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Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009
Con i voti della maggioranza la commissione Sanità del Senato blocca l’iter di comercializzazione del farmaco abortivo. Poretti (Radicali-Pd): Ministero in confusione. Roccella si è dimenticata che ha già certificato la conformità dell’aborto medico con la legge 194? di Federico Tulli
L’entrata in commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486 subisce un nuovo inspiegabile stop. Dopo un mese d’indagine conoscitiva, la commissione Igiene e sanità del Senato ha approvato ieri con 13 voti (Pdl+Lega) contro 8 (Pd) la relazione che di fatto blocca la commercializzazione della Ru486 nonostante il parere favorevole formulato il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco, vale a dire l’organo tecnico scientifico preposto a queste valutazioni dal ministero della Salute. E proprio qui è il primo paradosso. Secondo gli esponenti del centrodestra, infatti, il medicinale non può essere commercializzato fino a quando il ministro della Salute, Maurizio Sacconi, non avrà espresso il parere riguardo la compatibilità della tecnica abortiva farmacologica con la legge 194 sull’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Stando a quanto dichiarato dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella questo potrebbe accadere entro pochi giorni, forse già oggi. Roccella ha poi anticipato che il parere conterrà l’obbligo per le strutture che praticano l’aborto farmacologico di garantire il ricovero dall’assunzione della pillola all’espulsione del feto. Dopo di che il cda dell’Aifa sarà chiamato a una nuova delibera «che chiarisca i dubbi interpretativi, e stabilisca chiaramente che il day hospital è escluso. La pillola – ha concluso il sottosegretario – va assunta in presenza del medico». «La Roccella fa confusione ed è pure distratta», ha commentato la senatrice Radicale del Pd e segretaria in Commissione, Donatella Poretti. «Anzitutto ricordo che la relazione annuale sulla 194 riporta la sua firma. E che in quel testo ci sono i dati sul monitoraggio dell’uso della Ru486 negli ospedali italiani. Se questo farmaco rientra nella relazione della legge sull’aborto evidentemente è perché la procedura è rispettosa della norma. Altrimenti vuol dire che quanto scritto dalla Roccella nella relazione era fuori legge. In secondo luogo – prosegue – un conto è prevedere che tutta la procedura, dalla somministrazione della Ru486 al monitoraggio della paziente, all’espulsione del feto, sia effettuata in ospedale. Altra cosa è il discorso che sta cercando di far passare. E cioè che la 194 prevede il ricovero dal giorno x al giorno y. Questo nella legge non è scritto, visto che si parla di “eventuale” ricovero. Io comunque penso che queste siano sempre decisioni di competenza del medico che valuta caso per caso», conclude Poretti. Anche l’assessore alla Produzione culturale del Comune di Venezia ed ex deputato dei Verdi, Luana Zanella, critica l’invasione di campo della politica in questioni mediche. «Ancora una volta una decisione presa in ambito politico e non tecnico scientifico. Così – aggiunge – si ostacola l’adozione di misure sanitarie tese a rendere meno invasivo un intervento medico a vantaggio delle donne e della salute femminile, che dovrebbe rimanere il primo obiettivo di decisioni di questo tipo». Zanella conclude annunciando che «pure su questo ennesimo abuso prenderemo parola nel corteo del 28 novembre a Roma contro la violenza sulle donne». Terra, il primo quotidiano ecologista
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Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009
La pillola abortiva Ru486 è di nuovo nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali in Parlamento. Con un’interrogazione al ministro Sacconi il senatore Calabrò va contro l’Agenzia italiana del farmaco. Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale di Federico Tulli
Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può intaccare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico che porta il suo nome, infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà certo di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra. Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni? Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti. left 38/2009
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Pubblicato da Federico Tulli su 7 Agosto 2009
Non compete alla politica decidere la durata del ricovero e i farmaci da somministrare. Il rapporto tra ginecologi e pazienti è inviolabile. Altrimenti si mette a rischio la salute delle donne. Il j’accuse di un eminente scienziato e di un uomo di legge di Federico Tulli
I paladini dello Stato etico non si arrendono. A una settimana dalla definitiva autorizzazione al commercio in Italia della pillola abortiva Ru486 è ancora vivo il fervore di politici e uomini di Chiesa decisi a contrastare in ogni modo l’uso di questo farmaco, da anni riconosciuto efficace e sicuro da tutte le più importanti istituzioni sanitarie e scientifiche del globo. L’ultima in ordine di tempo è del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri che ha proposto di portare la questione Ru486 in Parlamento. «Per fare chiarezza – dice – perché al momento non ce n’è abbastanza». L’uso del farmaco per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) secondo Gasparri «non è un problema amministrativo», e quando c’è di mezzo la «banalizzazione della vita la politica si deve interrogare per dare risposte. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, né delegare l’Agenzia italiana del farmaco e gente che non rappresenta nessuno a peggiorare la legge 194. Siamo di fronte – ha concluso l’ex militante missino – a un modo di procedere non compatibile con le regole della democrazia». A Gasparri ha fatto tempestivamente eco la sottosegretaria al Welfare con delega alla bioetica Eugenia Roccella. «È giusto che il Parlamento sia coinvolto», ha ribadito. «Non si può limitare la questione a un fatto tecnico, perché si tratta di un fatto politico. In Aula bisogna portare tutti i dati, anche sull’utilizzo della pillola Ru486 in Italia, e vorrei la massima trasparenza per aprire un dibattito nel Paese». Per dirla con Gasparri, per «fare chiarezza» sui rischi che corre la 194 e la salute delle donne, left ha chiesto il parere di un uomo di legge (vedi l’intervista al giudice Santosuosso) e, soprattutto di un eminente ginecologo, il professor Carlo Flamigni, docente all’università di Bologna e autore di numerosi saggi tra cui i recenti L’aborto (Pendragon) e Casanova e l’invidia del grembo (Baldini e Castoldi Dalai). Il primo spunto giunge proprio dal Parlamento, dove la scorsa settimana il ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, con un ritardo di oltre cinque mesi (vedi left n. 17/2009), ha presentato la relazione annuale sulla legge 194/78 che ha registrato i dati definitivi del 2007 e quelli provvisori del 2008. Proseguendo nel trend che vede gli aborti in calo continuo sin dal 1982 (-42 per cento in 26 anni) il 2008 si è chiuso con il 4,1 di Ivg in meno rispetto al 2007. Alla luce dei rischi paventati da Chiesa e centrodestra come vanno lette queste cifre? «L’analisi – spiega Flamigni – va fatta seguendo un’unica falsa riga, c’è molta saggezza da parte delle donne nell’interpretazione dei loro diritti». In tal senso un elemento significativo è rappresentato dal 18 per cento di donne che hanno abortito più volte. «Non solo questo dato è tra i più bassi nel mondo – sottolinea il ginecologo – ma se guardiamo agli aborti veramente ripetuti, quelli effettuati da tre volte in su, scopriamo che non superano il 2 per cento. Questo vuol dire che, nonostante quanto sostengono i malevoli, nessuna donna guarda all’Ivg come a un sistema per regolare la sua vita riproduttiva. Su questo non c’è alcun dubbio. Quando monsignor Sgreccia e certi politici accusano le donne di “banalizzazione della vita” oltre a non sapere di cosa parlano offendono in continuazione l’intelligenza femminile. Quando il cardinal Bagnasco – prosegue Flamigni – afferma che la Ru486 è una “discesa di civiltà” è libero di dirlo. Per la sua religione chi interrompe una gravidanza è un omicida e come tale va trattato. Ma il cardinale confonde la sua religione con la verità». Ciò non toglie che siano diverse le questioni relative alla legge 194 che ancora non funzionano. «In primis, è praticamente ferma la ricerca scientifica sui metodi anticoncezionali. C’è poi il grave problema dell’assenza di educazione e di scarsa o cattiva informazione. A danno soprattutto delle donne migranti che si portano appresso “usanze” pericolose per la propria salute». Per esempio c’è un numero non facilmente calcolabile di nuove cittadine che provengono dall’Est che per abortire usa le prostaglandine reperibili in farmacia e che normalmente si usano per il mal di stomaco.

Il ginecologo Carlo Flamigni
«Tenga conto – spiega il professore – che la Ru486 è composta di due pillole: il mifepristone, che interrompe la gravidanza, e poi la prostaglandina che espelle il feto. Ebbene, ancora oggi ci sono donne malconsigliate che prendono prostaglandine per abortire rischiando la vita. Quindi occorre avvicinarle, per meritare la loro fiducia e portarle a risolvere i loro problemi in ospedale. Ma questa guerra allo straniero impostata dalla destra di certo non aiuta». Sempre in tema di informazione, ha tenuto banco in questi giorni il numero dei presunti decessi causati dalla Ru486 sbandierato dalla Roccella (in tutto sarebbero 26 dal 1988) che è autrice, insieme ad Assuntina Morresi, di un libro dal titolo La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru 486. «La signora Roccella ha comunicato dati molto grossolani – commenta Flamigni -. Nessuno sostiene che una Ivg con la Ru486 sia facile, gradevole o priva di complicazioni. Ma molti degli incidenti citati dal sottosegretario non hanno nulla a che fare con la Ru486. Se c’è una gravidanza extrauterina non diagnosticata e la donna muore, la colpa è dei medici non della tecnica impiegata. In alcuni casi, poi, non sono state seguite le linee guida. Il punto è valorizzare il consenso informato e spiegare alle donne quali scelte hanno a disposizione. Se si usano buon senso e responsabilità non succede nulla». Un’ultima spina nel fianco della legge 194 per Flamigni è rappresentato dall’epidemia di obiezioni di coscienza da parte di medici ginecologi e anestesisti. Mediamente in Italia superano oramai il 70 per cento sul totale. «Occorre fare attenzione – denuncia – perché questa pletora di obiettori comincia a rappresentare un problema per la salute. Con sempre meno specialisti a disposizione si ritarda il momento in cui viene interrotta la gravidanza. E questo vuol dire aumento del rischio. Può quindi succedere che le donne si rivolgano all’estero o a medici poco scrupolosi». Un crescendo di soluzioni peggiori del male che impongono di affrontare con rigore il tema dell’obiezione. «La legge va letta con attenzione: dice che l’interruzione di gravidanza fa parte della protezione della salute. Come si fa ad accettare che un medico si occupi della cura delle donne “fino a un certo punto”? Semmai – conclude il ginecologo – l’obiettore vada a fare un altro mestiere, ma non si occupi della salute delle persone».
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La cura non si tocca
Intervista ad Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte di appello di Milano di Simona Nazzaro

Il giudice Amedeo Santosuosso
Giudice Santosuosso, dopo il via libera dell’Aifa alla Ru486 molti nel centrodestra hanno invocato una modifica della legge 194/78. Secondo il sottosegretario Roccella, ad esempio, «sia le dimissioni firmate dalla donna, che nessuno può impedire, sia il day hospital pongono problemi di sicurezza per la salute, poiché la domiciliarità rende il metodo meno sicuro e non si può non tenerne conto». Al di là del fatto che, come sostiene il ginecologo Flamigni, «eventuali problemi di sicurezza sono identici anche nel caso di aborto chirurgico», giuridicamente parlando che valore ha la proposta del sottosegretario?
