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Loretta Napoleoni: I bugiardi dell’ottimismo

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Aprile 2009

Invece di azzerare il rischio “subprime” i governi lo caricano sui cittadini. Mentre la finanza islamica è ben florida e alimenta il fondamentalismo. La denuncia dell’economista Loretta Napoleoni nel suo nuovo libro di Federico Tulli

China MarketsDottoressa Napoleoni, La morsa prosegue quelle inchieste. Alla luce dello scandalo dei subprime che ha scosso le fondamenta economico-finanziarie dell’Occidente, vanno riviste le sue previsioni di crescita della finanza islamica?

Questa finanza, che è l’8 per cento di quella mondiale, ha chiaramente subito danni. Ma non per via dei subprime, quanto a causa della contrazione globale di capitale circolante.

Lei però porta l’esempio di Dubai per raccontare la dinamica da boom and bust che abbiamo vissuto…

Dubai è interessante perché è il più “occidentale” dei luoghi islamici. Lì il mercato poggiava principalmentesulla vendita di beni immobili. Col crollo delle banche si è verificata una crisi del credito e una riduzione del personale in queste banche impiegato. A catena, poi, il turismo ne ha risentito e con esso l’economia in generale. Ma, per esempio, se guardiamo al Bahrein, la caduta del prezzo del petrolio, sempre legata alla crisi del credito, ha avuto sì un impattosulla bilancia dei pagamenti, ma con effetti minimi rispetto a quelli di Dubai e nostri. In sostanza nessuna banca islamica rischia di fallire perché nessuna si è esposta a certi pericoli. L’islam vieta di dare soldi in prestito “solo per prestarli” e guadagnare attraverso la cartolarizzazione dei crediti.

E le organizzazioni criminali come gestiscono la crisi?

Oltre al fondamentalismo islamico che ovviamente non attinge da banche occidentali, secondo me l’economia criminale in genere in questa situazione ci va a nozze. Solo una parte minima dei soldi “sporchi” finisce nelle strutture finanziarie per il riciclaggio. Quella criminale è un’economia in contanti: i soldi li fa girare, non li investe per comprare azioni della Goldman Sachs. In una situazione in cui c’è mancanza di moneta, le organizzazioni eversive si arricchiscono con un business sempre vivo, quello dell’usura. E oggi ancor di più visto che le piccole e medie imprese, come anche le famiglie, non riescono a sopravvivere non avendo più una linea di credito aperta. Nel ‘29 è successo lo stesso, con il boom del crimine organizzato.

Ne La morsa lei indica il 9/11 come data cardine e Bush artefice della crisi odierna. Ma le “Twin towers” sono arrivate in piena bolla speculativa (allora furono le dot.com) e negli Usa la deregulation aveva già avviato quel processo di indebitamento dei meno abbienti che poi sarebbe risultato fatale…

Non avendo ottenuto tutto il denaro che aveva richiesto al Congresso per la guerra contro Al Quaeda, Bush ha

L'economista Loretta Napoleoni

L'economista Loretta Napoleoni

aumentato in maniera esponenziale l’indebitamento del Paese tramite l’emissione di buoni del Tesoro. Che sono stati acquistati specie da Cina, Giappone. Ma anche dalle banche islamiche. Quell’indebitamento si è imperniato sulla deregulation avviata negli anni 90 da Clinton, e dal presidente della Fed, Greenspan. Loro due sono responsabili di questa crisi quanto Bush. Il quale ha proseguito nell’opera di eliminazione delle regole. Con Clinton non c’è stato alcun miracolo: l’economia non cresceva ma si indebitava sempre più. Acuendo diseguaglianze preesistenti, quella crescita legata agli effetti della globalizzazione (caduta dei salari e aumento del reddito da capitale) è andata a finire tutta nelle tasche dell’uno per cento della popolazione. Mentre il debito è ricaduto sulla classe media, che si è appiattita sempre più verso il basso, in termini di capacità di acquisto e risparmio.

Se banche e governi sono entrambi responsabili come crede usciremo da questa crisi?

Rendendoci conto che la finanza ci ha derubato, anche perché eravamo “distratti” dalla guerra ad Al Quaeda. Poi è importante capire come bisogna combattere. La deregulation ha dato la possibilità a questa finanza di approfittare della politica dei tassi di interesse sempre più bassi. Il concetto da fissare è che non è stato Bush a creare la bolla. Ma è statala sua politica a creare le condizioni affinché questa finanza assolutamente sregolata costruisse a dismisura la bolla fino a farla scoppiare. La soluzione è quindi trovare un nuovo sistema di regole condivise a livello mondiale. Peraltro quando i governi si sono visti al G20 di Londra non hanno combinato assolutamente nulla.

E questi stessi governi ora stanno assumendo rischi e perdite delle banche.

No. Noi con i soldi nostri assumiamo le perdite delle banche, non i governi.

Esiste un’alternativa?

