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Quel bugiardino non dice tutta la verità

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009

I farmaci ottenuti con urine umane sono rischiosi. Due ricerche appena pubblicate riaprono il caso del Meropur tra i più usati per la cura dell’infertilità di Federico Tulli

Nel Paese in cui un ramo del Parlamento sempre diviso su tutto, basandosi su dati inverosimili, si trova concorde a organizzare un’indagine conoscitiva sull’eventuale pericolosità di un farmaco, la pillola abortiva Ru486, usato tranquillamente ovunque, considerato essenziale dall’Oms, nonché sicuro ed efficace da tutti i più importanti istituti scientifici mondiali, come anche dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), desta sconcerto l’inerzia delle stesse autorità sanitarie e delle stesse istituzioni di fronte alla vicenda del foglietto illustrativo del Meropur. L’ingarbugliata vicenda che ruota intorno a questo farmaco prodotto dalla Ferring e utilizzato in Italia nelle terapie contro l’infertilità è stata raccontata in diverse puntate da left. Oggi si arricchisce di un nuovo capitolo. Speriamo sia l’ultimo. Due studi diversi appena pubblicati su altrettante riviste specializzate hanno infatti rilevato la presenza di prioni (agenti infettivi) in alcuni campioni analizzati. Un riscontro che suggerisce il forte rischio di infezioni (tra cui la Cjd, la cosiddetta “mucca pazza”) per chi assume un medicinale urinario, come è il Meropur, prodotto cioè con urine di donne in menopausa. Il primo studio pubblicato su RBMOnline dal titolo “Identificazione analitica di impurezze addizionali in gonadotropine derivate dalle urine”, è stato condotto su farmaci venduti in Italia e ha evidenziato la presenza di 39 elementi impuri sugli urinari. Mentre il secondo, “Proteomic analyses of recombinant human follicle-stimulating hormone and urinary-derived gonadotropin preparations” pubblicato su J Reprod Med 2009, si è occupato di prodotti venduti all’estero, ma sempre urinari e con la presenza di prioni. Questi studi in primo luogo confermano quanto le associazioni dei pazienti infertili Amica cicogna, Madre provetta, Altra cicogna, unbambino.it, Cerco un bimbo, il Tribunale per i diritti del malato e i senatori Radicali del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca denunciano dal 2006 inascoltati: per chi assume farmaci derivati da urine umane c’è il rischio teorico di contrarre patologie virali. Sollecitando invano gli enti competenti – il ministero della Salute, l’Aifa, l’Istituto superiore di sanità e l’Agenzia europea per i medicinali (Emea) – a fare in modo che l’avvertenza sia riportata nel bugiardino. Questo rischio è «remoto», come recita il foglietto illustrativo del Menopur venduto in Gran Bretagna e Francia (vedi left n.8/2009), ma nel febbraio 2003 ha spinto le autorità sanitarie del Regno Unito, a seguito di un caso italiano della variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob, a interrompere definitivamente, per precauzione, la vendita di un farmaco prodotto con urine italiane. Conclusioni scientifiche del genere dovrebbero ora quanto meno spingere la Ferring a prendere in autonomia dei provvedimenti sul bugiardino visto che quei risultati non collimano più con quanto dichiarato nell’agosto 2008 a left dall’allora direttore medico della farmaceutica, Luigi Picaro: «Ferring è certa della sicurezza dei propri prodotti». Il problema è che mentre la “purezza” mediamente dichiarata per medicinali prodotti dalle urine di donne in menopausa è del 95 per cento, i nuovi studi dimostrano invece che questi prodotti hanno una purezza compresa tra il 70 e 80 per cento. Cioè contengono dal 20 al 30 per cento di proteine contaminanti provenienti dalle urine delle donne donatrici. E, fatto ancor più grave, nei prodotti urinari sono stati trovati, tra i contaminanti, i “prioni”, considerati potenziali veicoli della Cjd e di altre malattie infettive di cui le donatrici di urine possono essere portatrici. Un dato che dimostra come il processo di purificazione del farmaco non elimina il rischio di trasmissione di prioni. Di fronte a queste conclusioni non regge più nemmeno la motivazione “burocratica” avanzata a suo tempo dall’Aifa, secondo cui quella del foglietto illustrativo del Meropur «non è una modifica che l’Italia può fare in autonomia, perché il medicinale, approvato in Danimarca, è stato adottato nel nostro Paese con la procedura del mutuo riconoscimento e quindi siamo vincolati alle decisioni del governo danese». Un ostacolo potrebbe a questo punto essere posto da Ferring che se non vuole non può essere costretta dall’Aifa ad aggiornare le avvertenze del Meropur se prima non viene modificato quello danese. Ma, come ricordano le associazioni di pazienti infertili, l’Agenzia ha il potere di sospendere il commercio del Meropur in attesa di un cenno da Copenaghen. Sgombriamo ora il campo da ulteriori dubbi. Il ritiro temporaneo del farmaco dal mercato non comporterebbe problemi a chi si deve sottoporre a terapie per l’infertilità. Esistono da tempo nuovi medicinali con le stesse caratteristiche, altrettanto efficaci ma più sicuri di quelli urinari. Si tratta dei farmaci ricombinanti, ottenuti cioè sinteticamente e non dalle urine umane. Anche questo dato, in termini di sicurezza, emerge dagli studi in questione. La purezza mediamente dichiarata dai produttori di farmaci sintetici è del 99 per cento e corrisponde (seppur con una variabilità inferiore al 3 per cento tra un lotto e l’altro) a quanto rilevato dai ricercatori. Infine occorre ricordare che il Meropur è entrato in commercio in Italia nel luglio 2006 ed è un farmaco simile al Menogon. Quest’ultimo contiene più residui umani ma nelle avvertenze riporta la corretta informazione sui rischi di infezioni virali. Entrambi farmaci etici di classe A – possono cioè essere venduti solo dietro presentazione di ricetta medica, e possono essere dispensati in regime assistenziale dal Servizio sanitario nazionale – sono prodotti dalla Ferring. Un’ulteriore differenza consiste nel prezzo. Quello che la casa farmaceutica ha ottenuto dall’Aifa per il Meropur è di 13,47 euro, a fronte dei 5,27 euro del Menogon le cui vendite – al contrario di quanto accade al “fratello” minore – sono in costante diminuzione. In sintesi, pur trattandosi di due farmaci di estrazione urinaria, il Servizio sanitario nazionale da tre anni ha triplicato le spese per dare ai pazienti infertili la stessa formulazione. Se consideriamo i contenuti e i risultati dello studio pubblicato su RBMOnline, per correre il rischio di assumere gli stessi contaminanti oggi si paga un prezzo tre volte superiore.

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Furore bipartisan contro la Ru486

A pagina 36 raccontiamo di un’interrogazione parlamentare che vorrebbe fare chiarezza «su eventuali rischi per chi abortisce assumendo la pillola Ru486». Pur di ottenere la riabilitazione del premier dinanzi alle (sparute) schiere cristiane, il senatore del Pdl Raffaele Calabrò e i suoi colleghi di partito sono disposti a tutto. Pure «a farci ridere dietro da tutta la comunità scientifica mondiale che da 20 anni dubbi non ne ha: il farmaco è sicuro ed efficace», spiega il ginecologo Silvio Viale. Insomma, con la mossa dei quattro parlamentari della maggioranza – che giunge dopo 50 giorni dall’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo rilasciata dall’Aifa – pensavamo di aver visto il top dell’acquiescenza a uno Stato straniero ma mentre andavamo in stampa siamo stati smentiti. Calabrò è stato posto dal Senato a capo di un’indagine parlamentare sul medicinale che tra poche settimane sarà in vendita. Il pretesto dell’indagine è lo stesso dell’interrogazione: i dati relativi ai «29 decessi accertati per le complicanze», nonché i «gravi rischi di emorragia provocati dalla Ru486, a volte gestiti in assoluta solitudine dalla gestante, o per un utilizzo in violazione della legge 194». Casi che Silvio Viale smonta uno a uno. Alla guida del manipolo di devoti Calabrò sarà affiancato dalla senatrice del Pd Dorina Bianchi (nota per aver votato a suo tempo la legge 40/2004). Radicali a parte, l’indagine infatti è stata approvata con voto bipartisan. Quando si tratta d’inginocchiarsi non c’è schieramento politico che tenga. left 38/2009

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Influenza A-H1N1, prepariamoci al peggio

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Luglio 2009

1-h1n1L’influenza A-H1N1 colpisce ovunque ma con diversa intensità. Oltre cento morti in Argentina e Gran Bretagna, ancora nessun caso grave da noi. Il parere del noto virologo Fabrizio Pregliasco di Federico Tulli

In tre mesi, oltre 700 persone morte nel mondo, secondo l’ultimo rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Decine di migliaia i casi di contagio accertati in più di 60 Paesi, compresa l’Italia. La diffusione del virus pandemico A-H1N1 prosegue senza soluzione di continuità lungo i cinque continenti manifestando preoccupanti picchi di mortalità in alcuni Paesi molto diversi tra loro dal punto di vista organizzativo in ambito sanitario. Messico, Stati Uniti, Gran Bretagna e Argentina, ad esempio, contano circa l’80 per cento dei contagi e dei decessi globali. Guardando i freddi numeri, con un tasso di mortalità che secondo l’Oms si aggira intorno al 4,5 per mille, questa influenza sembra essere molto più pericolosa di quella “normale” di stagione che, almeno nei Paesi più sviluppati, causa la morte di una persona ogni mille. Tuttavia sia le autorità politiche sia quelle sanitarie nazionali e internazionali invitano alla calma, in attesa che il vaccino preventivo sia ultimato e testato (probabilmente entro la fine di ottobre, sempre che nel frattempo il virus non muti eccessivamente). Pur trattandosi di un virus dello stesso ceppo della “Spagnola”, Oms, ministero della Salute italiano e Istituto superiore di sanità assicurano che l’A-H1N1 è meno aggressivo di quello che tra il 1917 e il 1919 uccise 50 milioni di persone. Sommando questa caratteristica di scarsa pericolosità alle misure di prevenzione e cura che sono state pianificate, alla fine il costo di vite umane potrebbe essere estremamente limitato. A preoccupare, però, è il costo sociale di un contagio di massa. Si calcola che entro nove mesi circa un quarto degli italiani finirà a letto con l’influenza. Per meglio capire a cosa andiamo incontro left ha rivolto alcune domande al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano e tra i massimi esperti del settore.
Professor Pregliasco, quanto è pericoloso il virus A-H1N1?

