Articoli e altre storie

© riproduzione riservata

Posts contrassegnato dai tag ‘Costituzione’

L’Italia è malata di feudalesimo

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Ottobre 2009

Come restituire la democrazia al nostro Paese in dieci mosse. Breve colloquio con il costituzionalista Michele Ainis , autore de La cura di Federico Tulli

Professor Ainis, scorrendo i temi declinati nel suo nuovo saggio, La cura, edito da Chiarelettere sembra quasi di leggere un manifesto politico…
Che cosa è la politica? Se è guardare i colori della divisa degli altri per vedere se coincidono con i propri il mio libro non è un manifesto politico. Se invece è interessarsi di come può essere regolata la società, cioè la vita di tutti noi, allora lo è.
Come è nata l’idea de La cura?
Nasce in seguito a una telefonata di Lorenzo Fazio, l’inventore di Chiarelettere.Un giorno mi chiama e mi dice che come casa editrice avrebbero avuto interesse ad affiancare ai libri d’inchiesta anche dei testi più riflessivi. Insieme abbiamo ragionato su quale tema meritasse un approfondimento. In un certo senso è un libro scritto su commissione. Poi, mi sono reso conto che mi è stata data l’occasione per mettere a fuoco delle questioni che avevo in mente da almeno venti anni.
Vale a dire?

In particolare mi riferisco al problema del merito. Anzi del de-merito. Nel libro mi occupo anche di legalità e uguaglianza, ma dietro alla scarsa libertà e alle disuguaglianze che infiacchiscono l’Italia c’è sempre una questione di demerito. Che oggi ricade drammaticamente sulle generazioni under 30. Viviamo ancora in uno Stato per certi versi feudale. In cui ci sono dei privilegiati – i partiti politici, le lobby, le massonerie, le “buone famiglie” – e vanno avanti nella vita solo coloro che ne fanno parte. In quest’ottica il mio è un libro ottimista. Perché si affida a un cambiamento di regole supponendo che così possa anche modificare il sistema e favorire il ricambio generazionale.

Come si è arrivati a questo in soli 60 anni di democrazia?

La mia generazione, quella dei 50enni, lascia macerie morali (e materiali). C’è stato chi si è fatto cinico di fronte a una serie di aspettative deluse – riposte nel Pci, o in uno scatto generazionale, il ’68, oppure nei successi della stagione referendaria -. Non a caso, senza fare nomi, ci sono tanti uomini importanti di centrodestra che hanno un passato nella sinistra: convinti che “tanto il sistema non si cambia”, ci si sono cinicamente seduti sopra.                                                                                                                                           Lei cita Voltaire: «Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete e fatene delle nuove». Vale pure per la Costituzione?
No, anzi. La terapia molte volte si trova nella Carta. Si tratta di “bruciare” la disapplicazione delle regole. Perché ci sono delle soluzioni mai sperimentate e dunque tradite. Pensiamo al principio dell’ineleggibilità che – anche se non in maniera esplicita – regola il conflitto di interesse. Quanto a Voltaire, sono sempre stato in debito con quella linea di pensiero di fine ’700 che sostiene si possa creare una società di liberi e di eguali cambiando le regole. Inoltre, reputo che la politica non sia una professione e che vada riscoperta. è la lezione della Grecia antica in cui la democrazia passava anche per la rotazione continua delle cariche e con un tetto alla loro durata. Infine penso che da 30 anni siamo invischiati in una discussione irrilevante. Che ruota intorno al potere da attribuire a ciascuna delle due Camere. Mentre è molto più determinante riequilibrare il sistema con elementi di democrazia diretta. Che consentano, per esempio, a chi condivide qualcuna di queste mie proposte di farle diventare legge attraverso un referendum propositivo, che non abbiamo. Vanno poi aggredite le oligarchie politiche, introducendo una vera democrazia interna ai partiti ed eliminando i poteri esterni.
I poteri esterni sono le lobby?
No, mi riferisco al ruolo istituzionale che è indebitamente attribuito ai partiti, diventati ormai i signori delle candidature elettorali. Oggi chi vuole candidarsi – ma questo accadeva pure prima della sciagurata legge elettorale – può solo diventare fedele di un esponente di partito che abbia voce in capitolo.

**

Decalogo anti caste

1) Disarmare le lobby; 2) Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati; 3) Dare voce alle minoranze; 4) Annullare i privilegi della nascita; 5) Rifondare l’università sul merito; 6) Garantire l’equità dei concorsi; 7) Neutralizzare i conflitti d’interesse; 8) Favorire il ricambio della classe dirigente; 9) Impedire il governo degli inetti; 10) Promuovere il controllo democratico

. left 40/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

La laicità non è una bestemmia

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Settembre 2009

A Roma solo anticlericale.net e Uaar celebrano la restituzione della Capitale agli italiani e la fine del potere temporale dei papi. Tra veti e polemiche. E con le istituzioni che fanno a gara per dimostrare al Vaticano di aver ripudiato il significato del 20 settembre 1870 di Federico Tulli

