si smette di rendere il tabacco interessante attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni sarà possibile ridurre il numero dei fumatori o delle persone che sono indotte a diventarlo. I precedenti interventi della Commissione nei confronti di altri stati membri in relazione alla direttiva in questione dimostrano che non esiterò a compiere i passi necessari per garantire che venga pienamente e adeguatamente applicata”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, pubblicità e Formula uno: le multe che non multano

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Ottobre 2006

“La propaganda pubblicitaria di qualsiasi prodotto da fumo, nazionale o estero, è vietata”. Così recita un comma dell’unico articolo di una legge del 1962, la 165, tuttora in vigore anche se tra le meno rispettate. Anzi, forse sarebbe più corretto dire: tra quelle meno fatte rispettare. Raramente, infatti, qualcuno è stato multato (e la sanzione massima è di soli 25 mila euro) dall’organo competente per gli accertamenti, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams). Questo ente, che può agire sia su sollecitazione esterna che d’ufficio, è rimasto spesso inerte pur in presenza di palesi violazioni di quel semplice divieto, lamentano le più importanti associazioni di tutela dei consumatori. Basti dire che la Rai non è stata sanzionata nemmeno per aver trasmesso domenica primo ottobre il gran premio di Formula uno svoltosi a Shanghai, in Cina. Praticamente uno spot di due ore per le più famose marche di sigarette, visto che nessuna delle case automobilistiche sponsorizzate dai maggiori produttori mondiali di tabacco ha evitato di esporre i marchi pubblicitari su auto e tute di meccanici e piloti. Eppure quell’unico articolo della legge 165/62 parla chiaro. Come mai nessuno è intervenuto? Perché la Rai può trasmettere indisturbata certe immagini? Domande che il VELINO ha rivolto al Direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, il quale non ha risposto alla domanda e ha fatto dire al suo addetto stampa Roberto Marchetti: “Sono informazioni riservate”. Una reticenza per certi versi inspiegabile quella del Direttore dell’Aams, nominato dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2002 e di recente confermato dal governo Prodi alla guida di una delle più ricche (oltre 30 miliardi di fatturato previsto per il 2006 derivanti dal solo settore dei giochi) amministrazioni pubbliche. Perché questo silenzio?

Non è stato solo il VELINO a sbattere contro il muro di segretezza eretto dall’Aams. Nell’ultimo decennio il Codacons, sempre attivo nelle battaglie a tutela della salute dei consumatori, ha invitato più volte gli organi competenti a intervenire e, data la loro inerzia, nel 1998 è arrivato a citare in giudizio le reti televisive che trasmettevano i Gp di Formula uno: Rai e Telepiù. Ma da quella controversia non è derivata alcuna inibizione della pubblicità dei prodotti da fumo perché il giudice unico del processo di primo grado conclusosi nel 17 ottobre del 2000, Alfredo Vincenti, dette ragione alla tesi della difesa. “Le televisioni riprendono un evento sportivo – si legge nella sentenza numero 16717 – ed è impossibile coprire o eliminare dalle riprese i marchi delle sigarette senza stravolgere la cronaca, per cui non le si può ritenere responsabili di effettuare pubblicità vietata dalla legge”. Dunque, anche se il giudice non ha negato che la Formula uno sia uno spot ai prodotti da fumo, e anzi lo ha praticamente confermato, fino ad ora non se ne è potuta impedire la trasmissione perché il diritto di cronaca ha prevalso su quello alla salute. Va sottolineato che il Codacons ha deciso di ricorrere in appello (il processo comincerà a novembre) dove avrà buone possibilità di vincere avendo a disposizione nuove frecce legislative per il proprio arco. Anzitutto la direttiva Ue 2003/33, normativa particolarmente sensibile alla tutela dei minori da certi messaggi pubblicitari veicolati da tv, stampa e internet. Un argomento strettamente connesso alla Formula uno, poichè non sono certo solo gli adulti quelli che rimangono più affascinati dagli adesivi della Marlboro (punta di diamante della Philip Morris) presenti sulla scocca della Ferrari e sulla tuta di Michael Schumacher. C’è poi l’arma legale dell’obbligo di dichiarazione della nocività dei prodotti da fumo, introdotta di recente sui pacchetti di sigarette. “Anche se si potrebbe discutere ancora sul diritto per la Rai di lanciare un messaggio positivo su prodotti che causano solo in Italia 90 mila morti l’anno, cercheremo di ottenere – ha rivelato il presidente del Codacons, Marco Ramadori, al VELINO – che almeno si faccia scorrere sullo schermo un banner che informi i telespettatori del rischio di morte per chi fuma le sigarette pubblicizzate durante i Gp”. Non sarebbe più semplice che l’Aams facesse rispettare una norma cristallina?

