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Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Novembre 2009

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

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«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

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Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

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Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

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Ru486, il governo non si intrometta

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Agosto 2009

Visita Ginecologica07Non compete alla politica decidere la durata del ricovero e i farmaci da somministrare. Il rapporto tra ginecologi e pazienti è inviolabile. Altrimenti si mette a rischio la salute delle donne. Il j’accuse di un eminente scienziato e di un uomo di legge di Federico Tulli

I paladini dello Stato etico non si arrendono. A una settimana dalla definitiva autorizzazione al commercio in Italia della pillola abortiva Ru486 è ancora vivo il fervore di politici e uomini di Chiesa decisi a contrastare in ogni modo l’uso di questo farmaco, da anni riconosciuto efficace e sicuro da tutte le più importanti istituzioni sanitarie e scientifiche del globo. L’ultima in ordine di tempo è del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri che ha proposto di portare la questione Ru486 in Parlamento. «Per fare chiarezza – dice – perché al momento non ce n’è abbastanza». L’uso del farmaco per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) secondo Gasparri «non è un problema amministrativo», e quando c’è di mezzo la «banalizzazione della vita la politica si deve interrogare per dare risposte. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, né delegare l’Agenzia italiana del farmaco e gente che non rappresenta nessuno a peggiorare la legge 194. Siamo di fronte – ha concluso l’ex militante missino – a un modo di procedere non compatibile con le regole della democrazia». A Gasparri ha fatto tempestivamente eco la sottosegretaria al Welfare con delega alla bioetica Eugenia Roccella. «È giusto che il Parlamento sia coinvolto», ha ribadito. «Non si può limitare la questione a un fatto tecnico, perché si tratta di un fatto politico. In Aula bisogna portare tutti i dati, anche sull’utilizzo della pillola Ru486 in Italia, e vorrei la massima trasparenza per aprire un dibattito nel Paese». Per dirla con Gasparri, per «fare chiarezza» sui rischi che corre la 194 e la salute delle donne, left ha chiesto il parere di un uomo di legge (vedi l’intervista al giudice Santosuosso) e, soprattutto di un eminente ginecologo, il professor Carlo Flamigni, docente all’università di Bologna e autore di numerosi saggi tra cui i recenti L’aborto (Pendragon) e Casanova e l’invidia del grembo (Baldini e Castoldi Dalai). Il primo spunto giunge proprio dal Parlamento, dove la scorsa settimana il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, con un ritardo di oltre cinque mesi (vedi left n. 17/2009), ha presentato la relazione annuale sulla legge 194/78 che ha registrato i dati definitivi del 2007 e quelli provvisori del 2008. Proseguendo nel trend che vede gli aborti in calo continuo sin dal 1982 (-42 per cento in 26 anni) il 2008 si è chiuso con il 4,1 di Ivg in meno rispetto al 2007. Alla luce dei rischi paventati da Chiesa e centrodestra come vanno lette queste cifre? «L’analisi – spiega Flamigni – va fatta seguendo un’unica falsa riga, c’è molta saggezza da parte delle donne nell’interpretazione dei loro diritti». In tal senso un elemento significativo è rappresentato dal 18 per cento di donne che hanno abortito più volte. «Non solo questo dato è tra i più bassi nel mondo – sottolinea il ginecologo – ma se guardiamo agli aborti veramente ripetuti, quelli effettuati da tre volte in su, scopriamo che non superano il 2 per cento. Questo vuol dire che, nonostante quanto sostengono i malevoli, nessuna donna guarda all’Ivg come a un sistema per regolare la sua vita riproduttiva. Su questo non c’è alcun dubbio. Quando monsignor Sgreccia e certi politici accusano le donne di “banalizzazione della vita” oltre a non sapere di cosa parlano offendono in continuazione l’intelligenza femminile. Quando il cardinal Bagnasco – prosegue Flamigni – afferma che la Ru486 è una “discesa di civiltà” è libero di dirlo. Per la sua religione chi interrompe una gravidanza è un omicida e come tale va trattato. Ma il cardinale confonde la sua religione con la verità». Ciò non toglie che siano diverse le questioni relative alla legge 194 che ancora non funzionano. «In primis, è praticamente ferma la ricerca scientifica sui metodi anticoncezionali. C’è poi il grave problema dell’assenza di educazione e di scarsa o cattiva informazione. A danno soprattutto delle donne migranti che si portano appresso “usanze” pericolose per la propria salute». Per esempio c’è un numero non facilmente calcolabile di nuove cittadine che provengono dall’Est che per abortire usa le prostaglandine reperibili in farmacia e che normalmente si usano per il mal di stomaco.

Il ginecologo Carlo Flamigni

Il ginecologo Carlo Flamigni

«Tenga conto – spiega il professore – che la Ru486 è composta di due pillole: il mifepristone, che interrompe la gravidanza, e poi la prostaglandina che espelle il feto. Ebbene, ancora oggi ci sono donne malconsigliate che prendono prostaglandine per abortire rischiando la vita. Quindi occorre avvicinarle, per meritare la loro fiducia e portarle a risolvere i loro problemi in ospedale. Ma questa guerra allo straniero impostata dalla destra di certo non aiuta».  Sempre in tema di informazione, ha tenuto banco in questi giorni il numero dei presunti decessi causati dalla Ru486 sbandierato dalla Roccella (in tutto sarebbero 26 dal 1988) che è autrice, insieme ad Assuntina Morresi, di un libro dal titolo La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru 486. «La signora Roccella ha comunicato dati molto grossolani – commenta Flamigni -. Nessuno sostiene che una Ivg con la Ru486 sia facile, gradevole o priva di complicazioni. Ma molti degli incidenti citati dal sottosegretario non hanno nulla a che fare con la Ru486. Se c’è una gravidanza extrauterina non diagnosticata e la donna muore, la colpa è dei medici non della tecnica impiegata. In alcuni casi, poi, non sono state seguite le linee guida. Il punto è valorizzare il consenso informato e spiegare alle donne quali scelte hanno a disposizione. Se si usano buon senso e responsabilità non succede nulla».  Un’ultima spina nel fianco della legge 194 per Flamigni è rappresentato dall’epidemia di obiezioni di coscienza da parte di medici ginecologi e anestesisti. Mediamente in Italia superano oramai il 70 per cento sul totale. «Occorre fare attenzione – denuncia – perché questa pletora di obiettori comincia a rappresentare un problema per la salute. Con sempre meno specialisti a disposizione si ritarda il momento in cui viene interrotta la gravidanza. E questo vuol dire aumento del rischio. Può quindi succedere che le donne si rivolgano all’estero o a medici poco scrupolosi». Un crescendo di soluzioni peggiori del male che impongono di affrontare con rigore il tema dell’obiezione. «La legge va letta con attenzione: dice che l’interruzione di gravidanza fa parte della protezione della salute. Come si fa ad accettare che un medico si occupi della cura delle donne “fino a un certo punto”? Semmai – conclude il ginecologo – l’obiettore vada a fare un altro mestiere, ma non si occupi della salute delle persone».