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

In questo momento la malattia è simile alla normale influenza, anzi più lieve. Considerando i grandi numeri, è stata riscontrata qualche complicazione, come anche diversi decessi, ma se guardiamo all’aspetto individuale la patologia è piuttosto banale. Si risolve con quattro giorni a casa e nella stragrande maggioranza dei casi senza particolari complicanze.
L’Oms ha detto che «la chiusura delle scuole è una delle misure di contenimento che i governi possono prendere in considerazione», questo significa che l’influenza può divenire più aggressiva?
Il virus della “suina” può mutare e dobbiamo tenere in considerazione che potrebbe divenire più aggressivo, ad esempio, in caso di ricombinazione in un altro animale. Ma è la quantità di contagi a creare problemi che, per le istituzioni come l’Oms o il nostro ministero della Salute, ora come ora, sono più di carattere organizzativo che sanitario. Considerando i costi sociali legati a una pandemia, ogni decisione è presa anche in questa ottica. Ad esempio, sconsigliare di  viaggiare può comportare un costo che in tempi di crisi pochi economie si sentono in grado di affrontare. Questo spiega la “delicatezza” con cui vengono fatte alcune dichiarazioni.
L’influenza colpisce soprattutto gli under 40
Non è ancora certo il motivo. I giovani sono esposti perché viaggiano di più ma l’H1N1 è stato quello della Spagnola ed è probabile che alcune persone molto anziane siano immuni. Inoltre, nel 1977 c’è stato un H1N1 di origine suina, quindi alcuni adulti potrebbero essere “difesi” rispetto a una variante simile, come è quella attuale.
Da Paese a Paese ci sono tassi di mortalità molto diversi. In Italia non si è verificato nessun caso particolarmente grave. Mentre in Argentina, Gran Bretagna e Stati Uniti i morti sono a centinaia…
Questo è un problema statistico. Non è facile individuare le cause di tali differenze. Probabilmente all’inizio, quando il virus ha colpito Messico e Usa, era più aggressivo.
In ogni caso i rapporti si fanno sempre sui casi ospedalizzati. Quindi la valutazione è diversificata anche in funzione della capacità organizzativa sanitaria e di sorveglianza della diffusione.
Dunque il tasso di mortalità della A-H1N1, che è quattro volte e mezzo più alto di quello dell’influenza di stagione, non ci deve far paura?
È un valore opinabile. Bisogna considerare che tipo di controllo è stato messo in atto fino a oggi da uno Stato all’altro. Per esempio in Italia c’è stata un’indagine continua su tutti i casi accertati di contagio per ridurre la trasmissione
interumana. Altri governi hanno già mollato le redini e non fanno più questa azione preventiva e purtroppo la diffusione è più ampia. Intendiamoci, quando i contagi aumenteranno lo dovremo fare anche noi, concentrando l’azione sanitaria sulle cure più che sulla prevenzione. Va comunque sottolineato il valore dell’intensa azione di mitigazione che si è riuscita a fare, assicurando profilassi a tutti i soggetti esposti a un “caso indice”.
In attesa del vaccino come possiamo difenderci?
Si possono adottare diverse strategie non farmacologiche. Come può essere quella di rimandare l’apertura delle scuole.

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Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Contagi, guerra di cifre in Sudamerica

di Gloria Ravidà

In un batter d’occhio il Messico ha passato lo scomodo timone all’Argentina. Che, con 165 morti per l’influenza A-H1N1, slitta al secondo posto nella classifica mondiale per numero di decessi, dopo gli Stati Uniti e, appunto, il Messico che per ora è fermo a 124. L’Argentina conquista anche l’infelice primato sul continente latinoamericano e, due mesi dopo le elezioni legislative, la polemica era inevitabile.
«Siamo gli unici a contare realmente le cifre», ha inveito la presidentessa argentina Cristina Kirchner, aggiungendo che «è affrettato stilare classifiche perché prima morivano quattromila persone all’anno a causa dell’influenza comune». Le accuse però piovono da più parti, puntando sempre il dito contro il governo che, pur avvertito dall’Oms, si sarebbe concentrato più sulla campagna elettorale che sul virus. Gli altri Paesi per adesso cercano di non far esplodere una guerra continentale dei numeri anche se, a onor del vero, i conti non tornano. Il Brasile ha circa 200 milioni di abitanti ed è il Paese più grande dell’America Latina. Eppure fino a ora ci sono stati, secondo le autorità sanitarie, “solo” 20 decessi. L’Uruguay, che è il più piccolo e che ha poco più di 3 milioni di abitanti, ha 19 morti. Anche se, andando a fondo, si scopre che il gigante sudamericano conta 1.175 casi confermati, quattromila probabili contagi, e che questa cifra è destinata a lievitare. E, ancor più a fondo, ci si accorge che ogni anno in Brasile muoiono 70mila persone a causa dell’influenza comune. Punto e daccapo. Eccessivo allarmismo? Per adesso solo risposte che alimentano domande e numeri che crescono. La settimana scorsa il Venezuela ha riferito della prima «possibile» morte e di 281 contagi. Insomma, in ogni Paese latinoamericano le autorità sanitarie sciorinano dati, i mass media dibattono, i governi cercano di tranquillizzare, e il business dei vaccini cresce. Cosa, quest’ultima, che rischia di far scoppiare l’ennesima guerra tra Nord e Sud. «In un momento in cui il mondo vive una pandemia è fascista sostenere che per ragioni di mercato i Paesi più poveri non godranno delle stesse condizioni per accedere a un vaccino che può salvare milioni di vite», ha tuonato Jorge Darze, presidente del sindacato dei medici di Rio de Janeiro, polemizzando con la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, secondo cui l’ambito vaccino potrebbe essere disponibile solo per i Paesi ricchi perché a farla da padrone saranno «la forza del mercato e la protezione dei brevetti». Una posizione che preoccupa medici, docenti e aziende farmaceutiche locali che chiedono che il vaccino sia dichiarato “patrimonio dell’umanità”. Ma non è il costo del farmaco che chiude il cerchio. Per ora, infatti, sappiamo solo che dovrebbe essere pronto a ottobre. Quando i viaggiatori europei ritorneranno dal Sudamerica, dove già è iniziato il balletto dei numeri sul turismo. Sul banco degli imputati, oltre alla crisi economica, ora c’è anche l’allarmismo per la febbre suina.
left 29/2009

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A-N1N1, pandemia avanti tutta. Giovanni Rezza: «Saremo pronti»

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Luglio 2009

Influenza A-H1N1, corsa contro il tempo per il vaccino preventivo. Ma non è ancora stato testato sulle categorie più a rischio. Intervista a Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Iss di Federico Tulli

A oggi, in Europa, l’Italia è tra i Paesi meno colpiti dalla diffusione di influenza A-H1N1. Secondo l’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) i casi accertati su tutto il territorio nazionale dai 27 laboratori Influnet sono 224. Nessuno di questi è risultato particolarmente grave. Ma dopo l’estate, con l’arrivo dell’influenza di stagione, la prevenzione che sino a oggi si è basata su individuazione e isolamento delle persone infette non sarà più sufficiente. Il peggio, insomma, deve ancora venire. Nel presentare il piano strategico per fronteggiare la diffusione del virus, che in Gran Bretagna ha ucciso 15 persone, il governo ha annunciato la vaccinazione di almeno 20 milioni di persone tra novembre 2009 e febbraio 2010. Quando cioè saranno pronti gli stock di vaccini preventivi. Sempre che nel frattempo il virus pandemico A-H1N1 non sia mutato in maniera considerevole. Per meglio comprendere a cosa andiamo incontro Terra ha rivolto alcune domande al professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Iss.

Professor Rezza, che tipo di vaccino sarà usato?

Si tratta di un farmaco monovalente che sarà somministrato a circa il 30 per cento della popolazione, in aggiunta a quello trivalente usato per l’influenza stagionale.

Il farmaco non sarà pronto prima di ottobre, come mai?
Mancano ancora delle autorizzazioni particolarmente importanti, dal momento che la tollerabilità, la sicurezza e l’efficacia del farmaco non è ancora stata testata su bambini e donne incinte. Due delle categorie più a rischio di infezione. E si presume che i limiti nelle conoscenze che occorrono per il via libera saranno appunto superati tra ottobre e novembre prossimi.

Uno di questi limiti è la capacità di mutazione del virus?
Al momento no. Le mutazioni avvenute sino a oggi sono minime, quindi il vaccino in preparazione è ancora efficace. Il discorso cambia solo se il virus dovesse mutare tanto da non essere più riconosciuto dagli anticorpi come tale.