Sì, ed è che questi istituti dovrebbero fallire. Mantenere in piedi certi carrozzoni non funzionerà. Adesso tutti credono che ci sia una ripresa economica, ma non è assolutamente vero. Le recessioni non sono dei fenomeni in cui si scende e basta. Il mercato scende, poi si stabilizza, poi cala di nuovo. La soluzione è riportare il sistema bancario a quello che era originariamente: non un gioco d’azzardo ma raccolta del risparmio e distribuzione del credito sulla base dei principi economici. Fondamentalmente il mestiere del banchiere è un mestiere noioso. Ebbene, deve tornare a essere noioso perché è importante per la società. Ma è evidente che i governi nemmeno riescono a concepire un’alternativa.

Possiamo sperare nel prossimo G8 di luglio?

Secondo me alla Maddalena accadrà ancora meno di quanto successo a Londra. Sono molto pessimista, come sempre.

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Tavola bandita

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Novembre 2008

Frodi alimentari, ogni giorno un’allerta. In Italia si “tarocca” di tutto. Le leggi ci sono ma i controlli scarseggiano. E la gente non si fida più. Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo: «Colpa anche della cattiva informazione» di Federico Tulli

In  principio fu l’aviaria. Forse il più clamoroso caso di disinformazione mediatica e scientifica su scala mondiale dei tempi recenti. Un bluff secondo per dimensioni solo a quello geniale di Orson Welles che il 30 ottobre del 1938, dalla radio, riuscì a convincere l’intera popolazione degli Stati Uniti che la Terra era appena stata invasa dagli alieni. Ma almeno Welles scherzava. Chi si è inventato il pericolo per l’uomo di essere contagiato dal virus H5N1 semplicemente mangiando carne avicola, no. E la gente, ovunque nel mondo, ha smesso di comprare pollo. Anche dopo che è stato dimostrato che è impossibile ammalarsi per colpa di una coscia rosolata allo spiedo. Troppo tardi. La questione della sicurezza alimentare, che andava comunque sollevata per via dell’abbattimento delle barriere commerciali internazionali che aveva dato il la a un colossale traffico di derrate prodotte fuori da ogni controllo sanitario, ormai era aperta. Nel modo, però, sbagliato. Tante notizie molto confuse sulla pericolosità di determinati alimenti, invece di contribuire ad aumentare il senso di sicurezza di chi fa la spesa hanno sortito, nel tempo, esattamente l’opposto. Abbiamo chiesto a Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo l’associazione per la tutela e difesa dei consumatori più diffusa in Italia, come fare per districarsi nella giungla dei falsi allarmi alimentari, ma anche delle false promesse commerciali e delle scintillanti etichette di cibi “di moda”.
La sicurezza alimentare è la questione più sentita dagli italiani insieme al caroprezzi. Eppure le nostre leggi sono ritenute tra le più avanzate. Come mai?
In assoluto sono tra le leggi più complete. Nelle nostre analisi pubblicate sul mensile dell’associazione abbiamo sempre rilevato l’estrema qualità della legislazione e del grado di tutela che questa garantisce alla salubrità dei prodotti e quindi alla salute dei consumatori. Lo testimonia il successo internazionale della tradizione alimentare italiana e il fatto che sia considerata ovunque sostanzialmente sana. Nonostante questo nei cittadini abbiamo riscontrato un diffuso senso di sfiducia verso ciò che arriva in tavola.
Da cosa può dipendere?
In parte dal fatto che ogni tanto degli scandali alimentari suscitano grande clamore. Anche per via della spettacolarizzazione che ne fanno i mass media. Così accade che certo allarmismo getti nel panico la stragrande maggioranza delle persone provocando il crollo nelle vendite dei prodotti.
Come nel caso dell’aviaria?
Non solo. Quello dell’aviaria è un caso abbastanza particolare perché probabilmente l’intensità dell’allarme è stata creata ad hoc per vendere scorte di vaccini ormai prossimi alla scadenza. Vaccini che poi si sono rivelati assolutamente inutili contro questo genere d’influenza. Come sempre in questi casi c’è un fondamento di verità: in particolari situazioni si sono verificati alcuni casi di contagio da animale a uomo, ma le cronache che ne sono derivate non avevano nulla di scientifico oppure i fatti erano spiegati in modo superficiale. E la gente è andata in confusione. Lo stesso è accaduto con la recente storia delle mozzarelle di bufala “alla diossina”.
Anche qui si è trattato di disinformazione?
Se ne è parlato come fosse un problema nuovo. In realtà la questione “diossina” è aperta da tanti anni e riguarda un po’ tutti i prodotti di origine animale. In questo caso la sfiducia dei consumatori si è rivelata fondata, ma è stato il coinvolgimento della criminalità organizzata a rendere “clamorosa” la notizia.Ed è passato in secondo piano il problema della scarsità e inefficacia dei controlli visto che la diossina contamina i nostri pascoli da decenni.
Ottime leggi ma applicate male, sembra un classico caso all’italiana…
Questi controlli sono affidati a tante competenze diverse: ministero della Salute, ministero dell’Agricoltura, Guardia di finanza, carabinieri del Nas. Organismi che in molti casi risultano poco coordinati. E poi c’è la tendenza delle istituzioni a non far emergere determinate notizie.
Ci spieghi meglio.
Mentre il compito di comunicare sulla sicurezza, sull’educazione alimentare e sulle novità della ricerca in questo campo dovrebbe essere affidato a un organismo scientifico indipendente, quello di informare i cittadini sulla pericolosità di un alimento spetta allo Stato. Ma in Italia non accade. Lo abbiamo verificato per le mozzarelle e anche per l’inchiostro che contaminava le confezioni del latte per bambini. In alcuni casi le autorità sono perfettamente al corrente del problema e fanno di tutto perché non emerga, nell’interesse dei produttori. Con i quali spesso si mettono d’accordo per trovare una soluzione. Il risultato è che i consumatori si fanno l’idea che ci tengano all’oscuro di tutto. Poi, quando il bubbone scoppia, magari sotto forma di scoop giornalistico dai titoli roboanti, diventa panico.
Un meccanismo informativo scorretto.
Sì, tra l’altro nessuno comunica mai il cessato allarme. Per questo ci aspettiamo che da un momento all’altro rispunti fuori anche l’aviaria.
Sicurezza a tavola vuol dire anche una corretta dieta e alimentazione. Altroconsumo conduce da tempo una battaglia contro il rischio obesità per i bimbi. Finiremo come gli Usa o in Cina?
Il problema dell’obesità è comune a tutti i Paesi industrializzati. Ci siamo concentrati sull’obesità infantile perché i bambini sono dei soggetti molto vulnerabili. Nella nostra campagna chiediamo soprattutto di intervenire sulla pubblicità: le sue esche (regalini, sorprese) attirano i più piccoli verso il cibo troppo ricco di zuccheri, grassi e sale. Avviandoli a una dieta che avrà pesanti ripercussioni sulla salute in età adulta. Ma i claim pubblicitari irretiscono anche i genitori. Lo abbiamo rilevato in uno studio appena pubblicato. Nella mentalità comune i cereali per la colazione sono un’ottima alternativa a merendine e snack confezionati. Il nostro test dimostra però che non tutti i prodotti sono uguali: alcuni fiocchi sono stracolmi di zucchero; altri di acidi grassi trans o insaturi (i meno sani); qualcuno esagera con il sale. Ognuno di questi ingredienti è riportato in etichetta, ma spessissimo un genitore lo ignora perché attirato dal claim salutistico che campeggia sulla confezione. Uno stratagemma questo che presto sarà vietato ai produttori che non presenteranno adeguata documentazione scientifica che provi l’effettiva salubrità del loro prodotto.

