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Tartufo: progetto del Cnr per svelare il mistero dell’origine

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Aprile 2007

tartufoCome nasce e si forma un tartufo è tuttora un intrigante mistero. Che il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) proverà a svelare, sulla spinta del crescente interesse di ambientalisti, biologi e del mercato. Come racconta al Velino la direttrice del Centro di studio sulla micologia del terreno presso il Cnr, Paola Bonfante: “Tramite il progetto di sequenziamento del genoma del tartufo nero francese del Perigord, dal titolo “Genome sequencing of the black truffle Tuber melanosporum”, ci aspettiamo di identificare i determinanti molecolari che corrispondono a situazioni ambientali, come siccità, piogge e temperatura. E anche di comprendere quali siano i meccanismi che controllano i fenomeni di base della vita del tubero”. Lo studio, che si incardina in un ampio progetto europeo ed è finanziato per gran parte della Francia, è stato presentato oggi al Dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Torino ed è frutto della collaborazione tra il Cnr e l’Ateneo torinese e la Compagnia di San Paolo Regione Piemonte. È un chiaro esempio di indagine innovativa che, partendo dalla ricerca di base di qualità, va incontro a richieste del territorio e al crescente interesse per i genomi dei funghi micorrizici da parte di ecologi, ambientalisti, biologi e genetisti (per l’utilizzo come biofertilizzatori) e del mercato, dove il tartufo rappresenta un vero cult-food. Il progetto di sequenziamento consentirà sicuramente di ottenere strumenti operativi al fine di valorizzare il capitale tartufo, salvaguardarlo, conservarlo e favorirne le condizioni di produzione.

“Una conoscenza della diffusione del tartufo sul territorio grosso modo già esiste”, spiega Bonfante. “Grazie all’analisi del Dna presente in un terreno possiamo dire con certezza se esistono le condizioni che possono determinare la formazione del tubero e anche di che tipo questo sarà. Inoltre abbiamo scoperto che nel mondo è molto più diffuso di quanto si pensi e ci si aspettasse”. È ampiamente presente in Europa, in America e soprattutto in Asia, dove prospera il famigerato tuber indicum. Un fungo molto apprezzato dalle criminalità organizzata internazionale perché con poche gocce di un additivo derivato dal petrolio, il bismetiltiometano, è possibile trasformarlo, ma solo nel profumo, da tubero insapore dal valore di pochi euro, in un simil tartufo bianco di quelli che si vendono anche a tremila euro al chilo. Un traffico in continua espansione che colpisce direttamente gli amanti di questo alimento cult non solo nel portafoglio, ma anche allo stomaco. Già perché il bismetiltiometano preso in piccole dosi, quelle iniettate nel tartufo taroccato per ricopiare il gusto di agliaccio tipico del pregiato bianco tuber magnatum, lascia in bocca uno sgradevole sapore di aglio e rallenta, di molto, la digestione di chi ha avuto la sventura di assaggiarlo.

“Gli strumenti per frenare questo dilagare di operazioni illegali esistono già”, osserva la Direttrice del Cnr. “La possibilità di ricostruire la provenienza dei tartufi è già disponibile”. Negli ultimi 15 anni, infatti, la biologia molecolare ha dato nuovo impulso agli studi sui tuber e le attuali tecnologie, basate sullo studio del loro Dna, hanno fornito soluzioni a problemi più facili da un punto di vista sperimentale, come la loro corretta identificazione, la distribuzione geografica o la variabilità, ma, sottolinea Bonfante, non hanno risposto alla domanda cruciale: “Come si formano i tartufi?”. Al riguardo va detto che il sequenziamento del genoma è possibile solo sul nero tuber melanosporum. “È l’unico in grado al momento di fornire gli elementi molecolari al tipo di tecnologia che viene utilizzata per l’esperimento – rivela Bonfante – ma ci permetterà di capire a fondo questi complessi eventi di morfogenesi e allo stesso tempo di attuare strategie per conservare e valorizzare i siti di produzione naturale del tartufo”. Infine, conclude la ricercatrice del Cnr, “la mole di dati di gnomica comparata che fornirà il progetto faranno da trampolino di lancio per gli esperimenti sul bianco magnatum, con tutto ciò che di positivo può derivare a livello ambientale, scientifico e commerciale”. (il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tagliatelle al petrolio

