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Una difesa fuori del Comune

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Giugno 2009

campidoglioDi fronte all’inerzia del Campidoglio un cittadino si costituisce parte civile al processo per pedofilia contro don Conti, l’ex garante per la famiglia designato da Alemanno di Federico Tulli

Rischiava di rimanere uno dei tanti processi per pedofilia che vedono imputati in Italia degli uomini di Chiesa e che troviamo sempre defilati (quando va bene) nei trafiletti di cronaca locale. E invece la storia di Ruggero Conti, l’ex parroco della chiesa romana “Natività di Maria santissima”, arrestato nel 2008 con l’accusa di aver abusato di sette minori che gli erano stati dati in custodia tra il 1998 e lo scorso anno, sta velocemente cambiando binario tramutandosi in caso politico. Con tanto di riflettori mediatici costantemente accesi, e non solo sulle vicende giuridiche dal momento che a fronteggiarsi in sede civile si ritroveranno niente meno che il Comune di Roma e lo Stato di Città del Vaticano. Loro malgrado, come vedremo. Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che l’eccezionalità del processo in questione verte su diversi punti. Per prima cosa va ricordato che Ruggero Conti è stato garante del programma per la famiglia e le periferie nella campagna elettorale del sindaco Gianni Alemanno, cioè fino a poche settimane prima di essere arrestato il 30 giugno 2008 (mentre si preparava a partire per Sidney dove avrebbe partecipato alla Giornata mondiale della gioventù). Inoltre, per la prima volta un tribunale ha riconosciuto l’interesse specifico di una amministrazione comunale a costituirsi parte civile nei processi per violenza “sessuale” commessa su minori. Dando così più respiro alla giurisprudenza che lo ammetteva solo in caso di violenza nei confronti delle donne. Infine, terzo punto e nodo del caso politico, la costituzione in parte civile non è stata operata dal Comune di Roma, ma da un cittadino, l’esponente dei Radicali Mario Staderini. Il quale, assistito dall’avvocato Elisabetta Valeri, ha esercitato “l’azione popolare”, una norma che permette a qualsiasi cittadino elettore di intraprendere le azioni legali che il Comune potrebbe svolgere e che invece non fa. È questo il caso del Campidoglio che ha espresso la volontà di non entrare nel processo, sulla base di motivazioni contraddittorie contenute in una determinazione del 27 maggio a firma di una dirigente, la dottoressa Cavilli, rimossa da Alemanno dopo che il Tribunale di Roma nell’udienza del 16 giugno ha ammesso la costituzione di parte civile di Staderini a nome del Comune. In realtà, agli atti del processo risulta un documento datato 4 giugno e con firma autentica di Alemanno, in cui il sindaco dichiara «di non costituire l’amministrazione comunale nel processo» e di «non aderire» all’iniziativa di Staderini. La qual cosa mal si combina con «l’indagine interna» annunciata dal sindaco per far luce sulla vicenda e con la rimozione del dirigente comunale. Va detto che il complicato “rapporto” del Comune di Roma con i processi per pedofilia che vedono coinvolti dei preti è di natura bypartisan. Consigliere nella prima circoscrizione di Roma durante l’ultimo mandato di Veltroni, l’esponente dei Radicali aveva già tentato di convincere l’ex leader del Pd a far costituire il Comune in due processi analoghi a quello di don Conti. «Ma senza successo», racconta a left Staderini. Ora invece, non solo grazie all’azione popolare garantirà «alle parti offese di non essere lasciate sole», ma ha anche ottenuto da Alemanno la promessa di costituire il Campidoglio in ogni processo per violenza subita da donne e uomini, maggiorenni o minorenni, senza distinzione alcuna. Sullo sfondo della storia rimangono le gerarchie vaticane. Ma solo per ora. Con l’udienza del 7 luglio prossimo entrerà “in gioco” il vescovo Gino Reali, responsabile della diocesi in cui operava Ruggero Conti. È stato chiamato dal Pm a testimoniare come persona informata dei fatti e dovrà rispondere alle domande delle parti sulle segnalazioni che avrebbe ricevuto senza però intervenire. Domande che potrà fare anche il Comune, tramite il cittadino Staderini. Anche questa è una prima volta. left 25/2009