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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L’Espresso:pubblicizza il fumo, denunciano Sirchia e Garattini

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Settembre 2006

“Certe notizie sono solo propaganda, la sigaretta sicura non esiste”. È il perentorio commento del direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Silvio Garattini, sul servizio dell’Espresso di questa settimana nel quale la Philip Morris annuncia il finanziamento di una ricerca scientifica finalizzata a creare “la sigaretta che riduca i danni del fumo”. “Le sostanze cancerogene – spiega Garattini al VELINO – sono liberate dalla combustione della nicotina. Eliminandola, scompare la dipendenza e col tempo tutti smetterebbero di fumare. A meno che non abbiano cambiato ragione sociale, i produttori di sigarette riconoscano che le loro sono tecniche di marketing che mirano a tirare l’opinione pubblica dalla propria parte e non a ridurre il numero di fumatori. Del resto, il semplice incarico di compiere ricerche del genere vale come confessione che, al contrario di quanto hanno sempre sostenuto, il fumo nuoce gravemente alla salute”.

Quello sull’Espresso nelle pagine 164-167, frutto delle pressioni e della capacità di influenza della Philip Morris, è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli-spot a favore del fumo apparsi sui giornali dall’inizio di settembre. Siamo in presenza di una massiccia controffensiva dei produttori di tabacco. Per il marketing della grande multinazionale l’imperativo categorico è infatti recuperare i miliardi di guadagno persi per via del divieto di fumo nei luoghi pubblici imposto dalla legge Sirchia del 2005 e dei morti per patologie connesse al fumo. Due fattori che, secondo uno studio dell’Istituto superiore di sanità, hanno ridotto la schiera dei fumatori italiani di circa 500mila unità negli ultimi 18 mesi. E allora ecco che, in barba alle norme italiane e comunitarie che vietano ogni forma di pubblicità (diretta e indiretta) ai prodotti da fumo sulla carta stampata, è scattata una ben orchestrata campagna, che, con l’avallo di testate come il Corriere della sera, Repubblica, Gazzetta dello sport on line e Messaggero, ha lanciato continui ammiccanti messaggi, soprattutto ai giovani lettori, attraverso la pubblicazione di servizi fotografici di campioni di Formula Uno e Motomondiale, nei quali sono sempre in bella mostra le marche Camel e Marlboro (prodotte rispettivamente da RJ Reynolds Tobacco e Philip Morris) di cui sono testimonial pubblicitari Valentino Rossi, Loris Capirossi e la Ferrari con Michael Schumacher.

Sulla stessa lunghezza d’onda del direttore del “Mario Negri” è l’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, padre della legge che tanti pruriti causa alle multinazionali del tabacco da quando è entrata in vigore nel gennaio 2005. “I produttori di sigarette – denuncia Sirchia al VELINO – hanno sempre inventato frottole per procrastinare la loro sopravvivenza e i loro guadagni. Ad esempio, durante il periodo di discussione della legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici, hanno finanziato studi scientifici con risultati preconfezionati, per dimostrare che il fumo passivo non fa male. Forti del proprio potere economico, hanno trovato facile sponda in certo modo di fare ricerca, malgrado l’evidenza che il tabacco quando brucia genera circa 4 mila sostanze, in gran parte cancerogene di serie A, dannose per chiunque le respiri”.