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La cura non si tocca

Intervista ad Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte di appello di Milano di Simona Nazzaro


Il giudice Amedeo Santosuosso

Il giudice Amedeo Santosuosso

Giudice Santosuosso, dopo il via libera dell’Aifa alla Ru486 molti nel centrodestra hanno invocato una modifica della legge 194/78. Secondo il sottosegretario Roccella, ad esempio, «sia le dimissioni firmate dalla donna, che nessuno può impedire, sia il day hospital pongono problemi di sicurezza per la salute, poiché la domiciliarità rende il metodo meno sicuro e non si può non tenerne conto». Al di là del fatto che, come sostiene il ginecologo Flamigni, «eventuali problemi di sicurezza sono identici anche nel caso di aborto chirurgico», giuridicamente parlando che valore ha la proposta del sottosegretario?
Quando i politici parlano della necessità di un ricovero più lungo, in realtà spinti da un orientamento ideologico, ignorano alcuni elementi fondamentali. Uno è di tipo strettamente giuridico, oltre che medico, ed è che sono state già condotte delle sperimentazioni, e sono state condotte in un regime di day hospital. Se esistono dei rischi, che ci sono come in qualsiasi trattamento di tipo medico, il punto non è costringere le persone a far qualcosa, oppure a non farla, ma è informarle per dare loro la possibilità di scegliere. In questo caso la paziente diretta interessata è la donna che ha deciso ed è nella necessità di ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza. Il medico quindi non deve fare il guardiano, deve fornire tutte le informazioni, non in modo terroristico ma completo e adeguato.
Del consenso informato si è tanto parlato anche a proposito del “caso Eluana” e dei trattamenti di fine vita. Sembra proprio indigesto a questo governo…
Il consenso informato, vale a dire l’autodeterminazione di ogni singola persona relativa alle scelte sul proprio corpo e sulla propria vita, è fuori discussione. È stato ribadito da una sentenza chiarissima della Corte costituzionale, la numero 438/08, e non può essere messo in discussione in alcun modo. Quanto all’atteggiamento interventista del ministero, al Welfare, dovrebbero rendersi conto che secondo le regole che valgono nel nostro Stato, da ultimo la sentenza 151/09 che ha giudicato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004, non ha il potere di dire alle persone cosa devono o non devono fare, perché non siamo in uno Stato di controllo sui singoli. Inoltre il ministero non può neanche dire ai medici come svolgere la propria professione. Quella del medico è un’attività libera, tanto quanto è libera la persona che si rivolge a lui nella situazione di bisogno di cura. Per esempio dire che servono tre giorni di ricovero non è di competenza del ministero. Questo semmai è compito solo del medico che prende una decisione sempre dopo aver informato la donna, e con il rispetto assoluto della scelta della paziente che eventualmente può anche cambiare idea in corso d’opera.
Nei giorni scorsi il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha incitato i medici all’obiezione di coscienza. A che titolo il rappresentante di uno Stato straniero può intromettersi nei meccanismi dell’ordinamento italiano?
Io non ne farei una questione di diritto internazionale. È chiaro che il Vaticano e i suoi rappresentanti possono dire quello che vogliono, come chiunque. Il punto di cui mi preoccuperei di più è quanto l’invito all’obiezione di coscienza possa creare dei condizionamenti materiali. In determinati ambienti, quelli dove c’è un orientamento generale prevalente, un medico può sentirsi “costretto” a decidere di diventare obiettore perché pensa di non poter fare carriera.
Quindi, secondo lei, l’obiezione spesso viene “scelta” per motivazioni diverse dall’etica?
Questo mi sembra il problema più serio e più grave. Gli esponenti della Chiesa cattolica possono esercitare la libertà di parola, purché ripeto, si presti più attenzione a questo aspetto dei condizionamenti materiali. A mio avviso infatti, questi sono il reale motivo dell’aumento del numero delle obiezioni di coscienza in materia di aborto. Non si tratta di essere paladini dell’aborto o della Ru486. Personalmente, mi sento di essere paladino del rispetto della scelta che una donna può fare in determinate condizioni della propria vita, e secondo quello che è il proprio vissuto. Questo è il vero bene da tutelare, e non il successo di una certa tecnica o di un’altra. L’aspetto più importante è la libertà di scelta della donna e quella dei medici con i quali la donna si trova a entrare in contatto. Queste libertà sono assolutamente coperte e garantite dalle norme esistenti, dalla stessa legge 194, dalle sentenze dell’Alta corte in tema di autodeterminazione. Qui non è in ballo l’opinione dei laici contro quella dei cattolici. Ad esempio la sentenza numero 438/08 è stata scritta, tra gli altri, dalla professoressa Saulle che è cattolica. Questo è il segno molto importante che alcuni principi giuridici, come quello di autodeterminazione, ormai sono un sedimento della nostra società tutta, indipendentemente dal ministro, dal cardinale o dal politico di turno. left 31-32/2009

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Attenti a quei due

Pubblicato da Federico Tulli su 5 Giugno 2009

La sottosegretaria Roccella e il ministro Sacconi

La sottosegretaria Roccella e il ministro Sacconi

L’illegittimità costituzionale della legge 40 è nel mirino del ministro Sacconi e della sottosegretaria Roccella di Federico Tulli