Quando i politici parlano della necessità di un ricovero più lungo, in realtà spinti da un orientamento ideologico, ignorano alcuni elementi fondamentali. Uno è di tipo strettamente giuridico, oltre che medico, ed è che sono state già condotte delle sperimentazioni, e sono state condotte in un regime di day hospital. Se esistono dei rischi, che ci sono come in qualsiasi trattamento di tipo medico, il punto non è costringere le persone a far qualcosa, oppure a non farla, ma è informarle per dare loro la possibilità di scegliere. In questo caso la paziente diretta interessata è la donna che ha deciso ed è nella necessità di ricorrere a una interruzione volontaria di gravidanza. Il medico quindi non deve fare il guardiano, deve fornire tutte le informazioni, non in modo terroristico ma completo e adeguato.
Del consenso informato si è tanto parlato anche a proposito del “caso Eluana” e dei trattamenti di fine vita. Sembra proprio indigesto a questo governo…
Il consenso informato, vale a dire l’autodeterminazione di ogni singola persona relativa alle scelte sul proprio corpo e sulla propria vita, è fuori discussione. È stato ribadito da una sentenza chiarissima della Corte costituzionale, la numero 438/08, e non può essere messo in discussione in alcun modo. Quanto all’atteggiamento interventista del ministero, al Welfare, dovrebbero rendersi conto che secondo le regole che valgono nel nostro Stato, da ultimo la sentenza 151/09 che ha giudicato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004, non ha il potere di dire alle persone cosa devono o non devono fare, perché non siamo in uno Stato di controllo sui singoli. Inoltre il ministero non può neanche dire ai medici come svolgere la propria professione. Quella del medico è un’attività libera, tanto quanto è libera la persona che si rivolge a lui nella situazione di bisogno di cura. Per esempio dire che servono tre giorni di ricovero non è di competenza del ministero. Questo semmai è compito solo del medico che prende una decisione sempre dopo aver informato la donna, e con il rispetto assoluto della scelta della paziente che eventualmente può anche cambiare idea in corso d’opera.
Nei giorni scorsi il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, ha incitato i medici all’obiezione di coscienza. A che titolo il rappresentante di uno Stato straniero può intromettersi nei meccanismi dell’ordinamento italiano?
Io non ne farei una questione di diritto internazionale. È chiaro che il Vaticano e i suoi rappresentanti possono dire quello che vogliono, come chiunque. Il punto di cui mi preoccuperei di più è quanto l’invito all’obiezione di coscienza possa creare dei condizionamenti materiali. In determinati ambienti, quelli dove c’è un orientamento generale prevalente, un medico può sentirsi “costretto” a decidere di diventare obiettore perché pensa di non poter fare carriera.
Quindi, secondo lei, l’obiezione spesso viene “scelta” per motivazioni diverse dall’etica?
Questo mi sembra il problema più serio e più grave. Gli esponenti della Chiesa cattolica possono esercitare la libertà di parola, purché ripeto, si presti più attenzione a questo aspetto dei condizionamenti materiali. A mio avviso infatti, questi sono il reale motivo dell’aumento del numero delle obiezioni di coscienza in materia di aborto. Non si tratta di essere paladini dell’aborto o della Ru486. Personalmente, mi sento di essere paladino del rispetto della scelta che una donna può fare in determinate condizioni della propria vita, e secondo quello che è il proprio vissuto. Questo è il vero bene da tutelare, e non il successo di una certa tecnica o di un’altra. L’aspetto più importante è la libertà di scelta della donna e quella dei medici con i quali la donna si trova a entrare in contatto. Queste libertà sono assolutamente coperte e garantite dalle norme esistenti, dalla stessa legge 194, dalle sentenze dell’Alta corte in tema di autodeterminazione. Qui non è in ballo l’opinione dei laici contro quella dei cattolici. Ad esempio la sentenza numero 438/08 è stata scritta, tra gli altri, dalla professoressa Saulle che è cattolica. Questo è il segno molto importante che alcuni principi giuridici, come quello di autodeterminazione, ormai sono un sedimento della nostra società tutta, indipendentemente dal ministro, dal cardinale o dal politico di turno. left 31-32/2009
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Pubblicato da Federico Tulli su 4 Agosto 2009
di Federico Tulli
Il via libera del cda dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) alla commercializzazione della pillola abortiva Ru486 ha scatenato, come prevedibile, la scomposta reazione di gran parte dei politici del centrodestra e delle gerarchie vaticane. Questo nonostante l’esito della lunga consultazione di ieri, conclusa con 4 voti favorevoli e uno solo contrario, dia un segnale inequivocabile: il farmaco è sicuro e fornisce una moderna quanto valida alternativa alle tecniche chirurgiche sino a oggi impiegate nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Come del resto ribadisce a Terra Carlo Flamigni, docente di Ginecologia e ostetricia all’università di Bologna. «C’è un importante studio dell’associazione dei medici ginecologi inglesi in cui emerge che le Ivg precoci, fatte cioè entro i 49 giorni, hanno meno rischi di fallimento se fatte con la Ru486 rispetto all’intervento chirurgico. Detto ciò – spiega l’esponente di Sinistra e libertà – questa tecnica ha avuto riscontro positivo in tutto il mondo e non è vero che abbandona le donne a se stesse». E, invece, il fuoco di fila delle “obiezioni” si è levato senza soluzione di continuità per tutta la giornata in una sorta di surreale gara a chi la sparava più grossa. «Da una parte non tuteliamo la vita nel grembo delle nostre madri, dall’altra importiamo giovanotti di 20 anni per la forza lavoro», ha esordito il senatore leghista, Giuseppe Leoni, fondatore dei Cattolici padani. Gli fa eco il collega di partito Massimo Polledri: «La Ru486 contrasta con la legge 194 e altro non è che lo strumento tecnico per privatizzare e banalizzare l’aborto, facendolo passare come contraccettivo».