“I produttori di sigarette nascondono la realtà – accusa Sirchia – con tentativi di depistaggio dell’opinione pubblica, e questo accade soprattutto nei paesi più sviluppati, dove ormai da alcuni anni le vendite di sigarette sono in costante calo proprio per la crescente presa di coscienza della pericolosità del fumo per la salute. Con articoli di propaganda come quello confezionato dall’Espresso vogliono far passare l’immagine di azienda privata preoccupata per la salute pubblica”. Di fronte a controffensive del genere, affonda l’ex ministro della Salute, “è necessario che l’Italia sia forte, come lo è l’Unione europea da quando ha inasprito la lotta contro i danni del tabacco, adeguando la propria normativa alle direttive della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità sul controllo del tabacco”. Sulla base di questa Convenzione è stata stilata la Direttiva comunitaria 2003/03/CE, che contiene tra l’altro il divieto di mostrare immagini di fumatori sui mezzi d’informazione di qualsiasi tipo. “È indubbiamente positivo – sottolinea Sirchia al VELINO – il livello raggiunto dalle normative contro il fumo negli ultimi anni, ma la strada per abolire la tendenza al fumo passa per l’aprire gli occhi di fronte al fatto che i produttori di tabacco sono venditori di morte. Ed è proprio questo che rende la lotta molto dura”. In Italia, per esempio, la legge Sirchia ha ridotto del sette per cento il numero dei fumatori italiani, ma è netta la sensazione che con lo zoccolo duro degli incalliti ci sia ben poco da fare.

“Le multinazionali sostengono che fumare dovrebbe essere una libera scelta – precisa il professor Sirchia – ma gli additivi contenuti nel tabacco inducono dipendenza, e allora il governo perda ogni remora e applichi quanto stabilito nella Costituzione, laddove lo impegna a garantire con ogni mezzo la salute dei cittadini”. Un processo che, secondo Sirchia, per non apparire proibizionista tout court, dovrebbe avvenire per gradi: “Banca mondiale, Oms e Istituto superiore di sanità hanno dimostrato che l’aumento di prezzo del pacchetto di sigarette riduce la possibilità di acquisto per una grossa fetta di consumatori, quelli a basso reddito come giovani e pensionati: un forte aumento del costo compensa il deficit di entrate per l’Erario dovuto al minor consumo. In più si avrebbe il vantaggio di poter destinare quei novemila miliardi di euro in accise non più solo alle spese sanitarie per i malati terminali da fumo”. E queste spese, è l’allarme lanciato dal professor Garattini, sono destinate ad aumentare se non si interviene in tempo. “Abbiamo avuto modo di notare – spiega Garattini al VELINO – che cresce costantemente la percentuale di fumatori giovani sul totale. I più accaniti sono sempre più ragazzi tra i 15 e i 24 anni, questo vuol dire che tra qualche anno l’età media delle patologie tumorali derivanti dal fumo scenderà dagli attuali 50 anni circa fino verso i 40 anni. Un fatto terribile quanto grave. In genere i tumori che colpiscono una persona giovane sono più aggressivi. Anche se è una caratteristica che non riguarda tutte le forme di cancro, è un dato che chi di dovere non può sottovalutare”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Cinema, un insidioso spot a favore del fumo

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Settembre 2006

Discreto successo nelle sale cinematografiche italiane di ‘“Thank you for smoking” (“Grazie se fumi”), il film statunitense che ha tutti i connotati di un enorme spot pubblicitario a favore del fumo. Il film racconta in chiave ora cinica, ora ironica, le acrobazie verbali dell’attore Aaron Eckhart, il quale, nei panni di un brillante portavoce della ‘lobby’ Big Tobacco, gira per i programmi televisivi più in voga per difendere il diritto a fumare dagli attacchi di fastidiosi uomini politici. Visto il dilagare di rigidi divieti alla pubblicità diretta e indiretta al fumo, il sospetto è che, mascherato dietro la produzione di una pellicola a basso budget, vi sia lo zampino del marketing di qualche importante produttore di bionde.

Ad alimentare i dubbi sulla lineariutà di questo film sono state anche le dichiarazioni fatte dall’attore protagonista, Aaron Eckhart: “Molti fumatori mi vedono come la loro nuova ‘voce”’. E infatti, tra gli spettatori d’oltreoceano, non pochi sono quelli rimasti affascinati dalla parlantina del diabolico personaggio, uno slang che ha finito col mettere in secondo piano la serietà delle argomentazioni dei suoi petulanti critici rispetto alle conseguenze nocive del fumo sulla salute. E poco regge la tesi dell’attore quando sottolinea che “questo non è un film sul tabacco, ma sul diritto di tutti a decidere per la propria vita”. Anche perché è proprio questo uno dei cardini della propaganda delle multinazionali del tabacco e della loro linea difensiva di fronte alle richieste di risarcimento dei parenti di persone decedute per malattie connesse al fumo. Imputare alla libera scelta del fumatore le conseguenze del proprio vizio, infatti, ha sempre messo al riparo i produttori da qualsiasi responsabilità.