«Ci dovrebbero pagare perché celebriamo il 20 settembre. E invece è una festa nazionale cancellata. Oramai a febbraio, a “Palazzo”, si festeggia il Concordato…». L’indignazione di Maurizio Turco, deputato Radicale del Pd, è palpabile. L’associazione anticlericale.net, di cui è presidente, non ha ottenuto dalla questura di Roma il permesso per la “Marcia anticlericale”, organizzata sabato 19 per celebrare i 139 anni dalla liberazione di Roma e contestuale fine del potere temporale dei papi. «Le motivazioni – spiega Turco a left – sono nel decreto Maroni sull’ordine pubblico. Varato in tutta fretta, dopo la famosa preghiera collettiva islamica di fronte al Duomo di Milano, per preservare le chiese da eventuali rischi… Ma sanno bene che il rischio della marcia è zero, per questo fino all’ultimo speriamo in un ripensamento. Ciò non toglie che viviamo in uno Stato strano che ignora il principio di laicità posto alla radice della nostra Costituzione». E lo fa in maniera manifesta, con le concessioni al Vaticano che “controlla” ogni norma che dovrebbe tutelare il libero arbitrio, di fatto stroncandolo (fecondazione assistita e testamento biologico, per dire), oppure calpestando l’articolo 8 della Carta che sancisce pari dignità per qualsiasi credo. E in modo più latente, quando politici, media e opinione pubblica non rifiutano i diktat che giungono da oltretevere per sopprimere qualsiasi sussulto di sessualità umana. Ci sono voluti 20 anni per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, mentre quella “del giorno dopo” viene ancora negata dai farmacisti “obiettori” i quali, mentendo, la definiscono un farmaco abortivo. Per non dire poi dell’inerzia di fronte all’ultimo attacco di papa Ratzinger contro qualsivoglia anticoncezionale sulla scia del suo predecessore. E i milioni di morti per Aids? Neppure questi risvegliano la “pancia” degli italiani. Tornando agli intrecci politici Stato-Vaticano, non c’è nemmeno il pudore di celarli con il 20 settembre alle porte. Ecco il passaggio di un’intervista al Corriere di lunedì 14 del ministro Gelmini: «Sugli insegnanti di religione sono assolutamente d’accordo con il Vaticano – dice il ministro della Repubblica -. A loro vanno garantite le stesse condizioni degli altri insegnanti, e credo che l’ora di religione debba avere pari dignità rispetto alle altre materie». «L’uscita della Gelmini non ha né capo né coda», osserva Turco. «È chiaro che a destra, lei come la Carfagna e Berlusconi, sono in una fase delicata della loro vita politica. Ma non possono utilizzare la propria eventuale fede andando al mercato delle anime per vendere una cosa che appartiene a tutti: la libertà di scelta, quindi anche, semmai, di credo religioso. Dopo di che con Prodi, il ministro Fioroni ha ripetuto più volte lo stesso concetto. è una classica intervista conformista nel conformismo del regime italiano. Io – conclude Turco – continuo a indignarmi del fatto che questo Paese anziché festeggiare la sua liberazione faccia finta che non ci sia mai stata. Oggi la laicità è una bestemmia e sarà così finché non arriverà una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a obbligare l’Italia al rispetto della libertà di pensiero». Sempre sabato 19, a Roma, anche la Uaar ha in programma un meeting per celebrare la Breccia di Porta Pia, “Liberi di non credere” (info: ww.uaar.it). Chiediamo al segretario Raffaele Carcano perché degli atei festeggiano il 20 settembre 1870. «Per noi è la “vera” festa dell’Unità d’Italia. Quel giorno non venne meno solo una religione di Stato ma fu abbattuto un regime teocratico. Molti ritennero a portata di mano la realizzazione di una società, in cui una libera Chiesa costituisse solo una parte, non privilegiata, di un libero Stato. Un progetto poi bloccato dal ventennio fascista, dal cinquantennio democristiano e da un quindicennio di confessionalismo bipartisan. Emblematico in questo senso Berlusconi che invita i giovani del Pdl a leggere Risorgimento da riscrivere, in cui Angela Pellicciari, collaboratrice di Radio Maria, sostiene che il Risorgimento è stato una guerra massonica condotta contro la Chiesa cattolica. Bisognerebbe ricordare in ogni occasione che l’Unità d’Italia fu conseguita contro la Chiesa che per più di mille anni si è opposta all’unificazione. Penso che un presidente del Consiglio che si mette contro la tradizione risorgimentale sia veramente senza precedenti nella storia». left 37/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Il miraggio della laicità

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Luglio 2009

AP09071502737A colloquio con il professor Michele Ainis, autore di Vita e morte della Costituzione. Una storia italiana di Federico Tulli

Alla riapertura dell’anno scolastico 12mila studenti russi si ritroveranno con un’ora in più di lezione da seguire, l’ora di religione. Non accadeva dall’era dell’ultimo zar, Nicola II. Il piano, annunciato nei giorni scorsi dal premier Dmitri Medvedev, è stato avviato nel 2006 da Vladimir Putin in accordo con il patriarca Alexei II. L’iter si concluderà nel 2012 quando la legge sarà applicata in tutto il territorio nazionale. Deviando in parte dall’obiettivo putiniano, Medvedev ha previsto la possibilità per chi non professa il culto ortodosso di orientarsi su insegnamenti religiosi alternativi o di storia delle religioni, oppure ancora di educazione civica. In tutto questo rientra anche l’assunzione di oltre 40mila insegnanti che per volere di Medvedev dovranno essere laici. Per chiudere il cerchio con la Storia, Putin li voleva tutti monaci. Lo spunto di cronaca ha spinto left a rivolgere alcune domande a Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’università Roma 3 e autore di diversi saggi tra cui Vita e morte di una costituzione. Una storia italiana (Laterza). A settembre poi uscirà per Chiarelettere La cura, «un decalogo di proposte per rivitalizzare la democrazia italiana che – dice Ainis – faranno saltare sulla sedia un po’ di gente». Tante sono infatti le analogie del caso “Russia” con la questione dell’insegnamento della religione dominante nelle scuole italiane. Da un lato il tentativo putiniano di spianare la strada alla rentrée in grande stile dei preti ortodossi somiglia troppo alle pratiche cui i nostri politici ci hanno abituato per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa romana. Dall’altro, per sommi capi, la normativa russa è simile alla nostra. Almeno sulla carta. Il principio di laicità dello Stato imporrebbe infatti pari dignità per tutti gli insegnamenti. Nei fatti, questo, in Italia, non accade. Basti pensare che con le nostre tasse paghiamo lo stipendio a 70mila insegnanti di religione scelti dal Vaticano, mentre di quelli di altre confessioni non v’è traccia. E che l’educazione civica è oramai una “materia” in stato vegetativo permanente.
Prof. Ainis, è la Russia che si “avvicina” all’Italia o l’Italia è ancora troppo simile a quella dei Patti lateranensi del ‘29?
Intanto a Mosca non hanno il Vaticano e già questo ci rende diversi da qualsiasi altro Paese. Una presenza che ha condizionato la nostra storia e condiziona la nostra cultura, determinando un’annosa questione cattolica che è stata “romana” fino al 1929. Poi è diventata vaticana.
Una storia irrisolta anche con il varo della Costituzione nel 1948?
Pur non pronunciando mai la “paroletta magica”, la nostra Costituzione è laica. Come riconosciuto in diverse sentenze dell’Alta corte quello di laicità è un principio supremo del nostro ordinamento. Ma la Carta del ‘48 contiene degli ossimori, delle contraddizioni, e tutto questo deriva da un empasse politico, ma anche storico e culturale, che si è riflesso nei lavori dell’Assemblea costituente. In Vita e morte di una Costituzione cercavo di superare queste contraddizioni facendo valere la forza dei principi fondamentali rispetto alle eccezioni. Parole risultate incomprensibili per i politici attuali.
Da dove nasce questa “italica” difficoltà a lasciarsi andare alla laicità dello Stato? 00269363