Pubblicato da Federico Tulli su 17 Novembre 2006

Mai mangiato un tartufo taroccato? Probabilmente sì. Ma accorgersene è sempre più difficile. A meno che non sappiate riconoscere l’aroma dell’oro nero di Federico Tulli

Chi di noi, almeno una volta, non ha speso pochi euro per acquistare su bancarelle improvvisate una maglia o una borsa dalla griffe inconfondibile ma palesemente falsa? Un fiorente commercio che spesso avviene davanti a vetrine che esibiscono prodotti simili ma col marchio originale. In questo caso, il gusto di aver risparmiato centinaia di euro aumenta in maniera esponenziale. Ma non sempre chi compra un falso lo sa. È il caso degli alimenti falsificati, quello che più inganna e che lascia l’amaro in bocca, oltre le tasche vuote. Protagonista di una nuova e famigerata truffa alimentare è il bismetiltiometano, un gas derivato del petrolio che, se la si pensa dalla parte dei “taroccatori” di professione, ha un pregio: usato in dosi adeguatamente diluite libera un aroma quasi del tutto simile a quello del tartufo. Insomma, il gas viene usato per far credere al consumatore di gustare un prodotto a base del pregiatissimo tubero italiano. E si tratta di un’operazione non perseguibile in termini di legge perché a mettere al riparo i truffatori è la dizione “aroma naturale”. Così, attraverso questa “formula magica”, l’utilizzo del bismetiltiometano negli alimenti diventa lecito. Il petrolio, si sa, esiste in natura, e allora salse, olii, creme “tartufate”, possono riempire interi scaffali di supermercati, a prezzi non bassi ma sicuramente più convenienti dei trenta euro a grammo che mediamente bisogna pagare per grattare un vero tartufo sul carpaccio o sulle tagliatelle. Se qualcuno, però, dopo aver mangiato una pasta all’olio tartufato accusa problemi di digestione, sappia che la causa è quasi sempre da imputarsi al miracoloso gas aromatico. «Quello che le persone, perlopiù, non sanno è che con pochi grammi di tartufo è possibile insaporire e profumare il pranzo di una decina di persone», osserva con amarezza il presidente dell’Associazone tartufai senesi, Gianfranco Berni. «Ma ciò che è peggio – prosegue – è che l’assuefazione al forte sapore del tartufato porta a non riconoscere più il pregio dei veri tartufi nostrani, che hanno un gusto delicato e rilasciano un profumo sicuramente non aggressivo».
È proprio questo cortocircuito del palato ad aver favorito negli ultimi anni l’uso fuori legge del bismetiltiometano, sempre più abbinato al commercio illegale di tartufi provenienti dalla Cina. «Sappiamo di carichi di tuberi meno saporiti di una patata, che entrano in Italia illegalmente al costo di 28, 30 euro al chilo, per poi essere venduti, dopo l’aggiunta di bismetiltiometano, come tartufi senesi o marchigiani a dieci volte di più», chiosa Berni. Alcuni stimano che questo commercio corrisponda ormai a più del 60 per cento del mercato italiano, un dato che rende praticamente matematico mangiare tartufi d’importazione cinese e poi “addizionati” nei ristoranti, dove il cliente non può certamente fare le stesse valutazioni di quando acquista un tubero direttamente dalle mani del tartufaio. «Il vero problema – rivela Berni – è l’assenza dell’obbligo di tracciabilità del tartufo italiano. Una battaglia che la nostra associazione conduce senza successo da diversi anni anche per via di forti resistenze da parte delle categorie più potenti». Già, perché pur essendo un alimento di gran pregio, nonché tipico di zone circoscritte, ancora manca una legge che imponga di informare del percorso compiuto dal fungo prima di arrivare sul banco del commerciante o nella cucina del ristorante. «Eppure – conclude con una punta di malizia il presidente dell’Associazone tartufai senesi – vogliono fare sempre i pignoli sulla provenienza di fagioli, patate e cipolle. Possibile che del tartufo non importi nulla a nessuno?».
Left 45/2006

