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La pontificia accademia delle sementi biotech

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

pontificiaPrende il via oggi in Vaticano il convegno mondiale “dedicato” agli Ogm. Tra i relatori “uomini marketing” di Syngenta e Monsanto di Federico Tulli

Erano 850 milioni nel 2007 e secondo la Fao sfioreranno il miliardo a fine 2009 le persone nel mondo non più in grado di procurarsi il cibo necessario per vivere. La drammatica velocità con cui si espande questo fenomeno non lascia indifferenti le più importanti istituzioni mondiali. Nel solo 2009 si contano tre cruciali appuntamenti che avranno come tema centrale l’approvvigionamento alimentare nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

Il G8 di luglio prevede sessioni “aperte” ai rappresentanti dei Paesi coinvolti dalla crisi alimentare e alle agenzie internazionali specializzate. A novembre prossimo la stessa Fao, su sollecitazione di Argentina e Brasile, potrebbe organizzare un vertice sulla scia di quello che si è svolto lo scorso giugno a Roma.

In mezzo a queste due date, quella non meno importante del Sinodo per l’Africa, che si svolgerà dal 4 al 25 ottobre in Vaticano. L’incontro è stato annunciato a marzo nel corso dell’ultimo viaggio di Benedetto XVI nel continente africano. In quell’occasione, a Yaoundé (Camerun), il papa ha consegnato ufficialmente l’Instrumentum laboris ai presidenti delle Conferenze episcopali del continente.

Il documento, si legge nel testo, «aspira a stimolare la riflessione, suscitare la discussione, accompagnare e sostenere il discernimento collegiale dei Pastori riuniti in Assemblea sinodale». Il secondo dei quattro capitoli «riporta le “aperture” e soprattutto gli “ostacoli” incontrati dalla società e dalla Chiesa lungo le vie della riconciliazione, della giustizia e della pace, nella triplice dimensione socio-politica, socio-economica e socio-culturale, e nell’esperienza ecclesiale».

Tra gli “ostacoli” l’Instrumentum laboris indica senza mezzi termini gli Organismi geneticamente modificati (Ogm), «Questa tecnica – si legge nel testo – rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di Ogm». Il paragrafo dedicato alle biotecnologie si conclude così: «I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?».

Bella domanda. Sapremo a ottobre cosa pensano i vescovi africani del ruolo delle multinazionali biotech nella crisi agricolo-alimentare che attanaglia le popolazioni delle loro diocesi. Noi avremmo voluto “prendere in prestito” il quesito e girarlo, sempre in Vaticano, pochi metri più in là rispetto al luogo in cui si svolgerà il Sinodo, a qualcuno dei partecipanti al convegno mondiale organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze dal titolo: “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”.

Vorremmo, infatti, capire se esiste una posizione unitaria delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di quella “tecnica che rischia di rovinare i piccoli coltivatori”. Ma non ci sarà possibile. L’evento, che inizia questa mattina per concludersi il 19 maggio, è a porte chiuse. O meglio, le porte sono aperte, ma solo a scienziati notoriamente impegnati nello sviluppo di biotecnologie per l’agricoltura, come si evince dal programma dell’evento e come denunciano Mario Capanna, Guido Pollice e Fabrizia Pratesi (rispettivamente presidente della Fondazione diritti genetici, presidente Verdi ambiente e società, e coordinatrice del comitato scientifico Equivita).

Le tre organizzazioni hanno invano chiesto agli organizzatori di partecipare per creare quella sorta di contraddittorio che di un convegno scientifico normalmente costituisce l’essenza. E lettere di protesta formale alla Pontificia sono arrivate, tra gli altri, dall’Unione dei missionari irlandesi e dal Cidse, network di 16 organizzazioni cattoliche europee e nordamericane con una lunga esperienza sui temi della sicurezza alimentare.

Ma nemmeno per loro, evidentemente, c’era posto. Vanno dunque considerati dei miracolati due che proprio scienziati non sembrano, ma che risultano tra i relatori. Stiamo parlando di Eric Sachs, da circa trenta anni alla Monsanto, dove attualmente è a capo degli affari scientifici e regolatori della multinazionale. Sachs si occupa, in pratica, dell’accettazione degli Ogm nel mondo, comunicandone “innocuità e benefici”.

Il secondo “uomo marketing” è Adrian Dubock, uno storico ex della Syngenta adesso impegnato in libere consulenze, che nel suo abstract esordisce con l’affermazione che le multinazionali conducono i loro affari “eticamente”. Insomma, a quanto pare, alla Pontificia avremo da un lato gli scienziati impegnati nello sviluppo di biotecnologie agroalimentari e dall’altra le aziende che queste biotecnologie vendono in giro per il mondo. Stando all’Instrumentum laboris, pure in Africa. Dal quotidiano Terra del 15 maggio 2009

(vedi anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/01/ogm-e-fame-nel-mondo-doppio-gioco-del-vaticano/)

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Influenza A-H1N1 ed epidemie, se la prevenzione non paga

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Maggio 2009

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Produrre vaccini è una corsa contro il tempo che non sempre si vince. Specie in caso di epidemie e pandemie. Il futuro è dei nuovi farmaci ottenibili velocemente da piante e insetti. Ma va contro gli interessi delle multinazionali padrone del business di Federico Tulli

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Sono le caratteristiche del vaccino ideale per prevenire il dilagare di epidemie e pandemie (es. influenza). Ma è più corretto dire “sarebbero” visto che in commercio, dalla metà del secolo scorso, a far la parte del leone sono farmaci che, per la produzione di grossi quantitativi, richiedono tempi molto lunghi. E si basano su tecnologie rudimentali ma che hanno fatto la fortuna di poche grandi multinazionali farmaceutiche, le uniche, quindi, in grado di sostenere i costi per la messa in commercio del vaccino di cui in questi giorni tanto si parla per arginare l’influenza A-H1N1. Vaccino che, utilizzando tecnologie classiche, quali la propagazione del virus in uova di pollo, sarebbe pronto in 5-6 mesi. Per quanto riguarda l’Italia, secondo quanto previsto dall’Istituto superiore di sanità, la A-H1N1, seppur in forma lieve, rischia di contagiare un quarto della popolazione nei prossimi mesi autunnali. In concomitanza, cioè, con il passaggio della normale influenza di stagione. Dal punto di vista della capacità di prevenzione a livello internazionale, il caso della “suina” (definizione popolare della A-H1N1), come quello della dengue in America Latina (vedi l’articolo di Gloria Ravidà a pagina 50), è emblematico. E se da un lato mette a nudo la difficoltà di pianificare tattiche preventive efficaci contro epidemie anche nei Paesi più ricchi (costretti a reperire in pochi giorni decine di milioni di dosi di antivirale, immaginiamo a che prezzo), dall’altro può risultare la chiave per convincere governi e multinazionali ad accantonare i vecchi metodi di produzione dei vaccini e dare più respiro alle nuove tecnologie quali quelle che si basano sulla produzione di vaccini ricombinanti a sub-unità in cellule di insetto o in sistemi vegetali e che dagli anni Novanta tentano faticosamente di rosicchiare spazio e diffusione.