Non si può ignorare il tentativo di Togliatti di integrare le masse comuniste con quelle cattoliche votando l’articolo 7 della Carta per non aprire un fronte religioso che a suo giudizio in quel momento l’Italia non poteva sostenere, avendo altri fronti aperti. E poi, facendo un salto di 30 anni, c’è da considerare il ruolo di Berlinguer e del “suo” Pci.
Ci spieghi meglio…
Spesso chi critica Berlinguer pensa subito ai danni del compromesso storico con la Dc di Moro. Ma già alcuni anni prima il Pci aveva avuto un atteggiamento decisamente poco laico in occasione del referendum sul divorzio. Un’occasione persa dal “partito di massa”, che fu però cavalcata dai socialisti e dai radicali, dai partiti più schiettamente laici. Più capaci cioè di contrastare la politica del Vaticano.
Perché questa freddezza di Berlinguer verso il divorzio?
Perché aveva la stessa paura che era stata di Togliatti nel 46-47 di “divorziare” dalle masse cattoliche cavalcando temi sgraditi, e quindi ostacolando un ipotetico insediamento popolare di massa del Pci. Un iperrealismo politico che finiva per rendere il partito una caricatura di se stesso e che, se si pensa all’invadenza vaticana nei programmi scolastici, con il senno di poi, ha rallentato l’ammodernamento del Paese.
La realtà socio-culturale italiana mandava altri segnali…
Senza dubbio. L’esito del referendum dimostrò che i cittadini erano assai più avanti di quanto fossero percepiti dalla sinistra. Della quale erano certamente più laici.
Dieci anni dopo Craxi rimodulò il Concordato. Alla luce di quanto detto, fu un  passo verso la laicità dello Stato?
Direi di no. Quel Concordato ha sì eliminato alcune norme incostituzionali, ma ne ha create altre che hanno aumentato il potere del Vaticano. A cominciare dall’8 per mille. La mossa di Craxi fu dettata dal cinismo e anche da scarso coraggio. Anche senza scomodare la parola utopia, le battaglie si possono perdere. Se però sono delle battaglie per dei valori alti, come libertà e appunto laicità, non si perdono mai del tutto. Invece Craxi, che era stato il primo socialista a diventare premier, aveva bisogno di legittimarsi con il potere millenario che aduggia l’Italia. Ed ecco che l’eccesso di realismo si trasforma in un bel mucchio di assegni in bianco per la Chiesa.
Di recente Veltroni ha lodato il Berlinguer del compromesso storico. Anche lui alle prese con la real politik, cosa succederebbe in Italia se i leader del centro sinistra vi rinunciassero?
Quelli attuali non lo faranno mai. La scommessa sarebbe se un partito come il Pd facesse scelte chiaramente laiche, alla Zapatero. Allora vedremmo se le nostre analisi sono errate o se aveva ragione Togliatti. Oggi il suo “grande realismo” ancora vivacchia sotto forma di piccolo e meschino calcolo del giorno dopo.  Left 30/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Serve una nuova identità medica

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Legge 40 e pacchetto sicurezza. La politica mette in crisi la figura del “dottore” cui siamo abituati. L’analisi di Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Federico Tulli

È stato Federico II di Hoenstaufen, re di Sicilia e di Germania, a gettare nel XIII secolo le fondamenta per il riconoscimento della professionalità medica e dell’importanza dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Legittimando l’esercizio della medicina solo da parte dei “dottori” (termine coniato in quell’epoca) e promulgando editti con lo scopo di proteggere i malati dai “ciarlatani”. Ottocento anni dopo, sempre in Italia e sempre in seguito a interventi legislativi, la solidità di quella alleanza rischia di incrinarsi nonostante l’ombrello della Costituzione in materia di tutela della salute. A farne le spese entrambi gli attori del rapporto terapeutico, almeno stando alla sentenza con cui la Consulta ha bocciato per parziale incostituzionalità due articoli della legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Con questa norma, infatti, secondo l’Alta corte, il legislatore ordinario ha inteso in maniera illegittima sostituirsi al medico, mettendo a rischio la salute delle donne che ricorrono alla fecondazione artificiale. Legge 40 a parte, è indubbio che in questi 800 anni la figura del “dottore” abbia vissuto notevoli momenti di crisi. «Ma è altrettanto indubbio – osserva Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – che il ruolo del medico nella società e il suo rapporto con i pazienti sia progressivamente evoluto».
Quali sono i fattori più significativi di questo processo di cambiamento?
Anzitutto è il paziente a essere completamente diverso rispetto a poche decine di anni fa. Oggi guarda alla tutela della salute come un fatto personale, si informa, vuole decidere e far valere le proprie volontà, infine guarda alla tutela della salute anche e soprattutto come diritto civile. E questa è una grande conquista.
Perché?
Perché non si pensa più alla cura come una sorta di bontà o elargizione da parte di un’istituzione, quanto come a qualcosa facente parte della propria dignità di cittadino, di persona.
E questo incide sul rapporto terapeutico?Chirurgia Dentale5
Certamente. Cambiando le esigenze del paziente si modifica anche la relazione di cura. Ma a essere cambiato specie negli ultimi 20-30 anni è anche il “contenuto” del rapporto. Con il progresso medico-scientifico i processi di riabilitazione socio-sanitari avvengono in un contenuto di competenze e conoscenze molto più ampio. E questo può sembrare un paradosso ma apre sempre più spesso profili di incertezza. Che a loro volta possono dar luogo a conflitti di carattere etico o bioetico. Coinvolgendo insieme a medico e paziente un terzo attore rappresentato dalla politica.
Ci spieghi meglio…
Per “etico” intendo, ad esempio, l’equa distribuzione delle risorse, delle tecnologie, delle strumentazioni mediche, dei presidi e così via. Per quanto riguarda il discorso “bioetico”, basta pensare ai dibattiti relativi a inizio o fine vita su cui magistratura, cittadini, professionisti dell’informazione, politici si esercitano quotidianamente. Ecco, questa è una piccola parte del contesto di grandi cambiamenti che coinvolgono la figura del medico. Tutta una serie di nuove frontiere della professione, che richiedono una nuova identità, più strutturata, altrimenti si corre il rischio da parte del “dottore” di subire certi provvedimenti. Che quindi diventano strumento del suo anonimato. È questo il passaggio difficile. Che non è di ora, ma di sempre. Ogni fase storica avrà questi elementi di crisi delle vecchie identità e questa difficoltà a riscoprire la nuova identità.
Se guardiamo alle “storture” rilevate dalla Consulta sulla legge 40, o al pacchetto sicurezza che chiedeva ai medici di denunciare i clandestini, possiamo ancora parlare di evoluzione del ruolo del medico nella società?
Il rapporto tra la politica e la professione è complesso e vanno distinti alcuni piani su cui si svolge. Una prima riflessione deve riguardare la gestione della sanità, che sembra diventata un mero strumento di controllo sociale e del consenso. Laddove, invece – e questa è una mia opinione personale – di politica con la P maiuscola, quella capace di grandi mediazioni e di scelte che valorizzino le professionalità, la sanità ha bisogno come l’assetato di acqua. Perché è in questo settore che si riproduce in maniera esponenziale la differenza tra quello che le persone si aspettano e quello che invece è possibile loro dare.
C’è poi il piano del rapporto medici-politica che riguarda i contenuti della professione…
Sì, ed è quello che chiama particolarmente in causa le questioni bioetiche. Non da ieri, la nostra proposta è che il diritto deve essere un diritto mite. La legge non deve invadere la sfera delle responsabilità delle relazioni di cura che attengono al medico e al suo paziente. A mio giudizio, ma che non è solo mio, l’ordinamento dovrebbe limitarsi a definire le cornici fondamentali di una questione. E lasciare poi a un rapporto terapeutico, caratterizzato da un’etica forte fondata cioè su responsabilità, informazione e rispetto dei valori, tutte le scelte più difficili. In questo senso ci sono importanti sentenze della Consulta, compresa quella sulla legge 40, che dice con molta chiarezza che la legge non può intervenire definendo atti e procedure che sono di competenza del medico. La politica spesso dimentica che ogni relazione e ogni atto di cura è un atto a sé unico, irripetibile. Sta qui la grande forza civile etica dell’alleanza terapeutica.
Quale dovrebbe essere la funzione della bioetica?
Il dibattito bioetico si sostanzia su valori forti e indisponibili, per questo non mi sorprendono e non mi allarmano più di tanto le diversificazioni su alcune questioni molto delicate. Qualche volta sono spaventato dalla intolleranza che spesso si verifica nel confronto di alcune soluzioni. Questa è una mia idea assolutamente personale che esula dall’esercizio delle mie funzioni: qualche volta sono preoccupato perché diventa sempre più difficile trovare quelle cornici giuridiche e civili all’interno delle quali il dibattito bioetico trovi il suo equilibrio. La bioetica divide perché non può essere che così, ma mi preoccupa lo stallo del dibattito proprio quando deve essere tradotto in giurisdizione positiva. Quella in cui la comunità si riconosce o riconosce il peso della propria posizione. Perché ci sono questioni che una società può affrontare in tutta la sua complessità solo se ne condivide quanto meno i principi generali di rispetto e tolleranza dei reciproci valori.
E qui ritorniamo alla Costituzione…
Esatto. Dal punto di vista civile la nostra comunità una sua scelta l’ha fatta ed è la nostra Carta. Che è una Carta viva, e che certamente ancora oggi ha bisogno di essere vissuta e interpretata, però è il punto di equilibrio nel quale riconoscersi per convivere. left 19/2009