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Contrabbando, UE: Philip Morris deve 275 mln di euro all’Italia

Pubblicato da Federico Tulli su 12 Ottobre 2006

Individuata come responsabile di contrabbando di sigarette, la Philip Morris, il colosso mondiale del tabacco, per evitare sanzioni più serie anche dal punto di vista penale, pagherà all’Unione Europea, in base a una transazione fatta nel 2004, la somma di un miliardo 250 milioni di dollari, pari a circa 2.500 miliardi delle vecchie lire. Questi denari andranno divisi tra la UE e dieci paesi che hanno subito danni in seguito alla complicità della Philip Morris con il contrabbando. All’Italia spetteranno 275 milioni di euro che dovranno essere versati in 12 anni con rate di 23 milioni.

La vicenda si trascina sin dai primi mesi del 2004. Philip Morris International, per porre fine alle battaglie legali che la vedevano protagonista in molti paesi dell’Unione con l’accusa di aver contrabbandato bionde, propose un concordato. A luglio dello stesso anno la Commissione annunciò la chiusura delle controversie aperte nei confronti della Philip Morris “per collusione nel contrabbando di sigarette” attraverso un accordo che prevedeva, si legge nel comunicato Ue IP/04/882, oltre al pagamento di un miliardo 250 milioni di dollari “l’impegno a rafforzare le proprie procedure di controllo e a limitare i suoi volumi di vendita, affinché restino in linea con la domanda del mercato”. L’accusa avanzata da Bruxelles era infatti che la multinazionale fornisse troppe sigarette ai paesi con una bassa tassazione sul tabacco incoraggiandoli di fatto al contrabbando verso gli stati con tassazione più alta. Questa tesi è sempre stata respinta dalla Philip Morris che comunque alla fine ha accettato le richieste della Commissione. Inoltre, si legge ancora nel comunicato Ue, al fine di garantire la maggiore collaborazione possibile con le autorità nazionali e comunitarie “Philip Morris deve indicare su determinati imballaggi informazioni sul mercato previsto per la vendita al dettaglio, deve apporre sulle stecche di sigarette etichette con codici a barre leggibili tramite lettore ottico, infine dare attuazione ad altre procedure utili per tracciare e localizzare i suoi prodotti”. Dopo la firma la UE e la Philip Morris precisarono che quel miliardo e 250 milioni di dollari non era una multa, ma un pagamento volontario per “dimenticare l’ostilità del passato e cooperare”. E’ dunque, a più di due anni dall’accordo che Bruxelles ha annunciato le percentuali di spartizione tra la UE e i dieci governi danneggiati dal contrabbando e la contraffazione di sigarette: oltre all’Italia, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna, che si divideranno circa 105 milioni di dollari l’anno in base al danno erariale subito. Dando un occhiata alla tabella delle percentuali di risarcimento, si scopre che l’Italia fu la più vessata dall’attività di Philip Morris visto che riceverà il 28,63 per cento della somma complessiva, cioè circa 29 milioni di dollari (22 milioni di euro) ogni anno fino al 2015. Poco più di quanto spetta alla Germania, che otterrà il 24,6 per cento, vale a dire un risarcimento annuo di circa 26 milioni di dollari.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, FIT: “Non decidiamo noi il prezzo delle sigarette”