La parola chiave è “mutazione”. È questo il primo nemico di chi in laboratorio deve produrre un

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

vaccino sulla base del genoma del virus da contrastare. I virus infatti non sono organismi immodificabili e alcuni di essi, come nel caso della “suina” messicana (che è il risultato della combinazione di tre influenze: aviaria, suina e umana stagionale) possono mutare nel passaggio da animale a uomo e poi da uomo a uomo. E così via. «Questa trasformazione può essere più o meno veloce – spiega Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia, impegnata nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco – e può rendere vano il lavoro di chi, avendo analizzato un determinato tipo di genoma, si ritrova a produrre un vaccino per un virus che nel frattempo ha cambiato caratteristiche». Un rischio molto alto se i tempi di produzione del vaccino “classico” viaggiano intorno alle 22-24 settimane. E un rischio, al contrario, ridotto se invece il lavoro venisse effettuato con sistemi di produzione più rapidi, quali quelli basati su cellule vegetali o di insetto. Una company biotecnologica nel Maryland, la Novavax, ha annunciato che in 10-12 settimane sarà in grado di produrre un vaccino anti influenzale appena la sequenza definitiva del genoma di A-H1N1 sarà disponibile. I sistemi di produzione vegetale sarebbero ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala. La “suina” che fino a oggi ha ucciso poche decine di persone nel mondo e contagiato qualche migliaio, è relativamente innocua. Specie se messa confronto con la Tbc che ancora oggi a 500 mila anni dalla sua comparsa causa la morte di due milioni di persone l’anno. Collocandosi al secondo posto dietro l’Hiv tra le cause di morte e segnando in particolare la vita nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

mappa-tbc-2Visti i costi sociali ed economici di una pandemia su scala planetaria, cos’è che impedisce a questi nuovi vaccini di diffondersi? «C’è da dire – osserva Franconi – che per alcune malattie (come malaria e Tbc) lo sviluppo di vaccini è davvero difficile, a causa delle caratteristiche del patogeno. L’esperienza dell’aviaria ha spinto la ricerca internazionale a fare un grande sforzo per individuare le migliori molecole vaccinali e per innovare le tecnologie. Ci sono diversi gruppi negli Usa e in Europa, che stanno lavorando sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica». Un vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (sistema del baculovirus), rappresentando l’unico vaccino sul mercato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. «Relativamente ai vaccini prodotti in pianta un serio problema è la mancanza di un “framework” regolatorio chiaro. Infatti, in generale la produzione dei biofarmaceutici da pianta, che spesso è geneticamente modificata, è frenata da diffusi preconcetti nei confronti degli Ogm e soprattutto dagli scarsi ritorni finanziari specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione». Questo di fatto si traduce in un numero sempre minore di nuove company biofarmaceutiche che operano nel campo dei vaccini. Allo stesso tempo, mancando incentivi economici a investire da parte dai privati, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a modificare la linea di produzione. E allora la spinta potrebbe venire dal “pubblico” ed essere di ordine sociale. Così, dove non poterono la Tbc o la malaria (per inciso la tubercolosi si sta diffondendo nuovamente in Occidente, cioè laddove si producono i vaccini) poterono l’aviaria e forse oggi l’A-H1N1. Nonostante siano di gran lunga meno pericolose per l’uomo. «Il segno di novità – prosegue la ricercatrice dell’Enea Casaccia – potrebbe essere che sulla spinta di queste nuove pandemie, vere o presunte, qualcosa cambi». E in effetti alcune aperture alle nuove tecnologie, anche se rare, già ci sono da circa 3 anni. Negli Usa, ad esempio, è stato approvato un vaccino di origine vegetale per i polli.

Oppure a Cuba, che è all’avanguardia in questo campo. Qui hanno prodotto in pianta un anticorpo per la purificazione di un vaccino per uso clinico. Ma il caso che lascia più sperare è quello della Bayer. «Nel 2008 – racconta Franconi – ha acquistato una piccola impresa biotecnologica tedesca per fare un vaccino anticancro da pianta “paziente specifico”. La stessa company ha stretto anche un’alleanza negli Usa per produrre vaccini personalizzati per la cura del linfoma con tecnologie basate su virus vegetali». A frenare gli entusiasmi è però l’atteggiamento dell’Unione europea. Atteggiamento di chiusura che evidentemente è alla base della decisione di Bayer di rivolgersi oltreoceano per sviluppare nuovi progetti di ricerca. «I segnali che giungono dalle istituzioni continentali non sono chiari. Paradossalmente si percepisce meno resistenza ai biofarmaceutici da piante Ogm rispetto all’impiego dei virus vegetali per produrre vaccini. Un ulteriore paradosso è che con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo». Più fortuna ha avuto la Glaxo che produce il vaccino basato sul baculovirus per la prevenzione dell’Hpv. E anche questo è un paradosso che potrebbe essere difficile spiegare in caso di pericolosa pandemia, poiché in termini di costo, velocità e quantità di produzione un vaccino prodotto in pianta (o anche in alghe unicellulari) non ha nulla da invidiare a quello ottenuto dagli insetti. left 18/2009

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Ogm e fame nel mondo, il doppio gioco del Vaticano (con replica dell’Osservatore Romano)

