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Influenza A-H1N1, la febbre del business

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Novembre 2009

L’infezione pandemica è di carattere moderato ma ha già ucciso migliaia di persone nel mondo. Una carneficina che potrebbe essere evitata adottando le nuove tecniche di produzione dei vaccini. Più veloci e anche più economiche di quelle tradizionali. Ma il mercato è chiuso. I pochi che lo governano non hanno alcun interesse a riconvertire gli impianti e a far entrare ulteriore concorrenza di Federico Tulli

Entrata nel settimo mese di diffusione, l’influenza pandemica A-H1N1 viaggia a un ritmo di circa mille morti al mese nel mondo. Mentre i contagi, negli oltre 190 Paesi interessati, potrebbero aver toccato quota 700mila. Sono i dati diffusi nell’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità che, nel caso dei contagi, usa il condizionale poiché molti governi hanno deciso di interrompere il conteggio. Una prassi normale quando ci si trova di fronte a una pandemia di livello moderato. A una notevole velocità di diffusione si contrappone, infatti, un tasso di mortalità pari a circa l’uno per mille su scala globale. Cosa che per molti Paesi, compreso il nostro, corrisponde a una minore pericolosità rispetto alla normale influenza stagionale. Dopo la micidiale Spagnola del 1918 che in soli due mesi causò la morte di oltre 30 milioni di persone, debilitate da quattro anni di feroce conflitto mondiale, a partire dal secondo dopoguerra un evento pandemico per influenza H1N1 si è verificato solo quattro volte. In tutti i casi l’eccezionalità dell’evento ha messo a dura prova le capacità organizzative della macchina di prevenzione messa in moto dai diversi Paesi. Macchina che, sia da quando esiste l’Oms e sia nel caso di economie sviluppate, ha sempre evidenziato una notevole difficoltà ad avviarsi nei tempi necessari ad arginare il fenomeno. Il caso della A-H1N1 non fa eccezione. Produrre, testare, mettere in commercio, distribuire e somministrare centinaia di milioni di dosi di vaccino prima che il contagio deflagri richiede un tempo che il virus non è certamente disposto ad aspettare. E migliaia di persone si ammalano e muoiono nel giro di un paio di settimane. Questi decessi, però, si potrebbero evitare (o almeno ridurre notevolmente). A fronte della necessità di un vaccino sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo, è dagli anni 50 che le poche case farmaceutiche in grado di sostenere gli alti costi di produzione si affidano a tecnologie rudimentali che richiedono tempi di lavorazione molto lunghi. Dalla decodifica del Dna del virus alla distribuzione delle dosi alla popolazione (preparate utilizzando la propagazione del virus in uova di pollo), a essere ottimisti passano almeno 22 settimane. Più di cinque, lunghi, mesi. Durante i quali l’agente patogeno è libero di aggredire con violenza le persone più a rischio (nel caso della A-H1N1: i neonati, le donne incinte, le persone già affette da gravi malattie) senza che queste possano difendersi. Ma c’è di più. Col passare dei mesi aumenta la possibilità che il virus muti geneticamente. Vanificando il lavoro di preparazione dell’antidoto portato avanti fino a quel momento. Tutti rischi che si potrebbero ridurre se finalmente trovassero considerazione presso i governi mondiali le nuove tecnologie che si basano sulla produzione di vaccini “ricombinanti a subunità” in cellule di insetto o in sistemi vegetali, messe a punto sin dagli anni Novanta e capaci di garantire in 10-12 settimane quello che oggi si mette sul mercato (a caro prezzo) in 22-25.

Ad esempio, la biofarmaceutica statunitense, la Novavax, già a fine aprile scorso annunciava la possibilità di produrre un vaccino anti influenzale con cellule di insetto in meno di tre mesi. Ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala sono i sistemi di produzione vegetale. Con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo. Come dimostra l’esperienza maturata dal centro di biotecnologia vegetale all’Enea Casaccia nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco geneticamente modificate e coltivate in serra (vedi left n. 50/2007). Anche mettendo a confronto i costi la musica non cambia. Prendiamo il caso italiano. Il nostro governo ha acquistato dalla Novartis 24 milioni di dosi al prezzo di 24 milioni di euro, considerando il costo medio di produzione di un vaccino da pianta geneticamente modificata il risparmio sarebbe nell’ordine del 60 per cento: 14 milioni di euro in meno di spesa per l’Erario, le nostre tasche. Su scala planetaria, dove l’ipotesi più “parsimoniosa” parla di contratti, a favore delle multinazionali che hanno lavorato sul genoma dell’AH1N1, nell’ordine di complessivi 10 miliardi di dollari. Ma c’è chi sostiene che entro l’estate prossima la cifra incassata in totale da Sanofi-Aventis, Glaxo-SmithKline, Novartis, Roche e Astra-Zeneca, sarà almeno il doppio. Di fronte a tali “controindicazioni” socio-sanitarie ed economiche, cos’è che impedisce alle nuove tecnologie di affermarsi? In primis va detto che l’emergenza aviaria degli scorsi anni, pur con tutte le sue contraddizioni, ha segnato una svolta per la ricerca internazionale concentrata sull’ottenimento delle migliori molecole vaccinali e sulla innovazione delle tecnologie. Specie negli Usa, ma anche in Europa diversi gruppi sono al lavoro sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica. Un primo concreto risultato di vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (con il sistema del baculovirus). Ma al momento è l’unico vaccino commercializzato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. Ancora peggio va ai biofarmaceutici prodotti in pianta. Per prima cosa manca una piattaforma di regole chiare e omogenee che metta d’accordo Usa e Ue. Qui da noi la produzione dei biofarmaceutici da pianta, quasi sempre geneticamente modificata, si arresta anzitutto di fronte ai preconcetti nei confronti degli Ogm. Ma soprattutto per via degli scarsi ritorni finanziari, specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione. In pratica, così rimanendo lo scenario, c’è sempre minor convenienza a entrare nel business dei vaccini da parte di nuove company biofarmaceutiche. Contemporaneamente, con i governi restii ad affrontare l’opinione pubblica nel dibattito Ogm, sono veramente rari gli incentivi economici a investire proposti a privati. Ergo, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a riconvertire gli impianti modificando la linea di produzione. Anche se questa è obsoleta, lenta e costosa. In questo ultimo caso pure in termini di vite umane.

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Ferruccio Fazio docet

di f.t.