Pubblicato su Politiche sanitarie | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Una norma fuori legge

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

FECONDAZIONE ARTIFICIALE«Potremo tornare a seguire la buona pratica medica». Queste poche ma significative parole di Claudia Livi, ginecologa e presidente del Cecos (Centro studi e conservazione ovociti e sperma umani) sintetizzano il quadro delle più immediate conseguenze della sentenza 151/2009 con cui la Corte costituzionale ha messo la parola fine alla querelle interpretativa che si è aperta all’indomani della comunicazione del dispositivo che ha stabilito la parziale incostituzionalità della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. La presidente del Cecos è intervenuta a Roma al convegno “La cura della sterilità e le tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il futuro dopo la sentenza della Corte costituzionale e le modifiche alla legge 40”, organizzato alla sala Mappamondo della Camera da Amica cicogna, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, Madre provetta e un bambino.it (appena costituitesi in Federazione nazionale dei pazienti infertili) e dall’Associazione Luca Coscioni. Un incontro pensato per fare il punto della situazione dal punto di vista medico in seguito alla bocciatura degli articoli 6 e 14 della legge 40, laddove impongono il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. Ma che è anche servito a inquadrare la “sentenza 151” in un contesto più ampio, che coinvolge tutti i cittadini e non solo quelli che decidono di ricorrere alla fecondazione assistita: quello relativo alla battaglia in difesa dello Stato di diritto da leggi deologiche e strumentali al controllo delle nostre scelte personali operato dalle istituzioni politiche. «Una battaglia che comprende altre due storiche sentenze della Consulta», ha ricordato il giurista Stefano Rodotà. Quella del 2007 che ha riconosciuto a Eluana Englaro il diritto a veder riconosciuta la propria volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico, e la sentenza 438/2008 sul consenso informato. «Questo secondo dispositivo – ha aggiunto Rodotà – costituisce un punto di sintesi tra il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione, due diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta, e violati da norme come la 40 e quella sul cosiddetto testamento biologico approvata al Senato e in attesa di valutazione alla Camera». Quanto alla sentenza 151/09 (pubblicata mercoledì scorso in Gazzetta e che quindi mette immediatamente in condizione i medici di valutare caso per caso il numero di embrioni da impiantare e l’eventuale crioconservazione di quelli sovrannumerari), Rodotà ha sottolineato, da un lato, che con essa «la guerra contro la distruzione sistematica dello Stato di diritto non è ancora completamente vinta», e dall’altro che «è stato riaperto il discorso sullo statuto giuridico dell’embrione». Pensiamo di non interpretar male le parole del giurista se diciamo che in pratica la Consulta ha demolito l’impostazione ideologica di derivazione cattolica della legge 40 secondo cui l’embrione sarebbe “persona”, e non, come peraltro sostiene tutta la comunità scientifica mondiale, un conglomerato di cellule indistinte. Il perché la battaglia non è completamente vinta lo spiega a left l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Non esiste un diritto a un figlio a ogni costo, ma esiste un diritto alla salute ed è questo che è stato leso dalla 40, secondo la Consulta. Ma rimangono in piedi alcuni passaggi che noi riteniamo incostituzionali riassumibili in tre punti: il divieto dell’eterologa, il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le persone fertili ma affette da malattie genetiche e la questione dell’utilizzo per fini scientifici degli embrioni non utili per una gravidanza». Su questi tre punti ci sono dei procedimenti in corso e altri già depositati in diversi tribunali italiani. Per comprendere se il definitivo affossamento di una delle più inique e illiberali norme prodotte dalle destre nella storia d’Italia debba passare ancora per la Corte costituzionale – e non per un (a questo punto) auspicabile dibattito prima pubblico e poi parlamentare – non resta che attendere che la giustizia faccia il suo corso. left 19/2009

Pubblicato su Politiche sanitarie | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

La legge è del più forte

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Maggio 2009

080526hm-ansaIl Concordato è ancora oggi un vero affare per le gerarchie ecclesiastiche. In barba ai principi costituzionali di eguaglianza e laicità. La dettagliata denuncia dell’esperto di diritto e editorialista della Stampa Michele Ainis di Federico Tulli