In poche righe Polledri concentra tutta la confusione creata ad arte dai paladini antiabortisti durante l’iter di approvazione all’immissione in commercio della Ru486. Polledri “dimentica” infatti, come precisa Flamigni, che l’articolo 15 della legge 194/78 prevede «l’aggiornamento del personale sanitario [...] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Secondo il ginecologo «c’è una grande confusione basata su problemi ideologici. Sento – dice – molte cose scorrette, qualche bugia, un’infinità di incompetenze e pure una velata minaccia: non è assolutamente vero che la pillola vada contro la 194. Le Ivg si fanno in ospedale e la pillola viene somministrata in ospedale, non si troverà certo in farmacia». Immancabile poi l’intervento a gamba tesa del Vaticano in questioni italiane. «Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri» scrive monsignor Rino Fisichella, sull’Osservatore Romano. «L’allusione al fatto che con la Ru486 diventerà più facile abortire è la cosa più irritante», conclude Flamigni. «Come se per le donne fosse una festa interrompere la gravidanza. Le donne sono molto più intelligenti, molto più attente, infinitamente direi, dei loro detrattori». Terra, il primo quotidiano ecologista
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Pubblicato da Federico Tulli su 31 Luglio 2009
La riunione fiume dell’Aifa per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva si chiude a tarda sera con l’attesa approvazione. Con Portogallo e Irlanda eravamo l’unico Paese in Europa in cui non è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza anche per via farmacologica di Federico Tulli
Con il via libera del Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) al protocollo sulla pillola abortiva Ru486 si aprono finalmente anche nel nostre Paese le porte a un farmaco usato in quasi tutto il mondo per le Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). La definitiva autorizzazione al commercio del medicinale è arrivata nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno solo contrario. Si mette così la parola fine su di un iter che definire biblico è un eufemismo (oltre 24 mesi invece dei sei previsti dalla legge a partire dalla richiesta di autorizzazione inoltrata dall’azienda produttrice Exelgyn), e che ha scatenato una nuova ondata di polemiche che, del resto, accompagnano il farmaco sin da quando il ginecologo Silvio Viale avviò nel nostro Paese la sperimentazione alla clinica sant’Anna di Torino. Era il lontano 2005. Ignorando che dal 2003 anche la stessa Oms dichiara sicuro il farmaco abortivo, avendone definito tra l’altro anche le linee guida, i rappresentanti del centrodestra sia prima che durante la riunione dell’Aifa hanno dato sfogo alle più antiscientifiche teorie sulla pericolosità del farmaco. Chi sciorinando dati falsati chi accusando di omicidio le donne che decidono di abortire, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il leader di Forza nuova Roberto Fiore, e alcuni senatori del Pdl tra cui Laura Bianconi e Raffaele Calabrò hanno tentato in ogni modo di influenzare la decisione dell’Agenzia. Questo, nonostante nelle scorse settimane il Comitato tecnico scientifico si fosse già pronunciato in favore dell’approvazione della Ru486: «La pillola – si legge in una nota dell’Agenzia – può essere distribuita in Italia, in quanto ciò avviene anche in altri Paesi europei e la questione è stata affrontata sia dal Comitato europeo per i medicinali per uso umano (Chmp) sia dalla Commissione europea». L’unico impedimento alla distribuzione potrebbe giungere solo nel caso emergessero «nuove evidenze scientifiche che possano porne in dubbio le conclusioni» del Chmp e della Commissione, sulla base di «rischi potenziali gravi per la salute pubblica». Evidenze che al momento non ci sono. «I 26 decessi dal 1988» di donne che hanno usato la Ru486, che la Roccella in questi ultimi giorni aveva provato a usare come grimaldello per scardinare l’evidenza scientifica che parla di un farmaco sicuro, rappresentano, come ribadito da Viale, un dato infondato: «Se anche fosse vero, e non lo è, che sono morte 26 donne, il tasso di mortalità sarebbe 10 volte inferiore dell’aspirina che chiunque può acquistare in farmacia senza ricetta medica». Dal canto suo Carlo Flamigni, ginecologo ed esponente di Sinistra e libertà, ha sottolineato che la Ru486 costituisce una valida alternativa farmacologica all’intervento abortivo. Intervenire su una questione strettamente medica sulla base di pregiudizi ideologici genera solo confusione e paura». Mentre Fiore è partito a testa basta contro il diritto alla libertà di scelta delle donne definendo l’aborto «un assassinio disinvolto». Secca la replica di Sandra Cerusico della segreteria nazionale del Pdci. «Premesso che l’aborto non è una passeggiata di salute, e che nessuna donna vi ricorre con leggerezza, non si capisce perché in presenza di nuove possibilità offerte dalla farmacologia non si possa scegliere tra due diversi metodi. L’informazione è sempre utile e necessaria per una scelta consapevole ma non può essere presa a pretesto per portare avanti un violento attacco alla 194, che è una legge di civiltà». Dopo l’autorizzazione dell’Aifa la pillola giungerà negli ospedali a fine ottobre. Sulla base delle indicazioni del Comitato la Ru486 potrà essere utilizzata solo tramite i canali ospedalieri attenendosi «alle indicazioni e alla posologia autorizzate, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla legge 194 e con un monitoraggio intensivo dell’impiego e degli eventi avversi». Non resta che aspettare.