Mi devo preoccupare? È sopravvalutata? Cosa rischio se mi ammalo di influenza pandemica? Col dilagare dei contagi da virus A-H1N1, che secondo il ministero della Salute raggiungeranno un primo picco importante a dicembre, chi non si è posto queste domande? In queste nostre paginesarà uno specialista a rispondere. Ma quanti si sono chiariti le idee ascoltando le istituzioni? Immaginiamo pochi. E, per dirne una, pensiamo che il “sovraffollamento” nei pronto soccorso degli ospedali italiani, presi d’assalto da migliaia di persone più o meno ipocondriache, più o meno febbricitanti, sia la conseguenza della confusione creata da una sequela di dichiarazioni contraddittorie che abbiamo ascoltato sin da quando sei mesi fa l’Oms ha dichiarato lo stato di pandemia classificando l’influenza come “moderata”. Prendiamo le parole del viceministro, Ferruccio Fazio, intervenuto a “Domenica in”, rimbalzate in pochi secondi dalle agenzie a tutti i media. Si parla di pericolosità del virus A. «Siamo nella fase di pandemia influenzale – ha detto Fazio – ma questa influenza in Italia sta provocando vittime in modo limitato. Ricordo che l’influenza stagionale nel nostro Paese ha fatto lo scorso anno 8.000 morti». In effetti, al 10 novembre scorso, le persone decedute a causa della A-H1N1 erano “solo” 34. E, rapportando questo dato al numero di contagi verificati, anche il tasso di mortalità appare contenuto (0,0043 per cento), tanto che Fazio ha precisato: «È inferiore di 20 volte rispetto a quello della stagionale». Bene così, allora. E largo alle vaccinazioni per l’influenza normale visto che è causa della scomparsa di un paesotto di medie dimensioni all’anno. Non è forse questa la vera emergenza? Pare di no. Lo abbiamo chiesto al viceministro, ma non ci ha voluto rispondere. E il tam tam sullavaccinazione è proseguito. Ostinatamente concentrato sul virus pandemico. Anche dopo che qualcuno più autorevole di noi ha avanzato a Fazio le stesse nostre perplessità. Le dichiarazioni del viceministro sull’influenza A «sono imprecise» e «generano molta preoccupazione», dimostrando che in Italia «manca un buon sistema di sorveglianza epidemiologica», ha detto Walter Pasini, direttore del centro di Global health dell’Oms. «Il viceministro – ha proseguito Pasini – ci ricorda continuamente che questa pandemia influenzale è dieci volte più benigna dell’influenza stagionale. Nella dichiarazione successiva si corregge: 20 volte più benigna, perché – dice Fazio – la stagionale porta a morte annualmente 5.000 cittadini italiani, anzi 8.000, addirittura 20mila nel 2004. È evidente che l’ascoltatore attento resta interdetto. Sono realmente 5.000 o 8.000 i morti per influenza stagionale? Chi li ha calcolati? Esiste un registro in cui queste persone vengono elencate, nome per nome, con una cartella clinica a disposizione di ogni medico che voglia documentarsi? Perché se non fosse così, perché fare allarmismo sui rischi della stagionale? E se invece fosse proprio così, perché non si è fatto tutto il possibile negli anni scorsi per salvare la vita dei 5.000-8.000 anziani o malati cronici che, ci viene detto, muoiono ogni anno? Queste persone erano state vaccinate, avevano assunto antivirali? Se sì, perché non hanno funzionato? Se no, perché non sono stati loro somministrati? Dove vanno ricercate le responsabilità? Non vi è dubbio – ha concluso l’esperto Oms – che in Italia manchi un buon sistema di sorveglianza epidemiologica». Ecco. Sempre l’Oms ci fornisce lo spunto per un’altra riflessione. A un meeting tenutosi negli Usa, oltre 100 esperti dell’Organizzazione hanno convenuto che l’AH1N1 e la stagionale sono diverse. Di solito chi contrae il virus guarisce, senza ricorrere ad antivirali, nel giro di una settimana. E meno di uno su 100 sviluppa complicanze. L’elemento cruciale di distinzione consiste nel fatto che, specie nei giovani, il virus A sa replicarsi più facilmente nei polmoni e può causare polmoniti virali. Dunque, per frenare la diffusione e limitare i casi gravi, dall’asilo al liceo tutti dovrebbero vaccinarsi. Ma solo da poche settimane questa classe di rischio è tra le priorità del ministero. Anzi del viceministero. Fino a metà ottobre, infatti, i “prescelti” erano i medici e le forze dell’ordine (chissà in base a quale criterio anche gli sportivi e i dipendenti delle Belle arti). Qual è il risultato di questa scelta scellerata? Lo “confessa” candidamente l’ultimo bollettino ufficiale del dicastero: su 34 decessi, «i più colpiti sono bambini e adolescenti, da zero a 14 anni, con un’incidenza pari al 2,8 per cento dei casi in media (1,7 nei più piccoli da zero a 4 anni e 3 per cento dai 5 ai 14). Tra i giovani e gli adulti dai 15 ai 64 anni l’incidenza dell’influenza è dello 0,5 per cento mentre tra persone dai 65 anni in su è dello 0,1». Non c’è altro da aggiungere.

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MORTALITÀ

Al ministero piace alta

Il giallo degli 8.000 decessi l’anno per influenza stagionale “denunciati” dal vice ministro Fazio a Domenica In trova la sua matrice in un documento del Welfare spedito agli organi competenti il 23 luglio scorso avente per oggetto “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2009-2010”. «Si stima che in Italia l’influenza stagionale causi ogni anno circa 8.000 decessi in eccesso (morti che cioè non si sarebbero verificate in assenza di influenza, ndr), di cui 1000 per polmonite ed influenza, ed altri 7000 per altre cause.», si legge nel testo che fa riferimento allo studio Trends for influenza related deaths during pandemic and epidemic seasons, Italy, 1969-2001 pubblicato nel 2007 su Atti ML. Emerg Infect Disease. Non è chiaro come mai il ministero non si attenga ai dati ufficiali prodotti ogni anno dall’Istat. Il quale, nel proprio sito, riporta le tabelle di mortalità dal 1995 al 2006. Ebbene, secondo l’Istituto di statistica il picco più alto di mortalità connessa all’influenza stagionale risulta essere di 1655 decessi nel 1999. Mentre quello più basso è di 298, nel 2006. f.t.

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ANTIVIRUS

Vaccinati a quota 80mila

In base a dati parziali dell’Istituto superiore di sanità sono state vaccinate, al 9 novembre, 79.440 persone. In particolare le Regioni sono state sollecitate a vaccinare con la maggiore rapidità le donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza e i soggetti dai 6 mesi ai 64 anni appartenenti alle categorie a rischio per patologie preesistenti, con priorità assoluta per i bambini appartenenti a tali categorie. (Fonte: ministero del Welfare)

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C’È CHI DICE SÌ

Intervista al direttore dell’Unità operativa complessa vaccinazioni (Asl Rm/E), Roberto Ieraci di Ilaria Bonaccorsi

Professore, quanti dei suoi pazienti le chiedono di vaccinarsi per l’influenza A-H1N1?

Direi che il 90% delle persone che arrivano nella mia struttura chiedono la vaccinazione per l’influenza A-H1N1. Io lo raccomando alle categorie a rischio, che sono donne in gravidanza, secondo e terzo trimestre, nati pretermine fino a 24 mesi, soggetti a rischio compresi tra 6 mesi e 17 anni, e quelli tra 18 e 74 anni. E agli operatori sanitari.

Perché tanti operatori sanitari si oppongono alla somministrazione del vaccino?

Questo è un atteggiamento incomprensibile. Io ritengo che tutti i medici dovrebbero fare la vaccinazione, non solo per se stessi ma per proteggere i propri pazienti e i propri familiari, perché non vaccinandosi si rischia di diventare veicolo per gli altri. Le remore, anche tra gli operatori sanitari, sono legate alla non conoscenza di questa disciplina, la vaccinologia.

Molti ritengono che i vaccini siano un grande affare. Lei cosa ne pensa?

Se esiste un problema è a monte e cioè l’Organizzazione mondiale della sanità. Una volta proclamata la pandemia, vista la circolazione esplosiva di questo virus A-H1N1, le multinazionali si sono attivate. Il vaccino che è in circolazione in Italia, che è adiuvato con questo MF59 (lo squalene), è un ottimo vaccino. È chiaro che c’è anche un aspetto commerciale legato alle aziende ma questo non può interessare la gente.

Cosa contiene questo vaccino?

È un vaccino di nuova generazione, contiene gli antigeni del virus in forma di emoglutinina adiuvati su una sostanza di olio e acqua che amplifica la risposta immunitaria. Tanto che la quantità di antigeni contenuti è della metà rispetto al normale vaccino per la stagionale. È stato preparato con l’approccio cosidetto mock-up. La prima autorizzazione alla sua produzione è stata data nel 2007 (più di due anni fa) ed era stato inizialmente preparato per il virus dell’influenza aviaria, l’H5N1. Le aziende produttrici non hanno fatto altro che sostituire l’H5N1 con l’H1N1. Il vaccino quindi era pronto da tempo.

