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No alla ru486 e diritti al concepito, benvenuti in Vaticalia

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

Cronache da uno Stato laico, ostaggio del furore ideologico di alcuni suoi rappresentanti. Modificare l’articolo 1 del Codice civile «per il riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano fin dal concepimento». Il ddl che equipara i diritti di un gamete a quelli di vostra figlia che in questo momento sta giocando con le amichette nel cortile di una scuola è stato depositato ieri al Senato dagli zelanti membri del Pdl, Maurizio Gasparri, Laura Bianconi e Gaetano Quagliarello. Non è ancora chiaro se la masturbazione sarà punita con l’ergastolo. Né se sarà sufficiente confessarsi in chiesa per evitare la galera. Mentre, per bocca del capogruppo del centro destra al Senato, il trio ha assicurato che l’obiettivo della proposta non è abrogare la legge 194 sull’aborto. Gasparri ha sottolineato che il ddl intende «aiutare a definire i confini della legge, secondo le intenzioni che furono allora del legislatore, contro i tentativi di allargamento oggi in atto». L’esponente Pdl si riferisce alle vicende relative all’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Dopo il parere positivo espresso dall’Agenzia italiana del farmaco (usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, la Ru486 è ritenuta essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità), il ministro Sacconi ha messo in dubbio la compatibilità del Mifegyne con la legge 194. Invitando l’Aifa a riformulare la delibera e a inserirvi l’obbligo di ricoverare fino all’espulsione del feto chi richiede la via farmacologica per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’Aifa ha risposto picche perché la Ru486 (che è usata da cinque anni nei nostri ospedali, importata dalla Francia) non viola le norme sull’aborto, e la questione dei ricoveri non è di sua competenza, ma del governo. Seguire la logica del ministro (come quella di Gasparri&C.) è difficile. Per prima cosa l’articolo 10 della legge non parla di degenza obbligatoria, ma «eventuale». Come è normale che sia in ogni Paese normale, è il medico che decide nel rapporto con la paziente se sia necessario o meno trattenerla in ospedale. E non chi fa le leggi. In secondo luogo, a certificare la prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico è stato lo stesso Sacconi il 29 luglio scorso quando ha approvato la relazione annuale ministeriale sulla 194. «Due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre a una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata», si legge nel testo firmato dal ministro. Più chiaro di così.     FedericoTulli

**Terra, il primo quotidiano ecologista**

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La Ru486 in ostaggio del centro destra

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Con i voti della maggioranza la commissione Sanità del Senato blocca l’iter di comercializzazione del farmaco abortivo. Poretti (Radicali-Pd): Ministero in confusione. Roccella si è dimenticata che ha già certificato la conformità dell’aborto medico con la legge 194? di Federico Tulli

 

L’entrata in commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486 subisce un nuovo inspiegabile stop. Dopo un mese d’indagine conoscitiva, la commissione Igiene e sanità del Senato ha approvato ieri con 13 voti (Pdl+Lega) contro 8 (Pd) la relazione che di fatto blocca la commercializzazione della Ru486 nonostante il parere favorevole formulato il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco, vale a dire l’organo tecnico scientifico preposto a queste valutazioni dal ministero della Salute. E proprio qui è il primo paradosso. Secondo gli esponenti del centrodestra, infatti, il medicinale non può essere commercializzato fino a quando il ministro della Salute, Maurizio Sacconi, non avrà espresso il parere riguardo la compatibilità della tecnica abortiva farmacologica con la legge 194 sull’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Stando a quanto dichiarato dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella questo potrebbe accadere entro pochi giorni, forse già oggi. Roccella ha poi anticipato che il parere conterrà l’obbligo per le strutture che praticano l’aborto farmacologico di garantire il ricovero dall’assunzione della pillola all’espulsione del feto. Dopo di che il cda dell’Aifa sarà chiamato a una nuova delibera «che chiarisca i dubbi interpretativi, e stabilisca chiaramente che il day hospital è escluso. La pillola – ha concluso il sottosegretario – va assunta in presenza del medico». «La Roccella fa confusione ed è pure distratta», ha commentato la senatrice Radicale del Pd e segretaria in Commissione, Donatella Poretti. «Anzitutto ricordo che la relazione annuale sulla 194 riporta la sua firma. E che in quel testo ci sono i dati sul monitoraggio dell’uso della Ru486 negli ospedali italiani. Se questo farmaco rientra nella relazione della legge sull’aborto evidentemente è perché la procedura è rispettosa della norma. Altrimenti vuol dire che quanto scritto dalla Roccella nella relazione era fuori legge. In secondo luogo – prosegue – un conto è prevedere che tutta la procedura, dalla somministrazione della Ru486 al monitoraggio della paziente, all’espulsione del feto, sia effettuata in ospedale. Altra cosa è il discorso che sta cercando di far passare. E cioè che la 194 prevede il ricovero dal giorno x al giorno y. Questo nella legge non è scritto, visto che si parla di “eventuale” ricovero. Io comunque penso che queste siano sempre decisioni di competenza del medico che valuta caso per caso», conclude Poretti. Anche l’assessore alla Produzione culturale del Comune di Venezia ed ex deputato dei Verdi, Luana Zanella, critica l’invasione di campo della politica in questioni mediche. «Ancora una volta una decisione presa in ambito politico e non tecnico scientifico. Così – aggiunge – si ostacola l’adozione di misure sanitarie tese a rendere meno invasivo un intervento medico a vantaggio delle donne e della salute femminile, che dovrebbe rimanere il primo obiettivo di decisioni di questo tipo». Zanella conclude annunciando che «pure su questo ennesimo abuso prenderemo parola nel corteo del 28 novembre a Roma contro la violenza sulle donne». Terra, il primo quotidiano ecologista