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VENTI ANNI DOPO
Inserita dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms l’Ru486 è un «farmaco sicuro» pure per i più prestigiosi enti pubblici scientifici internazionali. Dall’Agenzia europea del farmaco, al Royal college of obstetricians and gynaecologists, dall’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé all’American college of obstetricians and gynecologists tutti concordano sul fatto che il mifepristone è un medicinale che può essere usato in alternativa all’aborto chirurgico. Non è un caso se i ginecologi europei (tranne in Portogallo e Irlanda) e statunitensi lo prescrivano oramai da 10 anni. Mentre sono addirittura 20 gli anni di ritardo dell’Italia rispetto a Francia, Cina, Svezia e Gran Bretagna. Il placet alla Ru486 riguarda, tra le tante, pure l’annosa questione della corretta applicazione dell’articolo 15 della legge 194, che prevede l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Infine, di non poco conto è la questione del risparmio per il Ssn. Si stima che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, il trattamento farmacologico costerà mediamente 425 euro. Considerando una media annua di circa 130mila Ivg che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro. Terra, il primo quotidiano ecologista
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Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

Un test del Dna
Italiane o straniere non fa differenza.Nel nostro Paese cresce la richiesta di diagnosi sullo stato di salute del feto. Per evitare che nasca malato di Federico Tulli
Nel nostro Paese, sia tra le italiane sia tra le straniere, cresce la consapevolezza dell’importanza di una diagnosi prenatale invasiva per accertare che il feto non abbia malattie genetiche. In caso di esito “positivo” molte di loro decidono di abortire, anche perché spesso in pericolo è la loro stessa vita. I dati parlano di almeno una donna su tre che oramai ricorre all’amniocentesi, nonché di un aumento notevole della diagnosi anche tra le under 30 (che in teoria corrono meno rischi), e sono stati resi noti all’ultimo congresso della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale. Viste le difficoltà di accesso alle tecniche più progredite di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), in primis la pillola Ru486 il cui commercio in Italia è ancora vietato (nonostante quanto predisposto dalla legge 194/78), left ha chiesto un parere a Giovanna Scassellati, responsabile del reparto Ivg al San Camillo di Roma, e a Mirella Parachini della direzione dell’Associazione Luca Coscioni e presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione). «Se guardo alla casistica del mio ospedale, dove nel 2008 le Ivg sono state oltre 2.400 – nota Scassellati – dico che l’80 per cento delle donne esegue la diagnosi prenatale. Una percentuale che comprende anche le straniere». E questo è senza dubbio un dato positivo. Grazie allo studio del Dna si può infatti indagare su numerose malattie genetiche tra cui la fibrosi cistica, le distrofie muscolari e la sordità congenita ereditaria. A questo tipo di informazione è direttamente legata, nella gran parte dei casi, la decisione di non proseguire la gravidanza secondo quanto previsto dalla legge 194. «Questo però – osserva la ginecologa – è un Paese “strano”, in quanto impedisce la commercializzazione di un farmaco grazie al quale il travaglio abortivo durerebbe molto meno di quello che si verifica con la tecnica chirurgica. Lo stop alla Ru486 equivale in pratica a costringere uno specialista a operare senza bisturi. Ed è una cosa tanto più disarmante se si pensa che in tutti i Paesi sviluppati questo medicinale è utilizzato da anni», conclude Scassellati. Non meno sconcertata è Mirella Parachini: «Gli aborti terapeutici (che per legge si possono eseguire sino al sesto mese di gravidanza, ndr) sono veri e propri mini parti, perché per concludere la gravidanza bisogna indurre un travaglio facendo contrarre l’utero con le prostaglandine». Un percorso dolorosissimo e che può durare diversi giorni. «Se si potesse usare la Ru486 – spiega Parachini – i tempi di stimolazione con le prostaglandine sarebbero letteralmente dimezzati. Come del resto dimostra tutta la letteratura scientifica». E invece lo stop istituzionale alla procedura di commercializzazione (vedi left n.25/2009) impedisce alle donne che vivono nel nostro Paese di usufruire di un sussidio terapeutico disponibile in quasi tutto il mondo da decenni. L’idea infondata è che la pillola rispetto all’aborto chirurgico «banalizzi» la questione. Un’idea direttamente mutuata dai discorsi di qualche vescovo e di cui la più strenua paladina è la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella. «Costoro annullano completamente il fatto che ogni donna è in grado di decidere per se stessa e deve essere libera di farlo», commenta Parachini. «Peraltro la guerra alla Ru486 deriva da una “mutazione” tattica adottata dalle crociate antiabortiste a livello mondiale: l’attacco si è via via spostato sul terreno della metodologia, e nel mirino dei vari Giuliano Ferrara è finito l’aborto farmacologico. Potrebbe sembrare una “concessione” a quello chirurgico ma in realtà è solo un diversivo. L’obiettivo di costoro – conclude la presidente Fiapac – è la legge 194 e con essa la libertà di ogni donna di prendere una decisione in autonomia».