L’ultima chicca è del ministro Gelmini. Al meeting dei 7.000 insegnanti di religione cattolica promosso a Roma dalla Conferenza episcopale italiana, ha ricordato che «l’insegnamento della religione deve avere la stessa dignità delle altre materie», e che anzi «l’ora di religione ha una valenza educativa maggiore di altre discipline». Parlando di “religione” in senso generale e trattandosi del ministro di uno Stato laico si potrebbe essere portati a pensare che, per il principio di uguaglianza che pervade la nostra Costituzione, lungo la penisola esistano almeno 7.000 insegnanti di religione valdese, e altrettanti buddisti o di religione islamica. Ma sappiamo bene che non è così. A 70 anni dai Patti lateranensi la religione cattolica in Italia è ancora religione di Stato. Ed esercita il proprio potere ovunque possibile, proprio a cominciare dai luoghi di educazione scolastica. «Siamo ben lontani da Paesi di cultura simile alla nostra», osserva Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’università Roma Tre ed editorialista de La stampa. «A partire dalla Spagna, dove di recente c’è stata un’ulteriore frizione tra Zapatero e la curia (con interventi anche della Santa sede) quando il primo ministro ha deciso di sostituire l’ora di religione con un’ora di educazione civica. Pure la Gelmini aveva promesso più spazio all’educazione civica, un annuncio rimasto lettera morta». Il tema delle intromissioni vaticane nel quotidiano degli italiani è approfondito da Ainis nel suo ultimo saggio Chiesa padrona. Un falso giuridico dai Patti lateranensi a oggi (Garzanti). «Non è vero – scrive – che queste ingerenze siano protette dalla libertà di parola o dalla libertà di religione; non è vero che il Concordato sia protetto dalla Costituzione».
Dov’è l’inghippo, professore?
Per prima cosa nell’articolo 7 della Carta. Inserito per  regolare i rapporti tra Stato e Santa sede sulla base dei Patti, sta lì a dire che qualunque ridimensionamento del ruolo pubblico della Chiesa aprirebbe una ferita nella stessa legalità costituzionale. Sottolineo però che non pretendo di essere depositario di verità, e che laicamente metto sul tappeto questa possibile interpretazione che corrisponde alle intenzione storica dei legislatori. Un’interpretazione che, quando anche fosse fondata, non sarebbe l’unico caso di prassi di violazione dei principi costituzionali.
Ci spieghi meglio…
In Vita e morte della Costituzione (Garzanti, ndr) ho contato 15 casi in cui la Carta dice una cosa e nella realtà ne accade

Il professor Michele Ainis

Il professor Michele Ainis

un’altra. Basti pensare alla legge sindacale. È un cattivo costume che ci accompagna da sempre nella storia nazionale. Anche lo Statuto albertino durante il fascismo non fu abrogato ma rimase in vigore rinsecchito. Diverse libertà previste, da quelle di parola a quelle politiche, di fatto non erano più concesse. Insomma in Italia non si è mai preso troppo sul serio il diritto, compreso quello della Costituzione. E questo vale, secondo me, anche nel caso di quello che regola i rapporti con la religione vaticana.
La quale prende e porta a casa. Almeno a leggere il lungo elenco di leggi e leggine riportate nel suo libro, che suonano come altrettanti privilegi per lo più di tipo economico di cui la Chiesa ormai gode a piene mani…
Esattamente. Un esempio per tutti è la legge D’Alema del 2000 sul finanziamento delle scuole cattoliche. Quando la Costituzione è improntata al principio di uguaglianza sostanziale che piega il diritto al soccorso dei più deboli, e questo principio nei fatti è deluso o apertamente violato ,quel che succede è che il più forte a livello sociale poi predomina sul più debole. Declinando tutto ciò rispetto alla questione religiosa significa che la leva del diritto dovrebbe essere utilizzata per i culti minoritari. O per tutelare la sfera dei cittadini che non hanno alcuna fede, assai poco rappresentati in un Paese che espone i simboli religiosi nei luoghi pubblici, che sostanzialmente obbliga allo studio della religione cattolica e che usa il protocollo cattolico quando c’è un funerale di Stato. Il quale Stato, infine, finanzia solo una delle confessioni religiose, che poi è quella che ne avrebbe meno bisogno. Quello dell’8 per mille è un sistema aberrante, perché se io nutro il più grasso lui diventerà obeso e gli altri moriranno di fame.
Il pensiero religioso, in Italia, da fenomeno culturale si sta tramutando in fenomeno politico?
Le spiego cosa secondo me è accaduto. Lasciando perdere il credito personale di cui gode Berlusconi, tutti i sondaggi dicono che c’è un potere politico debole, con il Parlamento che gode di scarsa fiducia degli italiani. Lo stesso accade nei confronti della Chiesa come istituzione. Dall’ultimo studio Eurispes emerge una società italiana sempre più secolarizzata. La fiducia verso le gerarchie vaticane è calata di 11 punti nel 2008 come nel 2007: in due anni è passata dal 60 al 38 per cento. A fronte della débacle di consensi i due poterideboli si sorreggono a vicenda. E allora abbiamo i partiti che fanno le liste elettorali bloccate e la Santa sede che mette il veto sul testamento biologico riuscendo a imporlo in Parlamento.
Quali sono gli aspetti incostituzionali del  Concordato?
Dell’8 per mille si è detto. Facendo confluire un’abnorme mole di denaro praticamente verso un unico forziere è una evidente violazione del principio di uguaglianza tra le confessioni religiose. Un’altra questione che grida vendetta sono gli effetti civili delle sentenze di nullità matrimoniale. Perché lì significa che io mi rivolgo alla Sacra rota, che undici volte su dieci annulla il matrimonio – tanto ci trova una ragione -. A quel punto, siccome è un annullamento che travolge tutto il passato,  come se quel matrimonio non fosse mai stato celebrato, il coniuge economicamente più debole perde il diritto agli alimenti. Diritto che invece attraverso il divorzio avrebbe. Allora questo mi sembra di una chiara incostituzionalità. Poi ci sono i privilegi per gli insegnanti di religione. Insomma, ce ne sono punti da valutare.
Per ristabilire il principio di uguaglianza quale posto dovrebbe avere la religione nella Carta?
Io penso che sarebbe bastato l’articolo 3 comma 1. Laddove dice che tutti sono eguali senza distinzione, non solo di sesso, razza e partito ma anche per fede religiosa. Il che significa che questa è irrilevante per il diritto. E significa di nuovo che lo Stato e le Chiese sono separati. Tutto il resto aggiunge pasticci da cui nascono bisticci. Aveva ragione Thomas Jefferson
quando diceva che la laicità implica l’esistenza di un muro tra il potere laico e quello religioso. left 17/2009

**Il libro**

m-ainisLa Chiesa cattolica attinge abbondantemente alle risorse pubbliche dello Stato italiano: ogni anno milioni di euro vengono dirottati dal governo  centrale e dagli enti locali, che si sono fatti di recente ancor più solerti. Questo tuttavia non  impedisce al Vaticano pesanti incursioni nella vita pubblica del nostro Paese: è pressoché impossibile che un provvedimento legislativo venga approvato senza il suo benestare. E quando accade, le resistenze della Chiesa cercano di impedirne l’applicazione. È una situazione abnorme, che trova il suo fondamento nel Concordato siglato l’11  febbraio 1929 da Pio IX con Benito Mussolini, «l’uomo della Provvidenza». Quel patto venne accolto dalla Costituzione repubblicana tramite l’articolo 7. Nel 1984 venne rinnovato dall’accordo tra Craxi e Giovanni Paolo II. Il trattamento privilegiato di cui gode il Vaticano non ha più alcun fondamento giuridico, argomenta Michele Ainis: l’articolo 7 era una norma provvisoria, e oggi è un farmaco scaduto. Oltretutto quelle dei vertici della Chiesa si configurano come ingerenze di uno Stato straniero nei nostri affari interni. Infine, in una società sempre più complessa, i privilegi concordatari creano inevitabilmente una disparità di trattamento rispetto a cittadini italiani che seguono altre fedi (e soprattutto a quelli che non si sentono affiliati ad alcuna Chiesa).