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Il silenzio dei colpevoli

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Decine di storie di violenze su minori da parte di preti scuotono l’Italia. Sulla prevenzione si lavora poco e male. La denuncia della scrittrice e psicologa Vania Lucia Gaito di Federico Tulli


Dottoressa Gaito, in poche settimane i casi di Bolzano, Verona e Casal di Principe. Rischiamo di fare la fine degli Usa, dove, una volta rotto il silenzio decennale imposto dai vescovi in osservanza del Crimen sollicitationis, sono stati accertati migliaia di casi di violenza pedofila commessi da uomini di Chiesa?

Il pericolo è più che reale. Non siamo di fronte a casi isolati. E qualcosa in Italia comincia a emergere. Ma quando una storia arriva sulla stampa nazionale di rado è messa in relazione con le altre vicende simili che si verificano in tutta la penisola. L’opinione pubblica perde così la possibilità di cogliere il filo che c’è tra questi abusi. Col risultato che da noi ancora non si parla in maniera aperta della pedofilia nel clero. Soprattutto non si racconta perché questo fenomeno non si arresta. Cosa d’altronde impossibile se prima non si scopre qual è la sua genesi.

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Vania Lucia Gaito

L’abuso di preti nei confronti di minori ha una genesi completamente diversa da quello che si verifica in ambito familiare. La pedofilia clericale è spesso figlia del tipo di educazione che viene impartita nei seminari. Non è un caso se la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989), proibisce l’istituzionedei seminari minori. Nel documento, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, si spiega che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono a uno sviluppo normale. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo proprio negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della definizione della sessualità. Ebbene, questi seminari sono oramai chiusi in quasi tutto il mondo, ma in Italia ce ne sono ancora 123.

Dove si trovano?

Sono dislocati specie al Sud e nel Nordest. Vero è che stanno chiudendo, ma non per rispetto della direttiva Onu quanto perché sono in calo le “vocazioni”. Tranne appunto che in certe regioni dove certa “cultura” permane. Che è quella di chi si fida ciecamente e pensa che entrando in seminario il proprio figlio vada in un ambiente protetto. Ora, a parte la disgustosa vicenda del Provolo – e sfido chiunque a parlare ancora di casi isolati – basta pensare a quanto racconta nel mio libro Marco Marchese, abusato per quattro anni all’interno di un seminario dal suo insegnate, don Bruno Puleo. Ciò che emerge dalla storia di Marco è la demonizzazione della figura femminile, una visione pesantissima, sessuofobica che dagli educatori ricade su dei ragazzini nel pieno dello sviluppo adolescenziale. E che vedono condannato il proprio corpo come se fosse la fonte del peccato. Questo atteggiamento manicheo, nichilistico è veramente deleterio per la psiche di un adolescente. Tanto più se poi viene violentato dalla stessa persona che lo dovrebbe “educare”.

È vero che Puleo non è stato nemmeno un giorno in carcere?

Sì, patteggiando meno di tre anni è stato affidato ai servizi sociali. Fortunatamente dal 2006 il patteggiamento per casi di pedofilia non è più permesso.

Come giudica la legislazione italiana al riguardo?

Assolutamente arretrata visto che prevede ancora la prescrizione del reato. Cosa che, per dire, la Svizzera ha abolito. Subire un abuso non significa automaticamente avere la forza di denunciarlo. Come prima cosa la violenza devasta l’autostima della persona che la subisce. Inoltre il pedofilo è molto spesso una persona di cui tanto la famiglia quanto il bambino si fidano. È seduttivo nei confronti del bimbo, non agisce in maniera violenta, lo blandisce approfittando della sua naturale fiducia nel prossimo. Questo incide talmente nel profondo che raccontare quanto subito richiede una forza che il pedofilo stesso ha distrutto. E che per essere recuperata, laddove è possibile, a volte richiede decenni. Ma questa cosa in Italia non è percepita.cardinal1

Dopo gli scandali Usa, come ha gestito le proprie responsabilità il Vaticano?