left 26/2009
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Pubblicato da Federico Tulli su 5 Giugno 2009

La sottosegretaria Roccella e il ministro Sacconi
L’illegittimità costituzionale della legge 40 è nel mirino del ministro Sacconi e della sottosegretaria Roccella di Federico Tulli
Con uno strano effetto retarde, la sentenza 151/2009 della Consulta che ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma) inizia a provocare concrete reazioni nella maggioranza. In particolare al ministero del Welfare, dove il ministro Sacconi e la sottosegretaria Roccella hanno avviato le “pratiche” con cui provare a bypassare ciò che bypassare non si può. Diciamo subito che quanto leggerete assomiglia al film già visto (e raccontato da left) nei mesi che hanno seguito la pronuncia della Cassazione sul caso Englaro. Allora, «per salvare Eluana» i due imboccarono una improbabile stradina laterale fatta di emanazione di regolamenti e atti di indirizzo ministeriali che si sbriciolarono contro la forza di legge di una sentenza passata in giudicato. Oggi, nei piani di Sacconi e Roccella quelli da salvare sarebbero gli embrioni soprannumerari usati nelle Pma, il cui status giuridico di «persona umana» dopo la 151 comincia a scricchiolare, come ha fatto notare di recente il giurista Stefano Rodotà. I giudici dell’Alta corte hanno infatti stabilito che deve essere il medico, e non la legge, a decidere in accordo con i pazienti come intervenire e il numero di ovociti da fecondare. Il tutto con l’obbligo (che nella 40 non c’era, anzi) di rispettare il principio della minore invasività delle tecniche e della tutela della salute della donna. Cosa che può comportare la crioconservazione di un numero imprecisato di embrioni. Fatto sta che la sottosegretaria Roccella ha annunciato la modifica delle linee guida della 40 e l’istituzione di due commissioni ministeriali, sulla crioconservazione e sulla Pma. Alla guida di quest’ultima – che trattandosi di «un osservatorio» sembra proprio un doppione del già esistente Registro nazionale sulla Pma – andrebbe Bruno Dallapiccola, genetista e copresidente di Scienza&vita, l’associazione di ispirazione cattolica che nel 2005 contribuì ad affossare il referendum abrogativo della 40. Ma c’è davvero bisogno di modificare le linee guida, datate tra l’altro gennaio 2008? «Di sicuro il ministero di Giustizia dovrà emanare un nuovo testo per il consenso informato conforme alla legge modificata dalla sentenza 151 – osserva l’avvocato Filomena Gallo che ha assistito una coppia dalle cui istanze è scaturita una delle ordinanze sottoposte al giudizio della Consulta -. Mentre le linee guida, che devono contenere l’indicazione delle procedure e delle tecniche di Pma, vanno adeguate nelle parti non più idonee». Adeguare significa migliorare quelle già esistenti. E invece il sottosegretario Roccella ha (nuovamente) agitato lo spettro dell’eugenetica. Tirando in ballo il divieto di diagnosi preimpianto, nonostante il Tar Lazio ne abbia dichiarato la legittimità, annullando le linee guida pre-2008 perché, introducendo un divieto non previsto dalla legge 40, si sostituivano a essa. Senza contare che la diagnosi può ridurre il rischio di aborto quasi certo in caso di gestazione di feto geneticamente malato. «Sembra proprio che al governo abbiano le idee chiare su come ostacolare l’applicazione delle tecniche ma non sanno nulla delle finalità della fecondazione assistita – prosegue Filomena Gallo -. Basti ricordare il ministro Sacconi quando ha detto che dopo la sentenza 151 l’embrione non è affatto diventato “una commodity farmaceutica, da produrre o impiantare a piacimento”». Verrebbe da suggerirgli di occuparsi di temi a lui più vicini come il lavoro e le politiche sociali, lasciando la “salute” ai sottosegretari. «Purtroppo tra questi chi ha la delega sulla Pma è proprio la Roccella che ha un pessimo rapporto con le sentenze e che pur avendo un incarico pubblico interpreta questo tema secondo una visione del tutto personale. La verità vera – conclude l’avvocato Gallo – è che quando c’è la salute delle persone di mezzo certe questioni vanno affidate a degli esperti in campo medico». left 22/2009
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Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009
All’estero ce la invidiano ma da 31 anni la legge 194 deve fare i conti con gli ostacoli posti dal fondamentalismo cattolico. E c’è chi per abortire va in Svizzera di Federico Tulli
«Ti si ritorcerà contro». È il monito stampato in caratteri cubitali sui depliant “informativi” che una pratica vecchina lascia cadere nella sala di attesa delle donne che fanno interruzione di gravidanza. Insieme ai fogli pure qualche rosario. Forse per garantire, in caso di ripensamento, una veloce assoluzione? La scena dal neppure tanto vago sapore savonaroliano si svolge in un ospedale di Roma, ma l’azione delle associazioni cosiddette pro life si protrae da Nord a Sud lungo la penisola in tutti gli ospedali che nel rispetto della legge 194 praticano gli aborti. Compirà 31 anni a maggio questa norma che regola una materia tanto delicata e che all’estero è considerata un modello. «E in effetti almeno sulla carta lo è», osserva Mirella Parachini, ginecologa al San Filippo Neri di Roma e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac). «Ma, vecchine a parte (pure all’estero queste cose sono molto frequenti), dal confronto con i colleghi stranieri emerge in modo sempre più clamoroso che avere una buona legge non corrisponde automaticamente a una sua buona applicazione pratica». Si assiste così al paradosso che altrove questa norma ce la invidiano e che da noi «non viene fatta rispettare, non viene applicata, viene disattesa». Specie se a essere chiamati in causa sono gli articoli 9 e 15. Il primo è quello sull’obiezione di coscienza. Indica in maniera esplicita che un ospedale che non fa gli aborti deve in ogni caso garantire l’intervento. Vale a dire, spiega Parachini, che per legge si dovrebbe attivare per trovare un posto letto in un altro ospedale che abbia la disponibilità a eseguire l’aborto. Fino a organizzare il trasporto della donna in ambulanza a proprie spese. «Questo è un articolo disatteso da 31 anni tondi», precisa la presidente Fiapac. L’articolo 15 è quello che garantisce «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Ma se guardiamo alla storia tutta italiana della pillola abortiva Ru486 è chiaro che quel lungimirante comma rientra nei paradossi della 194. Sono passati 18 mesi da quando la domanda di mutuo riconoscimento del farmaco abortivo è stata posta all’Italia dall’Exelgyn che la produce. Ebbene, il 18 febraio scorso la senatrice radicale del Pd Donatella Poretti ricordava «che l’Agenzia italiana del farmaco continua a violare la direttiva europea 2001/83 in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione».