Pubblicato su Vaticano | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Legge 40, ci risiamo

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

lapresse_ro181108int_0012Bocciata nei tribunali ordinari, la norma sulla procreazione medicalmente assistita per la seconda volta in tre anni al vaglio della Corte costituzionale di Federico Tulli

A cinque anni dalla sua promulgazione, dopo un tentativo referendario di  abrogazione e decine di cause in tutta Italia promosse da altrettante donne in difesa del proprio diritto alla salute, senza contare la messa all’indice da parte dell’intera comunità medico-scientifica, la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita arriva per la seconda volta sotto la lente della Corte costituzionale. Che ha fissato per il 31 marzo l’udienza per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze. Sotto accusa gli articoli 6 e 14 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. «A partire dall’articolo 1, la legge 40 non rispetta l’articolo 32 della Costituzione, perché viola il diritto alla salute della donna», ci ricorda l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Ci auguriamo – aggiunge – che la Consulta colga l’occasione per rimediare a questi effetti». L’articolo 14 è per la seconda volta al vaglio della Corte. Che già il 9 novembre del 2006 aveva dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Cagliari. Ma poi, a settembre 2007, lo stesso tribunale aveva dato ragione a una donna portatrice di una grave malattia genetica che chiedeva il riconoscimento del diritto alla diagnosi preimpianto negato dalla legge 40. Un divieto, questo, parzialmente corretto dalle linee guida promulgate nel gennaio 2008 dall’allora ministro Livia Turco.

Certo, viviamo giorni in cui il varo della legge sul testamento biologico, così come  è stata elucubrata dal centrodestra, non incute ottimismo. Il ddl Calabrò è stato definito – e non a torto – «testamento ideologico» dalla senatrice radicale del Pd Donatella Poretti. Anche la vice presidente del Senato, Emma Bonino, non ha mancato in questi giorni di ricordare le inquietanti analogie di questa nuova norma con quella sulla Pma. Per il comune impianto antiscientista e illiberale di ispirazione cattolica che caratterizza entrambe. E il pensiero che ci possa essere ancora un ripensamento sulla legge 40 alimenta in queste ore le associazioni di pazienti sterili e infertili e chi questa norma la combatte sin da quando è stata proposta. La Corte costituzionale potrebbe, d’un sol colpo, se guardasse al vero, dichiarare incostituzionali  due  o più articoli della legge 40.
Anche sulla scia dall’ennesima bocciatura subita dalla norma sulla Pma per mano di giudici ordinari nelle scorse settimane: il Tribunale di Milano con due diverse ordinanze del 6 e del 10 marzo ha ampliato quanto affermato dal Tribunale di Firenze e dal Tar del Lazio. I giudici milanesi si sono pronunciati sui ricorsi presentati da due coppie siciliane portatrici di beta-talassemia e drepanocitosi abbinata a beta-talassemia, sostenuti dalle associazioni Hera di Catania, Sos infertilità di Milano e Cittadinanza attiva. In questo caso è stato messo in rilievo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività stabilito dall’articolo 4 della legge 40. E ancora, risultano invasivi e lesivi dell’integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatrici di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico. left 12/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Biotestamento, in Aula va in onda la legge farsa

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

09059ufuansaIl Senato fa marcia indietro ed elimina il vincolo giuridico della dichiarazione anticipata di trattamento. Casson (Pd): «Questa norma è una presa in giro» di Federico Tulli

«Surreale». È la parola più usata al Senato nel corso degli interventi che si sono susseguiti per tutta la mattinata di ieri durante le operazioni di voto agli  emendamenti posti agli articoli del ddl Calabrò sul testamento biologico. Emendamenti tutti bocciati, quelli dell’opposizione, tranne uno dell’Udc: quello che stabilisce che le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) non sono vincolanti per il medico. Surreale, appunto. Mesi di feroci polemiche tra le diverse forze politiche sul varo di una legge «che deve andare a colmare un vuoto normativo» e poi, al dunque, si decide che la volontà espressa da una persona di fronte a un notaio con tanto di testimoni e proprio medico curante al seguito (operazione che, per essere valida quando “serve”, dovrà essere rinnovata ogni tre anni) non costituisce un vincolo giuridico per il medico che si dovesse venire a trovare quella persona come proprio paziente in stato terminale. Per la cronaca, come era  prevedibile, tutti e 9 gli articoli del ddl Calabrò sono stati approvati. Mentre in serata l’intero testo è stato licenziato dal Senato con 150 voti a favore, 123  contrari e 3 astensioni, ed è ora atteso dal vaglio della Camera. Anche l’esito del voto a Montecitorio è scontato. Ma per comprendere quale sarà il clima politico delle prossime settimane vale la pena ricordare che l’emendamento dell’Udc era stato bocciato in Commissione proprio dalla maggioranza. Lo ha sottolineato Felice Casson, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, spiegando che «questa norma, così com’è impostata, è solo una presa in giro per i cittadini, perché si fanno fare delle dichiarazioni che non hanno alcun senso, di cui altre persone possono fare quello che vogliono».

Duro anche il commento della capogruppo dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, la quale ha avvertito la maggioranza che la nuova legge è incostituzionale e che «c’è un limite oltre il quale la finzione non si può reggere, in questa Aula e anche davanti al Paese».  Dal canto suo l’Idv ha annunciato l’intenzione di raccogliere le firme per un referendum abrogativo. Impermeabile alle critiche il relatore del ddl, Raffaele Calabrò: «Credo che il testo non corra rischi di incostituzionalità», ha osservato. Per poi accusare la Finocchiaro di avere «una visione un po’ distorta delle Dat. Vorrebbe – ha detto Calabrò – che fossero vincolanti, senza però rendersi conto che quello che  ho deciso oggi può non corrispondere un domani, perché saranno cambiate la scienza e la medicina». La legge, ha concluso, «prevede invece che il medico potrà dialogare con il fiduciario di chi ha rilasciato le dichiarazioni per cercare di capire, alla luce delle conoscenze scientifiche, cosa si può fare». Sorge spontanea la domanda: ma allora a cosa serve redigere il biotestamento? – Terra, quotidiano del 27 marzo 2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

