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Influenza A-H1N1, la febbre del business

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Novembre 2009

L’infezione pandemica è di carattere moderato ma ha già ucciso migliaia di persone nel mondo. Una carneficina che potrebbe essere evitata adottando le nuove tecniche di produzione dei vaccini. Più veloci e anche più economiche di quelle tradizionali. Ma il mercato è chiuso. I pochi che lo governano non hanno alcun interesse a riconvertire gli impianti e a far entrare ulteriore concorrenza di Federico Tulli

Entrata nel settimo mese di diffusione, l’influenza pandemica A-H1N1 viaggia a un ritmo di circa mille morti al mese nel mondo. Mentre i contagi, negli oltre 190 Paesi interessati, potrebbero aver toccato quota 700mila. Sono i dati diffusi nell’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità che, nel caso dei contagi, usa il condizionale poiché molti governi hanno deciso di interrompere il conteggio. Una prassi normale quando ci si trova di fronte a una pandemia di livello moderato. A una notevole velocità di diffusione si contrappone, infatti, un tasso di mortalità pari a circa l’uno per mille su scala globale. Cosa che per molti Paesi, compreso il nostro, corrisponde a una minore pericolosità rispetto alla normale influenza stagionale. Dopo la micidiale Spagnola del 1918 che in soli due mesi causò la morte di oltre 30 milioni di persone, debilitate da quattro anni di feroce conflitto mondiale, a partire dal secondo dopoguerra un evento pandemico per influenza H1N1 si è verificato solo quattro volte. In tutti i casi l’eccezionalità dell’evento ha messo a dura prova le capacità organizzative della macchina di prevenzione messa in moto dai diversi Paesi. Macchina che, sia da quando esiste l’Oms e sia nel caso di economie sviluppate, ha sempre evidenziato una notevole difficoltà ad avviarsi nei tempi necessari ad arginare il fenomeno. Il caso della A-H1N1 non fa eccezione. Produrre, testare, mettere in commercio, distribuire e somministrare centinaia di milioni di dosi di vaccino prima che il contagio deflagri richiede un tempo che il virus non è certamente disposto ad aspettare. E migliaia di persone si ammalano e muoiono nel giro di un paio di settimane. Questi decessi, però, si potrebbero evitare (o almeno ridurre notevolmente). A fronte della necessità di un vaccino sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo, è dagli anni 50 che le poche case farmaceutiche in grado di sostenere gli alti costi di produzione si affidano a tecnologie rudimentali che richiedono tempi di lavorazione molto lunghi. Dalla decodifica del Dna del virus alla distribuzione delle dosi alla popolazione (preparate utilizzando la propagazione del virus in uova di pollo), a essere ottimisti passano almeno 22 settimane. Più di cinque, lunghi, mesi. Durante i quali l’agente patogeno è libero di aggredire con violenza le persone più a rischio (nel caso della A-H1N1: i neonati, le donne incinte, le persone già affette da gravi malattie) senza che queste possano difendersi. Ma c’è di più. Col passare dei mesi aumenta la possibilità che il virus muti geneticamente. Vanificando il lavoro di preparazione dell’antidoto portato avanti fino a quel momento. Tutti rischi che si potrebbero ridurre se finalmente trovassero considerazione presso i governi mondiali le nuove tecnologie che si basano sulla produzione di vaccini “ricombinanti a subunità” in cellule di insetto o in sistemi vegetali, messe a punto sin dagli anni Novanta e capaci di garantire in 10-12 settimane quello che oggi si mette sul mercato (a caro prezzo) in 22-25.

Ad esempio, la biofarmaceutica statunitense, la Novavax, già a fine aprile scorso annunciava la possibilità di produrre un vaccino anti influenzale con cellule di insetto in meno di tre mesi. Ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala sono i sistemi di produzione vegetale. Con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo. Come dimostra l’esperienza maturata dal centro di biotecnologia vegetale all’Enea Casaccia nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco geneticamente modificate e coltivate in serra (vedi left n. 50/2007). Anche mettendo a confronto i costi la musica non cambia. Prendiamo il caso italiano. Il nostro governo ha acquistato dalla Novartis 24 milioni di dosi al prezzo di 24 milioni di euro, considerando il costo medio di produzione di un vaccino da pianta geneticamente modificata il risparmio sarebbe nell’ordine del 60 per cento: 14 milioni di euro in meno di spesa per l’Erario, le nostre tasche. Su scala planetaria, dove l’ipotesi più “parsimoniosa” parla di contratti, a favore delle multinazionali che hanno lavorato sul genoma dell’AH1N1, nell’ordine di complessivi 10 miliardi di dollari. Ma c’è chi sostiene che entro l’estate prossima la cifra incassata in totale da Sanofi-Aventis, Glaxo-SmithKline, Novartis, Roche e Astra-Zeneca, sarà almeno il doppio. Di fronte a tali “controindicazioni” socio-sanitarie ed economiche, cos’è che impedisce alle nuove tecnologie di affermarsi? In primis va detto che l’emergenza aviaria degli scorsi anni, pur con tutte le sue contraddizioni, ha segnato una svolta per la ricerca internazionale concentrata sull’ottenimento delle migliori molecole vaccinali e sulla innovazione delle tecnologie. Specie negli Usa, ma anche in Europa diversi gruppi sono al lavoro sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica. Un primo concreto risultato di vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (con il sistema del baculovirus). Ma al momento è l’unico vaccino commercializzato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. Ancora peggio va ai biofarmaceutici prodotti in pianta. Per prima cosa manca una piattaforma di regole chiare e omogenee che metta d’accordo Usa e Ue. Qui da noi la produzione dei biofarmaceutici da pianta, quasi sempre geneticamente modificata, si arresta anzitutto di fronte ai preconcetti nei confronti degli Ogm. Ma soprattutto per via degli scarsi ritorni finanziari, specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione. In pratica, così rimanendo lo scenario, c’è sempre minor convenienza a entrare nel business dei vaccini da parte di nuove company biofarmaceutiche. Contemporaneamente, con i governi restii ad affrontare l’opinione pubblica nel dibattito Ogm, sono veramente rari gli incentivi economici a investire proposti a privati. Ergo, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a riconvertire gli impianti modificando la linea di produzione. Anche se questa è obsoleta, lenta e costosa. In questo ultimo caso pure in termini di vite umane.

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Ferruccio Fazio docet

di f.t.

