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Il ritorno del crociato

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

I creazionisti di nuovo all’attacco di Darwin. A guidarli è sempre lui, il vicepresidente del Cnr, Roberto De Mattei di Federico Tulli

Sbattuto fuori dalla porta nel 2004, il creazionismo all’italiana sta tentando di rientrare dalla finestra dei luoghi in cui si sviluppano la cultura e la scienza del nostro Paese. Fu in quell’anno che l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti assoldò un manipolo di esperti incaricandoli di trovare il grimaldello per fare spazio nei programmi scolastici di biologia alla favoletta cristiana che vuole il mondo creato tremila anni fa e l’essere umano privo di identità, incapace cioè di formulare pensieri e privo di fantasia, in quanto “tavoletta di cera” da plasmare in base ai dettami della cultura dominante. Che nella fattispecie, ovviamente, è e deve essere quella cristiana. Nei piani dell’attuale sindaco di Milano, tutto doveva avvenire eliminando l’insegnamento della teoria evoluzionistica di Darwin. Il progetto fallì miseramente nel più imbarazzante dei modi. Dopo le dure accuse di antiscientismo mosse dall’Accademia dei Lincei, il ministro affidò a Rita Levi Montalcini la presidenza di una commissione incaricata di decidere sull’utilità dell’insegnamento di Darwin. Al termine dell’indagine il colpo di scena: Vittorio Sgaramella, docente di Biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini denuncia (anche al nostro settimanale) una pesante manomissione del testo finale. Un’ignota mano aveva tentato di far passare la teoria del naturalista inglese per un’ipotesi come un’altra, annacquando le conclusioni degli scienziati. Ora facciamo un salto indietro. Tra gli esperti incaricati in prima battuta dalla Moratti, che con le loro posizioni ideologiche antidarwiniane avevano provocato la reazione sdegnata degli accademici dei Lincei, c’era il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, “il crociato”, ideatore della Fondazione Lepanto che da 27 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». E’ lui che oggi (come allora) afferma che «dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionistica che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». Questo scrive De Mattei in Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi, che contiene gli atti da poco pubblicati di un workshop svoltosi al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso febbraio. Quali siano i “filosofi” di riferimento di De Mattei è presto detto. In primis c’è Joseph Ratzinger. È il papa, infatti, la punta di sfondamento di quella “scuola” che mira a svuotare di significato la teoria evoluzionistica. Che questa non sia «ancora una teoria completa e scientificamente verificata», sono parole sue. L’obiettivo è chiaro. Declassificando il corpus di intuizioni e scoperte che hanno stimolato lo sviluppo delle più moderne discipline scientifiche, vien da sé che, al pari dei darwinisti, i genetisti o i biologi molecolari possono essere chiamati al confronto con l’ideologia cristiana sul campo delle semplici correnti di pensiero. Dove per incanto troviamo, insieme ai creazionisti, sia chi sostiene che l’embrione è un essere umano, sia chi vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutti fautori di un non meglio identificato concetto di vita, che sicuramente tutto è tranne che umana, come è stato dimostrato. Non è un caso che il creazionismo punti a far passare l’idea che l’origine della vita, cioè la nascita umana, sia indimostrabile. A tal proposito torniamo ai filosofi graditi a De Mattei. Per esempio Hans Jonas, che sostiene l’impossibilità di verificare «dove si trovi l’esatto confine tra la vita e la morte», tesi che aleggiava in un altro convegno diretto da De Mattei a inizio 2009. Il titolo era: “La morte cerebrale è ancora vita?”. La risposta in estrema sintesi fu: «Sì». D’altronde, dice Jonas: «Chi può sapere che quando il bisturi comincia a tagliare non si causi uno shock, un ultimo trauma a una sensibilità diffusa, non cerebrale, ancora in grado di sentire il dolore». In poche parole, Jonas credeva nell’esistenza degli zombie. Ma De Mattei non se ne cura. Forse perché, specie per chi resuscita c’è sempre un posto nel favoloso “progetto della creazione”. Dove, se non esiste la morte, pure la nascita diviene un concetto opinabile. Di qui a spacciare per un’ipotesi possibile “la vita eterna”, cioè l’esistenza di un creatore di tutto, il passo è breve. left 48/09

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Un tranquillo rivoluzionario

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Charles Darwin impiega 21 anni per dare alle stampe L’origine delle specie. Il filosofo Pievani: «Quel 24 novembre 1859 cambiò il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura» di Federico Tulli

È la mattina del 24 novembre 1859, a Londra, quando vede la luce una delle più dirompenti opere scientifiche della storia, L’origine delle specie di Charles R. Darwin. L’effetto provocato è lo stesso di un tappo per lo champagne. «Frenato dal timore di una reazione negativa della società dell’epoca profondamente religiosa e dal giudizio della comunità scientifica più conservatrice – spiega a left Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza alla Bicocca di Milano – Darwin aveva tenuto chiuse nel cassetto le sue idee sulla selezione naturale delle specie sin dal 1838. Improvvisamente, in tutta fretta, comincia a raccoglierle in un libro che darà alle stampe in pochi mesi. Dopo 21 anni di gestazione». Era successo che il collega Alfred Russel Wallace stava arrivando alle sue stesse conclusioni. Darwin rischiava di perdere la paternità della teoria evoluzionista. «Chiuso nella sua tenuta di Down – prosegue Pievani – il nostro si decide a riassumere gli scritti che stava preparando da anni in modo inconcludente. La moglie  correggeva le bozze, lamentandosi della sua punteggiatura. Alla fine, comunque, come riassunto gli è venuto bene». Non c’è dubbio. E anche se l’opera non andò subito esaurita, il successo di critica fu immediato. Anzitutto, al contrario di quanto temeva Darwin la reazione delle gerarchie anglicane non fu poi così tremenda. Tutto sommato L’origine delle specie non trasformò il suo autore nel diavolo. «Tanto è vero che quando nel 1882 muore – nota Pievani – viene sepolto a Westminster, il tempio dell’anglicanesimo. In definitiva, in Inghilterra l’evoluzionismo non ha mai avuto grandi problemi. E infatti il creazionismo nasce negli Usa. Da tutt’altra parte, 50 anni dopo». Dato il prezzo del libro, gran parte degli estimatori apparteneva alla borghesia. Ma come tutte le teorie destinate a cambiare il corso della storia, il pensiero darwiniano cominciò a propagarsi pure tra i ceti meno abbienti. «Si diffuse l’idea che questa rivoluzione scientifica e culturale dovesse essere condivisa anche da un pubblico di persone non acculturate e non facoltose». In tal senso, racconta Pievani, quanto accaduto 150 anni fa è paradigmatico del fenomeno dell’“evoluzione culturale”. «L’origine delle specie è un sasso nello stagno della cultura. È un’opera scritta per tutti e non solo per esperti, proprio perché nel suo stile si percepisse il segno di una campagna culturale, non solo scientifica. Insieme al Dialogo di Galileo, è un capolavoro di “scienza in prosa”. I naturalisti italiani lo capirono così bene da dedicare le prime conferenze “darwiniane” non alle accademie ma al pubblico più ampio, con quelle che in varie città furono chiamate “lezioni popolari”». Come ad esempio agli operai di Torino. «Un caso felice di ricezione rapida, condivisa (anche se non da tutti) e democratica di una rivoluzione scientifica che cambiava il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura ma anche il metodo delle scienze naturali che trovavano finalmente una grande cornice teorica coerente e corroborata. Fosse successo oggi – conclude il filosofo – non so se sarebbe andata altrettanto bene. Segno che forse l’evoluzione culturale non necessariamente progredisce».

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L’evoluzione delle idee, in libreria

«Per evoluzione culturale si intende quell’insieme di processi di trasformazione e di trasmissione che riguardano non le specie biologiche ma le idee e i comportamenti appresi, nella nostra specie soprattutto ma non solo», spiega Pievani che è curatore di Scienze e tecnologie, l’ottavo volume dell’opera Utet La cultura italiana, diretta dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza. In questo tomo, pubblicato a ottobre, il filosofo della scienza mette in evidenza analogie e differenze fra evoluzione biologica e culturale, adottando come caso proprio la storia della cultura italiana e la sua grande diversità. Ne è derivato un affresco interdisciplinare ricchissimo, in cui si seguono gli sviluppi della cultura italiana nelle sue somiglianze con l’evoluzione biologica («selezioni, derive di idee, innovazioni, diffusioni geografiche, scuole che resistono, svolte cruciali») e nelle specificità della cultura come soggetto evolutivo: «La sua rapidità di diffusione in orizzontale, come un contagio di idee, la sua progettualità, la sua capacità di influenzare ormai profondamente anche l’evoluzione biologica umana». left 46/2009

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Evoluzionismo, una differenza che ci rende umani

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Settembre 2009

In Umani da sei milioni di anni. L’evoluzione della nostra specie (Carocci) gli antropologi molecolari Gianfranco Biondi e Olga Rickards sottolineano la stretta parentela genetica con le scimmie antropomorfe africane. Come ci dice l’evoluzione, spiegano i due autori nel libro appena uscito, non c’è nulla di speciale in noi: siamo solo una delle tante specie animali. E tutto quello che siamo, compresa la nostra etica, ci viene dall’evoluzione. Un tema, questo, esposto da Biondi sabato scorso al convegno “Dall’esistenza alla vita” (Università Roma 3) organizzato dall’associazione Amore e Psiche. E rielaborato nei successivi interventi che hanno invece evidenziato ciò che ci rende “speciali” rispetto agli altri animali. Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, che confermano la teoria della nascita umana formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, la professoressa Maria Gabriella Gatti ha mostrato le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – ha detto la Gatti – confermano che l’attività psichica inizia alla nascita e che lo stimolo luminoso sulla retina del neonato è fondamentale nella modificazione della sua realtà biologica» rispetto allo stato fetale. Lo psichiatra Andrea Masini ha poi detto che è proprio il pensiero senza coscienza a distinguere la specie umana da quella animale. «La creatività è specifica dell’uomo», ha precisato. Lo si deduce in primis dai bimbi nell’età pre verbale e poi, nella vita adulta, dagli artisti. «La creatività dell’artista – ha concluso – trova origine nella fantasia, nella capacità di fare immagini del neonato. Entrambi si esprimono con un linguaggio “originale”, seppur non alla stessa maniera». Terra, il primo quotidiano ecologista **Federico Tulli**

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Intelligenti per necessità

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2009

L’evoluzione culturale predomina oramai su quella biologica? Sul tema è in corso un acceso confronto tra gli eredi di Darwin. Ed è la domanda a cui risponderà il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella sua lectio magistralis al Festival della Mente di Sarzana di Federico Tulli

«Il nostro patrimonio culturale è soggetto a una evoluzione nel tempo e nello spazio, così come il nostro Dna». Il lungo anno delle celebrazioni di Charles Darwin volge al termine (con il 2009 coincidono il bicentenario della nascita dello scienziato britannico e i 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie) e i molteplici filoni di ricerca sulla natura della specie umana che dalla teoria evoluzionista del naturalista inglese hanno preso linfa saranno analizzati dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella lectio magistralis che inaugura la tre giorni del festival della Mente di Sarzana. Per meglio comprendere se c’è un nesso tra la sua affermazione e i risultati degli studi più avanzati in campo psichiatrico, i quali riconoscono che – diversamente dagli animali che sono dotati di istinto – nel caso dell’essere umano, grazie alla capacità di immaginare e di scelta, il pensiero esercita una precisa influenza sulla biologia, left ha rivolto all’illustre scienziato alcune domande.

Professor Cavalli Sforza, l’evoluzione culturale è più importante di quella biologica?

Lo è senza dubbio se si considera l’enorme aumento numerico dell’uomo moderno negli ultimi 55mila anni, che è stato di circa un milione di volte. A un certo punto è questione di intendersi: l’evoluzione biologica ha creato, in precedenza, le strutture nervose che hanno permesso lo sviluppo del linguaggio; l’uso di questo ha dato un enorme potere di diffondere per via culturale le innovazioni che hanno facilitato lo sviluppo demografico. Un punto di vista diverso è quello di considerare le differenze genetiche tra popolazioni che si sono prodotte durante questa grande crescita: anche qui l’evoluzione culturale è stata importante perché le diverse innovazioni – soprattutto nella produzione del cibo – che sono state create in diverse parti del mondo negli ultimi diecimila anni hanno provocato nuovi adattamenti genetici per selezione naturale. Vale a dire che è stata l’evoluzione culturale a determinare importanti novità biologiche generando nuove occasioni di selezione naturale.

Qual è il più grande merito di Darwin?

Di aver spiegato perché avviene l’evoluzione biologica e perché è inevitabile, usando semplici ma innegabili considerazioni di ordine demografico che sono alla base della selezione naturale: poiché cambiamenti ereditari che hanno effetto sulla sopravvivenza e fecondità di tipi geneticamente diversi provocano inevitabilmente evoluzione nella composizione genetica di una popolazione.

La scienza contemporanea ha dimostrato la fondatezza della teoria evoluzionistica, com’è possibile allora che sia dato gran risalto al creazionismo del disegno intelligente, al punto che c’è chi propone di insegnarlo nelle scuole?

L’obbligo di credere alle affermazioni bibliche sulla origine del mondo trasforma i credenti in creduloni, e li costringe a fare incredibili sciocchezze. Vi sono stati anche interessi politici non indifferenti, soprattutto negli Usa meridionali che si sono alleati con la religione battista del Sud. Pensando al genere umano e attingendo alla teoria darwiniana, la selezione naturale è la forza che spiega come esso si evolve, si trasforma e si differenzia.

Lei ha scritto che col tempo si è capito che queste «mutazioni» sono casuali e che «esistono due trasmissioni. Una genetica, casuale, indipendente dalla nostra storia. E un’altra culturale, fatta di comportamenti, linguaggi, nozioni». Ciò significa che ogni singolo uomo ha una sua propria specificità che si sviluppa dopo la nascita? È questo che ci differenzia dalle specie animali?

Ogni singolo uomo ha una propria specificità genetica, su cui si innesta quella delle conoscenze acquisite durante la vita. Le nostre differenze principali con gli animali sono nella diversità della relativa importanza fra noi e gli animali per quanto è innato, cioè determinato geneticamente, e quanto acquisito con l’apprendimento nel corso della vita, cioè nell’importanza relativa della evoluzione biologica e culturale.

In un articolo su Repubblica lei ha criticato il genetista britannico Steve Jones il quale secondo il Times aveva affermato che siamo «in vista della fine dell’evoluzione umana» perché il 98 per cento dei nati raggiunge l’età riproduttiva per via del progresso della medicina. Crolla dunque il fattore «selezione naturale della specie» su cui poggia l’evoluzione che, secondo Jones, «è possibile solo se ci si riproduce entro i 35 anni». Non è una visione troppo organicista della teoria darwiniana? Quanto conta nel processo evolutivo il fattore “intelligenza”, e quindi, appunto, il progresso della scienza, ma anche la capacità di immaginare dell’essere umano e la sua creatività nel rapporto affettivo con gli altri, uomini o donne?

Per quanto riguarda l’organicismo della visione di Jones: è piuttosto questione di ignoranza (non rara). La teoria matematica della selezione naturale mostra che la velocità di evoluzione non dipende solo dalle differenze di sopravvivenza ma anche da quelle di fertilità, che sono anch’esse in parte ereditarie. È poi anche probabile che l’uomo abbia sviluppato molte invenzioni perché ha un’immaginazione superiore, ma per quanto riguarda i rapporti affettivi anche gli animali ne sono ricchi. E se ci estendiamo alla “moralità” gli insetti eusociali (per esempio api, formiche) sono più rispettabili di noi. Left 35/2009

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Darwin profeta in patria

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2009

A partire da “Un capolavoro chiamato mente” (left n.42/2008), prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei mille filoni di ricerca scaturiti dalla formulazione della teoria evoluzionista di Charles Darwin. Da Londra il professor Webster ci racconta dell’interesse mai sopito che l’opinione pubblica britannica nutre per il grande scienziato. E poi come, oltremanica, il pensiero religioso mantenga un atteggiamento defilato nel dibattito etico legato alle discipline che confermano la validità dell’impianto di base della teoria darwiniana. Traducendo questo articolo non ho potuto non pensare che agli italiani invece tocca un vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, Roberto De Mattei, che su Radici cristiane di aprile scrive: «Teoria scientifica e teoria filosofica (dell’evoluzionismo, ndr) formano due aspetti distinti di un unico complesso che si sorreggono a vicenda. L’ipotesi scientifica, che non è mai stata dimostrata, si nutre del sistema filosofico; questo, per giustificarsi, si fonda a sua volta sulla presunta teoria scientifica. Malgrado molti evoluzionisti ammettano il fallimento del darwinismo, non mancano i cattolici che accettano come scientifica la teoria dell’evoluzione, pur respingendone le implicazioni filosofiche materialistiche. Oggi come ieri, la Chiesa ha bisogno di figure fulgide come sant’Atanasio che illuminino la notte e riconducano verso il porto sicuro dell’ortodossia la navicella di Pietro in balia delle onde che le provengono dall’interno più ancora che dal suo esterno». Solo un paio d’ore di volo ci separano dal Tower bridge. Sembrano secoli. Federico Tulli

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darwindi Stephen Webster*

Il bicentenario della nascita di Charles Darwin viene celebrato in Gran Bretagna con impegno particolare. Dall’inizio dell’anno, la Bbc e tutti i nostri maggiori organi d’informazione riportano con grande risalto all’attenzione del pubblico la sua vita e le sue opere. I poli scientifici del Regno Unito organizzano mostre, conferenze e realizzano eventi affinché i cittadini britannici siano pienamente informati sull’importanza del loro scienziato più grande. Ma qual è in concreto il peso attuale di Darwin? E cosa accade oggi alle polemiche che hanno sempre accompagnato la sua teoria evoluzionistica. Desidero esaminare brevemente il retroscena culturale e intellettuale rispetto al lavoro di Charles Darwin, e tentare di offrire una chiave interpretativa moderna. I fatti salienti della sua vita sono semplici. Nacque da una famiglia facoltosa con principi liberali nell’Inghilterra del nord. Studiò medicina a Edimburgo, ma la odiava; quindi andò alla facoltà di teologia a Cambridge con l’intenzione di diventare prete. Comunque, la storia naturale, specialmente quella che comprende gli animali e le piante, fu l’interesse prioritario del giovane Darwin. Che colse l’occasione nel 1831, imbarcandosi sul Beagle, un brigantino che salpava da Devenport per un viaggio intorno al mondo. Durante quel viaggio lungo cinque anni, Darwin scoprì da solo la straordinaria diversità della natura. E cosa fondamentale, si trovò a dubitare che le varie specie fossero immutabili o che fossero state create una dopo l’altra dalla mano di Dio. Dopo di che impiegò 20 anni per sviluppare i dettagli della sua “teoria della selezione naturale”, arrivando a pubblicarla nel 1859 col titolo di L’origine delle specie. Vi dimostrò che tutte le «cose viventi», inclusi gli esseri umani, sono legate tra loro da tratti comuni di discendenza. Inoltre cancellò dalla specie umana ogni basilare elemento biologico qualificante: gli esseri umani sono, all’origine, animali.

La biologia moderna esprime continue conferme della teoria evoluzionista. E la genetica rivela proprio come condividiamo molti dei nostri geni con gli scimpanzé, e persino con i batteri. Nonostante la comunità scientifica abbia un’idea precisa su Darwin e l’evoluzionismo, l’opinione pubblica continua ad avere col darwinismo un rapporto controverso. Il problema più evidente è di ordine religioso. Da parte dei   fondamentalisti cristiani è in atto una vera e propria offensiva verso la teoria del naturalista britannico e ciò che ne deriva. Brandendo il libro della Genesi essi prendono alla lettera il racconto della creazione del mondo in sei giorni. Negli Stati Uniti, dove la Costituzione vieta l’insegnamento della religione nelle scuole, i  cristiani hanno tentato di aggirare l’ostacolo ribattezzando il creazionismo «disegno intelligente» (Id) e spacciandolo per teoria scientifica da contrapporre a quella di Darwin. Ma anche l’Id ha avuto vita breve, almeno nelle scuole, dopo che una sentenza l’ha equiparato a una normale teoria religiosa totalmente priva di valore scientifico, bandendolo definitivamente dall’insegnamento. I giudizi sulla religione dello stesso Darwin sono complessi e devono essere esaminati nel contesto storico. Pensò di diventare prete lui stesso ed è pur vero che maturò una filosofia materialista, scrivendo una volta: «Il pensiero è una secrezione del cervello». Dopo la morte della figlia Anne divenne ateo (sebbene non arrivò mai a dichiararlo apertamente). Molti dei suoi maestri e molte persone con le quali era in contatto erano preti, e lui stesso fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Nel 19esimo secolo la Chiesa d’Inghilterra sviluppò l’idea per cui, fino a quando non mette mano alla creazione individuale di ogni specie, Dio resta lì «sullo sfondo». Anche Darwin, alla fine de L’origine delle specie, nel descrivere la sua teoria, dichiarò: «Vi è qualcosa di grandioso in questa visione della vita con tutte le sue capacità, che inizialmente fu data dal Creatore a poche forme o a una sola; e che, mentre il nostro pianeta ha seguitato a girare secondo la legge immutabile della gravità, pur partendo da inizi tanto semplici, infinite forme estremamente belle e meravigliose si sono evolute e continuano a evolversi».

Il darwinismo è sempre rimasto un campo conflittuale per economisti, politologi e filosofi. In particolare, la BRITAINdomanda da porsi è la seguente: il pensiero di Darwin secondo cui la vita genericamente intesa, evolvendo secondo la selezione naturale “del più forte”, contiene gli insegnamenti per organizzare la nostra società? Lo stesso Darwin ne comprese la difficoltà. Se la vita si è evoluta attraverso alcune forme di vita successive, e alcune di esse venivano meno, quali implicazioni ci sono per i programmi politici ed educativi al fine di rendere la società più equa? Era un dibattito molto animato al tempo di Darwin, con una Londra in gran fermento sociale a causa della povertà diffusa. Il denaro speso per i ceti meno abbienti era forse sprecato? Per provare a rispondere si può portare un caso estremo: gli schiavisti volevano classificare i neri dell’Africa come un’altra specie inferiore che doveva essere trattata alla stregua di animale domestico. Il compito di Darwin è stato quello di fornirci la scienza in grado di dimostrare che avevano torto.

Per gli italiani, abituati a un grado alto di intrusione del Vaticano nella società, la relazione di Darwin con la Chiesa d’Inghilterra può essere molto istruttiva. Qui da noi le gerarchie ecclesiastiche non hanno mai aperto un confronto con il darwinismo. Esse mantengono una posizione non rigida sui miti della creazione. E adottano lo stesso atteggiamento verso la scienza in generale. In Gran Bretagna il dibattito bioetico a proposito della ricerca sulle cellule staminali è sponsorizzato dallo Stato, non è mai monopolizzato dalla Chiesa. Negli ultimi dieci anni di governo laburista si è assistito a un massiccio aumento di fondi per la ricerca. Il primo ministro Gordon Brown ha dichiarato che investire in “sapere” è uno dei metodi per uscire dalla recessione. Enormi sforzi si stanno facendo per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nelle azioni e nelle controversie che riguardano la ricerca scientifica. E, fortunatamente, le procedure di finanziamento in atto nelle università, nonché il modo in cui gli incarichi accademici vengono distribuiti, riflettono un sistema saldamente meritocratico. Non c’è dubbio, pertanto, che la vita del nostro più importante scienziato sia da noi celebrata come merita, e che guardiamo al futuro della ricerca britannica con ottimismo.
* direttore del dipartimento di Science comunication all’Imperial college di Londra, collaboratore della Bbc
e autore del libro per ragazzi The king fisher book of evolution

left 24/2009


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Darwin, 150 anni sotto esame

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Aprile 2009

Layout 1Naturalizzando l’uomo e la sua mente, Darwin ne ha minato la sua dignità. A confutare questa pesante accusa, mossa a più riprese nel corso dei decenni dalle gerarchie ecclesiastiche nei confronti del grande scienziato britannico e della comunità scientifica che ha raccolto l’eredità del suo pensiero, il filosofo Orlando Franceschelli dedica il volume Darwin e l’anima, un agile saggio edito per Donzelli. Per riuscire nell’impresa, Franceschelli sembra imboccare la via della conciliazione, puntando a sondare la possibilità di un dialogo fra due dinamiche di pensiero che si muovono su binari fondamentalmente paralleli. Da una parte la fede dovrebbe accettare l’irreversibilità della rivoluzione scientifica darwiniana e arrivare a pensare l’universo non più creato ma natura. Dall’altra, chiamato direttamente in causa, il naturalismo non determinista dovrebbe apprezzare gli sforzi di una forma mentis scarsamente abituata a mettere in crisi credenze conclamate. Quella di Franceschelli appare oggettivamente un’impresa titanica. In questi 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie l’attacco del pensiero religioso a quello darwiniano ha fatto facilmente da sponda a derive fondamentaliste che hanno tentato di assimilarne “l’anima” al razzismo e all’eugenetica di Hitler. Senza contare la diffusione che negli ultimi anni, purtroppo anche in ambienti universitari, ha avuto il cosiddetto disegno intelligente che la Chiesa di Roma, e ora pure l’islam, vorrebbero elevare al rango di teoria scientifica da contrapporre all’evoluzionismo. Dal quotidiano Terra **Federico Tulli**

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La scienza non è un’altra religione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009

3310053595_d73e4e45e3Della serie “Perfido tempismo”. Il ministro Sacconi ha escluso le ricerche sulle staminali embrionali dai nuovi bandi per i finanziamenti alla ricerca, creando una discriminazione che va persino contro la proibizionista legge 40 e che allontanerà l’Italia dai finanziamenti Ue. Il fattaccio accade proprio alla vigilia del II congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito (5-7 marzo, Bruxelles Parlamento Ue). Scienziati, legislatori, uomini politici dei 5 continenti discutono di manipolazione politica della scienza e di confronto tra metodo scientifico e pensiero religioso, cercando di collegare l’attualità scientifica e politica con le esigenze delle persone malate o disabili. Left anticipa alcuni brani delle relazioni del bioeticista Alex Mauron dell’università di Ginevra e di Stephen Minger, direttore del King’s stem cell biology laboratory di Londra (vedi left n. 18/2008). Federico Tulli



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Relativismo epistemologico e dogma religioso: la strana coppia nella battaglia contro la libertà di ricerca scientifica di Alex Mauron


La cultura contemporanea è molto più ambivalente che in passato nei confronti della scienza e talvolta apertamente ostile. Ne sono chiari esempi l’ascesa del movimento Creazionista, che si va diffondendo molto oltre la Bible belt americana in cui esso nacque e la sempre più autoreferenziale opposizione a specifici campi della ricerca biomedica (come ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali) da parte di alcune autorità religiose. Inoltre questi conflitti non si limitano a riproporre i vecchi scontri tra scienza e religione, che vertevano su chi avesse l’autorità e la competenza metodologica ad accedere alla verità e a svelarla al mondo. Oggi il relativismo epistemologico e la speculazione sulle presunte implicazioni etiche delle scoperte scientifiche giocano un ruolo molto più ampio. Ad esempio, il tentativo creazionista di confezionare un’alternativa pseudoscientifica alla biologia evoluzionista, quale è la teoria del disegno intelligente, non ha mai avuto successo, eppure tale fallimento non ne compromette la crescente influenza. Infatti tale influenza ha poco a che fare con la scienza in quanto tale e deriva piuttosto dalla fustigazione della visione scientifica, descritta come un materialismo noncurante che conduce alla disperazione e alla perdita della credenza tradizionale in comandamenti morali oggettivi. Ecco una perfetta illustrazione del “sillogismo relativista”:
a. La scienza asserisce che un insieme di fatti e spiegazioni sul mondo – chiamata E – è vera.
b. Se E è vera, ne derivano spiacevoli conseguenze morali e sociali.
c. Ergo E è falsa.
Pur nell’assurdità di una simile illusione, questo modo di ragionare ha conquistato l’ampio sostegno tanto della cultura popolare («la scienza è solo un’altra religione») che di quella erudita (lo strong programme della sociologia della scienza e di altre filosofie irrazionaliste). Così, i dogmatici religiosi si sentono incoraggiati a sostituire il loro proprio marchio di dogma a quella “religione naturalistica” che sarebbe la scienza. Tale alleanza tra atteggiamenti dogmatici e relativistici non è senza precedenti nella storia.

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Potenziale terapeutico e di ricerca delle cellule staminali umane pluripotenti di Stephen Minger

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A partire dalla ricostruzione del sistema ematopoietico, realizzata per la prima volta attraverso il trapianto di midollo osseo negli anni Sessanta, si è nutrito un significativo interesse per il potenziale terapeutico e scientifico delle cellule staminali. L’isolamento di specifiche cellule staminali tissutali multipotenti provenienti da organi di persone adulte e la derivazione di cellule staminali embrionali pluripotenti offrono il potenziale per la rigenerazione di diversi tessuti e organi soggetti a degenerazione legata all’età e a danni traumatici. In un futuro non troppo distante sarà possibile riparare i tessuti cardiaci danneggiati dall’infarto miocardico, sostituire i neuroni perduti a causa del morbo di Parkinson e di Alzheimer, trapiantare nuove cellule produttrici di insulina e cellule mieliniche per gli individui affetti da sclerosi multipla e sostituire ossa e cartilagini consumate con l’età e a causa di malattie infiammatorie. Inoltre, la produzione di popolazioni specifiche di sottotipi definiti di cellule umane ha un enorme potenziale di rivoluzionare la scoperta di nuovi farmaci e l’investigazione dei fondamenti cellulari delle malattie umane. Il campo emergente della Medicina rigenerativa modificherà in modo rilevante la medicina clinica e influenzerà significativamente le nostre percezioni dell’invecchiamento, della salute e della malattia, con una miriade di conseguenze per tutta la società.

**left 9/2009**


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Il relativista impenitente

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Febbraio 2009

bellone

«In questo libro espongo una rete di collegamenti tra discipline diverse e suggerisco un punto di vista sullo sviluppo della cultura. Discipline diverse, certo: dagli studi sull’origine della scrittura all’esplorazione di ciò che accade nei nostri cervelli e nei nostri organi di senso, dagli sviluppi dell’evoluzionismo all’approccio naturalistico alla filosofia, dalle ricerche sul comportamento degli animali e dei vegetali all’analisi dei generi letterari». Nel suo ultimo saggio Molte nature (Raffaello Cortina editore) il fisico e storico della scienza Enrico Bellone spiega cosa s’intende per “evoluzione della cultura”. Le risposte tradizionali, osserva Bellone, «muovono dal presupposto che l’uomo abbia una mente immateriale dove albergano idee altrettanto immateriali». Queste si svilupperebbero grazie al mondo “spirituale” di Homo sapiens, un essere radicalmente diverso dagli altri viventi, poiché – precisa lo scienziato – «lui solo cercherebbe la verità e sarebbe misura di tutte le cose». L’autore de L’origine delle teorie, suggerisce quindi un’immagine differente, rifiutando il “mentalismo” e ricorrendo alla suddetta rete di relazioni tra discipline diverse. Ne consegue una progressiva caduta di miti: «La scienza odierna non è più figlia di una rivoluzione meramente scientifica avvenuta nel Seicento – precisa Bellone -. La crescita della conoscenza coinvolge insieme arte e scienza, e le nostre immagini non evolvono secondo un progetto predefinito». Insomma, mentre si parla abitualmente di una natura al singolare, Bellone ci mostra che in realtà ci sono molte nature, almeno una per ogni specie animale. «La taccia di relativista a Bellone non gliela toglie più nessuno», commenta il filosofo Giulio Giorello nella prefazione al testo. Di questi tempi, e in questo nostro Paese ostaggio del pensiero antiscientifico e religioso, uno dei migliori complimenti che un professionista della scienza possa ricevere. Federico Tulli *Left 05/2009*

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Darwin, duecento anni vissuti pericolosamente

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Gennaio 2009

darw_bnNel bicentenario della nascita del grande naturalista britannico, l’epistemiologo Telmo Pievani racconta il segreto della straordinaria longevità della teoria evoluzionistica di Federico Tulli

Mantenne riservati i risultati delle sue ricerche per oltre vent’anni, temendo la reazione della società dell’epoca profondamente religiosa e l’impatto sulla comunità scientifica più conservatrice. Charles R. Darwin non fu solo lo scrupoloso ricercatore e l’appassionato osservatore della natura capace di comprendere che l’enorme diversità di forme di vita comparse sulla Terra deriva da processi naturali in atto da milioni di anni. Pur partecipando raramente alla vita pubblica e al dibattito culturale della sua epoca, al suo pensiero viene oggi data anche una valenza filosofica, nonché politica. Inoltre, a due secoli dalla nascita, avvenuta il 12 febbraio del 1809 a Shrewsbury, un piccolo borgo vicinoBirmingham, il suo nome è noto in tutto il mondo. Cosa fece Darwin e perché questo scienziato, molto più di altri suoi colleghi, è tuttora così importante? Lo chiediamo all’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani, curatore de L’origine delle specie (Einaudi) nella versione del primo abbozzo della teoria (il cosiddetto Sketch) del 1842, appena uscito in libreria.
Professor Pievani, la teoria dell’evoluzione costituisce il fondamento di tutta la biologia moderna, si spiega “solo” così l’attualità di Darwin?
Ci sono due fortissimi motivi di attualità. Il primo riguarda i contenuti scientifici della teoria. A differenza di altre rivoluzioni scientifiche, fino a ora la sua non è stata né confutata, né sostituita da una teoria più ampia. Come per esempio è successo alla meccanica newtoniana che viene inclusa nella visione più estesa, e in parte contraddetta, dalla teoria della relatività generale. Ciò che caratterizza l’evoluzionismo è che il meccanismo di mutazione e selezione naturale, vale a dire il nocciolo centrale della spiegazione che Darwin diede 150 anni fa, è ancora perfettamente al centro della spiegazione evoluzionistica. Chiaramente con il progresso della scienza, in particolare della genetica, quel meccanismo è stato integrato con l’aggiunta di fattori che lui non prese in considerazione. Inoltre su alcune cose è stato corretto.
Cosa è risultato sbagliato?
Per esempio è sbagliato il gradualismo estremo del processo evoluzionistico, come anche la sua teoria dell’ereditarietà biologica. Emendamenti che però non intaccano il nocciolo centrale della sua idea che è ancora al cuore del programma di ricerca evoluzionistico.
Il suo metodo di ricerca come è valutato oggi?04
È esattamente il secondo punto di attualità di Darwin, che resta  importante sia per i contenuti della sua teoria, sia per come è arrivato a formularla. È stato il primo naturalista che ha trovato un’unica teoria sintetica, coerente, molto semplice (i meccanismi di base si contano sulle dita di una mano), che però è in grado di spiegare un’eterogeneità di fenomeni eccezionale. È difficile trovare qualcosa di equivalente nella scienza: una teoria che ti spiega le sequenze dei fossili nei milioni di anni, come anche il comportamento animale, o come si accumulano le mutazioni genetiche e si evolvono virus e batteri nel nostro corpo. Tutte dinamiche che seguono un’unica logica: quella evoluzionistica. E lui, osservatore e teorico, ci arriva con un metodo al contempo induttivo e deduttivo. In questo c’è la sua più profonda genialità.
Se esiste, chi è il Darwin del terzo millennio?
Nelle scienze della vita è difficile trovare un nuovo Darwin. In questo secolo e mezzo è successo di tutto. Dopo la sintesi moderna, quella tra la sua visione naturalistica e la “genetica di popolazioni”, le discipline evoluzionistiche si sono inevitabilmente di nuovo frammentate in molti specialismi. Così ci ritroviamo con la paleontologia da una parte e la biologia molecolare dall’altra a cui diversi naturalisti come Stephen Jay Gould e Ernst Mayr hanno dato grande sintesi, ma non al livello di quella di Darwin.
Di recente sul Domenicale del Sole24ore Michele di Francesco ha ipotizzato che la neurofilosofia è una disciplina in grado di portare la spiegazione evoluzionistica fuori dall’ambito strettamente biologico. È d’accordo?08
Condivido le cautele di di Francesco quando dice di stare attenti a non pensare che la filosofia possa essere ridotta completamente a una spiegazione evoluzionistica. È pur vero che oggi si comincia a far interagire questi campi, essendo caduto il vecchio assunto metodologico di quei convinti assertori del fatto che la spiegazione evoluzionistica si ferma al biologico puro, e che quando si passa al comportamento in cui c’è un elemento culturale la teoria darwiniana non ha niente da dire. Ma la spiegazione evoluzionistica non può andare a sostituire la specificità di queste forme del sapere. Un esempio solo: oggi stiamo studiando i modelli di evoluzione culturale, come ad esempio fa Enrico Bellone nel suo saggio Molte nature, e ci siamo resi conto che essa si evolve con specificità incommensurabili rispetto a quella biologica rilevata dall’evoluzionismo: l’evoluzione culturale è lamarckiana, la mutazione culturale non è casuale ma intenzionale, e si sviluppa e si diffonde molto rapidamente. Queste sono caratteristiche che inducono a usare la metafora evoluzionistica solo commisurando analogie e differenze. Resta il fatto affascinante che discipline che sino a ora non si erano mai parlate cominciano a farlo lasciando presagire un aggiornamento interessante della prospettiva naturalistica.
Non proprio una buona notizia per i fautori del “Disegno intelligente”, che peraltro continuano a trovare nuovi adepti anche negli ambiti culturali più impensabili…
telmoIl vecchio creazionismo biblico, quello caricaturale, è tramontato. Negli Usa non c’è più (se non marginalmente come è stato il caso della candidata alla vicepresidenza Usa Sara Palin) il conflitto diretto tra la lettura integrale del testo biblico e la scienza: si è sviluppata un’altra “scuola di pensiero”, quella dell’Intelligent design (Id), che si propone come dottrina alternativa alla spiegazione scientifica darwiniana. Questi neocreazionisti accettano il fatto dell’evoluzione, che le specie sono tutte imparentate tra loro, che la Terra ha miliardi di anni e non seimila come dice la Bibbia, però dicono che il meccanismo che ha prodotto tutto questo non è la selezione naturale ma un progetto di origine extrabiologica (non usano mai il termine “divino” per non rischiare di essere tacciati di posizione religiosa dai tribunali Usa) che ha architettato il processo evolutivo sin dall’inizio. Adducono tutta una serie di falsi argomenti che però fanno presa negli ambienti più disparati (anche in quelli universitari) perché attingono a questa idea di progetto, di finalità intrinseca, che è molto attraente dal punto di vista cognitivo.
Come accadde per il creazionismo, l’Id è sbarcato anche in Europa?
Sì, e qui sta la seconda novità poiché da movimento protestante e tipicamente americano del Sud è diventato un movimento interreligioso intercontinentale.
In che modo?
I fautori dell’Id hanno ottenuto la sponda di realtà antievoluzioniste fortissime che ci sono nei Paesi ortodossi del mondo cattolico. Si pensi a quanto successo nell’Austria del cardinale Christoph Schönborn che nel 2005 scrisse un articolo sul New York Times intitolato “Finding design in nature” dove diceva che se uno scienziato non vede il “progetto” che c’è nelle forme viventi non è un buon scienziato. Infine un’ulteriore sponda all’Intelligent design è arrivata anche dall’islamismo radicale. Soprattutto in Gran Bretagna, dove c’è una forte immigrazione da Paesi di religione islamica, e in Turchia, dove ci sono movimenti ben finanziati che hanno tutta una loro pubblicistica. È famoso il caso dell’Atlante della creazione che al di là dei contenuti assolutamente deliranti è costato agli editori centinaia di migliaia di euro. Un’operazione di disinformazione non proprio banale.  Left 4/2009