L’A-H1N1 colpisce soprattutto gli under 40, da cosa dipende?
Escludendo la Gran Bretagna dove oramai l’epidemia è in atto, prendiamo il caso dell’Europa. Qui sono colpiti soprattutto i viaggiatori e poi i loro amici e parenti. E l’età di chi viaggia è spesso inferiore ai 40 anni. L’altro punto è che la popolazione scolastica fa da moltiplicatore dell’epidemia. Mentre gli anziani sembrano più protetti. Secondo uno studio americano circa un anziano su tre avrebbe anticorpi contro l’A-H1N1. Forse per essere stato esposto a virus simili in passato.

Qual è il livello di pericolosità dell’influenza pandemica?

Probabilmente è aggressiva quanto un virus influenzale stagionale. Sembra infatti avere lo stesso tasso di mortalità. Casi gravi si sono manifestati specie in portatori di rischio noti anche per l’influenza di stagione. Come le malattie croniche, respiratorie e cardiovascolari. Inoltre, i più sensibili al contagio sembrano essere le donne incinte i diabetici, i bimbi sotto l’anno di età e gli obesi. Questo ultimo caso è una novità rispetto alla normale influenza.

In Argentina e Gran Bretagna i decessi si contano a decine. Sono i Paesi più colpiti…
Per quanto riguarda l’Argentina ci sono diversi punti interrogativi. Da un lato può essersi verificato un alto numero di contagi senza che però siano stati tutti verificati. Oppure ci sono altri fattori più o meno identificati, come ad esempio un accesso ritardato ai servizi sanitari. Per quanto riguarda la Gran Bretagna c’è stato un elevato numero di infezioni e il tasso di mortalità è in linea con quello degli altri Stati. Purtroppo pare che una delle persone morte non fosse portatrice di fattori di rischio noti per essere causa di complicazioni, e quindi si sta indagando su quale potrebbe essere stato il motivo del decesso. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Influenza A-H1N1 ed epidemie, se la prevenzione non paga

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Maggio 2009

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Baculovirus iniettato in cellule di ovaie di criceto

Produrre vaccini è una corsa contro il tempo che non sempre si vince. Specie in caso di epidemie e pandemie. Il futuro è dei nuovi farmaci ottenibili velocemente da piante e insetti. Ma va contro gli interessi delle multinazionali padrone del business di Federico Tulli

Sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo. Sono le caratteristiche del vaccino ideale per prevenire il dilagare di epidemie e pandemie (es. influenza). Ma è più corretto dire “sarebbero” visto che in commercio, dalla metà del secolo scorso, a far la parte del leone sono farmaci che, per la produzione di grossi quantitativi, richiedono tempi molto lunghi. E si basano su tecnologie rudimentali ma che hanno fatto la fortuna di poche grandi multinazionali farmaceutiche, le uniche, quindi, in grado di sostenere i costi per la messa in commercio del vaccino di cui in questi giorni tanto si parla per arginare l’influenza A-H1N1. Vaccino che, utilizzando tecnologie classiche, quali la propagazione del virus in uova di pollo, sarebbe pronto in 5-6 mesi. Per quanto riguarda l’Italia, secondo quanto previsto dall’Istituto superiore di sanità, la A-H1N1, seppur in forma lieve, rischia di contagiare un quarto della popolazione nei prossimi mesi autunnali. In concomitanza, cioè, con il passaggio della normale influenza di stagione. Dal punto di vista della capacità di prevenzione a livello internazionale, il caso della “suina” (definizione popolare della A-H1N1), come quello della dengue in America Latina (vedi l’articolo di Gloria Ravidà a pagina 50), è emblematico. E se da un lato mette a nudo la difficoltà di pianificare tattiche preventive efficaci contro epidemie anche nei Paesi più ricchi (costretti a reperire in pochi giorni decine di milioni di dosi di antivirale, immaginiamo a che prezzo), dall’altro può risultare la chiave per convincere governi e multinazionali ad accantonare i vecchi metodi di produzione dei vaccini e dare più respiro alle nuove tecnologie quali quelle che si basano sulla produzione di vaccini ricombinanti a sub-unità in cellule di insetto o in sistemi vegetali e che dagli anni Novanta tentano faticosamente di rosicchiare spazio e diffusione.

La parola chiave è “mutazione”. È questo il primo nemico di chi in laboratorio deve produrre un

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

Tabacco coltivato in serra per la produzione di vaccino contro il Papilloma virus

vaccino sulla base del genoma del virus da contrastare. I virus infatti non sono organismi immodificabili e alcuni di essi, come nel caso della “suina” messicana (che è il risultato della combinazione di tre influenze: aviaria, suina e umana stagionale) possono mutare nel passaggio da animale a uomo e poi da uomo a uomo. E così via. «Questa trasformazione può essere più o meno veloce – spiega Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia, impegnata nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco – e può rendere vano il lavoro di chi, avendo analizzato un determinato tipo di genoma, si ritrova a produrre un vaccino per un virus che nel frattempo ha cambiato caratteristiche». Un rischio molto alto se i tempi di produzione del vaccino “classico” viaggiano intorno alle 22-24 settimane. E un rischio, al contrario, ridotto se invece il lavoro venisse effettuato con sistemi di produzione più rapidi, quali quelli basati su cellule vegetali o di insetto. Una company biotecnologica nel Maryland, la Novavax, ha annunciato che in 10-12 settimane sarà in grado di produrre un vaccino anti influenzale appena la sequenza definitiva del genoma di A-H1N1 sarà disponibile. I sistemi di produzione vegetale sarebbero ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala. La “suina” che fino a oggi ha ucciso poche decine di persone nel mondo e contagiato qualche migliaio, è relativamente innocua. Specie se messa confronto con la Tbc che ancora oggi a 500 mila anni dalla sua comparsa causa la morte di due milioni di persone l’anno. Collocandosi al secondo posto dietro l’Hiv tra le cause di morte e segnando in particolare la vita nei Paesi poveri e in via di sviluppo.

mappa-tbc-2Visti i costi sociali ed economici di una pandemia su scala planetaria, cos’è che impedisce a questi nuovi vaccini di diffondersi? «C’è da dire – osserva Franconi – che per alcune malattie (come malaria e Tbc) lo sviluppo di vaccini è davvero difficile, a causa delle caratteristiche del patogeno. L’esperienza dell’aviaria ha spinto la ricerca internazionale a fare un grande sforzo per individuare le migliori molecole vaccinali e per innovare le tecnologie. Ci sono diversi gruppi negli Usa e in Europa, che stanno lavorando sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica». Un vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (sistema del baculovirus), rappresentando l’unico vaccino sul mercato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. «Relativamente ai vaccini prodotti in pianta un serio problema è la mancanza di un “framework” regolatorio chiaro. Infatti, in generale la produzione dei biofarmaceutici da pianta, che spesso è geneticamente modificata, è frenata da diffusi preconcetti nei confronti degli Ogm e soprattutto dagli scarsi ritorni finanziari specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione». Questo di fatto si traduce in un numero sempre minore di nuove company biofarmaceutiche che operano nel campo dei vaccini. Allo stesso tempo, mancando incentivi economici a investire da parte dai privati, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a modificare la linea di produzione. E allora la spinta potrebbe venire dal “pubblico” ed essere di ordine sociale. Così, dove non poterono la Tbc o la malaria (per inciso la tubercolosi si sta diffondendo nuovamente in Occidente, cioè laddove si producono i vaccini) poterono l’aviaria e forse oggi l’A-H1N1. Nonostante siano di gran lunga meno pericolose per l’uomo. «Il segno di novità – prosegue la ricercatrice dell’Enea Casaccia – potrebbe essere che sulla spinta di queste nuove pandemie, vere o presunte, qualcosa cambi». E in effetti alcune aperture alle nuove tecnologie, anche se rare, già ci sono da circa 3 anni. Negli Usa, ad esempio, è stato approvato un vaccino di origine vegetale per i polli.

Oppure a Cuba, che è all’avanguardia in questo campo. Qui hanno prodotto in pianta un anticorpo per la purificazione di un vaccino per uso clinico. Ma il caso che lascia più sperare è quello della Bayer. «Nel 2008 – racconta Franconi – ha acquistato una piccola impresa biotecnologica tedesca per fare un vaccino anticancro da pianta “paziente specifico”. La stessa company ha stretto anche un’alleanza negli Usa per produrre vaccini personalizzati per la cura del linfoma con tecnologie basate su virus vegetali». A frenare gli entusiasmi è però l’atteggiamento dell’Unione europea. Atteggiamento di chiusura che evidentemente è alla base della decisione di Bayer di rivolgersi oltreoceano per sviluppare nuovi progetti di ricerca. «I segnali che giungono dalle istituzioni continentali non sono chiari. Paradossalmente si percepisce meno resistenza ai biofarmaceutici da piante Ogm rispetto all’impiego dei virus vegetali per produrre vaccini. Un ulteriore paradosso è che con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo». Più fortuna ha avuto la Glaxo che produce il vaccino basato sul baculovirus per la prevenzione dell’Hpv. E anche questo è un paradosso che potrebbe essere difficile spiegare in caso di pericolosa pandemia, poiché in termini di costo, velocità e quantità di produzione un vaccino prodotto in pianta (o anche in alghe unicellulari) non ha nulla da invidiare a quello ottenuto dagli insetti. left 18/2009

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La pandemia è arrivata. Anzi no

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Maggio 2009

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Quarantena al Metro Park Hotel di Hong Kong

