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Il monopolio non va in fumo

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Febbraio 2008

Diminuiscono le sigarette consumate e crescono le entrate, grazie all’aumento delle accise. Ci guadagna l’erario, ma anche Logista, società privata che gestisce i magazzini di stoccaggio delle bionde. Le liberalizzazioni non sono riuscite a scalfirla
di Federico Tulli

In Italia si fuma di meno, ma la passione degli italiani per le bionde rimane un grande affare per lo Stato. Il 2007, terzo anno dall’entrata in vigore della legge Sirchia (la normativa che ha introdotto il divieto di fumo nei luoghi pubblici e negli uffici), si è chiuso con una debole ma significativa contrazione delle vendite: -1,04 per cento rispetto al 2006. Ma l’erario ha comunque incassato il 3,2 per cento in più dalle accise sul pacchetto.
In pratica lo scorso anno sono state vendute oltre 94 mila tonnellate, circa mille in meno (corrispondenti a 50 milioni di pacchetti) delle 95.829 tonnellate con cui si è chiuso il 2006. Considerata una popolazione che conta quasi 12 milioni di fumatori, in media si tratta di quattro pacchetti da 20 a testa fumati in meno in un anno. Ovvero: in dodici mesi gli italiani hanno rinunciato ad accendere un miliardo di sigarette. Allo stesso tempo il gettito fiscale dei tabacchi lavorati è stato di circa 13 miliardi di euro, 420 milioni in più rispetto al 2006. Se alla contrazione delle vendite hanno contribuito le restrizioni imposte dalla Sirchia alle abitudini dei fumatori, il risultato fiscale è figlio della politica di progressivi e cadenzati aumenti dei prezzi delle sigarette. Dal 2003, anno in cui la legge antifumo è entrata in discussione alla Camera (dibattito durato due anni), il pacchetto da 20 è aumentato mediamente di 1,2 euro. Un rincaro superiore al 40 per cento, che proietta l’Italia nella scia dei Paesi nordici dell’Ue, dove la leva dei prezzi – in assenza di una rigida normativa di tutela della salute dei fumatori – è usata come arma principale per combattere i danni provocati dal fumo. Se al governo, dal punto di vista fiscale, l’annata 2007 è andata più che bene, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il tentativo di riordino del mercato della distribuzione caratterizzato dal monopolio esercitato da Logista.

Non hanno infatti mai visto la luce i “decreti di riordino” previsti dalla Finanziaria 2007, che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato avrebbe dovuto emanare entro il 31 marzo dello scorso anno. Scopo dei decreti era, appunto, rimettere in movimento il meccanismo di liberalizzazione della distribuzione dei lavorati del tabacco, avviato nel 2004 con la privatizzazione dell’intero settore. Uno dei provvedimenti in particolare concedeva l’esercizio dell’attività di depositi fiscali (i magazzini di stoccaggio delle bionde) «anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia». E proprio per questo era considerato la chiave di volta per superare il monopolio privato della gestione dei depositi, attraverso cui viene smistato alle rivendite oltre il 90 per cento dei quasi 95 miliardi di sigarette fumate nel nostro paese. Come è noto Logista – azienda di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo nella distribuzione di sigarette – ha l’esclusiva della distribuzione per tutti i maggiori produttori e al tempo stesso la titolarità della gestione di tutti i depositi italiani ancora attivi (più di 200). Una posizione di privilegio, questa, più volte denunciata da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e Assotabaccai (l’organizzazione del 15 per cento circa delle rivendite italiane), nei cui confronti Logista ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo dettando regole e tariffe senza incontrare alcuna resistenza. Timidi segnali di miglioramento si sono intravisti solo negli ultimi giorni, come spiega il vicepresidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni: «Anche se oramai la distribuzione è completamente nelle mani di Logista, e nonostante abbiano continuato indisturbati nella loro politica di chiusura dei depositi fiscali, attraverso l’entrata a regime del sistema di ordinativi on line e della consegna a domicilio, alcune cose sono migliorate. Significativa in tal senso – prosegue Lasagni – è stata la decisione di Logista di venire incontro alle nostre richieste di abbassare i prezzi della consegna porta a porta. Ora, dunque, anche se ci sono tabaccai che si ritrovano il deposito di rifornimento più vicino a oltre 200 chilometri, non sarà più sconveniente farsi rifornire direttamente dal distributore».

Il risultato raggiunto da Assotabaccai
se da un lato si traduce nella salvaguardia di centinaia di posti di lavoro (non rischiano più infatti di chiudere le tabaccherie nelle zone più periferiche del Paese), dall’altro consolida un sistema di monopolio che, in quattro anni, due governi di segno opposto non sono riusciti a scardinare.

Left 8/2008

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Mani truccate

Pubblicato da Federico Tulli su 28 Settembre 2007

Legali, ma non tutte. Hanno spedito in pensione i videopoker, ma arricchiscono ancora i clan. Sono le NewSlot, controllate con difficoltà dai Monopoli, e al centro di una lite tra procura di Venezia e ministero di Federico Tulli