Secondo lei è stata gestita male la comunicazione da parte del ministero ma anche dei media?

La confusione è stata creata da giornali e tv. Sarebbe molto utile usare un linguaggio più serio. Interpellare e lasciar parlare i tecnici che si interessano della pandemia. È inutile e dannoso che tutti parlino, il più delle volte a sproposito. Le informazioni devono essere date da chi conosce il problema a fondo.

Questa pandemia è grave o non è grave? Perché i bambini, i più colpiti, sono stati inseriti solo in un secondo momento nelle categorie a rischio?

La popolazione target di questa vaccinazione sono soprattutto le fasce pediatriche. Chi paga un maggior scotto in questi anni sono i bambini, perché gli anziani in larga parte sono coperti per i contatti con i virus influenzali legati alla loro età e in più si vaccinano tutti. Bisogna vaccinare prima i ragazzi con patologie a rischio e poi allargare a tutti, sicuramente alla fascia che va dai 6 mesi ai 14 anni e poi fino a 27. Non dimentichiamoci che questo virus H1N1 era circolato nel 1976 e quindi quelli nati prima del 1976 hanno una copertura immunologica.

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IN GABBIA COL VIRUS

Sovraffollamento e tagli alle spese mettono a repentaglio la salute dei detenuti. Gli spazi ristretti impediscono di isolare i possibili contagiati Il rischio pandemico travolge le autorità carcerarie di Rocco Vazzana

Se fosse possibile stilare una lista dei contesti sociali più a rischio per la diffusione del virus A/H1N1, di certo il carcere occuperebbe i primi posti della classifica. Con una popolazione carceraria che si aggira attorno alle 65mila unità e con un sovraffollamento che conta 22mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili, i penitenziari italiani presentano altissimi fattori di rischio. E gli spazi ristretti, che costringono le persone a convivere in pochi metri quadri senza possibilità di aerare le celle e di isolare i casi sospetti, sono di certo l’elemento più preoccupante. Come se non bastasse, gran parte dei detenuti presenta problemi di salute. I numeri parlano chiaro: 6 persone su 10 sono malate. Tra le patologie più diffuse: tubercolosi, epatite B e C, Hiv, problemi circolatori e polmonari. Tutte possibili concause di complicazioni legate al virus. Senza considerare che circa il 30 per cento degli ospiti coatti ha problemi di tossicodipendenza, che abbassano le difese immunitarie. In questo scenario, già abbastanza allarmante, si inserisce anche la questione delle risorse economiche destinate all’“organizzazione e al funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico”. Secondo i dati resi noti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), infatti, dal 2007 al 2010 la spesa sanitaria subisce una riduzione del 79 per cento. In questo contesto, non potevano che arrivare le prime vittime. Lo scorso 29 ottobre, a Napoli, nel carcere di Poggio Reale, si è registrato il primo decesso di un detenuto italiano.Si tratta di un 50enne, condannato all’ergastolo, morto a causa di complicazioni dell’influenza A. Il 7 novembre, invece, è stata la volta di Rebibbia, dove un uomo che aveva contratto il virus è stato prima ricoverato d’urgenza al policlinico Umberto I e poi trasferito nel reparto per detenuti dell’ospedale Belcolle di Viterbo. E per evitare che la situazione precipitasse, qualcuno ha provato a mettere una toppa. «La direzione della Asl Roma B», ha dichiarato il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in attesa di una risposta della Regione alla richiesta di vaccini per il carcere, ha deciso di iniziare a immunizzare detenuti e agenti utilizzando le dosi di vaccino di quei medici e paramedici dell’ospedale Sandro Pertini che, al momento, non hanno ancora scelto di vaccinarsi. Infatti, con i livelli di sovraffollamento attuali, c’è il pericolo concreto che le carceri siano fra i luoghi dove il virus possa attecchire e diffondersi maggiormente». E poi ha aggiunto: «È dalla fine di agosto che ho chiesto invano di inserire i detenuti fra le categorie a rischio. L’annuncio del Dap di aver chiesto vaccini giunge fuori tempo massimo. Il farmaco non c’è semplicemente perché non è stato chiesto per tempo ». Si tratta di un’accusa precisa, dunque, che denota il modo in cui il virus ha colto di sorpresa l’amministrazione penitenziaria italiana. Sembra proprio che nelle carceri italiane non esista un vero e proprio piano di gestione dell’emergenza. Mentre il governo continua a promettere nuove galere per risolvere il problema del sovraffollamento, le strutture penitenziarie del nostro Paese dimostrano di essere inadeguate a tutelare la dignità e la salute delle persone.

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NEL MONDO

Le vittime della A-H1N1 (10 novembre 2009)

Situazione europea (fonte Ecdc)

Totale vittime 414

di cui

Gran Bretagna 155

Spagna 73

Francia 57

Italia 34

Situazione mondiale (fonte Ecdc)

Totale vittime 6.508

di cui

Brasile 1.368

Stati Uniti d’America 1.004

Africa 103

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SPERIAMO CHE ARRIVI IL TIFO

Con l’influenza, a rischio i prossimi Mondiali di calcio in Sud Africa. Perché le cifre potrebbero essere più alte di quelle dichiarate. In tutto il continente c’è il pericolo che la febbre pandemica non venga diagnosticata per mancanza di strutture di Paola Mirenda

«La Coppa del mondo sarà annullata solo se saremo obbligati». A maggio scorso, quando l’Africa ancora non era stata toccata dall’epidemia di influenza A, le parole del segretario generale della Fifa Jérôme Valcke sembravano solo scaramantiche. Oggi, con 14.868 casi accertati di cui ben 12.619 in Sudafrica – la nazione ospitante dei Mondiali 2010 – quella frase sembra una profezia. A spaventare non sono tanto le cifre diffuse dall’Organizzazione mondiale della sanità, che classificano l’Africa come il continente meno colpito, quanto quelle che circolano nella stampa locale, che presenta numeri ben più rilevanti. Il Madagascar sulla carta ha 169 casi accertati, il ministero della Salute di Antananarivo ne certifica invece 588, oltre tre volte di più. A chi credere? Il problema è che è difficile diagnosticare con esattezza il virus in Africa: pochi gli ospedali (a luglio appena 10 Paesi avevano stabilito un piano di azione e le Nazioni unite hanno censito solo 10 centri di diagnostica per i 53 Stati del continente), pochi anche coloro che si rivolgono a una struttura sanitaria per quella che a prima vista è solo una malattia stagionale. I 12 contagiati nello Zimbabwe, che arrivano dopo un’epidemia di colera che ha causato oltre mille morti, non fanno nemmeno notizia. Come difficilmente preoccuperanno i 62 capoverdiani infettati, nel momento in cui l’arcipelago combatte contro una nuova epidemia di dengue. Colera, malaria, tubercolosi, Hiv: malattie endemiche e certamente più facilmente individuabili, sulle quali spesso si innesta il virus H1N1. Per questo, in assenza di centri attrezzati, è spesso impossibile una diagnosi dell’influenza A. «La disponibilità di laboratori diagnostici di qualità è uno tra i principali problemi che rendono inappropriate le azioni di risposta alle epidemie». Questa la denuncia fatta nel giugno 2008, alla 58esima riunione del Comitato regionale dell’Africa, dalla stessa Oms. Che precisava come «nella regione africana, la situazione dei laboratori si caratterizza per l’insufficienza di personale, attrezzature e forniture». Una situazione che varia da Paese a Paese in ragione di molteplici fattori: l’economia, la presenza di altre epidemie, la quota del bilancio pubblico assegnato alla sanità. E poi la presenza di grossi centri abitati, o – paradossalmente in positivo – persino di campi  profughi, dove almeno arriva la Croce rossa. Senza parlare dell’impatto negativo delle guerre. Così non stupisce che Johannesburg e Città del Capo siano in cima alla classifica delle città più colpite: nel Paese più ricco dell’Africa subsahariana, dove quasi il 10 per cento del budget dello Stato va in servizi medici, e dove la più alta incidenza del virus dell’Aids ha costretto a fare i conti con la necessità di strutture sanitarie, la diagnostica è efficace e la profilassi  tempestiva. Ma i numeri potrebbe essere più alti di quelli dichiarati, visto che contrariamente ad altre zone del mondo i casi mortali riguardano i giovani tra i 14 e i 26 anni, i meno colpiti da altre malattie, nei quali quindi il virus è più  facilmente individuabile. Un dato preoccupante, perché se l’epidemia dovesse diffondersi così velocemente come sta  avvenendo nelle ultime settimane (si è passati dai 7.606 casi del 9 settembre 2009 ai quasi 13mila censiti due mesi dopo) significherebbe un contagio generazionale pesantissimo per il futuro del Paese. Gli organismi regionali africani invitano alla chiusura delle frontiere per evitare il diffondersi del virus e molti governi hanno già adottato questa politica. Ma nel Sudafrica, terra di immigrazione e porto commerciale del continente, questa scelta è impossibile. Le autorità sanitarie di Città del Capo sperano che l’epidemia in qualche modo abbia già raggiunto il suo picco, e che si fermi. Prima che l’economia locale, che ha puntato tutto sulla Coppa del mondo di calcio, crolli.