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

Semi di soja convenzionali

Semi di soja convenzionali

No global all’estero, la Chiesa cattolica e apostolica romana in casa indossa i panni del perfetto business man. È questa, a quanto pare, la politica del Vaticano in tema di organismi geneticamente modificati. Una politica doppia. La denuncia è della Fondazione diritti genetici e colpisce diritto al cuore un’istituzione che è il fiore all’occhiello del piccolo (ma potente) Stato oltretevere, la Pontificia accademia delle scienze (Pas). Nemmeno un mese fa, durante il suo viaggio in Africa, Benedetto XVI criticava l’uso degli Ogm come panacea del dramma della fame e la politica delle multinazionali nel Sud del mondo. Fra poco più di 20 giorni, a partire dal 15 maggio, la Pas organizzerà una settimana di studi dal titolo “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”. Un’intera settimana congressuale nel cuore della Città del Vaticano a cui parteciperà il gotha degli esponenti pro-Ogm (circa 40 tra ricercatori, accademici, legali e businessmen), compresi gli esperti delle multinazionali biotecnologiche Monsanto e Syngenta. Proprio quelle additate dal papa, vista la loro radicata presenza in Africa. Trattandosi di questioni di Chiesa, e sentite le parole del pontefice, si potrebbe pensare che l’invito dei rappresentanti del top a livello mondiale in tema di biotech sia finalizzato a una loro redenzione. Ma così non è, anzi. Al congresso, spiega il presidente della Fondazione diritti genetici (Fdg), Mario Capanna, non esisterà contraddittorio: «Nessuna delle centinaia di organizzazioni sociali e scientifiche che propongono un modello di sviluppo alternativo agli Ogm, fondato sulla qualità e sul rispetto dei popoli e dei territori, è stata invitata all’evento». A metà marzo lo stesso Capanna aveva scritto una lettera al fisico Nicola Cabibbo e a monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, rispettivamente presidente e cancelliere della Pas, per sottolineare la mancanza e chiedere un’apertura agli esclusi. «A oggi – chiosa il presidente della Fdg – non ho ricevuto alcuna risposta. Evidentemente – aggiunge – si teme un confronto che possa dimostrare come gli assunti su cui si regge l’iniziativa siano assolutamente antiscientifici oltre che antipapali». Spiega, infatti, Capanna: «Il convegno presenta gli Ogm come soluzione al problema della fame nel mondo. Peccato però che gli studi scientifici, oltre alle dichiarazioni del papa, smentiscano questa posizione». Gli ultimi dati sulla diffusione commerciale degli organismi transgenici indicano infatti che, a ben tredici anni dalle prime semine biotech e a diversi lustri dall’avvio delle relative ricerche e sperimentazioni, soltanto quattro colture e due tratti transgenici sono stati messi a disposizione degli agricoltori, nessuno di questi per combattere la fame. «In secondo luogo – ricorda Capanna – una ricerca appena commissionata, tra gli altri, da Banca mondiale e Fao, che ha coinvolto 400 scienziati e decine di Paesi del Nord e del Sud del mondo, ha chiarito in modo inequivocabile che le colture transgeniche non sono una soluzione per la fame o la povertà. E lo stesso pontefice, in occasione della Giornata mondiale della pace, aveva già ricordato che il problema della fame nel mondo non deriva certo dalla mancanza di cibo ma da questioni ben più complesse, come ad esempio la speculazione finanziaria, e che dunque non è risolvibile attraverso l’applicazione di una nuova tecnologia».

Dal quotidiano Terra del 23 aprile 2009 **Federico Tulli**

(vedere anche http://federicotulli.wordpress.com/2009/05/15/la-pontificia-accademia-delle-sementi-biotech/)

**La replica dell’Osservatore Romano**

Il dibattito sugli ogm

Quando si sgomita per arruolare il Vaticano

(©L’Osservatore Romano 1 maggio 2009)

di Francesco M. Valiante

Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di “pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta”.

Il copione delle campagne pro o contro gli ogm è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa “è contro le multinazionali del biotech” o, al contrario, “non ha mai detto no agli ogm”. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del “doppio gioco del Vaticano”, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano.

Va da sé che la posta in gioco è molto alta. Secondo l’ultimo rapporto dell’Isaaa (International service for the acquisition of agri-biotech applications), la superficie coltivata a ogm nel mondo ha raggiunto nel 2008 l’8 per cento dell’area totale agricola, cioè 125 milioni di ettari di terreni nei quali lavorano 13,3 milioni di contadini. E continua a crescere di anno in anno, a dispetto di limiti normativi assai rigidi e resistenze mentali generalizzate. Trascinando verso l’alto anche i già lauti introiti delle aziende biotecnologiche. Le quali, com’è noto, soprattutto dopo la sentenza della Corte suprema statunitense che nel 1980 ha aperto le porte alla brevettabilità degli organismi viventi, incassano profitti non solo dalla vendita ma anche dalla riproduzione e dal riutilizzo delle sementi geneticamente modificate.

Una cosa è certa, comunque: nel mondo continua ad aumentare anche il numero di coloro che non hanno sufficiente accesso all’alimentazione. Dal 2007 l’esercito degli affamati è cresciuto di 115 milioni di unità, giungendo alla cifra record di quasi un miliardo di persone. E questo nonostante le risorse attuali del pianeta siano sufficienti a nutrire in modo adeguato la sua popolazione, come ha riconosciuto il direttore esecutivo del programma alimentare mondiale dell’Onu Josette Sheeran. Smentendo così uno dei cavalli di battaglia dei supporter degli ogm e confermando invece che la crisi alimentare – secondo quanto afferma anche il messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2009 – non deriva in primo luogo dalla scarsezza di cibo ma dalla sua iniqua distribuzione. E dalle difficoltà di accesso ai generi di prima necessità provocate da fenomeni speculativi internazionali.

Di questa evidenza offre una conferma autorevole anche il recente documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi per l’Africa. Che, giova ricordarlo, non è un testo pontificio o curiale, ma nasce da un’ampia consultazione dal basso. Nella quale sono stati coinvolti i vescovi, i religiosi, le istituzioni ecclesiali locali e i fedeli impegnati a vario titolo nell’opera di evangelizzazione e promozione umana del continente. Non a caso il Papa ha voluto consegnarlo personalmente ai presuli africani lo scorso 19 marzo a Yaoundé. Assicurando in quell’occasione che esso “rispecchia il grande dinamismo della Chiesa in Africa ma anche le sfide con le quali essa deve confrontarsi”.