Con uno strano effetto retarde, la sentenza 151/2009 della Consulta che ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma) inizia a provocare concrete reazioni nella maggioranza. In particolare al ministero del Welfare, dove il ministro Sacconi e la sottosegretaria Roccella hanno avviato le “pratiche” con cui provare a bypassare ciò che bypassare non si può. Diciamo subito che quanto leggerete assomiglia al film già visto (e raccontato da left) nei mesi che hanno seguito la pronuncia della Cassazione sul caso Englaro. Allora, «per salvare Eluana» i due imboccarono una improbabile stradina laterale fatta di emanazione di regolamenti e atti di indirizzo ministeriali che si sbriciolarono contro la forza di legge di una sentenza passata in giudicato. Oggi, nei piani di Sacconi e Roccella quelli da salvare sarebbero gli embrioni soprannumerari usati nelle Pma, il cui status giuridico di «persona umana» dopo la 151 comincia a scricchiolare, come ha fatto notare di recente il giurista Stefano Rodotà. I giudici dell’Alta corte hanno infatti stabilito che deve essere il medico, e non la legge, a decidere in accordo con i pazienti come intervenire e il numero di ovociti da fecondare. Il tutto con l’obbligo (che nella 40 non c’era, anzi) di rispettare il principio della minore invasività delle tecniche e della tutela della salute della donna. Cosa che può comportare la crioconservazione di un numero imprecisato di embrioni. Fatto sta che la sottosegretaria Roccella ha annunciato la modifica delle linee guida della 40 e l’istituzione di due commissioni ministeriali, sulla crioconservazione e sulla Pma. Alla guida di quest’ultima – che trattandosi di «un osservatorio» sembra proprio un doppione del già esistente Registro nazionale sulla Pma – andrebbe Bruno Dallapiccola, genetista e copresidente di Scienza&vita, l’associazione di ispirazione cattolica che nel 2005 contribuì ad affossare il referendum abrogativo della 40. Ma c’è davvero bisogno di modificare le linee guida, datate tra l’altro gennaio 2008? «Di sicuro il ministero di Giustizia dovrà emanare un nuovo testo per il consenso informato conforme alla legge modificata dalla sentenza 151 – osserva l’avvocato Filomena Gallo che ha assistito una coppia dalle cui istanze è scaturita una delle ordinanze sottoposte al giudizio della Consulta -. Mentre le linee guida, che devono contenere l’indicazione delle procedure e delle tecniche di Pma, vanno adeguate nelle parti non più idonee». Adeguare significa migliorare quelle già esistenti. E invece il sottosegretario Roccella ha (nuovamente) agitato lo spettro dell’eugenetica. Tirando in ballo il divieto di diagnosi preimpianto, nonostante il Tar Lazio ne abbia dichiarato la legittimità, annullando le linee guida pre-2008 perché, introducendo un divieto non previsto dalla legge 40, si sostituivano a essa. Senza contare che la diagnosi può ridurre il rischio di aborto quasi certo in caso di gestazione di feto geneticamente malato. «Sembra proprio che al governo abbiano le idee chiare su come ostacolare l’applicazione delle tecniche ma non sanno nulla delle finalità della fecondazione assistita – prosegue Filomena Gallo -.  Basti ricordare il ministro Sacconi quando ha detto che dopo la sentenza 151 l’embrione non è affatto diventato “una commodity farmaceutica, da produrre o impiantare a piacimento”». Verrebbe da suggerirgli di occuparsi di temi a lui più vicini come il lavoro e le politiche sociali, lasciando la “salute” ai sottosegretari. «Purtroppo tra questi chi ha la delega sulla Pma è proprio la Roccella che ha un pessimo rapporto con le sentenze e che pur avendo un incarico pubblico interpreta questo tema secondo una visione del tutto personale. La verità vera – conclude l’avvocato Gallo – è che quando c’è la salute delle persone di mezzo certe questioni vanno affidate a degli esperti in campo medico». left 22/2009

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Il peggior nemico dei monoteisti

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Maggio 2009

flickrIslam o cristianesimo che sia, a 150 anni da L’origine delle specie, l’evoluzionismo fa ancora paura ai poteri religiosi. Nella laica Turchia una giornalista è stata licenziata per aver messo Darwin in copertina. Le analogie con l’Italia evidenziate dallo storico della Medicina Gilberto Corbellini

Nel 2009 c’è ancora chi ha paura di Charles Darwin, della sua teoria sull’evoluzionismo e dell’affermazione concreta di un mondo laico che se ne va per conto proprio indipendentemente dall’intervento divino, basando crescita e trasformazioni su leggi e regole studiate dalla scienza. A 150  anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, c’è chi ha deciso che l’evoluzionismo non è argomento da trattare punendo, severamente, chi si è proposto di farlo. Il colpo è arrivato da un comitato scientifico: questo si rischia quando la politica interferisce nella ricerca. È successo in Turchia, dove il comitato editoriale di Scienza e tecnica, mensile del Consiglio turco di ricerca scientifica e tecnologica (Tubitak), dapprima ha sostituito con un pezzo sul riscaldamento globale la storia di copertina del mese di marzo, che celebrava Darwin, e poi ha licenziato la direttrice. Lo ha riportato in esclusiva il quotidiano laico Milliyet precisando che la sostituzione della giornalista è stata disposta da Omar Cebeci, vice presidente di Tubitak ed editore della rivista. Gli oscurantisti religiosi non hanno ancora fatto pace con la teoria di Darwin, ritenendola incompatibile con gli insegnamenti creazionisti del Corano. Il timore è che, ammettendo l’evoluzione, possa essere tolto spazio all’azione di Dio (vedi left n. 4/2009). La Turchia, si sa, è un Paese di contraddizioni, dove le componenti laiche e religiose coesistono non sempre in modo pacifico: la Costituzione sancisce la laicità dello Stato ma da sei anni è al potere Giustizia e sviluppo (Akp) il partito filo islamico (ma che finora ha evitato derive fondamentaliste) del premier Tayyip Erdogan, da alcuni accusato di voler attuare l’«islamizzazione nascosta» del Paese, mentre altri gli attribuiscono un ruolo di diga contro l’estremismo religioso. Il mondo scientifico turco ha invitato gli amministratori del Tubitak a dimettersi, definendo l’episodio uno degli eventi più vergognosi della storia della Repubblica. Yusuf Kanli, stimato editorialista del quotidiano laico Hurriyet ha ricordato che prima che nel 2006 arrivasse al potere l’attuale maggioranza, Scienza e tecnica aveva pubblicato senza problemi almeno 10 articoli su Darwin e la sua teoria,  ma allora la direzione amministrativa del Tubitak era laica». Poi, nel 2008, modificando lo statuto dell’Ente scientifico il presidente della Repubblica Abdullah Gul (anch’egli dell’Akp) ha assunto il potere di nominarne il responsabile. Sullo sfondo dell’episodio si pone la dura opposizione del fanatismo islamico alla teoria dell’evoluzione di Darwin, ma anche un certo clima di ostilità verso l’Ue, dove molti continuano a frenare sull’adesione della Turchia. Eppure proprio grazie alla prospettiva europea i rischi di fondamentalismo potrebbero essere evitati sia in Turchia che in Europa. è questa la convinzione dei radicali, sostenitori dell’ingresso della Turchia in Ue, che si sono mobilitati contro la censura subita da Scienza e tecnica. Gli eurodeputati radicali Marco Pannella e Marco Cappato hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione per chiedere di «affrontare la questione con le autorità turche» e suggerire loro di attivarsi per far pubblicare la rivista nella versione originale, e per la revoca del licenziamento. Inoltre  Cappato in qualità di segretario dell’Associazione Coscioni e capolista della lista Bonino/Pannella alle prossime elezioni europee, si è impegnato a continuare a seguire la vicenda fino in fondo: «Come organo garante dei trattati comunitari la Commissione deve valutare le conseguenze di una tale violazione delle libertà di espressione e di ricerca scientifica sulla partnership euro-turca in materia di scienza e sulla collaborazione Ue-Tubytak, nonché indicare nell’ambito di quali progetti Ue il Tubytak è concretamente coinvolto».
Simona Nazzaro e Simonetta Dezi, associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