 

 

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Influenza A-H1N1, la febbre dei numeri

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Ottobre 2009

A cinque mesi dalle prime infezioni parte la vaccinazione contro l’influenza A-H1N1. Sui casi di contagio Istituto superiore di sanità e ministero della Salute danno stime diverse. E di parecchio di Federico Tulli

Mentre nel resto del mondo continua inesorabile la diffusione del virus A-H1N1 e, in proporzione del 4 per mille circa (dati Oms), prosegue la crescita del numero di decessi, in Italia, i casi gravi di influenza suina si contano ancora oggi sulle dita di una mano. è notevole, ad esempio, la differenza con la Gran Bretagna. Qui i morti da tempo hanno superato il centinaio. Poiché a livello di strutture ospedaliere c’è una certa equivalenza, il dato favorevole all’Italia è spesso stato spiegato con l’opera di prevenzione attuata sino a oggi dalle nostre autorità sanitarie. Ci fidiamo dei consigli a lavarci spesso le mani o a starnutire coprendo «la bocca con la manica o il gomito» come si legge nelle Raccomandazioni antinfluenzali emanate dal ministero del Welfare, ma il dubbio che qualche conto non torni resta. E aumenta se, nel tentare di farci un’idea sull’entità del rischio, sia di contagio sia di morte, decidiamo di affidarci alle ultime dichiarazioni delle istituzioni preposte a monitorare lo status della pandemia e a coordinare l’opera di prevenzione. Così, rimanendo concentrati sui freddi numeri, spulciando tra i media troviamo il vice ministro della Salute Ferruccio Fazio che spiega a un collega della televisione: «In Italia, secondo il rapporto dell’Istituto superiore di sanità, sono poco più di 10mila i casi di influenza A. In realtà, noi pensiamo che si sia arrivati a 50-100mila casi ma molte persone non si sono neanche accorte di essersi ammalate. In questa fase – ha aggiunto – l’allarme è sopravvalutato, perché l’influenza A è più leggera di quella stagionale. Ma in alcune persone può essere mortale: basta una piccola febbre per causare il tracollo delle funzioni in un organismo compromesso e questo non è da sottovalutare». Dunque, ricapitolando, il ministro smentisce il dato fornito dall’ente pubblico delegato al calcolo e, decuplicando le stime dell’ente smentito, parla di sopravvalutazione del rischio. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Mentre di sicuro fortunato è Giorgio Ciconali, un medico dell’Asl di Milano, primo in Italia a essere vaccinato contro l’H1N1. Ciconali, stando alle dichiarazioni di Fazio, è tra quei 4 italiani su 10 che al termine dell’opera di prevenzione saranno stati vaccinati. «Abbiamo la strategia vaccinale con la previsione di popolazione da immunizzare, circa il 40 per cento, più bassa d’Europa – ha detto Fazio – perché riteniamo che questo dato sia sufficiente a eradicare il virus entro l’estate. Speriamo sia la decisione giusta». Speriamo.

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Epidemie canaglia

La nostra fiducia nei confronti della scienza se da un lato è pronta a scaturire con entusiasmo di fronte al progresso, dall’altro cede bruscamente all’apparire di una malattia contagiosa. Anche se oggi sappiamo che un’epidemia può essere curata o tenuta sotto controllo, assomigliamo molto ai nostri avi ogni volta che il contagio assume dimensioni epidemiche, quando diventa cioè un “flagello”. Questo termine contempla il riaffiorare di credenze che stazionano da secoli nella cultura popolare. L’epidemia allora diventa “castigo divino” o “maledizione”. Più concretamente, però, può anche cambiare il corso della storia. Come è successo con la peste, che  nel V secolo a.C. ha segnato le sorti di Atene e, nel VI d.C., il destino delle popolazioni che vivevano nell’odierna Libia. In questo caso lo spopolamento che ne conseguì sarebbe all’origine della desertificazione del Nord Africa. Per non dire poi di quanto causato nel 1918 dalla “Spagnola”, che mietendo più vittime nell’esercito asburgico, facilitò di molto la vittoria italiana. Lo studio e la rilettura della epidemie in rapporto alla storia può fornire elementi utili per meglio comprendere eventi di portata, appunto, storica. Ed è ciò che ha fatto il patologo clinico Giuseppe Pigoli ne I dardi di Apollo. Dalla peste all’Aids: la storia scritta dalle pandemie (Utet), dal 15 ottobre in libreria. Ciò che scopre Pigoli è che molte malattie sono state “preparate” da eventi naturali o sono esplose solo quando vi erano condizioni socio economiche e culturali idonee al loro imperversare. Sorprendenti sono gli aspetti legati alle grandi morie. Non si allude solo allo spopolamento di vaste aree ma anche ai mutamenti ecologici, alle migrazioni e alle invasioni. Insomma, secondo l’autore i germi e i virus si ripresentano periodicamente come a ricordarci che la storia non può essere scritta senza la loro approvazione. left 41/2009

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Influenza A-H1N1, i conti che non tornano