Primi due casi di febbre suina a Hong Kong e in Corea del Sud, tra i crocevia dell’aviaria nel 2005. Un contagio anche in Italia. A Massa l’uomo di ritorno dal Messico, colpito dal virus, è guarito in 5 giorni. Il sottosegretario Fazio: diffusione inevitabile, ma l’influenza è in forma lieve di Federico Tulli

Sei giorni di febriciattola e via. Il primo caso italiano di influenza A H1N1 (nome con cui la febbre suina è stata ribattezzata a livello internazionale) si è risolto così. Con una settimana di osservazione al reparto di malattie infettive dell’ospedale di Massa, dove l’uomo era stato ricoverato con sintomi influenzali sospetti di ritorno da un viaggio in Messico il 23 aprile scorso. La conferma del contagio è arrivata dal laboratorio di virologia dell’Istituto superiore di sanità che ha eseguito le analisi. Mentre la Asl di Massa ha fatto sapere che da circa 72 ore l’uomo non ha più la febbre e le persone con cui è venuto in contatto sono state sottoposte a profilassi antivirale. È il primo caso accertato in Italia, hanno ribadito il ministro delWelfare Sacconi e il sottosegretario alla Salute Fazio in una conferenza stampa convocata ieri per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese. I due hanno poi annunciato speciali misure precauzionali per i connazionali di ritorno dal Messico e dichiarato di aspettarsi «una progressiva diffusione del virus fino all’estate». Virus che comunque sarà «meno aggressivo di un’influenza stagionale». Fino a ieri, secondo gli ultimi dati resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità sono stati in tutto 615 i casi verificati in 16 diversi Paesi. I morti sono 17, di cui 16 nel solo Messico e uno negli Usa. Sempre ieri la A H1N1 ha fatto la sua comparsa nel Sud Est asiatico, a Hong Kong e in Corea del Sud. Qui due persone sono state ricoverate con sintomi influenzali, come nel caso italiano, di ritorno dallo Stato centramericano. Al momento solo il continente africano non è coinvolto nella propagazione del virus. E questa è la notizia buona. Quella cattiva è che la sua comparsa in Asia potrebbe aprire le porte a una nuova esplosione del contagio. In primo luogo perché è la regione più popolata del mondo, poi perché è l’area in cui ogni anno prende il via la grippe stagionale, infine perché il Sudest asiatico è il grande “laboratorio” dei virus dell’influenza (basti pensare alla Sars). Peraltro a differenza dell’aviaria che viaggiava con i volatili, la A H1N1 ormai si trasmette da uomo a uomo. Ovvero, con una buona azione di prevenzione alle frontiere è possibile ridurne di molto la pericolosità. Ma forse non la propagazione. Almeno stando a quanto detto da Angus Nicoll, capo del programma anti grippe del Centro Ue di controllo delle malattie. «Questo agente patogeno – ha spiegato Nicoll -, pur non essendo virulento come quello che causò la Spagnola del 1918, avrà un impatto considerevole». E per “considerevole” intende che tra il 40 e il 50 per cento della popolazione europea ne sarà colpita, anche se in forma «lieve». Come del resto è accaduto fino a ora se guardiamo ai 25 casi accertati in 10 Paesi del Vecchio continente e al fatto che malgrado il progressivo aumento del numero di malati accertati (erano un centinaio lunedì scorso) e dei Paesi colpiti, nella maggioranza dei casi la prognosi resta buona. Fanno eccezione i decessi in Messico spiegabili con alcune ipotesi: intervento tardivo, soggetti particolarmente vulnerabili, presenza di altre patologie. Una forma lieve di A H1N1 risolverebbe almeno in parte la questione legata alla logica carenza di posti letto in ospedale. L’isolamento delle persone contagiate avrebbe luogo nelle loro abitazioni, fatto salvo quello dei soggetti più a rischio:  neonati, anziani e i malati cronici. Sul fronte antivirali, per quanto riguarda l’Italia, l’Iss ha calcolato che le scorte sarebbero sufficienti per il 6 per cento della popolazione. Siamo ben lontani dalle cifre Usa, dove il presidente Obama nel tradizionale discorso del sabato ha dichiarato che la Sanità dispone di 50 milioni di dosi e che chiederà al Congresso lo stanziamento di 1,5 miliardi di dollari per acquistarne altre.

**Dal quotidiano Terra del 2 maggio 2009**

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Influenza A-H1N1: con pochi accorgimenti è meno pericolosa dell’aviaria

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

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Rosella Franconi (la seconda da sx) con il suo staff all'Enea

Rosella Franconi, biotecnologa vegetale all’Enea Casaccia lavora da anni alla creazione di vaccini a basso costo e alta velocità di produzione, utilizzando piante di tabacco, contro il papilloma virus (Hpv). L’Hpv è causa dell’80 per cento delle morti di donne per cancro al collo dell’utero nei Paesi poveri.
Gli ultimi dati Oms parlano di 615 casi accertati e 15 morti a causa dell’influenza suina. Siamo di fronte a un’emergenza sanitaria mondiale?
L’allarme è reale, ma è presto per conoscere l’esatta entità del rischio di pandemia. Di sicuro ci troviamo di fronte a un nuovo virus. Che deriva da una combinazione tra i virus dell’influenza aviaria,  umana e suina. Va capito come muta e si trasmette da uomo a uomo in termini di velocità ed efficacia.
Nel 2008 il Center for disease control and prevention (Cdc) avvertiva che 49 virus influenzali del ceppo H1N1 su 50 si sono dimostrati resistenti al Tamiflu prodotto dalla Roche. Ora l’Oms dice che il nuovo virus reagisce proprio al Tamiflu, «uno dei due soli antivirali efficaci in commercio». Possiamo stare tranquilli?
L’H1N1 suino è noto dal 1930 e contro le influenze suine ci sono 4 molecole antivirali efficaci: due sono quelle indicate dall’Oms, mentre altre due si sono già dimostrate inefficaci. Una spiegazione al fatto che il Tamiflu non funzionava per l’influenza umana del 2008 e per l’aviaria del 2005, mentre ora sembra funzionare, è che ci troviamo di fronte a un virus completamente nuovo. Fortuna che la Roche ha dichiarato di avere scorte, perché non c’è alcun vaccino in commercio.
L’Istituto superiore di sanità parla di 10-15 milioni di italiani a rischio. Siamo pronti a gestire l’emergenza?
Premesso che chiaramente non ci sono posti letto a sufficienza negli ospedali, come nel caso della Sars è fondamentale la prevenzione. Con l’aviaria erano gli uccelli a propagare l’influenza, ora sono gli uomini. Quindi è più semplice rispetto al 2005 adottare semplici accorgimenti specie alle frontiere. Spero siano già attuati.
Se il virus passa la frontiera?
Il contagio può avvenire da un giorno prima della comparsa dei sintomi a sette giorni dalla loro comparsa. Il Cdc Usa consiglia di rimanere a casa se ci si ammala. Da noi potrebbe influire l’effetto Brunetta: con la spada di Damocle delle assenze per malattia andremo tutti in ufficio a fare gli untori? Battute a parte, spero che ci siano realmente scorte di antivirali, mascherine e tutto il necessario a prevenire il contagio. Inoltre, questo problema ripropone l’importanza di investire in nuove tecnologie per la produzione rapida e a basso costo di molecole terapeutiche.

Left 17/2009

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Più bugiardini di così

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Giugno 2008

Assumere il Meropur, farmaco utilizzato nelle terapie contro la sterilità, espone al rischio di patologie virali come la variante umana del morbo della mucca pazza. Ma non c’è obbligo per la Ferring, che lo produce, di riportare l’avvertenza nel bugiardino. Per questo i senatori radicali del Pd, Donatella Poretti e Marco Perduca, hanno rivolto un’interrogazione al ministro Sacconi. Nel testo chiedono se «il ministro intenda sospendere il farmaco» fino a una «nuova registrazione con idonee avvertenze integrative». Il caso è stato denunciato su left del 25 gennaio scorso e la vicenda si trascina dal giugno 2006, quando le associazioni italiane di pazienti infertili sollecitarono l’intervento del ministero della Salute, dell’Agenzia italiana del farmaco, dell’Istituto superiore di sanità, e dell’Agenzia europea per i medicinali. A oggi, mentre l’Iss ha dato il proprio parere positivo all’integrazione, l’Aifa sostiene di non poter agire perché occorre il placet dell’Agenzia europea. Un rimpallo di responsabilità che insospettisce Poretti e Perduca per via dei «rapporti illegali» dell’Aifa con la Ferring. Rapporti evidenziati dai «giornali del 22 maggio scorso» che hanno scritto di «omissione voluta» delle controindicazioni del Minirin, altro farmaco della Ferring, «che in Francia ha causato la morte di un bambino». Left 23/2008 ** Federico Tulli

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L’uomo inamovibile

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Novembre 2007

Quando in Italia si parla di ricerca scientifica, da qualche anno, l’uomo giusto nel posto giu­sto deve essere sempre di Scienza e vita. Così è ancora Enrico Garaci, confermato per la terza volta, e da due go­verni diversi, presidente dell’Istituto superiore di sanità, a smistare i finanziamenti pubblici alla ricerca scientifi­ca in campo medico. Una no­mina contestata, sia dall’elite scientifica sia da esponenti del centrosinistra, con i radi­cali in prima linea. Avanguardia di questa prima linea è la deputata della Rosa nel pugno Donatella Poretti che negli ultimi mesi ha presen­tato tre interrogazioni parla­mentari al ministro della Sa­lute LiviaTurco per sapere che fine hanno fatto e a chi è stata assegnata la decina di milioni di euro perla ricerca scientifica tra il 2001 (dall’allora governo Berlusconi) e il 2007. Tanti soldi, la cui desti­nazione non è stata mai del tutto chiarita dallo stesso Ga­raci incaricato di gestirli.

