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Il silenzio dei colpevoli

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Decine di storie di violenze su minori da parte di preti scuotono l’Italia. Sulla prevenzione si lavora poco e male. La denuncia della scrittrice e psicologa Vania Lucia Gaito di Federico Tulli


Dottoressa Gaito, in poche settimane i casi di Bolzano, Verona e Casal di Principe. Rischiamo di fare la fine degli Usa, dove, una volta rotto il silenzio decennale imposto dai vescovi in osservanza del Crimen sollicitationis, sono stati accertati migliaia di casi di violenza pedofila commessi da uomini di Chiesa?

Il pericolo è più che reale. Non siamo di fronte a casi isolati. E qualcosa in Italia comincia a emergere. Ma quando una storia arriva sulla stampa nazionale di rado è messa in relazione con le altre vicende simili che si verificano in tutta la penisola. L’opinione pubblica perde così la possibilità di cogliere il filo che c’è tra questi abusi. Col risultato che da noi ancora non si parla in maniera aperta della pedofilia nel clero. Soprattutto non si racconta perché questo fenomeno non si arresta. Cosa d’altronde impossibile se prima non si scopre qual è la sua genesi.

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Vania Lucia Gaito

L’abuso di preti nei confronti di minori ha una genesi completamente diversa da quello che si verifica in ambito familiare. La pedofilia clericale è spesso figlia del tipo di educazione che viene impartita nei seminari. Non è un caso se la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989), proibisce l’istituzionedei seminari minori. Nel documento, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, si spiega che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono a uno sviluppo normale. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo proprio negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della definizione della sessualità. Ebbene, questi seminari sono oramai chiusi in quasi tutto il mondo, ma in Italia ce ne sono ancora 123.

Dove si trovano?

Sono dislocati specie al Sud e nel Nordest. Vero è che stanno chiudendo, ma non per rispetto della direttiva Onu quanto perché sono in calo le “vocazioni”. Tranne appunto che in certe regioni dove certa “cultura” permane. Che è quella di chi si fida ciecamente e pensa che entrando in seminario il proprio figlio vada in un ambiente protetto. Ora, a parte la disgustosa vicenda del Provolo – e sfido chiunque a parlare ancora di casi isolati – basta pensare a quanto racconta nel mio libro Marco Marchese, abusato per quattro anni all’interno di un seminario dal suo insegnate, don Bruno Puleo. Ciò che emerge dalla storia di Marco è la demonizzazione della figura femminile, una visione pesantissima, sessuofobica che dagli educatori ricade su dei ragazzini nel pieno dello sviluppo adolescenziale. E che vedono condannato il proprio corpo come se fosse la fonte del peccato. Questo atteggiamento manicheo, nichilistico è veramente deleterio per la psiche di un adolescente. Tanto più se poi viene violentato dalla stessa persona che lo dovrebbe “educare”.

È vero che Puleo non è stato nemmeno un giorno in carcere?

Sì, patteggiando meno di tre anni è stato affidato ai servizi sociali. Fortunatamente dal 2006 il patteggiamento per casi di pedofilia non è più permesso.

Come giudica la legislazione italiana al riguardo?

Assolutamente arretrata visto che prevede ancora la prescrizione del reato. Cosa che, per dire, la Svizzera ha abolito. Subire un abuso non significa automaticamente avere la forza di denunciarlo. Come prima cosa la violenza devasta l’autostima della persona che la subisce. Inoltre il pedofilo è molto spesso una persona di cui tanto la famiglia quanto il bambino si fidano. È seduttivo nei confronti del bimbo, non agisce in maniera violenta, lo blandisce approfittando della sua naturale fiducia nel prossimo. Questo incide talmente nel profondo che raccontare quanto subito richiede una forza che il pedofilo stesso ha distrutto. E che per essere recuperata, laddove è possibile, a volte richiede decenni. Ma questa cosa in Italia non è percepita.cardinal1

Dopo gli scandali Usa, come ha gestito le proprie responsabilità il Vaticano?