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Luglio 2009

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Nuda e cruda, la cifra è di quelle che fanno tremare i polsi. Entro fine anno in Gran Bretagna rischiano di morire per complicazioni in seguito alla contrazione del virus A-H1N1 fino a 65mila persone. La stima pubblicata sul sito della Bbc è di Liam Donaldson, capo dei consulenti sanitari del governo britannico, e l’annuncio giunge nella settimana in cui Oltremanica, con 55mila nuovi casi, si è registrato il picco di contagi da quando l’influenza “suina” ha varcato l’Atlantico. Nonostante ciò, come ha confermato a un’agenzia il diplomatico italiano, Paola Cogliandro, a Londra e nelle altre città la vita quotidiana «scorre tranquilla». Potrebbe essere per via della loro proverbiale calma oppure per una scarsa dimestichezza degli inglesi con le tabelline ma la stima di Donaldson dice che il tasso di mortalità del virus, se come previsto dovesse arrivare a colpire un quarto della popolazione britannica (oltre 16 milioni di contagi), è pari a circa il 4 per mille. Vale a dire quattro volte superiore alla mortalità della normale influenza di stagione, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità è dell’uno per mille. La stessa Oms, per l’A-H1N1, nei dati ufficiali indica un tasso di mortalità a livello globale pari al 4,5 per mille. Cifre che contrastano fortemente con gli inviti ufficiali alla “calma” formulati da tutti i governi europei, compreso quello di Londra, i quali peraltro si stanno preparando ad affrontare la pandemia con l’acquisto di ingenti stock di vaccini ipotizzando una diffusione del contagio su almeno il 30 per cento della popolazione. Da più parti si è infatti sentito dire in queste ultime settimane che il virus A-H1N1 presenta una bassa mortalità, addirittura dimezzata rispetto a quella dell’influenza di stagione che ogni anno raggiunge l’Occidente. Vale così in Francia e Germania. E vale così anche in Italia. È di martedì scorso la presentazione del piano di prevenzione contro la A-H1N1 messo a punto dal governo illustrato dal vice ministro della Salute Ferruccio Fazio. «Senza le politiche di contenimento del virus già attivate dall’Italia entro marzo 2009 i contagi sarebbero 13 milioni», ha spiegato Fazio, precisando che il piano può ridurre questa cifra a circa quattro milioni di unità. Inoltre, ha proseguito il vice ministro, considerando che la mortalità «è dello 0,4-0,5 per mille» alla fine potrebbero esserci «un migliaio di vittime». Ecco, qui c’è un piccolo giallo. Se per il nostro Paese, come per la Gran Bretagna, valgono le stime Oms, il numero indicato da Fazio andrebbe moltiplicato per dieci. O, peggio, almeno per dieci. Per la versione definitiva del vaccino pandemico occorrono ancora tre mesi, un tempo sufficiente perché il virus muti di nuovo diventando più aggressivo. Terra, il primo quotidiano ecologista

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A-N1N1, pandemia avanti tutta. Giovanni Rezza: «Saremo pronti»

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Luglio 2009

Influenza A-H1N1, corsa contro il tempo per il vaccino preventivo. Ma non è ancora stato testato sulle categorie più a rischio. Intervista a Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Iss di Federico Tulli

A oggi, in Europa, l’Italia è tra i Paesi meno colpiti dalla diffusione di influenza A-H1N1. Secondo l’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) i casi accertati su tutto il territorio nazionale dai 27 laboratori Influnet sono 224. Nessuno di questi è risultato particolarmente grave. Ma dopo l’estate, con l’arrivo dell’influenza di stagione, la prevenzione che sino a oggi si è basata su individuazione e isolamento delle persone infette non sarà più sufficiente. Il peggio, insomma, deve ancora venire. Nel presentare il piano strategico per fronteggiare la diffusione del virus, che in Gran Bretagna ha ucciso 15 persone, il governo ha annunciato la vaccinazione di almeno 20 milioni di persone tra novembre 2009 e febbraio 2010. Quando cioè saranno pronti gli stock di vaccini preventivi. Sempre che nel frattempo il virus pandemico A-H1N1 non sia mutato in maniera considerevole. Per meglio comprendere a cosa andiamo incontro Terra ha rivolto alcune domande al professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Iss.

Professor Rezza, che tipo di vaccino sarà usato?

Si tratta di un farmaco monovalente che sarà somministrato a circa il 30 per cento della popolazione, in aggiunta a quello trivalente usato per l’influenza stagionale.

Il farmaco non sarà pronto prima di ottobre, come mai?
Mancano ancora delle autorizzazioni particolarmente importanti, dal momento che la tollerabilità, la sicurezza e l’efficacia del farmaco non è ancora stata testata su bambini e donne incinte. Due delle categorie più a rischio di infezione. E si presume che i limiti nelle conoscenze che occorrono per il via libera saranno appunto superati tra ottobre e novembre prossimi.

Uno di questi limiti è la capacità di mutazione del virus?
Al momento no. Le mutazioni avvenute sino a oggi sono minime, quindi il vaccino in preparazione è ancora efficace. Il discorso cambia solo se il virus dovesse mutare tanto da non essere più riconosciuto dagli anticorpi come tale.

L’A-H1N1 colpisce soprattutto gli under 40, da cosa dipende?
Escludendo la Gran Bretagna dove oramai l’epidemia è in atto, prendiamo il caso dell’Europa. Qui sono colpiti soprattutto i viaggiatori e poi i loro amici e parenti. E l’età di chi viaggia è spesso inferiore ai 40 anni. L’altro punto è che la popolazione scolastica fa da moltiplicatore dell’epidemia. Mentre gli anziani sembrano più protetti. Secondo uno studio americano circa un anziano su tre avrebbe anticorpi contro l’A-H1N1. Forse per essere stato esposto a virus simili in passato.

Qual è il livello di pericolosità dell’influenza pandemica?

Probabilmente è aggressiva quanto un virus influenzale stagionale. Sembra infatti avere lo stesso tasso di mortalità. Casi gravi si sono manifestati specie in portatori di rischio noti anche per l’influenza di stagione. Come le malattie croniche, respiratorie e cardiovascolari. Inoltre, i più sensibili al contagio sembrano essere le donne incinte i diabetici, i bimbi sotto l’anno di età e gli obesi. Questo ultimo caso è una novità rispetto alla normale influenza.

In Argentina e Gran Bretagna i decessi si contano a decine. Sono i Paesi più colpiti…
Per quanto riguarda l’Argentina ci sono diversi punti interrogativi. Da un lato può essersi verificato un alto numero di contagi senza che però siano stati tutti verificati. Oppure ci sono altri fattori più o meno identificati, come ad esempio un accesso ritardato ai servizi sanitari. Per quanto riguarda la Gran Bretagna c’è stato un elevato numero di infezioni e il tasso di mortalità è in linea con quello degli altri Stati. Purtroppo pare che una delle persone morte non fosse portatrice di fattori di rischio noti per essere causa di complicazioni, e quindi si sta indagando su quale potrebbe essere stato il motivo del decesso. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Influenza A-H1N1 ed epidemie, se la prevenzione non paga

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Maggio 2009

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Produrre vaccini è una corsa contro il tempo che non sempre si vince. Specie in caso di epidemie e pandemie. Il futuro è dei nuovi farmaci ottenibili velocemente da piante e insetti. Ma va contro gli interessi delle multinazionali padrone del business di Federico Tulli

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Sono le caratteristiche del vaccino ideale per prevenire il dilagare di epidemie e pandemie (es. influenza). Ma è più corretto dire “sarebbero” visto che in commercio, dalla metà del secolo scorso, a far la parte del leone sono farmaci che, per la produzione di grossi quantitativi, richiedono tempi molto lunghi. E si basano su tecnologie rudimentali ma che hanno fatto la fortuna di poche grandi multinazionali farmaceutiche, le uniche, quindi, in grado di sostenere i costi per la messa in commercio del vaccino di cui in questi giorni tanto si parla per arginare l’influenza A-H1N1. Vaccino che, utilizzando tecnologie classiche, quali la propagazione del virus in uova di pollo, sarebbe pronto in 5-6 mesi. Per quanto riguarda l’Italia, secondo quanto previsto dall’Istituto superiore di sanità, la A-H1N1, seppur in forma lieve, rischia di contagiare un quarto della popolazione nei prossimi mesi autunnali. In concomitanza, cioè, con il passaggio della normale influenza di stagione. Dal punto di vista della capacità di prevenzione a livello internazionale, il caso della “suina” (definizione popolare della A-H1N1), come quello della dengue in America Latina (vedi l’articolo di Gloria Ravidà a pagina 50), è emblematico. E se da un lato mette a nudo la difficoltà di pianificare tattiche preventive efficaci contro epidemie anche nei Paesi più ricchi (costretti a reperire in pochi giorni decine di milioni di dosi di antivirale, immaginiamo a che prezzo), dall’altro può risultare la chiave per convincere governi e multinazionali ad accantonare i vecchi metodi di produzione dei vaccini e dare più respiro alle nuove tecnologie quali quelle che si basano sulla produzione di vaccini ricombinanti a sub-unità in cellule di insetto o in sistemi vegetali e che dagli anni Novanta tentano faticosamente di rosicchiare spazio e diffusione.