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Settembre 2006

In relazione alla recenti dichiarazioni rilasciate al VELINO dal vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, in merito alla pubblicità ed ai prezzi del tabacco, il presidente della Federazione Italiana Tabaccai, Giovanni Risso, replica: “È fondamentale chiarire che i prezzi dei pacchetti di sigarette sono determinati, secondo quanto dettato dalle disposizioni di legge in materia, con decreto del Direttore Generale dell’AAMS su richiesta dei vari produttori e sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Inoltre il prezzo minimo di vendita, che è rapportato al costo per il pubblico della sigaretta più venduta, è stato pensato dal legislatore per una precisa ragione di tutela della salute pubblica, in quanto considerato dissuasivo dall’acquisto dei tabacchi, soprattutto nei confronti dei più giovani. Pertanto, come è facile evincere, la FIT non ha alcuna voce in capitolo per determinare tale prezzo e nulla fa in tal senso. È anzi riscontrabile che la nostra associazione nulla ha a che vedere con ingerenze in poteri che non le competono, visto che ormai da anni è impegnata a contrastare i ripetuti incrementi di prezzo delle sigarette attraverso iniziative che rientrano rigorosamente nell’alveo della sua attività istituzionale di tutela della categoria che rappresenta. Ciò in virtù del fatto che è provato, da quanto già successo in Francia e in Gran Bretagna, che l’aumento del costo delle sigarette determini una diminuzione delle vendite solamente attraverso i canali autorizzati, facendo di contro esplodere il mercato illegale del contrabbando”. Riguardo a ciò, prosegue il presidente Risso, “coincidenza vuole che anche in Italia la recente recrudescenza del fenomeno del contrabbando si sia manifestata nel momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo, con la conseguenza della diminuzione delle entrate dal canale di vendita legale, attraverso il quale, non va dimenticato, confluiscono nelle casse dello Stato circa i tre quarti del prezzo di un pacchetto di sigarette. Inoltre, cosa assai grave, dai canali illegali vengono acquistate sigarette prodotte senza alcun minimo rispetto delle norme igienico-sanitarie che sono imposte ai produttori autorizzati: tabacchi che non sono conformi ai contenuti massimi di sostanze nocive – catrame, nicotina e monossido di carbonio – che sono imposti al canale distributivo legale e che l’AAMS sottopone a rigide direttive e controlla periodicamente. Le prove delle azioni della FIT in tal senso e l’evidenza della sua posizione sono nei resoconti dei recenti incontri fra i suoi vertici ed autorevoli rappresentanti del Governo nonché facilmente riscontrabili sulle rassegne stampa degli ultimi mesi, nelle quali è chiara e netta la contrarietà della FIT all’aumento dei prezzi per i motivi fin qui espressi”. Infine, conclude Risso, nel rigettare qualsiasi tipo di accusa, “va precisato che la FIT non possiede, né ha mai posseduto, azioni della Logista”.

A sua volta, il vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, nella sua intervista del 19 settembre scorso aveva dichiarato al VELINO: “La presenza sui giornali di tutte queste foto a marchi di sigarette, come Fortuna, Camel, Marlboro, stampati sulle tute o sulle moto dei corridori motociclistici, quando a noi lo Stato proibisce di regalare ai clienti un accendino per ogni stecca di sigarette perché invoglia a fumare, la dice lunga sul potere dei soggetti privati che gestiscono il mercato del tabacco in Italia”. Oggetto dell’accusa del vicepresidente di Assotabaccai Lamberto Lasagni sono i grandi produttori di sigarette e Logista, la società spagnola che gestisce da monopolista privato la distribuzione dei lavorati al tabacco in virtù dei contratti stipulati con le aziende produttrici (Philip Morris, British American Tobacco, RJ Reynolds, Japan Tobacco, etc) che operano in Italia. Quello della pubblicità indiretta alle marche da fumo attraverso i media, di cui si trova continuamente traccia sui giornali non è, racconta Lasagni al VELINO, “l’unico esempio di strapotere delle multinazionali: un discorso analogo va fatto sul costo dei pacchetti di sigarette. Può sembrare un paradosso, ma se fosse troppo alto i produttori e quindi Logista, guadagnerebbero di meno perché venderebbero di meno. E allora, visto che il costo del pacchetto in Italia è tra i più bassi del mondo, in pratica si può dire che, fatto salvo il prezzo minimo a 3,20 euro, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato non decide nulla che non sia di gradimento di Logista. E questo accade col benestare dei produttori, ma anche dell’altra associazione, la Federazione italiana tabaccai, visto che è azionista per il cinque per cento proprio della società spagnola”. Dunque, ricapitolando, il mercato italiano del tabacco è composto da BAT e PM, che vendono oltre il 90 per cento dei circa 93 miliardi di sigarette fumate in Italia, da poche altre aziende che si dividono il restante dieci per cento, da un unico distributore che gestisce tutti i depositi fiscali, e da due associazioni che rappresentano i tabaccai, di cui una è azionista del monopolista privato che rifornisce le 55 mila rivendite di sigarette. Alla luce di questo, considerando lo smisurato potere economico dei soggetti in campo – aziende che fatturano decine di miliardi di euro l’anno – si spiega come mai trovi enormi difficoltà nel raggiungere gli obiettivi sperati ogni campagna pubblica di disincentivo al fumo. Come quella che si tradusse nel 2004 nella decisione del governo di fissare i prezzi minimi sui pacchetti di sigarette. Una conferma di insuccesso che arriva anche dalle parole di Lasagni.