Uno studio franco-svizzero presentato dal Codacons ai rappresentanti dell’Istituto superiore di sanità, in occasione della giornata mondiale antifumo 2006 del 30 maggio 2006, ha rivelato la presenza – nelle sigarette delle maggiori marche mondiali – di additivi, chimici e naturali, come mentolo, liquirizia, cacao e ammoniaca. E questo, poiché tali sostanze creano dipendenza alla nicotina come una sorta di droga, lascia poco spazio a qualsiasi discorso sulla libertà di scelta, come sostiene il professor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri, una delle massime autorità italiane in tema di salute e di farmaci. Se poi ci mettiamo che il protagonista, il ‘mostro’, il ‘lobbista’, è certamente più simpatico, gradevole, e soprattutto più libero, dei suoi accusatori, tutti dipinti come babbioni moralisti, ecco che prende sempre più forma l’immagine di un’astuta, l’ennesima, operazione degli uomini del marketing dei produttori di tabacco che, senza dare troppo nell’occhio, mettono fumo e fumatori sotto riflettori che proiettano una luce artificiale, quindi non certo negativa.

A dare sostegno ai dubbi che nelle sale cinematografiche sia in atto una controffensiva a favore del tabacco è anche un’analisi della Tobacco and the Movie Industry. Per non dire del fatto che questo è il terzo film di successo in un anno che parla apertamente del mondo dei fumatori (dopo Coffee & Cigarettes di Jim Jarmusch e Romance & Cigarettes di John Turturro). Secondo lo studio, ci sono tante persone che fumano sullo schermo quanto negli anni Cinquanta, quando Humphrey Bogart spopolava con una sigaretta penzolante fra le labbra. Ma forse ora è ancora peggio. Infatti, nonostante il numero dei fumatori si sia dimezzato in 50 anni, negli anni Cinquanta si verificavano 10,5 “incidenti” di fumo ogni ora nei 79 film di maggior successo commerciale. L’incidenza è scesa al 4,9 per ora nel 1982. Oggi ha addirittura superato gli anni Cinquanta ed è di 10,9 “incidenti” (gente che fuma, poster pubblicitari, ombrelloni con pacchetti di sigarette, portacenere e via fumando). Secondo gli studiosi, anche se nel film viene biasimato chi fuma, è sempre un simpatico scavezzacollo, uno che se ne frega, uno da ammirare, mentre prima, per anni, chi fumava nei film era il cattivo o l’immigrato europeo dal futuro incerto

Per chi non se ne fosse accorto, la legge sulla censura cinematografica è ancora in vigore ed è la 162 del 1961. Ma se pensiamo all’uscita di “Thank you for smoking” forse è il caso di dire che serve a ben poco, visto che la pellicola ha ottenuto il giudizio positivo della Commissione di revisione cinematografica, il modo contemporaneo per dire “censura”. E questo nonostante la legislazione europea con la Direttiva 2003/03/CE e l’Oms con la Convenzione quadro per il controllo del tabacco – cui l’Italia ha aderito ma senza poi ratificarla – parlino chiaro: la pubblicità diretta e indiretta dei prodotti del tabacco è vietata. “In nessun articolo della 162 – si difende Salvatore Zammataro della Commissione -sono forniti parametri che indichino le sigarette tra i motivi per vietare la proiezione in pubblico”. Forse solo nell’articolo 5 “si può trovare un nesso con il problema in questione” visto che possono essere stabiliti divieti particolari per i minori, “in relazione alla particolare sensibilità dell’età evolutiva e alle esigenze della (loro) tutela morale”. Sembra veramente poco, anche per via del fatto che, nel caso fosse applicato, il divieto riguarderebbe solo i minori, mentre Oms e Direttiva non pongono la questione in base all’età: il fumo fa male a tutti e la pubblicità non deve raggiungere nessuno.