Che sia lecito o d’azzardo poco cambia, per gli appassionati delle slot machine l’importante è giocare. In Italia sono circa due milioni, e il giro d’affari del settore è impressionante. Nel 2006, a botte da 50 centesimi di euro, il massimo consentito a partita, l’impiegato, l’operaia, il disoccupato o il manager in pausa pranzo, hanno scommesso in maniera legale alle macchinette poco meno di 60 miliardi di euro, e circa il doppio in quelle truccate. Scommettere per loro non è mai l’affare della vita. Difficile, se non impossibile, vincere quando la slot è taroccata, mentre alle vincite lecite è destinato solo il 75 per cento delle giocate. Montepremi che sulla singola macchina si azzera ogni 14 mila partite. Diverso è il discorso nell’ottica dell’erario, primo e diretto interessato che le scommesse avvengano tutte in maniera legale. Le NewSlot, questo il nome delle 208.357 macchine autorizzate dai Monopoli, costituiscono infatti una delle maggiori e sicure voci in entrata per il Tesoro. Nel 2006 tramite il Preu, prelievo erariale unico, il flusso di denaro che dalle tasche dei giocatori si è tramutato in gettito fiscale è stato di 2.072.331.107 euro. Cifra ottenuta applicando l’aliquota del 13,5 per cento al volume delle giocate, al netto delle vincite, che lo scorso anno è stato di 15,5 miliardi di euro. Per il 2007 si prevedono cifre ancora maggiori, anche perché il trend è in decisa crescita. Nel 2004, anno della loro introduzione, il fatturato delle NewSlot è stato di 4,2 miliardi di euro, e di 10,7 miliardi di euro nel 2005. Ma qualcosa ancora non funziona e a distanza di tre anni il gioco d’azzardo costa ancora caro allo Stato. Secondo stime del Gruppo antifrodi telematiche (Gat) della Guardia di finanza, riportate nella relazione della Commissione di indagine governativa presieduta dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, nel 2006 «la raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro» e non a “soli” 15,5 miliardi. Tradotto in evasione fiscale si tratta di oltre tre miliardi di euro mai incassati dal fisco. Di questi tempi non proprio bruscolini. È in corso un’indagine penale per scoprire come mai, nonostante un sofisticato sistema di controllo telematico sulle slot, l’Aams non riesca a intercettare i restanti 28 miliardi, che il Gat ritiene finiti nei forzieri «del clan mafioso Santapaola».

C’è poi la complicata vicenda dei 98 miliardi di euro
che corrispondono alla sanzione contestata a maggio dalla Corte dei conti alle dieci società private concessionarie della Convenzione «di avviamento, attivazione e conduzione della rete per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da intrattenimento». Tutte accusate di non aver rispettato i termini contrattuali di istallazione e messa in rete delle NewSlot negli anni 2004 e 2005. La stessa sanzione è comminata dai magistrati contabili in solido a tre alti dirigenti dell’Aams per avere, «con colpevole inerzia, favorito, consentito e tollerato» gli inadempimenti delle concessionarie «senza adottare alcun atto a tutela delle ragioni patrimoniali dell’erario». Ma, sempre quei 98 miliardi, sotto forma di pagamento delle penali, sono stati richiesti a loro volta dall’Aams alle dieci società. Solo dopo, però, che la Finanza ha verificato «l’inerzia» di cui l’Amministrazione è accusata dalla Corte contabile. Al momento questo contenzioso è in sospeso, perché il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di Atlantis, Cirsa, Gamenet, Codere, Cogetech, G.Matica, Hbg, Lottomatica, Sisal Slot, Snai.

Infine, l’ultimo capitolo. A quanto pare più di 100 mila NewSlot, pur certificate dall’Aams in base alla Finanziaria 2003 e al successivo Dl 269/03, non sono conformi ai parametri dell’articolo 110 comma 6 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Per questo, ad agosto scorso, la procura di Venezia ne ha ordinato il sequestro e relativo distaccamento dalla rete. Tutto ruota intorno all’interpretazione di una norma. Per essere lecite le slot devono mantenere la compresenza di elementi di “abilità”, “intrattenimento” e “aleatorietà” tipica del gioco, e la durata della partita deve essere al massimo di quattro secondi. Un limite temporale che per la magistratura veneta rende i concetti di abilità e intrattenimento poco realistici. Detto in parole povere le NewSlot sono giochi d’azzardo al pari dei videopoker che erano stati mandati in pensione tre anni fa. Ora, poiché le macchine operanti in Italia sono sostanzialmente tutte uguali, ciò significa che anche le altre 100 mila “ancora” legali rischiano il sequestro. La criminalità organizzata già stappa lo champagne. I giocatori no, al massimo una minerale. O forse nemmeno quella. Metti che proprio quei 50 cent… Già perché quelle slot non finiranno mica al macero. Saranno solo scollegate dalla rete di controllo dei Monopoli, in attesa che governo e parlamento risolvano il conflitto interpretativo tra magistratura e ministero dell’Economia.

Left 39/2007

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Fumo sotto controllo

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2007

La distribuzione del tabacco in Italia è nelle mani di una società di servizi. Che non molla la presa. Nonostante i pareri delle Authority europea e italiana
di Federico Tulli

La riorganizzazione del mercato della distribuzione del tabacco è di fronte a un bivio. O fallisce entro i prossimi tre mesi, oppure l’attuale sorta di monopolio privato cederà il passo al processo di liberalizzazione. Che si è inceppato subito dopo la vendita all’asta dell’Ente tabacchi italiano, che nel 2003 ha dato il via alla privatizzazione dell’intero settore, produzione e distribuzione di sigarette. Comunque sia, dalla riapertura dei lavori parlamentari e fino al varo della Finanziaria 2008 ne vedremo delle belle. Il via lo darà il presidente della Commissione finanze del Senato, Giorgio Benvenuto, che ha già annunciato un’interrogazione parlamentare per «approfondire le motivazioni per cui, a distanza di cinque mesi dalla scadenza del termine del primo aprile scorso indicato in Finanziaria, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) non ha ancora emanato i decreti di riordino del mercato della distribuzione». Benvenuto si riferisce a 5 commi (dal numero 94 al 98) inseriti «con il fine di rimettere in movimento il meccanismo di apertura alla concorrenza» della gestione dei depositi fiscali, ovvero gli impianti in cui viene stoccato il 90 per cento dei quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro Paese.

Mentre il vicepresidente della Commissione finanze della Camera, Francesco Tolotti , precisa: «Il comma 97, in particolare, è la chiave di volta per l’avvio del superamento del monopolio privato. Se applicato, concederebbe l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia», la società di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo della distribuzione dei lavorati al tabacco, che ha la gestione dei 250 depositi italiani. «Quel comma», conclude Tolotti, «è stato pensato col fine preciso di permettere a chiunque, privato o azienda, di esercitare l’attività di depositi fiscali in concorrenza a Logista». Il senatore Benvenuto concorda: «Vanno superati i problemi per l’applicazione di questa norma, dovuti alle notevoli pressioni affinché sia cassata o modificata, perché i Monopoli hanno sempre sostenuto che è di difficile attuazione». E chiosa: «Ciò non toglie che sia doverosa una interrogazione al riguardo». A gettare un’ombra sulla natura delle “difficoltà” cui si riferisce il senatore Benvenuto è il fatto che l’incaricato all’emissione del decreto (come stabilito dal comma 97) sia lo stesso direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, che ha seduto nel consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006.