La parola chiave è “mutazione”. È questo il primo nemico di chi in laboratorio deve produrre un

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

vaccino sulla base del genoma del virus da contrastare. I virus infatti non sono organismi immodificabili e alcuni di essi, come nel caso della “suina” messicana (che è il risultato della combinazione di tre influenze: aviaria, suina e umana stagionale) possono mutare nel passaggio da animale a uomo e poi da uomo a uomo. E così via. «Questa trasformazione può essere più o meno veloce – spiega Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia, impegnata nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco – e può rendere vano il lavoro di chi, avendo analizzato un determinato tipo di genoma, si ritrova a produrre un vaccino per un virus che nel frattempo ha cambiato caratteristiche». Un rischio molto alto se i tempi di produzione del vaccino “classico” viaggiano intorno alle 22-24 settimane. E un rischio, al contrario, ridotto se invece il lavoro venisse effettuato con sistemi di produzione più rapidi, quali quelli basati su cellule vegetali o di insetto. Una company biotecnologica nel Maryland, la Novavax, ha annunciato che in 10-12 settimane sarà in grado di produrre un vaccino anti influenzale appena la sequenza definitiva del genoma di A-H1N1 sarà disponibile. I sistemi di produzione vegetale sarebbero ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala. La “suina” che fino a oggi ha ucciso poche decine di persone nel mondo e contagiato qualche migliaio, è relativamente innocua. Specie se messa confronto con la Tbc che ancora oggi a 500 mila anni dalla sua comparsa causa la morte di due milioni di persone l’anno. Collocandosi al secondo posto dietro l’Hiv tra le cause di morte e segnando in particolare la vita nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

mappa-tbc-2Visti i costi sociali ed economici di una pandemia su scala planetaria, cos’è che impedisce a questi nuovi vaccini di diffondersi? «C’è da dire – osserva Franconi – che per alcune malattie (come malaria e Tbc) lo sviluppo di vaccini è davvero difficile, a causa delle caratteristiche del patogeno. L’esperienza dell’aviaria ha spinto la ricerca internazionale a fare un grande sforzo per individuare le migliori molecole vaccinali e per innovare le tecnologie. Ci sono diversi gruppi negli Usa e in Europa, che stanno lavorando sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica». Un vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (sistema del baculovirus), rappresentando l’unico vaccino sul mercato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. «Relativamente ai vaccini prodotti in pianta un serio problema è la mancanza di un “framework” regolatorio chiaro. Infatti, in generale la produzione dei biofarmaceutici da pianta, che spesso è geneticamente modificata, è frenata da diffusi preconcetti nei confronti degli Ogm e soprattutto dagli scarsi ritorni finanziari specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione». Questo di fatto si traduce in un numero sempre minore di nuove company biofarmaceutiche che operano nel campo dei vaccini. Allo stesso tempo, mancando incentivi economici a investire da parte dai privati, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a modificare la linea di produzione. E allora la spinta potrebbe venire dal “pubblico” ed essere di ordine sociale. Così, dove non poterono la Tbc o la malaria (per inciso la tubercolosi si sta diffondendo nuovamente in Occidente, cioè laddove si producono i vaccini) poterono l’aviaria e forse oggi l’A-H1N1. Nonostante siano di gran lunga meno pericolose per l’uomo. «Il segno di novità – prosegue la ricercatrice dell’Enea Casaccia – potrebbe essere che sulla spinta di queste nuove pandemie, vere o presunte, qualcosa cambi». E in effetti alcune aperture alle nuove tecnologie, anche se rare, già ci sono da circa 3 anni. Negli Usa, ad esempio, è stato approvato un vaccino di origine vegetale per i polli.

Oppure a Cuba, che è all’avanguardia in questo campo. Qui hanno prodotto in pianta un anticorpo per la purificazione di un vaccino per uso clinico. Ma il caso che lascia più sperare è quello della Bayer. «Nel 2008 – racconta Franconi – ha acquistato una piccola impresa biotecnologica tedesca per fare un vaccino anticancro da pianta “paziente specifico”. La stessa company ha stretto anche un’alleanza negli Usa per produrre vaccini personalizzati per la cura del linfoma con tecnologie basate su virus vegetali». A frenare gli entusiasmi è però l’atteggiamento dell’Unione europea. Atteggiamento di chiusura che evidentemente è alla base della decisione di Bayer di rivolgersi oltreoceano per sviluppare nuovi progetti di ricerca. «I segnali che giungono dalle istituzioni continentali non sono chiari. Paradossalmente si percepisce meno resistenza ai biofarmaceutici da piante Ogm rispetto all’impiego dei virus vegetali per produrre vaccini. Un ulteriore paradosso è che con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo». Più fortuna ha avuto la Glaxo che produce il vaccino basato sul baculovirus per la prevenzione dell’Hpv. E anche questo è un paradosso che potrebbe essere difficile spiegare in caso di pericolosa pandemia, poiché in termini di costo, velocità e quantità di produzione un vaccino prodotto in pianta (o anche in alghe unicellulari) non ha nulla da invidiare a quello ottenuto dagli insetti. left 18/2009

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La pandemia è arrivata. Anzi no

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Maggio 2009

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Primi due casi di febbre suina a Hong Kong e in Corea del Sud, tra i crocevia dell’aviaria nel 2005. Un contagio anche in Italia. A Massa l’uomo di ritorno dal Messico, colpito dal virus, è guarito in 5 giorni. Il sottosegretario Fazio: diffusione inevitabile, ma l’influenza è in forma lieve di Federico Tulli

Sei giorni di febriciattola e via. Il primo caso italiano di influenza A H1N1 (nome con cui la febbre suina è stata ribattezzata a livello internazionale) si è risolto così. Con una settimana di osservazione al reparto di malattie infettive dell’ospedale di Massa, dove l’uomo era stato ricoverato con sintomi influenzali sospetti di ritorno da un viaggio in Messico il 23 aprile scorso. La conferma del contagio è arrivata dal laboratorio di virologia dell’Istituto superiore di sanità che ha eseguito le analisi. Mentre la Asl di Massa ha fatto sapere che da circa 72 ore l’uomo non ha più la febbre e le persone con cui è venuto in contatto sono state sottoposte a profilassi antivirale. È il primo caso accertato in Italia, hanno ribadito il ministro delWelfare Sacconi e il sottosegretario alla Salute Fazio in una conferenza stampa convocata ieri per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese. I due hanno poi annunciato speciali misure precauzionali per i connazionali di ritorno dal Messico e dichiarato di aspettarsi «una progressiva diffusione del virus fino all’estate». Virus che comunque sarà «meno aggressivo di un’influenza stagionale». Fino a ieri, secondo gli ultimi dati resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità sono stati in tutto 615 i casi verificati in 16 diversi Paesi. I morti sono 17, di cui 16 nel solo Messico e uno negli Usa. Sempre ieri la A H1N1 ha fatto la sua comparsa nel Sud Est asiatico, a Hong Kong e in Corea del Sud. Qui due persone sono state ricoverate con sintomi influenzali, come nel caso italiano, di ritorno dallo Stato centramericano. Al momento solo il continente africano non è coinvolto nella propagazione del virus. E questa è la notizia buona. Quella cattiva è che la sua comparsa in Asia potrebbe aprire le porte a una nuova esplosione del contagio. In primo luogo perché è la regione più popolata del mondo, poi perché è l’area in cui ogni anno prende il via la grippe stagionale, infine perché il Sudest asiatico è il grande “laboratorio” dei virus dell’influenza (basti pensare alla Sars). Peraltro a differenza dell’aviaria che viaggiava con i volatili, la A H1N1 ormai si trasmette da uomo a uomo. Ovvero, con una buona azione di prevenzione alle frontiere è possibile ridurne di molto la pericolosità. Ma forse non la propagazione. Almeno stando a quanto detto da Angus Nicoll, capo del programma anti grippe del Centro Ue di controllo delle malattie. «Questo agente patogeno – ha spiegato Nicoll -, pur non essendo virulento come quello che causò la Spagnola del 1918, avrà un impatto considerevole». E per “considerevole” intende che tra il 40 e il 50 per cento della popolazione europea ne sarà colpita, anche se in forma «lieve». Come del resto è accaduto fino a ora se guardiamo ai 25 casi accertati in 10 Paesi del Vecchio continente e al fatto che malgrado il progressivo aumento del numero di malati accertati (erano un centinaio lunedì scorso) e dei Paesi colpiti, nella maggioranza dei casi la prognosi resta buona. Fanno eccezione i decessi in Messico spiegabili con alcune ipotesi: intervento tardivo, soggetti particolarmente vulnerabili, presenza di altre patologie. Una forma lieve di A H1N1 risolverebbe almeno in parte la questione legata alla logica carenza di posti letto in ospedale. L’isolamento delle persone contagiate avrebbe luogo nelle loro abitazioni, fatto salvo quello dei soggetti più a rischio:  neonati, anziani e i malati cronici. Sul fronte antivirali, per quanto riguarda l’Italia, l’Iss ha calcolato che le scorte sarebbero sufficienti per il 6 per cento della popolazione. Siamo ben lontani dalle cifre Usa, dove il presidente Obama nel tradizionale discorso del sabato ha dichiarato che la Sanità dispone di 50 milioni di dosi e che chiederà al Congresso lo stanziamento di 1,5 miliardi di dollari per acquistarne altre.