“Ovviamente – precisa il vice presidente di Assotabaccai al VELINO – noi pensiamo che ognuno debba essere libero di fumare ma, a parte quel sei per cento che ha smesso per via della legge Sirchia, non abbiamo notato particolari rinunce dei fumatori di fronte all’imposizione di un prezzo del pacchetto che parte da 3,20 euro”. Una mossa, questa del governo che, favorendo il consumo di sigarette di qualità, oramai poco più costose di quelle scadenti, da una parte ha fatto scattare una procedura dell’Unione europea contro l’Italia per aver infranto la direttiva che regola la concorrenza, dall’altra risulta inefficace anche di fronte agli studi pubblicati tra il 1999 e il 2006 da Banca mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità. Ognuna di queste analisi è giunta alla conclusione che i fumatori diminuiscono in proporzione di un forte aumento del prezzo del pacchetto, e che a permettere il successo dell’operazione è l’inasprimento delle accise e non l’imposizione di prezzi minimi seppur alti. “È una tesi – conclude Lasagni – che in parte condivido. Sono dell’idea che chi fuma pagherebbe anche dieci euro, ma certo non si disincentiva il fumo fissando prezzi che portano il costo delle marche minori ad un solo euro di differenza da quello delle più famose”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Contrabbando, multinazionali del tabacco a rischio sentenza-mazzata

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Settembre 2006

Alcuni tra i maggiori produttori di tabacco del mondo, accusati dalla Commissione europea di aver gestito un enorme traffico illegale di sigarette dagli Stati Uniti verso l’Europa, rischiano l’avvio di un’azione giudiziaria da parte dell’Unione europea davanti ai tribunali americani che potrebbe rivelarsi devastante sia sul piano penale per i massimi responsabili delle società coinvolte (Philip Morris International, Inc., R.J., R.J. Reynolds Tobacco Holdings, Inc., RJR Acquisition Corp., R.J. Reynolds Tobacco Company, R.J. Reynolds Tobacco International Inc. e Japan Tobacco Inc.) sia sul piano civile in termini di risarcimento danni. Martedì 12 settembre alle 9,30 la Corte di giustizia europea del Lussemburgo emetterà il suo verdetto sul ricorso presentato dalle multinazionali contro la sentenza del Tribunale di primo grado, che ha dichiarato irricevibili le loro proteste contro la decisione della Commissione.

La sentenza della Corte riguarderà anche l’interpretazione dell’art. 230 CE nonché della giurisprudenza della Corte e gli effetti giuridici della decisione della Commissione di avviare un’azione giurisdizionale civile dinanzi a un giudice di un paese terzo. Questi i fatti, secondo quanto riportato dal bollettino della Curia europea nel sito www.curia.europa.eu: “Il 19 luglio 2000, nell’ambito della lotta contro il contrabbando di sigarette destinate alla Comunità, la Commissione approvò la proposizione di un’azione civile negli Stati Uniti diretta contro alcune imprese americane produttrici di tabacco. Essa decise d’informarne gli stati membri ed autorizzò il proprio presidente, nonché uno dei suoi membri, a dare istruzioni al servizio giuridico per l’adozione dei necessari provvedimenti. Il 3 novembre 2000 la Commissione, a nome della Comunità europea e degli stati membri, che legittimamente rappresentava, ha proposto, secondo le forme di legge, un’azione dinanzi alla United States District Court, Eastern District of New York”.