Nell’agenda parlamentare dei nodi da sciogliere per favorire un miglior funzionamento della distribuzione dei tabacchi lavorati – mercato che frutta al Tesoro entrate per oltre 10 miliardi di euro l’anno, e da cui dipendono i 15 miliardi di euro di fatturato alla produzione, oltre agli stipendi di circa 200.000 lavoratori, tra coltivatori, trasportatori e tabaccai – c’è poi la questione relativa alla mancata stipula, da parte di Logista, della cauzione che garantisce il versamento allo Stato dell’accisa applicata alle sigarette. Tema complesso in quanto la cauzione sarebbe necessaria al rilascio dell’autorizzazione da parte dei Monopoli, come sancisce il decreto ministeriale numero 67 del 1999. Che però dice anche che i Monopoli possono esonerare dall’obbligo di cauzione «le ditte private affidabili e di notoria solvibilità». Vale a dire che Logista ha il diritto di non stipulare alcuna polizza, ma solo se prima l’Aams ha emesso un decreto di esonero. Cosa che, secondo quanto appreso da left, non è mai avvenuta. Non a caso sul decreto, e sull’interpretazione che ne hanno dato i Monopoli per autorizzare il gestore della distribuzione, si stanno concentrando le attenzioni dell’Authority europea per la concorrenza, dopo che già nei mesi scorsi quella italiana ha emesso un importante parere, a oggi inascoltato. Entrambe sollecitate dalle denunce di molti imprenditori che da nord a sud si sono visti chiedere la polizza di garanzia dall’Aams per aprire i depositi, e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con l’unica azienda del settore. E l’atteggiamento dell’Amministrazione è doppiamente anomalo, se si pensa che in ogni caso avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione di esentare Logista all’Authority europea, in quanto il beneficio accordato supera i 200.000 euro di valore (il premio annuale della polizza si aggira intorno ai 150 milioni di euro). Richiesta che a Bruxelles non è mai arrivata. Così, oltre alla violazione del decreto del 1999, si configura un aiuto di Stato e relativa procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Come se non bastasse, sulla vicenda della cauzione si è pronunciato anche il Garante della concorrenza, Antonio Catricalà. Che il 28 settembre 2006 ha emesso un inequivocabile parere: «In merito a tale regolamentazione (il decreto, ndr), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione». L’inserimento in Finanziaria 2007 dei famosi 5 commi ha poi testimoniato che Catricalà, almeno sulla carta, non è rimasto inascoltato dalle istituzioni. Fatto sta che, secondo quanto denunciato da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e da Assotabaccai (l’organizzazione sindacale del 15 per cento circa delle rivendite italiane), Logista ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo nei loro confronti dettando regole e tariffe di trasporto molto onerose, senza incontrare alcuna resistenza. Oltre a non aver rinnovato alla scadenza circa la metà dei 520 contratti con i delegati; contratti che erano attivi quando nel 2005 ha acquisito la gestione dei depositi.

«Storture generate da un monopolio privato, reso ancor più solido dal potere contrattuale che deriva dalla distribuzione delle sigarette di due multinazionali del calibro di Philip Morris e British american tabacco», ha commentato Lamberto Lasagni, il vicepresidente di Assotabaccai. A metà luglio scorso, per esempio, i fumatori italiani hanno rischiato di rimanere senza sigarette per colpa di un guasto al sistema elettronico di Logista che organizza lo smistamento degli ordini delle rivendite. Un episodio passato quasi completamente sotto silenzio. Il che la dice lunga sul peso che Logista esercita e sugli interessi che le ruotano intorno. Il blocco del sistema, infatti, non comporta solo un danno d’immagine per la società del gruppo Altadis, ma anche una riduzione del flusso miliardario delle accise verso l’erario. Ebbene, come mai il governo non ha colto l’occasione per rimarcare che, se il blocco dell’attività dell’unico gestore della distribuzione riconosciuto dalla legge mette a rischio vitali flussi di cassa per lo Stato, non si può più rimandare l’emissione del decreto di apertura del mercato ad altri attori? La risposta è presto data. Secondo quanto appreso da left quei regolamenti sono “bloccati” da resistenze interne alla stessa maggioranza. Ci sarebbe addirittura chi punta a sopprimere con la Finanziaria 2008 i “soliti” 5 commi della manovra 2007.

E qui veniamo all’ultimo capitolo della vicenda, che chiama ancor più direttamente in causa i tabaccai. Sembra infatti che se si dovesse rompere “l’unitarietà” (o monopolio che dir si voglia) della distribuzione, «sarebbe a forte rischio l’esclusiva di vendita delle sigarette riconosciuta loro dallo Stato». È quanto denunciato da Giovanni Risso, il presidente della Federazione italiana tabaccai, associazione che rappresenta il restante 85 per cento delle rivendite. Dice Risso, nel corso della sua relazione all’Assemblea nazionale della Fit del 18 giugno scorso: «La Finanziaria 2007 porta con sé qualche strascico attualmente dormiente e potenzialmente pericoloso. Desta in noi vivo e fondato timore quanto previsto dal comma 97, la cui applicazione potrebbe avere un effetto assai negativo sull’attuale assetto distributivo dei tabacchi lavorati in Italia». In pratica, secondo la Fit, l’eventuale emissione dei decreti da parte del direttore generale dell’Aams avrebbe l’effetto opposto rispetto a quanto previsto da chi ha inserito quegli articoli in Finanziaria. Un tesi contestata con forza dall’Agemos, nel corso dell’ultima assemblea nazionale del 28 luglio. Tanto che tra i punti deliberati c’è l’esortazione a fare «una riflessione profonda su tutto il sistema di trasporto garantito, imposto a suo tempo da Fit e Logista e che ha dimostrato nei fatti la sua inadeguatezza». L’accostamento tra la Fit e l’unico attore della distribuzione non dev’essere casuale se si pensa che Giovanni Risso, come riportato dal quotidiano genovese Il Secolo XIX del 30 giugno scorso, siede nel consiglio di amministrazione di Logista con nomina fino a settembre 2009. Insomma, un vero guazzabuglio di interessi. Non resta che aspettare la prossima Finanziaria per scoprire chi resterà con un cerino acceso in mano.

Left 35/2007

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Come aggirare il divieto di vendita di sigarette ai minori, istruzioni per l’uso

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2007

In previsione dell’innalzamento del limite di età in cui sarà vietato fumare (da 16 a 18 anni), come annunciato dal ministro della Salute Livia Turco durante l’ultima giornata mondiale contro il fumo, i produttori di sigarette vogliono piazzare in luoghi pubblici strategici centinaia di distributori automatici. La legge è ancora in embrione ma l’inganno è già stato trovato. Queste macchinette infatti, come dimostrano numerose statistiche, sono proprio il mezzo di rifornimento preferito dei minorenni di qualsiasi parte del globo visto che consente loro di comprare indisturbati quanti più pacchetti desiderano. Dunque l’obiettivo delle multinazionali del tabacco è chiaro: non rimetterci nemmeno un centesimo sfruttando le incongruenze della legislazione antifumo del nostro paese – il divieto assoluto di installazione che vige in molte parti del mondo è notoriamente il metodo più efficace per contrastare il fumo tra i minori – e il gusto per la trasgressione tipico dei giovani. Come sempre in prima linea in queste cose c’è la Philip Morris che, mentre da un lato nel suo sito www. philipmorrisinternational.com scrive : “Non vogliamo che i minori fumino”, dall’altro, tramite la Fil Tabacchi, un’organizzazione fiancheggiatrice, guidata dall’ex parlamentare, nonché ex presidente della commissione Finanze della Camera, Renzo Patria, ha nesso in piedi una gigantesca operazione di lobby coinvolgendo i Monopoli di Stato, le Ferrovie e persino il ministero della Salute. Obiettivo: ottenere le necessarie autorizzazioni dal ministero della Salute e dalle Ferrovie dello Stato per istallare distributori nei pressi dei tabaccai (entro i dieci metri previsti dal regolamento dell’Aams) che hanno rivendite nelle stazioni ferroviarie.

Per comprendere in che modo questa mossa del maggior produttore di sigarette del nostro paese può comportare l’omicidio in culla dell’estensione del divieto di fumare a tutti i minori annunciato dal ministro Turco è sufficiente sciorinare un po’ di dati. Cominciamo col dire che a sostegno dei numeri c’è un provvedimento con cui il 17 dicembre 1998 il ministero della Salute richiamò il ministero delle Finanze e i Monopoli a intervenire consentendo l’eventuale installazione dei distributori automatici esclusivamente all’interno delle rivendite. A quanto pare quel provvedimento finalizzato proprio a impedire l’accesso indisturbato dei minori all’acquisto di tabacco è rimasto lettera morta. Ebbene, secondo un’indagine Doxa commissionata dall’Istituto superiore di sanità, è vero che gli italiani comprano quasi sempre le sigarette dal tabaccaio (85,5 per cento contro il 7,5 per cento che usa i distributori automatici), ma è altrettanto vero che la percentuale di chi non entra nelle rivendite per acquistare tabacco è quasi il doppio (13,7 per cento) nel caso dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Una prassi confermata anche da un recente studio eseguito negli Stati Uniti dall’università del Massachusetts per accertare l’abilità dei giovani (ragazzi tra i 12 ed i 17 anni) a procurarsi tabacco a scapito dei divieti di vendita ai minori. I ricercatori Usa hanno scoperto che ha avuto un buon fine il 34,8 per cento dei tentativi di acquisto dai rivenditori e ai distributori automatici con o senza dispositivi di blocchi di chiusura. Dei tentativi riusciti ben il 75 per cento ha riguardato l’acquisto dalle macchinette automatiche.

A nulla serve inoltre, nel nostro paese, l’obbligo di tenere attivi i distributori automatici di sigarette solo dalle 21 alle 7 del mattino. I tempi in cui da piccoli si andava a letto subito dopo Carosello sono passati da un pezzo, hanno commentato a più riprese le maggiori organizzazioni di tutela dei consumatori. Men che meno si dimostra efficace la circolare emanata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) l’11 gennaio 2007 che “al fine di evitare che il prelievo delle sigarette possa essere effettuato da soggetti minori di sedici anni”, ha posto l’obbligo di istallare “presso le rivendite o nelle immediate adiacenze, nonché presso i pubblici esercizi, esclusivamente distributori automatici dotati di sistema di lettura automatica di documenti contenenti l’indicazione anagrafica degli utenti”. In questo scenario assume particolare significato l’arrivo di oggi a Genova del bus della campagna ‘Noi non dobbiamo fumare’ voluta dal Moige (Movimento italiano genitori) e dalla Fit (Federazione italiana tabaccai) per prevenire “l’accesso al fumo da parte dei minori” sensibilizzando gli adulti, in special modo i tabaccai: “Non solo perché lo dice la legge – sottolinea una nota del Moige – ma anche perché lo dicono il buon senso e numerose ricerche che confermano la maggiore pericolosità del fumo per gli adolescenti”. Come non ricordare però che è stata proprio la Fit a lanciare lo scorso anno l’idea di istallare lettori ottici nei distributori automatici. Già, perché, è quasi superfluo sottolineare quanto sia semplice per qualsiasi ragazzino farsi prestare un documento dall’amico o dal fratello maggiore, magari in cambio di qualche sigaretta. Ancora più preoccupante il fatto che proprio in base a questo quadro lo scorso anno il Moige abbia dato il via alla campagna di prevenzione dell’accesso al fumo in età giovanile insieme alla Fit con il patrocinio dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – l’autorità che recependo il provvedimento del ministero della Salute avrebbe potuto obbligare i tabaccai a piazzare i distributori all’interno delle rivendite, ma non lo ha mai fatto – dell’Istituto italiano di medicina sociale e dell’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani), e con il contributo delle multinaziuonali del tabacco. All’operazione si è unita anche Logista, la società che detiene in pratica il monopolio della distribuzione delle sigarette. A parte Philip Morris, infatti, secondo quanto appreso dal VELINO anche Altadis, la holding di Logista, è impegnata a installare presso le tabaccherie macchinette automatiche caricate per il 75 per cento di Gauloises, il prodotto di punta di quello che è anche il leader europeo della distribuzione.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Sigarette: Philip Morris punta al tesoretto della distribuzione

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Giugno 2007

Quando un ingranaggio funziona male a volte può bastare un granello di polvere per bloccare definitivamente l’intera macchina. Invischiato in un rigido regime di monopolio privato il mercato italiano della distribuzione del tabacco rischia di far naufragare a causa di ‘soli’ 150 milioni il lento processo di liberalizzazione di tutto il sistema che, considerando la produzione di sigarette, raggiunge un giro d’affari di 15 miliardi di euro l’anno. Quei milioni corrispondono all’incirca a quanto risparmiato ogni anno da Logista Italia – l’unica società titolare della gestione di tutti i depositi fiscali da cui vengono smistati alle rivendite i quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese – per essere stata esonerata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) dalla stipula di una cauzione annuale a garanzia del pagamento dell’accisa sulle sigarette che transitano nei suoi depositi. Tale cauzione è prevista dall’articolo 5 del D.m. 67/99 sulla libera concorrenza del mercato nella distribuzione di tabacco lavorato. Essa garantisce allo Stato di ricevere gli oltre dieci miliardi di euro di tasse, che frutta la vendita dei pacchetti di sigarette, incassati dal gestore dei depositi per conto del Tesoro. Lo stesso articolo 5 attribuisce ai “Monopoli la facoltà di esonerare dal predetto obbligo le ditte affidabili e di notoria solvibilità previe visure nel Bollettino dei protesti e acquisizione di idonee referenze bancarie”. Ed è proprio in base a questo comma che Logista ha potuto usufruire del beneficio che, dunque, è a norma di legge. Ciò che ha ridotto al lumicino la possibilità di competere con essa bloccando di fatto la liberalizzazione del settore è che Logista sia l’unica azienda a cui l’Aams ha concesso l’esonero dalla cauzione da quando alla fine del 2004 ha acquisito la titolarità della gestione dei depositi italiani di sigarette. Ci si domanda pertanto quale sia il criterio e il discrimine con cui i Monopoli autorizzano questa esenzione visto che, per esempio, non l’hanno accordata a Philip Morris quando ha fatto richiesta di concessione per la gestione di depositi attraverso cui organizzare in proprio la distribuzione. Una vera stranezza che ha tutto l’aspetto di un precedente creato ad arte.


Se infatti l’Aams non ha ritenuto solvibile e affidabile il secondo produttore al mondo di tabacco e primo in Italia, è facile immaginare quali e quante difficoltà abbiano incontrato in questi anni le piccole o medie aziende che, in linea con le intenzioni del governo di liberalizzare il settore della distribuzione, hanno chiesto il permesso di aprire nuovi siti di smistamento delle sigarette alle tabaccherie. Per avere un’idea più precisa di quanto possa essere stata vincolante quella “facoltà di esonero” basti dire che Logista – oltre a essere titolare di tutti i depositi fiscali italiani – è contraente del 99 per cento dei contratti di distribuzione per le aziende che producono sigarette in Italia. Siamo dunque ben lontani da un mercato allargato e concorrenziale nonostante le intenzioni dello Stato di ammodernare il mercato del tabacco. Come d’altronde confermato anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), che il 28 settembre 2006 – sollecitata da molti imprenditori che da Nord a Sud si sono visti chiedere la cauzione dall’Aams per aprire i depositi e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con Logista – ha emesso un inequivocabile parere (il 33146/06) a firma del presidente Antonio Catricalà: “In merito a tale regolamentazione (l’articolo 5 del D.m. 67/99), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione”. Dunque l’articolo 5 del D.m. 67/99 appare come una sorta di arma usata da un’azienda pubblica per decidere chi deve entrare e chi no nella distribuzione di sigarette in Italia. Arma oltretutto molto potente se si pensa che chi opera la selezione chiedendo o meno la cauzione, e cioè il direttore generale dell’Aams Giorgio Tino, è stato consigliere di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006. Fatto sta che quel parere di Catricalà dopo circa nove mesi è ancora lettera morta. E questo nonostante l’inserimento in Finanziaria del decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97. Norma introdotta a dicembre 2006 dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio e riequilibrare il settore della distribuzione dei tabacchi. Essa infatti concede l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Ebbene, quel decreto doveva essere emanato entro il 31 marzo scorso ma dopo oltre due mesi ancora non se ne vedono le tracce. Perché il limite è “perentorio ma non ordinatorio”, hanno spiegato all’Aams. Sollecitati dal VELINO proprio perché chi deve firmare quel decreto e aggiustare l’ingranaggio, si legge nell’articolo 97, è “il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.

In questa situazione di stand by si è inserita la Philip Morris intenzionata come non mai a ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis – il gruppo franco spagnolo leader europeo della distribuzione di cui Logista fa parte – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.
La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che, come detto, al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una corretta situazione di liberalizzazione dato che tutti produttori di sigarette potrebbero avere una propria rete distributiva. Vale a dire proprio ciò che si può verificare grazie alla conversione in decreto da parte dell’Aams dell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di depositi si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte alle 250 strutture, capaci di contenere e smistare i cento miliardi di sigarette vendute nel nostro paese, che Philip Morris si troverebbe a gestire tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, nel tentativo di riequilibrare il sistema distributivo, finisce con l’affossare l’intera liberalizzazione del mercato del tabacco mettendo in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Philip Morris, come dominare il mercato in barba all’Antitrust

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Maggio 2007

Scacco matto in due mosse. Tante ne mancano a Philip Morris per ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi in Italia, il cui monopolio è attualmente nelle mani di Logista, una società del gruppo franco–spagnolo Altadis leader europeo del settore. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis e Logista – circa il 60 per cento di sigarette distribuite in Italia sono di marca Philip Morris e in Europa la situazione non è dissimile – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.

La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una situazione di completa liberalizzazione. Quanto a questa è solo questione di tempo, quello che occorre al direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato (Aams), Giorgio Tino, per emanare il decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Norma introdotta dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio nel settore della distribuzione dei tabacchi. Essa concede infatti l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Vale a dire che tutti produttori di sigarette potranno avere una propria rete distributiva. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di Dfl si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte ai 250 depositi capaci di distribuire i cento miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese che si troverebbe a gestire Philip Morris tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Dunque tutto ruota intorno all’articolo 97, da mesi al centro anche di frizioni tra il governo e i Monopoli. Va ricordato infatti che Tino – il quale pur essendo il direttore generale dei Monopoli ha fatto parte del Consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006 – avrebbe dovuto emettere il decreto che intacca il potere del monopolista della distribuzione entro il 31 marzo scorso. Cosa che si è guardato dal fare anche perché, come precisato al VELINO dall’Aams, quel limite non è perentorio ma ordinatorio: “Nel senso che nella Finanziaria non c’è alcun divieto di superare i 90 giorni dal primo gennaio 2007 per il varo del regolamento”. L’attesa di Tino ha in un primo momento spiazzato chi nel governo punta sul comma 97 per correggere le storture della privatizzazione del 2003. Difatti le iniziali pressioni sul dg dell’Aams sono state allentate dall’esecutivo per convincere Logista ad accordarsi con Agemos sulla questione dei 120 contratti da tagliare. Pressione che dopo l’improvvisa rottura delle trattative tra i due del 19 aprile scorso è risalita a mille atmosfere. Sembra dunque, come detto, solo questione di giorni l’emanazione del regolamento che sulla carta apre il mercato della distribuzione a chiunque, mentre di fatto lo consegna a un unico soggetto. Che questa volta è Philip Morris, inseritasi nella partita con il ‘colpo-Borghese’. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, partito per riequilibrare il sistema distributivo, finisce col mettere in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite. Scacco matto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabaccai, Risso: perché siamo contro il fumo giovanile

Pubblicato da Federico Tulli su 17 Gennaio 2007

La Fit, Federazione italiana tabaccai, la principale organizzazione del settore con 50 mila iscritti, ha deciso di appoggiare la campagna annunciata dal ministro della Salute Livia Turco per sensibilizzare gli alunni delle delle scuole pubbliche sulle conseguenze dannose del fumo per la salute. Una sorta di suicidio della categoria? No. “L’impegno della Federazione italiana tabaccai a tutelare la salute dei minori impedendo loro l’acquisto di sigarette non deve destare scalpore”, spiega il presidente della Fit Giovanni Risso. “Se è vero, come sembra, che la nicotina è un prodotto nocivo, creare i presupposti perché le sigarette siano vendute solo ai maggiorenni non significa andare contro i nostri interessi”. In effetti l’obiettivo dei tabaccai come quello delle grandi multinazionali del tabacco è di sostenere che il fumo deve essere una libera e responsabile scelta delle persone. I minorenni, proprio in quanto tali, non sono in grado di compiere questa scelta responsabile. Tutti gli altri sì. E’ una strategia di lungo respiro che tende a stabilire una frontiera, quella della libera responsabilità del fumatore, che precluda la strada a quei moralizzatori che vorrebbero proibire completamente il fumo, ciò che sarebbe sì una vera iattura. Ecco perché la Fit e le multinazionali sono così solerti nell’appoggiare le campagne contro il fumo giovanile.

In questa chiave va anche letta la decisione dei tabaccai di chiedere ai Monopoli di Stato l’autorizzazione ad applicare ai distributori automatici degli affiliati il lettore della tessera magnetica che identifica l’età del compratore: “È da considerarsi un contributo della Fit alla lotta in difesa della salute dei minori”, sostiene Risso. “Tutti quanti abbiamo a cuore la salute dei minori ed è giusto che sia così. Come è giusto consentire a chi è maggiorenne e fuma di acquistare un pacchetto quando vuole, anche cioè quando le tabaccherie sono chiuse”. La tessera magnetica personalizzata verrà distribuita da organismi pubblici preposti solo ai fumatori con più di sedici anni. Secondo i propositi della Fit, quindi, rappresenta un mezzo per sopperire all’impossibilità per il tabaccaio di controllare che il pacchetto emesso dai distributori automatici dalle 21 alle 7 e nei giorni festivi sia acquistato da un minore. “Dopo l’entrata in vigore della tessera personalizzata non è pensabile un controllo più efficace”, osserva Risso. “E se dovesse sorgere qualche problema, non sarebbe certo colpa del tabaccaio”. Quale problema? E’ evidente che un minorenne potrebbe usare una tessera non intestata a lui. All’obiezione che forse potrebbe bastare un’intensificazione dei controlli da parte delle forze dell’ordine, Risso però replica: ”Che cosa dovrebbero controllare le forze dell’ordine? Se un minore ha in mano la tessera del padre che colpa ne ha il tabaccaio? Che colpa ne ha la macchina? Semmai la colpa è di chi ha dato la tessera al minore. Quindi, quello che ci vuole è maggiore controllo da parte dei genitori. Facciano anche loro la loro parte. Noi la nostra, acquistando le macchine distributrici che funzionano con tessere personalizzate magnetiche, l’abbiamo fatta”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Scommesse, Monopoli: critiche ingiuste

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Novembre 2006

Sarà resa nota entro novembre la lista degli assegnatari delle 16.300 nuove concessioni per la gestione dei negozi di scommesse sportive e ippiche a partire dal primo luglio 2007. Lo fa sapere l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) ad una settimana dall’apertura delle 206 offerte ricevute dai partecipanti alla gara pubblica indetta dai Monopoli sulla base di quanto previsto dal decreto Bersani-Visco sulle liberalizzazioni. L’obiettivo del governo è quello di gettare le basi per la creazione di un mercato delle scommesse sempre più adeguato alle esigenze dei giocatori attraverso la diversificazione e l’aumento dell’offerta. Di qui la necessità di attivare solide reti di vendita e di gestione mediante l’emanazione di un bando di gara internazionale. Secondo le previsioni questa strategia avrà il duplice effetto di ridurre il gioco clandestino e aumentare le entrate erariali derivanti dalle scommesse, fino a raddoppiarle entro il 2009. Assume quindi enorme importanza il ruolo dei Monopoli nella gestione di questa fase iniziale di cambiamento, come conferma il direttore dei Giochi di Aaams, Antonio Tagliaferri. ”Il compito dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato è di governare il riordino del mercato dei giochi. Dovremo razionalizzare e ottimizzare le risorse a disposizione per favorire la massima competitività tra gli operatori nel rispetto della legislazione vigente”.