**Dal quotidiano Terra del 2 maggio 2009**

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Influenza A-H1N1: con pochi accorgimenti è meno pericolosa dell’aviaria

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

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Rosella Franconi (la seconda da sx) con il suo staff all'Enea

Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia lavora da anni alla creazione di vaccini a basso costo e alta velocità di produzione, utilizzando piante di tabacco, contro il papilloma virus (Hpv). L’Hpv è causa dell’80 per cento delle morti di donne per cancro al collo dell’utero nei Paesi poveri.
Gli ultimi dati Oms parlano di 615 casi accertati e 15 morti a causa dell’influenza suina. Siamo di fronte a un’emergenza sanitaria mondiale?
L’allarme è reale, ma è presto per conoscere l’esatta entità del rischio di pandemia. Di sicuro ci troviamo di fronte a un nuovo virus. Che deriva da una combinazione tra i virus dell’influenza aviaria,  umana e suina. Va capito come muta e si trasmette da uomo a uomo in termini di velocità ed efficacia.
Nel 2008 il Center for disease control and prevention (Cdc) avvertiva che 49 virus influenzali del ceppo H1N1 su 50 si sono dimostrati resistenti al Tamiflu prodotto dalla Roche. Ora l’Oms dice che il nuovo virus reagisce proprio al Tamiflu, «uno dei due soli antivirali efficaci in commercio». Possiamo stare tranquilli?
L’H1N1 suino è noto dal 1930 e contro le influenze suine ci sono 4 molecole antivirali efficaci: due sono quelle indicate dall’Oms, mentre altre due si sono già dimostrate inefficaci. Una spiegazione al fatto che il Tamiflu non funzionava per l’influenza umana del 2008 e per l’aviaria del 2005, mentre ora sembra funzionare, è che ci troviamo di fronte a un virus completamente nuovo. Fortuna che la Roche ha dichiarato di avere scorte, perché non c’è alcun vaccino in commercio.
L’Istituto superiore di sanità parla di 10-15 milioni di italiani a rischio. Siamo pronti a gestire l’emergenza?
Premesso che chiaramente non ci sono posti letto a sufficienza negli ospedali, come nel caso della Sars è fondamentale la prevenzione. Con l’aviaria erano gli uccelli a propagare l’influenza, ora sono gli uomini. Quindi è più semplice rispetto al 2005 adottare semplici accorgimenti specie alle frontiere. Spero siano già attuati.
Se il virus passa la frontiera?
Il contagio può avvenire da un giorno prima della comparsa dei sintomi a sette giorni dalla loro comparsa. Il Cdc Usa consiglia di rimanere a casa se ci si ammala. Da noi potrebbe influire l’effetto Brunetta: con la spada di Damocle delle assenze per malattia andremo tutti in ufficio a fare gli untori? Battute a parte, spero che ci siano realmente scorte di antivirali, mascherine e tutto il necessario a prevenire il contagio. Inoltre, questo problema ripropone l’importanza di investire in nuove tecnologie per la produzione rapida e a basso costo di molecole terapeutiche.

Left 17/2009

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Il vaccino antiterrorismo

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Febbraio 2008

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Ideale contro pandemie e bioterrorismo. Si può ottenere da cellule vegetali e di insetto. Ma le multinazionali biomediche non vogliono abbandonare le vecchie tecnologie di Federico Tulli

Pochi Paesi al mondo, forse al momento nessuno, sono pronti a gestire un’emergenza sanitaria derivante da un attentato terroristico con agenti biologici su larga scala o da una pandemia. Più delle strutture ospedaliere l’anello debole della risposta, anche nei Paesi sviluppati, è il vaccino da somministrare alle vittime. Vaccino che oltre a essere sicuro deve essere veloce da produrre in grande quantità e a poca spesa. Tutto il contrario di quelli comunemente in commercio i quali, ottenuti da uova di pollo, mammiferi o lievito, si basano su tecnologie vecchie anche di 50 anni, non sono completamente sicuri (specie quelli ottenuti dalle uova), e per grossi quantitativi richiedono tempi lunghi di produzione. Presto però le cose potrebbero cambiare e il rischio di collasso dei sistemi sanitari nazionali di fronte, per esempio, al propagarsi di una pandemia da aviaria o di infezione da antrace, potrebbe essere scongiurato da nuove tipologie di vaccini. Quelli prodotti tramite la modificazione genetica di insetti e piante. È la nuova frontiera della biomedicina mondiale, spiega di Rosella Franconi, biotecnologa vegetale del Centro ricerche Enea della Casaccia. «Sia le piante che gli insetti – precisa – rappresentano le nuove piattaforme tecnologiche di produzione dei vaccini. Messi a confronto con quelli tradizionali ottenuti da cellule di uovo o di mammifero, oppure dal lievito, questi prodotti presentano caratteristiche migliori: sono più sicuri, il rischio di infezione per l’uomo è limitato se non inesistente, e possono essere prodotti in grandi quantità in breve tempo e a bassi costi». Rispetto a quello da piante geneticamente modificate il sistema di produzione del baculovirus è in fase più avanzata. In sistemi derivati da insetti e piante sono state espresse sino a oggi più di 500 proteine diverse. Ma, mentre dalle cellule vegetali è stato prodotto e commercializzato finora solo un vaccino veterinario, ben quattro sono quelli ottenuti dai bachi, mentre sei antidoti per l’uomo sono in fase di sperimentazione avanzata. «I vaccini per l’uomo che si stanno producendo in cellule di insetto – spiega Franconi – sono contro l’influenza, il cancro della prostata, l’Hiv, la malaria, e il papilloma virus». E quello contro l’influenza potrebbe essere il primo prodotto da cellule di baco a essere messo in commercio. Inoltre, osserva la ricercatrice, «questo tipo di tecnica sembra la più indicata per sviluppare un vaccino veloce e più sicuro contro l’influenza aviaria». Un’eventuale epidemia ancora oggi verrebbe affrontata tramite la riproduzione del virus H5N1 nelle uova di pollo. Un metodo a forte rischio allergenico per l’uomo e che non garantisce la completa sicurezza. Inoltre il virus dell’aviaria uccide proprio gli embrioni di pollo. Senza contare la necessità di trovare in poco tempo un numero di uova sufficiente ad affrontare una pandemia. Al contrario, sottolinea la scienziata dell’Enea, la coltura in insetto, ma in questo caso anche quella in pianta, «è un vaccino ricombinante che usa solo la porzione antigenica, e rappresenta sicuramente un grosso vantaggio in termini di tempo di produzione. E probabilmente anche di costi». Soprattutto negli Stati Uniti, e dopo la distruzione delle Twin towers cui si sono susseguiti numerosi allarmi di attacchi terroristici “all’antrace”, alcune company hanno iniziato a lavorare alla produzione dei vaccini di nuova generazione. Mail turn over tecnologico in questo campo non è molto veloce perché le multinazionali farmaceutiche sono sempre restie ad abbandonare prodotti che in linea di massima ancora funzionano. Comunque sia, il governo Usa oltre a stanziare diversi milioni di dollari per fare ricerca e sviluppare i vaccini in pianta, per difendersi dal bioterrorismo ha messo in piedi una task force deputata a creare in poco tempo antidoti sicuri ed efficaci. Un esempio da seguire con attenzione anche al di qua dell’oceano Atlantico. Non tanto per combattere l’aviaria, che comunque appare costantemente sotto controllo, quanto per prevenire l’espandersi di patologie che non tanto raramente balzano agli onori delle cronache. Basta pensare ai recenti casi di meningite che si sono verificati in tutta Italia, ricorda Franconi: «Leggevo sul giornale che molte farmacie avevano una sola dose di vaccino contro il meningococco. In caso di pandemia – conclude la ricercatrice dell’Enea – potremmo permetterci una risposta del genere?»