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intervistaINTOLLERANTI PER “NATURA” – Intervista al professor Gilberto Corbellini

«Il metodo dogmatico è logicamente incoerente» di Federico Tulli

Professor Corbellini, in Turchia su pressione degli attivisti religiosi è stata licenziata la direttrice di una rivista scientifica “rea” di aver messo Darwin e l’evoluzionismo nella storia di copertina. Che fine ha fatto l’islam di Averroè e Avicenna, dei cultori dell’astronomia e di altre antiche discipline?
Durante il periodo della sua espansione l’islam ha favorito il progresso della scienza, e pure il trasferimento delle conoscenze filosofiche e scientifiche all’Occidente è passato per questo pensiero religioso. Poi, come in tutte le religioni monoteiste ha prevalso l’esigenza di frenare il processo di acquisizione di un’autonomia individuale attraverso lo sviluppo del pensiero critico. Un’autonomia che va contro il metodo dogmatico delle religioni, che non può argomentare con coerenza logica le loro credenze superstiziose e metafisiche.
Cosa è accaduto in particolare?
L’islam è regredito economicamente e militarmente, lasciando alla religione il controllo della società. Per cui è divenuto intollerante. Ma quella delle religioni monoteiste è un’intolleranza diretta verso specifiche discipline scientifiche.
Vale a dire?
Sia i cristiani che i seguaci di Allah riescono a trovare un compromesso con la fisica e la matematica. I problemi nascono con le scienze che sviluppano teorie capaci di spiegare l’origine e le caratteristiche della natura umana, riconducendola alle sue caratteristiche biologiche.
Per questo, come lei scrive nel suo ultimo libro edito per Longanesi Perché gli scienziati non sono pericolosi, l’evoluzionismo fa (ancora) paura?
Con la teoria di Darwin e lo sviluppo della biologia emerge l’infondatezza del pensiero finalistico – in particolare delle credenze creazioniste sull’origine dell’uomo – che difatti viene accantonato da larga parte della cultura moderna, non solo occidentale. Allo stesso tempo non va dimenticato che Darwin e le scienze moderne sono difficili da capire e quindi da accettare per la cultura popolare.
Perché?
Negli ultimi 150 anni, la scienza si è progressivamente staccata dal senso comune, cioè dalla capacità delle persone di comprenderne gli sviluppi. Inoltre sono state create tecnologie che hanno cambiato quello che sembrava il corso immutabile della natura. Penso ai trapianti come alla fecondazione assistita. Un ruolo cruciale è poi stato svolto dalla scoperta del Dna umano e della genetica che ne è derivata. Tutto questo ha sicuramente avuto l’effetto di far avvertire la scienza come qualche cosa di estraneo all’esperienza comune.
Ciò non toglie che molte delle scoperte legate a queste discipline facciano ormai parte del nostro quotidiano…
Appunto, anche se l’atteggiamento verso la genetica è generalmente scettico, poi alla fine, come sta accadendo in Italia, registriamo il boom dei test genetici. Ma, se parliamo di medicina, è l’atteggiamento delle istituzioni religiose a dover essere valutato con attenzione. Specie quello che riguarda gli avanzamenti scientifici che offrono la possibilità di ridurre la sofferenza umana. Oggi la medicina consente anche alle persone infertili o portatrici di malattie genetiche di realizzare la possibilità di avere un figlio e soprattutto di averlo sano. La scienza e la tecnologia permettono quindi cose che la religione promette solo in termini di miracoli. È in questo momento che si raggiunge l’apice dell’antagonismo della religione nei confronti del pensiero e metodo scientifico, poiché le istituzioni religiose realizzano il pericolo di perdere la presa sulla popolazione. left 20/2009

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Serve una nuova identità medica

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Legge 40 e pacchetto sicurezza. La politica mette in crisi la figura del “dottore” cui siamo abituati. L’analisi di Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Federico Tulli

È stato Federico II di Hoenstaufen, re di Sicilia e di Germania, a gettare nel XIII secolo le fondamenta per il riconoscimento della professionalità medica e dell’importanza dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Legittimando l’esercizio della medicina solo da parte dei “dottori” (termine coniato in quell’epoca) e promulgando editti con lo scopo di proteggere i malati dai “ciarlatani”. Ottocento anni dopo, sempre in Italia e sempre in seguito a interventi legislativi, la solidità di quella alleanza rischia di incrinarsi nonostante l’ombrello della Costituzione in materia di tutela della salute. A farne le spese entrambi gli attori del rapporto terapeutico, almeno stando alla sentenza con cui la Consulta ha bocciato per parziale incostituzionalità due articoli della legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Con questa norma, infatti, secondo l’Alta corte, il legislatore ordinario ha inteso in maniera illegittima sostituirsi al medico, mettendo a rischio la salute delle donne che ricorrono alla fecondazione artificiale. Legge 40 a parte, è indubbio che in questi 800 anni la figura del “dottore” abbia vissuto notevoli momenti di crisi. «Ma è altrettanto indubbio – osserva Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – che il ruolo del medico nella società e il suo rapporto con i pazienti sia progressivamente evoluto».
Quali sono i fattori più significativi di questo processo di cambiamento?
Anzitutto è il paziente a essere completamente diverso rispetto a poche decine di anni fa. Oggi guarda alla tutela della salute come un fatto personale, si informa, vuole decidere e far valere le proprie volontà, infine guarda alla tutela della salute anche e soprattutto come diritto civile. E questa è una grande conquista.
Perché?
Perché non si pensa più alla cura come una sorta di bontà o elargizione da parte di un’istituzione, quanto come a qualcosa facente parte della propria dignità di cittadino, di persona.
E questo incide sul rapporto terapeutico?Chirurgia Dentale5
Certamente. Cambiando le esigenze del paziente si modifica anche la relazione di cura. Ma a essere cambiato specie negli ultimi 20-30 anni è anche il “contenuto” del rapporto. Con il progresso medico-scientifico i processi di riabilitazione socio-sanitari avvengono in un contenuto di competenze e conoscenze molto più ampio. E questo può sembrare un paradosso ma apre sempre più spesso profili di incertezza. Che a loro volta possono dar luogo a conflitti di carattere etico o bioetico. Coinvolgendo insieme a medico e paziente un terzo attore rappresentato dalla politica.
Ci spieghi meglio…
Per “etico” intendo, ad esempio, l’equa distribuzione delle risorse, delle tecnologie, delle strumentazioni mediche, dei presidi e così via. Per quanto riguarda il discorso “bioetico”, basta pensare ai dibattiti relativi a inizio o fine vita su cui magistratura, cittadini, professionisti dell’informazione, politici si esercitano quotidianamente. Ecco, questa è una piccola parte del contesto di grandi cambiamenti che coinvolgono la figura del medico. Tutta una serie di nuove frontiere della professione, che richiedono una nuova identità, più strutturata, altrimenti si corre il rischio da parte del “dottore” di subire certi provvedimenti. Che quindi diventano strumento del suo anonimato. È questo il passaggio difficile. Che non è di ora, ma di sempre. Ogni fase storica avrà questi elementi di crisi delle vecchie identità e questa difficoltà a riscoprire la nuova identità.
Se guardiamo alle “storture” rilevate dalla Consulta sulla legge 40, o al pacchetto sicurezza che chiedeva ai medici di denunciare i clandestini, possiamo ancora parlare di evoluzione del ruolo del medico nella società?
Il rapporto tra la politica e la professione è complesso e vanno distinti alcuni piani su cui si svolge. Una prima riflessione deve riguardare la gestione della sanità, che sembra diventata un mero strumento di controllo sociale e del consenso. Laddove, invece – e questa è una mia opinione personale – di politica con la P maiuscola, quella capace di grandi mediazioni e di scelte che valorizzino le professionalità, la sanità ha bisogno come l’assetato di acqua. Perché è in questo settore che si riproduce in maniera esponenziale la differenza tra quello che le persone si aspettano e quello che invece è possibile loro dare.
C’è poi il piano del rapporto medici-politica che riguarda i contenuti della professione…
Sì, ed è quello che chiama particolarmente in causa le questioni bioetiche. Non da ieri, la nostra proposta è che il diritto deve essere un diritto mite. La legge non deve invadere la sfera delle responsabilità delle relazioni di cura che attengono al medico e al suo paziente. A mio giudizio, ma che non è solo mio, l’ordinamento dovrebbe limitarsi a definire le cornici fondamentali di una questione. E lasciare poi a un rapporto terapeutico, caratterizzato da un’etica forte fondata cioè su responsabilità, informazione e rispetto dei valori, tutte le scelte più difficili. In questo senso ci sono importanti sentenze della Consulta, compresa quella sulla legge 40, che dice con molta chiarezza che la legge non può intervenire definendo atti e procedure che sono di competenza del medico. La politica spesso dimentica che ogni relazione e ogni atto di cura è un atto a sé unico, irripetibile. Sta qui la grande forza civile etica dell’alleanza terapeutica.
Quale dovrebbe essere la funzione della bioetica?
Il dibattito bioetico si sostanzia su valori forti e indisponibili, per questo non mi sorprendono e non mi allarmano più di tanto le diversificazioni su alcune questioni molto delicate. Qualche volta sono spaventato dalla intolleranza che spesso si verifica nel confronto di alcune soluzioni. Questa è una mia idea assolutamente personale che esula dall’esercizio delle mie funzioni: qualche volta sono preoccupato perché diventa sempre più difficile trovare quelle cornici giuridiche e civili all’interno delle quali il dibattito bioetico trovi il suo equilibrio. La bioetica divide perché non può essere che così, ma mi preoccupa lo stallo del dibattito proprio quando deve essere tradotto in giurisdizione positiva. Quella in cui la comunità si riconosce o riconosce il peso della propria posizione. Perché ci sono questioni che una società può affrontare in tutta la sua complessità solo se ne condivide quanto meno i principi generali di rispetto e tolleranza dei reciproci valori.
E qui ritorniamo alla Costituzione…
Esatto. Dal punto di vista civile la nostra comunità una sua scelta l’ha fatta ed è la nostra Carta. Che è una Carta viva, e che certamente ancora oggi ha bisogno di essere vissuta e interpretata, però è il punto di equilibrio nel quale riconoscersi per convivere. left 19/2009

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Una norma fuori legge

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

FECONDAZIONE ARTIFICIALE«Potremo tornare a seguire la buona pratica medica». Queste poche ma significative parole di Claudia Livi, ginecologa e presidente del Cecos (Centro studi e conservazione ovociti e sperma umani) sintetizzano il quadro delle più immediate conseguenze della sentenza 151/2009 con cui la Corte costituzionale ha messo la parola fine alla querelle interpretativa che si è aperta all’indomani della comunicazione del dispositivo che ha stabilito la parziale incostituzionalità della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. La presidente del Cecos è intervenuta a Roma al convegno “La cura della sterilità e le tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il futuro dopo la sentenza della Corte costituzionale e le modifiche alla legge 40”, organizzato alla sala Mappamondo della Camera da Amica cicogna, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, Madre provetta e un bambino.it (appena costituitesi in Federazione nazionale dei pazienti infertili) e dall’Associazione Luca Coscioni. Un incontro pensato per fare il punto della situazione dal punto di vista medico in seguito alla bocciatura degli articoli 6 e 14 della legge 40, laddove impongono il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. Ma che è anche servito a inquadrare la “sentenza 151” in un contesto più ampio, che coinvolge tutti i cittadini e non solo quelli che decidono di ricorrere alla fecondazione assistita: quello relativo alla battaglia in difesa dello Stato di diritto da leggi deologiche e strumentali al controllo delle nostre scelte personali operato dalle istituzioni politiche. «Una battaglia che comprende altre due storiche sentenze della Consulta», ha ricordato il giurista Stefano Rodotà. Quella del 2007 che ha riconosciuto a Eluana Englaro il diritto a veder riconosciuta la propria volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico, e la sentenza 438/2008 sul consenso informato. «Questo secondo dispositivo – ha aggiunto Rodotà – costituisce un punto di sintesi tra il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione, due diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta, e violati da norme come la 40 e quella sul cosiddetto testamento biologico approvata al Senato e in attesa di valutazione alla Camera». Quanto alla sentenza 151/09 (pubblicata mercoledì scorso in Gazzetta e che quindi mette immediatamente in condizione i medici di valutare caso per caso il numero di embrioni da impiantare e l’eventuale crioconservazione di quelli sovrannumerari), Rodotà ha sottolineato, da un lato, che con essa «la guerra contro la distruzione sistematica dello Stato di diritto non è ancora completamente vinta», e dall’altro che «è stato riaperto il discorso sullo statuto giuridico dell’embrione». Pensiamo di non interpretar male le parole del giurista se diciamo che in pratica la Consulta ha demolito l’impostazione ideologica di derivazione cattolica della legge 40 secondo cui l’embrione sarebbe “persona”, e non, come peraltro sostiene tutta la comunità scientifica mondiale, un conglomerato di cellule indistinte. Il perché la battaglia non è completamente vinta lo spiega a left l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Non esiste un diritto a un figlio a ogni costo, ma esiste un diritto alla salute ed è questo che è stato leso dalla 40, secondo la Consulta. Ma rimangono in piedi alcuni passaggi che noi riteniamo incostituzionali riassumibili in tre punti: il divieto dell’eterologa, il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le persone fertili ma affette da malattie genetiche e la questione dell’utilizzo per fini scientifici degli embrioni non utili per una gravidanza». Su questi tre punti ci sono dei procedimenti in corso e altri già depositati in diversi tribunali italiani. Per comprendere se il definitivo affossamento di una delle più inique e illiberali norme prodotte dalle destre nella storia d’Italia debba passare ancora per la Corte costituzionale – e non per un (a questo punto) auspicabile dibattito prima pubblico e poi parlamentare – non resta che attendere che la giustizia faccia il suo corso. left 19/2009

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Cronaca di due leggi vergogna

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Fecondazione assistita, ricerca sulle staminali embrionali, identità medica. Dopo il primo stop della Consulta agli articoli che violano la salute della donna, ora si dichiari l’incostituzionalità del ddl sul testamento biologico di Federico Tulli

Per la legge 40 una sonora bocciatura della Consulta

Mentre andiamo in stampa la Corte costituzionale è appena uscita dalla camera di consiglio dove si era riunita per valutare la legittimità costituzionale della legge 40 sulla procreazione medicalmente assitita (Pma). La norma è stata giudicata parzialmente illegittima dall’Alta corte. I giudici hanno infatti dichiarato «l’illegittimità costituzionale» dell’«unico e contemporaneo impianto» di tre embrioni (articolo 14 comma 2). Allo stesso modo è incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo 14 laddove non prevede che il «trasferimento degli embrioni, “da realizzare non appena possibile”, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». Nel mirino dei giudici, dunque, due passaggi della legge che minano il diritto alla salute. L’obbligo di contemporaneo impianto di tre embrioni è  infatti causa di parti plurigemellari tra le donne più giovani, mentre è spesso insufficiente per chi ricorre alla  fecondazione assistita in età più avanzata. La qual cosa comporta il ricorso a più tentativi di impianto. Ciò che invece la Corte ha dichiarato inammissibili, «per difetto di rilevanza nei giudizi principali», sono le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3 (irrevocabilità del consenso della donna) e 14, commi 1 e 4. Il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. «La pentola clericale della legge 40 è stata fatta senza il coperchio costituzionale – commentano Marco Cappato e Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni -. I casi individuali arrivati alla Consulta hanno dimostrato quanto piena di ideologia sia stata la stesura della legge “italiana” sulla fecondazione assistita». Secondo i due politici radicali è ora urgente riuscire a imprimere una svolta anche sulla questione centrale per milioni di malati: quella di destinare le migliaia di embrioni sovrannumerari, invece che alla spazzatura, alla ricerca. A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50 per cento) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Dopo lo scempio dell’approvazione in Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico, finalmente la buona notizia della bocciatura “costituzionale” di questa brutta legge. La cui storia – che il nostro settimanale ha denunciato sin da quando fu proposta – ha tanti significativi punti in comune con il ddl sul testamento biologico appena approvato al Senato. Entrambe, antiscientifiche e ispirate a dogmi religiosi, attaccano violentemente una serie di diritti civili dati oramai per acquisiti. Almeno fino a quando la destra berlusconiana non è arrivata al governo. E l’opposizione le si è sistematicamente
sgretolata di fronte, lacerata da mille contraddizioni interne sui temi etici. f.t.

Un registro contro l’accanimento

Mina Welby

Mina Welby

Mina WelbyIl bersaglio grosso è l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici. È nel mirino dei Radicali  che stanno raccogliendo le firme per una delibera di iniziativa popolare al Comune di Roma. Quello retto da Gianni Alemanno, uno dei più accaniti sostenitori del ddl Calabrò. Nel frattempo la breccia è stata aperta da Sandro Medici, “minisindaco” Pd del X municipio della Capitale, dove vivono oltre 180mila persone. Tra le proteste dell’opposizione, Medici ha istituito un registro che sarà inaugurato la prossima settimana dal testamento biologico di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio.

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Luca e Piergiorgio, due eroi civili

Luca e Maria Antonietta Coscioni

Luca e Maria Antonietta Coscioni

«Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza  mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti». In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il  maratoneta (ed. Stampa Alternativa). Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria  della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali. Gli unici finanziamenti che oggi consentono alla ricerca italiana in questo campo – un tempo all’avanguardia – di mantenersi al passo con quella internazionale.