Per comprenderlo basta raccontare dell’ultimo viaggio oltreoceano di papa Ratzinger. Mentre era in volo disse che la pedofilia è un peccato gravissimo, e che è incompatibile con il sacerdozio. Che fosse compatibile in realtà noi non lo abbiamo mai pensato, ma lui ha sentito la necessità di precisarlo. E poi nei fatti con chi si è accompagnato nelle due tappe americane di Washington e New York? Nella capitale era con il cardinale Francis George. Questo signore sapeva dell’esistenza di accuse contro padre Daniel McCormack. Ma non ha mai fatto nulla. McCormack fu arrestato nel 2005 e condannato a cinque anni per abusi su bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Oggi George è presidente della Conferenza episcopale Usa. A New York, invece, l’anfitrione di Benedetto XVI era il cardinale Egan, un altro che non si è certo distinto per un’accanita lotta ai sacerdoti pedofili della sua diocesi. Allora mi chiedo, questa pulizia che il papa dice di voler fare all’interno della Chiesa da dove dovrebbe partire se non dai vertici? Diciamoci la verità: il Vaticano ha perso oltre 120mila sacerdoti e non può permettersi di lasciarne tornare altri alla vita laica. La priorità è questa.

Di cosa si occuperà nel suo prossimo libro?

Racconterò le responsabilità della Chiesa, talvolta dirette, talvolta indirette, negli ultimi tre genocidi del secolo scorso: Argentina, Rwanda e Canada. Responsabilità passate praticamente sotto silenzio, anche dei media. Basta guardare come alla sua morte si è celebrato il cardinale Pio Laghi, che era quello che andava a giocare a tennis con il genocida Eduardo Masera.

A parte il documentario “Unrepentant” di Kevin Annett, che ha vinto diversi premi internazionali ma che in Italia ha trovato diffusione solo online su arcoiris.tv, del genocidio in Canada non se ne è mai sentito parlare apertamente…

I giornali pubblicarono la notizia del primo ministro Harper che chiedeva scusa ai nativi canadesi, risarciti con 5 miliardi di dollari. E si dimenticarono di dire “perché”. In certi casi emerge la capacità tutta italiana di dare una notizia… senza darla. Non si disse che alla base di quanto è successo c’era l’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica. Non si disse del genocidio di oltre 50mila bambini commesso dai responsabili religiosi delle scuole dove per decenni i bambini nativi sono stati rinchiusi e costretti a professare la religione cristiana.

Tutto questo sarà denunciato?

Sì, dettagliatamente.

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La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