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Obesità senza frontiere

Pubblicato da Federico Tulli su 12 Settembre 2008

Un americano su tre è obeso. In Cina uno su cinque. In Giappone, i “supersize” sono raddoppiati dal 1982. Dati allarmanti pure in Europa e Africa. Dilaga dagli Usa la pandemia del terzo millennio. Colpa di un dolcificante presente in tutte le più note bibite gasate
di Federico Tulli

L’Hfcs, acronimo di High fructose corn syrup, dolcificante ad alto contenuto di fruttosio e glucosio ottenuto dal mais, non è un semplice sciroppo. Prodotto negli Usa alla fine degli anni 70 dalla Archer Daniels Midland, che presto sarebbe diventata la maggiore industria agroalimentare del mondo, dopo un accordo con The Coca cola company è divenuto in breve il re degli additivi. Sostituto parziale o totale del ben più costoso zucchero di canna, dal 1980 in poi l’Hfcs è entrato in pianta stabile nella dieta degli americani perché la decisione dei produttori della famosa bibita è stata subito seguita dalla concorrente Pepsi. E oggi, come William Reymond rileva nel suo libro Toxic (Nuovi mondi media), «l’High fructose corn syrup è una superstar. Ogni anno 530 milioni di stai di mais vengono trasformati in 8 miliardi di litri di sciroppo». Che però non è più usato solo nelle bibite. Lo si trova infatti in tutto ciò di cui gli americani sono ghiotti: hamburger, ketchup, piatti preconfezionati. E pure negli sciroppi per la tosse e nelle vitamine. Con quali conseguenze è presto detto.

Nel 2004, i 66 miliardi di dollari (oltre 45 miliardi di euro) «spesi negli Usa per Coca, Pepsi e Dr Pepper» hanno reso queste bibite «l’alimento più consumato del Paese e la prima fonte di calorie». Pertanto, prosegue Reymond, «quando un solo prodotto raggiunge un tale livello di consumo, rappresentando in media il 7 per cento dell’apporto calorico dell’americano medio, diviene legittimo valutare il suo ruolo nella crisi di obesità». Specie se l’evoluzione delle curve di obesità e dell’acquisto di tali bibite, proprio dagli anni 80 in poi risulta parallela. Secondo il National center for health statistics, dal 15 per cento del ’76, quando ogni americano beveva 350 bottigliette l’anno, il tasso di obesità è schizzato al 31 per cento del ’99, per una media che sfiorava le 600 bottigliette da 35,5 cl in un anno (oltre 200 litri). Cifre che però non bastano a spiegare, e a provare, come l’Hfcs abbia da solo tramutato un americano su tre, circa cento milioni, in persona obesa. Cioè a rischio diabete e gravi malattie cardiovascolari. In proposito è suggestiva la tesi di Loretta Napoleoni nel suo libro Economia canaglia (il Saggiatore). «Negli anni 70 – scrive l’autrice, una dei massimi esperti di economia internazionale – la sostituzione dei dolcificanti di mais al saccarosio abbatte i costi di produzione dell’industria alimentare, che a loro volta riducono il prezzo dei prodotti incoraggiando la gente a consumarne di più. In quegli anni la lotta al grasso segna l’avvento delle diete ipolipidiche. Il grasso viene eliminato dagli alimenti e sostituito con i carboidrati, che però hanno molte calorie e producono grassi. Lo stesso fenomeno si verifica in Europa negli anni 80». Ma anche in Cina, col nuovo millennio, dove l’obesità riguarda una cittadino su cinque: 215 milioni di persone. O in Giappone dove, come ricorda Raynolds, dal 1982 il numero di obesi è aumentato del 100 per cento.