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Piergiorgio Welby

Guardando alla storia umana e politica di Coscioni e della legge contro cui si è battuto non si può non pensare a Piergiorgio Welby e al ddl sul cosiddetto testamento biologico appena varato dal Senato e in attesa di passare  all’esame definitivo della Camera. Come Luca, Piergiorgio era affetto da sclerosi laterale amiotrofica. E come lui  trasformò la propria condizione di malato terminale in una strenua battaglia politica per il rispetto del diritto alla salute e alla tutela della dignità umana garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Una battaglia per il diritto di morire di morte naturale, senza cioè essere più sottoposto a un inutile quanto doloroso accanimento terapeutico, rappresentato dal ventilatore polmonare. Nell’estate del 2006 Welby chiede che gli sia staccato. È malato da oltre 40 anni: la distrofia muscolare progressiva gli è stata diagnosticata nel 1963. Negli anni Ottanta perde l’uso delle gambe. Poi l’ultimo stadio: insufficienza respiratoria. Welby entra in coma e quando si risveglia è tracheotomizzato e  immobilizzato al letto. Da questo momento può respirare solo col ventilatore e comunicare solo tramite computer. Scrive indicando le lettere con gli occhi. Sono questi, d’ora in poi, la sua voce. Che fa sentire sul web sul sito dei  radicali italiani, dove ha aperto un forum dedicato all’eutanasia (www.calibano.ilcannocchiale.it). E che fa sentire nel suo libro Lasciatemi morire (Rizzoli) che conclude a settembre, tre mesi prima che l’anesesista Mario Riccio gli stacchi il respiratore.
Quando il libro va in stampa Welby ha quasi del tutto perso ogni capacità di comunicare anche attraverso gli occhi. Sono le settimane in cui la lettera che scrive al presidente Napolitano e che fa da prologo al libro mantiene alto il  dibattito sull’eutanasia e il testamento biologico. «Io amo la vita Presidente – scrive Welby -. Vita è la donna che ti  ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né malinconico né un maniaco depresso (come accertò lo psichiatra Alessandro Grispini, ndr). Morire non mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. È solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Quell’insensato accanimento che secondo il ddl approvato al Senato ora va imposto per legge. A chiunque si trovi in quelle condizioni. left 13/2009

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Legge 40, ci risiamo

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

lapresse_ro181108int_0012Bocciata nei tribunali ordinari, la norma sulla procreazione medicalmente assistita per la seconda volta in tre anni al vaglio della Corte costituzionale di Federico Tulli

A cinque anni dalla sua promulgazione, dopo un tentativo referendario di  abrogazione e decine di cause in tutta Italia promosse da altrettante donne in difesa del proprio diritto alla salute, senza contare la messa all’indice da parte dell’intera comunità medico-scientifica, la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita arriva per la seconda volta sotto la lente della Corte costituzionale. Che ha fissato per il 31 marzo l’udienza per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze. Sotto accusa gli articoli 6 e 14 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. «A partire dall’articolo 1, la legge 40 non rispetta l’articolo 32 della Costituzione, perché viola il diritto alla salute della donna», ci ricorda l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Ci auguriamo – aggiunge – che la Consulta colga l’occasione per rimediare a questi effetti». L’articolo 14 è per la seconda volta al vaglio della Corte. Che già il 9 novembre del 2006 aveva dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Cagliari. Ma poi, a settembre 2007, lo stesso tribunale aveva dato ragione a una donna portatrice di una grave malattia genetica che chiedeva il riconoscimento del diritto alla diagnosi preimpianto negato dalla legge 40. Un divieto, questo, parzialmente corretto dalle linee guida promulgate nel gennaio 2008 dall’allora ministro Livia Turco.

Certo, viviamo giorni in cui il varo della legge sul testamento biologico, così come  è stata elucubrata dal centrodestra, non incute ottimismo. Il ddl Calabrò è stato definito – e non a torto – «testamento ideologico» dalla senatrice radicale del Pd Donatella Poretti. Anche la vice presidente del Senato, Emma Bonino, non ha mancato in questi giorni di ricordare le inquietanti analogie di questa nuova norma con quella sulla Pma. Per il comune impianto antiscientista e illiberale di ispirazione cattolica che caratterizza entrambe. E il pensiero che ci possa essere ancora un ripensamento sulla legge 40 alimenta in queste ore le associazioni di pazienti sterili e infertili e chi questa norma la combatte sin da quando è stata proposta. La Corte costituzionale potrebbe, d’un sol colpo, se guardasse al vero, dichiarare incostituzionali  due  o più articoli della legge 40.
Anche sulla scia dall’ennesima bocciatura subita dalla norma sulla Pma per mano di giudici ordinari nelle scorse settimane: il Tribunale di Milano con due diverse ordinanze del 6 e del 10 marzo ha ampliato quanto affermato dal Tribunale di Firenze e dal Tar del Lazio. I giudici milanesi si sono pronunciati sui ricorsi presentati da due coppie siciliane portatrici di beta-talassemia e drepanocitosi abbinata a beta-talassemia, sostenuti dalle associazioni Hera di Catania, Sos infertilità di Milano e Cittadinanza attiva. In questo caso è stato messo in rilievo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività stabilito dall’articolo 4 della legge 40. E ancora, risultano invasivi e lesivi dell’integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatrici di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico. left 12/2009

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La scienza non è un’altra religione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009

3310053595_d73e4e45e3Della serie “Perfido tempismo”. Il ministro Sacconi ha escluso le ricerche sulle staminali embrionali dai nuovi bandi per i finanziamenti alla ricerca, creando una discriminazione che va persino contro la proibizionista legge 40 e che allontanerà l’Italia dai finanziamenti Ue. Il fattaccio accade proprio alla vigilia del II congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito (5-7 marzo, Bruxelles Parlamento Ue). Scienziati, legislatori, uomini politici dei 5 continenti discutono di manipolazione politica della scienza e di confronto tra metodo scientifico e pensiero religioso, cercando di collegare l’attualità scientifica e politica con le esigenze delle persone malate o disabili. Left anticipa alcuni brani delle relazioni del bioeticista Alex Mauron dell’università di Ginevra e di Stephen Minger, direttore del King’s stem cell biology laboratory di Londra (vedi left n. 18/2008). Federico Tulli



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Relativismo epistemologico e dogma religioso: la strana coppia nella battaglia contro la libertà di ricerca scientifica di Alex Mauron


La cultura contemporanea è molto più ambivalente che in passato nei confronti della scienza e talvolta apertamente ostile. Ne sono chiari esempi l’ascesa del movimento Creazionista, che si va diffondendo molto oltre la Bible belt americana in cui esso nacque e la sempre più autoreferenziale opposizione a specifici campi della ricerca biomedica (come ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali) da parte di alcune autorità religiose. Inoltre questi conflitti non si limitano a riproporre i vecchi scontri tra scienza e religione, che vertevano su chi avesse l’autorità e la competenza metodologica ad accedere alla verità e a svelarla al mondo. Oggi il relativismo epistemologico e la speculazione sulle presunte implicazioni etiche delle scoperte scientifiche giocano un ruolo molto più ampio. Ad esempio, il tentativo creazionista di confezionare un’alternativa pseudoscientifica alla biologia evoluzionista, quale è la teoria del disegno intelligente, non ha mai avuto successo, eppure tale fallimento non ne compromette la crescente influenza. Infatti tale influenza ha poco a che fare con la scienza in quanto tale e deriva piuttosto dalla fustigazione della visione scientifica, descritta come un materialismo noncurante che conduce alla disperazione e alla perdita della credenza tradizionale in comandamenti morali oggettivi. Ecco una perfetta illustrazione del “sillogismo relativista”:
a. La scienza asserisce che un insieme di fatti e spiegazioni sul mondo – chiamata E – è vera.
b. Se E è vera, ne derivano spiacevoli conseguenze morali e sociali.
c. Ergo E è falsa.
Pur nell’assurdità di una simile illusione, questo modo di ragionare ha conquistato l’ampio sostegno tanto della cultura popolare («la scienza è solo un’altra religione») che di quella erudita (lo strong programme della sociologia della scienza e di altre filosofie irrazionaliste). Così, i dogmatici religiosi si sentono incoraggiati a sostituire il loro proprio marchio di dogma a quella “religione naturalistica” che sarebbe la scienza. Tale alleanza tra atteggiamenti dogmatici e relativistici non è senza precedenti nella storia.

