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Il monopolio non va in fumo

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Febbraio 2008

Diminuiscono le sigarette consumate e crescono le entrate, grazie all’aumento delle accise. Ci guadagna l’erario, ma anche Logista, società privata che gestisce i magazzini di stoccaggio delle bionde. Le liberalizzazioni non sono riuscite a scalfirla
di Federico Tulli

In Italia si fuma di meno, ma la passione degli italiani per le bionde rimane un grande affare per lo Stato. Il 2007, terzo anno dall’entrata in vigore della legge Sirchia (la normativa che ha introdotto il divieto di fumo nei luoghi pubblici e negli uffici), si è chiuso con una debole ma significativa contrazione delle vendite: -1,04 per cento rispetto al 2006. Ma l’erario ha comunque incassato il 3,2 per cento in più dalle accise sul pacchetto.
In pratica lo scorso anno sono state vendute oltre 94 mila tonnellate, circa mille in meno (corrispondenti a 50 milioni di pacchetti) delle 95.829 tonnellate con cui si è chiuso il 2006. Considerata una popolazione che conta quasi 12 milioni di fumatori, in media si tratta di quattro pacchetti da 20 a testa fumati in meno in un anno. Ovvero: in dodici mesi gli italiani hanno rinunciato ad accendere un miliardo di sigarette. Allo stesso tempo il gettito fiscale dei tabacchi lavorati è stato di circa 13 miliardi di euro, 420 milioni in più rispetto al 2006. Se alla contrazione delle vendite hanno contribuito le restrizioni imposte dalla Sirchia alle abitudini dei fumatori, il risultato fiscale è figlio della politica di progressivi e cadenzati aumenti dei prezzi delle sigarette. Dal 2003, anno in cui la legge antifumo è entrata in discussione alla Camera (dibattito durato due anni), il pacchetto da 20 è aumentato mediamente di 1,2 euro. Un rincaro superiore al 40 per cento, che proietta l’Italia nella scia dei Paesi nordici dell’Ue, dove la leva dei prezzi – in assenza di una rigida normativa di tutela della salute dei fumatori – è usata come arma principale per combattere i danni provocati dal fumo. Se al governo, dal punto di vista fiscale, l’annata 2007 è andata più che bene, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il tentativo di riordino del mercato della distribuzione caratterizzato dal monopolio esercitato da Logista.

Non hanno infatti mai visto la luce i “decreti di riordino” previsti dalla Finanziaria 2007, che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato avrebbe dovuto emanare entro il 31 marzo dello scorso anno. Scopo dei decreti era, appunto, rimettere in movimento il meccanismo di liberalizzazione della distribuzione dei lavorati del tabacco, avviato nel 2004 con la privatizzazione dell’intero settore. Uno dei provvedimenti in particolare concedeva l’esercizio dell’attività di depositi fiscali (i magazzini di stoccaggio delle bionde) «anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia». E proprio per questo era considerato la chiave di volta per superare il monopolio privato della gestione dei depositi, attraverso cui viene smistato alle rivendite oltre il 90 per cento dei quasi 95 miliardi di sigarette fumate nel nostro paese. Come è noto Logista – azienda di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo nella distribuzione di sigarette – ha l’esclusiva della distribuzione per tutti i maggiori produttori e al tempo stesso la titolarità della gestione di tutti i depositi italiani ancora attivi (più di 200). Una posizione di privilegio, questa, più volte denunciata da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e Assotabaccai (l’organizzazione del 15 per cento circa delle rivendite italiane), nei cui confronti Logista ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo dettando regole e tariffe senza incontrare alcuna resistenza. Timidi segnali di miglioramento si sono intravisti solo negli ultimi giorni, come spiega il vicepresidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni: «Anche se oramai la distribuzione è completamente nelle mani di Logista, e nonostante abbiano continuato indisturbati nella loro politica di chiusura dei depositi fiscali, attraverso l’entrata a regime del sistema di ordinativi on line e della consegna a domicilio, alcune cose sono migliorate. Significativa in tal senso – prosegue Lasagni – è stata la decisione di Logista di venire incontro alle nostre richieste di abbassare i prezzi della consegna porta a porta. Ora, dunque, anche se ci sono tabaccai che si ritrovano il deposito di rifornimento più vicino a oltre 200 chilometri, non sarà più sconveniente farsi rifornire direttamente dal distributore».

Il risultato raggiunto da Assotabaccai
se da un lato si traduce nella salvaguardia di centinaia di posti di lavoro (non rischiano più infatti di chiudere le tabaccherie nelle zone più periferiche del Paese), dall’altro consolida un sistema di monopolio che, in quattro anni, due governi di segno opposto non sono riusciti a scardinare.

Left 8/2008

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Come aggirare il divieto di vendita di sigarette ai minori, istruzioni per l’uso

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2007

In previsione dell’innalzamento del limite di età in cui sarà vietato fumare (da 16 a 18 anni), come annunciato dal ministro della Salute Livia Turco durante l’ultima giornata mondiale contro il fumo, i produttori di sigarette vogliono piazzare in luoghi pubblici strategici centinaia di distributori automatici. La legge è ancora in embrione ma l’inganno è già stato trovato. Queste macchinette infatti, come dimostrano numerose statistiche, sono proprio il mezzo di rifornimento preferito dei minorenni di qualsiasi parte del globo visto che consente loro di comprare indisturbati quanti più pacchetti desiderano. Dunque l’obiettivo delle multinazionali del tabacco è chiaro: non rimetterci nemmeno un centesimo sfruttando le incongruenze della legislazione antifumo del nostro paese – il divieto assoluto di installazione che vige in molte parti del mondo è notoriamente il metodo più efficace per contrastare il fumo tra i minori – e il gusto per la trasgressione tipico dei giovani. Come sempre in prima linea in queste cose c’è la Philip Morris che, mentre da un lato nel suo sito www. philipmorrisinternational.com scrive : “Non vogliamo che i minori fumino”, dall’altro, tramite la Fil Tabacchi, un’organizzazione fiancheggiatrice, guidata dall’ex parlamentare, nonché ex presidente della commissione Finanze della Camera, Renzo Patria, ha nesso in piedi una gigantesca operazione di lobby coinvolgendo i Monopoli di Stato, le Ferrovie e persino il ministero della Salute. Obiettivo: ottenere le necessarie autorizzazioni dal ministero della Salute e dalle Ferrovie dello Stato per istallare distributori nei pressi dei tabaccai (entro i dieci metri previsti dal regolamento dell’Aams) che hanno rivendite nelle stazioni ferroviarie.

Per comprendere in che modo questa mossa del maggior produttore di sigarette del nostro paese può comportare l’omicidio in culla dell’estensione del divieto di fumare a tutti i minori annunciato dal ministro Turco è sufficiente sciorinare un po’ di dati. Cominciamo col dire che a sostegno dei numeri c’è un provvedimento con cui il 17 dicembre 1998 il ministero della Salute richiamò il ministero delle Finanze e i Monopoli a intervenire consentendo l’eventuale installazione dei distributori automatici esclusivamente all’interno delle rivendite. A quanto pare quel provvedimento finalizzato proprio a impedire l’accesso indisturbato dei minori all’acquisto di tabacco è rimasto lettera morta. Ebbene, secondo un’indagine Doxa commissionata dall’Istituto superiore di sanità, è vero che gli italiani comprano quasi sempre le sigarette dal tabaccaio (85,5 per cento contro il 7,5 per cento che usa i distributori automatici), ma è altrettanto vero che la percentuale di chi non entra nelle rivendite per acquistare tabacco è quasi il doppio (13,7 per cento) nel caso dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Una prassi confermata anche da un recente studio eseguito negli Stati Uniti dall’università del Massachusetts per accertare l’abilità dei giovani (ragazzi tra i 12 ed i 17 anni) a procurarsi tabacco a scapito dei divieti di vendita ai minori. I ricercatori Usa hanno scoperto che ha avuto un buon fine il 34,8 per cento dei tentativi di acquisto dai rivenditori e ai distributori automatici con o senza dispositivi di blocchi di chiusura. Dei tentativi riusciti ben il 75 per cento ha riguardato l’acquisto dalle macchinette automatiche.

A nulla serve inoltre, nel nostro paese, l’obbligo di tenere attivi i distributori automatici di sigarette solo dalle 21 alle 7 del mattino. I tempi in cui da piccoli si andava a letto subito dopo Carosello sono passati da un pezzo, hanno commentato a più riprese le maggiori organizzazioni di tutela dei consumatori. Men che meno si dimostra efficace la circolare emanata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) l’11 gennaio 2007 che “al fine di evitare che il prelievo delle sigarette possa essere effettuato da soggetti minori di sedici anni”, ha posto l’obbligo di istallare “presso le rivendite o nelle immediate adiacenze, nonché presso i pubblici esercizi, esclusivamente distributori automatici dotati di sistema di lettura automatica di documenti contenenti l’indicazione anagrafica degli utenti”. In questo scenario assume particolare significato l’arrivo di oggi a Genova del bus della campagna ‘Noi non dobbiamo fumare’ voluta dal Moige (Movimento italiano genitori) e dalla Fit (Federazione italiana tabaccai) per prevenire “l’accesso al fumo da parte dei minori” sensibilizzando gli adulti, in special modo i tabaccai: “Non solo perché lo dice la legge – sottolinea una nota del Moige – ma anche perché lo dicono il buon senso e numerose ricerche che confermano la maggiore pericolosità del fumo per gli adolescenti”. Come non ricordare però che è stata proprio la Fit a lanciare lo scorso anno l’idea di istallare lettori ottici nei distributori automatici. Già, perché, è quasi superfluo sottolineare quanto sia semplice per qualsiasi ragazzino farsi prestare un documento dall’amico o dal fratello maggiore, magari in cambio di qualche sigaretta. Ancora più preoccupante il fatto che proprio in base a questo quadro lo scorso anno il Moige abbia dato il via alla campagna di prevenzione dell’accesso al fumo in età giovanile insieme alla Fit con il patrocinio dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – l’autorità che recependo il provvedimento del ministero della Salute avrebbe potuto obbligare i tabaccai a piazzare i distributori all’interno delle rivendite, ma non lo ha mai fatto – dell’Istituto italiano di medicina sociale e dell’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani), e con il contributo delle multinaziuonali del tabacco. All’operazione si è unita anche Logista, la società che detiene in pratica il monopolio della distribuzione delle sigarette. A parte Philip Morris, infatti, secondo quanto appreso dal VELINO anche Altadis, la holding di Logista, è impegnata a installare presso le tabaccherie macchinette automatiche caricate per il 75 per cento di Gauloises, il prodotto di punta di quello che è anche il leader europeo della distribuzione.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabaccai, Risso: perché siamo contro il fumo giovanile

Pubblicato da Federico Tulli su 17 Gennaio 2007

La Fit, Federazione italiana tabaccai, la principale organizzazione del settore con 50 mila iscritti, ha deciso di appoggiare la campagna annunciata dal ministro della Salute Livia Turco per sensibilizzare gli alunni delle delle scuole pubbliche sulle conseguenze dannose del fumo per la salute. Una sorta di suicidio della categoria? No. “L’impegno della Federazione italiana tabaccai a tutelare la salute dei minori impedendo loro l’acquisto di sigarette non deve destare scalpore”, spiega il presidente della Fit Giovanni Risso. “Se è vero, come sembra, che la nicotina è un prodotto nocivo, creare i presupposti perché le sigarette siano vendute solo ai maggiorenni non significa andare contro i nostri interessi”. In effetti l’obiettivo dei tabaccai come quello delle grandi multinazionali del tabacco è di sostenere che il fumo deve essere una libera e responsabile scelta delle persone. I minorenni, proprio in quanto tali, non sono in grado di compiere questa scelta responsabile. Tutti gli altri sì. E’ una strategia di lungo respiro che tende a stabilire una frontiera, quella della libera responsabilità del fumatore, che precluda la strada a quei moralizzatori che vorrebbero proibire completamente il fumo, ciò che sarebbe sì una vera iattura. Ecco perché la Fit e le multinazionali sono così solerti nell’appoggiare le campagne contro il fumo giovanile.

In questa chiave va anche letta la decisione dei tabaccai di chiedere ai Monopoli di Stato l’autorizzazione ad applicare ai distributori automatici degli affiliati il lettore della tessera magnetica che identifica l’età del compratore: “È da considerarsi un contributo della Fit alla lotta in difesa della salute dei minori”, sostiene Risso. “Tutti quanti abbiamo a cuore la salute dei minori ed è giusto che sia così. Come è giusto consentire a chi è maggiorenne e fuma di acquistare un pacchetto quando vuole, anche cioè quando le tabaccherie sono chiuse”. La tessera magnetica personalizzata verrà distribuita da organismi pubblici preposti solo ai fumatori con più di sedici anni. Secondo i propositi della Fit, quindi, rappresenta un mezzo per sopperire all’impossibilità per il tabaccaio di controllare che il pacchetto emesso dai distributori automatici dalle 21 alle 7 e nei giorni festivi sia acquistato da un minore. “Dopo l’entrata in vigore della tessera personalizzata non è pensabile un controllo più efficace”, osserva Risso. “E se dovesse sorgere qualche problema, non sarebbe certo colpa del tabaccaio”. Quale problema? E’ evidente che un minorenne potrebbe usare una tessera non intestata a lui. All’obiezione che forse potrebbe bastare un’intensificazione dei controlli da parte delle forze dell’ordine, Risso però replica: ”Che cosa dovrebbero controllare le forze dell’ordine? Se un minore ha in mano la tessera del padre che colpa ne ha il tabaccaio? Che colpa ne ha la macchina? Semmai la colpa è di chi ha dato la tessera al minore. Quindi, quello che ci vuole è maggiore controllo da parte dei genitori. Facciano anche loro la loro parte. Noi la nostra, acquistando le macchine distributrici che funzionano con tessere personalizzate magnetiche, l’abbiamo fatta”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Salute: Parte la campagna europea contro il tabacco

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Gennaio 2007

I costi sanitari in Europa legati al tabagismo superano ormai i cento miliardi di euro l’anno e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il consumo di tabacco rimane la principale causa evitabile di cancro: “Sarebbe sufficiente modificare le proprie abitudini di vita”. Un suggerimento condiviso in pieno dal commissario europeo per la Salute, Markos Kyprianou, il quale oggi ha inaugurato l’edizione 2007 della campagna “Per una vita senza tabacco” che coinvolge i 27 stati membri dell’Unione. L’attenzione dell’iniziativa si concentra soprattutto sugli effetti del fumo passivo che, si stima, causa la morte di quasi 20 mila persone, ogni anno in Europa. Un problema di primaria importanza che l’Italia, primo tra i paesi fondatori dell’Unione, ha affrontato tramite il decreto antifumo nei luoghi pubblici del presidente della Repubblica del 23 dicembre 2003, più noto come “legge Sirchia”. “Il nesso di questa iniziativa con la nostra legge e con la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco ratificata dalla maggior parte degli stati membri Ue è evidente – spiega al VELINO l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia -. Si potrebbe dire che il progetto di Kyprianou affonda le sue radici nella Conferenza informale dei ministri della Salute del 2003, organizzata in occasione del semestre italiano di presidenza europea, quando l’avviamento dell’iter della legge antifumo stava provocando non pochi mal di pancia alle nostrane lobby del tabacco”.

Il commissario Ue ha tagliato il nastro della campagna che si pone “l’obiettivo di motivare i cittadini europei ad adottare stili di vita più salutari per raggiungere sostanziali benefici per la salute ed evitare, oltre ai costi economici, molte sofferenze correlate a malattie che si possono prevenire”. Non aspettiamoci però risultati immediati. Come sottolineato da Sirchia, sono ancora considerevoli i contrasti da superare per diffondere a livello europeo una efficace cultura di prevenzione in materia di tabacco. “La Germania, per esempio, in un primo tempo si era opposta in maniera drastica alla convezione Oms, al punto di non firmarla nemmeno, per via dei notevoli interessi economici comuni di produttori di tabacco, pubblicità e giornali”. Di recente la fiera resistenza del governo tedesco a sottoscrivere gli accordi e dare la priorità alla salute dei cittadini piuttosto che ai fatturati delle multinazionali si è affievolita. Anche a causa del deferimento presso la Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver adeguato la propria normativa alla direttiva comunitaria 2003/33/Ce contro la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. Non a caso, dunque, nel novembre scorso si è avviato un dibattito politico trasversale per trovare il modo di rientrare nei parametri comunitari, ma la proposta di legge sul fumo presentata a inizio dicembre a Berlino è durata poco più di 48 ore, cancellata dalle critiche mosse dai giuristi che la considerano non compatibile con la costituzione tedesca. A oggi quindi i cittadini dei Laender, fumatori e non, si trovano nella stessa situazione di britannici e greci, cioè senza alcuna legge di tutela dai danni da fumo, pur avendo dimostrato leggeri segnali di apertura al cambiamento.

“Anche Francia e Spagna incontano al momento serie difficoltà a varare una legge sul modello di quella italiana – sottolinea l’ex ministro della Salute -. Alcuni mesi fa sembrava che in questi due paesi si fosse aperta una strada più sensibile alle necessità dei non fumatori, ma da qualche tempo non se ne sa più nulla. Ben venga allora la piattaforma europea della lotta al fumo proposta da Kyprianou, perché a questo punto può servire a trascinare anche i tiepidi”. Un discorso a parte va fatto per i neo entrati nell’Unione, Romania e Ungheria, ma anche per la gran parte dei paesi est europei. “Non ci si può certo attendere una rivoluzione in tempi brevi – osserva Sirchia – l’iniziativa è sì rivolta all’Europa dei 27, ma va considerato che, specie nei paesi dell’est, non sono mai nemmeno state accennate battaglie in favore della prevenzione. La stessa impostazione del servizio sanitario riguardo la cura delle malattie connesse al fumo è sempre stata limitata allo stretto indispensabile, quindi la nuova frontiera della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che esige attenzione, cultura e soldi, lì è molto acerba. Ma la campagna di Kyprianou – conclude l’ex ministro della Salute – serve proprio a questo, ad avviare tutti i 27 sulla stessa strada, quella che va in direzione opposta degli interessi economici di chi non si perita di pubblicizzare strumenti di morte”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Francia, la Sirchia fa scuola, fumo vietato nei luoghi pubblici

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2006

Fumare uccide, ma frequentare luoghi pubblici anche. Ne sono convinti in Francia dove un’apposita commissione ha presentato oggi all’Assemblea nazionale (il Parlamento francese) il rapporto sulla fattibilità di un decreto legislativo sulla falsa riga della nostra legge Sirchia contro i danni per la salute causati dal fumo passivo. Secondo Directsoir, il documento della commissione non contiene sorprese e aprirà la strada al dibattito parlamentare che entro un paio di settimane deciderà i termini della normativa antifumo d’oltralpe. Così, grazie anche all’aperto sostegno del ministro della Salute, Xavier Bertrand, la Francia, dopo Italia, Spagna e Lussemburgo, si adeguerà alle linee guida della Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco, la Framework Convention on Tobacco Control, entrata in vigore nel febbraio del 2005 e sottoscritta da 168 Paesi. Non va peraltro sottovalutato il decisivo sostegno dato all’iter transalpino dall’esperienza italiana, come ha raccontato al VELINO l’ex ministro della Salute e padre dell’omonima legge antifumo Gerolamo Sirchia. Nel luglio scorso, aveva rivelato Sirchia, “ho incontrato il presidente dell’Assemblea nazionale francese, M. Jean-Louis Debré. È venuto in Italia con una delegazione per studiare la nostra legge in vista del loro dibattito parlamentare sulla tutela dei fumatori passivi. Mi chiedevano anzitutto come fosse possibile che gli italiani la rispettassero e, secondo, quale fosse il modo per farla rispettare. Gli ho risposto che il segreto è tutto nella consapevolezza di aver pensato una buona legge. Infatti, da parte nostra, al momento della stesura non ci fu alcun timore di un insuccesso. Confidavamo sulla capacità di comprensione degli italiani riguardo all’importanza di un passo del genere dal punto di vista sanitario”.

Il varo di una legge antifumo in Francia costituisce una grande vittoria dell’Union pour un mouvement populaire (Ump) il partito di cui è presidente Nicholas Sarkozy, attuale ministro dell’Interno e candidato alle prossime presidenziali dato per vincente dagli ultimi sondaggi di Le Monde. Un successo per Sarkozy frutto di una rischiosa scommessa vista la posta politica in palio e le enormi pressioni delle lobby del tabacco che anche in Francia, così come fu per l’Italia, non hanno mancato di far pesare il loro potere non solo economico. Ma i grossi produttori mondiali di bionde hanno trovato in Yves Bur, vicepresidente Ump all’Assemblea nazionale, un ostacolo insormontabile. È stato lui infatti la punta di diamante della lotta per il divieto di fumare nei luoghi pubblici iniziata nel novembre 2005 quando ha presentato il primo progetto di legge. Ora dopo nemmeno dodici mesi, (Sirchia riuscì solo dopo due anni a superare gli ostacoli che ne impedivano la discussione in Parlamento), quel progetto ha buone possibilità di divenire la traccia di un decreto che il ministro Bertrand ha intenzione di emettere con applicazione dal primo gennaio 2007.

I fumatori francesi, dunque, dall’inizio dell’anno prossimo dovranno modificare radicalmente le proprie abitudini al pari di quelli italiani oramai costretti ad aspirare tabacco e nicotina fuori dei luoghi di lavoro, ristoranti e discoteche? Non proprio. Alcuni settori sensibili beneficeranno di “adattamenti progressivi” ha precisato Xavier Bertrand. I caffè e i tabaccai, le discoteche o i ristoranti potranno essere temporaneamente esonerati. Sfuggiranno dunque ad una delle ultime grandi opere del mandato del presidente uscente, Jacques Chirac, che in questo caso ha trovato un prezioso alleato nella ricerca scientifica. L’opinione pubblica francese è rimasta infatti molto impressionata dai risultati di uno studio coordinato dal Centro internazionale di ricerca sul tumori e dal Roswell Park Cancer Institute pubblicato il 27 settembre scorso. Il rapporto ha classificato la Francia al sest’ultimo posto tra i paesi con la qualità dell’aria dei suoi luoghi pubblici visto che nel 42 per cento di essi è considerata “pericolosa”. È stato inoltre rivelato che la qualità dell’aria è malsana anche nelle stazioni dove il divieto esistente viene sovente ignorato. Questo lascia pensare che sarà solo questione di tempo e anche in Francia cadranno gli ultimi baluardi dei patiti del fumo a tutti i costi in nome del diritto dei non fumatori a non respirare nessuna delle quattro mila particelle cancerogene sprigionate dal tabacco che brucia.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, FIT: “Non decidiamo noi il prezzo delle sigarette”