“Grazie all’articolo 5 – spiega Zammataro al VELINO – è stato possibile porre un divieto ai minori quando nel film vengono accese più sigarette”. E questo, non c’è che dire, rende la vicenda ancora più incredibile. In “Grazie se fumi” nessuno accende mai nemmeno un cerino, ma per due ore il simpatico (non a caso) e logorroico protagonista non parla d’altro che di sigarette, tabacco e fumare. Siamo stati tutti bambini e tutti sappiamo quanto stimoli curiosità un qualcosa di cui si sente parlare in continuazione, per di più senza poterla vedere. Ma le magagne di questa legge obsoleta e incompleta non finiscono qui. Ci sono situazioni in cui un film può essere proiettato prima ancora di ottenere il nulla osta della Commissione. “Accade in occasione dei festival cinematografici, delle mostre e dei mercati”, precisa Zammataro. Non essendo queste situazioni propriamente pubbliche, la visione del film avviene a prescindere dal contenuto. È solo alla conclusione del festival, quando la pellicola dovrà essere distribuita nel circuito dei cinema, che avviene il transito in Commissione. Per questo può accadere, come nel caso di “Grazie se fumi” osannato al Sundance e al Toronto festival, che queste manifestazioni vengano usate come cassa di risonanza pubblicitaria, e si riescano a far passare, con la complicità passiva del legislatore, messaggi vietati da leggi e trattati internazionali.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli 16 set 2006 09:40

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Fumo: la pubblicità dilaga, inutili le multe

Pubblicato da Federico Tulli su 12 Settembre 2006

“Ogni anno in Italia il fumo uccide circa 90 mila persone, l’equivalente di trenta attacchi alle torri gemelle di New York, ma questo non impedisce la costante violazione della legislazione che ne vieta la pubblicità”. È la denuncia del presidente del Codacons, Marco Ramadori, avvocato, esperto di diritto della salute e da anni impegnato in azioni giudiziarie contro i danni causati dal fumo. Per avere un esempio, spiega Ramadori, “basta dare un’occhiata alle foto pubblicate sul Messaggero di lunedì a pagina 25”. Le immagini, come del resto quelle pubblicate dalla quasi totalità dei giornali, evocano il duello tra Valentino Rossi e Loris Capirossi che ha infiammato il gran premio della Malaysia di domenica scorsa ma soprattutto presentano senza veli i loghi di Marlboro e Camel, che campeggiano sulle moto e le tute dei due antagonisti. Sono foto che – affonda il presidente del Codacons –, oltre a rivelare come anche il motomondiale, e non solo la Formula Uno, venga disputato con l’unico scopo di pubblicizzare sigarette, costituiscono una palese violazione del decreto legislativo 300/04 da parte del quotidiano romano”. Questa legge, che all’articolo due vieta la pubblicità diretta e indiretta a mezzo stampa e nei servizi della società dell’informazione, è forse la più vulnerabile tra quelle emanate in Italia per limitare le conseguenze nocive sulla salute dei fumatori, attivi e passivi. “Il problema principale – sottolinea il presidente del Codacons al VELINO – è che la sanzione massima di 25 mila euro per i trasgressori è troppo bassa. Spesso, infatti, il denaro esce direttamente dalle casse miliardarie, in euro, delle multinazionali del tabacco, come forma di ringraziamento alle testate per un passaggio pubblicitario non sempre involontario”.

A conferma dell’inefficacia del decreto c’è il procedimento di infrazione avviato nell’aprile scorso dalla Unione Europea contro l’Italia “per non aver ancora adeguato completamente alla direttiva 2003/03/CE la normativa che vieta la pubblicità ai prodotti da fumo”. “Il miglioramento della legge – sottolinea Ramadori – dovrebbe avvenire a partire da un inasprimento della sanzione, in modo tale che faccia ben più che il solletico ai trasgressori. E il governo dovrebbe agire nella maniera più incisiva possibile, anche perché in questi casi di mezzo ci vanno i più giovani. Sono loro, infatti, l’obiettivo del marketing pubblicitario visto che usa come testimonial certi campioni sportivi, quelli cioè che fanno più presa proprio tra gli adolescenti”. E il motivo della scelta, conclude l’avvocato del Codacons, “è semplice. Ogni anno le multinazionali del tabacco devono sostituire i 90 mila clienti persi per malattie connesse al fumo. E per un commerciante nessuno è più appetibile di chi, oltre allo spiccato gusto per la trasgressione, ha il pregio di garantire molti anni di consumo”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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“Grazie se fumi”? Una pubblicità delle sigarette