Fra queste il documento cita appunto la grave situazione di ingiustizia e di povertà delle popolazioni agricole. Denunciando in tale contesto “le multinazionali che continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali”. E, in particolare, la campagna a favore degli ogm, che – si afferma – “pretende di assicurare la sicurezza alimentare” ma in realtà minaccia di “rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici”.

La questione resta comunque aperta: nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione.

www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2009/100q01b1.html

**I lanci d’agenzia**

30-04-09

OGM: OSS.ROMANO, PER VATICANO QUESTIONE APERTA MA NESSUN ‘DOPPIO GIOCO’

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 30 apr – ”Nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto piu’ che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilita’ ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilita’. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. Lo scrive l”Osservatore romano’, il quotidiano della Santa Sede, affrontando la questione della posizione della Santa Sede sugli organismi geneticamente modificati e rispondendo all’accusa di ”doppio gioco” lanciata dal quotidiano ‘Terra’. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”’.

”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – prosegue l’Osservatore Romano – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Invece conclude l’articolo, ”la questione resta comunque aperta”.

asp/sam/alf

Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

di Apcom

“Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa”

Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”.

ANSA POL 30/04/2009 16.58.00

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VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO

VATICANO: O.ROMANO, SU OGM NON SIAMO NE’ A FAVORE NE’ CONTRO (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 APR – Il Vaticano non ha posizioni dogmatiche sugli ogm, anzi la questione ”resta aperta” , in ”quanto nessuno oggi puo’ dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali”, Cosi’ l’Osservatore Romano risponde a chi tirare la Santa Sede da una parte o dall’altra. ”Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. ”Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – e’ quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (ANSA) PIN 30-APR-09 16:55 NNN

APBS POL 30/04/2009 16.38.46

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* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi

* Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi * Ogm/ ‘Osservatore romano’: Non arruolate il Vaticano, no dogmi “Serve pragmatismo, non scomuniche o lobbying-guerra religiosa” Città del Vaticano, 30 apr. (Apcom) – La questione “resta aperta”: “Nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli ogm. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato da guerra di religione”. L”Osservatore romano’ risponde così a chi – da ultimo il nuovo giornale ‘Terra’ – attribuisce al Vaticano una posizione dogmatica sugli Ogm. “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati – scrive Francesco M. Valiante in un articolo di prima pagina – sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila. Grandi manovre sono in atto da tempo: almeno da quando, durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il cardinale Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di ‘pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede è sottoposta’. Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – afferma il quotidiano della Santa Sede – è quasi sempre lo stesso. Si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio – anche tra le fila ecclesiastiche – i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘è contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’. Ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicché, agli occhi dei più, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E – conclude l”Osservatore’ – si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. Ska 30-APR-09 16:36 NNNN

AGI CR 30/04/2009 16.13.40

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= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO =

= OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = == OGM: OSSERVATORE, CHIESA NON SI SCHIERA PRO O CONTRO = (AGI) – CdV, 30 apr. – “Fautori e detrattori degli organismi geneticamente modificati (ogm) sgomitano per arruolare il Vaticano tra le proprie fila”. Lo scrive oggi l’Osservatore Romano sottolineando che “grandi manovre sono in atto da tempo” e ricorda che “durante un seminario di studio promosso sull’argomento nel 2003 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il card. Renato Raffaele Martino ammise senza reticenze l’esistenza di pressioni, provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate e in qualche modo incompatibili, a cui anche la Santa Sede e’ sottoposta”. “Il copione delle campagne pro o contro gli ogm – rileva l’articolo – e’ quasi sempre lo stesso: si tirano in ballo improvvisati interpreti del pensiero pontificio anche tra le fila ecclesiastiche i quali si affannano di volta in volta a dimostrare che il Papa ‘e’ contro le multinazionali del biotech’ o, al contrario, ‘non ha mai detto no agli ogm’”. Cosi’, lamenta il giornale diretto dal prof. Giovanni Maria Vian, “ideologia e interesse hanno la meglio su ragionevolezza e cautela. Di certezze scientifiche neanche a parlarne. Cosicche’, agli occhi dei piu’, le tesi in campo finiscono per elidersi a vicenda. E si accredita di fatto la teoria del ‘doppio gioco del Vaticano’, come ha titolato nei giorni scorsi un quotidiano italiano”. (AGI) Siz 301614 APR 09 NNNN

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Il ritorno di Vandana

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Aprile 2009

La scienziata indiana Vandana Shiva

La scienziata indiana Vandana Shiva

«Fino a poco tempo fa chi parlava di crisi veniva bollato come una cassandra. Oggi “crisi” sembra diventata la parola d’ordine. Perché la crisi, o meglio, le crisi sono più che mai evidenti. Così evidenti che anche i principali responsabili del disastro si stanno tardivamente dannando per trovare delle soluzioni. Sono gli stessi che hanno sempre fatto “orecchie da mercante” (la metafora non è casuale) di fronte agli appelli delle cassandre». Parole importanti quelle del presidente di Slow food, Carlo Petrini, nella prefazione di Ritorno alla terra, l’ultimo libro di Vandana Shiva. Appena pubblicato per Fazi, in terza di copertina è presentato come una «lettura obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del pianeta». Sono la catastrofe alimentare, il peak oil e il surriscaldamento globale l’inevitabile risultato di pratiche scellerate che l’Occidente industrializzato ha attuato per decenni in barba agli allarmi di quelle cassandre. Dallo sprezzo per le regole di mercato, all’uso di pesticidi e Ogm, Shiva spiega perché i tre problemi più urgenti per l’umanità siano profondamente collegati e perché ogni tentativo di risolverne uno, senza implicare tutti gli altri, si sia rivelato fallimentare. L’autrice ci dimostra che è possibile immaginare un futuro libero dalla dipendenza dal petrolio e dalle assurde regole della globalizzazione sfrenata. La scienziata indiana sarà il 15 maggio alla fiera del Libro (Torino) e il 31 maggio a Terra futura (Firenze). Dal quotidiano Terra **Federico Tulli**

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Antonio Pascale: Ogm, la fregatura non è nel piatto

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Febbraio 2009

maisbt«È falso che il cibo biotech sia dannoso per l’uomo». L’autore di Scienza e sentimento denuncia i luoghi comuni che favoriscono il potere delle multinazionali di Federico Tulli