Left 9/2008

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Il tabacco salvavita

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Dicembre 2007

Con pochi fondi e senza ogm l’Enea a ottenuto un vaccino terapeutico contro il papilloma virus, che rappresenta la seconda causa di morte delle donne. Potrebbe ridare speranza a milioni di persone colpite dalla malattia, specialmente nel Terzo Mondo
di Federico Tulli

Il tabacco può contribuire a salvare la vita di decine di milioni di donne nel mondo colpite dal papilloma virus, il tumore della cervice uterina. Lo ha scoperto un’equipe di ricercatori italiani che, da piante di Nicotiana benthamiana appartenenti alla famiglia del tabacco, ha prodotto a basso costo un vaccino terapeutico in grado di eliminare il virus Hpv 16, il più aggressivo e frequente. La ricerca coinvolge dal 1999 il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del centro ricerche Casaccia dell’Enea, il laboratorio di Virologia dell’Istituto tumori del Regina Elena (Ire) di Roma e il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer institute nel Delaware (Usa). «Ancora oggi il papilloma virus è la seconda causa di morte per cancro delle donne nel mondo, ma otto anni fa, grazie alla collaborazione del Regina Elena, siamo stati tra i primi a pensare alla produzione di “vaccini da pianta” contro questo virus», racconta a left la ricercatrice dell’Enea, Rosella Franconi. «Pensiamo che una volta avviata la fase clinica il vaccino immunoterapico contro il papilloma consentirà di curare le donne già infettate dal virus». Un traguardo che avrebbe notevoli ripercussioni di carattere socio-economico, specie nei Paesi in via di sviluppo. «Poiché l’Hpv riguarda l’80 per cento delle morti di donne in questi Paesi – spiega Franconi – volevamo tentare di produrlo in serra a basso costo. Per questo abbiamo puntato sull’utilizzo delle piante e, dopo alcuni tentativi, scartato quelle geneticamente modificate». Una decisione non di carattere etico, ma pratico, precisa la ricercatrice: «Lavorare su piante transgeniche richiede mesi, a volte anche anni, per arrivare alla linea omozigote che produce il livello di proteina necessaria, per cui è diventato sempre più difficile motivare le richieste di finanziamento. Il nostro sistema di produzione, che si chiama “transiente”, ci permette di ottenere in 15 giorni, e con poca spesa, la proteina richiesta».

Il basso costo, l’elevata efficacia
e la facilità di produzione e di utilizzo non sono gli unici aspetti positivi di questo tipo di ricerca, sottolinea la ricercatrice dell’Enea: «Il sistema transiente è assolutamente sicuro. Il virus X della patata usato per contaminare la pianta, provocare la reazione e ottenere la proteina necessaria alla produzione del vaccino non viene trasmesso attraverso gli insetti da pianta a pianta, come è invece il caso di altri virus dannosi per le piante, e soprattutto non è nocivo per l’uomo». Inoltre l’esperimento avviene in serra, in ambiente chiuso, la pianta non va mai a fiore e viene distrutta subito dopo l’esperimento. Al contrario, la dispersione del polline delle piante geneticamente modificate è un problema reale. «Specie nel caso delle piante utilizzate per la produzione di molecole farmaceutiche coltivate in campo, il rischio di contaminazione con la catena alimentare è alto, e non va sottovalutato», osserva Franconi. I test, fino a oggi effettuati solo sui topi, hanno mostrato un regressione sulla malattia anche nel 100 per cento dei casi, stimolando allo stesso tempo una reazione immunitaria dell’organismo contro le cellule tumorali. I primi risultati della ricerca sono stati pubblicati nel 2001 su Cancer research dall’Enea, insieme all’Istituto superiore di sanità e al Regina Elena. «Siamo stati i primi – ricorda Franconi – a dimostrare che un estratto di pianta somministrato ai topi era in grado di proteggerli dallo sviluppo dei tumori. E quelli che li sviluppavano lo facevano in forma minore. Quindi insieme agli altri due istituti abbiamo fatto un brevetto, che quest’anno è diventato europeo». Di fonte a questi risultati è comunque mancato l’interesse dell’industria farmaceutica italiana ed europea di andare oltre la fase sperimentale del vaccino vegetale. «È il motivo per cui abbiamo trovato la collaborazione del Fraunhofer institute», sottolinea la ricercatrice della Casaccia. Negli Usa, al contrario dell’Europa che oramai finanzia quasi esclusivamente la ricerca su ogm, gli studi su piante “tradizionali” sono più apprezzati. Per questo la ricerca sulla molecola migra Oltreoceano.

I tempi, però, sono molto lunghi:
per la fase clinica bisognerà aspettare anni, forse anche una decina, perché la sperimentazione sugli esseri umani richiede il superamento di altre due fasi. Nella prima andrà verificata la tossicità del farmaco su persone sane, e nella seconda, quella più delicata, il vaccino verrà somministrato a persone malate. Per comprendere quanto sia importante la produzione di un vaccino immunoterapico basti pensare ai limiti del vaccino preventivo. In Italia sarà somministrato per la prima volta da gennaio 2008 a tutte le donne sotto i 12 anni. «È certamente un traguardo notevole, perché eviterà a centinaia di migliaia di donne di contrarre l’infezione – osserva Franconi -, ma questa profilassi non risolve i guai alle ragazzine con più di 12 anni, men che meno alle donne già infettate». Pertanto, se la vaccinazione prenderà piede come sembra – il nostro è l’85 esimo Paese nel mondo che l’adotta – possiamo dire che tra 50 anni l’Hpv almeno nei Paesi sviluppati sarà debellato. Ma nel frattempo cosa succederà alle donne già colpite dal papilloma virus, considerando che solo quelle di età compresa tra i 45 e 55 anni sono dieci su 100 mila? «Nel 95 per cento dei casi il sistema immunitario favorisce la guarigione – conclude la scienziata dell’Enea – mentre per il 5 per cento, che nel mondo significa almeno 20 milioni di donne, senza vaccino terapeutico non c’è via di scampo».

Left 50/2007

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