Per quanto sorprendente possa sembrare, nemmeno l’Africa è esente da quella che a tutti gli effetti appare una pandemia. «In Zambia il 20 per cento dei bambini di quattro anni è obeso. Lo stesso si riscontra in Marocco ed Egitto. Mentre in Medio Oriente, da Beirut a Bagdad, un quarto della popolazione è obeso o in sovrappeso». Tutta colpa di un semplice sciroppo? Sembrerebbe di sì, visto che i prodotti in cui è usato non conoscono confini commerciali. Ciò che soprattutto crea una sorta di dipendenza nelle persone è il gusto dolce che l’Hfcs garantisce senza causare intolleranza per uso eccessivo, diversamente dallo zucchero. Racconta un consumatore a Reymond: «La differenza tra zucchero e sciroppo di mais? Prima, se bevevi due o tre Coca di fila la dose di zucchero ti faceva sentire male. Adesso ne puoi mandar giù due o tre litri senza vomitare». In pratica, osserva l’autore di Toxic, «l’Hfcs è riuscito ad aggirare la resistenza naturale dell’organismo all’eccesso di glucidi. E proprio come un agente tossico ha sregolato la nostra tolleranza ai prodotti zuccherati». Questo può spiegare perché i nutrizionisti siano concordi nel ritenere che i più esposti al pericolo obesità e sovrappeso siano i bambini. Cosa peraltro confermata dalle cifre. Ad esempio l’International obesity task force ha calcolato che in Italia sono in sovrappeso il 27 per cento dei maschi e il 21 per cento delle femmine tra i 6 e i 17 anni. E un range che va dal 25 al 50 per cento dei bambini obesi mantiene l’eccesso ponderale anche da adulto. A conferma di quanto rilevato da Reymond, l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che anche con una vita sedentaria e solo con un miglioramento del regime alimentare si possono raggiungere risultati sorprendenti, prevenendo tumori e malattie cardiovascolari nel 30-40 per cento dei casi. Ma la globalizzazione delle diete sembra lasciare poca scelta ai consumatori, specie ai più giovani.

Come può un bimbo da solo resistere al gusto della Coca cola o delle famigerate merendine all’Hfcs? Non può, dicono pediatri e psichiatri. Spesso uno squilibrato regime nutrizionale, riscontrabile anche in età adulta per via del conclamarsi di cattive abitudini, affonda le radici nel rapporto alimentare e affettivo vissuto con la madre nel primo anno di vita. Le cause dell’obesità dei bimbi vanno ricercate non solo in una errata educazione alimentare quanto anche nell’uso del cibo come sostitutivo del rapporto con i figli da parte dei genitori. I quali spesso hanno difficoltà a entrare in rapporto con il neonato per cui qualunque pianto viene sedato con l’alimentazione, mentre è noto che non tutte le sue richieste sono legate alla fame. Pertanto anche durante la crescita il cibo appare risolutivo di qualsiasi situazione di sconforto. Ciò spiega come da innumerevoli ricerche risulti che quasi tutti i genitori diano per scontato che ai bimbi non piacciano verdure e legumi eliminati oramai da qualsiasi dieta. E finiscono per proporre ai figli solo i gusti facili di dolci e carboidrati. Non avendo scelta, i bimbi si abituano e alla fine accettano solo questi. Ed entra in azione l’Hfsc.

Left 37/2008

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Il monopolio non va in fumo

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Febbraio 2008

Diminuiscono le sigarette consumate e crescono le entrate, grazie all’aumento delle accise. Ci guadagna l’erario, ma anche Logista, società privata che gestisce i magazzini di stoccaggio delle bionde. Le liberalizzazioni non sono riuscite a scalfirla
di Federico Tulli