Sotto la tonaca l’orco

L’ultimo in ordine di tempo è il caso di don Giorgio Galli, parroco del Corpus domini di Bolzano. Condannato in sede civile a risarcire con la cifra record di 760mila euro la sua piccola vittima, avendone abusato dal 1989 al 1994. Pochi giorni prima un altro prete, il vice parroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe (Caserta), don Marco Cerullo, ha subito la condanna penale, in primo grado, a 6 anni e 8 mesi. Sentenza impugnata, «perché ritenuta troppo mite», dai legali del bimbo di 12 anni costretto dal prete (che era suo insegnante di religione a scuola) a un rapporto orale in una strada di campagna. Colto in flagrante dai carabinieri, Cerullo tentò anche una fuga in auto. C’è poi il caso del Provolo di Verona, l’istituto per sordomuti dove, secondo la denuncia di 67 ex allievi, per oltre 30 anni fino al 1984 decine di bambini e ragazzi che vi erano ospitati sarebbero stati violentati e seviziati da almeno 25 uomini tra preti e “fratelli laici”. La vicenda sembra destinata a non arrivare mai a processo, poiché gli uomini denunciati dalle loro presunte vittime non hanno rinunciato ad avvalersi della prescrizione. Come ha fatto don Gallo. Dal canto suo il vescovo Giuseppe Zenti, responsabile del Provolo, tace. Interpellato da L’espresso che ha fatto venire alla luce la storia, con una nota scritta ha replicato di impegnarsi a «seguire le indicazioni del codice di diritto canonico. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti». Speranza vana. Secondo la giustizia italiana il reato di abuso su minori cade in prescrizione dopo 10 anni. Un criterio simile (prescrizione 10 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima) è applicato dal De delicti gravioribus, al quale si riferisce Zenti, che è il codice del Vaticano firmato dall’allora cardinal Ratzinger, che si occupa dei “gravi delitticontro la morale” compiuti da uomini di Chiesa (vedi left n.3/2009). f.t.

**left 13/2009 del 3 aprile**

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Scomode verità in Vaticano

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Gennaio 2009

priests1Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa di Federico Tulli

In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi. Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”. Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita. A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale». Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

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Il documento

Il 18 maggio 2001 la Congregazione per la dottrina della fede ha “rimodulato” il Crimen sollicitationis del 16 marzo 1962. Nel documento, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora, più avanti nel testo: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno. Left 03/2009

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Non lasciate che i pargoli vadano a loro

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Gennaio 2009

lapresse_17103019In libreria le ultime novità editoriali sui casi di pedofilia che vedono implicati uomini di chiesa di f.t.

Raramente la stampa si occupa fino in fondo dei casi di violenza pedofila che in Italia vedono coinvolti dei preti. Diverso, per fortuna, è il caso delle produzioni editoriali. Sull’onda emotiva degli scandali che rischiano di mandare in bancarotta la Chiesa Usa (obbligata a pagare risarcimenti milionari a centinaia di vittime anche per aver coperto i loro aguzzini sulla base dei dettami del Crimen sollicitationis) sempre più case editrici hanno deciso di squarciare il velo di omertà che storicamente grava su queste vicende. Così, dopo i dettagliatissimi Viaggio nel silenzio (Chiarelettere) di Vania Lucia Gaito e Olocausto bianco (Bur) di Ferruccio Pinotti, che tanto clamore hanno suscitato nel 2008, il nuovo anno si apre con due interessanti novità. Appena uscito in libreria è Atti impuri (Raffaello Cortina) a cura di Mary Gail Frawley-O’Dea e Virginia Goldner. Le due note psicanaliste Usa hanno raccolto i contributi di alcuni dei maggiori esperti in tema di abuso sessuale in seno alla Chiesa offrendo un’analisi rigorosa degli aspetti storici, dottrinali e psicologici implicati nello scandalo che ha scosso gli Usa. È attesa invece per fine gennaio l’uscita di Lasciate che i pargoli vengano a me (Malatempora) in cui l’autore, Paolo Pedote, racconta alcuni tragici casi di abusi avvenuti in Italia negli ultimi anni. Svelando così un mondo oscuro di repressioni, omertà, abusi fisici e psicologici «figli di una mentalità medievale e sessuofobica che non può che generare perversioni e sofferenze». Left 03/2009

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Se il pedofilo indossa la tonaca

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Gennaio 2009

vescoviMaurizio Turco (deputato radicale del Pd): «Presto in Italia emergeranno numeri da brivido» di Federico Tulli