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2006

“È più che legittimo sospettare che dietro al tam tam pubblicitario che circonda il film Thank you for smoking, vi sia l’abile regia di qualche superproduttore di sigarette”, dice al VELINO la deputata dei verdi Tana de Zulueta. “Varrebbe la pena di indagare sui canali di diffusione del film, perché sembra una perfetta operazione di marketing”. La pellicola, che arriva domani nelle sale italiane col titolo “Grazie se fumi” dopo aver spopolato al Sundance festival e al Toronto film festival, è costata solo sette milioni di dollari e questo mal si combina con il battage pubblicitario che ne ha decretato il successo prima ancora di sbarcare in Europa. Al punto che, pur presentata come prodotto del cinema indipendente americano e feroce attacco allo strapotere delle multinazionali del tabacco, si è fatto sempre più largo il sospetto che di indipendente vi sia ben poco e che il film non sia altro che un enorme spot a favore del fumo. Se così fosse sarebbe un fatto grave, soprattutto in Italia, visto che la nostra normativa in materia di lotta antifumo è sotto inchiesta presso l’Unione europea per non essere stata adeguata alla direttiva 2003/03/CE nel punto in cui vieta proprio la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. E dire che, con l’entrata in vigore della legge Sirchia nel 2005 e l’applicazione del divieto di fumo nei luoghi pubblici si era fatto un enorme passo avanti verso la limitazione dei danni che la nicotina contenuta nel tabacco provoca alla salute dei fumatori attivi e passivi. “Per un breve periodo siamo stati al passo con l’Europa nella lotta al fumo – commenta la deputata dei verdi – ma poi, dopo le dimissioni del ministro della Salute, Girolamo Sirchia, tutto si è improvvisamente arenato”.

La lobby pubblicitaria è molto potente, sottolinea De Zulueta al VELINO, “ed è per questo che è lecito pensare che, dopo il buon avvio di una effettiva lotta contro il fumo, ora l’Italia sembra essersi fermata, al punto di finire multata per aver ignorato il divieto di mostrare in televisione le sponsorizzazioni di note marche di sigarette incollate sui bolidi di Formula uno”. In Europa non è solo l’Italia a dover fare i conti con gli interessi che girano intorno agli incassi pubblicitari derivanti da campagne a favore del fumo. E il fenomeno ha radici profonde. “In gran Bretagna – fa notare De Zulueta – il primo governo Blair ha rischiato seriamente di cadere sul nascere nel 1997, quando un’inchiesta dell’Economist svelò che, in cambio di un finanziamento di un milione di sterline alla campagna elettorale del New Labour, ricevuto direttamente dal patron della Formula uno, Bernie Ecclestone, Tony Blair esentò le corse automobilistiche dal bando della pubblicità alle sigarette”. Fu uno scandalo enorme, se si pensa che proprio facendo leva sui sospetti di corruzione del governo del suo predecessore, il conservatore John Major, Blair vinse quelle elezioni. Ma fu anche uno scandalo di breve durata, tanto che, pur essendo stati scoperti a mentire alla stampa, sia Blair che il suo braccio destro Gordon Brown uscirono praticamente indenni da quella vicenda. E questo non fece che aumentare la percezione dello strapotere delle lobby pubblicitarie, specie quando legate a filo doppio con quelle del tabacco. Tornando ai giorni nostri, a sottolineare quanto questo potere sia ramificato, va sottolineato il segnale che giunge anche dalla Germania. “Lì devono addirittura ancora arrivare ad approvare il divieto di fumo nei locali pubblici”, chiosa De Zulueta. “E la grossa fatica che si sta facendo per ottenere una legge adeguata, ha un’unica fonte: la pressione della lobby pubblicitaria sui parlamentari”.