In Italia si fuma di meno, ma la passione degli italiani per le bionde rimane un grande affare per lo Stato. Il 2007, terzo anno dall’entrata in vigore della legge Sirchia (la normativa che ha introdotto il divieto di fumo nei luoghi pubblici e negli uffici), si è chiuso con una debole ma significativa contrazione delle vendite: -1,04 per cento rispetto al 2006. Ma l’erario ha comunque incassato il 3,2 per cento in più dalle accise sul pacchetto.
In pratica lo scorso anno sono state vendute oltre 94 mila tonnellate, circa mille in meno (corrispondenti a 50 milioni di pacchetti) delle 95.829 tonnellate con cui si è chiuso il 2006. Considerata una popolazione che conta quasi 12 milioni di fumatori, in media si tratta di quattro pacchetti da 20 a testa fumati in meno in un anno. Ovvero: in dodici mesi gli italiani hanno rinunciato ad accendere un miliardo di sigarette. Allo stesso tempo il gettito fiscale dei tabacchi lavorati è stato di circa 13 miliardi di euro, 420 milioni in più rispetto al 2006. Se alla contrazione delle vendite hanno contribuito le restrizioni imposte dalla Sirchia alle abitudini dei fumatori, il risultato fiscale è figlio della politica di progressivi e cadenzati aumenti dei prezzi delle sigarette. Dal 2003, anno in cui la legge antifumo è entrata in discussione alla Camera (dibattito durato due anni), il pacchetto da 20 è aumentato mediamente di 1,2 euro. Un rincaro superiore al 40 per cento, che proietta l’Italia nella scia dei Paesi nordici dell’Ue, dove la leva dei prezzi – in assenza di una rigida normativa di tutela della salute dei fumatori – è usata come arma principale per combattere i danni provocati dal fumo. Se al governo, dal punto di vista fiscale, l’annata 2007 è andata più che bene, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il tentativo di riordino del mercato della distribuzione caratterizzato dal monopolio esercitato da Logista.

Non hanno infatti mai visto la luce i “decreti di riordino” previsti dalla Finanziaria 2007, che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato avrebbe dovuto emanare entro il 31 marzo dello scorso anno. Scopo dei decreti era, appunto, rimettere in movimento il meccanismo di liberalizzazione della distribuzione dei lavorati del tabacco, avviato nel 2004 con la privatizzazione dell’intero settore. Uno dei provvedimenti in particolare concedeva l’esercizio dell’attività di depositi fiscali (i magazzini di stoccaggio delle bionde) «anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia». E proprio per questo era considerato la chiave di volta per superare il monopolio privato della gestione dei depositi, attraverso cui viene smistato alle rivendite oltre il 90 per cento dei quasi 95 miliardi di sigarette fumate nel nostro paese. Come è noto Logista – azienda di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo nella distribuzione di sigarette – ha l’esclusiva della distribuzione per tutti i maggiori produttori e al tempo stesso la titolarità della gestione di tutti i depositi italiani ancora attivi (più di 200). Una posizione di privilegio, questa, più volte denunciata da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e Assotabaccai (l’organizzazione del 15 per cento circa delle rivendite italiane), nei cui confronti Logista ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo dettando regole e tariffe senza incontrare alcuna resistenza. Timidi segnali di miglioramento si sono intravisti solo negli ultimi giorni, come spiega il vicepresidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni: «Anche se oramai la distribuzione è completamente nelle mani di Logista, e nonostante abbiano continuato indisturbati nella loro politica di chiusura dei depositi fiscali, attraverso l’entrata a regime del sistema di ordinativi on line e della consegna a domicilio, alcune cose sono migliorate. Significativa in tal senso – prosegue Lasagni – è stata la decisione di Logista di venire incontro alle nostre richieste di abbassare i prezzi della consegna porta a porta. Ora, dunque, anche se ci sono tabaccai che si ritrovano il deposito di rifornimento più vicino a oltre 200 chilometri, non sarà più sconveniente farsi rifornire direttamente dal distributore».

Il risultato raggiunto da Assotabaccai
se da un lato si traduce nella salvaguardia di centinaia di posti di lavoro (non rischiano più infatti di chiudere le tabaccherie nelle zone più periferiche del Paese), dall’altro consolida un sistema di monopolio che, in quattro anni, due governi di segno opposto non sono riusciti a scardinare.

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Tabacco, sigarette contraffatte sul mercato italiano

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Agosto 2006

È una sorta di contrabbando fai da te l’ultima trovata dei trafficanti di sigarette illegali. Coinvolge intere famiglie, spesso dell’est europeo, le quali, dopo aver comprato alcune centinaia di stecche di sigarette in supermercati di paesi al di fuori di Eurolandia, le introducono in Italia attraverso il valico di Tarvisio nascoste nelle loro auto. Un fenomeno di portata minore rispetto al commercio illegale su larga scala di tabacchi lavorati esteri che si riscontra in alcuni porti dell’Adriatico, ma più dannoso per la salute di chi acquista queste sigarette di provenienza spesso incerta. “È per via del carico ridotto – racconta al VELINO il Colonnello Gianluigi Miglioli, Comandante Provinciale della Guardia di finanza di Udine -, al fine di spuntare il massimo del profitto con il minimo rischio, queste organizzazioni puntano al commercio di sigarette di qualità minore, se non scadente, come quelle contraffatte provenienti dalla Cina”. E questo non fa che aumentare il potenziale nocivo, già molto elevato nelle bionde di qualità, per la salute di chi le acquista.