«Mettere sullo stesso piano pedofilia e aborto la dice lunga sulla moralità della Chiesa cattolica e su quanto la sua concezione della “vita umana” sia la negazione della vita stessa». L’affondo del deputato radicale del Pd Maurizio Turco contro il criterio che regola i “Delitti riservati alla Santa sede” va dritto al cuore. “Reati sessuali, compresa la pedofilia e aborto”, sono due dei 5 “gravi” peccati-delitti che, per l’assoluzione, se commessi da persone di Chiesa richiedono una speciale dispensa papale. Per la prima volta le gerarchie vaticane ne hanno parlato in un simposio pubblico alla Penitenzieria di Roma. 3973dA due passi dalla statua di Giordano Bruno. Pensando agli scandali Usa, ci si chiede che valenza possa avere un incontro del genere senza un deciso accenno ai diritti violati dei bambini. «Sappiamo che presto anche in Italia emergeranno numeri da brivido», precisa Turco. «Vogliamo sapere cosa intendono fare per ciò che è già accaduto e di cui sono a conoscenza». Casi coperti ex lege sin dal 1962 col Crimen sollicitationis. Secondo il deputato, se ora c’è buona fede ci dev’essere trasparenza assoluta: «Chi ha spostato parroci e preti da una parrocchia all’altra avallando nuove violenze? Sono ancora vivi questi preti? E lo è chi ha governato il problema in questo modo? Questo va detto subito. C’è gente che dovrebbe stare in galera e non ci sta , c’è gente che dovrebbe essere curata e non lo è», conclude Turco. Left 02/2009

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Viaggio nel silenzio della Chiesa sui preti pedofili

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Agosto 2008

«Accadde una domenica pomeriggio. In genere, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno mi invitò nella sua camera a riposare. Spesso noi ragazzi entravamo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi abusò di me. Dopo andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: “Ti sei sporcato?”. Mi diceva che la nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, divina. E io gli credevo. Mi diceva che era normale e che era giusto. E anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. Io non lo dissi. Neanche quando l’abuso si ripeté. Era un uomo di Dio: con lui pregavo, mi fidavo. Ciecamente». Marco Marchese aveva 12 anni quando fu violentato la prima volta da don Bruno Puleo. Gli abusi proseguirono per 4 anni, durante i quali Marco subì in silenzio. Fino a quando si rivolse al superiore del suo violentatore. Questi lo invitò a «non preoccuparsi e proseguire nel suo cammino religioso». Comincia così il Viaggio nel silenzio (Chiarelettere) di Vania Lucia Gaito, la psicologa che nel 2007 ha sottotitolato in italiano e pubblicato su bispensiero.it il video della Bbc, mai mostrato nel nostro Paese, sulle migliaia di casi di pedofilia che hanno coinvolto uomini di Chiesa, Sex, crimes and Vatican. In poco tempo il video fu scaricato 5 milioni di volte. «Accadde anche qualcos’altro – scrive l’autrice -. Mi arrivarono centinaia di email. Di protesta, di ringraziamento, di indignazione. In mezzo c’erano lettere di chi aveva subito abusi. Una sola volta o a lungo. Ma sempre in silenzio». Nel libro l’autrice dà la parola ad alcune di queste persone. Viene fuori un quadro agghiacciante della Chiesa e di come si svolge l’educazione nei seminari. Al centro la mancanza di uno sviluppo psico-sessuale normale che spiega la tendenza diffusa alla pedofilia. Non è un caso che di recente tutte le diocesi americane abbiano chiuso i seminari minori. Come pure colpisce che la convenzione dei diritti del minore dell’Onu non sia mai stata firmata dal Vaticano. E ancora che in Italia sono ancora aperti 123 seminari minori. Nel libro ci si ritrova irretiti in tante storie come quella di Marco, tutte simili tra loro, nonostante si siano svolte a migliaia di chilometri di distanza. Negli Usa ad esempio. Con l’incredibile scandalo e l’omertà della diocesi di Boston e del cardinale Bernard Law. Che ora è arciprete a santa Maria Maggiore a Roma e che come tanti suoi colleghi, pur avendo solide prove di colpevolezza, si è sempre e solo limitato a spostare in altra curia ogni prete accusato di pedofilia da una o dieci o decine di vittime. Negli Usa s’incrocia per un attimo pure la figura di Ratzinger, l’attuale papa, che in Texas, grazie all’ascesa al soglio pontificio, è riuscito a evitare la comparizione, come imputato, a un processo contro la diocesi di Houston, che per coprire un seminarista «aveva seguito fedelmente le indicazioni del Crimen sollicitationis e del successivo Ad exequandam». Documenti che obbligano al vincolo di segretezza, pena la scomunica, i vescovi che vengono a conoscenza di casi di pedofilia che coinvolgono preti. Ad exequandam è stato redatto e firmato da Ratzinger, citato dunque in giudizio per aver «ostacolato il corso della giustizia» Usa. Ciò che balza agli occhi è come anche in questo caso il Vaticano mantenga un atteggiamento di totale incuranza per le vittime e quasi distaccato nei confronti dei preti violentatori o presunti tali. Atteggiamento che non si manifesta nei confronti di chi si sposa o lascia la Chiesa. Come racconta all’autrice Alessandro Pasquinelli, un ex prete oggi sposato. «La Chiesa usa la riduzione allo stato laicale per gettare fumo negli occhi, pur di non fronteggiare il problema dei preti sposati». «Ma tutti i sacerdoti pedofili sono ridotti allo stato laicale?», gli chiede la Gaito. «Neanche per sogno!», risponde Alessandro. «La Chiesa ha pochissimi sacerdoti, non può mica permettersi di gettarli via così. Preferisce buttare via chi s’innamora, piuttosto che i pedofili. Certi scandali si possono soffocare, nascondere, ma un sacerdote che si sposa non può essere occultato».       Federico Tulli