«È un falso mito quello delle biotecnologie applicate all’agricoltura responsabili della scomparsa del “buon cibo di una volta”, ancor più lo è quello degli organismi geneticamente modificati pericolosi per la salute umana». Antonio Pascale, agronomo e autore del prezioso saggio Scienza e sentimento (Einaudi), è un appassionato fautore della necessità di fare chiarezza sulla presunta tossicità degli Ogm, dato che questa ipotesi è alla base del divieto di sperimentazione in campo aperto che in Italia blocca la ricerca biotech in agricoltura.
Dottor Pascale, su che basi lei sostiene che gli Ogm non siano dannosi per l’uomo?
Mi riferisco in particolare alle varietà di mais, soia e cotone biotech più diffuse al mondo, vale a dire le Bt. Che si chiamano così perché nel loro corredo genetico è stato introiettato il Bacillus thuringiensis, un batterio che produce una tossina letale per i lepidotteri, i coleotteri e una parte di ditteri, ma innocua per gli esseri umani.
Ci spieghi meglio…
Il batterio che produce questa tossina è il più analizzato al mondo. Migliaia di studi dicono che non può far male all’uomo. E il motivo è semplice: il Bt si attiva in ambiente alcalino e ha bisogno di un recettore che sta nei villi intestinali. Il nostro stomaco è acido e lo respinge. Mentre l’apparato digerente degli insetti è alcalino, e quindi lo assorbe decretando la loro morte. C’è poi un altro punto a favore del Bt…
Vale a dire?
Premesso che è un composto usato negli insetticidi per l’agricoltura biologica da oltre 30 anni, cosa che da sola dovrebbe zittire i suoi più acerrimi nemici, l’inserimento di quel gene in una pianta comporta inevitabilmente un minor uso della chimica disinfestante.
E allora perché gli agricoltori sono così ostili alle biotecnologie?
È un mistero che si potrebbe spiegare con l’interesse economico a sviluppare un tipo di agricoltura piuttosto che un’altra.
Minori costi dice, ma come la mettiamo con quello del brevetto che l’azienda produttrice dei semi biotech fa ricadere pesantemente sull’agricoltore?
Il discorso è complesso. È innegabile che ci siano dei costi “supplementari” per via dei diritti di proprietà, ma la colpa di questa situazione è di chi demonizza il biotech agli occhi della società civile, poiché così facendo ha stroncato qualsiasi possibilità per la ricerca pubblica di fare concorrenza alle equipe scientifiche sovvenzionate dalle multinazionali. Il caso del nostro Paese è emblematico. A metà anni 80 la sperimentazione della tecnica del Dna ricombinante avveniva solo negli istituti di ricerca pubblici. Grazie alla ricerca universitaria sono state ricavate tante colture ottime e gli scienziari non si curavano certo dell’esistenza della Monsanto.
E poi cosa è successo?flickr2
La sperimentazione è stata vietata e le multinazionali hanno sfruttato la paura ingiustificata del transgenico che gli anti-Ogm hanno fatto venire alle persone.
Come l’hanno sfruttata?
Creare una coltura Ogm costa pochissimo. Chiunque potrebbe farlo acquistando l’attrezzatura con poche migliaia di euro. Il problema è il “dopo”. Per passare i controlli di sicurezza e mettere il prodotto transgenico sul mercato si spendono dai 20 ai 50 mln di dollari. Controlli che “grazie” alle campagne ostili che creano consumatori atterriti sono così approfonditi (e sicuri) che non si fanno per nessun altro “frutto” della terra, ma che comportano un costo che si possono permettere solo le grandi corporation. Le quali non battono ciglio. Perché sanno bene di poter così fare il prezzo che vogliono e spartire in poche fette l’immensa torta dei guadagni. Tutto ciò in fin dei conti è insensato perché il biochimico della multinazionale modifica solamente un gene. Mentre, per dire, l’agronomo che incrocia due varietà ne modifica a iosa. In questo caso basta iscrivere la nuova coltura al registro varietale pagando poche centinaia di euro, ed eccoci al mercato. Dove nessuno si preoccuperà se quella pannocchia è tossica o no. Left 07/2009

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È la dose che fa il veleno

Pubblicato da Federico Tulli su 28 Novembre 2008

Non esiste un’età dell’oro in agricoltura. Il saggio di Antonio Pascale contro il falso mito che vuole la chimica responsabile della scomparsa «del buon cibo di una volta» di Federico Tulli

2237337790_bc416fc19e_b2Con un intellettuale del calibro di Joseph Ratzinger come papa le frizioni tra pensiero religioso e pensiero scientifico sono all’ordine del giorno, riportate con dovizia di particolari dai media. Un confronto, quello tra fede e ricerca, che almeno in Italia ha finito per mettere in secondo piano certe entrate a gamba tesa nei confronti dell’etica della scienza effettuate da uomini di cultura laica, solo a prima vista al di sopra di ogni sospetto. «Intellettuali privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, che – scrive Antonio Pascale in Scienza e sentimento (Einaudi) – hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura». Il primo merito dell’agilissimo pamphlet di Pascale è proprio questo. L’aver smascherato un atteggiamento ideologico molto in voga negli ultimi anni da parte di «letterati puri» (così li definisce l’autore) che con interventi di orientamento “romantico” tentano di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico («Che fine hanno fatto i vecchi sapori di una volta?», si chiede Pietro Citati su Repubblica) o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano). «Davanti a categorie come queste si sa, non c’è ragione che tenga», spiega Pascale che è alla sua quarta fatica con Einaudi, collabora con il Mattino e Diario e lavora al ministero delle Politiche agricole. «Il nostro romantico cuore – prosegue – spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato. E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura». È la dose che fa il veleno, ripete infatti Pascale, citando Paracelso, in più passi del libro. Ma il suo non è un mantra “scientistico” e nemmeno un inno alla presa di potere da parte di tecnici competenti nelle materie scientifiche più disparate. «Un governo fatto di soli tecnici non potrebbe funzionare – scrive l’autore di Scienza e sentimento -, assomiglierebbe troppo alle comunità utopiche immaginate da Saint-Simon. Comunità metà mistiche, metà scientifiche, nelle quali regna la pace solo perché la ragione ha sconfitto la superstizione». Il segreto, come detto, è nel saper fare la dose: «Vista l’impossibilità che cultura scientifica e umanistica tornino a quando entrambe ricercavano un metodo comune per porsi domande sul mondo, bisognerebbe cercare perlomeno di procedere per gradi». Come? Per esempio «cominciando con il leggere qualcosa di tecnico e divulgativo sul concetto di naturale e artificiale». Tale questione secondo Pascale è fondamentale. Al punto che, dice, un’adeguata informazione potrebbe costituire «una bussola orientativa nelle scelte morali e poi politiche e legislative». Eppure, chiosa, «questa diatriba, “naturale o artificale”, sembra essere troppo influenzata e talvolta falsata da un immaginario religioso, sovrannaturale e oscuro». Fatte queste premesse è breve il passo verso un’analisi del dibattito in corso sugli Organismi geneticamente modificati, e degli “strumenti” dialettici utilizzati. E Pascale, che si è laureato in Agronomia proprio negli anni in cui l’ingegneria genetica cominciava a essere applicata con continuità all’agricoltura, conduce per mano il lettore innestando storie di vita vissuta in prima persona su un notevole lavoro di ricerca bibliografica in materia di Ogm. Fornendo via via alcune significative risposte, prive di retorica, ai punti cardine che dominano la discussione pubblica sul biotech e sulle conseguenze di un eventuale ingresso nella catena alimentare umana. Dal ruolo della chimica, al confronto con il biologico, al “rischio” multinazionali. Risposte forse non definitive, ma certamente frutto di «misurazioni piú esatte».

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Ogm, la Francia chiede chiarezza

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Giugno 2008

L’Authority europea che certifica la sicurezza delle piante biotech è sospettata di favorire chi le produce. Sarkozy spinge perché l’Ue cambi le regole di valutazione scientifica di Federico Tulli

Il sistema adottato dall’Unione europea per la valutazione scientifica degli studi sugli organismi geneticamente modificati è nel mirino del governo francese. Sotto accusa sono l’affidabilità delle analisi del rischio ambientale, ma anche la breve durata dei test sui pesticidi (tre mesi invece dei due anni richiesti dall’Ue per quelli non biotech). Il principale imputato è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha il compito di dare a Bruxelles il parere scientifico sui dossier delle industrie biotecnologiche che hanno chiesto l’autorizzazione al commercio di ogm in Ue. Compito che secondo Parigi l’authority non svolgerebbe al meglio. Per questo motivo la Francia, cui tocca il turno di presidenza Ue dal primo luglio prossimo, si candida a principale ispiratrice di una profonda modifica del metodo di valutazione e quindi di autorizzazione all’introduzione di ogm in Europa.

Una modifica che peraltro è richiesta a gran voce anche da parte della comunità scientifica transalpina. Come testimonia l’invito a dimettersi ricevuto nel marzo scorso dal direttore esecutivo dell’Efsa, Catherine Geslain-Lanéelle, formulato dal Comitato di ricerca e informazione indipendente sulla genetica per bocca del presidente, il bioingegnere Gilles Eric Seralini. Il quale, dopo aver sconfessato l’Efsa su un dossier della Monsanto relativo al mais ogm Mon863, ha accusato l’authority di aver concordato le conclusioni favorevoli con gli esperti della multinazionale. Attorno allo stesso Seralini ruotano molte delle dinamiche che potrebbero cambiare completamente la procedura di autorizzazione al commercio di ogm in Europa. È lui che il ministro dell’Ambiente francese, Jean-Louis Borloo, ha incaricato di creare un progetto per organizzare il metodo di controanalisi sugli studi che le aziende biotecnologiche consegnano all’Efsa. Piano che sarà presentato dalla Francia ai partner europei nelle prime settimane di presidenza Ue.

L’obiettivo è creare una sorta di contraddittorio scientifico con l’Efsa tramite l’istituzione di un fondo comunitario per i gruppi di ricerca di ingegneria genetica qualificati e indipendenti dalle multinazionali. A Bruxelles, è noto, i fautori degli ogm a tutti i costi godono di notevole appoggio politico. Ma i presupposti per la creazione di un sistema di valutazione scientifica più cristallino auspicato dal governo di Parigi ci sono tutti. Nel maggio scorso, per la prima volta, la Commissione europea ha rimandato indietro all’Efsa i fascicoli relativi a un discreto numero di ogm in attesa di autorizzazione chiedendo di riesaminare i rischi. Questo dopo che proprio la Francia aveva invocato la clausola di salvaguardia e sospeso la coltivazione del mais geneticamente modificato Mon810 della Monsanto, in seguito alle evidenze di rischi ambientali accertate da una ricerca indipendente. All’inizio di giugno, il Consiglio dei ministri Ue per l’ambiente ha approvato la richiesta, presentata sempre dalla Francia, di riesaminare le procedure di omologazione degli organismi geneticamente modificati, tenendo maggiormente in conto l’aspetto dei rischi sull’ecosistema. Alla riunione che si è tenuta a Lussemburgo, la delegazione francese ha presentato alcune proposte per risolvere il blocco creatosi nel processo di approvazione. Proposte accolte anche dalla Commissione che ha fissato un incontro per ottobre o al più tardi a dicembre. In quella occasione i ministri hanno convenuto di organizzare, a luglio, un tavolo di alto livello per discutere il dossier sulle procedure di omologazione proposto da Parigi. Che giocherà in casa.
Left 26/2008

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Il vaccino antiterrorismo

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Febbraio 2008

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Ideale contro pandemie e bioterrorismo. Si può ottenere da cellule vegetali e di insetto. Ma le multinazionali biomediche non vogliono abbandonare le vecchie tecnologie di Federico Tulli

Pochi Paesi al mondo, forse al momento nessuno, sono pronti a gestire un’emergenza sanitaria derivante da un attentato terroristico con agenti biologici su larga scala o da una pandemia. Più delle strutture ospedaliere l’anello debole della risposta, anche nei Paesi sviluppati, è il vaccino da somministrare alle vittime. Vaccino che oltre a essere sicuro deve essere veloce da produrre in grande quantità e a poca spesa. Tutto il contrario di quelli comunemente in commercio i quali, ottenuti da uova di pollo, mammiferi o lievito, si basano su tecnologie vecchie anche di 50 anni, non sono completamente sicuri (specie quelli ottenuti dalle uova), e per grossi quantitativi richiedono tempi lunghi di produzione. Presto però le cose potrebbero cambiare e il rischio di collasso dei sistemi sanitari nazionali di fronte, per esempio, al propagarsi di una pandemia da aviaria o di infezione da antrace, potrebbe essere scongiurato da nuove tipologie di vaccini. Quelli prodotti tramite la modificazione genetica di insetti e piante. È la nuova frontiera della biomedicina mondiale, spiega di Rosella Franconi, biotecnologa vegetale del Centro ricerche Enea della Casaccia. «Sia le piante che gli insetti – precisa – rappresentano le nuove piattaforme tecnologiche di produzione dei vaccini. Messi a confronto con quelli tradizionali ottenuti da cellule di uovo o di mammifero, oppure dal lievito, questi prodotti presentano caratteristiche migliori: sono più sicuri, il rischio di infezione per l’uomo è limitato se non inesistente, e possono essere prodotti in grandi quantità in breve tempo e a bassi costi». Rispetto a quello da piante geneticamente modificate il sistema di produzione del baculovirus è in fase più avanzata. In sistemi derivati da insetti e piante sono state espresse sino a oggi più di 500 proteine diverse. Ma, mentre dalle cellule vegetali è stato prodotto e commercializzato finora solo un vaccino veterinario, ben quattro sono quelli ottenuti dai bachi, mentre sei antidoti per l’uomo sono in fase di sperimentazione avanzata. «I vaccini per l’uomo che si stanno producendo in cellule di insetto – spiega Franconi – sono contro l’influenza, il cancro della prostata, l’Hiv, la malaria, e il papilloma virus». E quello contro l’influenza potrebbe essere il primo prodotto da cellule di baco a essere messo in commercio. Inoltre, osserva la ricercatrice, «questo tipo di tecnica sembra la più indicata per sviluppare un vaccino veloce e più sicuro contro l’influenza aviaria». Un’eventuale epidemia ancora oggi verrebbe affrontata tramite la riproduzione del virus H5N1 nelle uova di pollo. Un metodo a forte rischio allergenico per l’uomo e che non garantisce la completa sicurezza. Inoltre il virus dell’aviaria uccide proprio gli embrioni di pollo. Senza contare la necessità di trovare in poco tempo un numero di uova sufficiente ad affrontare una pandemia. Al contrario, sottolinea la scienziata dell’Enea, la coltura in insetto, ma in questo caso anche quella in pianta, «è un vaccino ricombinante che usa solo la porzione antigenica, e rappresenta sicuramente un grosso vantaggio in termini di tempo di produzione. E probabilmente anche di costi». Soprattutto negli Stati Uniti, e dopo la distruzione delle Twin towers cui si sono susseguiti numerosi allarmi di attacchi terroristici “all’antrace”, alcune company hanno iniziato a lavorare alla produzione dei vaccini di nuova generazione. Mail turn over tecnologico in questo campo non è molto veloce perché le multinazionali farmaceutiche sono sempre restie ad abbandonare prodotti che in linea di massima ancora funzionano. Comunque sia, il governo Usa oltre a stanziare diversi milioni di dollari per fare ricerca e sviluppare i vaccini in pianta, per difendersi dal bioterrorismo ha messo in piedi una task force deputata a creare in poco tempo antidoti sicuri ed efficaci. Un esempio da seguire con attenzione anche al di qua dell’oceano Atlantico. Non tanto per combattere l’aviaria, che comunque appare costantemente sotto controllo, quanto per prevenire l’espandersi di patologie che non tanto raramente balzano agli onori delle cronache. Basta pensare ai recenti casi di meningite che si sono verificati in tutta Italia, ricorda Franconi: «Leggevo sul giornale che molte farmacie avevano una sola dose di vaccino contro il meningococco. In caso di pandemia – conclude la ricercatrice dell’Enea – potremmo permetterci una risposta del genere?»

Left 9/2008

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Il tabacco salvavita

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Dicembre 2007

Con pochi fondi e senza ogm l’Enea a ottenuto un vaccino terapeutico contro il papilloma virus, che rappresenta la seconda causa di morte delle donne. Potrebbe ridare speranza a milioni di persone colpite dalla malattia, specialmente nel Terzo Mondo
di Federico Tulli

Il tabacco può contribuire a salvare la vita di decine di milioni di donne nel mondo colpite dal papilloma virus, il tumore della cervice uterina. Lo ha scoperto un’equipe di ricercatori italiani che, da piante di Nicotiana benthamiana appartenenti alla famiglia del tabacco, ha prodotto a basso costo un vaccino terapeutico in grado di eliminare il virus Hpv 16, il più aggressivo e frequente. La ricerca coinvolge dal 1999 il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del centro ricerche Casaccia dell’Enea, il laboratorio di Virologia dell’Istituto tumori del Regina Elena (Ire) di Roma e il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer institute nel Delaware (Usa). «Ancora oggi il papilloma virus è la seconda causa di morte per cancro delle donne nel mondo, ma otto anni fa, grazie alla collaborazione del Regina Elena, siamo stati tra i primi a pensare alla produzione di “vaccini da pianta” contro questo virus», racconta a left la ricercatrice dell’Enea, Rosella Franconi. «Pensiamo che una volta avviata la fase clinica il vaccino immunoterapico contro il papilloma consentirà di curare le donne già infettate dal virus». Un traguardo che avrebbe notevoli ripercussioni di carattere socio-economico, specie nei Paesi in via di sviluppo. «Poiché l’Hpv riguarda l’80 per cento delle morti di donne in questi Paesi – spiega Franconi – volevamo tentare di produrlo in serra a basso costo. Per questo abbiamo puntato sull’utilizzo delle piante e, dopo alcuni tentativi, scartato quelle geneticamente modificate». Una decisione non di carattere etico, ma pratico, precisa la ricercatrice: «Lavorare su piante transgeniche richiede mesi, a volte anche anni, per arrivare alla linea omozigote che produce il livello di proteina necessaria, per cui è diventato sempre più difficile motivare le richieste di finanziamento. Il nostro sistema di produzione, che si chiama “transiente”, ci permette di ottenere in 15 giorni, e con poca spesa, la proteina richiesta».