Per comprenderlo basta raccontare dell’ultimo viaggio oltreoceano di papa Ratzinger. Mentre era in volo disse che la pedofilia è un peccato gravissimo, e che è incompatibile con il sacerdozio. Che fosse compatibile in realtà noi non lo abbiamo mai pensato, ma lui ha sentito la necessità di precisarlo. E poi nei fatti con chi si è accompagnato nelle due tappe americane di Washington e New York? Nella capitale era con il cardinale Francis George. Questo signore sapeva dell’esistenza di accuse contro padre Daniel McCormack. Ma non ha mai fatto nulla. McCormack fu arrestato nel 2005 e condannato a cinque anni per abusi su bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Oggi George è presidente della Conferenza episcopale Usa. A New York, invece, l’anfitrione di Benedetto XVI era il cardinale Egan, un altro che non si è certo distinto per un’accanita lotta ai sacerdoti pedofili della sua diocesi. Allora mi chiedo, questa pulizia che il papa dice di voler fare all’interno della Chiesa da dove dovrebbe partire se non dai vertici? Diciamoci la verità: il Vaticano ha perso oltre 120mila sacerdoti e non può permettersi di lasciarne tornare altri alla vita laica. La priorità è questa.

Di cosa si occuperà nel suo prossimo libro?

Racconterò le responsabilità della Chiesa, talvolta dirette, talvolta indirette, negli ultimi tre genocidi del secolo scorso: Argentina, Rwanda e Canada. Responsabilità passate praticamente sotto silenzio, anche dei media. Basta guardare come alla sua morte si è celebrato il cardinale Pio Laghi, che era quello che andava a giocare a tennis con il genocida Eduardo Masera.

A parte il documentario “Unrepentant” di Kevin Annett, che ha vinto diversi premi internazionali ma che in Italia ha trovato diffusione solo online su arcoiris.tv, del genocidio in Canada non se ne è mai sentito parlare apertamente…

I giornali pubblicarono la notizia del primo ministro Harper che chiedeva scusa ai nativi canadesi, risarciti con 5 miliardi di dollari. E si dimenticarono di dire “perché”. In certi casi emerge la capacità tutta italiana di dare una notizia… senza darla. Non si disse che alla base di quanto è successo c’era l’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica. Non si disse del genocidio di oltre 50mila bambini commesso dai responsabili religiosi delle scuole dove per decenni i bambini nativi sono stati rinchiusi e costretti a professare la religione cristiana.

Tutto questo sarà denunciato?

Sì, dettagliatamente.

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La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

Sotto la tonaca l’orco

L’ultimo in ordine di tempo è il caso di don Giorgio Galli, parroco del Corpus domini di Bolzano. Condannato in sede civile a risarcire con la cifra record di 760mila euro la sua piccola vittima, avendone abusato dal 1989 al 1994. Pochi giorni prima un altro prete, il vice parroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe (Caserta), don Marco Cerullo, ha subito la condanna penale, in primo grado, a 6 anni e 8 mesi. Sentenza impugnata, «perché ritenuta troppo mite», dai legali del bimbo di 12 anni costretto dal prete (che era suo insegnante di religione a scuola) a un rapporto orale in una strada di campagna. Colto in flagrante dai carabinieri, Cerullo tentò anche una fuga in auto. C’è poi il caso del Provolo di Verona, l’istituto per sordomuti dove, secondo la denuncia di 67 ex allievi, per oltre 30 anni fino al 1984 decine di bambini e ragazzi che vi erano ospitati sarebbero stati violentati e seviziati da almeno 25 uomini tra preti e “fratelli laici”. La vicenda sembra destinata a non arrivare mai a processo, poiché gli uomini denunciati dalle loro presunte vittime non hanno rinunciato ad avvalersi della prescrizione. Come ha fatto don Gallo. Dal canto suo il vescovo Giuseppe Zenti, responsabile del Provolo, tace. Interpellato da L’espresso che ha fatto venire alla luce la storia, con una nota scritta ha replicato di impegnarsi a «seguire le indicazioni del codice di diritto canonico. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti». Speranza vana. Secondo la giustizia italiana il reato di abuso su minori cade in prescrizione dopo 10 anni. Un criterio simile (prescrizione 10 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima) è applicato dal De delicti gravioribus, al quale si riferisce Zenti, che è il codice del Vaticano firmato dall’allora cardinal Ratzinger, che si occupa dei “gravi delitticontro la morale” compiuti da uomini di Chiesa (vedi left n.3/2009). f.t.