Left 32-33/08

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Schiave della Bossi-Fini

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Agosto 2007

La nuova legge Amato-Ferrero sull’immigrazione non arriverà prima del 2009. E per ora si va avanti con la tratta degli esseri umani, la strada, lo sfruttamento minorile. Ventimila le donne “prigioniere”.
Il cinque per cento sono adolescenti
di Federico Tulli

Si è insinuata nell’ordinamento italiano come una gramigna e al pari delle malerbe più tenaci è dura a morire. La legge 189 del 2002, più nota come Bossi-Fini, è ancora in vigore nonostante l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge Amato-Ferrero che riforma il testo unico sull’immigrazione firmato dal precedente esecutivo. Ma con effetto a partire dalla fine del 2008. Con conseguenze devastanti specie per le donne. «La Bossi-Fini ha codificato l’equazione immigrato=delinquente – spiega Francesco Carchedi, responsabile del Settore ricerca del Consorzio Parsec di Roma e consulente del ministero delle Pari Opportunità – e non è un caso che le immigrate arrivate in Italia per fare le colf o le badanti si trovino con contratti in nero e soprattutto sottopagate. A quel punto è enorme il rischio di cadere nella rete della prostituzione». Un fenomeno complesso, quello della tratta delle persone, che si è sviluppato a partire dai primi anni Novanta. All’epoca, le prostitue locali vennero convinte, con le buone o, più spesso, con le cattive, a lasciare spazio a migliaia di ragazzine “protette” da potenti bande criminali. È l’epoca dello sfascio delle dittature legate all’ex Unione sovietica e il flusso di persone verso la ricca Europa occidentale non è composto solo da migranti in cerca di lavoro. Ci sono anche donne da affittare per una manciata di minuti al miglior offerente. «Bambine – racconta Carchedi – costrette da feroci organizzazioni ad abbandonare le proprie famiglie in Albania e Romania per prostituirsi dove la moneta è più pesante e ci si arricchisce in fretta». Inizia una nuova schiavitù, la tratta delle schiave del terzo millennio. E il nostro Paese è impreparato a fronteggiare dal punto di vista sociale e legislativo questa improvvisa evoluzione del fenomeno. Si va avanti dal 1956 con la sola legge 1423, la famosa Merlin, che, pur all’avanguardia per aver depenalizzato il “mestiere”, al massimo contempla lo sfruttamento della prostituta. Cosa ben diversa dalla sua messa in schiavitù. Pertanto, ricorda il ricercatore, «nel primo periodo della tratta gli aguzzini hanno gioco facile sia con le vittime sia in tribunale dove si difendono da rare denunce». Ma l’opinione pubblica non rimane indifferente e avvia un efficace dibattito socio-politico. Che culmina, nel ‘96, con l’approvazione della Convenzione dell’Aja, in cui la Commissione europea riconosce la novità  che arriva non più solo dall’Est, ma anche dalla Nigeria. Il testo riprende la struttura concettuale dell’ultima convenzione sulla schiavitù licenziata dall’Onu, un protocollo datato 1953, e la ripropone in chiave contemporanea. Si parla di tratta di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale in cui la coercizione fa da discriminante. Distingue cioè, per la prima volta a livello internazionale, la prostituzione coercitiva da quella volontaria. Ovviamente per i minori la distinzione