Onorevole Poretti, come mai bisogna fare tre interroga­zioni per sapere che uso vie­ne fatto del denaro pubblico per la ricerca in Italia?

In realtà solo le prime due in­terrogazioni riguardavano i 7,5 milioni di euro della ge­stione Garaci nell’era Berlu­sconi. Dalle risposte si è per­cepito che sono stati distri­buiti in maniera abbastanza maldestra. Garaci ci ha ri­sposto di telefonare all’Iss se vogliamo sapere chi ha vinto quei bandi. Tradotto: “Non ho intenzione di rispondere”. Fatto sta che sui siti web del ministero e dell’Istituto non c’è più traccia dei bandi. La terza interpellanza, del 13 novembre, invece, fa seguito a una lettera del 10 novem­bre al ministro Turco in cui Elena Cattaneo, Paolo Bian­co e Ranieri Cancedda, illu­stri ricercatori a livello mon­diale nel campo delle stami­nali embrionali, hanno de­nunciato che «circostanze che destano grande preoccu­pazione» fanno capire che i fondi della Finanziaria 2007 per la ricerca sulle staminali, circa due milioni di euro, so­no già stati erogati senza l’e­missione di alcun bando pubblico e solo a chi si occu­pa di staminali adulte.

La lettera al ministro è arriva­ta dopo che a settembre scor­so Garaci aveva risposto pic­che alle stesse istanze dei tre ricercatori, come anticipato dal numero 40 di Left. Mistero sui destinatari dei soldi, si ri­pete la storia pure con un ministro del centrosinistra?

Anche se non ho ancora otte­nuto risposta (mentre andia­mo in stampa Poretti ci dice che forse la Turco risponderà giovedì 22, ndr) c’è già stata una piccola anticipazione. I fondi del 2007 non sono an­cora stati assegnati, però in qualche modo c’era un pro­getto in cui i nomi erano stati già decisi. Lo stesso Angelo Vescovi ha detto che lui avrebbe ricevuto dei soldi.

Le mail a Garaci e la lettera al ministro di Cattaneo, Bianco e Cancedda, non erano dunque campate in aria?

Non lo erano. Una confer­ma, oltre che da Vescovi, ar­riva da voci interne all’Iss, dove si sapeva che era così.

C’è qualcosa di positivo in tut­ta questa vicenda?

Aver denunciato queste voci prima che i fondi venissero ufficialmente assegnati, po­trebbe contribuire a rendere la procedura più trasparente. Lo stesso Garaci ha detto che presto verrà emesso un ban­do. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.

Saldo in sella il presidente dell’Iss, nonostante la bocciatu­ra subita al Senato prima della sua rielezione.

Vedremo. È stato affiancato da Monica Pezzoni, sottose­gretario di Rosy Bindi quan­do era alla Sanità e braccio destro della Turco. Per inciso va detto che la Pezzoni è fini­ta al posto dell’ex direttore generale dell’Iss, Sergio Li­cheri, licenziato da Garaci dopo aver denunciato alla magistratura la malagestione dei 7,5 milioni del 2001. Secondo Li­cheri, quei soldi sarebbero passati per un conto corrente bancario “esterno” all’Iss, e inizial­mente sarebbero stati addirittura dieci milioni».

Left 47/2008 ** Federico Tulli

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Acqua in bottiglia, un affare poco limpido

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Maggio 2007

“Il mercato dell’acqua in bottiglia è regolato da norme molto blande e chi dovrebbe garantirne il controllo, cioè lo Stato, non sempre ci mette l’impegno necessario. In più il marketing dei produttori privati è sempre più abile a far credere ai consumatori che l’acqua minerale in bottiglia sia migliore e più naturale di quella del rubinetto”. Spiega così al VELINO il presidente del Comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua e consigliere per la scienza e la tecnologia alla Commissione europea, Riccardo Petrella, “l’inquietante fenomeno che ha trasformato l’Italia, tra i paesi con il patrimonio idrico potabile più ampio, diversificato e pregiato, in uno dei maggiori mercati mondiali di acqua in bottiglia”. Acqua, cioè, che invece di sgorgare dal rubinetto al costo di pochi centesimi al litro, “finisce in contenitori di plastica Pet rivenduta a prezzi anche 1000 volte maggiori del suo costo alla fonte”. In Italia le acque minerali e le acque di sorgente sono un bene comune e fanno parte del demanio pubblico. Il commercio in bottiglia è permesso dalle concessioni rilasciate dalle Regioni alle aziende private a prezzi scandalosamente bassi. Sono infatti compresi, secondo quanto stabilito dalla Conferenza delle Regioni dello scorso novembre, tra uno e 2,50 euro ogni mille litri imbottigliati dal produttore. A questo costo va aggiunto il canone superficiario per ettaro (che parte da 30 euro) relativo allo sfruttamento della fonte. Per fare un esempio, per una catena d’imbottigliamento di medie dimensioni che si aggira intorno ai 150 ettari l’azienda privata paga di concessione tra i 4500 e i novemila euro l’anno. Cifre irrisorie che quindi non aiutano a comprendere come mai i governi regionali rinuncino con tanta facilità al guadagno che potrebbe derivare dalle concessioni sull’acqua minerale in bottiglia. Tanto più che 60 italiani su 100 la considera “più salutare e buona di quella del rubinetto”. La spiegazione è semplice, rivela Petrella: “L’acqua di rubinetto genera all’erario flussi di cassa irrisori se confrontati al gettito Iva al 20 per cento applicato alle bottigliette commercializzate dalle multinazionali. E allora si tiene basso il prezzo delle concessioni per non correre il rischio di vedere inaridita la vena di una miniera d’oro di cui non si vede il fondo costituita dai milioni di cittadini che devono in bottiglia la stessa acqua che potrebbe uscire dal rubinetto”.

Tutto ciò però ancora non fornisce la spiegazione completa dello sviluppo esponenziale del mercato italiano delle acque imbottigliate avvenuto negli ultimi anni. “Il problema è di natura culturale oltre che politica”, osserva al VELINO Petrella. “È scesa in campo l’abilità del marketing di multinazionali del calibro di Coca Cola, Danone e Nestlè che da sole controllano quasi tutto il commercio mondiale di acqua in bottiglia”. Difatti, facendo leva sul comune interesse con lo Stato che la gente beva sempre più dalla bottiglia e sempre meno dal rubinetto, le battenti campagne pubblicitarie di queste grandi aziende sono riuscite a capovolgere la realtà. “Per definizione, infatti, l’acqua minerale alla fonte non è potabile”, prosegue il consigliere per la scienza e la tecnologia alla Commissione europea. “Secondo le norme italiane per essere potabile un’acqua deve essere trattata, cioè purificata da una serie di elementi oligominerali che in certe quantità sono nocivi. Cosa che avviene con regolarità per l’acqua che arriva a sgorgare dal rubinetto. Mentre lo stesso non si può dire delle acque dette ‘naturali minerali messe in bottiglia’. Perché devono essere subito imbottigliate alla sorgente, dove infatti sono sottoposte a controlli e trattamenti a campione. Pertanto, sempre secondo le stesse norme, le minerali in Pet potrebbero rispondere solo a consumi ‘parziali temporanei e non sistematici’. “L’esatto opposto cioè – conclude Petrella – di quanto avviene da diversi anni in Italia, dove l’uso di tale acqua è oramai equiparato a quella di rubinetto essendo ‘frequente continuo e regolare’, come dimostrano gli strabilianti fatturati delle multinazionali delle bollicine”.

Di diverso avviso è Elisabetta Sanzini, ricercatrice del centro nazionale per la qualità degli alimenti e per i rischi alimentari dell’Istituto superiore di sanità (Iss): “La legge è chiara a riguardo, le acque minerali in bottiglia e la comune acqua di rubinetto devono rispettare gli stessi valori per quanto riguarda la presenza di arsenico nelle acque. L’acqua destinata a imbottigliamento è soggetta a controlli annuali da parte delle aziende di imbottigliamento e, con maggiore frequenza, dagli enti regionali preposti. Se qualche valore supera il limite previsto dalla legge viene richiesta una revisione al ministero della Salute da svolgere presso l’Istituto superiore di Sanità”. Sono tre anni che non vengono richieste revisioni. Questo, secondo Sanzini, va letto come il segnale che i valori sono nella norma. “La differenza maggiore tra le acque minerali in bottiglia e le acque potabili è la costanza dei valori delle prime contro la variabilità delle seconde. Non credo – prosegue – si possa affermare che la prima è migliore della seconda, dipende dalle zone”. È importante però precisare che l’acqua corrente di rubinetto subisce dei processi di potabilizzazione attraverso clorazione annuale. Questo è un procedimento che necessita controlli perché non si ecceda nelle dosi. “In Italia – conclude la ricercatrice dell’Iss – non ci sono acque che subiscono un processo di ionizzazione, quindi lontano anche il pericolo di presenza di sostanze provocate da tale procedimento come il bromato”. Sulla questione è intervenuto anche Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) che racconta al VELINO: “L’acqua del rubinetto è migliore di quella in bottiglia. Fino a pochi anni fa le percentuali di metalli come il cadmio e il nichel erano ammesse, per le acque in bottiglia, in misura maggiore perché un’acqua di rubinetto potesse essere definita potabile. Oggi i valori sono stati equiparati ma ci sono due fattori importanti da valutare. Il primo è che l’acqua imbottigliata rimane per un tempo indefinito nei contenitori di plastica (Pet). Durante il trasporto o la giacenza nei magazzini corre il rischio di raggiungere alte temperature, soprattutto in estate. Il secondo fattore è sicuramente che le acque minerali in bottiglia sono a basso contenuto di calcio, esattamente il contrario delle acque di rubinetto. Il calcio è uno di quegli elementi di cui è molto difficile coprire il fabbisogno giornaliero con la dieta”.