**left 13/2009 del 3 aprile**

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Un futuro da marziani

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Gennaio 2009

astronautaTorneremo sulla Luna e l’uomo su Marte non è più fantascienza. Il famoso astronauta italiano Umberto Guidoni: “Dalle rivoluzioni in astronomia i grandi progressi dell’umanità” di Federico Tulli

La conquista dell’universo è da sempre uno dei più affascinanti progetti dell’umanità. E la conoscenza dei segreti dello spazio è uno dei maggiori stimoli per i progressi scientifici e culturali. Da qui anche la “pressione” dell’Unesco per ottenere dall’Onu il riconoscimento del 2009 come Anno internazionale dell’astronomia (YA2009). L’iniziativa è stata inaugurata il 15 gennaio nella sede parigina dell’Organizzazione culturale, scientifica e educativa dell’Onu. Ma il vero debutto di YA2009 è in questi giorni a Roma con un  festival delle Scienze del tutto dedicato all’Universo e ai suoi “pionieri” del passato e del presente. Dall’astrofisica Margherita Hack, ai fisici David Kaiser ed Enrico Bellone, che hanno discusso dell’attualità di Einstein e Galileo. E anche del futuro. Tema dell’ultimo ambizioso libro del responsabile della redazione scientifica del Corriere della Sera, Giovanni Caprara, La scoperta dello spazio, dallo Sputnik al viaggio verso Marte (Mondadori Electa). Il lavoro è stato presentato al festival dall’astronauta ed eurodeputato di Sinistra unita europea, Umberto Guidoni, pluripremiato dalla Nasa per i suoi voli orbitali nel 1996 e nel 2001.
Onorevole Guidoni, secondo Caprara esplorare lo spazio «è un’impresa umana, oltre che scientifica, di grande valore». Da esploratore e scienziato che impressioni ha ricavato da queste esperienze?
Io penso che l’astronomia sia la capostipite di tutte le scienze. Guardare il cielo stellato forse è stato il primo atto intelligente dell’uomo nella sua evoluzione. In questo senso penso che abbia un valore culturale che va al di là dell’aspetto puramente scientifico e tecnico. Allo sguardo verso lo spazio aperto sono poi legati anche grandi cambiamenti socio-politici nella storia dell’uomo. Basta, appunto, citare Galileo o la rivoluzione copernicana che sottintese un cambiamento radicale di punto di vista. Poi ci sono anche gli aspetti più tecnici. Un esempio per tutti:le grandi scoperte, anch’esse rivoluzionarie, rese possibili negli ultimi dieci anni dal telescopio spaziale Hubble.  guidoni_1
A proposito di “rivoluzioni”, il viaggio dell’uomo verso Marte è ancora fantascienza?
È di sicuro uscito dai libri di fantascienza, però non è ancora una missione definitiva. Mentre per un nuovo viaggio verso la Luna possiamo già parlare di una data probabile: il 2020. Per quello verso Marte, invece, non c’è ancora una data indicativa. Per un nuovo allunaggio dell’uomo si è mossa la macchina della Nasa e ci sono già dei programmi finanziati e in fase di sviluppo. Mentre i progetti su Marte sono ancora sul tavolo da disegno. Questo non vuol dire che la tecnologia sia tutta da inventare. Anzi. La base tecnologica c’è e va sviluppata, ma dipende dai finanziamenti che questo tipo di ricerca riesce ad attrarre.
Lo sbarco sul Pianeta rosso è solo questione di fondi?
C’è un legame diretto tra quantità di finanziamento e tempi di realizzazione. Se Marte adesso è nell’orizzonte di 30 anni, forse più, è evidente che questo orizzonte si può avvicinare laddove ci fosse la volontà politica internazionale per arrivarci prima. Riporto l’esempio della Luna. La prima volta che ci sono andati hanno impiegato meno di 10 anni. C’era un enorme impiego di risorse finanziarie prevalentemente giustificato da esigenze militari. Oggi, con una maggiore conoscenza ma con meno soldi a disposizione e una minor “urgenza” politica, per tornare sul nostro satellite ci vuole molto più tempo di 40 anni fa. Dunque è difficile dire quanto Marte sia lontano perché dipende dai fondi e soprattutto da quanto la “conquista” venga considerata una priorità.
Purché questa priorità non sia dettata dal pericolo di un conflitto planetario…
Esattamente. La decisione di lasciare la Terra, non mi stanco di ripetere, deve essere il risultato di una “tranquilla” pianificazione e non la conseguenza di un disatro ecologico o di una guerra senza ritorno. Left 02/2009