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La Ru486 negli ospedali italiani dal 19 novembre

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2009

Via libera dell’Agenzia italiana del farmaco. Tra un mese, in Gazzetta ufficiale, la scheda tecnica per la somministrazione della pillola abortiva nelle interruzioni volontarie di gravidanza. Si chiude un iter durato quattro anni di Federico Tulli

Fra un mese anche in Italia si potrà abortire per via farmacologica. Si è conclusa, con l’emanazione del documento che pone la parola fine all’iter di autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, l’attesa riunione di ieri in seno al cda dell’Agenzia italiana del farmaco. Con l’ok del cda, il dg Guido Rasi ha infatti ottenuto il mandato per redigere la “determina” con le indicazioni tecniche per la somministrazione della pillola. Il testo dovrà essere pubblicato entro un mese in Gazzetta ufficiale. Stando a indiscrezioni raccolte da Terra questo accadrà l’ultimo giorno utile, vale a dire il 19 novembre prossimo. Da quel momento in poi, le donne che decidono di abortire, nel pieno rispetto della legge 194/78, avranno a disposizione la scelta, concertata con il medico, tra l’interruzione volontaria di gravidanza per via chirurgica e quella per via farmacologica. È il caso di dire: finalmente. Visto che tale possibilità è garantita da almeno dieci anni in quasi tutto il mondo occidentale, se non da venti come nel caso della Francia. Come accade dal 2005, anno in cui fu faticosamente avviata dal ginecologo Silvio Viale la sperimentazione del farmaco, sperimentazione paradossalmente inutile dato che, proprio dal 2005, la Ru486 è considerata un farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità cui l’Italia aderisce, la decisione dell’Aifa è stata preceduta e poi investita dal solito fuoco di sbarramento che si alza ogni volta che c’è un capitolo importante della storia all’italiana della pillola abortiva. Con polemiche sguaiate e millantando dati scientifici è scesa in campo l’esigua ma rumorosa pattuglia di antiabortisti nostrani composta da politici e giornalisti. In prima fila c’è il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, il quale ha assicurato (le donne italiane certamente no, forse il Vaticano?) che l’Aifa non deciderà sulla Ru486 prima della conclusione dell’indagine avviata dal Senato sulla pillola abortiva, cioè il 25 novembre prossimo. E poi, nel pieno disprezzo dell’autonomia di pensiero e della sensibilità femminile ha aggiunto: «L’aborto facile in casa in Italia non ci sarà». Come se abortire fosse una passeggiata. La chicca finale, poi, rivela lo scarso livello d’interesse per la salute delle donne da parte del senatore. In una nota, infatti, Gasparri rivendica «la sovranità di governo e Parlamento nel verificare che la Ru486 non sia utilizzata in violazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza». Una violazione che, essendoci lasciati alle spalle 4 anni di sperimentazione, ovviamente non esiste. Cosa che rivela come l’indagine sia un’inutile perdita di tempo e metta a rischio la salute di chi potrebbe già utilizzare la Ru486.  A tal proposito, quando Gasparri invoca il ruolo delle istituzioni, sembra ignorare il senso dell’articolo 15 della legge, laddove recita: «Le Regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie (…) sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Senso che non sfugge a Rasi, il quale sempre ieri ha detto che «la pillola abortiva non presenta rischi dal punto di vista farmacologico e scientifico». E che, soprattutto nel nostro Paese, si avranno meno problemi rispetto agli altri che hanno già introdotto la Ru486, perché «abbiamo ristretto il campo di applicazione e si potrà assumere la pillola abortiva solo entro la settima settimana. Presa entro questi tempi di gestazione non ci sono rischi. Quindi – conclude il dg dell’Aifa – non c’erano motivi per non autorizzarla, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». Parole che non lasciano spazio a interpretazioni fantasiose e che smascherano il bluff ideologico dei pasdaran antiabortisti. Un breve accenno, infine, all’ennesima puntata della querelle sui presunti 29 decessi (in 20 anni e in tutto il mondo!) legati all’uso della Ru486, propagandati in un libro scritto a quattro mani dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (giornalista) e dall’editorialista dell’Avvenire Assuntina Morresi (docente di Chimica). Libro che i ginecologi Flamigni e Parachini, in un articolo di Simona Maggiorelli su Terra dell’11 agosto scorso, hanno definito poco aderente alla letteratura medica. Quei dati sono ancora oggi ripetuti come mantra. Questa volta il numero 29 è uscito sulla ruota del Giornale. Dove Renato Farina ha deciso di fare le pulci alla sintesi, pubblicata sul suo stesso quotidiano, del dossier che la Exelgyn produttrice della Ru486 ha presentato nei mesi scorsi all’Aifa (e che questa ha ritenuto attendibile) per ottenere l’autorizzazione al commercio. Il tentativo di sconfessare la Exelgyn si sgonfia già alla seconda riga. Qui Farina, che in teoria sta criticando un dossier scientifico, definisce, molto poco scientificamente, “bambini” quelli che in realtà sono feti. Quanto ai 29 decessi riesumati dal suddetto, come ricorda il presidente dell’Aduc, Peter Yates Moretti, «fra quei 29 casi ci sono addirittura due uomini». Inutile aggiungere altro, se non per ricordare che tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno utilizzato il farmaco in dosaggi e modi completamente sbagliati». Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso con l’uso della Ru486. Un nesso che comunque conta poco, anzi niente ai fini dell’autorizzazione al commercio, poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta. Questo medicinale, tra l’altro, seguendo gli stessi criteri antiscientifici adottati da Morresi, Roccella e Farina, ha un tasso di mortalità (questo sì verificato) di decine di volte superiore a quello presunto della Ru486. Il dato di fatto reale è che, conclude Moretti, «su decine di milioni di donne che negli ultimi vent’anni hanno utilizzato la pillola Ru486 nelle modalità previste, nessuna è deceduta». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Falsificano per deliberare

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009

La pillola abortiva Ru486 è di nuovo nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali in Parlamento. Con un’interrogazione al ministro Sacconi il senatore Calabrò va contro l’Agenzia italiana del farmaco. Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale di Federico Tulli

Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può intaccare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico che porta il suo nome, infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà certo di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra. Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni? Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti. left 38/2009

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Ru486, il governo non si intrometta

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Agosto 2009

Visita Ginecologica07Non compete alla politica decidere la durata del ricovero e i farmaci da somministrare. Il rapporto tra ginecologi e pazienti è inviolabile. Altrimenti si mette a rischio la salute delle donne. Il j’accuse di un eminente scienziato e di un uomo di legge di Federico Tulli

I paladini dello Stato etico non si arrendono. A una settimana dalla definitiva autorizzazione al commercio in Italia della pillola abortiva Ru486 è ancora vivo il fervore di politici e uomini di Chiesa decisi a contrastare in ogni modo l’uso di questo farmaco, da anni riconosciuto efficace e sicuro da tutte le più importanti istituzioni sanitarie e scientifiche del globo. L’ultima in ordine di tempo è del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri che ha proposto di portare la questione Ru486 in Parlamento. «Per fare chiarezza – dice – perché al momento non ce n’è abbastanza». L’uso del farmaco per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) secondo Gasparri «non è un problema amministrativo», e quando c’è di mezzo la «banalizzazione della vita la politica si deve interrogare per dare risposte. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, né delegare l’Agenzia italiana del farmaco e gente che non rappresenta nessuno a peggiorare la legge 194. Siamo di fronte – ha concluso l’ex militante missino – a un modo di procedere non compatibile con le regole della democrazia». A Gasparri ha fatto tempestivamente eco la sottosegretaria al Welfare con delega alla bioetica Eugenia Roccella. «È giusto che il Parlamento sia coinvolto», ha ribadito. «Non si può limitare la questione a un fatto tecnico, perché si tratta di un fatto politico. In Aula bisogna portare tutti i dati, anche sull’utilizzo della pillola Ru486 in Italia, e vorrei la massima trasparenza per aprire un dibattito nel Paese». Per dirla con Gasparri, per «fare chiarezza» sui rischi che corre la 194 e la salute delle donne, left ha chiesto il parere di un uomo di legge (vedi l’intervista al giudice Santosuosso) e, soprattutto di un eminente ginecologo, il professor Carlo Flamigni, docente all’università di Bologna e autore di numerosi saggi tra cui i recenti L’aborto (Pendragon) e Casanova e l’invidia del grembo (Baldini e Castoldi Dalai). Il primo spunto giunge proprio dal Parlamento, dove la scorsa settimana il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, con un ritardo di oltre cinque mesi (vedi left n. 17/2009), ha presentato la relazione annuale sulla legge 194/78 che ha registrato i dati definitivi del 2007 e quelli provvisori del 2008. Proseguendo nel trend che vede gli aborti in calo continuo sin dal 1982 (-42 per cento in 26 anni) il 2008 si è chiuso con il 4,1 di Ivg in meno rispetto al 2007. Alla luce dei rischi paventati da Chiesa e centrodestra come vanno lette queste cifre? «L’analisi – spiega Flamigni – va fatta seguendo un’unica falsa riga, c’è molta saggezza da parte delle donne nell’interpretazione dei loro diritti». In tal senso un elemento significativo è rappresentato dal 18 per cento di donne che hanno abortito più volte. «Non solo questo dato è tra i più bassi nel mondo – sottolinea il ginecologo – ma se guardiamo agli aborti veramente ripetuti, quelli effettuati da tre volte in su, scopriamo che non superano il 2 per cento. Questo vuol dire che, nonostante quanto sostengono i malevoli, nessuna donna guarda all’Ivg come a un sistema per regolare la sua vita riproduttiva. Su questo non c’è alcun dubbio. Quando monsignor Sgreccia e certi politici accusano le donne di “banalizzazione della vita” oltre a non sapere di cosa parlano offendono in continuazione l’intelligenza femminile. Quando il cardinal Bagnasco – prosegue Flamigni – afferma che la Ru486 è una “discesa di civiltà” è libero di dirlo. Per la sua religione chi interrompe una gravidanza è un omicida e come tale va trattato. Ma il cardinale confonde la sua religione con la verità». Ciò non toglie che siano diverse le questioni relative alla legge 194 che ancora non funzionano. «In primis, è praticamente ferma la ricerca scientifica sui metodi anticoncezionali. C’è poi il grave problema dell’assenza di educazione e di scarsa o cattiva informazione. A danno soprattutto delle donne migranti che si portano appresso “usanze” pericolose per la propria salute». Per esempio c’è un numero non facilmente calcolabile di nuove cittadine che provengono dall’Est che per abortire usa le prostaglandine reperibili in farmacia e che normalmente si usano per il mal di stomaco.

Il ginecologo Carlo Flamigni

Il ginecologo Carlo Flamigni

«Tenga conto – spiega il professore – che la Ru486 è composta di due pillole: il mifepristone, che interrompe la gravidanza, e poi la prostaglandina che espelle il feto. Ebbene, ancora oggi ci sono donne malconsigliate che prendono prostaglandine per abortire rischiando la vita. Quindi occorre avvicinarle, per meritare la loro fiducia e portarle a risolvere i loro problemi in ospedale. Ma questa guerra allo straniero impostata dalla destra di certo non aiuta».  Sempre in tema di informazione, ha tenuto banco in questi giorni il numero dei presunti decessi causati dalla Ru486 sbandierato dalla Roccella (in tutto sarebbero 26 dal 1988) che è autrice, insieme ad Assuntina Morresi, di un libro dal titolo La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru 486. «La signora Roccella ha comunicato dati molto grossolani – commenta Flamigni -. Nessuno sostiene che una Ivg con la Ru486 sia facile, gradevole o priva di complicazioni. Ma molti degli incidenti citati dal sottosegretario non hanno nulla a che fare con la Ru486. Se c’è una gravidanza extrauterina non diagnosticata e la donna muore, la colpa è dei medici non della tecnica impiegata. In alcuni casi, poi, non sono state seguite le linee guida. Il punto è valorizzare il consenso informato e spiegare alle donne quali scelte hanno a disposizione. Se si usano buon senso e responsabilità non succede nulla».  Un’ultima spina nel fianco della legge 194 per Flamigni è rappresentato dall’epidemia di obiezioni di coscienza da parte di medici ginecologi e anestesisti. Mediamente in Italia superano oramai il 70 per cento sul totale. «Occorre fare attenzione – denuncia – perché questa pletora di obiettori comincia a rappresentare un problema per la salute. Con sempre meno specialisti a disposizione si ritarda il momento in cui viene interrotta la gravidanza. E questo vuol dire aumento del rischio. Può quindi succedere che le donne si rivolgano all’estero o a medici poco scrupolosi». Un crescendo di soluzioni peggiori del male che impongono di affrontare con rigore il tema dell’obiezione. «La legge va letta con attenzione: dice che l’interruzione di gravidanza fa parte della protezione della salute. Come si fa ad accettare che un medico si occupi della cura delle donne “fino a un certo punto”? Semmai – conclude il ginecologo – l’obiettore vada a fare un altro mestiere, ma non si occupi della salute delle persone».

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La cura non si tocca

Intervista ad Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte di appello di Milano di Simona Nazzaro