“Le sigarette – precisa il Colonnello Miglioli – vengono acquistate in Ucraina o in Polonia ad un prezzo che si aggira intorno all’euro e mezzo e sono rivendute a circa il doppio e comunque, ovviamente, ad un prezzo inferiore rispetto a quello vigente al pubblico in Italia. I trafficanti lucrano sulla differenza notevole di prezzo con l’Italia dove le imposte pesano per il 75 per cento sul prezzo finale”. Dopo l’adesione dell’Austria al trattato di Schengen e l’apertura delle frontiere, il valico di Tarvisio non ha più la dogana e questo ha spinto alcune persone a pensare che potesse essere più semplice passare, soprattutto attraverso l’Austria, con carichi di tabacchi lavorati esteri acquistati regolarmente in supermercati extra Ue, nascosti in intercapedini create ad arte nella scocca delle auto. “Questo ci riporta al passato – racconta il Colonnello Miglioli al VELINO – erano infatti diversi anni che non capitava di fare inseguimenti o smontare auto anche di piccola cilindrata in cui sono state nascoste decine di chilogrammi di sigarette”. A Tarvisio opera una squadra speciale composta da alcuni finanzieri motivati ed affiatati, la cosiddetta squadra cacciavite, che monitora i passaggi di auto dal confine, ferma i sospetti e procede alla ricerca di merce illegale. “Oramai, grazie all’esperienza – racconta il Colonnello Miglioli – andiamo a colpo sicuro e la nostra costante presenza sul territorio sta riducendo il numero di passaggi illegali”. L’ultima operazione è dei giorni scorsi, quando le Fiamme gialle della Compagnia di Tarvisio (Udine), in tre distinte operazioni condotte a cavallo del confine con l’Austria, hanno sequestrato 709 stecche di sigarette e arrestato due cittadini polacchi e uno di nazionalità ceca che viaggiavano a bordo di autovetture sulle quali erano stati ricavati doppi fondi per contenere la merce di contrabbando. Le sigarette, dirette al mercato nazionale centro-meridionale, erano nascoste nelle imbottiture dei sedili, nelle intercapedini degli sportelli e nel vano inferiore del portabagagli. I contrabbandieri rischiano dai 2 a 5 anni di reclusione. Dall’inizio dell’anno, le Fiamme gialle che fanno capo al Comando di Udine hanno sequestrato 5.881 stecche di sigarette, denunciato 14 persone e arrestato 21 contrabbandieri. Un successo che si reputa contribuisca a tenere lontano dal confine friulano i grossi quantitativi di merce di contrabbando e le organizzazioni internazionali più agguerrite.

Sul tema le multinazionali produttrici delle sigarette più note tacciono e contano che le operazioni di sequestro delle sigarette contraffatte condotte dalla Guardia di finanza passino sotto silenzio. Il loro timore è che il grande pubblico venga a sapere che ci sono in giro partite di sigarette taroccate nocive. In particolare le multinazionali, ma questo non lo riconosceranno mai, temono che salti in aria, per la paura dei consumatori, tutto il mercato del contrabbando, che è parte cospicua delle loro vendite. Non lo riconosceranno soprattutto dopo i solenni impegni assunti dalla Philip Morris con lo stato italiano per collaborare a mettere un argine vero alle vendite di sigarette su mercati alternativi rispetto a quello sottoposto a tassazione. Ma l’attività delle multinazionali è in realtà incontrollabile dal momento che esse non hanno alcun interesse di sapere in mano a chi finiscono gli enormi quantitativi di bionde che vendono direttamente dalle loro sedi estere. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Fumo: Pubblicità vietata, l’Italia deve oscurare la Formula 1

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Agosto 2006

I telespettatori italiani rischiano a partire dalla fine del settembre prossimo di non vedere più i gran premi di automobilismo, Michael Schumacher e la Ferrari se il governo ottempererà, come deve, alla Direttiva europea sulla pubblicità delle sigarette, che prevede la abolizione di qualsiasi simbolo riconducibile a prodotti da fumo. La mancata adesione alla direttiva europea costerebbe all’Italia un deferimento davanti alla Corte di giustizia europea. Tutto è cominciato nell’aprile scorso quando Bruxelles ha annunciato di aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per ”non aver adeguato correttamente l’ordinamento nazionale alla direttiva 2003/33/CE sulla pubblicità e le sponsorizzazioni dei prodotti di tabacco”. Come previsto dalla procedura comunitaria, non avendo ricevuto alcuna risposta alla lettera di messa in mora nei due mesi di tempo concessi dalle norme comunitarie agli stati membri, all’inizio di agosto la Commissione è passata alla seconda fase dell’iter inviando un ‘parere motivato’ al governo italiano. È l’ultima tappa prima del deferimento del nostro paese alla Corte di giustizia europea.