(il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Fumo: Pubblicità vietata, l’Italia deve oscurare la Formula 1

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Agosto 2006

I telespettatori italiani rischiano a partire dalla fine del settembre prossimo di non vedere più i gran premi di automobilismo, Michael Schumacher e la Ferrari se il governo ottempererà, come deve, alla Direttiva europea sulla pubblicità delle sigarette, che prevede la abolizione di qualsiasi simbolo riconducibile a prodotti da fumo. La mancata adesione alla direttiva europea costerebbe all’Italia un deferimento davanti alla Corte di giustizia europea. Tutto è cominciato nell’aprile scorso quando Bruxelles ha annunciato di aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per ”non aver adeguato correttamente l’ordinamento nazionale alla direttiva 2003/33/CE sulla pubblicità e le sponsorizzazioni dei prodotti di tabacco”. Come previsto dalla procedura comunitaria, non avendo ricevuto alcuna risposta alla lettera di messa in mora nei due mesi di tempo concessi dalle norme comunitarie agli stati membri, all’inizio di agosto la Commissione è passata alla seconda fase dell’iter inviando un ‘parere motivato’ al governo italiano. È l’ultima tappa prima del deferimento del nostro paese alla Corte di giustizia europea.

La 2003/33/CE sulla pubblicità dei prodotti del tabacco vieta la pubblicità del tabacco sulla carta stampata, alla radio o su internet e la Commissione ha riscontrato che l’Italia non si è ancora adeguata al divieto della sponsorizzazione di eventi che si svolgono esclusivamente sul territorio italiano. Sotto accusa è l’inefficacia del Decreto ministeriale 425 del 1991 che “vieta la pubblicità televisiva delle sigarette e di qualunque altro prodotto del tabacco, anche se effettuata in maniera indiretta mediante nomi, marchi o simboli di aziende produttrici”. È noto che le multinazionali del tabacco hanno sempre trovato forme di pubblicità alternativa che gli garantivano visibilità pur in presenza di leggi restrittive. I casi più eclatanti riguardano la sponsorizzazione di manifestazioni sportive, a cominciare dai gran premi di Formula uno. Secondo la legge italiana i marchi delle sigarette pubblicizzati sui bolidi devono essere coperti o sostituiti, ma il Gran premio è una manifestazione mondiale e non sempre nei paesi in cui si corre sono previsti gli stessi limiti legislativi. Pertanto in quelle occasioni i marchi compaiono sui nostri teleschermi un po’ ovunque e le limitazioni italiane, proprio per questo considerate blande da Bruxelles, perdono di senso.

Analoga procedura la Commissione Ue ha aperto contro l’Italia “per aver imposto prezzi minimi al pacchetto di sigarette”. Secondo la Commissione l’imposizione di tale minimo ha un effetto distorsivo sulla concorrenza e avvantaggia i produttori di sigarette “salvaguardando” i loro margini di profitto. A tale proposito c’è anche la precisa presa di posizione della Corte di giustizia europea: “I prezzi minimi non risultano necessari, visto che l’obiettivo di scoraggiare i fumatori si può raggiungere aumentando la tassazione”. Una tesi che trova riscontro nel parere dell’Organizzazione mondiale della sanità e negli studi pubblicati dalla Banca mondiale sin dal 1999. Ulteriore conferma è nei risultati pubblicati di recente dal ministero della Sanità francese, secondo i quali nel quadriennio 1999-2003 i fumatori d’oltralpe sono diminuiti del 12 per cento proprio per via dell’aliquota dell’80 per cento sul costo delle sigarette, la più alta di Eurolandia. L’impegno di Bruxelles contro le conseguenze nocive per la salute dei fumatori è sottolineato anche nelle parole con cui il commissario responsabile della Salute e della protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, aveva annunciato la procedura d’infrazione contro l’Italia per aver disatteso la direttiva in materia di pubblicità ai prodotti da fumo. “La direttiva sulla pubblicità dei prodotti del tabacco – ha detto Kyprianou – è una delle colonne portanti della lotta contro il tabagismo, se si smette di rendere il tabacco interessante attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni sarà possibile ridurre il numero dei fumatori o delle persone che sono indotte a diventarlo”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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