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L’evoluzione di Obama

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Dicembre 2008

Stem_Cell_culture03_3463.JPGArrivano dodici mesi da ricordare per la genetica, l’astrofisica e per i fan di Darwin. Inoltre si chiude l’era Bush. La rinascita degli Usa, e non solo, sarà trainata dalla ricerca. Parola del neopresidente di Federico Tulli

Il progresso scientifico si basa su prove e fatti che «non devono mai essere falsati o oscurati dall’ideologia». No, a pronunciare queste parole non è stato il “solito” premier spagnolo José Zapatero in risposta a qualche sussulto antiscientista delle gerarchie vaticane di stanza nell’antico regno di Castiglia. Ad assicurare che dal 2009 con il suo insediamento alla Casa Bianca la scienza tornerà in primo piano è stato il neo presidente Usa, Barack Obama. E forse mai miglior auspicio poteva essere fatto in tempi e luoghi in cui sembrava oramai assodato lo schizofrenico assunto che il progresso dell’umanità dovesse prendere lo slancio da guerre e distruzioni.

In tema di ricerca Obama vuole distinguersi nettamente dal suo predecessore non solo a parole. Prova ne è, anzitutto, la nomina di John Holdren a direttore dell’ufficio Scienze e tecnologia della Casa Bianca. Holdren ha diretto la Pcswa, una Ong che nel 1995 vinse il Nobel per la Pace per il suo impegno a sostegno di uno sviluppo scientifico compatibile con l’equilibrio geopolitico. A dare ulteriore linfa alle ambizioni della comunità scientifica internazionale, che da sempre guarda agli Usa come termometro dei rapporti tra istituzioni e mondo della ricerca, è la scelta di Harold Varmus e di Eric Lander come co-presidenti di Holdren. Varmus ha vinto il Nobel per la medicina nel 1989 per i suoi studi sulle basi genetiche del cancro. Lander ha svolto un ruolo decisivo nel progetto di mappatura del genoma umano aprendo la strada a nuove ricerche su malattie incurabili. Si delineano dunque interessanti prospettive per la ricerca in campo medico, tanto più che tra le prime dichiarazioni di Obama dopo la vittoria elettorale c’è la promessa di riaprire il flusso di finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Flusso interrotto da Bush jr. nel 2001 su pressione delle lobby cattoliche.

neurons-from-skin-stem-cells_641Nuove importanti risposte potranno poi venire dallo sviluppo dalle scoperte di Shinya Yamanaka della Kyoto University, che nel 2007 è riuscito a creare cellule staminali umane adulte della pelle “riprogrammate” e pluripotenti, con caratteristiche del tutto simili a quelle embrionali. Per quanto riguarda l’Italia, lo studio sulle embrionali vere e proprie proseguirà di fatto solo grazie ai finanziamenti europei. Tra le altre discipline un risalto particolare sarà dato all’astronomia e a quelle legate all’evoluzionismo. Il 2009, su richiesta dell’Unesco, è stato proclamato dall’Onu Anno internazionale dell’astronomia. E sempre nel 2009, in primavera, il Cern di Ginevra riattiverà l’acceleratore di particelle Lhc dopo il guasto subito nell’ottobre scorso in avvio dei test per ricreare “l’attimo” che ha preceduto il Big bang. In merito alle scienze umane e naturali a fare da catalizzatore è invece il bicentenario della nascita di Charles Darwin. A fornire lo spunto per l’approfondimento di temi che riguardano la genetica, le neuroscienze, la psichiatria, ma anche la paleontologia, l’arte e l’architettura è la mostra “Darwin 1809-2009” organizzata dal filosofo della scienza Telmo Pievani e che sarà inaugurata l’11 febbraio al palazzo delle Esposizioni di Roma. Restando in Italia segnaliamo infine alcuni dei festival scientifici che all’estero ci invidiano, sia per la ricchezza dell’offerta degli argomenti, sia per l’attenzione ricevuta negli anni da parte del grande pubblico. A marzo, dal 19 al 22, l’Auditorium di Roma ospita il festival della Matematica e il tema scelto da Piergiorgio Odifreddi che ne cura l’organizzazione è “Creazioni e ricreazioni matematiche”. Il mese clou sarà, come sempre, ottobre. In programma dal 3 al 19 la sesta edizione di BergamoScienza e, dal 23 ottobre al 1 novembre, con la parola chiave “Futuro”, il festival Genova scienza. Mostre scientifiche e artistiche, laboratori, exhibit, conferenze, incontri, tavole rotonde, caffè scientifici. Ce n’è per tutti.

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Tabù duri a morire

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Luglio 2008

Per centinaia di milioni di persone nel mondo i moderni metodi anticoncezionali sono inaccessibili. E la pianificazione familiare, un «diritto umano basilare», non può essere esercitata appieno. L’allarme è del Fondo delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) che durante la giornata mondiale della popolazione ha presentato un rapporto sulla diffusione dei contraccettivi. Ne è uscito un quadro sconfortante. «Ogni anno 190 milioni di donne iniziano una gravidanza che in un terzo dei casi è indesiderata», denuncia l’Unfpa. Inoltre, «sono circa 200 milioni le donne che vorrebbero evitare o ritardare la nascita di un figlio, ma 137 milioni non usano alcun contraccettivo e 64 milioni ricorrono a metodi tradizionali poco efficaci». Le principali barriere alla pianificazione delle nascite, spiega l’Unfpa, «sono i tabù culturali imposti ai giovani da molte società che condannano il sesso prima del matrimonio e considerano sconveniente l’educazione sessuale». Col risultato che «molte ragazze non sposate (fino al 40 per cento delle intervistate) hanno avuto almeno una gravidanza indesiderata». Sono le più a rischio in caso di aborto. Circa 69mila donne muoiono ogni anno per aver abortito in condizioni di precarietà sanitaria. L’accesso universale alla sanità per le donne che aspettano un bambino è uno degli obiettivi del millennio, da realizzare cioè entro il 2015. «Forse è il più difficile da raggiungere», ha osservato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

Left 29/2008 ** Federico Tulli

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Tanta strada da fare

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Distanza sociale e culturale ma anche “fisica”. Raggiungere le sedi scolastiche per i giovani delle popolazioni rurali dei Paesi poveri, rappresenta un grave problema ed è forse un pericolo. L’impegno italiano nell’iniziativa della Fao per l’educazione nelle aree rurali di Federico Tulli

Aminata ha smesso di studiare a 7 anni. Mentre andava a scuola, una costruzione fatiscente ricavata da un ovile che dista due ore di cammino da casa sua, è stata aggredita da un uomo. È riuscita a scappare perché le compagne che erano con lei hanno attirato l’attenzione di alcuni contadini che lavoravano nelle vicinanze. Aminata vive in Africa, nel Mali, il nome è di fantasia, l’aggressione no. Per questo i genitori non hanno più voluto che andasse a scuola. Nei Paesi poveri, la violenza da parte di sconosciuti è uno dei pericoli maggiori che i bambini si trovano a dover affrontare mentre raggiungono i luoghi d’istruzione. Pericolo che cresce in maniera esponenziale all’aumentare della distanza da percorrere per andare a scuola. Che nel caso delle zone rurali «può essere anche di dieci chilometri e più», spiega Lavinia Gasperini, senior education officer del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Food and agricolture organization (Fao).
Nel 2000 a New York l’“Educazione delle popolazioni rurali” è stata indicata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come uno dei principali Obiettivi del Millennio. Ma già nel 1990 – dichiarato dall’Onu anno internazionale dell’alfabetizzazione – in occasione della Conferenza di Jomtien (Thailandia) era stato messo in evidenza che il soddisfare i bisogni della formazione di base rappresenta l’unica opportunità che le persone hanno per divenire capaci di contribuire allo sviluppo di un Paese. «In questi 18 anni molto è stato fatto sia dalla Fao sia dalla cooperazione internazionale, compresa quella italiana sempre molto attiva, ma» osserva Gasperini «non c’è dubbio che la cattiva distribuzione della rete scolastica tra aree urbane e zone rurali rifletta ancora in pieno il livello di disuguaglianze e iniquità di un Paese». La notevole distanza dai luoghi di istruzione riguarda in pratica tutte le popolazioni che vivono di agricoltura nei Paesi poveri. E, se si pensa che il 70 per cento dei poveri del mondo vive nelle zone rurali, si scopre che proprio chi ne avrebbe più bisogno si ritrova con meno possibilità di studiare. Uno squilibrio, quello tra città e campagna, che affonda le sue radici nel tempo.
Per l’istruzione è sempre stato così, in Sud America come in Africa, ma anche in Europa, per esempio in Kosovo, spiega la funzionaria della Fao: «Nei secoli passati le scuole erano solo in città perché vi abitavano le elite coloniali, poi, nella seconda metà del ‘900 sono rimaste in città per istruire i figli delle elite dei nuovi governi. Difficile pensare a una spinta interna verso un diverso stato delle cose perché i poveri, che sono soprattutto “rurali”, non hanno mai una rappresentanza politica che gli permetta di rivendicare i propri diritti». Quindi, come Aminata, chi nasce in una zona extraurbana ha un’elevata probabilità di dover affrontare enormi disagi per ottenere un livello di istruzione equiparabile a quello di un coetaneo “cittadino”.
«Ho visto situazioni in Colombia e Africa in cui i bambini devono camminare anche due ore per arrivare a scuola» conferma Gasperini. «In queste due ore può accadere di tutto perché spesso non ci sono strade, si possono incontrare animali feroci, a volte c’è la guerra. E chi è più esposto sono proprio le bambine, nei cui confronti sono molto frequenti le aggressioni. Problemi, questi, praticamente sconosciuti in ambiente urbano. Nonostante ciò la politica e i politici, che fanno parte della popolazione urbana, intervengono di rado spontaneamente. Gli investimenti in infrastrutture e in materiale didattico, gli incentivi agli educatori, ai maestri e ai professori sono sempre dirottati nelle zone cittadine, quelle dove c’è maggiore densità di popolazione e il consenso popolare è più immediato e determinante».
C’è poi un altro aspetto che si aggiunge a quello delle infrastrutture carenti e che è un vero e proprio squarcio nella rete scolastica delle zone rurali. «È come se fosse una piramide con una base traballante», sottolinea Gasperini. «Nel senso che è all’asilo che si pongono le basi per il successo dei livelli di istruzione successivi, ma in queste aree dei Paesi poveri l’asilo non c’è mai. Quindi tutta una serie di competenze che si devono sviluppare quando ancora il bambino è piccolo vengono ignorate. E dopo, nel corso della crescita, è quasi inevitabile per lui un processo di apprendimento difficoltoso». Ma la rete educativa è spesso incompleta anche nei livelli successivi al primo. Una ferita, questa, particolarmente aperta in Africa. «In questo continente» racconta ancora la funzionaria Fao «ogni 100 bambini di città che vanno alla scuola primaria solo 68 vanno a scuola nelle zone rurali. Su 100 che completano le primarie in città ce ne sono 48 che le completano nelle campagne. Inoltre, tra questi ultimi pochissimi vanno alle secondarie e quasi nessuno raggiunge l’università. Questo comporta il riprodursi continuo di una classe dominante uguale a se stessa che è sempre quella urbana. Perché i poveri non arrivano a sviluppare la conoscenza che consenta loro di stare nella società competitiva e fare quella carriera che gli permetterebbe di entrare in politica per cambiare lo stato delle cose».
C’è infine un terzo concetto di “distanza” che acuisce il gap esistente tra il livello di scolarizzazione tra città e campagne. Cosa si studia a scuola nelle zone rurali? «Esattamente quello che si studia nei centri urbani». Risponde Gasperini «I programmi sono unificati e ovviamente, per quanto detto sino a ora, il tipo di cultura che si diffonde risponde prevalentemente ai bisogni della popolazione urbana. Che sono molto distanti da quelli di chi deve crescere in realtà essenzialmente agricole. Una famiglia rurale non vede perché privarsi dell’aiuto del figlio nei campi per mandarlo a scuola a imparare “cosa è un cinema”, quando invece sarebbe utilissimo per lui sapere come si preparano i nastri per prendere le aragoste. O come organizzare un piccolo sistema di irrigazione. Insomma», conclude Gasperini, «senza un efficace sistema di scolarizzazione universale non ci sarà mai una società democratica e partecipata».

Ilaria cooperazione 7/2008

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Insegnare in campagna

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle zone rurali

di Federico Tulli

Come sviluppare la rete scolastica, come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle campagne, come adeguare i programmi ai bisogni della comunità rurale e alla sua cultura tradizionale. È l’ambizioso progetto “Education for rural peaple” su cui si stanno confrontando 11 Paesi africani – Burkina Faso, Etiopia, Guinea, Kenya, Madagascar, Mozambico, Niger, Uganda, Senegal, Sudafrica e Tanzania – con la collaborazione della Fao, dell’Adea (l’Associazione per lo sviluppo dell’istruzione in Africa), dell’Unesco e di altre istituzioni tra cui la Cooperazione allo Sviluppo italiana e i ministeri francesi per l’Agricoltura e per gli Affari esteri. «La tendenza di oggi è che l’impegno a costruire scuole sia assunto dai governi locali. È la prima dimostrazione di una volontà politica di operare per la creazione di una rete educativa equa ed efficace», spiega Lavinia Gasperini, responsabile del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Fao. «I Paesi donatori ora lavorano più sugli aspetti del rafforzamento istituzionale e di sostegno ai programmi all’educazione. Mentre in passato erano fortemente impegnati nell’incentivazione alle infrastrutture». In particolare il governo italiano ha sostenuto l’iniziativa della Fao presso le popolazioni rurali “Education for rural people” (Erp). Una flagship lanciata ufficialmente da Fao e Unesco il 3 settembre 2002, durante la Conferenza internazionale sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg in Sudafrica.

Il progetto fa parte dell’Alleanza internazionale contro la fame (Roma, 2001) e di Educazione per tutti (Jomtien, 1990), e si lega a due importanti iniziative promosse dalle Nazioni Unite: Obiettivi di sviluppo del Millennio (New York, 2000) e United nation universal declaration of human rights (New York, 1948). «L’Italia è stato uno dei primi partner a sostenere Erp» racconta Gasperini, «e attraverso questi finanziamenti abbiamo organizzato diverse riunioni regionali con ministri e staff dei due Ministeri dell’Educazione e dell’Agricoltura di diversi Paesi. Si è rivelato un aspetto molto innovativo. Non era infatti mai successo, specie in Africa, che questi due ministeri dialogassero per affrontare il problema della scolarizzazione delle aree agricole». Gli incontri si sono tenuti in Asia, America latina e nel 2005, ad Addis Abeba. Infine, nel novembre del 2007 alla Fao a Roma c’è stato l’incontro della svolta. «È accaduto in seguito alla proposta di un questionario preparato con l’Adea», racconta la funzionaria della Fao. «Ai partecipanti, circa 400 persone tra presenti e collegati in videoconferenza in rappresentanza degli 11 governi africani, abbiamo chiesto qual era la prima priorità per lo sviluppo del rispettivo Paese. La risposta, praticamente unanime, è stata: “l’educazione delle popolazioni rurali”».

Ilaria cooperazione 07/2008

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Fuga senza vittoria

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Giugno 2008

Il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato.
In Italia 3.000 esuli forzati rischiano il rimpatrio.

Colpa del Pacchetto sicurezza

di Federico Tulli

Prima di ogni partita Patrick cerca tra le foto del suo telefonino quella del figlio di pochi mesi. Gli manda un bacio in silenzio, poi spegne il cellulare e corre verso i compagni che lo aspettano in campo. A volte calcia il primo pallone con il volto ancora rigato dalle lacrime. Patrick (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) è in Italia, viene da un Paese africano, e non può telefonare alla compagna rimasta lì con il bambino. Non ha loro notizie da nove mesi, è un esule forzato. Se le autorità del suo Paese sospettassero che è ancora vivo “userebbero” la sua famiglia per costringerlo a tornare. E lo ucciderebbero, dopo averlo torturato.

Patrick ha chiesto asilo politico e la sua è una delle novemila domande che le Commissioni territoriali ricevono in media ogni anno. Dorme in uno dei 12 centri di accoglienza di Roma. Da qui ogni mattina esce in cerca di lavoro, una routine che si interrompe solo il lunedì e il venerdì sera. Quando corre agli allenamenti della Associazione sportiva dilettantistica Liberi Nantes, la squadra fondata nel 2007 e unica nel suo genere in Italia poiché vi giocano esclusivamente ragazzi in fuga come lui da una delle zone calde del pianeta.

In fuga, tutti, da storie simili alle altre migliaia per le quali l’Italia è l’ancora di salvezza. Curdi, iracheni, togolesi, nigeriani, sudanesi, eritrei, ivoriani, guineiani, donne e uomini che «per fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trovano fuori del Paese di cui hanno la cittadinanza, e non possono oppure, a causa di tale timore, non vogliono avvalersi della protezione di tale Paese». È così che la Convenzione di Ginevra del 1951 definisce lo status cui aspirano Patrick e i suoi compagni, quello di rifugiato. A questa figura, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale l’Onu ha deciso di dedicare una Giornata mondiale. E ha scelto la data del 20 giugno perché coincide con la Giornata africana del rifugiato.

In Italia la situazione degli esuli forzati è complessa. La materia dell’asilo è stata da poco modificata con due decreti legislativi emanati dal governo Prodi a novembre 2007 in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il dl 251/07 in vigore dal 19 gennaio scorso e il dl 25/08 in vigore dal 2 marzo. Secondo il Rapporto annuale 2008 sul rispetto dei diritti umani di Amnesty International, i decreti «hanno introdotto importanti miglioramenti, tra cui l’effetto sospensivo della espulsione determinato dal ricorso contro il diniego della domanda di asilo (effetto prima escluso)». Ma ora, avverte Amnesty, l’Italia rischia di fare «pericolosi passi indietro» e ripristinare quanto corretto tre mesi fa. Colpa del dl sul “Riconoscimento dello status di rifugiato” inserito nel Pacchetto sicurezza e approvato dal nuovo governo il 21 maggio scorso. Questa norma prevede la cancellazione della sospensione e quindi il richiedente asilo la cui domanda sia respinta in prima istanza può essere rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi. Il tutto in violazione dell’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ove si enuncia che «ogni persona ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale».

Considerando che, secondo le statistiche europee, il 30 per cento delle richieste d’asilo vengono accolte solo in seconda istanza, l’eliminazione del ricorso ricaccerebbe sotto i ferri di feroci aguzzini migliaia di persone che hanno diritto allo status di rifugiato. A Patrick è stata appena respinta la prima istanza d’asilo. Ora il risultato della sua partita più importante dipende dall’Italia.

Left 25/2008

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