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Potenziale terapeutico e di ricerca delle cellule staminali umane pluripotenti di Stephen Minger

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A partire dalla ricostruzione del sistema ematopoietico, realizzata per la prima volta attraverso il trapianto di midollo osseo negli anni Sessanta, si è nutrito un significativo interesse per il potenziale terapeutico e scientifico delle cellule staminali. L’isolamento di specifiche cellule staminali tissutali multipotenti provenienti da organi di persone adulte e la derivazione di cellule staminali embrionali pluripotenti offrono il potenziale per la rigenerazione di diversi tessuti e organi soggetti a degenerazione legata all’età e a danni traumatici. In un futuro non troppo distante sarà possibile riparare i tessuti cardiaci danneggiati dall’infarto miocardico, sostituire i neuroni perduti a causa del morbo di Parkinson e di Alzheimer, trapiantare nuove cellule produttrici di insulina e cellule mieliniche per gli individui affetti da sclerosi multipla e sostituire ossa e cartilagini consumate con l’età e a causa di malattie infiammatorie. Inoltre, la produzione di popolazioni specifiche di sottotipi definiti di cellule umane ha un enorme potenziale di rivoluzionare la scoperta di nuovi farmaci e l’investigazione dei fondamenti cellulari delle malattie umane. Il campo emergente della Medicina rigenerativa modificherà in modo rilevante la medicina clinica e influenzerà significativamente le nostre percezioni dell’invecchiamento, della salute e della malattia, con una miriade di conseguenze per tutta la società.

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Legge 40, cinque anni di guai

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Febbraio 2009

71808488Troppi divieti, discriminazione delle coppie meno abbienti, scarsa informazione. Ecco le ricadute sociali della norma berlusconiana sulla fecondazione assistita, secondo il quadro desolante dell’indagine Censis di Federico Tulli

«Lo studio del Censis sull’infertilità in Italia, per la prima volta, ha dato voce a chi è direttamente coinvolto, ed è evidente la condanna della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, perché mette a rischio la salute di chi la subisce in prima persona: le donne». A cinque anni dall’entrata in vigore di quella che è ritenuta la più antiscientista (e forse anche la più anticostituzionale) delle leggi berlusconiane, il Centro studi investimenti sociali, su mandato della fondazione Serono, ha condotto la prima grande indagine sulle ricadute sociali della norma, e l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica cicogna ne commenta l’esito a left. Era la prima volta che un istituto di ricerca si rivolgeva ai soggetti direttamente interessati e anche il giudizio sull’efficacia della legge 40 espresso dalle 606 coppie intervistate, che hanno fatto ricorso alla fecondazione assistita, è risultato decisamente impietoso: troppi divieti, scarsa informazione, discriminazione di chi è meno abbiente. Dati alla mano, appare totale la divergenza tra le intenzioni del legislatore e i risultati dell’applicazione della norma. Secondo il Censis a essere penalizzate sono le coppie meno preparate culturalmente ed economicamente più modeste. Un divario che emerge, per esempio, nei tempi medi di attesa: 10,4 mesi per le più istruite e 21,3 per quelle meno colte. Inoltre 7,7 coppie su 10 sono convinte che la legge penalizzi chi ha meno possibilità economiche, e l’80 per cento si sente svantaggiato rispetto a chi vive in altri Paesi europei. Mentre il 71 per cento sostiene che la legge si preoccupi troppo degli aspetti etici, addirittura il 77,4 dice che la norma ha ridotto le probabilità di diventare genitori. Infine, tra le coppie insoddisfatte dalla legge, il 50,2 per cento si dichiarano cattoliche. «Sono diversi gli elementi preoccupanti che emergono dalla ricerca del Censis», commenta Filomena Gallo. «Per prima cosa, rispetto allo scenario che si presentava prima della legge 40, non “pesa” più solo la differenza di reddito e quindi la possibilità di accedere a centri pubblici o privati. I troppi divieti imposti dalla norma, su tutti quello di fecondazione eterologa, spingono le coppie a rivolgersi all’estero. Cosa che ovviamente non tutti si possono permettere, ma che comunque significa anche non avere le garanzie sanitarie che si avevano in Italia prima della legge 40». flickr3A tal proposito il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, nel corso della presentazione dello studio del Censis aveva osservato: «Da noi ci sono troppi centri che spesso fanno una politica sbagliata. C’è pubblicità negativa sui dati. Bisognerebbe vedere quanti vanno all’estero pur potendo ottenere le stesse cose in Italia. Sono gli stessi centri a fare cattiva politica attaccando la legge 40 e non promuovendosi». Quella dell’informazione è un’altra questione irrisolta di questa legge. «In Italia – sottolinea la presidente di Amica cicogna – il tabù nei confronti dell’infertilità è forte quanto quello che c’è verso la sessualità umana. Senza un deciso cambiamento culturale, con la sola legge non si va da nessuna parte. Svolta che si può verificare solo tramite un vero dibattito e una corretta informazione. Spesso però – prosegue Filomena Gallo – gli schieramenti politici preferiscono far emergere solo i commenti di chi è pro e di chi è contro le tecniche di fecondazione assistita, senza mai rivolgere l’attenzione alle coppie». Tra l’altro, come ha denunciato il presidente di Cecos Italia, Andrea Borini, «la legge 40 prevede fondi per favorire l’accesso all’informazione, ma non sono mai stati utilizzati». Una classica situazione di stallo all’italiana, ma che forse ora è stata intaccata semplicemente dando voce alle persone direttamente interessate. Left 06/2009

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Prove di Costituzione

È fissata per il 31 marzo prossimo l’udienza dinanzi alla Corte costituzionale per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze dei Tribunali di Firenze e Roma sulla legge 40. Sotto accusa gli articoli 6 e 13 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli.

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