Il giudice Amedeo Santosuosso

Il giudice Amedeo Santosuosso

Giudice Santosuosso, dopo il via libera dell’Aifa alla Ru486 molti nel centrodestra hanno invocato una modifica della legge 194/78. Secondo il sottosegretario Roccella, ad esempio, «sia le dimissioni firmate dalla donna, che nessuno può impedire, sia il day hospital pongono problemi di sicurezza per la salute, poiché la domiciliarità rende il metodo meno sicuro e non si può non tenerne conto». Al di là del fatto che, come sostiene il ginecologo Flamigni, «eventuali problemi di sicurezza sono identici anche nel caso di aborto chirurgico», giuridicamente parlando che valore ha la proposta del sottosegretario?
Quando i politici parlano della necessità di un ricovero più lungo, in realtà spinti da un orientamento ideologico, ignorano alcuni elementi fondamentali. Uno è di tipo strettamente giuridico, oltre che medico, ed è che sono state già condotte delle sperimentazioni, e sono state condotte in un regime di day hospital. Se esistono dei rischi, che ci sono come in qualsiasi trattamento di tipo medico, il punto non è costringere le persone a far qualcosa, oppure a non farla, ma è informarle per dare loro la possibilità di scegliere. In questo caso la paziente diretta interessata è la donna che ha deciso ed è nella necessità di ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza. Il medico quindi non deve fare il guardiano, deve fornire tutte le informazioni, non in modo terroristico ma completo e adeguato.
Del consenso informato si è tanto parlato anche a proposito del “caso Eluana” e dei trattamenti di fine vita. Sembra proprio indigesto a questo governo…
Il consenso informato, vale a dire l’autodeterminazione di ogni singola persona relativa alle scelte sul proprio corpo e sulla propria vita, è fuori discussione. È stato ribadito da una sentenza chiarissima della Corte costituzionale, la numero 438/08, e non può essere messo in discussione in alcun modo. Quanto all’atteggiamento interventista del ministero, al Welfare, dovrebbero rendersi conto che secondo le regole che valgono nel nostro Stato, da ultimo la sentenza 151/09 che ha giudicato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004, non ha il potere di dire alle persone cosa devono o non devono fare, perché non siamo in uno Stato di controllo sui singoli. Inoltre il ministero non può neanche dire ai medici come svolgere la propria professione. Quella del medico è un’attività libera, tanto quanto è libera la persona che si rivolge a lui nella situazione di bisogno di cura. Per esempio dire che servono tre giorni di ricovero non è di competenza del ministero. Questo semmai è compito solo del medico che prende una decisione sempre dopo aver informato la donna, e con il rispetto assoluto della scelta della paziente che eventualmente può anche cambiare idea in corso d’opera.
Nei giorni scorsi il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha incitato i medici all’obiezione di coscienza. A che titolo il rappresentante di uno Stato straniero può intromettersi nei meccanismi dell’ordinamento italiano?
Io non ne farei una questione di diritto internazionale. È chiaro che il Vaticano e i suoi rappresentanti possono dire quello che vogliono, come chiunque. Il punto di cui mi preoccuperei di più è quanto l’invito all’obiezione di coscienza possa creare dei condizionamenti materiali. In determinati ambienti, quelli dove c’è un orientamento generale prevalente, un medico può sentirsi “costretto” a decidere di diventare obiettore perché pensa di non poter fare carriera.
Quindi, secondo lei, l’obiezione spesso viene “scelta” per motivazioni diverse dall’etica?
Questo mi sembra il problema più serio e più grave. Gli esponenti della Chiesa cattolica possono esercitare la libertà di parola, purché ripeto, si presti più attenzione a questo aspetto dei condizionamenti materiali. A mio avviso infatti, questi sono il reale motivo dell’aumento del numero delle obiezioni di coscienza in materia di aborto. Non si tratta di essere paladini dell’aborto o della Ru486. Personalmente, mi sento di essere paladino del rispetto della scelta che una donna può fare in determinate condizioni della propria vita, e secondo quello che è il proprio vissuto. Questo è il vero bene da tutelare, e non il successo di una certa tecnica o di un’altra. L’aspetto più importante è la libertà di scelta della donna e quella dei medici con i quali la donna si trova a entrare in contatto. Queste libertà sono assolutamente coperte e garantite dalle norme esistenti, dalla stessa legge 194, dalle sentenze dell’Alta corte in tema di autodeterminazione. Qui non è in ballo l’opinione dei laici contro quella dei cattolici. Ad esempio la sentenza numero 438/08 è stata scritta, tra gli altri, dalla professoressa Saulle che è cattolica. Questo è il segno molto importante che alcuni principi giuridici, come quello di autodeterminazione, ormai sono un sedimento della nostra società tutta, indipendentemente dal ministro, dal cardinale o dal politico di turno. left 31-32/2009

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Carlo Flamigni: Quante bugie sulla Ru486

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Agosto 2009

00294871di Federico Tulli

Il via libera del cda dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) alla commercializzazione della pillola abortiva Ru486 ha scatenato, come prevedibile, la scomposta reazione di gran parte dei politici del centrodestra e delle gerarchie vaticane. Questo nonostante l’esito della lunga consultazione di ieri, conclusa con 4 voti favorevoli e uno solo contrario, dia un segnale inequivocabile: il farmaco è sicuro e fornisce una moderna quanto valida alternativa alle tecniche chirurgiche sino a oggi impiegate nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Come del resto ribadisce a Terra Carlo Flamigni, docente di Ginecologia e ostetricia all’università di Bologna. «C’è un importante studio dell’associazione dei medici ginecologi inglesi in cui emerge che le Ivg precoci, fatte cioè entro i 49 giorni, hanno meno rischi di fallimento se fatte con la Ru486 rispetto all’intervento chirurgico. Detto ciò – spiega l’esponente di Sinistra e libertà – questa tecnica ha avuto riscontro positivo in tutto il mondo e non è vero che abbandona le donne a se stesse». E, invece, il fuoco di fila delle “obiezioni” si è levato senza soluzione di continuità per tutta la giornata in una sorta di surreale gara a chi la sparava più grossa. «Da una parte non tuteliamo la vita nel grembo delle nostre madri, dall’altra importiamo giovanotti di 20 anni per la forza lavoro», ha esordito il senatore leghista, Giuseppe Leoni, fondatore dei Cattolici padani. Gli fa eco il collega di partito Massimo Polledri: «La Ru486 contrasta con la legge 194 e altro non è che lo strumento tecnico per privatizzare e banalizzare l’aborto, facendolo passare come contraccettivo».
In poche righe Polledri concentra tutta la confusione creata ad arte dai paladini antiabortisti durante l’iter di approvazione all’immissione in commercio della Ru486. Polledri “dimentica” infatti, come precisa Flamigni, che l’articolo 15 della legge 194/78 prevede «l’aggiornamento del personale sanitario [...] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Secondo il ginecologo «c’è una grande confusione basata su problemi ideologici. Sento – dice – molte cose scorrette, qualche bugia, un’infinità di incompetenze e pure una velata minaccia: non è assolutamente vero che la pillola vada contro la 194. Le Ivg si fanno in ospedale e la pillola viene somministrata in ospedale, non si troverà certo in farmacia». Immancabile poi l’intervento a gamba tesa del Vaticano in questioni italiane. «Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri» scrive monsignor Rino Fisichella, sull’Osservatore Romano. «L’allusione al fatto che con la Ru486 diventerà più facile abortire è la cosa più irritante», conclude Flamigni. «Come se per le donne fosse una festa interrompere la gravidanza. Le donne sono molto più intelligenti, molto più attente, infinitamente direi, dei loro detrattori». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Le donne vogliono sapere. Per decidere

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

Un test del Dna

Un test del Dna

Italiane o straniere non fa differenza.Nel nostro Paese cresce la richiesta di diagnosi sullo stato di salute del feto. Per evitare che nasca malato di Federico Tulli

Nel nostro Paese, sia tra le italiane sia tra le straniere, cresce la consapevolezza dell’importanza di una diagnosi prenatale invasiva per accertare che il feto non abbia malattie genetiche. In caso di esito “positivo” molte di loro decidono di abortire, anche perché spesso in pericolo è la loro stessa vita. I dati parlano di almeno una donna su tre che oramai ricorre all’amniocentesi, nonché di un aumento notevole della diagnosi anche tra le under 30 (che in teoria corrono meno rischi), e sono stati resi noti all’ultimo congresso della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale. Viste le difficoltà di accesso alle tecniche più progredite di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), in primis la pillola Ru486 il cui commercio in Italia è ancora vietato (nonostante quanto predisposto dalla legge 194/78), left ha chiesto un parere a Giovanna Scassellati, responsabile del reparto Ivg al San Camillo di Roma, e a Mirella Parachini della direzione dell’Associazione Luca Coscioni e presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione). «Se guardo alla casistica del mio ospedale, dove nel 2008 le Ivg sono state oltre 2.400 – nota Scassellati – dico che l’80 per cento delle donne esegue la diagnosi prenatale. Una percentuale che comprende anche le straniere». E questo è senza dubbio un dato positivo. Grazie allo studio del Dna si può infatti indagare su numerose malattie genetiche tra cui la fibrosi cistica, le distrofie muscolari e la sordità congenita ereditaria. A questo tipo di informazione è direttamente legata, nella gran parte dei casi, la decisione di non proseguire la gravidanza secondo quanto previsto dalla legge 194. «Questo però – osserva la ginecologa – è un Paese “strano”, in quanto impedisce la commercializzazione di un farmaco grazie al quale il travaglio abortivo durerebbe molto meno di quello che si verifica con la tecnica chirurgica. Lo stop alla Ru486 equivale in pratica a costringere uno specialista a operare senza bisturi. Ed è una cosa tanto più disarmante se si pensa che in tutti i Paesi sviluppati questo medicinale è utilizzato da anni», conclude Scassellati. Non meno sconcertata è Mirella Parachini: «Gli aborti terapeutici (che per legge si possono eseguire sino al sesto mese di gravidanza, ndr) sono veri e propri mini parti, perché per concludere la gravidanza bisogna indurre un travaglio facendo contrarre l’utero con le prostaglandine». Un percorso dolorosissimo e che può durare diversi giorni. «Se si potesse usare la Ru486 – spiega Parachini – i tempi di stimolazione con le prostaglandine sarebbero letteralmente dimezzati. Come del resto dimostra tutta la letteratura scientifica». E invece lo stop istituzionale alla procedura di commercializzazione (vedi left n.25/2009) impedisce alle donne che vivono nel nostro Paese di usufruire di un sussidio terapeutico disponibile in quasi tutto il mondo da decenni. L’idea infondata è che la pillola rispetto all’aborto chirurgico «banalizzi» la questione. Un’idea direttamente mutuata dai discorsi di qualche vescovo e di cui la più strenua paladina è la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella. «Costoro annullano completamente il fatto che ogni donna è in grado di decidere per se stessa e deve essere libera di farlo», commenta Parachini. «Peraltro la guerra alla Ru486 deriva da una “mutazione” tattica adottata dalle crociate antiabortiste a livello mondiale: l’attacco si è via via spostato sul terreno della metodologia, e nel mirino dei vari Giuliano Ferrara è finito l’aborto farmacologico. Potrebbe sembrare una “concessione” a quello chirurgico ma in realtà è solo un diversivo. L’obiettivo di costoro – conclude la presidente Fiapac – è la legge 194 e con essa la libertà di ogni donna di prendere una decisione in autonomia».

left 26/2009

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Una firma per la Ru486

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Giugno 2009

05264ocjLo stop al commercio del farmaco abortivo mette a rischio la salute delle donne. La denuncia dei ginecologi italiani in una petizione all’Aifa di Federico Tulli

La cronica lentezza con cui in Italia si trascina la messa in commercio del farmaco abortivo Ru486 Mifepristone (Myfegine) rischia di avere serie conseguenze sulla salute delle donne che decidono di interrompere la gravidanza. La denuncia è degli operatori della legge 194/78, i quali hanno preparato una petizione per chiedere che sia posta la parola fine al gioco delle parti che vede protagoniste le istituzioni preposte a favorire l’utilizzo della Ru486 nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Un rimpallo di responsabilità che left documenta sin dal 2005, epoca delle polemiche alimentate dall’allora ministro della Salute Francesco Storace nei confronti della sperimentazione del Mifepristone avviata dal ginecologo Silvio Viale al Sant’Anna di Torino. La petizione è indirizzata al neo presidente del cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) il ginecologo Sergio Pecorelli, e al dg Guido Rasi, e sarà pubblicata nei prossimi giorni sul sito del San Camillo di Roma che insieme al Sant’Anna è tra le strutture ospedaliere  nazionali in cui si pratica il maggior numero di Igv (oltre 2.000 l’anno). Sarà possibile aderirvi digitando il link www.scamilloforlanini.rm.it. Primi firmatari del documento sono i ginecologi, Giovanna Scassellati responsabile del reparto Ivg del San Camillo, Mirella Parachini presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione), e Silvio Viale responsabile del day hospital Ivg al Sant’Anna. Questo il testo di cui left pubblica in anteprima alcuni significativi passaggi: «Ormai è passato più di un anno e mezzo da quando la domanda di mutuo riconoscimento è stata posta all’Italia. Noi operatori della legge 194 riteniamo che tale comportamento, che giuridicamente è in piena violazione delle norme per l’Autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) con procedura di mutuo riconoscimento, produca un danno alla salute delle donne che qualora debbano interrompere una gravidanza sono costrette a sottoporsi a procedure maggiormente invasive. Ricordiamo ancora una volta come venga in tal modo disatteso l’articolo 15 della legge 194/78 che prevede “l’aggiornamento del personale sanitario [...] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. La mancata autorizzazione della Ru486 non ha alcun fondamento scientifico o giuridico di tutela della salute delle donne ma al contrario corrisponde a una precisa scelta politica non compatibile con il diritto alla salute. Quali medici coinvolti nell’assistenza alle pazienti che si rivolgono a noi in base a una legge dello Stato denunciamo questo ritardo come un’inaccettabile interferenza con il nostro dovere di mettere in atto la “buona pratica clinica”. Per questo chiediamo che l’Aifa concluda con la massima celerità l’iter della messa in commercio della Ru486 in Italia».
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il caso
La lunga attesa

Dalla tabella che segue si evince il mancato rispetto da parte dell’Aifa della direttiva europea 2001/83/EC (art. 28), in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione.
29 marzo 2007 L’Emea (Agenzia europea del farmaco) dà il via libera alla Ru486 prodotta dai Laboratoires Exelgyn, a seguito della procedura europea partita dalla Francia.
20 giungo 2007 Facendo proprio il parere dell’Emea, la Commissione Ue, all’unanimità, approva la Ru486.
6 novembre 2007 La Exelgyn presenta all’Aifa una richiesta di mutuo riconoscimento della autorizzazione francese alla commercializzazione.
27 febbraio 2008 La commissione tecnico-scientifica dell’Aifa dà parere favorevole al commercio del farmaco.
A questo punto non restano che poche fasi burocratiche, tra cui la negoziazione del prezzo tra Exelgyn e Aifa. Ma, complice anche la caduta del governo Prodi, slitta tutto inesorabilmente al 2009. E a febbraio scorso la negoziazione si arena  praticamente sul nascere. Stessa sorte per l’eventuale ratifica da parte del nuovo Cda dell’Aifa, che sarebbe dovuta pervenire a maggio. left 25/2009

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Quelli che odiano le donne

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

immagine-11All’estero ce la invidiano ma da 31 anni la legge 194 deve fare i conti con gli ostacoli posti dal  fondamentalismo cattolico. E c’è chi per abortire va in Svizzera di Federico Tulli

«Ti si ritorcerà contro». È il monito stampato in caratteri cubitali sui depliant “informativi” che una pratica vecchina lascia cadere nella sala di attesa delle donne che fanno interruzione di gravidanza. Insieme ai fogli pure qualche rosario. Forse per  garantire, in caso di ripensamento, una veloce assoluzione? La scena dal neppure tanto vago sapore savonaroliano si svolge in un ospedale di Roma, ma l’azione delle associazioni cosiddette pro life si protrae da Nord a Sud lungo la penisola in tutti gli ospedali che nel rispetto della legge 194 praticano gli aborti. Compirà 31 anni a maggio questa norma che regola una materia tanto delicata e che all’estero è considerata un modello. «E in effetti almeno sulla carta lo è», osserva Mirella Parachini, ginecologa al San Filippo Neri di Roma e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac). «Ma, vecchine a parte (pure all’estero queste cose sono molto frequenti), dal confronto con i colleghi stranieri emerge in modo sempre più clamoroso che avere una buona legge non corrisponde  automaticamente a una sua buona applicazione pratica». Si assiste così al paradosso che altrove questa norma ce la invidiano e che da noi «non viene fatta rispettare, non viene applicata, viene disattesa». Specie se a essere chiamati in causa sono gli articoli 9 e 15. Il primo è quello  sull’obiezione di coscienza. Indica in maniera esplicita che un ospedale che non fa gli aborti deve in ogni caso garantire l’intervento. Vale a dire, spiega Parachini, che per legge si dovrebbe attivare per trovare un posto letto in un altro ospedale che abbia la disponibilità a eseguire l’aborto. Fino a organizzare il trasporto della donna in ambulanza a proprie spese. «Questo è un articolo disatteso da 31 anni tondi», precisa la presidente Fiapac. L’articolo 15 è quello che garantisce «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per  l’interruzione della gravidanza». Ma se guardiamo alla storia tutta italiana della pillola abortiva Ru486 è chiaro che quel lungimirante comma rientra nei paradossi della 194. Sono passati 18 mesi da quando la domanda di mutuo riconoscimento del farmaco abortivo è stata posta all’Italia dall’Exelgyn che la produce. Ebbene, il 18 febraio scorso la senatrice radicale del Pd Donatella Poretti ricordava «che l’Agenzia italiana del farmaco continua a violare la direttiva europea 2001/83 in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione».

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

La presidente Fiapac, Mirella Parachini

Nel frattempo, a migliaia di donne italiane è ancora negata la scelta fra aborto chirurgico e aborto farmacologico. E le cliniche svizzere fanno affari d’oro. È oltralpe infatti che la migrazione terapeutica trova il suo principale sbocco. Qui tale pratica abortiva non invasiva è ammessa da tempo. D’altronde sono 20 anni che l’Oms ne ha riconosciuto la validità. Ciò che manca è un accordo sul prezzo con l’azienda farmaceutica, ha affermato nei giorni scorsi il dg dell’Aifa Guido Rasi. «Quando sarà trovato, e questo potrà avvenire domani come tra sei mesi, ci vorranno 20-30 giorni perché la pratica arrivi al Cda e poi sia pubblicata in Gazzetta». Campa cavallo. «Finché avremo al Welfare la sottosegretaria Roccella – osserva Parachini – è difficile pensare a una veloce soluzione del caso, visto che ha scritto un intero libro contro la Ru486». Ultimo (speriamo) triste capitolo riguarda la relazione annuale sullo stato di applicazione della 194 che i ministeri del Welfare (quello della Roccella) e della Giustizia devono presentare al Parlamento. L’articolo 16 della legge prevede che entro febbraio, per quanto di loro competenza, i due dicasteri facciano il punto sullo stato di attuazione. A oggi è pervenuto al Senato solo il testo di via Arenula. La scorsa settimana la senatrice Poretti, assieme al collega Marco Perduca, ha presentato un’interrogazione per sapere che fine abbia fatto il documento del Welfare. A oggi nessuna risposta. Forse perché nei numeri e nelle statistiche c’è scritto che nonostante tutto le donne italiane continuano a chiedere il rispetto di un loro diritto? left 17/2009

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Mirella Parachini: Applicare la legge 194

Pubblicato da Federico Tulli su 10 Ottobre 2008

La ginecologa e presidente della Fiapac: «Non c’è obiezione politica che tenga»
di Federico Tulli



Perché tanti attacchi alla Ru486?
La scelta di riaffidare all’ambito medico e scientifico la decisione sull’aborto farmacologico deve essere politica. In ballo c’è l’applicazione dell’articolo 15 della legge 194 laddove prevede l’aggiornamento “sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Ma non tutta la politica è disposta ad accettare che questa sia una tematica prettamente medica, quindi da affrontare senza preconcetti ideologici. E invece non può essere un politico a decidere sul sì o no all’aborto farmacologico. Questa decisione spetta al medico, alle società scientifiche o alle linee guida. Che già abbondantemente certificano la bontà del metodo.

C’è chi insinua che dietro i fautori della pillola abortiva ci sia qualche casa farmaceutica che ha fiutato l’affare…
Ma quando mai. Con una confezione che costa 60 euro che business ci può essere dietro? La verità è che non c’è alcuna fantomatica lobby che vuole lucrare sulla pillola abortiva. Semmai ciò che va evidenziato è il risparmio che comporterebbe per il Servizio sanitario nazionale il via libera alla Ru486. È stato stimato che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, che chiunque può verificare dalle tabelle del Diagnosis related groups, ciascun trattamento farmacologico potrebbe arrivare a costare al massimo 425 euro. Considerando una media annuale oramai costante di circa 130.000 interruzioni volontarie di gravidanza che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg medico-farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro. Quindi anche sul fronte costi non c’è alcuna obiezione che tenga.

A proposito di obiezioni, con la Ru486 che fine farebbero quelle di coscienza?
Non cambierebbe nulla rispetto a quanto già accade oggi. Se uno è obiettore, e non vuole dare la pillola, non la dà. Ma se in ospedale arriva una donna con una gravidanza interrotta in via di espulsione quell’obiettore è obbligato ad assisterla, e questo vale già per l’aborto chirurgico. L’articolo 9 della 194 è chiarissimo su questo punto: l’obiezione di coscienza non esonera dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. Chirurgico o farmacologico che sia.

Left 41/2008

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