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Settembre 2006

In relazione alla recenti dichiarazioni rilasciate al VELINO dal vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, in merito alla pubblicità ed ai prezzi del tabacco, il presidente della Federazione Italiana Tabaccai, Giovanni Risso, replica: “È fondamentale chiarire che i prezzi dei pacchetti di sigarette sono determinati, secondo quanto dettato dalle disposizioni di legge in materia, con decreto del Direttore Generale dell’AAMS su richiesta dei vari produttori e sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Inoltre il prezzo minimo di vendita, che è rapportato al costo per il pubblico della sigaretta più venduta, è stato pensato dal legislatore per una precisa ragione di tutela della salute pubblica, in quanto considerato dissuasivo dall’acquisto dei tabacchi, soprattutto nei confronti dei più giovani. Pertanto, come è facile evincere, la FIT non ha alcuna voce in capitolo per determinare tale prezzo e nulla fa in tal senso. È anzi riscontrabile che la nostra associazione nulla ha a che vedere con ingerenze in poteri che non le competono, visto che ormai da anni è impegnata a contrastare i ripetuti incrementi di prezzo delle sigarette attraverso iniziative che rientrano rigorosamente nell’alveo della sua attività istituzionale di tutela della categoria che rappresenta. Ciò in virtù del fatto che è provato, da quanto già successo in Francia e in Gran Bretagna, che l’aumento del costo delle sigarette determini una diminuzione delle vendite solamente attraverso i canali autorizzati, facendo di contro esplodere il mercato illegale del contrabbando”. Riguardo a ciò, prosegue il presidente Risso, “coincidenza vuole che anche in Italia la recente recrudescenza del fenomeno del contrabbando si sia manifestata nel momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo, con la conseguenza della diminuzione delle entrate dal canale di vendita legale, attraverso il quale, non va dimenticato, confluiscono nelle casse dello Stato circa i tre quarti del prezzo di un pacchetto di sigarette. Inoltre, cosa assai grave, dai canali illegali vengono acquistate sigarette prodotte senza alcun minimo rispetto delle norme igienico-sanitarie che sono imposte ai produttori autorizzati: tabacchi che non sono conformi ai contenuti massimi di sostanze nocive – catrame, nicotina e monossido di carbonio – che sono imposti al canale distributivo legale e che l’AAMS sottopone a rigide direttive e controlla periodicamente. Le prove delle azioni della FIT in tal senso e l’evidenza della sua posizione sono nei resoconti dei recenti incontri fra i suoi vertici ed autorevoli rappresentanti del Governo nonché facilmente riscontrabili sulle rassegne stampa degli ultimi mesi, nelle quali è chiara e netta la contrarietà della FIT all’aumento dei prezzi per i motivi fin qui espressi”. Infine, conclude Risso, nel rigettare qualsiasi tipo di accusa, “va precisato che la FIT non possiede, né ha mai posseduto, azioni della Logista”.

A sua volta, il vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, nella sua intervista del 19 settembre scorso aveva dichiarato al VELINO: “La presenza sui giornali di tutte queste foto a marchi di sigarette, come Fortuna, Camel, Marlboro, stampati sulle tute o sulle moto dei corridori motociclistici, quando a noi lo Stato proibisce di regalare ai clienti un accendino per ogni stecca di sigarette perché invoglia a fumare, la dice lunga sul potere dei soggetti privati che gestiscono il mercato del tabacco in Italia”. Oggetto dell’accusa del vicepresidente di Assotabaccai Lamberto Lasagni sono i grandi produttori di sigarette e Logista, la società spagnola che gestisce da monopolista privato la distribuzione dei lavorati al tabacco in virtù dei contratti stipulati con le aziende produttrici (Philip Morris, British American Tobacco, RJ Reynolds, Japan Tobacco, etc) che operano in Italia. Quello della pubblicità indiretta alle marche da fumo attraverso i media, di cui si trova continuamente traccia sui giornali non è, racconta Lasagni al VELINO, “l’unico esempio di strapotere delle multinazionali: un discorso analogo va fatto sul costo dei pacchetti di sigarette. Può sembrare un paradosso, ma se fosse troppo alto i produttori e quindi Logista, guadagnerebbero di meno perché venderebbero di meno. E allora, visto che il costo del pacchetto in Italia è tra i più bassi del mondo, in pratica si può dire che, fatto salvo il prezzo minimo a 3,20 euro, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato non decide nulla che non sia di gradimento di Logista. E questo accade col benestare dei produttori, ma anche dell’altra associazione, la Federazione italiana tabaccai, visto che è azionista per il cinque per cento proprio della società spagnola”. Dunque, ricapitolando, il mercato italiano del tabacco è composto da BAT e PM, che vendono oltre il 90 per cento dei circa 93 miliardi di sigarette fumate in Italia, da poche altre aziende che si dividono il restante dieci per cento, da un unico distributore che gestisce tutti i depositi fiscali, e da due associazioni che rappresentano i tabaccai, di cui una è azionista del monopolista privato che rifornisce le 55 mila rivendite di sigarette. Alla luce di questo, considerando lo smisurato potere economico dei soggetti in campo – aziende che fatturano decine di miliardi di euro l’anno – si spiega come mai trovi enormi difficoltà nel raggiungere gli obiettivi sperati ogni campagna pubblica di disincentivo al fumo. Come quella che si tradusse nel 2004 nella decisione del governo di fissare i prezzi minimi sui pacchetti di sigarette. Una conferma di insuccesso che arriva anche dalle parole di Lasagni.

“Ovviamente – precisa il vice presidente di Assotabaccai al VELINO – noi pensiamo che ognuno debba essere libero di fumare ma, a parte quel sei per cento che ha smesso per via della legge Sirchia, non abbiamo notato particolari rinunce dei fumatori di fronte all’imposizione di un prezzo del pacchetto che parte da 3,20 euro”. Una mossa, questa del governo che, favorendo il consumo di sigarette di qualità, oramai poco più costose di quelle scadenti, da una parte ha fatto scattare una procedura dell’Unione europea contro l’Italia per aver infranto la direttiva che regola la concorrenza, dall’altra risulta inefficace anche di fronte agli studi pubblicati tra il 1999 e il 2006 da Banca mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità. Ognuna di queste analisi è giunta alla conclusione che i fumatori diminuiscono in proporzione di un forte aumento del prezzo del pacchetto, e che a permettere il successo dell’operazione è l’inasprimento delle accise e non l’imposizione di prezzi minimi seppur alti. “È una tesi – conclude Lasagni – che in parte condivido. Sono dell’idea che chi fuma pagherebbe anche dieci euro, ma certo non si disincentiva il fumo fissando prezzi che portano il costo delle marche minori ad un solo euro di differenza da quello delle più famose”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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L’Espresso:pubblicizza il fumo, denunciano Sirchia e Garattini

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Settembre 2006

“Certe notizie sono solo propaganda, la sigaretta sicura non esiste”. È il perentorio commento del direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Silvio Garattini, sul servizio dell’Espresso di questa settimana nel quale la Philip Morris annuncia il finanziamento di una ricerca scientifica finalizzata a creare “la sigaretta che riduca i danni del fumo”. “Le sostanze cancerogene – spiega Garattini al VELINO – sono liberate dalla combustione della nicotina. Eliminandola, scompare la dipendenza e col tempo tutti smetterebbero di fumare. A meno che non abbiano cambiato ragione sociale, i produttori di sigarette riconoscano che le loro sono tecniche di marketing che mirano a tirare l’opinione pubblica dalla propria parte e non a ridurre il numero di fumatori. Del resto, il semplice incarico di compiere ricerche del genere vale come confessione che, al contrario di quanto hanno sempre sostenuto, il fumo nuoce gravemente alla salute”.

Quello sull’Espresso nelle pagine 164-167, frutto delle pressioni e della capacità di influenza della Philip Morris, è solo l’ultimo di una lunga serie di articoli-spot a favore del fumo apparsi sui giornali dall’inizio di settembre. Siamo in presenza di una massiccia controffensiva dei produttori di tabacco. Per il marketing della grande multinazionale l’imperativo categorico è infatti recuperare i miliardi di guadagno persi per via del divieto di fumo nei luoghi pubblici imposto dalla legge Sirchia del 2005 e dei morti per patologie connesse al fumo. Due fattori che, secondo uno studio dell’Istituto superiore di sanità, hanno ridotto la schiera dei fumatori italiani di circa 500mila unità negli ultimi 18 mesi. E allora ecco che, in barba alle norme italiane e comunitarie che vietano ogni forma di pubblicità (diretta e indiretta) ai prodotti da fumo sulla carta stampata, è scattata una ben orchestrata campagna, che, con l’avallo di testate come il Corriere della sera, Repubblica, Gazzetta dello sport on line e Messaggero, ha lanciato continui ammiccanti messaggi, soprattutto ai giovani lettori, attraverso la pubblicazione di servizi fotografici di campioni di Formula Uno e Motomondiale, nei quali sono sempre in bella mostra le marche Camel e Marlboro (prodotte rispettivamente da RJ Reynolds Tobacco e Philip Morris) di cui sono testimonial pubblicitari Valentino Rossi, Loris Capirossi e la Ferrari con Michael Schumacher.

Sulla stessa lunghezza d’onda del direttore del “Mario Negri” è l’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, padre della legge che tanti pruriti causa alle multinazionali del tabacco da quando è entrata in vigore nel gennaio 2005. “I produttori di sigarette – denuncia Sirchia al VELINO – hanno sempre inventato frottole per procrastinare la loro sopravvivenza e i loro guadagni. Ad esempio, durante il periodo di discussione della legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici, hanno finanziato studi scientifici con risultati preconfezionati, per dimostrare che il fumo passivo non fa male. Forti del proprio potere economico, hanno trovato facile sponda in certo modo di fare ricerca, malgrado l’evidenza che il tabacco quando brucia genera circa 4 mila sostanze, in gran parte cancerogene di serie A, dannose per chiunque le respiri”.

“I produttori di sigarette nascondono la realtà – accusa Sirchia – con tentativi di depistaggio dell’opinione pubblica, e questo accade soprattutto nei paesi più sviluppati, dove ormai da alcuni anni le vendite di sigarette sono in costante calo proprio per la crescente presa di coscienza della pericolosità del fumo per la salute. Con articoli di propaganda come quello confezionato dall’Espresso vogliono far passare l’immagine di azienda privata preoccupata per la salute pubblica”. Di fronte a controffensive del genere, affonda l’ex ministro della Salute, “è necessario che l’Italia sia forte, come lo è l’Unione europea da quando ha inasprito la lotta contro i danni del tabacco, adeguando la propria normativa alle direttive della Convenzione quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità sul controllo del tabacco”. Sulla base di questa Convenzione è stata stilata la Direttiva comunitaria 2003/03/CE, che contiene tra l’altro il divieto di mostrare immagini di fumatori sui mezzi d’informazione di qualsiasi tipo. “È indubbiamente positivo – sottolinea Sirchia al VELINO – il livello raggiunto dalle normative contro il fumo negli ultimi anni, ma la strada per abolire la tendenza al fumo passa per l’aprire gli occhi di fronte al fatto che i produttori di tabacco sono venditori di morte. Ed è proprio questo che rende la lotta molto dura”. In Italia, per esempio, la legge Sirchia ha ridotto del sette per cento il numero dei fumatori italiani, ma è netta la sensazione che con lo zoccolo duro degli incalliti ci sia ben poco da fare.

“Le multinazionali sostengono che fumare dovrebbe essere una libera scelta – precisa il professor Sirchia – ma gli additivi contenuti nel tabacco inducono dipendenza, e allora il governo perda ogni remora e applichi quanto stabilito nella Costituzione, laddove lo impegna a garantire con ogni mezzo la salute dei cittadini”. Un processo che, secondo Sirchia, per non apparire proibizionista tout court, dovrebbe avvenire per gradi: “Banca mondiale, Oms e Istituto superiore di sanità hanno dimostrato che l’aumento di prezzo del pacchetto di sigarette riduce la possibilità di acquisto per una grossa fetta di consumatori, quelli a basso reddito come giovani e pensionati: un forte aumento del costo compensa il deficit di entrate per l’Erario dovuto al minor consumo. In più si avrebbe il vantaggio di poter destinare quei novemila miliardi di euro in accise non più solo alle spese sanitarie per i malati terminali da fumo”. E queste spese, è l’allarme lanciato dal professor Garattini, sono destinate ad aumentare se non si interviene in tempo. “Abbiamo avuto modo di notare – spiega Garattini al VELINO – che cresce costantemente la percentuale di fumatori giovani sul totale. I più accaniti sono sempre più ragazzi tra i 15 e i 24 anni, questo vuol dire che tra qualche anno l’età media delle patologie tumorali derivanti dal fumo scenderà dagli attuali 50 anni circa fino verso i 40 anni. Un fatto terribile quanto grave. In genere i tumori che colpiscono una persona giovane sono più aggressivi. Anche se è una caratteristica che non riguarda tutte le forme di cancro, è un dato che chi di dovere non può sottovalutare”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, ex ministro Sirchia denuncia l’attivismo delle lobby

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Settembre 2006

“Le multinazionali del tabacco e i loro accoliti sono di nuovo all’attacco, la legge che tutela la salute dei non fumatori costituisce una seria e continua minaccia per i loro interessi economici”. Punta dritto al bersaglio il professor Girolamo Sirchia, ministro della Sanità nella precedente legislatura fino all’aprile del 2005 e padre della legge 3/2003, meglio conosciuta come legge Sirchia contro il fumo nei luoghi pubblici e negli uffici. “I grossi produttori di sigarette – rivela l’ex ministro al VELINO – stanno approfittando di un abbassamento della guardia delle istituzioni, iniziato sin dai tempi del mio successore alla Sanità, Francesco Storace. E, forti di un enorme potere economico che gli permette di schierare un esercito di associazioni private e giornalisti, vogliono insinuare nell’opinione pubblica il sospetto che la legge sia proibizionista e liberticida quando invece, oltre a tutelare la salute dei cittadini, rispetta i diritti di tutti, fumatori e non”.

Tra i destinatari delle parole del professore ci sono anche i due articoli a pagina 20 del Corriere della Sera del 5 settembre scorso. In uno si parla della compagnia aerea Smintair “interamente dedicata a chi non sa rinunciare alla sigaretta”; nel secondo c’è un’intervista al presidente dell’Assofumatori, Giuliano Bianucci, che nel gennaio 2005 ha raccolto 50 mila firme a sostegno della proposta di legge per “provare a cambiare la legge Sirchia”. “La vogliono cambiare perché si sono accorti che continua a funzionare – chiosa l’ex ministro della Sanità –, credevano che, essendosi allentati i controlli e le ispezioni, un fatto che ha coinciso con dichiarazioni di Storace che fecero pensare alla sua intenzione di modificare la legge, la gente avrebbe ripreso tranquillamente a fumare in barba ai divieti”. E invece, a quanto pare così non è stato. Al punto che la Sirchia sta facendo scuola in tutta Europa, anche in paesi come Spagna, Francia e Lussemburgo, dove la percentuale di fumatori sulla popolazione è più alta di quella italiana. )

“Nelle scorse settimane – racconta Sirchia al VELINO – ho incontrato il presidente dell’Assemblea nazionale francese, M. Jean-Louis Debré. È venuto in Italia con una delegazione per studiare la nostra legge in vista del loro dibattito parlamentare sulla tutela dei fumatori passivi, che comincerà nei prossimi giorni. Mi chiedevano anzitutto come fosse possibile che gli italiani la rispettassero e, secondo, quale fosse il modo per farla rispettare. Gli ho risposto che il segreto è tutto nella consapevolezza di aver pensato una buona legge. Infatti, da parte nostra, al momento della stesura non ci fu alcun timore di un insuccesso. Confidavamo sulla capacità di comprensione degli italiani riguardo l’importanza di un passo del genere dal punto di vista sanitario.

Un’intuizione che venne confermata da sondaggi commissionati durante il periodo di preparazione del testo. Inoltre, al contrario di quanto dissero e dicono le lobby del tabacco, la legge non è proibizionista, ma di garanzia e rispetto di tutti i cittadini. E infatti è passata in Parlamento perché non limita la libertà di alcuno. Chi vuole fumare lo può fare nei luoghi deputati, chi non vuole fumare è finalmente libero di non subire la sigaretta altrui. È questo che ci ha permesso di ottenere il consenso popolare evidente da quando la legge è in vigore”. Quindi, affonda Sirchia, “la polemica dei signori del tabacco è fuori luogo, è chiaro che loro non hanno gradito questa impostazione, ma la legge non impedisce nulla a nessuno”.

Ora, secondo l’ex ministro, proprio per non vanificare i buoni risultati registrati da quando la Sirchia è in vigore, dati che parlano di oltre 500 mila italiani che hanno abbandonato il vizio del fumo dal gennaio 2005, è il momento di consolidare gli argini a tutela della salute dei fumatori. “Secondo gli obiettivi del mio ministero – sottolinea il professore – la promulgazione della legge non era che il primo di tre passaggi che avevano come obiettivo la difesa della salute pubblica. Ma, dopo le mie dimissioni, gli altri due percorsi – la campagna pubblica contro l’iniziazione al fumo dei giovanissimi e il sostegno gratuito da parte dello Stato a chi vuole smettere di fumare, anche con incentivi del datore di lavoro – non sono stati portati avanti da chi mi è subentrato. Al punto che non se ne è più avuta notizia”. (segue)

Secondo Sirchia una svolta può arrivare dal nuovo ministro della Sanità, Livia Turco. “Ho avuto modo di parlare con il ministro proprio dell’aspetto prevenzione e controllo – racconta il professore -, e lei è stata molto chiara: intende assolutamente riorganizzare un serio sistema di sostegno alla legge”. E, conclude l’ex ministro della Sanità, “il mio parere è che questo intervento debba avvenire in tempi brevi, perché, anche se la pressione delle lobby del tabacco non è più ai livelli di quando cominciammo a lavorare al testo della legge, non vanno sottovalutati i segnali che arrivano da articoli come quelli del Corriere. Inoltre, spuntare l’arma posta a difesa degli enormi interessi economici in ballo, favorendo il progresso della normativa contro il fumo, sarebbe un forte segnale delle istituzioni verso tutti coloro che rispettano il divieto di fumare nei luoghi pubblici anche senza essere controllati. Un comportamento che dimostra quanto il senso civico degli italiani sia più sviluppato dell’interesse di chi non si perita di farli ammalare usando ogni mezzo pur di vendere più sigarette”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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“Grazie se fumi”? Una pubblicità delle sigarette

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2006

“È più che legittimo sospettare che dietro al tam tam pubblicitario che circonda il film Thank you for smoking, vi sia l’abile regia di qualche superproduttore di sigarette”, dice al VELINO la deputata dei verdi Tana de Zulueta. “Varrebbe la pena di indagare sui canali di diffusione del film, perché sembra una perfetta operazione di marketing”. La pellicola, che arriva domani nelle sale italiane col titolo “Grazie se fumi” dopo aver spopolato al Sundance festival e al Toronto film festival, è costata solo sette milioni di dollari e questo mal si combina con il battage pubblicitario che ne ha decretato il successo prima ancora di sbarcare in Europa. Al punto che, pur presentata come prodotto del cinema indipendente americano e feroce attacco allo strapotere delle multinazionali del tabacco, si è fatto sempre più largo il sospetto che di indipendente vi sia ben poco e che il film non sia altro che un enorme spot a favore del fumo. Se così fosse sarebbe un fatto grave, soprattutto in Italia, visto che la nostra normativa in materia di lotta antifumo è sotto inchiesta presso l’Unione europea per non essere stata adeguata alla direttiva 2003/03/CE nel punto in cui vieta proprio la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. E dire che, con l’entrata in vigore della legge Sirchia nel 2005 e l’applicazione del divieto di fumo nei luoghi pubblici si era fatto un enorme passo avanti verso la limitazione dei danni che la nicotina contenuta nel tabacco provoca alla salute dei fumatori attivi e passivi. “Per un breve periodo siamo stati al passo con l’Europa nella lotta al fumo – commenta la deputata dei verdi – ma poi, dopo le dimissioni del ministro della Salute, Girolamo Sirchia, tutto si è improvvisamente arenato”.

La lobby pubblicitaria è molto potente, sottolinea De Zulueta al VELINO, “ed è per questo che è lecito pensare che, dopo il buon avvio di una effettiva lotta contro il fumo, ora l’Italia sembra essersi fermata, al punto di finire multata per aver ignorato il divieto di mostrare in televisione le sponsorizzazioni di note marche di sigarette incollate sui bolidi di Formula uno”. In Europa non è solo l’Italia a dover fare i conti con gli interessi che girano intorno agli incassi pubblicitari derivanti da campagne a favore del fumo. E il fenomeno ha radici profonde. “In gran Bretagna – fa notare De Zulueta – il primo governo Blair ha rischiato seriamente di cadere sul nascere nel 1997, quando un’inchiesta dell’Economist svelò che, in cambio di un finanziamento di un milione di sterline alla campagna elettorale del New Labour, ricevuto direttamente dal patron della Formula uno, Bernie Ecclestone, Tony Blair esentò le corse automobilistiche dal bando della pubblicità alle sigarette”. Fu uno scandalo enorme, se si pensa che proprio facendo leva sui sospetti di corruzione del governo del suo predecessore, il conservatore John Major, Blair vinse quelle elezioni. Ma fu anche uno scandalo di breve durata, tanto che, pur essendo stati scoperti a mentire alla stampa, sia Blair che il suo braccio destro Gordon Brown uscirono praticamente indenni da quella vicenda. E questo non fece che aumentare la percezione dello strapotere delle lobby pubblicitarie, specie quando legate a filo doppio con quelle del tabacco. Tornando ai giorni nostri, a sottolineare quanto questo potere sia ramificato, va sottolineato il segnale che giunge anche dalla Germania. “Lì devono addirittura ancora arrivare ad approvare il divieto di fumo nei locali pubblici”, chiosa De Zulueta. “E la grossa fatica che si sta facendo per ottenere una legge adeguata, ha un’unica fonte: la pressione della lobby pubblicitaria sui parlamentari”.

(il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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