La 2003/33/CE sulla pubblicità dei prodotti del tabacco vieta la pubblicità del tabacco sulla carta stampata, alla radio o su internet e la Commissione ha riscontrato che l’Italia non si è ancora adeguata al divieto della sponsorizzazione di eventi che si svolgono esclusivamente sul territorio italiano. Sotto accusa è l’inefficacia del Decreto ministeriale 425 del 1991 che “vieta la pubblicità televisiva delle sigarette e di qualunque altro prodotto del tabacco, anche se effettuata in maniera indiretta mediante nomi, marchi o simboli di aziende produttrici”. È noto che le multinazionali del tabacco hanno sempre trovato forme di pubblicità alternativa che gli garantivano visibilità pur in presenza di leggi restrittive. I casi più eclatanti riguardano la sponsorizzazione di manifestazioni sportive, a cominciare dai gran premi di Formula uno. Secondo la legge italiana i marchi delle sigarette pubblicizzati sui bolidi devono essere coperti o sostituiti, ma il Gran premio è una manifestazione mondiale e non sempre nei paesi in cui si corre sono previsti gli stessi limiti legislativi. Pertanto in quelle occasioni i marchi compaiono sui nostri teleschermi un po’ ovunque e le limitazioni italiane, proprio per questo considerate blande da Bruxelles, perdono di senso.

Analoga procedura la Commissione Ue ha aperto contro l’Italia “per aver imposto prezzi minimi al pacchetto di sigarette”. Secondo la Commissione l’imposizione di tale minimo ha un effetto distorsivo sulla concorrenza e avvantaggia i produttori di sigarette “salvaguardando” i loro margini di profitto. A tale proposito c’è anche la precisa presa di posizione della Corte di giustizia europea: “I prezzi minimi non risultano necessari, visto che l’obiettivo di scoraggiare i fumatori si può raggiungere aumentando la tassazione”. Una tesi che trova riscontro nel parere dell’Organizzazione mondiale della sanità e negli studi pubblicati dalla Banca mondiale sin dal 1999. Ulteriore conferma è nei risultati pubblicati di recente dal ministero della Sanità francese, secondo i quali nel quadriennio 1999-2003 i fumatori d’oltralpe sono diminuiti del 12 per cento proprio per via dell’aliquota dell’80 per cento sul costo delle sigarette, la più alta di Eurolandia. L’impegno di Bruxelles contro le conseguenze nocive per la salute dei fumatori è sottolineato anche nelle parole con cui il commissario responsabile della Salute e della protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, aveva annunciato la procedura d’infrazione contro l’Italia per aver disatteso la direttiva in materia di pubblicità ai prodotti da fumo. “La direttiva sulla pubblicità dei prodotti del tabacco – ha detto Kyprianou – è una delle colonne portanti della lotta contro il tabagismo, se si smette di rendere il tabacco interessante attraverso la pubblicità e le sponsorizzazioni sarà possibile ridurre il numero dei fumatori o delle persone che sono indotte a diventarlo”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Contrabbando, Gdf: “Italia crocevia delle bionde contraffatte, ”

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Agosto 2006

“L’Italia non è più un mercato di consumo importante di sigarette di contrabbando, ma è divenuta un paese di transito verso l’Europa centro settentrionale”. Sono le parole con cui il colonnello Fabrizio Cuneo, comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, descrive al VELINO la nuova realtà del traffico illegale di bionde, ormai parzialmente imperniato anche sulla contraffazione delle sigarette con i rischi per la salute che si possono immaginare e che aggravano la già devastante pericolosità del tabacco di qualità. Racconta Cuneo:“La prima vera svolta si è avuta in seguito al successo dell’operazione Primavera in Puglia nel 2000”. Fino ad allora le coste pugliesi erano palcoscenico quotidiano di sbarchi di carichi clandestini di prodotti da fumo, ma anche di armi e droga, provenienti dal Montenegro e dall’Albania. Grazie all’attività combinata dei baschi verdi della Finanza e di personale delle altre Forze di Polizia venne stroncato il traffico. A rendere ancora più significativo il successo delle forze dell’ordine fu la scoperta che l’attività illegale – come denunciò il 6 marzo 2001 la Commissione parlamentare antimafia nella “Relazione sul fenomeno criminale del contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia e in Europa” – “era organizzata e gestita dagli stessi produttori”, i quali, operando anche legalmente, “sono in rapporti economici e di affari con gli Stati”, a cominciare da “Philip Morris e Reynolds che da sole detengono una fetta consistente del mercato”.

“Dal 2001 e fino al 2004 – prosegue il comandante provinciale della Guardia di Finanza – si è andato delineando un importante cambiamento: sono diminuiti progressivamente i sequestri di carichi illegali destinati al mercato interno, e sono aumentati quelli di passaggio verso altri paesi dell’Unione Europea, soprattutto del nord”. Sono anni in cui il porto di Ancona diviene uno dei maggiori crocevia del contrabbando di sigarette ed è il periodo in cui le organizzazioni criminali iniziano a trovare maggiore convenienza nel vendere i loro carichi nei paesi in cui il prezzo del singolo pacchetto nel mercato regolare è più alto di quello italiano, “come e soprattutto – precisa il colonnello Cuneo – nel Regno Unito”. E proprio il nord Europa è ancora la destinazione finale di quasi tutta la merce sequestrata dalla Finanza di Ancona, come testimonia l’ultima operazione che ha portato il 20 agosto al blocco di un carico proveniente dalla Grecia e destinato al mercato francese. “I nostri uomini – dice il comandante della Guardia di finanza del capoluogo marchigiano – hanno individuato un camion sospetto in mezzo ai 500 che quotidianamente passano per la dogana, il cui rimorchio conteneva oltre 2600 chilogrammi di sigarette illegali, nascosti da merce di copertura accompagnata da regolare bolla”. È questa, spiega il colonnello al VELINO, “un’operazione tipo nell’ambito dello scenario in cui agisce dal 2004 l’organizzazione illegale di commercio di bionde, con l’Italia come paese di transito”. Un’altra recente novità nelle strategie dei contrabbandieri è, come si è accennato, la diversificazione degli approvvigionamenti: non più solo sigarette originali, ma anche contraffatte. La contraffazione è stata una delle risposte delle associazioni criminali all’accordo raggiunto nel 2004 tra l’Unione europea e la Philip Morris International, con cui il maggiore produttore di tabacco al mondo, accusato da Bruxelles, come si legge nel sito della UE, “di aver avuto un ruolo determinante nella direzione, gestione e controllo delle operazioni di contrabbando all’interno della Comunità europea”, mediante “direttive societarie impartite dai massimi livelli dell’azienda”, si impegnava a collaborare con le autorità nella lotta “al contrabbando e alla contraffazione di sigarette”. In cambio la Pmi ottenne la “composizione di tutte le controversie passate relative al contrabbando di sigarette, cioè tutte le azioni legali che la opponevano alla Comunità europea e agli Stati membri”.

Proprio il fatto che l’intesa prevedesse l’obbligo per il produttore di stampare su ogni pacchetto un codice a barre, dando così la possibilità di risalire agli acquirenti delle sigarette illegali sequestrate, ha convinto i contrabbandieri a comprare la merce non solo presso i produttori ufficiali ma anche dai clandestini, operativi soprattutto nell’Asia orientale. A quel punto, commenta il colonnello Cuneo, “visti anche i numerosi sequestri subiti nei porti della costa adriatica, le organizzazioni contrabbandiere hanno affiancato alla diversificazione delle rotte dei traffici illeciti e agli acquisti di merce presso i produttori ufficiali, approvvigionamenti di sigarette contraffatte, realizzate in formati identici alle originali ma di minore qualità”. Un cambio di strategia avvenuto in pochissimo tempo che testimonia le qualità organizzative dei gruppi criminali e la dice lunga sulle difficoltà che di volta in volta deve affrontare chi si adopera per contrastare i traffici clandestini di sigarette. E un cambio che sa anche di beffa poiché, conclude il comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, “il prezzo di vendita al mercato nero rimane lo stesso pur in presenza dei minori costi di acquisizione del tabacco e questo garantisce alla criminalità organizzata maggiori profitti”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Fumo: “Marketing ingannevole”, giudice Usa multa i produttori

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Agosto 2006

“È un inganno che ha causato sofferenze senza limiti”. Sono le parole con cui il giudice federale americano Gladys Kessler ha fotografato 50 anni di attività del marketing dei cinque maggiori produttori mondiali di tabacco: Altria (alias Philip Morris), British American Tobacco, Brown & Williamson, Lorillard e R. J. Reynolds. Secondo il giudice, usando termini come “leggere, ultraleggere» e naturale”, le multinazionali hanno indotto milioni di fumatori a credere che fosse meno pericoloso per la propria salute fumare sigarette con quelle caratteristiche, “quando invece non c’è alcun dubbio che aspirare tabacco causi gravi malattie spesso mortali”. Inoltre, nei brani di sentenza riportati dal New York Times si legge che ,“nonostante all’interno dei loro uffici gli uomini del marketing avessero riconosciuto ciò, in pubblico gli imputati hanno per decenni negato, distorto e minimizzato i pericoli del fumo”. Di fronte al tono di queste accuse, negli Stati Uniti molti hanno storto il naso quando Kessler non ha comminato alcuna condanna vera e propria, se non quella di imporre ai produttori l’impegno a pubblicare sui loro siti internet, sui pacchetti di sigarette e sulle edizioni domenicali dei maggiori quotidiani nazionali messaggi e spot pubblicitari radio-televisivi di una durata non inferiore ai 15 secondi da cui risulti chiaro che fumare fa male alla salute. In totale le superproduttrici di tabacco dovranno dividersi una spesa di dieci miliardi di dollari (7,8 miliardi di euro), molto meno della richiesta iniziale di una multa da 130 miliardi di dollari. Una cifra che molti analisti reputavano estremamente pericolosa per l’esistenza in vita dell’intero settore del tabacco statunitense. Ma che, seguendo un’altra ottica e viste le accuse del giudice Keller, avrebbe forse contribuito a salvare milioni di vite umane. Dunque, quella che è stata definita “una mera condanna morale per le multinazionali del tabacco” può suonare come una beffa proprio per chi ha visto morire i propri cari per malattie connesse al fumo, se si pensa che, da solo, il gruppo Altria ha fatturato nel 2005 circa 90 miliardi di dollari. Non c’è da meravigliarsi che, alla lettura della sentenza, i vertici delle cinque sorelle abbiano emesso un lungo sospiro di sollievo. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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