La questione dello sfruttamento delle falde acquifere a scopi commerciali non è fonte di dibattito solo in termini di rischio per la salute dei consumatori. In questi giorni di progressivo aumento della temperatura da più parti si sono levati allarmi siccità che riguardano direttamente i siti dove le concessioni di sfruttamento per l’imbottigliamento affiancano il prelievo di acqua per usi civili. Il segretario confederale della Uil, Paolo Carcassi, ha chiesto un intervento del governo, per la mancata attuazione della direttiva quadro sulle Acque 2000/60. “Il cambiamento climatico – ha detto Carcassi – sta portando alla siccità e a fasi sempre più accelerate. Oltre a intervenire sugli elementi che producono l’effetto serra, va compiuta un’attenta analisi per preservare la risorsa naturale acqua. Prima che l’acqua arrivi ai rubinetti, alle colture o alla produzione di energia, si sottovaluta tutta l’azione di regolazione e di tutela a monte della riserva acqua. L’Italia – precisa Carcassi – è il fanalino di coda dell’Europa nell’attuazione della direttiva quadro sulle Acque 2000/60 su cui gli altri paesi, a sei anni dall’adozione, sono notevolmente avanti. Ci sono responsabilità precise sulla mancata attuazione della direttiva a cui il governo, se vuole realmente intervenire, deve dare concrete risposte. Non sappiamo, ancora oggi, in sostanza chi utilizza l’acqua e per che cosa, né se si hanno prelievi superiori all’equilibrio consentito. Non abbiamo un quadro di regolamentazione che preveda i bacini idrografici e i distretti di gestione, che assicuri l’obiettivo europeo di mantenere e migliorare l’ambiente acquatico del nostro Paese. Su questi temi il governo è prioritariamente chiamato a intervenire”.

L’allarme lanciato da Carcassi, che si aggiunge all’analisi di Petrella e Ghiselli, trova concreti riscontri in quanto sta accadendo da alcuni mesi in Umbria. Dove una delibera della giunta regionale a maggioranza di centro sinistra ha accordato alla multinazionale delle acque minerali Rocchetta-Idrea il permesso di aumentare di oltre il 30 per cento il prelievo di acqua da imbottigliare dal Rio Fergia al costo di una lira del vecchio conio ogni metro cubo (mille litri). Una misura che sarà attuabile solo interrompendo la fornitura di acqua a 245 famiglie di due frazioni del comune di Gualdo Tadino, Boschetto e Gaifana. Secondo il presidente del Comitato di difesa del Rio Fergia, Sauro Vitali, la giunta umbra non ha tenuto conto di nessuna delle innumerevoli relazioni di esperti ideologici e ambientali presentate negli anni scorsi in merito alla “tenuta” dell’intero bacino idrico che fa capo al Rio Fergia: “Studi separati delle Università di Roma e Perugia e dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente sono stati chiarissimi al riguardo: il Rio Fergia è ‘stressatissimo’”. Nel senso che l’aumento di prelievo, oltre gli attuali 28 litri al secondo (20 destinati a Nocera e otto a Gualdo), già concessi a Rocchetta secondo il limite stabilito nel 1993 nel protocollo d’intesa – sottoscritto dalla Regione Umbria, dai comuni di Gualdo e Nocera e dal Comitato – arrecherebbe danni irreversibili al Rio, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Rocchetta, ricordiamo, è controllata, insieme con Idrea, dalla Compagnia generale di distribuzione, a sua volta di proprietà della finanziaria olandese, la Chesnut Bv, che, per concludere il giro e ritornare in patria, fa riferimento a una famiglia italiana, la De Simone Niquesa. In pratica, osserva Vitali, “nonostante la Regione sapesse che non c’è acqua a sufficienza per soddisfare gli scopi commerciali di Idrea, ha deciso ugualmente di ricavarla dagli otto litri che spettano a Gualdo, lasciando a secco 245 utenze di Boschetto e Gaifana”. Inoltre, prosegue il presidente del Comitato del Rio Fergia, “dalla nostra parte e contro la decisione della Giunta c’è anche la legge 152/99”. Questa esclude, contrariamente a quanto è stato accordato a Idrea, la possibilità di escavazione di pozzi laddove già esistono approvvigionamenti di acqua da fonte per uso civile. La ratio della norma è semplice, spiega il presidente del Comitato: “Con la falda già stressata un’autorizzazione al prelievo sistematico garantito dalla trivellazione industriale rischia non solo di causare prosciugamento in poco tempo, ma anche un pericoloso dissesto idrogeologico”.

La decisione della Giunta, approvata il 27 settembre 2006, ma che ancora deve entrare in vigore per via della strenua resistenza del Comitato in difesa del Rio Fergia presieduto da Sauro Vitali, ha scatenato una lunga polemica interna alla maggioranza, tuttora in atto, a suon di accuse reciproche tra Ds, Rifondazione comunista e Verdi, che avevano presentato tre pdl completamente diverse in risposta alla concessione richiesta da Idrea. Alla fine è passata la proposta Ds che accordava tutte le richieste di Idrea. Con Rifondazione che si è astenuta dopo che a sorpresa all’ultimo momento ha ritirato la propria pdl che fissava limiti di concessione che, a detta di molti, Idrea non avrebbe mai accettato. Mentre i Verdi hanno mantenuto la propria linea ritrovandosi da soli a votare contro ogni accordo con Idrea.

“Sono stati anteposti gli interessi di una multinazionale ai legittimi diritti delle popolazioni locali e dell’intera cittadinanza umbra”. Commenta al VELINO il consigliere regionale dell’Umbria, Oliviero Dottorini dei Verdi, l’unico tra i consiglieri a votare contro la delibera della giunta. “A dire il vero Rocchetta non lascerà senza acqua per sempre gli abitanti di Boschetto e Gaifana. Ma, e la cosa è ancor più grave, gliela sostituirà con una meno pregiata. Nel senso che a fronte dell’aumento di sfruttamento delle acque si è impegnata a costruire un acquedotto che porterà nelle case di queste persone acqua prelevata da un’altra fonte. Ed è evidente che questa non può che essere di minore qualità di quella del Rio Fergia”. Altrimenti, prosegue l’esponente dei Verdi, “non si spiega perché mai la multinazionale dovrebbe sostenere gli ulteriori costi di costruzione del nuovo impianto di trasporto dell’acqua. Tanto più che secondo il piano industriale presentato alla Giunta questo impianto è più vicino allo stabilimento di imbottigliamento che alle due frazioni”. La delibera con cui la Regione ha concesso l’aumento di prelievo dal Rio Fergia alla Rocchetta fa riferimento a un protocollo sottoscritto nel 1993 anche dal Comitato civico di Boschetto e Gaifana e dai Comuni di Gualdo e Nocera. Esso prevede che dal fiume non escano, per essere imbottigliati dalla società privata, più di 28 litri al secondo. Il documento approvato dalla Regione le concede invece lo sfruttamento di sette litri d’acqua al secondo in più nei mesi di agosto, settembre e ottobre, mentre nel restante periodo dell’anno il suo prelievo può salire anche di dodici litri al secondo.

Da quando è stata votata la nuova concessione accanto al Comitato di Boschetto si è schierata anche l’amministrazione comunale di Nocera Umbra la cui rete idrica è collegata al Rio Fergia al pari di quella Gualdo. “Come i Verdi dell’Umbria – sottolinea al VELINO Dottorini – essi contestano non solo lo sforamento dai 28 litri al secondo previsti dal Protocollo, ma anche quanto emerge da una approfondita lettura del piano industriale con cui Rocchetta ha convinto la maggioranza della Regione ad accettare la richiesta di aumento del prelievo e il gruppo di Rifondazione comunista a ritirare la propria delibera, di certo non altrettanto penalizzante per i cittadini di Boschetto e Gaifana, proprio al momento del voto”. Secondo il piano, grazie al maggior imbottigliamento, la multinazionale ha previsto un aumento occupazionale e stanziato investimenti per 45 milioni di euro. Ebbene, andando più nel dettaglio possiamo scoprire quanto “miseri” siano questi “vantaggi”, osserva l’esponente dei Verdi: “I posti di lavoro in più non saranno che dieci, più altri dieci ricavati in un ‘secondo momento’ da un non meglio precisato ‘indotto’. Mentre solo 15 di quei 45 milioni di euro verranno impiegati nella costruzione di infrastrutture visto che ben 30 milioni saranno accantonati per la pubblicità”. Attenzione però, prosegue Dottorini, “anche in questo caso c’è una ulteriore beffa da evidenziare. Come è ovvio, non un centesimo del denaro messo a bilancio per la pubblicità finirà nelle tasche dei cittadini ma in quelle di noti testimonial e delle reti televisive che trasmetteranno gli spot”. Quanto alle nuove infrastrutture, trattandosi di un acquedotto, di uno stabilimento e di una tratta ferroviaria per il trasporto delle bottiglie, secondo il consigliere regionale dell’Umbria è lecito aspettarsi “uno scarso ritorno in termini economici per le popolazioni locali, dal momento che “queste strutture rimarranno pur sempre di proprietà della multinazionale”.