Testamento biologico, c’era una volta la laicità dello Stato

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Marzo 2009

senatoIl Senato boccia gli emendamenti dell’opposizione sull’esclusione dell’alimentazione forzata. Oggi il voto finale. L’amarezza di Englaro di Federico Tulli

La crociata del centrodestra sul testamento biologico giunge (vittoriosa per i crociati) al termine. Il voto finale al Senato sul ddl Calabrò è fissato per la tarda serata di oggi, con una seduta che andrà avanti a oltranza. Non si prevedono sorprese nell’urna, dove spesso in questi giorni di votazioni serrate i senatori sono stati chiamati al voto segreto. Pertanto, tra poche ore, la norma sul biotestamento salirà di diritto sul podio tutto berlusconiano delle leggi di ispirazione vaticana, dove già brilla la più antiscientifica e illiberale in assoluto: la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Tutto si è deciso nella giornata di ieri con la bocciatura degli emendamenti relativi al punto cardine del ddl, quelli che chiedevano l’esclusione dell’alimentazione forzata del paziente in stato terminale dagli obblighi imposti per legge al medico. Obblighi previsti dall’articolo 3 comma 6 (che considera l’alimentazione forzata un atto assistenziale e non di cura) e che di fatto impediranno a ciascuno di noi di redigere un vero testamento di  ne vita, esercitando il diritto stabilito dall’articolo 32 della Costituzione di disporre liberamente del nostro corpo. Visto l’esito finale, la strategia dell’opposizione di rallentare l’iter di approvazione della legge tramite la presentazione di migliaia di emendamenti si è rivelata inutile. Ed è risultata fallimentare quella di puntare sulla segretezza del voto per cercare di spaccare il centrodestra su un tema illiberale come quello dell’alimentazione forzata. I crociati di Berlusconi hanno infatti serrato diligentemente i ranghi, mentre chi ha confermato l’esistenza di due ben distinte anime nella stessa formazione politica alla fine è stato il Partito democratico. Con il capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, che presentava un emendamento soppressivo del comma 6 e la teodem Emanuela Baio Dossi che le votava contro. Nemmeno l’intervento di Ignazio Marino, medico e senatore Pd di dichiarata fede cattolica, ha fatto breccia nella coscienza dei suoi ferventi colleghi: «Ogni trattamento sanitario può essere rifiutato dalla persona. Queste non sono parole di un pericoloso sovversivo, ma di Aldo Moro. Il Senato oggi tradisce quello spirito e cancella la nostra libertà di scelta rispetto alle terapie mediche». Fatta la legge non resta che sottolineare l’amarezza di Beppino Englaro espressa ai microfoni di un’emittente romana: «Annullare l’idea costituzionale del diritto inviolabile della libertà della persona è inaccettabile. È assurdo confondere la naturalità con l’artificialità o non capire che l’alimentazione forzata, come riconosciuto dal mondo scientifico, è una terapia. Ed è indegno protrarre artificialmente il vivere. Il modo migliore di tutelare la vita umana, è affidare le decisioni al riguardo a chi la vive. La sentenza della Cassazione per la vicenda di Eluana – ha concluso Englaro – va nella direzione dei principi di uno stato laico, nel rispetto del dettato costituzionale. La legge che il Parlamento approverà e soprattutto la reazione dei cittadini ci dimostreranno se siamo davvero in uno Stato laico».  Terra, quotidiano del 26 marzo 2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

La Casta

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Febbraio 2009

09036k7i-ansa1

Il nuovo attacco alla laicità dello Stato avviene nell’indifferenza delle istituzioni. Con i negazionisti lefebvriani la Chiesa di Roma sconfessa il principio di libertà religiosa che ispira il Concordato dell’84 di Federico Tulli

«L’unità dei cattolici è il principale obiettivo del pontificato di Benedetto XVI, la cui considerazione del Concilio Vaticano II è molto diversa da quella di Giovanni Paolo II. I lefebvriani non sono cambiati, è il Vaticano che ha modificato la propria posizione». Queste poche righe si leggono nella storia di copertina del settimanale polacco Tycodnik Powszechny dedicata alla decisione di papa Ratzinger di riaprire le porte della Chiesa, a fine gennaio scorso, ai quattro vescovi lefebvriani (Bernard Fellay, Alfonso de Gallareta, Tissier de Mallerais e Richard Williamson) scomunicati dal suo predecessore nel 1988. In queste settimane la ricomposizione dello scisma, che prese il via nel ’65 dopo il Vaticano II, ha fatto discutere soprattutto per via delle dichiarazioni negazioniste di Williamson, antisemita conclamato, rilasciate non solo fino a pochi giorni prima di essere richiamato sotto l’ala della Chiesa di Roma. Anzi. Williamson, semmai qualcuno avesse avuto dubbi, continua a non mostrare alcun segno di ripensamento, avendo detto di essere in attesa che qualcuno gli dimostri empiricamente che le camere a gas naziste siano servite per sterminare sei milioni di ebrei. Deliri razzisti che insieme all’articolo del Tycodnik Powszechny offrono lo spunto per rivalutare l’effettiva validità del Concordato siglato il 18 febbraio 1984 tra Stato italiano e Città del Vaticano. Un accordo che (almeno secondo quanto si legge nella premessa e nell’articolo 1) rinnova i Patti Lateranensi, voluti da Mussolini nel 1929, proprio per affermare uno dei principi fondanti l’identità della nostra nazione: quello della libertà religiosa, e quindi della laicità dello Stato, sancita dall’articolo 8 della Costituzione del 1948. E un rinnovo con cui si è inteso anche riconoscere «gli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II» del 1962-1965 in tema di riconoscimento delle altre fedi.VATICAN CONSERVATIVES

La domanda dunque è: se, come fa notare il Tycodnik Powszechny, «il Vaticano ha modificato la sua posizione» nei confronti del Concilio che ha ispirato la firma del trattato dell’84, e se questa posizione, aggravata dall’apertura a una corrente negazionista del calibro dei lefebvriani, mal si combina con la laicità che la Corte costituzionale nel 1989 ha definito «uno dei principi supremi dello Stato», che valore ha oggi il Concordato? Una risposta potrebbe giungere dalle osservazioni di un cosiddetto insospettabile: don Vincenzo Marras. Direttore oggi dell’emittente televisiva Telenova, fino a gennaio 2008 Marras ha firmato il mensile cattolico Jesus della società editrice San Paolo, la stessa, tra l’altro, di Famiglia cristiana. Ed è proprio su Jesus che in tre editoriali scritti tra il 2000 e il 2007 parlò di «paura del Concilio» paventando il rischio che tra le gerarchie vaticane ci fosse chi si stava costituendo un alibi per la “ricomposizione” dello scisma con i lefebvriani. «Oggi il mio pensiero non è cambiato rispetto a quanto scritto in quegli editoriali», dice Marras a left. Dunque, andiamo a leggerne alcuni passaggi significativi, anche perché come osserva il deputato radicale del Partito democratico Maurizio Turco (in questo caso anche lui insospettabile), non hanno mai goduto del necessario risalto nemmeno quando Marras era direttore della testata. Eppure potrebbero dimostrare come ci sia un disegno preciso, quasi una premeditazione verrebbe da dire, del Vaticano a rompere il patto di laicità che anima il Concordato con l’Italia.