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Mio caro Jenyns

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Gennaio 2009

flickrOttobre 1844, nel pieno della maturazione della teoria evoluzionistica Darwin scrive all’amico. Consapevole della modernità della scoperta, il grande naturalista inglese svela i propri timori a divulgarla

Mio caro Jenyns,

grazie per la tua lettera. Mi dispiace di dirti che sulla zoologia dell’Inghilterra non ho da comunicarti alcun fatto, neanche una briciola. Ho constatato che nel mio caso, anche le osservazioni insignificanti richiedono una certa misura di tempo ed energia, entrambi ingredienti di cui non ho potuto disporre, giacché la scrittura della mia geologia dà fondo a entrambi. Avevo sempre pensato che avrei tenuto un diario e avrei annotato tutto, ma nel mio attuale stile di vita mi rendo conto che non osservo nulla da registrare. La cura del giardino e degli alberi e qualche breve sporadica passeggiata effettuata con una disposizione mentale incline alla pigrizia riempiono ogni pomeriggio nella stessa maniera.  Sono sorpreso che con tutti gli impegni della tua parrocchia tu abbia avuto il tempo di fare tutto quello che hai fatto. Sarei felicissimo di vedere la tua piccola opera (e sarei stato orgoglioso se avessi potuto contribuirvi anche con un unico fatto): il mio lavoro sulla questione delle specie mi ha impresso nella mente in modo assai convincente l’importanza di tutte queste opere, come quella che tu hai in progetto, contenenti quelli che in genere la gente si compiace di definire fatti insignificanti. Sono proprio questi a farci comprendere il funzionamento o l’economia della natura. C’è un argomento sul quale sono assai curioso, e sul quale forse tu potresti fare un poco di luce, qualora ci avessi mai riflettuto, e cioè quali sono i fattori di controllo e quali sono i periodi della vita, attraverso i quali ogni singola specie viene tenuta a freno. Prova solo a calcolare l’aumento di qualsiasi uccello, assumendo che sia allevata solo metà dei piccoli, i quali poi si riproducano: nell’arco della vita naturale, ossia senza accidenti, dei genitori, il numero di individui diventerà enorme, e io sono stato molto sorpreso nel pensare quale grandissima distruzione debba annualmente od occasionalmente abbattersi su ogni specie: eppure di tale distruzione noi non percepiamo i mezzi né il periodo. Ho continuato costantemente a leggere e a raccogliere fatti sulla variazione degli animali e delle piante domestici e sul problema di che cosa siano le specie; ho un’enorme mole di fatti e penso di poter trarre qualche valida conclusione. La conclusione generale alla quale sono stato lentamente sospinto, muovendo da una convinzione diametralmente opposta, è che le specie siano mutabili e che specie affini siano co-discendenti da un ceppo comune. So quanto mi espongo al discredito per una tale conclusione, ma almeno ci sono arrivato lealmente e deliberatamente. Non pubblicherò su questo argomento per diversi anni. Adesso sto lavorando alla geologia del Sud America. Spero di trovare nel tuo libro qualche fatto sulle leggere variazioni di struttura o degli istinti, negli animali di cui hai conoscenza.
Credimi sempre tuo, 

Charles Darwin

Down, Bromley Kent
12 ottobre 1844 (domenica)

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Master classici moderniQuella intuizione in punta di matita
Durante l’estate del 1842 Charles Darwin compila a matita 35 pagine rimaste a lungo segrete. Si tratta del primo abbozzo della sua teoria evoluzionistica che vedrà la luce nella versione definitiva 17 anni dopo, nel 1859, nel volume L’origine delle specie. In occasione dell’Anno darwiniano, Einaudi pubblica, a cura di Telmo Pievani, quelle pagine. Da esse, così come da alcune lettere che lo scienziato scrisse negli anni seguenti, emergono i timori, le reticenze e il lavoro nascosto che separò l’intuizione del meccanismo della selezione naturale, risalente al 1838, dalla prima comunicazione pubblica delle teorie evoluzionistiche alla Linnean society di Londra, anch’essa raccolta nel volume.

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