Secondo alcuni operatori del settore, però, la liberalizzazione delle scommesse avverrà solo sulla carta perché con la redistribuzione delle licenze scompariranno le piccole ricevitorie periferiche e quindi molti italiani non potranno più giocare se non su internet. Inoltre, la concorrenza tra i grossi bookmaker sarà calmierata dai vincoli imposti dalla legislazione italiana sulla tipologia di giocate che sarà possibile effettuare. Per non dire del peso fiscale che grava sulle vincite, molto più alto rispetto ad altri paesi europei. Il tutto, dicono i critici, si traduce nell’impossibilità di sconfiggere il gioco illegale, specie quello che si svolge on line su siti gestiti all’estero. Ma c’è anche il pericolo che la normativa italiana renda troppo omogenea (per prezzi e per qualità) l’offerta agli scommettitori: non proprio quello che ci si aspetta da un mercato concorrenziale e liberalizzato. Secondo Tagliaferri tanto allarmismo è ingiustificato, prova ne sia la partecipazione al bando degli operatori storici, a fianco di nuovi soggetti anche stranieri: “Tutti sintomi di crescita del settore che nella concorrenza può trovare elementi di positività”.

Per la verità, le settimane precedenti alla gara del 24 ottobre sono state un susseguirsi di polemiche sollevate non solo dai piccoli gestori di scommesse. Alla Snai ad esempio avevano espresso forti dubbi proprio sull’effettiva liberalizzazione del settore. “Le norme – aveva dichiarato il presidente, Maurizio Ughi – non tengono conto del mercato. Come si fa a parlare di liberalizzazione quando il bando pone limitazioni temporali e quindi si lega a una scadenza ben precisa? Perfino la licenza di un bar può passare tranquillamente di padre in figlio o essere ceduta a terzi senza lacci di alcun tipo”. Il grido di allarme di Ughi aveva trovato la sponda anche dell’ad della Sisal, Giorgio Sandi. “La rete che da 60 anni distribuisce i giochi in modo professionale, garantito e sicuro sull’intero territorio nazionale verrà sostituita da una rete solo in parte composta dagli attuali esercizi, che non potrà mai eguagliare quella esistente in termini di conoscenza del mercato e dei gusti della clientela, quindi di efficienza e professionalità. Ci troveremo di fronte dunque a una sostituzione a rischio. Con il paradosso di vedere premiati quegli operatori che fino a ieri hanno preferito sfidare la legge raccogliendo scommesse senza attenersi alla normativa ed alla tassazione del nostro paese”.

Quanto al pericolo che i gestori più piccoli scompaiano per decreto, questo è stato paventato anche dal vice presidente della commissione Finanze della Camera, Francesco Tolotti, che ha presentato un emendamento in finanziaria per chiarire che dopo la gara le nuove licenze andranno ad aggiungersi e non ad integrare quelle esistenti. “Altrimenti – spiega Tolotti – visto che molte delle attuali aziende che hanno contribuito allo sviluppo del settore saranno costrette a chiudere, i 16.300 negozi di scommesse rappresenteranno di fatto non una liberalizzazione del mercato, ma una limitazione della libertà di impresa”. Dal canto loro i Monopoli invitano ad aspettare che il nuovo mercato entri a regime anche perché, come ha sottolineato Tagliaferri, il bando della gara da cui prenderà origine è il risultato di una scelta e di una decisione attenta e ponderata che ha ricevuto l’approvazione del ministero delle Finanze. “Nessun timore quindi – dice il direttore dei Giochi Aams – per gli operatori attuali, per quelli già presenti sul mercato che devono comprendere come il settore dei giochi debba adeguarsi alle nuove richieste, alla domanda del giocatore, anche a costo di ridisegnare la rete di distribuzione senza stravolgerla”. Organizzata con l’obiettivo di liberalizzare, dunque, la gara indetta dall’Aams ha suscitato molte perplessità e polemiche. Clamorosa quella innescata dal sindacato Conari dei ricevitori italiani che in un comunicato accusa i Monopoli di avere ingiustificatamente sottratto al bilancio dello Stato ingenti somme provenienti da introiti fiscali sul lotto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Monopoli di Stato: Giorgio Tino querela “Report”

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2006

Il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), Giorgio Tino, ha dato mandato ai propri avvocati per procedere in sede civile e penale contro Giovanna Boursier per il contenuto “altamente lesivo” dell’inchiesta fatta dalla giornalista per la trasmissione Report su Rai3 domenica 22 ottobre. Lo fa sapere l’Aams. Oggetto del contendere è il servizio durante il quale Tino è stato citato quale esempio di manager pubblico con mandati (“e stipendi”) in più società. Giorgio Tino, infatti, oltre a essere direttore generale dei Monopoli, è dal settembre scorso presente nel consiglio di amministrazione del Centro sperimentale di cinematografia, la scuola nazionale di cinema. Una carica, secondo quanto detto dalla giornalista di Report, che Tino avrebbe ottenuto quale ricompensa per favori fatti a Vittorio Emanuele di Savoia grazie al proprio ruolo nei Monopoli. Ha detto la Boursier: “Dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia viene fuori che i posti in consiglio di amministrazione a volte servono anche ad avere funzionari corrotti. Per ottenere le licenze sul gioco d’azzardo il principe non lesinava soldi ma al direttore dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, oltre alla mazzetta arriva un posto nel consiglio della scuola di cinema. Concessi i nulla osta Giorgio Tino chiama il portavoce di Alleanza nazionale Francesco Proietti Cosimi che gestiva gli affari di Vittorio Emanuele”.

La tesi di Report si basa sulle motivazioni dell’iscrizione nel registro degli indagati del direttore dei Monopoli nell’ambito dell’inchiesta che portò nel giugno scorso all’arresto del principe di Savoia. Tra gli elementi che spinsero il sostituto procuratore del Tribunale di Potenza, Henry John Woodcock, a inserire il Dg dell’Aams nell’inchiesta c’è anche la telefonata con Proietti Cosimi la cui trascrizione è stata mandata in onda durante la trasmissione oggetto di querela. Dice Giorgio Tino rivolgendosi al portavoce di An: “Sicuro? Emh…io sono stato segnalato no? Da Siniscalco, non è una questione economica, perché non c’è quasi una lira, ma è una questione solo di…interesse professionale, diciamo così no? E sono segnalato per un consiglio dell’amministrazione per la fondazione lì, di…Cinecittà, Istituto Luce, non mi ricordo, una cosa del genere no? Non lo so, vedo che c’è qualche ritardo, ho cercato di informarmi e parrebbe che…”. Risponde Proietti Cosimi: “No domani quando ritorno mi informo subito. Come no, ci mancherebbe!”. Secondo i suoi difensori, il pubblico ministero romano Giancarlo Amato – che ha preso in carico l’inchiesta contro Tino, cominciata a Potenza – sarebbe in procinto di chiedere l’archiviazione.

La vicenda era cominciata il 17 giugno scorso quando il procuratore Woodcock iscrisse Tino nel registro degli indagati insieme ad alcuni sottufficiali dell’Arma dei carabinieri sospettati di aver fornito informazioni riservate e ad alcuni faccendieri in odore di mafia come Rocco Migliardi, socio del principe di Savoia. Vittorio Emanuele a sua volta era stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e di sfruttamento della prostituzione. Secondo Woodcock, il ruolo di Giorgio Tino nell’organizzazione, svolto in collaborazione con la dirigente dell’ufficio apparecchi di intrattenimento degli stessi Monopoli, Anna Maria Barbarito, era quello di agevolare la concessione di nulla osta a una società di noleggio di videogiochi gestita da Migliardi. In cambio della concessione Tino, nominato dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2002 e di recente confermato dal governo Prodi, avrebbe ricevuto la nomina nel Consiglio di amministrazione della Scuola nazionale del cinema e la promessa della conferma sulla poltrona di direttore generale dei Monopoli.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Scommesse: prosegue l’iter della procedura d’infrazione

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Ottobre 2006

E’ in corso di istruzione a Bruxelles il procedimento aperto in seguito alla procedura di infrazione notificata all’Italia per le norme restrittive sul mercato delle scommesse on line. Il giro di vite del governo italiano risale allo scorso anno quando la legge finanziaria vietò agli operatori stranieri di raccogliere attraverso internet puntate in Italia. Si prevede che questa mossa, costringendo di fatto i giocatori italiani a scommettere sui siti nazionali, farà incassare all’erario 255 milioni di euro nel 2006 e almeno 400 milioni nel 2007. L’incremento del prossimo anno sarà il risultato anche della liberalizzazione del settore delle scommesse, uno dei cavalli di battaglia del decreto Bersani-Visco.

Proprio domani scade il termine di presentazione delle domande per partecipare alla gara pubblica attraverso la quale l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) appalterà 16700 nuove concessioni per l’apertura di nuovi punti in cui sarà possibile scommettere. In gioco sono i 35 miliardi di euro, l’equivalente di una pesante manovra finanziaria, che saranno spesi nel 2007 dai 30 milioni di italiani contagiati dal gusto del gioco. A tanto infatti ammonteranno le puntate su cavalli e partite di calcio previste dagli esperti. Almeno quattro di questi miliardi confluiranno nelle casse dei Monopoli attraverso i “giochi di abilità a distanza”, vale a dire le scommesse on line, fino al febbraio scorso raccolte da operatori stranieri e per questo considerate illegali in Italia. Ora invece, dichiarano all’Aams, “le scommesse gestite in Italia da operatori esteri entreranno a far parte del ventaglio di possibilità per i patiti del gioco purché i gestori rispettino i parametri legislativi indicati nel bando di gara pubblica in scadenza domani”. Purchè quindi sia garantita allo Stato la riscossione delle imposte sulle vincite pagate ai giocatori italiani dagli operatori esteri. L’apertura agli stranieri viene considerata dagli operatori del settore l’unico asso nella manica a disposizione del governo italiano per evitare che il procedimento d’infrazione della Commissione si trasformi in un deferimento alla Corte di giustizia. Tutto si deciderà intorno alla corretta interpretazione degli articoli 43 e 49 del trattato CE sulla libertà di stabilimento e di prestazione di servizi. Questi articoli sarebbero stati violati dall’Aams nel momento in cui ha oscurato, a partire da febbraio 2006, circa 600 siti di scommesse gestiti da operatori con sede all’estero, pur se operanti nel pieno rispetto delle leggi del loro paese di appartenenza. La tesi della Commissione, cui hanno fatto appello praticamente tutti i maggiori bookmakers mondiali, è che un paese membro dell’Unione può vietare la raccolta di scommesse da parte di operatori di un partner europeo solo se il provvedimento è orientato a limitare il gioco d’azzardo. Non è invece ammissibile qualora il paese in questione incoraggi lotterie e concorsi a pronostico come fa l’Italia. Non a caso nella lettera inviata al governo di Roma vengono chieste delucidazioni sulla “sproporzione di queste misure rispetto all’espansione del mercato delle scommesse sportive che appare riservato agli operatori nazionali”. La tesi dei Monopoli, invece, è che per operare nel nostro paese occorra pagare le tasse al fisco italiano, come previsto dalla legislazione nazionale, cosa che non avviene se il giocatore riscuote le vincite all’estero.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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