Anche rispetto al livello delle maggiori entrate di cui la Regione Umbria beneficerà a fronte della nuova concessione accordata a Rocchetta Dottorini non rinuncia a sollevare perplessità. “È difficile pensare che quei sette litri al secondo in più saranno trasformati in preziosi servizi per i cittadini privati del diritto di bere l’acqua del Rio Fergia”, taglia corto l’esponente dei Verdi. “Basti pensare che in base alla concessione la multinazionale paga 50 centesimi ogni mille litri prelevati. Per cui, se andiamo a leggere il bilancio 2005, anno in cui Rocchetta ha imbottigliato oltre 441 milioni di litri prelevati dalle acque umbre, scopriamo che nelle casse regionali sono entrati solo 220 mila euro, più 10.400 euro per l’affitto dei 208 ettari della concessione rilasciata a 50 euro l’anno per ettaro”. Questo vuol dire che con l’entrata in vigore della nuova delibera regionale la multinazionale delle acque minerali supererà il mezzo milione di litri imbottigliati per anno, mentre la regione incasserà circa 70 mila euro in più. Briciole, anzi gocce, conclude Dottorini, “rispetto al mare di denaro che alimenterà le casse di Rocchetta che già oggi vende a non meno di venti centesimi di euro al litro ciò che in pratica ha pagato allo Stato poco più di una lira del vecchio conio”.

Le parole di Dottorini hanno scatenato immediate reazioni di tutti i colleghi di maggioranza chiamati in causa, dando il là a un serrato botta e risposta. “Solo una società perversa può pensare di privatizzare l’acqua ed è sempre stata Rifondazione comunista a portare avanti, con il suo dieci per cento di voti, la questione dell’acqua pubblica in Umbria come bene primario”. Commenta così al VELINO il capogruppo di Rifondazione comunista al Consiglio regionale dell’Umbria, Stefano Vinti, la decisione della Giunta di concedere un aumento di prelievo di acqua dal Rio Fergia alla multinazionale Rocchetta. “Per cui mente e sa di mentire il consigliere dei Verdi Oliviero Dottorini quando ci accusa di aver ritirato all’ultimo momento e senza un motivo apparente la nostra mozione spianando la strada a quella che priverebbe dell’acqua corrente 240 famiglie di Boschetto e Gaifana”. In realtà, prosegue l’esponente di Rifondazione, “abbiamo dovuto ritirare la mozione perché il presidente Ds della Giunta, Maria Rita Lorenzetti, ha minacciato la caduta della maggioranza pur di accordare la concessione al gruppo Rocchetta”. Pertanto quella di Rifondazione, spiega Vinti, “è stata una decisione politica per non spaccare la maggioranza ed è falso quanto detto da Dottorini. La mozione non sarebbe passata comunque, neppure con il nostro appoggio perché la Lorenzetti avrebbe votato contro in ogni caso”. Infine Vinti annuncia di aver da poco presentato una nuova mozione per far aderire la regione Umbria al manifesto mondiale dell’acqua per una pubblicizzazione di questo bene essenziale per l’uomo e per la natura. “Nelle prossime settimane, se tutto va bene, se ne discuterà”.

“Siamo tutti contro la privatizzazione dei bacini idrici e delle fonti d’acqua – sottolinea a sua volta Vitali – non solo per le conseguenze sul vivere quotidiano delle popolazioni locali, ma anche per garantire la tutela ambientale all’intero territorio”. Proprio per questo, pensando alle battaglie in difesa di questi temi condotte a livello nazionale da Rifondazione comunista (ultima occasione il ddl sui servizi pubblici), il presidente del Comitato Rio Fergia esprime tutto il suo stupore nei confronti dall’atteggiamento assunto dalla rappresentanza regionale di Rifondazione nei confronti della delibera presentata dalla presidente Ds del Consiglio regionale, Maria Rita Lorenzetti, in favore di Idrea: “Nell’ultima riunione dei capigruppo prima del voto alla delibera, Rifondazione aveva redatto una mozione che avrebbe messo Idrea in condizione di recedere dalla richiesta di concessione. Un testo che si poneva a metà tra quello della Lorenzetti e l’altro di Oliviero Dottorini dei Verdi, molto più risoluto nel negare ogni possibilità di prelievo alla società privata”. E cosa è accaduto in sede di votazione? “Che Dottorini – conclude Vitali – ha mantenuto la parola assunta nei confronti delle popolazioni locali rimanendo da solo a votare contro Idrea. Infatti Rifondazione, di cui tra l’altro non si è vista traccia alla manifestazione di Gualdo a conclusione della settimana nazionale dell’acqua, dopo aver ritirato la propria si è astenuta. Sembrerebbe, come rivelato dallo stesso capogruppo Stefano Vinti, perché minacciata dalla Lorenzetti di far cadere il governo regionale se Idrea non avesse avuto la nuova concessione”.

Comunque sia la replica di Dottorini al collega di Rifondazione non si è fatta attendere: “Le accuse di Vinti? Fanno semplicemente sorridere e dimostrano tutta la difficoltà di chi tra la gente si erge a difensore di grandi principi per poi avallare le peggiori decisioni all’interno del palazzo. Per carità niente di strano, ci siamo abituati, l’importante è mettersi d’accordo almeno con se stessi. Per fortuna ci sono gli atti a dimostrare ciò che è avvenuto e quel giorno in Consiglio erano presenti anche un centinaio di aderenti al Comitato del Rio Fergia che hanno potuto valutare come purtroppo sono andate le cose”. D’altra parte quella dei Verdi era l’unica forza politica presente a Gualdo assieme agli otto chilometri di partecipanti alla manifestazione contro la concessione dell’acqua del Rio Fergia alla Rocchetta-Idrea. “Come sottolineato anche dal presidente del Comitato organizzatore della marcia, Sauro Vitali, Vinti e il suo partito, che si erigono a paladini dell’acqua pubblica, ovviamente non c’erano”, prosegue Dottorini. “Ma questo non è così importante se si pensa di riprendere in mano quella decisione per ribaltarne l’esito. Noi siamo pronti”.

Sollecitata dal VELINO a fornire una propria versione dei fatti è intervenuta anche Maria Rita Lorenzetti, presidente Ds della regione Umbria, che così replica alle accuse del consigliere regionale di Rifondazione comunista, Stefano Vinti: “Non ho minacciato nessuno di far cadere la maggioranza. Ho solo fatto presente che non condividevo il percorso suggerito da Rifondazione nella sua mozione per la concessione di prelievo di acqua dal Rio Fergia richiesta da Rocchetta-Idrea”. È stata Rifondazione, prosegue Lorenzetti, “a capire che non era il caso di procedere alla rottura perché avrei comunque votato il documento presentato in maggioranza. Il mio atteggiamento – conclude – è stato coerente e corretto con gli impegni assunti con la Regione secondo una determinata e chiara volontà per procedere agli impegni di prelievo di acqua, presi a fronte di una precisa e inequivocabile garanzia dal punto di vista tecnico”. A dar man forte all’esponente dei Ds interviene Lamberto Bottini, assessore all’Ambiente (Ulivo), in particolare contestando al capogruppo dei Verdi, Dottorini, l’interpretazione del piano industriale presentato da Idrea per convincere la Regione Umbria a concedere lo sfruttamento del bacino del Rio Fergia. “Quanto detto da Dottorini non corrisponde a verità. Non lasciamo a secco nessuno e i posti di lavoro previsti dal prospetto finanziario di Rocchetta-Idrea sono 20 più 20, non dieci come ha detto il consigliere regionale dei verdi. La questione è che Dottorini è contrario a qualunque tipo di accordo, anche equilibrato, che possa determinare il rilascio della concessione. Io dico la verità”. A dire il vero Bottini ne ha anche per Rifondazione: “Anche Vinti non ha detto la verità. Io ho assistito a tutte le riunioni di maggioranza e la Lorenzetti non ha mai intimato di spaccare la maggioranza. Il presidente della Regione ha semplicemente affermato di attenersi al merito della questione per evitare strumentalizzazioni politiche. Il clima sul territorio è molto teso per cui è evidente che ci siano posizioni discordanti”.

A questo punto l’assessore all’Ambiente espone quali siano le motivazioni all’origine della pdl dell’Ulivo approvata in giunta che, specie per quanto riguarda la possibilità di sfruttamento del Rio Fergia si discostano ampiamente dalle versioni dei suoi colleghi e anche di Vinti: “Rocchetta-Idrea ha fatto richiesta di concessione alla regione dell’Umbria già nel 2003 per poter sfruttare il pozzo situato a un chilometro e 200 metri dalla sorgente del Rio Fergia. Furono fatte subito delle verifiche riguardo ad eventuali interferenze tra il pozzo e la sorgente”. Secondo il rapporto stilato da Rocchetta-Idrea non risultava alcuna interferenza tra i due siti. “Il rapporto dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) – prosegue Bottini – evidenziò al contrario una buona interferenza tra il pozzo e la sorgente ma rilevò anche che era possibile un prelevamento di acqua, nel periodo invernale, pari a 50 litri in più rispetto ai 28 decisi dal protocollo d’intesa del 1993″. Nel periodo estivo invece il limite massimo di captazione previsto dall’Arpa era di dieci litri al secondo in più rispetto a quelli attuali. “Secondo quanto deciso dall’Agenzia regionale per l’ambiente un prelevamento di acqua di queste dimensioni non avrebbe causato alcun cambiamento al deflusso del fiume”. Aggiunge l’assessore all’Ambiente della Regione Umbria: “Dei 28 litri previsti dal protocollo d’intesa redatto nel 1993, 20 sono appannaggio di Nocera Umbra e otto di Gualdo Tadino. Il comune di Gualdo Tadino, ricco di acqua e favorevole alla concessione, ha deciso di concedere i suoi otto litri a Rocchetta rifornendosi di acqua da un’altra sorgente vicina a Boschetto per garantire acqua alle 240 famiglie delle due frazioni, Boschetto e Gaifana. L’acqua del Rio Fergia non è migliore di quella di Palazzo Mancinelli, la sorgente che sarà utilizzata per alimentare Gaifana e Boschetto. Rocchetta ha bisogno necessariamente della concessione del Rio Fergia perché, per legge, non può chiederne una per prelevare acqua con peculiarità simili a quella per cui ha già un’altra concessione, come quella appunto di Palazzo Mancinelli”.