non esiste. Non possono scegliere, sono sempre costretti. E i minori, le minori schiavizzate in questo nuovo traffico di esseri umani sono tante, troppe. «In Italia ogni anno ne arrivano almeno mille – racconta Carchedi – il 5 per cento delle circa 20.000 donne costrette a prostituirsi è minorenne. La cifra è per difetto – aggiunge – e sono stime che riguardano gli anni tra il 2000 e il 2003, ma sappiamo che ancora oggi il rapporto è invariato, come pure il numero delle straniere vittime della tratta». Una costante che fa riflettere, specie nel nostro Paese, dove dopo la Convenzione dell’Aja è stato fatto molto a livello legislativo per contrastare il potere delle organizzazioni criminali specializzate nel traffico di donne e minori. «In Italia siamo all’avanguardia – prosegue Carchedi – grazie alla legge 286 del ’98 e al testo unico 228 del 2003». La 286/98, meglio conosciuta come Turco-Napolitano, è stata la prima legge a distinguere tra «vittime di tratta di esseri umani a scopo di grave sfruttamento» e  «traffico di esseri umani a scopo di inserimento sociale», cioè per lavoro. Aprendo così la strada a un’opera di protezione nei confronti di chi era rimasto intrappolato nel paraschiavismo. È stata poi consolidata dal protocollo di Palermo del 2000 in cui si è precisata ancora meglio la differenza tra contrabbando e tratta di persone. Difatti l’ingresso in Italia senza i visti necessari è un illecito amministrativo e non penale – il reato è compiuto dal trasportatore (il contrabbandiere) e non dal trasportato – mentre nella tratta a scopo di sfruttamento la persona-oggetto è vittima, non compie alcun reato.
Occorre però aspettare altri tre anni per coprire a livello normativo l’intera fattispecie del grave sfruttamento subito dalle donne oggetto di questo traffico. «Dopo i primi grandi processi giudiziari – osserva Carchedi – ci si è accorti che la 286/98, pur prevedendo tutto il ciclo dal reclutamento allo sfruttamento, non poteva essere applicata perché risultava difficilissimo evidenziare la condizione schiavistica». Viene pertanto emessa la legge 228/03 che istituisce il reato di riduzione in schiavitù, l’anello mancante di questa catena. «Con la combinazione delle due leggi, quella italiana è divenuta la normativa più completa», conferma il ricercatore del Parsec. «Inasprendo le pene e riconoscendo il reato di riduzione in schiavitù, lo sfruttatore è entrato a far parte di una fattispecie più ampia dove il giudice ha più possibilità di incastrarlo. Inoltre il tipo di reato è passato dalla giurisdizione delle procure ordinarie a quella dell’antimafia». Parallelamente all’introduzione di queste nuove norme, in Italia si è molto lavorato per consolidare la rete di protezione per chi denuncia i propri aguzzini. E questo, con buona pace dei fautori delle “case chiuse”, è avvenuto anche grazie alla legge Merlin. Il divieto di esercitare la prostituzione in luoghi privati ha infatti favorito la sua diffusione per strada rendendola in pratica più visibile e più semplice da monitorare. Non a caso siamo l’unico Paese in Europa che riesce a fare delle stime indipendenti molto utili a creare una rete di aiuto per queste ragazze. All’atto pratico il ministero delle Pari Opportunità finanzia circa 300 organizzazioni che lavorano in questo settore (tra Comuni, ong, associazioni, gruppi di