La presidente Fiapac, Mirella Parachini
Nel frattempo, a migliaia di donne italiane è ancora negata la scelta fra aborto chirurgico e aborto farmacologico. E le cliniche svizzere fanno affari d’oro. È oltralpe infatti che la migrazione terapeutica trova il suo principale sbocco. Qui tale pratica abortiva non invasiva è ammessa da tempo. D’altronde sono 20 anni che l’Oms ne ha riconosciuto la validità. Ciò che manca è un accordo sul prezzo con l’azienda farmaceutica, ha affermato nei giorni scorsi il dg dell’Aifa Guido Rasi. «Quando sarà trovato, e questo potrà avvenire domani come tra sei mesi, ci vorranno 20-30 giorni perché la pratica arrivi al Cda e poi sia pubblicata in Gazzetta». Campa cavallo. «Finché avremo al Welfare la sottosegretaria Roccella – osserva Parachini – è difficile pensare a una veloce soluzione del caso, visto che ha scritto un intero libro contro la Ru486». Ultimo (speriamo) triste capitolo riguarda la relazione annuale sullo stato di applicazione della 194 che i ministeri del Welfare (quello della Roccella) e della Giustizia devono presentare al Parlamento. L’articolo 16 della legge prevede che entro febbraio, per quanto di loro competenza, i due dicasteri facciano il punto sullo stato di attuazione. A oggi è pervenuto al Senato solo il testo di via Arenula. La scorsa settimana la senatrice Poretti, assieme al collega Marco Perduca, ha presentato un’interrogazione per sapere che fine abbia fatto il documento del Welfare. A oggi nessuna risposta. Forse perché nei numeri e nelle statistiche c’è scritto che nonostante tutto le donne italiane continuano a chiedere il rispetto di un loro diritto? left 17/2009
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Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009
Della serie “Perfido tempismo”. Il ministro Sacconi ha escluso le ricerche sulle staminali embrionali dai nuovi bandi per i finanziamenti alla ricerca, creando una discriminazione che va persino contro la proibizionista legge 40 e che allontanerà l’Italia dai finanziamenti Ue. Il fattaccio accade proprio alla vigilia del II congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito (5-7 marzo, Bruxelles Parlamento Ue). Scienziati, legislatori, uomini politici dei 5 continenti discutono di manipolazione politica della scienza e di confronto tra metodo scientifico e pensiero religioso, cercando di collegare l’attualità scientifica e politica con le esigenze delle persone malate o disabili. Left anticipa alcuni brani delle relazioni del bioeticista Alex Mauron dell’università di Ginevra e di Stephen Minger, direttore del King’s stem cell biology laboratory di Londra (vedi left n. 18/2008). Federico Tulli
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Relativismo epistemologico e dogma religioso: la strana coppia nella battaglia contro la libertà di ricerca scientifica di Alex Mauron
La cultura contemporanea è molto più ambivalente che in passato nei confronti della scienza e talvolta apertamente ostile. Ne sono chiari esempi l’ascesa del movimento Creazionista, che si va diffondendo molto oltre la Bible belt americana in cui esso nacque e la sempre più autoreferenziale opposizione a specifici campi della ricerca biomedica (come ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali) da parte di alcune autorità religiose. Inoltre questi conflitti non si limitano a riproporre i vecchi scontri tra scienza e religione, che vertevano su chi avesse l’autorità e la competenza metodologica ad accedere alla verità e a svelarla al mondo. Oggi il relativismo epistemologico e la speculazione sulle presunte implicazioni etiche delle scoperte scientifiche giocano un ruolo molto più ampio. Ad esempio, il tentativo creazionista di confezionare un’alternativa pseudoscientifica alla biologia evoluzionista, quale è la teoria del disegno intelligente, non ha mai avuto successo, eppure tale fallimento non ne compromette la crescente influenza. Infatti tale influenza ha poco a che fare con la scienza in quanto tale e deriva piuttosto dalla fustigazione della visione scientifica, descritta come un materialismo noncurante che conduce alla disperazione e alla perdita della credenza tradizionale in comandamenti morali oggettivi. Ecco una perfetta illustrazione del “sillogismo relativista”:
a. La scienza asserisce che un insieme di fatti e spiegazioni sul mondo – chiamata E – è vera.
b. Se E è vera, ne derivano spiacevoli conseguenze morali e sociali.
c. Ergo E è falsa.
Pur nell’assurdità di una simile illusione, questo modo di ragionare ha conquistato l’ampio sostegno tanto della cultura popolare («la scienza è solo un’altra religione») che di quella erudita (lo strong programme della sociologia della scienza e di altre filosofie irrazionaliste). Così, i dogmatici religiosi si sentono incoraggiati a sostituire il loro proprio marchio di dogma a quella “religione naturalistica” che sarebbe la scienza. Tale alleanza tra atteggiamenti dogmatici e relativistici non è senza precedenti nella storia.