“Alla richiesta dell’industria imbottigliatrice di prelevare 20 litri al secondo, noi della giunta abbiamo risposto offrendo sette litri d’estate e non più di 12 nel periodo invernale”, precisa Bottini. “È molto importante tale questione per un territorio povero come quello di Gualdo Tadino. Il prospetto economico finanziario di Rocchetta prevede un investimento da fare sul territorio di oltre 400 mila euro ancora da concordare e 20 assunzioni dirette più 20 indirette. Dottorini deve dire la verità. Io so perfettamente quello che dico e i posti di lavoro offerti da Rocchetta non sono dieci. Bensì venti più venti, per un totale di 40 nuovi posti di lavoro molto importanti per combattere la crisi occupazionale della regione”. Infine, conclude l’assessore all’Ambiente della Regione Umbria, “prevediamo di aumentare in maniera sostanziale il canone delle concessioni oggi fermo al ridicolo prezzo di una lira del vecchio conio per ogni metro cubo di acqua prelevata. Sarebbe un’ulteriore entrata per la Regione”.

L’ultima parola sulla vicenda, al momento, è di Dottorini. Che replica di essere “in possesso dello stesso piano editoriale di cui parla Bottini e proprio per questo contrario a qualsiasi forma di accordo. A meno che Idrea non presenti un piano editoriale che contribuisca realmente alla salvaguardia dei diritti degli abitanti. “Altrimenti – conclude il capogruppo dei Verdi in Regione – io penso che, siano venti subito o quaranta chissà quando, i posti di lavoro elargiti dalla multinazionale in cambio di un guadagno a sette zeri restano comunque un baratto iniquo e sconveniente sia per Boschetto e Gaifana sia per tutta la comunità umbra”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli, Edoardo Spera

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Tabacco, FIT: “Non decidiamo noi il prezzo delle sigarette”

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Settembre 2006

In relazione alla recenti dichiarazioni rilasciate al VELINO dal vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, in merito alla pubblicità ed ai prezzi del tabacco, il presidente della Federazione Italiana Tabaccai, Giovanni Risso, replica: “È fondamentale chiarire che i prezzi dei pacchetti di sigarette sono determinati, secondo quanto dettato dalle disposizioni di legge in materia, con decreto del Direttore Generale dell’AAMS su richiesta dei vari produttori e sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Inoltre il prezzo minimo di vendita, che è rapportato al costo per il pubblico della sigaretta più venduta, è stato pensato dal legislatore per una precisa ragione di tutela della salute pubblica, in quanto considerato dissuasivo dall’acquisto dei tabacchi, soprattutto nei confronti dei più giovani. Pertanto, come è facile evincere, la FIT non ha alcuna voce in capitolo per determinare tale prezzo e nulla fa in tal senso. È anzi riscontrabile che la nostra associazione nulla ha a che vedere con ingerenze in poteri che non le competono, visto che ormai da anni è impegnata a contrastare i ripetuti incrementi di prezzo delle sigarette attraverso iniziative che rientrano rigorosamente nell’alveo della sua attività istituzionale di tutela della categoria che rappresenta. Ciò in virtù del fatto che è provato, da quanto già successo in Francia e in Gran Bretagna, che l’aumento del costo delle sigarette determini una diminuzione delle vendite solamente attraverso i canali autorizzati, facendo di contro esplodere il mercato illegale del contrabbando”. Riguardo a ciò, prosegue il presidente Risso, “coincidenza vuole che anche in Italia la recente recrudescenza del fenomeno del contrabbando si sia manifestata nel momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo, con la conseguenza della diminuzione delle entrate dal canale di vendita legale, attraverso il quale, non va dimenticato, confluiscono nelle casse dello Stato circa i tre quarti del prezzo di un pacchetto di sigarette. Inoltre, cosa assai grave, dai canali illegali vengono acquistate sigarette prodotte senza alcun minimo rispetto delle norme igienico-sanitarie che sono imposte ai produttori autorizzati: tabacchi che non sono conformi ai contenuti massimi di sostanze nocive – catrame, nicotina e monossido di carbonio – che sono imposti al canale distributivo legale e che l’AAMS sottopone a rigide direttive e controlla periodicamente. Le prove delle azioni della FIT in tal senso e l’evidenza della sua posizione sono nei resoconti dei recenti incontri fra i suoi vertici ed autorevoli rappresentanti del Governo nonché facilmente riscontrabili sulle rassegne stampa degli ultimi mesi, nelle quali è chiara e netta la contrarietà della FIT all’aumento dei prezzi per i motivi fin qui espressi”. Infine, conclude Risso, nel rigettare qualsiasi tipo di accusa, “va precisato che la FIT non possiede, né ha mai posseduto, azioni della Logista”.

A sua volta, il vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, nella sua intervista del 19 settembre scorso aveva dichiarato al VELINO: “La presenza sui giornali di tutte queste foto a marchi di sigarette, come Fortuna, Camel, Marlboro, stampati sulle tute o sulle moto dei corridori motociclistici, quando a noi lo Stato proibisce di regalare ai clienti un accendino per ogni stecca di sigarette perché invoglia a fumare, la dice lunga sul potere dei soggetti privati che gestiscono il mercato del tabacco in Italia”. Oggetto dell’accusa del vicepresidente di Assotabaccai Lamberto Lasagni sono i grandi produttori di sigarette e Logista, la società spagnola che gestisce da monopolista privato la distribuzione dei lavorati al tabacco in virtù dei contratti stipulati con le aziende produttrici (Philip Morris, British American Tobacco, RJ Reynolds, Japan Tobacco, etc) che operano in Italia. Quello della pubblicità indiretta alle marche da fumo attraverso i media, di cui si trova continuamente traccia sui giornali non è, racconta Lasagni al VELINO, “l’unico esempio di strapotere delle multinazionali: un discorso analogo va fatto sul costo dei pacchetti di sigarette. Può sembrare un paradosso, ma se fosse troppo alto i produttori e quindi Logista, guadagnerebbero di meno perché venderebbero di meno. E allora, visto che il costo del pacchetto in Italia è tra i più bassi del mondo, in pratica si può dire che, fatto salvo il prezzo minimo a 3,20 euro, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato non decide nulla che non sia di gradimento di Logista. E questo accade col benestare dei produttori, ma anche dell’altra associazione, la Federazione italiana tabaccai, visto che è azionista per il cinque per cento proprio della società spagnola”. Dunque, ricapitolando, il mercato italiano del tabacco è composto da BAT e PM, che vendono oltre il 90 per cento dei circa 93 miliardi di sigarette fumate in Italia, da poche altre aziende che si dividono il restante dieci per cento, da un unico distributore che gestisce tutti i depositi fiscali, e da due associazioni che rappresentano i tabaccai, di cui una è azionista del monopolista privato che rifornisce le 55 mila rivendite di sigarette. Alla luce di questo, considerando lo smisurato potere economico dei soggetti in campo – aziende che fatturano decine di miliardi di euro l’anno – si spiega come mai trovi enormi difficoltà nel raggiungere gli obiettivi sperati ogni campagna pubblica di disincentivo al fumo. Come quella che si tradusse nel 2004 nella decisione del governo di fissare i prezzi minimi sui pacchetti di sigarette. Una conferma di insuccesso che arriva anche dalle parole di Lasagni.

“Ovviamente – precisa il vice presidente di Assotabaccai al VELINO – noi pensiamo che ognuno debba essere libero di fumare ma, a parte quel sei per cento che ha smesso per via della legge Sirchia, non abbiamo notato particolari rinunce dei fumatori di fronte all’imposizione di un prezzo del pacchetto che parte da 3,20 euro”. Una mossa, questa del governo che, favorendo il consumo di sigarette di qualità, oramai poco più costose di quelle scadenti, da una parte ha fatto scattare una procedura dell’Unione europea contro l’Italia per aver infranto la direttiva che regola la concorrenza, dall’altra risulta inefficace anche di fronte agli studi pubblicati tra il 1999 e il 2006 da Banca mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità. Ognuna di queste analisi è giunta alla conclusione che i fumatori diminuiscono in proporzione di un forte aumento del prezzo del pacchetto, e che a permettere il successo dell’operazione è l’inasprimento delle accise e non l’imposizione di prezzi minimi seppur alti. “È una tesi – conclude Lasagni – che in parte condivido. Sono dell’idea che chi fuma pagherebbe anche dieci euro, ma certo non si disincentiva il fumo fissando prezzi che portano il costo delle marche minori ad un solo euro di differenza da quello delle più famose”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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