volontariato) per un totale di almeno 1.500 persone. «Da questi servizi noi sappiamo quante persone ogni anno cercano aiuto e iniziano un percorso di sganciamento dalla strada», precisa Carchedi. «Ebbene, dal 2000 al 2003 sono state tra le 800 e le 900 l’anno. A partire da questa cifra siamo riusciti a definire l’universo di riferimento che è intorno alle 18-20.000 persone l’anno. Per valutare quante sono le minori – sottolinea – abbiamo contato quante su quelle 800 si sono rivolte ai servizi. E la percentuale sul totale è appunto del 5 per cento». Ci si chiede però come mai, nonostante due leggi estremamente raffinate e un’efficace rete di associazioni e di servizi, i numeri della tratta siano rimasti pressoché costanti. «Dal 1996 in poi questo fenomeno ha avuto un andamento molto tipico tra quelli sociali», rivela il ricercatore del Parsec. «È rimasto costante il numero delle ragazze in condizione paraschiavistica ma è cambiata è la composizione interna dei loro gruppi etnici. All’inizio degli anni Novanta, quello europeo prevalente era albanese, superiore anche a quello delle nigeriane. Alla fine degli anni Novanta iniziano ad aumentare le rumene e le moldave. Ora, invece, le albanesi sono molto rare, le rumene sono abbastanza in auge e le moldave sono state sostituite da bulgare e ucraine». Cambiamenti che testimoniano l’alto livello di specializzazione raggiunto dalle bande criminali che gestiscono il traffico, anche perché a tenere le fila sono storicamente sempre gli stessi: albanesi e nigeriani. In pratica, prosegue Carchedi, «quando un gruppo di ragazze è divenuto “obsoleto”, gli aguzzini spostano il reclutamento nei Paesi dove il fenomeno non è ancora evidente e dove la popolazione non si è ancora organizzata per difenderle». Il flusso delle minori albanesi si è drasticamente ridotto proprio per questo motivo: «Erano rapite dai gruppi più feroci, ma tra il 2002 e il 2003 c’è stata una reazione di fratelli e padri delle ragazze. Le hanno scortate a scuola e hanno costituito comitati di difesa, arrivando a picchiare e addirittura a uccidere alcuni trafficanti». C’è però un’ulteriore dinamica che spiega la difficoltà nel ridurre, almeno in cifre, l’entità dello sfruttamento. Accanto alle donne straniere costrette a prostituirsi, è in aumento il numero di quelle che lo fanno anche solo per brevi periodi per una scelta dovuta a difficoltà economiche. E qui il dramma assume una maschera diversa che chiama in causa lo sfregio sociale determinato dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione. «Molte straniere con il permesso di soggiorno vivono in condizioni pessime», spiega Carchedi. «Spesso, infatti, lavorano in nero e sottopagate. Inoltre si trovano prive di quelle reti sociali o familiari che nei Paesi d’origine le potrebbero sostenere nei momenti di difficoltà. Che sono tanti, più del normale, e quindi l’alternanza tra lavoro domestico  e prostituzione è molto diffusa». Una spirale che potrebbe essere interrotta se il decreto delega Amato–Ferrero fosse convertito in legge in breve tempo. «L’assenza di garanzie contrattuali, l’emarginazione dentro le famiglie o dentro le aziende – conclude -, sono gli ambiti in cui occorre mostrare responsabilità istituzionale per praticare una definitiva svolta verso la civiltà».

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