Il basso costo, l’elevata efficacia
e la facilità di produzione e di utilizzo non sono gli unici aspetti positivi di questo tipo di ricerca, sottolinea la ricercatrice dell’Enea: «Il sistema transiente è assolutamente sicuro. Il virus X della patata usato per contaminare la pianta, provocare la reazione e ottenere la proteina necessaria alla produzione del vaccino non viene trasmesso attraverso gli insetti da pianta a pianta, come è invece il caso di altri virus dannosi per le piante, e soprattutto non è nocivo per l’uomo». Inoltre l’esperimento avviene in serra, in ambiente chiuso, la pianta non va mai a fiore e viene distrutta subito dopo l’esperimento. Al contrario, la dispersione del polline delle piante geneticamente modificate è un problema reale. «Specie nel caso delle piante utilizzate per la produzione di molecole farmaceutiche coltivate in campo, il rischio di contaminazione con la catena alimentare è alto, e non va sottovalutato», osserva Franconi. I test, fino a oggi effettuati solo sui topi, hanno mostrato un regressione sulla malattia anche nel 100 per cento dei casi, stimolando allo stesso tempo una reazione immunitaria dell’organismo contro le cellule tumorali. I primi risultati della ricerca sono stati pubblicati nel 2001 su Cancer research dall’Enea, insieme all’Istituto superiore di sanità e al Regina Elena. «Siamo stati i primi – ricorda Franconi – a dimostrare che un estratto di pianta somministrato ai topi era in grado di proteggerli dallo sviluppo dei tumori. E quelli che li sviluppavano lo facevano in forma minore. Quindi insieme agli altri due istituti abbiamo fatto un brevetto, che quest’anno è diventato europeo». Di fonte a questi risultati è comunque mancato l’interesse dell’industria farmaceutica italiana ed europea di andare oltre la fase sperimentale del vaccino vegetale. «È il motivo per cui abbiamo trovato la collaborazione del Fraunhofer institute», sottolinea la ricercatrice della Casaccia. Negli Usa, al contrario dell’Europa che oramai finanzia quasi esclusivamente la ricerca su ogm, gli studi su piante “tradizionali” sono più apprezzati. Per questo la ricerca sulla molecola migra Oltreoceano.

I tempi, però, sono molto lunghi:
per la fase clinica bisognerà aspettare anni, forse anche una decina, perché la sperimentazione sugli esseri umani richiede il superamento di altre due fasi. Nella prima andrà verificata la tossicità del farmaco su persone sane, e nella seconda, quella più delicata, il vaccino verrà somministrato a persone malate. Per comprendere quanto sia importante la produzione di un vaccino immunoterapico basti pensare ai limiti del vaccino preventivo. In Italia sarà somministrato per la prima volta da gennaio 2008 a tutte le donne sotto i 12 anni. «È certamente un traguardo notevole, perché eviterà a centinaia di migliaia di donne di contrarre l’infezione – osserva Franconi -, ma questa profilassi non risolve i guai alle ragazzine con più di 12 anni, men che meno alle donne già infettate». Pertanto, se la vaccinazione prenderà piede come sembra – il nostro è l’85 esimo Paese nel mondo che l’adotta – possiamo dire che tra 50 anni l’Hpv almeno nei Paesi sviluppati sarà debellato. Ma nel frattempo cosa succederà alle donne già colpite dal papilloma virus, considerando che solo quelle di età compresa tra i 45 e 55 anni sono dieci su 100 mila? «Nel 95 per cento dei casi il sistema immunitario favorisce la guarigione – conclude la scienziata dell’Enea – mentre per il 5 per cento, che nel mondo significa almeno 20 milioni di donne, senza vaccino terapeutico non c’è via di scampo».

Left 50/2007

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Ogm causa della moria di api? Polemica tra Coldiretti e Cedab

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007

Botta e risposta tra Coldiretti e Cedab, il Centro documentazione agrobiotecnologie, in merito alle cause che sarebbero all’origine della crescente moria di api nel mondo. Questa mattina l’organizzazione agricola aveva puntato il dito, tra l’altro, contro il pericolo rappresentato dell’estensione delle coltivazioni ogm in Italia in seguito ai nove protocolli d’intesa firmati la scorsa settimana dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e Assobiotec, l’Associazione che rappresenta l’industria agrobiotecnologica del nostro paese. Questa la replica del coordinatore del Cedab, Patrick Trancu: “Ogni volta che emergono problemi con il nostro ecosistema, come nel caso della moria di api, gli ogm sono accusati di essere i responsabili. Il prossimo passo sarà di ritenerli responsabili anche dei cambiamenti climatici?”. Secondo i dati forniti da Coldiretti sono decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. Una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra.

Secondo la Coldiretti, “si tratta di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata – ha sostenuto l’organizzazione agricola – di tutti i principi attivi sospetti al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma è anche necessario, aggiungono alla Coldiretti, “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente.

“È l’ennesima manipolazione della realtà che ha come unico dichiarato fine quello di bloccare l’avvio delle sperimentazioni con piante geneticamente modificate in Italia”, aggiunge a sua volta Trancu. Per quanto riguarda le api, gli ogm non si coltivano né nel Montana, né in Svizzera, né nella Pianura Padana, le zone in cui si sono evidenziati negli ultimi 15 anni netti cali nella popolazione di api. “Questo – chiosa il coordinatore del Cedab – sarebbe sufficiente per dimostrare la fragilità della tesi di Coldiretti”. Le informazioni divulgate oggi dall’associazione agricola provengono dall’autorevole sito www.gmo-safety.eu., aggiunge Trancu: “Coldiretti omette tuttavia di riferire che diversi gruppi di lavoro scientifici negli Usa e in Europa hanno studiato anche l’ipotesi secondo la quale l’introduzione di mais Bt geneticamente modificato potrebbe essere responsabile della decimazione delle api. E, dopo un’attenta analisi dell’evidenza scientifica, i ricercatori hanno tuttavia concluso che gli studi attualmente disponibili non contengono prove certe che indichino che le piante Bt possano essere dannose per le api”. Il calo delle popolazioni di api è un fatto molto serio e preoccupante. La decimazione delle popolazioni (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno che viene studiato in tutto il mondo. Le ricerche più attuali – tra le quali anche una dell’Accademia americana delle scienze – e relative allo stato di salute delle api, indicano che sono diversi i fattori oggetto di studio che sembrano concorrere a questo sterminio. “La demagogia nostrana – ha concluso Trancu – non può tuttavia dare alcun contributo a scoprire le cause e ad identificare le migliori soluzioni per far fronte a questa tragica situazione”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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