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Potenziale terapeutico e di ricerca delle cellule staminali umane pluripotenti di Stephen Minger

A partire dalla ricostruzione del sistema ematopoietico, realizzata per la prima volta attraverso il trapianto di midollo osseo negli anni Sessanta, si è nutrito un significativo interesse per il potenziale terapeutico e scientifico delle cellule staminali. L’isolamento di specifiche cellule staminali tissutali multipotenti provenienti da organi di persone adulte e la derivazione di cellule staminali embrionali pluripotenti offrono il potenziale per la rigenerazione di diversi tessuti e organi soggetti a degenerazione legata all’età e a danni traumatici. In un futuro non troppo distante sarà possibile riparare i tessuti cardiaci danneggiati dall’infarto miocardico, sostituire i neuroni perduti a causa del morbo di Parkinson e di Alzheimer, trapiantare nuove cellule produttrici di insulina e cellule mieliniche per gli individui affetti da sclerosi multipla e sostituire ossa e cartilagini consumate con l’età e a causa di malattie infiammatorie. Inoltre, la produzione di popolazioni specifiche di sottotipi definiti di cellule umane ha un enorme potenziale di rivoluzionare la scoperta di nuovi farmaci e l’investigazione dei fondamenti cellulari delle malattie umane. Il campo emergente della Medicina rigenerativa modificherà in modo rilevante la medicina clinica e influenzerà significativamente le nostre percezioni dell’invecchiamento, della salute e della malattia, con una miriade di conseguenze per tutta la società.
**left 9/2009**
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Pubblicato da Federico Tulli su 13 Febbraio 2009
Troppi divieti, discriminazione delle coppie meno abbienti, scarsa informazione. Ecco le ricadute sociali della norma berlusconiana sulla fecondazione assistita, secondo il quadro desolante dell’indagine Censis di Federico Tulli
«Lo studio del Censis sull’infertilità in Italia, per la prima volta, ha dato voce a chi è direttamente coinvolto, ed è evidente la condanna della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, perché mette a rischio la salute di chi la subisce in prima persona: le donne». A cinque anni dall’entrata in vigore di quella che è ritenuta la più antiscientista (e forse anche la più anticostituzionale) delle leggi berlusconiane, il Centro studi investimenti sociali, su mandato della fondazione Serono, ha condotto la prima grande indagine sulle ricadute sociali della norma, e l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione di pazienti infertili Amica cicogna ne commenta l’esito a left. Era la prima volta che un istituto di ricerca si rivolgeva ai soggetti direttamente interessati e anche il giudizio sull’efficacia della legge 40 espresso dalle 606 coppie intervistate, che hanno fatto ricorso alla fecondazione assistita, è risultato decisamente impietoso: troppi divieti, scarsa informazione, discriminazione di chi è meno abbiente. Dati alla mano, appare totale la divergenza tra le intenzioni del legislatore e i risultati dell’applicazione della norma. Secondo il Censis a essere penalizzate sono le coppie meno preparate culturalmente ed economicamente più modeste. Un divario che emerge, per esempio, nei tempi medi di attesa: 10,4 mesi per le più istruite e 21,3 per quelle meno colte. Inoltre 7,7 coppie su 10 sono convinte che la legge penalizzi chi ha meno possibilità economiche, e l’80 per cento si sente svantaggiato rispetto a chi vive in altri Paesi europei. Mentre il 71 per cento sostiene che la legge si preoccupi troppo degli aspetti etici, addirittura il 77,4 dice che la norma ha ridotto le probabilità di diventare genitori. Infine, tra le coppie insoddisfatte dalla legge, il 50,2 per cento si dichiarano cattoliche. «Sono diversi gli elementi preoccupanti che emergono dalla ricerca del Censis», commenta Filomena Gallo. «Per prima cosa, rispetto allo scenario che si presentava prima della legge 40, non “pesa” più solo la differenza di reddito e quindi la possibilità di accedere a centri pubblici o privati. I troppi divieti imposti dalla norma, su tutti quello di fecondazione eterologa, spingono le coppie a rivolgersi all’estero. Cosa che ovviamente non tutti si possono permettere, ma che comunque significa anche non avere le garanzie sanitarie che si avevano in Italia prima della legge 40».
A tal proposito il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, nel corso della presentazione dello studio del Censis aveva osservato: «Da noi ci sono troppi centri che spesso fanno una politica sbagliata. C’è pubblicità negativa sui dati. Bisognerebbe vedere quanti vanno all’estero pur potendo ottenere le stesse cose in Italia. Sono gli stessi centri a fare cattiva politica attaccando la legge 40 e non promuovendosi». Quella dell’informazione è un’altra questione irrisolta di questa legge. «In Italia – sottolinea la presidente di Amica cicogna – il tabù nei confronti dell’infertilità è forte quanto quello che c’è verso la sessualità umana. Senza un deciso cambiamento culturale, con la sola legge non si va da nessuna parte. Svolta che si può verificare solo tramite un vero dibattito e una corretta informazione. Spesso però – prosegue Filomena Gallo – gli schieramenti politici preferiscono far emergere solo i commenti di chi è pro e di chi è contro le tecniche di fecondazione assistita, senza mai rivolgere l’attenzione alle coppie». Tra l’altro, come ha denunciato il presidente di Cecos Italia, Andrea Borini, «la legge 40 prevede fondi per favorire l’accesso all’informazione, ma non sono mai stati utilizzati». Una classica situazione di stallo all’italiana, ma che forse ora è stata intaccata semplicemente dando voce alle persone direttamente interessate. Left 06/2009
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Prove di Costituzione
È fissata per il 31 marzo prossimo l’udienza dinanzi alla Corte costituzionale per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze dei Tribunali di Firenze e Roma sulla legge 40. Sotto accusa gli articoli 6 e 13 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli.
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