Scriveva il direttore di Jesus sul numero di agosto 2007 nel commentare la reintroduzione della messa in latino voluta da Benedetto XVI: «Smascherare i tradizionalisti, che si nascondono dietro la bandiera della Messa post tridentina, per rigettare le grandi intuizioni teologiche e pastorali della Chiesa voluta dal Vaticano II. È questa la principale conseguenza del Motu proprio Summorum pontificum, con cui Benedetto XVI dà alla Messa preconciliare la legittimità che aveva perso con la riforma liturgica di Paolo VI, e fa ogni sforzo per giungere a una riconciliazione interna alla Chiesa, ferita dallo scisma del movimento guidato dall’arcivescovo Lefebvre. Alibi smascherato, si direbbe – prosegue il direttore di Jesus, che qui quasi anticipava quanto scrive oggi il settimanale polacco -. Infatti, la reazione di queste minoranze chiassose è inequivocabile: hanno già fatto sapere che continueranno a rifiutare gli insegnamenti del Concilio sull’ecumenismo e la libertà religiosa, sull’ecclesiologia di comunione e l’apertura della Chiesa al mondo contemporaneo. Non se ne sono accorti solo quanti riducono l’intervento del Papa a una sorta di panacea del latino o lo salutano come una rivincita sui guasti provocati dall’abbandono del Messale di Pio V. Alcuni – conclude l’editoriale di Marras – hanno espresso il timore che (al di là di ogni intenzione) il Motu proprio ponga un freno all’applicazione del Concilio. È un rischio reale, che vorremmo esorcizzare. Per parte nostra vogliamo piuttosto rilanciare l’invito (forse troppo sottovalutato) del Papa a raccogliere la sfida di una liturgia viva per una Chiesa viva. Non ferma al calendario del 1962».

lapresse_3324È questo l’ultimo dei tre editoriali del direttore di Jesus sull’argomento Concilio-Lefebvriani. Quattro mesi dopo viene sostituito alla guida del mensile. Ai fini della ricostruzione storica dello scisma vale ora la pena fare un salto indietro di otto anni ed evidenziare alcune frasi del primo dei tre articoli, quello scritto nel novembre del 2000 dal titolo “Paura del concilio”: «Ricordate monsignor Marcel Lefebvre? – scrive Marras -. Era quel pio vescovo, fondatore della Fraternità San Pio X, che non riuscì mai a mandare giù il Vaticano II. E che, dopo una serie di virulenti attacchi ai Papi che avevano ispirato e appoggiato il rinnovamento conciliare, nel 1988 consacrò, senza il consenso di Roma, quattro vescovi. Da qui lo scisma. Il paesino svizzero di Ecône, sede della Fraternità San Pio X, divenne così il laboratorio dell’integrismo cattolico, ispirando più o meno direttamente ogni contestazione al rinnovamento liturgico e teologico, allo spirito di dialogo in campo ecumenico e interreligioso. Lefebvre diceva che l’Anticristo aveva preso possesso dei Sacri palazzi: “Mercenari, lupi, ladri, comunisti e massoni si sono introdotti nel governo della Chiesa…”. Se i toni non sono più quelli violenti e aggressivi di allora, le censure e le critiche di oggi alla Chiesa di Roma e al Papa sono le stesse. Di nuovo pare esserci (“e questo ci inquieta davvero”, osservava il direttore di Jesus) un riavvicinamento tra la comunità scismatica dei lefebvriani e alcuni settori della Chiesa cattolica». Già, inquietante, anche perché, ricordiamo, era il novembre del 2000, ma sembra storia di oggi.lapresse_img_5128_copia
Accenniamo ora solo brevemente al secondo editoriale di Marras, “Una Chiesa in cerca di incontri”, scritto nel 2005 in occasione di “40 anni del Vaticano II”, laddove dice: «Il Concilio chiede sempre di essere rilanciato». Una semplice frase che ci riporta al quesito iniziale: nel momento in cui il Vaticano II non viene più «rilanciato» e anzi viene contraddetto ha ancora senso mantenere in vita il Concordato? E ancora, poiché la ricomposizione dello scisma con gli antisemiti di Lefebvre operata da Benedetto XVI non suona proprio come una mano tesa a uno Stato laico nato in seguito alla vittoria contro il nazifascismo, non è forse il caso di metter mano all’articolo 7 della Costituzione che regola i rapporti tra Italia e Vaticano sulla base di quel trattato? Lapidaria la risposta di Gennaro Acquaviva consigliere politico di Bettino Craxi, il presidente del Consiglio che siglò il Concordato dell’84, considerato da molti ispiratore di quel patto: «Ci sono molte incongruenze soprattutto a proposito del rapporto del Vaticano con Israele. Però non ce ne sono dal punto di vista dei rapporti formali con l’Italia. La decisione di Benedetto XVI non riguarda il Concordato se non in carattere generale. Il trattato è uno strumento di pacificazione e collaborazione. E in via teorica può essere rivisto se c’è un fatto anche estraneo che lo rimette in discussione, ma l’idea di farlo per colpa della ricomposizione dello scisma è piuttosto stiracchiata. Questa – conclude Acquaviva – è la mia opinione, ma è anche l’opinione generale. Poi questo è un mondo di matti e ci sarà sicuramente qualcuno che la pensa in maniera diversa».

Dal canto suo Maurizio Turco ribadisce: «Io segnalo semplicemente che le acquisizioni del Concilio sono state alla base della religione concordataria dell’84. Nel momento in cui la Chiesa fa rientrare il lefebvriani senza chiedere nulla in cambio, tanto meno il superamento delle ragione per cui se ne andarono via, dovrebbe essere automatica la denuncia da parte dell’Italia per inadempienza del trattato internazionale». Il deputato radicale spiega poi che questa potrebbe essere l’occasione per superare l’incongruenza costituzionale rappresentata dalla coesistenza degli articoli 7 e 8. Il primo regola i rapporti tra Stato e Chiesa, e il secondo fissa il principio di libertà religiosa. Ma se in 60 anni di Costituzione nessuno, tranne i radicali con un loro disegno di legge, si è mai assunto l’onere di rivedere l’articolo 7 in chiave di libertà religiosa, appare utopistico che proprio in questo momento storico il governo italiano compia tale passo. «La nostra proposta di revisione giace ignorata in Parlamento – conclude Turco -. Forse perché sostiene che il punto di partenza della democrazia è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, testo che mal si combina con l’apertura del Vaticano a dei negazionisti». Left 8/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »