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Testamento biologico, c’era una volta la laicità dello Stato

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Marzo 2009

senatoIl Senato boccia gli emendamenti dell’opposizione sull’esclusione dell’alimentazione forzata. Oggi il voto finale. L’amarezza di Englaro di Federico Tulli

La crociata del centrodestra sul testamento biologico giunge (vittoriosa per i crociati) al termine. Il voto finale al Senato sul ddl Calabrò è fissato per la tarda serata di oggi, con una seduta che andrà avanti a oltranza. Non si prevedono sorprese nell’urna, dove spesso in questi giorni di votazioni serrate i senatori sono stati chiamati al voto segreto. Pertanto, tra poche ore, la norma sul biotestamento salirà di diritto sul podio tutto berlusconiano delle leggi di ispirazione vaticana, dove già brilla la più antiscientifica e illiberale in assoluto: la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Tutto si è deciso nella giornata di ieri con la bocciatura degli emendamenti relativi al punto cardine del ddl, quelli che chiedevano l’esclusione dell’alimentazione forzata del paziente in stato terminale dagli obblighi imposti per legge al medico. Obblighi previsti dall’articolo 3 comma 6 (che considera l’alimentazione forzata un atto assistenziale e non di cura) e che di fatto impediranno a ciascuno di noi di redigere un vero testamento di  ne vita, esercitando il diritto stabilito dall’articolo 32 della Costituzione di disporre liberamente del nostro corpo. Visto l’esito finale, la strategia dell’opposizione di rallentare l’iter di approvazione della legge tramite la presentazione di migliaia di emendamenti si è rivelata inutile. Ed è risultata fallimentare quella di puntare sulla segretezza del voto per cercare di spaccare il centrodestra su un tema illiberale come quello dell’alimentazione forzata. I crociati di Berlusconi hanno infatti serrato diligentemente i ranghi, mentre chi ha confermato l’esistenza di due ben distinte anime nella stessa formazione politica alla fine è stato il Partito democratico. Con il capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, che presentava un emendamento soppressivo del comma 6 e la teodem Emanuela Baio Dossi che le votava contro. Nemmeno l’intervento di Ignazio Marino, medico e senatore Pd di dichiarata fede cattolica, ha fatto breccia nella coscienza dei suoi ferventi colleghi: «Ogni trattamento sanitario può essere rifiutato dalla persona. Queste non sono parole di un pericoloso sovversivo, ma di Aldo Moro. Il Senato oggi tradisce quello spirito e cancella la nostra libertà di scelta rispetto alle terapie mediche». Fatta la legge non resta che sottolineare l’amarezza di Beppino Englaro espressa ai microfoni di un’emittente romana: «Annullare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile. È assurdo confondere la naturalità con l’artificialità o non capire che l’alimentazione forzata, come riconosciuto dal mondo scientifico, è una terapia. Ed è indegno protrarre artificialmente il vivere. Il modo migliore di tutelare la vita umana, è affidare le decisioni al riguardo a chi la vive. La sentenza della Cassazione per la vicenda di Eluana – ha concluso Englaro – va nella direzione dei principi di uno stato laico, nel rispetto del dettato costituzionale. La legge che il Parlamento approverà e soprattutto la reazione dei cittadini ci dimostreranno se siamo davvero in uno Stato laico».  Terra, quotidiano del 26 marzo 2009

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Eluana, il reato è non sospendere

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Gennaio 2009

leggeIntervista al giudice della Corte di appello di Milano e cofondatore della Consulta di Bioetica, Amedeo Santosuosso: «Omissione di atti d’ufficio per chi non l’accoglie. Le Regioni devono eseguire le sentenze» di Federico Tulli

«Ci sono ancora resistenze di tipo politico che prima o poi dovranno cedere. Ma dal punto di vista giuridico la vicenda Englaro si è definitivamente chiusa nel novembre scorso». Amedeo Santosuosso, magistrato della Corte d’appello di Milano, cofondatore e componente della Consulta di bioetica, sgombra subito il campo da qualsiasi dubbio: «La mancata esecuzione della sentenza della Cassazione, che ha riconosciuto il diritto di Eluana alla sospensione dell’alimentazione artificiale cui è sottoposta, può configurare gli estremi di un reato. Un grave reato». La dolorosissima vicenda di questa ragazza che dal 18 gennaio di 17 anni fa, contro la propria volontà, è mantenuta artificialmente in “vita” e costretta in una stanza di ospedale, prima in coma e poi in stato vegetativo permanente, è dunque prossima all’epilogo.

Gudice Santosuosso, dopo la sentenza sembrava chiaro che non ci potessero essere più impedimenti al rispetto della volontà di Eluana. Eppure prima c’è stato l’atto di indirizzo del ministro Sacconi, che vieta la sospensione della nutrizione artificiale a tutti i pazienti in stato vegetativo, e poi una clinica di Udine che si è tirata indietro poco dopo aver dichiarato la propria disponibilità ad accogliere la donna…

Ribadisco, in termini giuridici la questione è chiusa. Il punto centrale è che le strutture del Servizio sanitario nazionale sono chiamate per legge a realizzare il diritto alla salute dei cittadini. Questo è scritto esplicitamente nella legge istitutiva del Ssn. La Corte di cassazione ha detto che Eluana ha il diritto alla salute, che significa diritto di scegliere i trattamenti ai quali sottoporsi o non sottoporsi. E quindi ha detto, la Cassazione, che Eluana Englaro aveva manifestato il rifiuto di questi trattamenti, e che oggi questo rifiuto può essere confermato tramite il padre.

Questo significa anche che nessun medico può fare “obiezione di coscienza”?santosuosso_a

La struttura che rifiuta di ricevere Eluana Englaro per un qualsiasi motivo, etico, religioso o politico che sia, rischia di commettere un reato. E anche abbastanza grave, perché comporta la denuncia in sede penale per omissione di atti di ufficio.

Ma allora che valore ha l’atto del ministro Sacconi?

Nessuno. Dal punto di vista giuridico è infondato e inconsistente, pertanto non vincola nessuno. Inoltre la clinica di Udine ha parlato di “minacce subite”, dunque in questo caso siamo su un piano diverso. Quello che posso dire è che io dal ministro Sacconi mi aspetterei che si preoccupasse che il Ssn funzioni. Nel senso anche di garantire l’esecuzione dei provvedimenti della magistratura.

Se quell’atto non è vincolante perché c’è chi ha parlato di conflitto tra istituzioni?

Non c’è alcun conflitto perché le Regioni sono responsabili oggi quanto lo erano ieri del fatto di dare esecuzione alle sentenze della magistratura. Così come è illegittimo da un punto di vista amministrativo il provvedimento della Regione Lombardia che si è rifiutata di indicare al padre di Eluana Englaro la struttura presso la quale potesse essere ricoverata. Un rifiuto che era illegittimo prima dell’atto di indirizzo, e che rimane illegittimo ora. La responsabilità delle decisioni in materia sanitaria è rimessa alle Regioni secondo l’organizzazione del Ssn. Sono loro che hanno il potere e il dovere di dare esecuzione. Va peraltro sottolineato che sinora non si è posto il problema del singolo medico nella specifica struttura che ha opposto un rifiuto di fronte alla richiesta di ricovero della ragazza da parte del padre. Left 03/2009

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L’evoluzione di Obama

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Dicembre 2008

Stem_Cell_culture03_3463.JPGArrivano dodici mesi da ricordare per la genetica, l’astrofisica e per i fan di Darwin. Inoltre si chiude l’era Bush. La rinascita degli Usa, e non solo, sarà trainata dalla ricerca. Parola del neopresidente di Federico Tulli

Il progresso scientifico si basa su prove e fatti che «non devono mai essere falsati o oscurati dall’ideologia». No, a pronunciare queste parole non è stato il “solito” premier spagnolo José Zapatero in risposta a qualche sussulto antiscientista delle gerarchie vaticane di stanza nell’antico regno di Castiglia. Ad assicurare che dal 2009 con il suo insediamento alla Casa Bianca la scienza tornerà in primo piano è stato il neo presidente Usa, Barack Obama. E forse mai miglior auspicio poteva essere fatto in tempi e luoghi in cui sembrava oramai assodato lo schizofrenico assunto che il progresso dell’umanità dovesse prendere lo slancio da guerre e distruzioni.

In tema di ricerca Obama vuole distinguersi nettamente dal suo predecessore non solo a parole. Prova ne è, anzitutto, la nomina di John Holdren a direttore dell’ufficio Scienze e tecnologia della Casa Bianca. Holdren ha diretto la Pcswa, una Ong che nel 1995 vinse il Nobel per la Pace per il suo impegno a sostegno di uno sviluppo scientifico compatibile con l’equilibrio geopolitico. A dare ulteriore linfa alle ambizioni della comunità scientifica internazionale, che da sempre guarda agli Usa come termometro dei rapporti tra istituzioni e mondo della ricerca, è la scelta di Harold Varmus e di Eric Lander come co-presidenti di Holdren. Varmus ha vinto il Nobel per la medicina nel 1989 per i suoi studi sulle basi genetiche del cancro. Lander ha svolto un ruolo decisivo nel progetto di mappatura del genoma umano aprendo la strada a nuove ricerche su malattie incurabili. Si delineano dunque interessanti prospettive per la ricerca in campo medico, tanto più che tra le prime dichiarazioni di Obama dopo la vittoria elettorale c’è la promessa di riaprire il flusso di finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Flusso interrotto da Bush jr. nel 2001 su pressione delle lobby cattoliche.

neurons-from-skin-stem-cells_641Nuove importanti risposte potranno poi venire dallo sviluppo dalle scoperte di Shinya Yamanaka della Kyoto University, che nel 2007 è riuscito a creare cellule staminali umane adulte della pelle “riprogrammate” e pluripotenti, con caratteristiche del tutto simili a quelle embrionali. Per quanto riguarda l’Italia, lo studio sulle embrionali vere e proprie proseguirà di fatto solo grazie ai finanziamenti europei. Tra le altre discipline un risalto particolare sarà dato all’astronomia e a quelle legate all’evoluzionismo. Il 2009, su richiesta dell’Unesco, è stato proclamato dall’Onu Anno internazionale dell’astronomia. E sempre nel 2009, in primavera, il Cern di Ginevra riattiverà l’acceleratore di particelle Lhc dopo il guasto subito nell’ottobre scorso in avvio dei test per ricreare “l’attimo” che ha preceduto il Big bang. In merito alle scienze umane e naturali a fare da catalizzatore è invece il bicentenario della nascita di Charles Darwin. A fornire lo spunto per l’approfondimento di temi che riguardano la genetica, le neuroscienze, la psichiatria, ma anche la paleontologia, l’arte e l’architettura è la mostra “Darwin 1809-2009” organizzata dal filosofo della scienza Telmo Pievani e che sarà inaugurata l’11 febbraio al palazzo delle Esposizioni di Roma. Restando in Italia segnaliamo infine alcuni dei festival scientifici che all’estero ci invidiano, sia per la ricchezza dell’offerta degli argomenti, sia per l’attenzione ricevuta negli anni da parte del grande pubblico. A marzo, dal 19 al 22, l’Auditorium di Roma ospita il festival della Matematica e il tema scelto da Piergiorgio Odifreddi che ne cura l’organizzazione è “Creazioni e ricreazioni matematiche”. Il mese clou sarà, come sempre, ottobre. In programma dal 3 al 19 la sesta edizione di BergamoScienza e, dal 23 ottobre al 1 novembre, con la parola chiave “Futuro”, il festival Genova scienza. Mostre scientifiche e artistiche, laboratori, exhibit, conferenze, incontri, tavole rotonde, caffè scientifici. Ce n’è per tutti.

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Il pane dell’identità

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2008

Cosa spinge i migranti a rischiare la vita? I bisogni materiali, ma anche la ricerca di nuovi rapporti. Predrag Matvejevic anticipa a left i suoi prossimi libri di Federico Tulli

«L’asino ha fatto tanto per il Mediterraneo. Ha portato acqua, ha lavorato nei mulini facendo girare la mola, ha trasportato le pietre per costruire i grandi palazzi, le case, le fabbriche. Nessun animale ha faticato tanto e adesso siamo in un’epoca in cui rischia di scomparire. è in via di estinzione. Ed è un fatto simbolico. Perché è quanto accade in Europa al rapporto e alla riconoscenza nei confronti di persone che tanto hanno fatto per la nostra terra: quelli che io chiamo gli immigrati-emigranti». Predrag Matvejevic al telefono da Zagabria ci legge un brano del saggio sull’asino che ha inserito nella nuova edizione del Breviario mediterraneo (libro tradotto in 22 lingue) appena uscita da Garzanti. «Quando Fernand Braudel, il grande maestro di chi si occupa di Mediterraneo, fece la sua tesi, tutti erano entusiasti. Ma ci fu un professore che disse: “Da rifiutare, perché non parla di quello che fu un grande costruttore del Mediterraneo, l’asino”. Nel nuovo Breviario ho aggiunto ciò che manca al suo lavoro». Nel frattempo lo scrittore croato sta ultimando la lunga lavorazione di un libro sul pane e, per le prime settimane del 2009, è attesa un’edizione ampliata de L’altra Venezia (Garzanti) che nel 2003 vinse il premio Strega europeo.

Professore, lei è dovuto emigrare nel ‘91 dalla Croazia e il suo lavoro l’ha portata a lambire le mille sponde del Mediterraneo. Cosa è cambiato nel rapporto tra noi europei e “lo straniero”?
Mi sorprende particolarmente l’Italia. Non ci sono nato, ma sono cittadino italiano. Questo è tema che mi è caro e che osservo da un punto di vista particolare, essendo vissuto a metà fra asilo ed esilio. Il mio non è stato un vero esilio, perché mi sono autoesiliato non essendo d’accordo con i regimi che hanno distrutto la Jugoslavia. E non ho cercato un vero asilo, avendo voluto mantenere anche la cittadinanza croata. Ora sono tornato a Zagabria ma ho una piccola casa a Venezia e ho vissuto tre anni e mezzo in Francia e oltre tredici in Italia, a Roma.

L’italiano le è sembrato una “lingua da abitare”?
Da scrittore, da filologo, fui subito positivamente sorpreso dalla profusione di termini in italiano che esistono per esprimere questo statuto indefinito dello straniero. Espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Queste definizioni sono la prova che l’Italia è stata la nazione con la più forte emigrazione. Mi aspettavo quindi una gran comprensione, che del resto io ho ricevuto insieme alla cittadinanza e alla cattedra alla Sapienza. Mai avrei pensato a una legge che impone la presa delle impronte a bambini di due o tre anni. Ero orgoglioso di essere cittadino a tutti gli effetti di un’Italia umana e liberale. Oggi sono deluso.

Quelle parole sono state sostituite da altre: “clandestino”, “extracomunitario”. Siamo tornati indietro di decenni?
Sappiamo che le cose sono cambiate dopo le ultime elezioni. Che c’è una certa clientela del nuovo governo che fa “pulizia etnica”. Mi ha sorpreso anche che un Paese che si professa cristiano, fra Vaticano e Dc, abbia una considerazione per nulla cristiana dei diritti dell’uomo. Lavoro da anni a un libro sul ruolo del pane nella storia. Ecco, il pane è l’unico grande slogan storico che non ha mai tradito. Tutti gli altri hanno finito per deludere. Lavorando su questo mi sono accorto di una discrepanza terribile tra ciò che si sostiene per fede e prassi, specie in politica. Ciò che più mi fa arrabbiare è sentir parlare d’immigrazione in termini quantitativi. “Quanti sono in Italia”, “quanti sono sbarcati in Sicilia”, “quanti possono rimanere”, “quanti devono tornare”. Non si può affrontare questo problema in termini qualitativi? Questa è la mia domanda.

“L’altro” era un numero per i nazisti nei campi di concentramento…
Quella era una via senza ritorno. Mi piacerebbe fare un seminario alla Sapienza o alla Sorbona per trovare un rapporto con lo straniero che non si riduca ai numeri. Un approccio che parte dall’interesse per chi propone un punto di vista diverso, una cultura diversa. Per queste mie ricerche sul pane di recente sono stato con gli zingari, o come si dice oggi rom, alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Ho annotato molte frasi sul loro modo di parlare del pane, modi di dire per conoscerli meglio. “Il pane può quello che l’imperatore non può e che dio non vuole”, dicono per esempio.

Gli zingari quanto hanno dato alla cultura e all’arte in Europa? Andiamo in Spagna: quanto deve il flamenco agli zingari? Oppure passiamo in Ungheria o nell’Europa centrale. Qui troviamo la csárdás, una straordinaria danza. E poi la più bella romanza russa che per metà è di origine zingara: Oci ciornie, occhi neri. Andando più lontano nel tempo abbiamo il nostro caro pianoforte, lo strumento che lo precede era il clavicembalo, e prima di questo era il cymbalom, strumento zingaro originario dell’India. Riconoscendo queste cose potremmo dare a questa gente un po’ di orgoglio. Forse di vivere diversamente. Forse non di lasciare per sempre la loro vita di nomadi. Ma potremmo certamente fare qualcosa di diverso dalle cose indegne che facciamo nei confronti di questa loro cultura, di questa loro grande tradizione.

La legge italiana sulle impronte ai minori è stato un chiaro tentativo di schedare gli zingari. Di contro la situazione in Europa?
Non è buona. Si parla di 9 milioni di rom in Europa e c’è una situazione contagiosa da una regione all’altra. Un minimo incidente se causato da un rom diventa dieci volte più grande, pericoloso, che se fosse fatto per esempio da un francese. Anche la Francia, malgrado le sue tradizioni rivoluzionarie e democratiche non è priva di reazioni nei confronti dell’immigrato-emigrante, specie in provincia. Ma forse nei confronti dei rom non c’è questo odio che sale oggi da alcune regioni d’Italia.

E i molti trattati internazionali sui diritti umani che l’Italia ha sottoscritto?
Appunto, noi italiani non rispettiamo nemmeno alcuni diritti per cui abbiamo firmato grandi contratti sociali europei. Basta pensare al diritto d’asilo che, proclamato solennemente nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si è rivelato un grande inganno. Solo pochissimi Paesi hanno rispettato il patto sottoscritto mezzo secolo fa dalla grande maggioranza dei membri delle Nazioni unite. Sono rare le situazioni in cui questo diritto ha trovato il posto che merita in una cultura progressista. Ricordiamoci di Ochalan. Lui aveva diritto all’asilo e se ritornava in Turchia avrebbe rischiato la morte, ma è stato comunque espulso. Erano i miei primi anni fra asilo ed esilio, devo dire che ero sorpreso. Col passare degli anni quella sorpresa si è trasformata in delusione. Soprattutto perché la cultura sembra oramai evitare impegni politici. Non siamo più negli anni 50, eppure allora c’erano tanti scrittori, anche stranieri, che partecipavano alla vita sociale dell’Italia. Ora accade molto meno. Come se l’impegno civile fosse diventato un peccato.

Left 40/2008

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Carta straccia

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2008

Che fine ha fatto il codice deontologico che impegna i giornalisti italiani a non usare un linguaggio xenofobo? La denuncia di Tana De Zulueta
di Federico Tulli

La firma del Protocollo deontologico per i giornalisti italiani denominato Carta di Roma sembrava proprio una buona notizia. Il governo Berlusconi si era appena insediato e l’accordo siglato nel giugno scorso da Federazione nazionale della stampa italiana e Ordine dei giornalisti, impegnando i firmatari a non usare un linguaggio xenofobo nel riferire notizie che riguardano gli stranieri, comunitari e non, denotava un buon tempismo. A distanza di tre mesi si deve constatare che purtroppo è stata sonoramente disattesa. Lo evidenzia a left Tana De Zulueta, giornalista ed ex parlamentare dei Verdi. «Penso che in Italia vi sia una caparbia indisponibilità ad aprire una riflessione sul rapporto tra media e razzismo sia da parte dei giornalisti sia della politica. Due mondi qui da noi molto contigui». E questo, secondo De Zulueta, è un dato oramai consolidato. «Ricordo che quando Storace era presidente della vigilanza Rai gli segnalai esempi di rappresentazione degli stranieri che violavano le norme più elementari di correttezza. Norme elementari per altri Paesi, ma di cui in Italia non si era mai parlato».

In quel caso De Zulueta evidenziava il ricorso costante a stereotipi razziali. Come l’uso di «marea gialla» per descrivere l’arrivo di numerosi cinesi. «Storace non mi rispose mai – sottolinea De Zulueta -, ma la cosa triste è che gli altri componenti della commissione si limitarono a sorridere». Negli anni poco o nulla è cambiato. È lì a testimoniarlo la foto diffusa nell’agosto scorso dai media che ritrae una giovane donna nigeriana in cella stesa a terra, mezza nuda e sporca di polvere. In un altro Paese sarebbero scattate delle azioni legali. In Gran Bretagna, ad esempio, sarebbe stata a rischio la licenza di chi ha diffuso quell’immagine. E allora in questo quadro il peggio poteva succedere, spiega la giornalista, «perché si sono costituiti gli anticorpi culturali». Così è accaduto che i media siano diventati cassa di risonanza di un discorso esplicitamente razzista. «E questo per i migranti è una forma di difficoltà costante, a livello esistenziale quasi tragico». Il multiculturalismo, «bella parola di cui anche la sinistra si è riempita la bocca», qui da noi è ben lungi dall’essere riconosciuto come tesoro irrinunciabile. «Ci vuole proprio una presa d’atto forte – chiosa Tana De Zulueta -. Serve una scossa che può essere data dagli artisti stranieri. Magari con un Gomorra sull’immigrazione che scuota un Paese che si compiace con troppa facilità di se stesso. Ma anche il cinema ha grandi possibilità di far passare questi discorsi». Qualcuno, come Mazzacurati ne La giusta distanza ci ha provato, ma sembra piuttosto un caso isolato. «Ci vorrebbe un’azione politica oltre che artistica, ma in questa fase non ne vedo la possibilità perché abbiamo la classe politica più razzista d’Europa».

Left 40/2008

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Per i trenta anni di Louise

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Luglio 2008

La sottosegretaria Roccella apre un dibattito per soli clericali

Mentre Louise Brown, la prima bimba in provetta nata il 25 luglio 1978 a Oldham (Gb), compie 30 anni, in Italia c’è ancora chi mette in discussione l’eticità e l’importanza dei progressi scientifici della fecondazione assistita. E lo fa nel peggiore dei modi, in maniera ideologica e senza contraddittorio. È il caso del seminario istituzionale “I figli della provetta” organizzato dal ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, e in particolare dalla sottosegretaria Eugenia Roccella, a cui i rappresentanti dell’opposizione sono stati invitati, «ma solo per assistere». La denuncia è dei senatori del Pd Vittoria Franco, Ignazio Marino, Fiorenza Bassoli, Magda Negri, Colomba Mongiello, Marilena Adamo e Donatella Poretti. In Italia, solo nel 2006 i neonati con la Pma sono stati 7.507. Nel mondo, da Louise in poi, sono oltre 4 milioni i bambini nati grazie alla Pma. La scienza ha tagliato traguardi un tempo fantascientifici. Ed è già proiettata nel futuro. Si preconizza ( da qui a 30 anni) l’utero artificiale e la creazione di cellule uovo e di spermatozoi da cellule adulte. E anche la possibilità di correggere in utero difetti genetici causa di malattie. Di tutto ciò al seminario non s’è discusso. «La Roccella organizza convegni per soli clericali», ha spiegato Vittoria Franco presentando un’interrogazione parlamentare sottoscritta dai sei colleghi del Pd, «per sapere dal ministro Sacconi se non si debba prevedere di offrire un’ulteriore occasione di dibattito». In attesa di una risposta del ministro, facciamo gli auguri a Louise.

Left 30/2008  * * Federico Tulli

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L’Italia della «democratura»

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Luglio 2008

Democrazia apparente, in realtà dittatura: è questo il nostro Paese secondo Predrag Matvejevic. L’intellettuale croato racconta la sua vita di «esule volontario» nell’Europa che ha paura di aprirsi a chi porta con sé una visione del mondo diversa di Federico Tulli

«Straniero, espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Ho tenuto una lezione alla Sorbona sul fatto che la lingua italiana è quella con la più ampia gamma di termini per parlare dei migranti. E invece, ora si sente solo insistere su clandestini e irregolari. Ma cosa significa clandestinità in tempo di pace? Sono cose queste che mi hanno profondamente sorpreso dell’Italia». Predrag Matvejevic, scrittore e saggista, docente di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi e professore ordinario di Slavistica all’università La Sapienza di Roma, nominato “per chiara fama”, è nato nel 1932 a Mostar nella ex-Jugoslavia e da qui è «dovuto emigrare» nel 1991 dopo che «una sventagliata di mitra dei nazionalisti croati ha colpito la mia porta di casa». Per 14 anni in Italia, Matvejevic da pochi mesi è tornato nella sua terra e vive a Zagabria «dove il nazionalismo abbaia ma non ha più i denti». Il 17 luglio sarà a Rivoli (To) in occasione della mostra Le porte del Mediterraneo. Leggerà un saggio sulla condizione degli «emigrati» in Europa di cui anticipa a left alcuni passaggi.

«Partirò da alcuni fatti personali. Sono figlio di un emigrato russo. Mio padre è partito nel 1920 da Odessa. Era politicamente menscevico. Voglio dire, da uomo di sinistra, che i menscevichi non sono quella caricatura che gli staliniani hanno fatto di loro. Sono persone di sinistra che hanno fatto la rivoluzione di febbraio nel 1917 avendo capito che la Russia feudale dello zar e della Chiesa non poteva realizzare il grande sogno della civiltà europea di creare una società giusta. Dopo un lungo girovagare per l’Europa dell’Est mio padre è arrivato a Mostar, qui ha conosciuto una ragazza bosniaca croata cattolica. Un ortodosso e una cattolica, tutto quello che occorreva perché nascesse un figlio laico, laicissimo. Nel 1941 – prosegue Matvejevic – i nazisti sono venuti a prendere papà perché avevano saputo delle sue origini russe. Questo bastava per essere deportato. Dopo quattro anni è tornato vivo, ma pesava 40 chili di meno. Non l’ho riconosciuto e ho pianto due giorni. Dunque con questa esperienza mai avrei pensato di emigrare, di partire. Poi, quella raffica di mitra…». Giunto in Italia, Matvejevic ha avuto la cittadinanza da Giorgio Napolitano all’epoca ministro dell’Interno. «Non sapete quanto è importante per un emigrato poter viaggiare nella zona di Schenghen», dice. «Il mio non è stato un vero esilio, dopo quegli spari ho scelto di andare via da Mostar. Ho passato tre anni in Francia e nel 1994 sono arrivato in Italia. La vedevo come uno dei Paesi più tolleranti, più accoglienti. Ma poi la Lega, con Berlusconi che segue Bossi, e ora questo ministro dell’Interno che è un uomo rozzo, hanno creato un vergognoso clima contro gli immigrati che l’Italia non merita». Il professore ritiene inaccettabile il piano di Maroni che prevede il fotosegnalamento dei minorenni di etnia rom. «All’inizio del secolo scorso, la mafia organizzava l’emigrazione in Sicilia. Molti vostri connazionali sono stati sbarcati in Marocco credendo di essere arrivati negli Usa. E lì sono rimasti fino alla seconda guerra mondiale. Come può un popolo che ha vissuto queste sofferenze, tanta emigrazione, assumere certi atteggiamenti? In un Paese in cui la Chiesa ha tanto peso perché non influenza i politici a non fare quello che stanno facendo? Perché – prosegue Matvejevic – i cristiani non si rileggono alcuni passaggi delle loro sacre scritture? L’Esodo per esempio, dove è scritto “Non molesterai lo straniero, né lo opprimerai, perché foste anche voi stranieri nella terra d’Egitto”. Vorrei che i vescovi nelle loro prediche invece di essere solidali con chi attua la schedatura analizzassero queste parole così belle». Il problema, per la religione come per certa politica, secondo lo scrittore, è sempre lo stesso. La persona straniera che arriva in una nuova terra porta con sé la propria cultura, una cultura diversa. E questo fa paura. «Di fronte allo sconosciuto – spiega – c’è chi si chiude nella propria “particolarità”. In un saggio ho scritto che questa non è un valore a priori, ma può diventarlo a condizione che si confermi come tale. Perché anche l’antropofagia, mangiare l’altro, è particolarità. E dunque questi che schedano i rom si chiudono nella propria particolarità come se fosse un valore assoluto. Senza mai metterlo in discussione. Purtroppo sento la mancanza di una cultura adeguata che potrebbe risolvere queste questioni».

Matvejevic in queste settimane sta aggiornando la sua opera cardine, il Breviario mediterraneo, tradotto in 22 lingue e pubblicato in Italia da Garzanti. «Rileggendolo ho pensato che mancava una riflessione sul pane. Cibo prezioso che non è stato inventato sulle sponde del Mediterraneo, ma che in questa regione è stato accolto e valorizzato, allo stesso modo di come sono state accolte le tre religioni monoteistiche». Il pane come metafora per raccontare la capacità dell’Europa di aprirsi a nuove culture e tradizioni che vengono da fuori. Quella stessa Europa che ultimamente ha lanciato messaggi contraddittori sulla soluzione italiana del tema immigrazione. «Io sono stato due anni nel gruppo dei saggi della Commissione europea creato da Romano Prodi. Siamo riusciti a mettere allo stesso tavolo israeliani, palestinesi e arabi ed è cominciato un dialogo molto importante. Ma il successore di Prodi ha sciolto questo gruppo. C’è una deriva pericolosa che la cultura potrebbe arrestare e invece è proprio la cultura che viene accantonata». Questo genere di pericolo è il tema su cui verte il prossimo saggio che Matvejevic ha intenzione di scrivere. «L’ex Europa dell’Est è entrata in Ue con i suoi problemi di democrazia. Ma anche in alcuni Paesi dell’Occidente si sta scivolando verso quella che ho definito «democratura». Una forma di governo cioè che dietro un’apparente forma esterna di democrazia assume atteggiamenti e movimenti dittatoriali. E questo pericolo lo vedo molto presente in questo momento in Italia. Lo abbiamo visto in Polonia con i fratelli Kaczynski e i loro atteggiamenti clericali. Ma anche nei Balcani, dove serbi, croati, bosniaci hanno subordinato la nazionalità alla religione professata. Questa prassi è un nervo scoperto dei nuovi rapporti che si sono creati all’interno dell’Unione. Su cui anche la cultura dell’Est non ha riflettuto abbastanza. Ha troppo sofferto e ancora non riesce a ripensare le proprie sofferenze. Dall’altro lato c’è la cultura occidentale, orgogliosa in modo antipatico direi, che non ha il coraggio di affrontare questi problemi, queste divisioni. Ma come si può fare l’Unione se le frontiere sono ancora così strette? Ecco, mi piacerebbe vedere la Turchia in Europa, potrebbe fare da baluardo ai nuovi fondamentalismi».

Matvejevic dedica infine un pensiero alla sua Mostar. «La vita è ancora durissima, la città è spaccata. Nella parte orientale i musulmani rimasti sono ancora sotto shock e questa sorpresa li rende immobili. Dall’altra sponda del fiume, dove ci sono i cattolici, direi che la metà della gente, a cui potrei appartenere anche io, ha vergogna di quello che hanno fatto i fascisti croati. C’è però chi farebbe di nuovo la stessa cosa. Quasi tutta Mostar durante la II Guerra mondiale era dalla parte della Resistenza. Aveva un grande battaglione di partigiani. Quando avevo 9 anni, mio zio – che lavorava in ospedale – un giorno mi disse di portare un sacco con i medicamenti ai partigiani feriti. Uno zio croato cattolico che collaborava in clandestinità con la Resistenza. Questa era la Mostar di una volta, quella di cui sono orgoglioso, a cui appartengo e che difendo».

Left 28/2008

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Tanta strada da fare

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Distanza sociale e culturale ma anche “fisica”. Raggiungere le sedi scolastiche per i giovani delle popolazioni rurali dei Paesi poveri, rappresenta un grave problema ed è forse un pericolo. L’impegno italiano nell’iniziativa della Fao per l’educazione nelle aree rurali di Federico Tulli

Aminata ha smesso di studiare a 7 anni. Mentre andava a scuola, una costruzione fatiscente ricavata da un ovile che dista due ore di cammino da casa sua, è stata aggredita da un uomo. È riuscita a scappare perché le compagne che erano con lei hanno attirato l’attenzione di alcuni contadini che lavoravano nelle vicinanze. Aminata vive in Africa, nel Mali, il nome è di fantasia, l’aggressione no. Per questo i genitori non hanno più voluto che andasse a scuola. Nei Paesi poveri, la violenza da parte di sconosciuti è uno dei pericoli maggiori che i bambini si trovano a dover affrontare mentre raggiungono i luoghi d’istruzione. Pericolo che cresce in maniera esponenziale all’aumentare della distanza da percorrere per andare a scuola. Che nel caso delle zone rurali «può essere anche di dieci chilometri e più», spiega Lavinia Gasperini, senior education officer del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Food and agricolture organization (Fao).
Nel 2000 a New York l’“Educazione delle popolazioni rurali” è stata indicata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come uno dei principali Obiettivi del Millennio. Ma già nel 1990 – dichiarato dall’Onu anno internazionale dell’alfabetizzazione – in occasione della Conferenza di Jomtien (Thailandia) era stato messo in evidenza che il soddisfare i bisogni della formazione di base rappresenta l’unica opportunità che le persone hanno per divenire capaci di contribuire allo sviluppo di un Paese. «In questi 18 anni molto è stato fatto sia dalla Fao sia dalla cooperazione internazionale, compresa quella italiana sempre molto attiva, ma» osserva Gasperini «non c’è dubbio che la cattiva distribuzione della rete scolastica tra aree urbane e zone rurali rifletta ancora in pieno il livello di disuguaglianze e iniquità di un Paese». La notevole distanza dai luoghi di istruzione riguarda in pratica tutte le popolazioni che vivono di agricoltura nei Paesi poveri. E, se si pensa che il 70 per cento dei poveri del mondo vive nelle zone rurali, si scopre che proprio chi ne avrebbe più bisogno si ritrova con meno possibilità di studiare. Uno squilibrio, quello tra città e campagna, che affonda le sue radici nel tempo.
Per l’istruzione è sempre stato così, in Sud America come in Africa, ma anche in Europa, per esempio in Kosovo, spiega la funzionaria della Fao: «Nei secoli passati le scuole erano solo in città perché vi abitavano le elite coloniali, poi, nella seconda metà del ‘900 sono rimaste in città per istruire i figli delle elite dei nuovi governi. Difficile pensare a una spinta interna verso un diverso stato delle cose perché i poveri, che sono soprattutto “rurali”, non hanno mai una rappresentanza politica che gli permetta di rivendicare i propri diritti». Quindi, come Aminata, chi nasce in una zona extraurbana ha un’elevata probabilità di dover affrontare enormi disagi per ottenere un livello di istruzione equiparabile a quello di un coetaneo “cittadino”.
«Ho visto situazioni in Colombia e Africa in cui i bambini devono camminare anche due ore per arrivare a scuola» conferma Gasperini. «In queste due ore può accadere di tutto perché spesso non ci sono strade, si possono incontrare animali feroci, a volte c’è la guerra. E chi è più esposto sono proprio le bambine, nei cui confronti sono molto frequenti le aggressioni. Problemi, questi, praticamente sconosciuti in ambiente urbano. Nonostante ciò la politica e i politici, che fanno parte della popolazione urbana, intervengono di rado spontaneamente. Gli investimenti in infrastrutture e in materiale didattico, gli incentivi agli educatori, ai maestri e ai professori sono sempre dirottati nelle zone cittadine, quelle dove c’è maggiore densità di popolazione e il consenso popolare è più immediato e determinante».
C’è poi un altro aspetto che si aggiunge a quello delle infrastrutture carenti e che è un vero e proprio squarcio nella rete scolastica delle zone rurali. «È come se fosse una piramide con una base traballante», sottolinea Gasperini. «Nel senso che è all’asilo che si pongono le basi per il successo dei livelli di istruzione successivi, ma in queste aree dei Paesi poveri l’asilo non c’è mai. Quindi tutta una serie di competenze che si devono sviluppare quando ancora il bambino è piccolo vengono ignorate. E dopo, nel corso della crescita, è quasi inevitabile per lui un processo di apprendimento difficoltoso». Ma la rete educativa è spesso incompleta anche nei livelli successivi al primo. Una ferita, questa, particolarmente aperta in Africa. «In questo continente» racconta ancora la funzionaria Fao «ogni 100 bambini di città che vanno alla scuola primaria solo 68 vanno a scuola nelle zone rurali. Su 100 che completano le primarie in città ce ne sono 48 che le completano nelle campagne. Inoltre, tra questi ultimi pochissimi vanno alle secondarie e quasi nessuno raggiunge l’università. Questo comporta il riprodursi continuo di una classe dominante uguale a se stessa che è sempre quella urbana. Perché i poveri non arrivano a sviluppare la conoscenza che consenta loro di stare nella società competitiva e fare quella carriera che gli permetterebbe di entrare in politica per cambiare lo stato delle cose».
C’è infine un terzo concetto di “distanza” che acuisce il gap esistente tra il livello di scolarizzazione tra città e campagne. Cosa si studia a scuola nelle zone rurali? «Esattamente quello che si studia nei centri urbani». Risponde Gasperini «I programmi sono unificati e ovviamente, per quanto detto sino a ora, il tipo di cultura che si diffonde risponde prevalentemente ai bisogni della popolazione urbana. Che sono molto distanti da quelli di chi deve crescere in realtà essenzialmente agricole. Una famiglia rurale non vede perché privarsi dell’aiuto del figlio nei campi per mandarlo a scuola a imparare “cosa è un cinema”, quando invece sarebbe utilissimo per lui sapere come si preparano i nastri per prendere le aragoste. O come organizzare un piccolo sistema di irrigazione. Insomma», conclude Gasperini, «senza un efficace sistema di scolarizzazione universale non ci sarà mai una società democratica e partecipata».