Mi devo preoccupare? È sopravvalutata? Cosa rischio se mi ammalo di influenza pandemica? Col dilagare dei contagi da virus A-H1N1, che secondo il ministero della Salute raggiungeranno un primo picco importante a dicembre, chi non si è posto queste domande? In queste nostre paginesarà uno specialista a rispondere. Ma quanti si sono chiariti le idee ascoltando le istituzioni? Immaginiamo pochi. E, per dirne una, pensiamo che il “sovraffollamento” nei pronto soccorso degli ospedali italiani, presi d’assalto da migliaia di persone più o meno ipocondriache, più o meno febbricitanti, sia la conseguenza della confusione creata da una sequela di dichiarazioni contraddittorie che abbiamo ascoltato sin da quando sei mesi fa l’Oms ha dichiarato lo stato di pandemia classificando l’influenza come “moderata”. Prendiamo le parole del viceministro, Ferruccio Fazio, intervenuto a “Domenica in”, rimbalzate in pochi secondi dalle agenzie a tutti i media. Si parla di pericolosità del virus A. «Siamo nella fase di pandemia influenzale – ha detto Fazio – ma questa influenza in Italia sta provocando vittime in modo limitato. Ricordo che l’influenza stagionale nel nostro Paese ha fatto lo scorso anno 8.000 morti». In effetti, al 10 novembre scorso, le persone decedute a causa della A-H1N1 erano “solo” 34. E, rapportando questo dato al numero di contagi verificati, anche il tasso di mortalità appare contenuto (0,0043 per cento), tanto che Fazio ha precisato: «È inferiore di 20 volte rispetto a quello della stagionale». Bene così, allora. E largo alle vaccinazioni per l’influenza normale visto che è causa della scomparsa di un paesotto di medie dimensioni all’anno. Non è forse questa la vera emergenza? Pare di no. Lo abbiamo chiesto al viceministro, ma non ci ha voluto rispondere. E il tam tam sullavaccinazione è proseguito. Ostinatamente concentrato sul virus pandemico. Anche dopo che qualcuno più autorevole di noi ha avanzato a Fazio le stesse nostre perplessità. Le dichiarazioni del viceministro sull’influenza A «sono imprecise» e «generano molta preoccupazione», dimostrando che in Italia «manca un buon sistema di sorveglianza epidemiologica», ha detto Walter Pasini, direttore del centro di Global health dell’Oms. «Il viceministro – ha proseguito Pasini – ci ricorda continuamente che questa pandemia influenzale è dieci volte più benigna dell’influenza stagionale. Nella dichiarazione successiva si corregge: 20 volte più benigna, perché – dice Fazio – la stagionale porta a morte annualmente 5.000 cittadini italiani, anzi 8.000, addirittura 20mila nel 2004. È evidente che l’ascoltatore attento resta interdetto. Sono realmente 5.000 o 8.000 i morti per influenza stagionale? Chi li ha calcolati? Esiste un registro in cui queste persone vengono elencate, nome per nome, con una cartella clinica a disposizione di ogni medico che voglia documentarsi? Perché se non fosse così, perché fare allarmismo sui rischi della stagionale? E se invece fosse proprio così, perché non si è fatto tutto il possibile negli anni scorsi per salvare la vita dei 5.000-8.000 anziani o malati cronici che, ci viene detto, muoiono ogni anno? Queste persone erano state vaccinate, avevano assunto antivirali? Se sì, perché non hanno funzionato? Se no, perché non sono stati loro somministrati? Dove vanno ricercate le responsabilità? Non vi è dubbio – ha concluso l’esperto Oms – che in Italia manchi un buon sistema di sorveglianza epidemiologica». Ecco. Sempre l’Oms ci fornisce lo spunto per un’altra riflessione. A un meeting tenutosi negli Usa, oltre 100 esperti dell’Organizzazione hanno convenuto che l’AH1N1 e la stagionale sono diverse. Di solito chi contrae il virus guarisce, senza ricorrere ad antivirali, nel giro di una settimana. E meno di uno su 100 sviluppa complicanze. L’elemento cruciale di distinzione consiste nel fatto che, specie nei giovani, il virus A sa replicarsi più facilmente nei polmoni e può causare polmoniti virali. Dunque, per frenare la diffusione e limitare i casi gravi, dall’asilo al liceo tutti dovrebbero vaccinarsi. Ma solo da poche settimane questa classe di rischio è tra le priorità del ministero. Anzi del viceministero. Fino a metà ottobre, infatti, i “prescelti” erano i medici e le forze dell’ordine (chissà in base a quale criterio anche gli sportivi e i dipendenti delle Belle arti). Qual è il risultato di questa scelta scellerata? Lo “confessa” candidamente l’ultimo bollettino ufficiale del dicastero: su 34 decessi, «i più colpiti sono bambini e adolescenti, da zero a 14 anni, con un’incidenza pari al 2,8 per cento dei casi in media (1,7 nei più piccoli da zero a 4 anni e 3 per cento dai 5 ai 14). Tra i giovani e gli adulti dai 15 ai 64 anni l’incidenza dell’influenza è dello 0,5 per cento mentre tra persone dai 65 anni in su è dello 0,1». Non c’è altro da aggiungere.

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MORTALITÀ

Al ministero piace alta

Il giallo degli 8.000 decessi l’anno per influenza stagionale “denunciati” dal vice ministro Fazio a Domenica In trova la sua matrice in un documento del Welfare spedito agli organi competenti il 23 luglio scorso avente per oggetto “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2009-2010”. «Si stima che in Italia l’influenza stagionale causi ogni anno circa 8.000 decessi in eccesso (morti che cioè non si sarebbero verificate in assenza di influenza, ndr), di cui 1000 per polmonite ed influenza, ed altri 7000 per altre cause.», si legge nel testo che fa riferimento allo studio Trends for influenza related deaths during pandemic and epidemic seasons, Italy, 1969-2001 pubblicato nel 2007 su Atti ML. Emerg Infect Disease. Non è chiaro come mai il ministero non si attenga ai dati ufficiali prodotti ogni anno dall’Istat. Il quale, nel proprio sito, riporta le tabelle di mortalità dal 1995 al 2006. Ebbene, secondo l’Istituto di statistica il picco più alto di mortalità connessa all’influenza stagionale risulta essere di 1655 decessi nel 1999. Mentre quello più basso è di 298, nel 2006. f.t.

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ANTIVIRUS

Vaccinati a quota 80mila

In base a dati parziali dell’Istituto superiore di sanità sono state vaccinate, al 9 novembre, 79.440 persone. In particolare le Regioni sono state sollecitate a vaccinare con la maggiore rapidità le donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza e i soggetti dai 6 mesi ai 64 anni appartenenti alle categorie a rischio per patologie preesistenti, con priorità assoluta per i bambini appartenenti a tali categorie. (Fonte: ministero del Welfare)

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C’È CHI DICE SÌ

Intervista al direttore dell’Unità operativa complessa vaccinazioni (Asl Rm/E), Roberto Ieraci di Ilaria Bonaccorsi

Professore, quanti dei suoi pazienti le chiedono di vaccinarsi per l’influenza A-H1N1?

Direi che il 90% delle persone che arrivano nella mia struttura chiedono la vaccinazione per l’influenza A-H1N1. Io lo raccomando alle categorie a rischio, che sono donne in gravidanza, secondo e terzo trimestre, nati pretermine fino a 24 mesi, soggetti a rischio compresi tra 6 mesi e 17 anni, e quelli tra 18 e 74 anni. E agli operatori sanitari.

Perché tanti operatori sanitari si oppongono alla somministrazione del vaccino?

Questo è un atteggiamento incomprensibile. Io ritengo che tutti i medici dovrebbero fare la vaccinazione, non solo per se stessi ma per proteggere i propri pazienti e i propri familiari, perché non vaccinandosi si rischia di diventare veicolo per gli altri. Le remore, anche tra gli operatori sanitari, sono legate alla non conoscenza di questa disciplina, la vaccinologia.

Molti ritengono che i vaccini siano un grande affare. Lei cosa ne pensa?

Se esiste un problema è a monte e cioè l’Organizzazione mondiale della sanità. Una volta proclamata la pandemia, vista la circolazione esplosiva di questo virus A-H1N1, le multinazionali si sono attivate. Il vaccino che è in circolazione in Italia, che è adiuvato con questo MF59 (lo squalene), è un ottimo vaccino. È chiaro che c’è anche un aspetto commerciale legato alle aziende ma questo non può interessare la gente.

Cosa contiene questo vaccino?

È un vaccino di nuova generazione, contiene gli antigeni del virus in forma di emoglutinina adiuvati su una sostanza di olio e acqua che amplifica la risposta immunitaria. Tanto che la quantità di antigeni contenuti è della metà rispetto al normale vaccino per la stagionale. È stato preparato con l’approccio cosidetto mock-up. La prima autorizzazione alla sua produzione è stata data nel 2007 (più di due anni fa) ed era stato inizialmente preparato per il virus dell’influenza aviaria, l’H5N1. Le aziende produttrici non hanno fatto altro che sostituire l’H5N1 con l’H1N1. Il vaccino quindi era pronto da tempo.

Secondo lei è stata gestita male la comunicazione da parte del ministero ma anche dei media?

La confusione è stata creata da giornali e tv. Sarebbe molto utile usare un linguaggio più serio. Interpellare e lasciar parlare i tecnici che si interessano della pandemia. È inutile e dannoso che tutti parlino, il più delle volte a sproposito. Le informazioni devono essere date da chi conosce il problema a fondo.

Questa pandemia è grave o non è grave? Perché i bambini, i più colpiti, sono stati inseriti solo in un secondo momento nelle categorie a rischio?

La popolazione target di questa vaccinazione sono soprattutto le fasce pediatriche. Chi paga un maggior scotto in questi anni sono i bambini, perché gli anziani in larga parte sono coperti per i contatti con i virus influenzali legati alla loro età e in più si vaccinano tutti. Bisogna vaccinare prima i ragazzi con patologie a rischio e poi allargare a tutti, sicuramente alla fascia che va dai 6 mesi ai 14 anni e poi fino a 27. Non dimentichiamoci che questo virus H1N1 era circolato nel 1976 e quindi quelli nati prima del 1976 hanno una copertura immunologica.

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IN GABBIA COL VIRUS

Sovraffollamento e tagli alle spese mettono a repentaglio la salute dei detenuti. Gli spazi ristretti impediscono di isolare i possibili contagiati Il rischio pandemico travolge le autorità carcerarie di Rocco Vazzana

Se fosse possibile stilare una lista dei contesti sociali più a rischio per la diffusione del virus A/H1N1, di certo il carcere occuperebbe i primi posti della classifica. Con una popolazione carceraria che si aggira attorno alle 65mila unità e con un sovraffollamento che conta 22mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili, i penitenziari italiani presentano altissimi fattori di rischio. E gli spazi ristretti, che costringono le persone a convivere in pochi metri quadri senza possibilità di aerare le celle e di isolare i casi sospetti, sono di certo l’elemento più preoccupante. Come se non bastasse, gran parte dei detenuti presenta problemi di salute. I numeri parlano chiaro: 6 persone su 10 sono malate. Tra le patologie più diffuse: tubercolosi, epatite B e C, Hiv, problemi circolatori e polmonari. Tutte possibili concause di complicazioni legate al virus. Senza considerare che circa il 30 per cento degli ospiti coatti ha problemi di tossicodipendenza, che abbassano le difese immunitarie. In questo scenario, già abbastanza allarmante, si inserisce anche la questione delle risorse economiche destinate all’“organizzazione e al funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico”. Secondo i dati resi noti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), infatti, dal 2007 al 2010 la spesa sanitaria subisce una riduzione del 79 per cento. In questo contesto, non potevano che arrivare le prime vittime. Lo scorso 29 ottobre, a Napoli, nel carcere di Poggio Reale, si è registrato il primo decesso di un detenuto italiano.Si tratta di un 50enne, condannato all’ergastolo, morto a causa di complicazioni dell’influenza A. Il 7 novembre, invece, è stata la volta di Rebibbia, dove un uomo che aveva contratto il virus è stato prima ricoverato d’urgenza al policlinico Umberto I e poi trasferito nel reparto per detenuti dell’ospedale Belcolle di Viterbo. E per evitare che la situazione precipitasse, qualcuno ha provato a mettere una toppa. «La direzione della Asl Roma B», ha dichiarato il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in attesa di una risposta della Regione alla richiesta di vaccini per il carcere, ha deciso di iniziare a immunizzare detenuti e agenti utilizzando le dosi di vaccino di quei medici e paramedici dell’ospedale Sandro Pertini che, al momento, non hanno ancora scelto di vaccinarsi. Infatti, con i livelli di sovraffollamento attuali, c’è il pericolo concreto che le carceri siano fra i luoghi dove il virus possa attecchire e diffondersi maggiormente». E poi ha aggiunto: «È dalla fine di agosto che ho chiesto invano di inserire i detenuti fra le categorie a rischio. L’annuncio del Dap di aver chiesto vaccini giunge fuori tempo massimo. Il farmaco non c’è semplicemente perché non è stato chiesto per tempo ». Si tratta di un’accusa precisa, dunque, che denota il modo in cui il virus ha colto di sorpresa l’amministrazione penitenziaria italiana. Sembra proprio che nelle carceri italiane non esista un vero e proprio piano di gestione dell’emergenza. Mentre il governo continua a promettere nuove galere per risolvere il problema del sovraffollamento, le strutture penitenziarie del nostro Paese dimostrano di essere inadeguate a tutelare la dignità e la salute delle persone.

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NEL MONDO

Le vittime della A-H1N1 (10 novembre 2009)

Situazione europea (fonte Ecdc)

Totale vittime 414

di cui

Gran Bretagna 155

Spagna 73

Francia 57

Italia 34

Situazione mondiale (fonte Ecdc)

Totale vittime 6.508

di cui

Brasile 1.368

Stati Uniti d’America 1.004

Africa 103

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SPERIAMO CHE ARRIVI IL TIFO

Con l’influenza, a rischio i prossimi Mondiali di calcio in Sud Africa. Perché le cifre potrebbero essere più alte di quelle dichiarate. In tutto il continente c’è il pericolo che la febbre pandemica non venga diagnosticata per mancanza di strutture di Paola Mirenda

«La Coppa del mondo sarà annullata solo se saremo obbligati». A maggio scorso, quando l’Africa ancora non era stata toccata dall’epidemia di influenza A, le parole del segretario generale della Fifa Jérôme Valcke sembravano solo scaramantiche. Oggi, con 14.868 casi accertati di cui ben 12.619 in Sudafrica – la nazione ospitante dei Mondiali 2010 – quella frase sembra una profezia. A spaventare non sono tanto le cifre diffuse dall’Organizzazione mondiale della sanità, che classificano l’Africa come il continente meno colpito, quanto quelle che circolano nella stampa locale, che presenta numeri ben più rilevanti. Il Madagascar sulla carta ha 169 casi accertati, il ministero della Salute di Antananarivo ne certifica invece 588, oltre tre volte di più. A chi credere? Il problema è che è difficile diagnosticare con esattezza il virus in Africa: pochi gli ospedali (a luglio appena 10 Paesi avevano stabilito un piano di azione e le Nazioni unite hanno censito solo 10 centri di diagnostica per i 53 Stati del continente), pochi anche coloro che si rivolgono a una struttura sanitaria per quella che a prima vista è solo una malattia stagionale. I 12 contagiati nello Zimbabwe, che arrivano dopo un’epidemia di colera che ha causato oltre mille morti, non fanno nemmeno notizia. Come difficilmente preoccuperanno i 62 capoverdiani infettati, nel momento in cui l’arcipelago combatte contro una nuova epidemia di dengue. Colera, malaria, tubercolosi, Hiv: malattie endemiche e certamente più facilmente individuabili, sulle quali spesso si innesta il virus H1N1. Per questo, in assenza di centri attrezzati, è spesso impossibile una diagnosi dell’influenza A. «La disponibilità di laboratori diagnostici di qualità è uno tra i principali problemi che rendono inappropriate le azioni di risposta alle epidemie». Questa la denuncia fatta nel giugno 2008, alla 58esima riunione del Comitato regionale dell’Africa, dalla stessa Oms. Che precisava come «nella regione africana, la situazione dei laboratori si caratterizza per l’insufficienza di personale, attrezzature e forniture». Una situazione che varia da Paese a Paese in ragione di molteplici fattori: l’economia, la presenza di altre epidemie, la quota del bilancio pubblico assegnato alla sanità. E poi la presenza di grossi centri abitati, o – paradossalmente in positivo – persino di campi  profughi, dove almeno arriva la Croce rossa. Senza parlare dell’impatto negativo delle guerre. Così non stupisce che Johannesburg e Città del Capo siano in cima alla classifica delle città più colpite: nel Paese più ricco dell’Africa subsahariana, dove quasi il 10 per cento del budget dello Stato va in servizi medici, e dove la più alta incidenza del virus dell’Aids ha costretto a fare i conti con la necessità di strutture sanitarie, la diagnostica è efficace e la profilassi  tempestiva. Ma i numeri potrebbe essere più alti di quelli dichiarati, visto che contrariamente ad altre zone del mondo i casi mortali riguardano i giovani tra i 14 e i 26 anni, i meno colpiti da altre malattie, nei quali quindi il virus è più  facilmente individuabile. Un dato preoccupante, perché se l’epidemia dovesse diffondersi così velocemente come sta  avvenendo nelle ultime settimane (si è passati dai 7.606 casi del 9 settembre 2009 ai quasi 13mila censiti due mesi dopo) significherebbe un contagio generazionale pesantissimo per il futuro del Paese. Gli organismi regionali africani invitano alla chiusura delle frontiere per evitare il diffondersi del virus e molti governi hanno già adottato questa politica. Ma nel Sudafrica, terra di immigrazione e porto commerciale del continente, questa scelta è impossibile. Le autorità sanitarie di Città del Capo sperano che l’epidemia in qualche modo abbia già raggiunto il suo picco, e che si fermi. Prima che l’economia locale, che ha puntato tutto sulla Coppa del mondo di calcio, crolli.

 

 

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Influenza A-H1N1, prepariamoci al peggio

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Luglio 2009

1-h1n1L’influenza A-H1N1 colpisce ovunque ma con diversa intensità. Oltre cento morti in Argentina e Gran Bretagna, ancora nessun caso grave da noi. Il parere del noto virologo Fabrizio Pregliasco di Federico Tulli

In tre mesi, oltre 700 persone morte nel mondo, secondo l’ultimo rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Decine di migliaia i casi di contagio accertati in più di 60 Paesi, compresa l’Italia. La diffusione del virus pandemico A-H1N1 prosegue senza soluzione di continuità lungo i cinque continenti manifestando preoccupanti picchi di mortalità in alcuni Paesi molto diversi tra loro dal punto di vista organizzativo in ambito sanitario. Messico, Stati Uniti, Gran Bretagna e Argentina, ad esempio, contano circa l’80 per cento dei contagi e dei decessi globali. Guardando i freddi numeri, con un tasso di mortalità che secondo l’Oms si aggira intorno al 4,5 per mille, questa influenza sembra essere molto più pericolosa di quella “normale” di stagione che, almeno nei Paesi più sviluppati, causa la morte di una persona ogni mille. Tuttavia sia le autorità politiche sia quelle sanitarie nazionali e internazionali invitano alla calma, in attesa che il vaccino preventivo sia ultimato e testato (probabilmente entro la fine di ottobre, sempre che nel frattempo il virus non muti eccessivamente). Pur trattandosi di un virus dello stesso ceppo della “Spagnola”, Oms, ministero della Salute italiano e Istituto superiore di sanità assicurano che l’A-H1N1 è meno aggressivo di quello che tra il 1917 e il 1919 uccise 50 milioni di persone. Sommando questa caratteristica di scarsa pericolosità alle misure di prevenzione e cura che sono state pianificate, alla fine il costo di vite umane potrebbe essere estremamente limitato. A preoccupare, però, è il costo sociale di un contagio di massa. Si calcola che entro nove mesi circa un quarto degli italiani finirà a letto con l’influenza. Per meglio capire a cosa andiamo incontro left ha rivolto alcune domande al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano e tra i massimi esperti del settore.
Professor Pregliasco, quanto è pericoloso il virus A-H1N1?

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

In questo momento la malattia è simile alla normale influenza, anzi più lieve. Considerando i grandi numeri, è stata riscontrata qualche complicazione, come anche diversi decessi, ma se guardiamo all’aspetto individuale la patologia è piuttosto banale. Si risolve con quattro giorni a casa e nella stragrande maggioranza dei casi senza particolari complicanze.
L’Oms ha detto che «la chiusura delle scuole è una delle misure di contenimento che i governi possono prendere in considerazione», questo significa che l’influenza può divenire più aggressiva?
Il virus della “suina” può mutare e dobbiamo tenere in considerazione che potrebbe divenire più aggressivo, ad esempio, in caso di ricombinazione in un altro animale. Ma è la quantità di contagi a creare problemi che, per le istituzioni come l’Oms o il nostro ministero della Salute, ora come ora, sono più di carattere organizzativo che sanitario. Considerando i costi sociali legati a una pandemia, ogni decisione è presa anche in questa ottica. Ad esempio, sconsigliare di  viaggiare può comportare un costo che in tempi di crisi pochi economie si sentono in grado di affrontare. Questo spiega la “delicatezza” con cui vengono fatte alcune dichiarazioni.
L’influenza colpisce soprattutto gli under 40
Non è ancora certo il motivo. I giovani sono esposti perché viaggiano di più ma l’H1N1 è stato quello della Spagnola ed è probabile che alcune persone molto anziane siano immuni. Inoltre, nel 1977 c’è stato un H1N1 di origine suina, quindi alcuni adulti potrebbero essere “difesi” rispetto a una variante simile, come è quella attuale.
Da Paese a Paese ci sono tassi di mortalità molto diversi. In Italia non si è verificato nessun caso particolarmente grave. Mentre in Argentina, Gran Bretagna e Stati Uniti i morti sono a centinaia…
Questo è un problema statistico. Non è facile individuare le cause di tali differenze. Probabilmente all’inizio, quando il virus ha colpito Messico e Usa, era più aggressivo.
In ogni caso i rapporti si fanno sempre sui casi ospedalizzati. Quindi la valutazione è diversificata anche in funzione della capacità organizzativa sanitaria e di sorveglianza della diffusione.
Dunque il tasso di mortalità della A-H1N1, che è quattro volte e mezzo più alto di quello dell’influenza di stagione, non ci deve far paura?
È un valore opinabile. Bisogna considerare che tipo di controllo è stato messo in atto fino a oggi da uno Stato all’altro. Per esempio in Italia c’è stata un’indagine continua su tutti i casi accertati di contagio per ridurre la trasmissione
interumana. Altri governi hanno già mollato le redini e non fanno più questa azione preventiva e purtroppo la diffusione è più ampia. Intendiamoci, quando i contagi aumenteranno lo dovremo fare anche noi, concentrando l’azione sanitaria sulle cure più che sulla prevenzione. Va comunque sottolineato il valore dell’intensa azione di mitigazione che si è riuscita a fare, assicurando profilassi a tutti i soggetti esposti a un “caso indice”.
In attesa del vaccino come possiamo difenderci?
Si possono adottare diverse strategie non farmacologiche. Come può essere quella di rimandare l’apertura delle scuole.

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Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Contagi, guerra di cifre in Sudamerica

di Gloria Ravidà

In un batter d’occhio il Messico ha passato lo scomodo timone all’Argentina. Che, con 165 morti per l’influenza A-H1N1, slitta al secondo posto nella classifica mondiale per numero di decessi, dopo gli Stati Uniti e, appunto, il Messico che per ora è fermo a 124. L’Argentina conquista anche l’infelice primato sul continente latinoamericano e, due mesi dopo le elezioni legislative, la polemica era inevitabile.
«Siamo gli unici a contare realmente le cifre», ha inveito la presidentessa argentina Cristina Kirchner, aggiungendo che «è affrettato stilare classifiche perché prima morivano quattromila persone all’anno a causa dell’influenza comune». Le accuse però piovono da più parti, puntando sempre il dito contro il governo che, pur avvertito dall’Oms, si sarebbe concentrato più sulla campagna elettorale che sul virus. Gli altri Paesi per adesso cercano di non far esplodere una guerra continentale dei numeri anche se, a onor del vero, i conti non tornano. Il Brasile ha circa 200 milioni di abitanti ed è il Paese più grande dell’America Latina. Eppure fino a ora ci sono stati, secondo le autorità sanitarie, “solo” 20 decessi. L’Uruguay, che è il più piccolo e che ha poco più di 3 milioni di abitanti, ha 19 morti. Anche se, andando a fondo, si scopre che il gigante sudamericano conta 1.175 casi confermati, quattromila probabili contagi, e che questa cifra è destinata a lievitare. E, ancor più a fondo, ci si accorge che ogni anno in Brasile muoiono 70mila persone a causa dell’influenza comune. Punto e daccapo. Eccessivo allarmismo? Per adesso solo risposte che alimentano domande e numeri che crescono. La settimana scorsa il Venezuela ha riferito della prima «possibile» morte e di 281 contagi. Insomma, in ogni Paese latinoamericano le autorità sanitarie sciorinano dati, i mass media dibattono, i governi cercano di tranquillizzare, e il business dei vaccini cresce. Cosa, quest’ultima, che rischia di far scoppiare l’ennesima guerra tra Nord e Sud. «In un momento in cui il mondo vive una pandemia è fascista sostenere che per ragioni di mercato i Paesi più poveri non godranno delle stesse condizioni per accedere a un vaccino che può salvare milioni di vite», ha tuonato Jorge Darze, presidente del sindacato dei medici di Rio de Janeiro, polemizzando con la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, secondo cui l’ambito vaccino potrebbe essere disponibile solo per i Paesi ricchi perché a farla da padrone saranno «la forza del mercato e la protezione dei brevetti». Una posizione che preoccupa medici, docenti e aziende farmaceutiche locali che chiedono che il vaccino sia dichiarato “patrimonio dell’umanità”. Ma non è il costo del farmaco che chiude il cerchio. Per ora, infatti, sappiamo solo che dovrebbe essere pronto a ottobre. Quando i viaggiatori europei ritorneranno dal Sudamerica, dove già è iniziato il balletto dei numeri sul turismo. Sul banco degli imputati, oltre alla crisi economica, ora c’è anche l’allarmismo per la febbre suina.
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Influenza A-H1N1, i conti che non tornano

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Luglio 2009

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Nuda e cruda, la cifra è di quelle che fanno tremare i polsi. Entro fine anno in Gran Bretagna rischiano di morire per complicazioni in seguito alla contrazione del virus A-H1N1 fino a 65mila persone. La stima pubblicata sul sito della Bbc è di Liam Donaldson, capo dei consulenti sanitari del governo britannico, e l’annuncio giunge nella settimana in cui Oltremanica, con 55mila nuovi casi, si è registrato il picco di contagi da quando l’influenza “suina” ha varcato l’Atlantico. Nonostante ciò, come ha confermato a un’agenzia il diplomatico italiano, Paola Cogliandro, a Londra e nelle altre città la vita quotidiana «scorre tranquilla». Potrebbe essere per via della loro proverbiale calma oppure per una scarsa dimestichezza degli inglesi con le tabelline ma la stima di Donaldson dice che il tasso di mortalità del virus, se come previsto dovesse arrivare a colpire un quarto della popolazione britannica (oltre 16 milioni di contagi), è pari a circa il 4 per mille. Vale a dire quattro volte superiore alla mortalità della normale influenza di stagione, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità è dell’uno per mille. La stessa Oms, per l’A-H1N1, nei dati ufficiali indica un tasso di mortalità a livello globale pari al 4,5 per mille. Cifre che contrastano fortemente con gli inviti ufficiali alla “calma” formulati da tutti i governi europei, compreso quello di Londra, i quali peraltro si stanno preparando ad affrontare la pandemia con l’acquisto di ingenti stock di vaccini ipotizzando una diffusione del contagio su almeno il 30 per cento della popolazione. Da più parti si è infatti sentito dire in queste ultime settimane che il virus A-H1N1 presenta una bassa mortalità, addirittura dimezzata rispetto a quella dell’influenza di stagione che ogni anno raggiunge l’Occidente. Vale così in Francia e Germania. E vale così anche in Italia. È di martedì scorso la presentazione del piano di prevenzione contro la A-H1N1 messo a punto dal governo illustrato dal vice ministro della Salute Ferruccio Fazio. «Senza le politiche di contenimento del virus già attivate dall’Italia entro marzo 2009 i contagi sarebbero 13 milioni», ha spiegato Fazio, precisando che il piano può ridurre questa cifra a circa quattro milioni di unità. Inoltre, ha proseguito il vice ministro, considerando che la mortalità «è dello 0,4-0,5 per mille» alla fine potrebbero esserci «un migliaio di vittime». Ecco, qui c’è un piccolo giallo. Se per il nostro Paese, come per la Gran Bretagna, valgono le stime Oms, il numero indicato da Fazio andrebbe moltiplicato per dieci. O, peggio, almeno per dieci. Per la versione definitiva del vaccino pandemico occorrono ancora tre mesi, un tempo sufficiente perché il virus muti di nuovo diventando più aggressivo. Terra, il primo quotidiano ecologista

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La pandemia è arrivata. Anzi no

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Maggio 2009

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Primi due casi di febbre suina a Hong Kong e in Corea del Sud, tra i crocevia dell’aviaria nel 2005. Un contagio anche in Italia. A Massa l’uomo di ritorno dal Messico, colpito dal virus, è guarito in 5 giorni. Il sottosegretario Fazio: diffusione inevitabile, ma l’influenza è in forma lieve di Federico Tulli

Sei giorni di febriciattola e via. Il primo caso italiano di influenza A H1N1 (nome con cui la febbre suina è stata ribattezzata a livello internazionale) si è risolto così. Con una settimana di osservazione al reparto di malattie infettive dell’ospedale di Massa, dove l’uomo era stato ricoverato con sintomi influenzali sospetti di ritorno da un viaggio in Messico il 23 aprile scorso. La conferma del contagio è arrivata dal laboratorio di virologia dell’Istituto superiore di sanità che ha eseguito le analisi. Mentre la Asl di Massa ha fatto sapere che da circa 72 ore l’uomo non ha più la febbre e le persone con cui è venuto in contatto sono state sottoposte a profilassi antivirale. È il primo caso accertato in Italia, hanno ribadito il ministro delWelfare Sacconi e il sottosegretario alla Salute Fazio in una conferenza stampa convocata ieri per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese. I due hanno poi annunciato speciali misure precauzionali per i connazionali di ritorno dal Messico e dichiarato di aspettarsi «una progressiva diffusione del virus fino all’estate». Virus che comunque sarà «meno aggressivo di un’influenza stagionale». Fino a ieri, secondo gli ultimi dati resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità sono stati in tutto 615 i casi verificati in 16 diversi Paesi. I morti sono 17, di cui 16 nel solo Messico e uno negli Usa. Sempre ieri la A H1N1 ha fatto la sua comparsa nel Sud Est asiatico, a Hong Kong e in Corea del Sud. Qui due persone sono state ricoverate con sintomi influenzali, come nel caso italiano, di ritorno dallo Stato centramericano. Al momento solo il continente africano non è coinvolto nella propagazione del virus. E questa è la notizia buona. Quella cattiva è che la sua comparsa in Asia potrebbe aprire le porte a una nuova esplosione del contagio. In primo luogo perché è la regione più popolata del mondo, poi perché è l’area in cui ogni anno prende il via la grippe stagionale, infine perché il Sudest asiatico è il grande “laboratorio” dei virus dell’influenza (basti pensare alla Sars). Peraltro a differenza dell’aviaria che viaggiava con i volatili, la A H1N1 ormai si trasmette da uomo a uomo. Ovvero, con una buona azione di prevenzione alle frontiere è possibile ridurne di molto la pericolosità. Ma forse non la propagazione. Almeno stando a quanto detto da Angus Nicoll, capo del programma anti grippe del Centro Ue di controllo delle malattie. «Questo agente patogeno – ha spiegato Nicoll -, pur non essendo virulento come quello che causò la Spagnola del 1918, avrà un impatto considerevole». E per “considerevole” intende che tra il 40 e il 50 per cento della popolazione europea ne sarà colpita, anche se in forma «lieve». Come del resto è accaduto fino a ora se guardiamo ai 25 casi accertati in 10 Paesi del Vecchio continente e al fatto che malgrado il progressivo aumento del numero di malati accertati (erano un centinaio lunedì scorso) e dei Paesi colpiti, nella maggioranza dei casi la prognosi resta buona. Fanno eccezione i decessi in Messico spiegabili con alcune ipotesi: intervento tardivo, soggetti particolarmente vulnerabili, presenza di altre patologie. Una forma lieve di A H1N1 risolverebbe almeno in parte la questione legata alla logica carenza di posti letto in ospedale. L’isolamento delle persone contagiate avrebbe luogo nelle loro abitazioni, fatto salvo quello dei soggetti più a rischio:  neonati, anziani e i malati cronici. Sul fronte antivirali, per quanto riguarda l’Italia, l’Iss ha calcolato che le scorte sarebbero sufficienti per il 6 per cento della popolazione. Siamo ben lontani dalle cifre Usa, dove il presidente Obama nel tradizionale discorso del sabato ha dichiarato che la Sanità dispone di 50 milioni di dosi e che chiederà al Congresso lo stanziamento di 1,5 miliardi di dollari per acquistarne altre.

**Dal quotidiano Terra del 2 maggio 2009**

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Quelli che odiano le donne

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

immagine-11All’estero ce la invidiano ma da 31 anni la legge 194 deve fare i conti con gli ostacoli posti dal  fondamentalismo cattolico. E c’è chi per abortire va in Svizzera di Federico Tulli

«Ti si ritorcerà contro». È il monito stampato in caratteri cubitali sui depliant “informativi” che una pratica vecchina lascia cadere nella sala di attesa delle donne che fanno interruzione di gravidanza. Insieme ai fogli pure qualche rosario. Forse per  garantire, in caso di ripensamento, una veloce assoluzione? La scena dal neppure tanto vago sapore savonaroliano si svolge in un ospedale di Roma, ma l’azione delle associazioni cosiddette pro life si protrae da Nord a Sud lungo la penisola in tutti gli ospedali che nel rispetto della legge 194 praticano gli aborti. Compirà 31 anni a maggio questa norma che regola una materia tanto delicata e che all’estero è considerata un modello. «E in effetti almeno sulla carta lo è», osserva Mirella Parachini, ginecologa al San Filippo Neri di Roma e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac). «Ma, vecchine a parte (pure all’estero queste cose sono molto frequenti), dal confronto con i colleghi stranieri emerge in modo sempre più clamoroso che avere una buona legge non corrisponde  automaticamente a una sua buona applicazione pratica». Si assiste così al paradosso che altrove questa norma ce la invidiano e che da noi «non viene fatta rispettare, non viene applicata, viene disattesa». Specie se a essere chiamati in causa sono gli articoli 9 e 15. Il primo è quello  sull’obiezione di coscienza. Indica in maniera esplicita che un ospedale che non fa gli aborti deve in ogni caso garantire l’intervento. Vale a dire, spiega Parachini, che per legge si dovrebbe attivare per trovare un posto letto in un altro ospedale che abbia la disponibilità a eseguire l’aborto. Fino a organizzare il trasporto della donna in ambulanza a proprie spese. «Questo è un articolo disatteso da 31 anni tondi», precisa la presidente Fiapac. L’articolo 15 è quello che garantisce «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per  l’interruzione della gravidanza». Ma se guardiamo alla storia tutta italiana della pillola abortiva Ru486 è chiaro che quel lungimirante comma rientra nei paradossi della 194. Sono passati 18 mesi da quando la domanda di mutuo riconoscimento del farmaco abortivo è stata posta all’Italia dall’Exelgyn che la produce. Ebbene, il 18 febraio scorso la senatrice radicale del Pd Donatella Poretti ricordava «che l’Agenzia italiana del farmaco continua a violare la direttiva europea 2001/83 in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione».

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

Nel frattempo, a migliaia di donne italiane è ancora negata la scelta fra aborto chirurgico e aborto farmacologico. E le cliniche svizzere fanno affari d’oro. È oltralpe infatti che la migrazione terapeutica trova il suo principale sbocco. Qui tale pratica abortiva non invasiva è ammessa da tempo. D’altronde sono 20 anni che l’Oms ne ha riconosciuto la validità. Ciò che manca è un accordo sul prezzo con l’azienda farmaceutica, ha affermato nei giorni scorsi il dg dell’Aifa Guido Rasi. «Quando sarà trovato, e questo potrà avvenire domani come tra sei mesi, ci vorranno 20-30 giorni perché la pratica arrivi al Cda e poi sia pubblicata in Gazzetta». Campa cavallo. «Finché avremo al Welfare la sottosegretaria Roccella – osserva Parachini – è difficile pensare a una veloce soluzione del caso, visto che ha scritto un intero libro contro la Ru486». Ultimo (speriamo) triste capitolo riguarda la relazione annuale sullo stato di applicazione della 194 che i ministeri del Welfare (quello della Roccella) e della Giustizia devono presentare al Parlamento. L’articolo 16 della legge prevede che entro febbraio, per quanto di loro competenza, i due dicasteri facciano il punto sullo stato di attuazione. A oggi è pervenuto al Senato solo il testo di via Arenula. La scorsa settimana la senatrice Poretti, assieme al collega Marco Perduca, ha presentato un’interrogazione per sapere che fine abbia fatto il documento del Welfare. A oggi nessuna risposta. Forse perché nei numeri e nelle statistiche c’è scritto che nonostante tutto le donne italiane continuano a chiedere il rispetto di un loro diritto? left 17/2009

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Influenza A-H1N1: con pochi accorgimenti è meno pericolosa dell’aviaria

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

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Rosella Franconi (la seconda da sx) con il suo staff all'Enea

Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia lavora da anni alla creazione di vaccini a basso costo e alta velocità di produzione, utilizzando piante di tabacco, contro il papilloma virus (Hpv). L’Hpv è causa dell’80 per cento delle morti di donne per cancro al collo dell’utero nei Paesi poveri.
Gli ultimi dati Oms parlano di 615 casi accertati e 15 morti a causa dell’influenza suina. Siamo di fronte a un’emergenza sanitaria mondiale?
L’allarme è reale, ma è presto per conoscere l’esatta entità del rischio di pandemia. Di sicuro ci troviamo di fronte a un nuovo virus. Che deriva da una combinazione tra i virus dell’influenza aviaria,  umana e suina. Va capito come muta e si trasmette da uomo a uomo in termini di velocità ed efficacia.
Nel 2008 il Center for disease control and prevention (Cdc) avvertiva che 49 virus influenzali del ceppo H1N1 su 50 si sono dimostrati resistenti al Tamiflu prodotto dalla Roche. Ora l’Oms dice che il nuovo virus reagisce proprio al Tamiflu, «uno dei due soli antivirali efficaci in commercio». Possiamo stare tranquilli?
L’H1N1 suino è noto dal 1930 e contro le influenze suine ci sono 4 molecole antivirali efficaci: due sono quelle indicate dall’Oms, mentre altre due si sono già dimostrate inefficaci. Una spiegazione al fatto che il Tamiflu non funzionava per l’influenza umana del 2008 e per l’aviaria del 2005, mentre ora sembra funzionare, è che ci troviamo di fronte a un virus completamente nuovo. Fortuna che la Roche ha dichiarato di avere scorte, perché non c’è alcun vaccino in commercio.
L’Istituto superiore di sanità parla di 10-15 milioni di italiani a rischio. Siamo pronti a gestire l’emergenza?
Premesso che chiaramente non ci sono posti letto a sufficienza negli ospedali, come nel caso della Sars è fondamentale la prevenzione. Con l’aviaria erano gli uccelli a propagare l’influenza, ora sono gli uomini. Quindi è più semplice rispetto al 2005 adottare semplici accorgimenti specie alle frontiere. Spero siano già attuati.
Se il virus passa la frontiera?
Il contagio può avvenire da un giorno prima della comparsa dei sintomi a sette giorni dalla loro comparsa. Il Cdc Usa consiglia di rimanere a casa se ci si ammala. Da noi potrebbe influire l’effetto Brunetta: con la spada di Damocle delle assenze per malattia andremo tutti in ufficio a fare gli untori? Battute a parte, spero che ci siano realmente scorte di antivirali, mascherine e tutto il necessario a prevenire il contagio. Inoltre, questo problema ripropone l’importanza di investire in nuove tecnologie per la produzione rapida e a basso costo di molecole terapeutiche.

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L’evoluzione di Obama

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Dicembre 2008

Stem_Cell_culture03_3463.JPGArrivano dodici mesi da ricordare per la genetica, l’astrofisica e per i fan di Darwin. Inoltre si chiude l’era Bush. La rinascita degli Usa, e non solo, sarà trainata dalla ricerca. Parola del neopresidente di Federico Tulli

Il progresso scientifico si basa su prove e fatti che «non devono mai essere falsati o oscurati dall’ideologia». No, a pronunciare queste parole non è stato il “solito” premier spagnolo José Zapatero in risposta a qualche sussulto antiscientista delle gerarchie vaticane di stanza nell’antico regno di Castiglia. Ad assicurare che dal 2009 con il suo insediamento alla Casa Bianca la scienza tornerà in primo piano è stato il neo presidente Usa, Barack Obama. E forse mai miglior auspicio poteva essere fatto in tempi e luoghi in cui sembrava oramai assodato lo schizofrenico assunto che il progresso dell’umanità dovesse prendere lo slancio da guerre e distruzioni.

In tema di ricerca Obama vuole distinguersi nettamente dal suo predecessore non solo a parole. Prova ne è, anzitutto, la nomina di John Holdren a direttore dell’ufficio Scienze e tecnologia della Casa Bianca. Holdren ha diretto la Pcswa, una Ong che nel 1995 vinse il Nobel per la Pace per il suo impegno a sostegno di uno sviluppo scientifico compatibile con l’equilibrio geopolitico. A dare ulteriore linfa alle ambizioni della comunità scientifica internazionale, che da sempre guarda agli Usa come termometro dei rapporti tra istituzioni e mondo della ricerca, è la scelta di Harold Varmus e di Eric Lander come co-presidenti di Holdren. Varmus ha vinto il Nobel per la medicina nel 1989 per i suoi studi sulle basi genetiche del cancro. Lander ha svolto un ruolo decisivo nel progetto di mappatura del genoma umano aprendo la strada a nuove ricerche su malattie incurabili. Si delineano dunque interessanti prospettive per la ricerca in campo medico, tanto più che tra le prime dichiarazioni di Obama dopo la vittoria elettorale c’è la promessa di riaprire il flusso di finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Flusso interrotto da Bush jr. nel 2001 su pressione delle lobby cattoliche.

neurons-from-skin-stem-cells_641Nuove importanti risposte potranno poi venire dallo sviluppo dalle scoperte di Shinya Yamanaka della Kyoto University, che nel 2007 è riuscito a creare cellule staminali umane adulte della pelle “riprogrammate” e pluripotenti, con caratteristiche del tutto simili a quelle embrionali. Per quanto riguarda l’Italia, lo studio sulle embrionali vere e proprie proseguirà di fatto solo grazie ai finanziamenti europei. Tra le altre discipline un risalto particolare sarà dato all’astronomia e a quelle legate all’evoluzionismo. Il 2009, su richiesta dell’Unesco, è stato proclamato dall’Onu Anno internazionale dell’astronomia. E sempre nel 2009, in primavera, il Cern di Ginevra riattiverà l’acceleratore di particelle Lhc dopo il guasto subito nell’ottobre scorso in avvio dei test per ricreare “l’attimo” che ha preceduto il Big bang. In merito alle scienze umane e naturali a fare da catalizzatore è invece il bicentenario della nascita di Charles Darwin. A fornire lo spunto per l’approfondimento di temi che riguardano la genetica, le neuroscienze, la psichiatria, ma anche la paleontologia, l’arte e l’architettura è la mostra “Darwin 1809-2009” organizzata dal filosofo della scienza Telmo Pievani e che sarà inaugurata l’11 febbraio al palazzo delle Esposizioni di Roma. Restando in Italia segnaliamo infine alcuni dei festival scientifici che all’estero ci invidiano, sia per la ricchezza dell’offerta degli argomenti, sia per l’attenzione ricevuta negli anni da parte del grande pubblico. A marzo, dal 19 al 22, l’Auditorium di Roma ospita il festival della Matematica e il tema scelto da Piergiorgio Odifreddi che ne cura l’organizzazione è “Creazioni e ricreazioni matematiche”. Il mese clou sarà, come sempre, ottobre. In programma dal 3 al 19 la sesta edizione di BergamoScienza e, dal 23 ottobre al 1 novembre, con la parola chiave “Futuro”, il festival Genova scienza. Mostre scientifiche e artistiche, laboratori, exhibit, conferenze, incontri, tavole rotonde, caffè scientifici. Ce n’è per tutti.

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Quel gas inodore e radioattivo

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Agosto 2008

l radon uccide quanto il fumo, ma le leggi lo sottovalutano

Il radon è un gas radioattivo naturale inodore e incolore prodotto dal decadimento dell’uranio presente nel terreno e che si diffonde nell’aria del sottosuolo che è in costante scambio con quella dell’atmosfera. Non è un caso dunque se l’Organizzazione mondiale della sanità lo indica come la causa principale del tumore polmonare, dopo il fumo. Tuttavia, come denuncia Giovanni D’agata del dipartimento Tutela del consumatore di Italia dei valori, pare che da anni la legislazione italiana ne abbia dimenticato gli effetti. Esiste solo una vecchia normativa (Dl 241/00) che vincola ai controlli negli edifici pubblici, mentre sono del tutto ignorati quelli privati. In ambienti aperti, la concentrazione del radon non raggiunge quasi mai livelli pericolosi, mentre può concentrarsi in maniera potenzialmente dannosa per la salute nei luoghi chiusi (abitazioni, scuole, ambienti di lavoro). È noto da tempo che interventi di risanamento possono ridurre notevolmente l’impatto della presenza di questo killer silenzioso all’interno degli edifici. Lo stesso vale per le strutture di nuova costruzione, grazie a tecniche che si basano sulla ventilazione e aspirazione naturale o forzata dell’aria del suolo. Alcune statistiche sulle morti connesse al radon lo indicano come causa diretta per oltre 20.000 decessi ogni anno nella sola Unione europea e oltre 3.000 in Italia. La ricerca scientifica e tecnologica può fornire gli strumenti adatti per ridurre queste cifre, ma senza una nuova legge in Italia è impossibile difendersi.  Federico Tulli

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Pillole amare

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Giugno 2008

Furto di dati personali e truffa. È il minimo che rischia di subire chi per risparmiare pochi euro si affida a internet per acquistare farmaci contraffatti. Il grosso del danno, infatti, non riguarda tanto la carta di credito o il portafoglio di chi naviga in cerca di risparmio o di miracolose pillole dai nomi esotici, quanto la sua la salute. Il 70 per cento dei medicinali acquistati on line è contraffatto e quindi potenzialmente pericoloso. L’allarme è stato lanciato dall’Aifa nel corso del Sanit – Forum internazionale per la Salute – sulla base di uno studio promosso da Impact Italia in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità. Studio che contiene indubbiamente dati che dovrebbero mettere in guardia chi sceglie il fai-date. In sei mesi di monitoraggio dall’Italia sono stati effettuati circa 60 acquisti su siti che si dichiarano statunitensi o canadesi (ma operanti anche in Europa). Metà di questi si sono conclusi con il prelievo dei soldi da parte della farmacia on line senza l’invio di alcun prodotto. Si è trattato quindi di truffa, spesso collegata anche al furto dell’identità digitale dell’acquirente o all’uso illegale dei codici della carta di credito. E truffa c’è stata anche per chi ha comprato steroidi anabolizzanti: nel 100 per cento dei casi il prodotto non conteneva alcun principio attivo. Acqua fresca insomma. Infine il dato più allarmante, che riguarda i farmaci per disfunzioni erettili, i più diffusi: sette su dieci sono cloni illegali, pertanto mai sottoposti ad alcun controllo delle autorità sanitarie.

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Salute: Parte la campagna europea contro il tabacco

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Gennaio 2007

I costi sanitari in Europa legati al tabagismo superano ormai i cento miliardi di euro l’anno e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il consumo di tabacco rimane la principale causa evitabile di cancro: “Sarebbe sufficiente modificare le proprie abitudini di vita”. Un suggerimento condiviso in pieno dal commissario europeo per la Salute, Markos Kyprianou, il quale oggi ha inaugurato l’edizione 2007 della campagna “Per una vita senza tabacco” che coinvolge i 27 stati membri dell’Unione. L’attenzione dell’iniziativa si concentra soprattutto sugli effetti del fumo passivo che, si stima, causa la morte di quasi 20 mila persone, ogni anno in Europa. Un problema di primaria importanza che l’Italia, primo tra i paesi fondatori dell’Unione, ha affrontato tramite il decreto antifumo nei luoghi pubblici del presidente della Repubblica del 23 dicembre 2003, più noto come “legge Sirchia”. “Il nesso di questa iniziativa con la nostra legge e con la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco ratificata dalla maggior parte degli stati membri Ue è evidente – spiega al VELINO l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia -. Si potrebbe dire che il progetto di Kyprianou affonda le sue radici nella Conferenza informale dei ministri della Salute del 2003, organizzata in occasione del semestre italiano di presidenza europea, quando l’avviamento dell’iter della legge antifumo stava provocando non pochi mal di pancia alle nostrane lobby del tabacco”.

Il commissario Ue ha tagliato il nastro della campagna che si pone “l’obiettivo di motivare i cittadini europei ad adottare stili di vita più salutari per raggiungere sostanziali benefici per la salute ed evitare, oltre ai costi economici, molte sofferenze correlate a malattie che si possono prevenire”. Non aspettiamoci però risultati immediati. Come sottolineato da Sirchia, sono ancora considerevoli i contrasti da superare per diffondere a livello europeo una efficace cultura di prevenzione in materia di tabacco. “La Germania, per esempio, in un primo tempo si era opposta in maniera drastica alla convezione Oms, al punto di non firmarla nemmeno, per via dei notevoli interessi economici comuni di produttori di tabacco, pubblicità e giornali”. Di recente la fiera resistenza del governo tedesco a sottoscrivere gli accordi e dare la priorità alla salute dei cittadini piuttosto che ai fatturati delle multinazionali si è affievolita. Anche a causa del deferimento presso la Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver adeguato la propria normativa alla direttiva comunitaria 2003/33/Ce contro la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. Non a caso, dunque, nel novembre scorso si è avviato un dibattito politico trasversale per trovare il modo di rientrare nei parametri comunitari, ma la proposta di legge sul fumo presentata a inizio dicembre a Berlino è durata poco più di 48 ore, cancellata dalle critiche mosse dai giuristi che la considerano non compatibile con la costituzione tedesca. A oggi quindi i cittadini dei Laender, fumatori e non, si trovano nella stessa situazione di britannici e greci, cioè senza alcuna legge di tutela dai danni da fumo, pur avendo dimostrato leggeri segnali di apertura al cambiamento.

“Anche Francia e Spagna incontano al momento serie difficoltà a varare una legge sul modello di quella italiana – sottolinea l’ex ministro della Salute -. Alcuni mesi fa sembrava che in questi due paesi si fosse aperta una strada più sensibile alle necessità dei non fumatori, ma da qualche tempo non se ne sa più nulla. Ben venga allora la piattaforma europea della lotta al fumo proposta da Kyprianou, perché a questo punto può servire a trascinare anche i tiepidi”. Un discorso a parte va fatto per i neo entrati nell’Unione, Romania e Ungheria, ma anche per la gran parte dei paesi est europei. “Non ci si può certo attendere una rivoluzione in tempi brevi – osserva Sirchia – l’iniziativa è sì rivolta all’Europa dei 27, ma va considerato che, specie nei paesi dell’est, non sono mai nemmeno state accennate battaglie in favore della prevenzione. La stessa impostazione del servizio sanitario riguardo la cura delle malattie connesse al fumo è sempre stata limitata allo stretto indispensabile, quindi la nuova frontiera della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che esige attenzione, cultura e soldi, lì è molto acerba. Ma la campagna di Kyprianou – conclude l’ex ministro della Salute – serve proprio a questo, ad avviare tutti i 27 sulla stessa strada, quella che va in direzione opposta degli interessi economici di chi non si perita di pubblicizzare strumenti di morte”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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