Ilaria cooperazione 7/2008

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Insegnare in campagna

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle zone rurali

di Federico Tulli

Come sviluppare la rete scolastica, come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle campagne, come adeguare i programmi ai bisogni della comunità rurale e alla sua cultura tradizionale. È l’ambizioso progetto “Education for rural peaple” su cui si stanno confrontando 11 Paesi africani – Burkina Faso, Etiopia, Guinea, Kenya, Madagascar, Mozambico, Niger, Uganda, Senegal, Sudafrica e Tanzania – con la collaborazione della Fao, dell’Adea (l’Associazione per lo sviluppo dell’istruzione in Africa), dell’Unesco e di altre istituzioni tra cui la Cooperazione allo Sviluppo italiana e i ministeri francesi per l’Agricoltura e per gli Affari esteri. «La tendenza di oggi è che l’impegno a costruire scuole sia assunto dai governi locali. È la prima dimostrazione di una volontà politica di operare per la creazione di una rete educativa equa ed efficace», spiega Lavinia Gasperini, responsabile del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Fao. «I Paesi donatori ora lavorano più sugli aspetti del rafforzamento istituzionale e di sostegno ai programmi all’educazione. Mentre in passato erano fortemente impegnati nell’incentivazione alle infrastrutture». In particolare il governo italiano ha sostenuto l’iniziativa della Fao presso le popolazioni rurali “Education for rural people” (Erp). Una flagship lanciata ufficialmente da Fao e Unesco il 3 settembre 2002, durante la Conferenza internazionale sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg in Sudafrica.

Il progetto fa parte dell’Alleanza internazionale contro la fame (Roma, 2001) e di Educazione per tutti (Jomtien, 1990), e si lega a due importanti iniziative promosse dalle Nazioni Unite: Obiettivi di sviluppo del Millennio (New York, 2000) e United nation universal declaration of human rights (New York, 1948). «L’Italia è stato uno dei primi partner a sostenere Erp» racconta Gasperini, «e attraverso questi finanziamenti abbiamo organizzato diverse riunioni regionali con ministri e staff dei due Ministeri dell’Educazione e dell’Agricoltura di diversi Paesi. Si è rivelato un aspetto molto innovativo. Non era infatti mai successo, specie in Africa, che questi due ministeri dialogassero per affrontare il problema della scolarizzazione delle aree agricole». Gli incontri si sono tenuti in Asia, America latina e nel 2005, ad Addis Abeba. Infine, nel novembre del 2007 alla Fao a Roma c’è stato l’incontro della svolta. «È accaduto in seguito alla proposta di un questionario preparato con l’Adea», racconta la funzionaria della Fao. «Ai partecipanti, circa 400 persone tra presenti e collegati in videoconferenza in rappresentanza degli 11 governi africani, abbiamo chiesto qual era la prima priorità per lo sviluppo del rispettivo Paese. La risposta, praticamente unanime, è stata: “l’educazione delle popolazioni rurali”».

Ilaria cooperazione 07/2008

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