Secondo la Commissione, “le imprese produttrici di tabacco erano coinvolte in un sistema di contrabbando per l’introduzione e la distribuzione di sigarette nella Comunità” e per questo “ha richiesto il risarcimento del danno derivante dalla perdita dei dazi doganali e dell’IVA”. La District Court ha respinto tale azione. Il 25 luglio 2001 la Commissione ha approvato “la proposizione di una nuova azione civile negli Stati Uniti da parte della Comunità e di almeno uno stato membro contro gli stessi produttori di sigarette. Essa ha nuovamente autorizzato il proprio presidente ed un suo membro ad impartire al servizio giuridico le istruzioni per adottare i necessari provvedimenti. Di conseguenza, la Commissione, a nome della Comunità e degli stati membri che era autorizzata a rappresentare, e dieci stati membri hanno proposto altre due azioni dinanzi alla District Court, una nell’agosto 2001 ed una nel gennaio 2002. Ancora una volta tali azioni sono state respinte. Alla fine del 2000 e nel 2001, le imprese produttrici di tabacco hanno presentato ricorsi dinanzi al Tribunale di primo grado, chiedendo l’annullamento della decisione della Commissione di approvare la proposizione di un’azione contro di loro negli Stati Uniti. La Commissione, sostenuta dal Parlamento e da nove Stati membri, ha affermato che la decisione di proporre un’azione non era un atto impugnabile ai sensi del quarto comma dell’art. 230 CE. Il Tribunale di primo grado ha condiviso tale orientamento ed ha dichiarato il ricorso irricevibile con sentenza 15 gennaio 2003, al che le imprese produttrici di tabacco hanno fatto valere cinque motivi di impugnazione: errata interpretazione dell’art. 230 CE, per il fatto che le decisioni impugnate e la proposizione di azioni civili negli Stati Uniti non siano state considerate idonee a produrre effetti giuridici; violazione del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva; errata applicazione ed interpretazione della giurisprudenza per quanto riguarda l’impugnabilità di un provvedimento manifestamente illegittimo e violazione dell’art. 292 CE”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, sigarette contraffatte sul mercato italiano

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Agosto 2006

È una sorta di contrabbando fai da te l’ultima trovata dei trafficanti di sigarette illegali. Coinvolge intere famiglie, spesso dell’est europeo, le quali, dopo aver comprato alcune centinaia di stecche di sigarette in supermercati di paesi al di fuori di Eurolandia, le introducono in Italia attraverso il valico di Tarvisio nascoste nelle loro auto. Un fenomeno di portata minore rispetto al commercio illegale su larga scala di tabacchi lavorati esteri che si riscontra in alcuni porti dell’Adriatico, ma più dannoso per la salute di chi acquista queste sigarette di provenienza spesso incerta. “È per via del carico ridotto – racconta al VELINO il Colonnello Gianluigi Miglioli, Comandante Provinciale della Guardia di finanza di Udine -, al fine di spuntare il massimo del profitto con il minimo rischio, queste organizzazioni puntano al commercio di sigarette di qualità minore, se non scadente, come quelle contraffatte provenienti dalla Cina”. E questo non fa che aumentare il potenziale nocivo, già molto elevato nelle bionde di qualità, per la salute di chi le acquista.

“Le sigarette – precisa il Colonnello Miglioli – vengono acquistate in Ucraina o in Polonia ad un prezzo che si aggira intorno all’euro e mezzo e sono rivendute a circa il doppio e comunque, ovviamente, ad un prezzo inferiore rispetto a quello vigente al pubblico in Italia. I trafficanti lucrano sulla differenza notevole di prezzo con l’Italia dove le imposte pesano per il 75 per cento sul prezzo finale”. Dopo l’adesione dell’Austria al trattato di Schengen e l’apertura delle frontiere, il valico di Tarvisio non ha più la dogana e questo ha spinto alcune persone a pensare che potesse essere più semplice passare, soprattutto attraverso l’Austria, con carichi di tabacchi lavorati esteri acquistati regolarmente in supermercati extra Ue, nascosti in intercapedini create ad arte nella scocca delle auto. “Questo ci riporta al passato – racconta il Colonnello Miglioli al VELINO – erano infatti diversi anni che non capitava di fare inseguimenti o smontare auto anche di piccola cilindrata in cui sono state nascoste decine di chilogrammi di sigarette”. A Tarvisio opera una squadra speciale composta da alcuni finanzieri motivati ed affiatati, la cosiddetta squadra cacciavite, che monitora i passaggi di auto dal confine, ferma i sospetti e procede alla ricerca di merce illegale. “Oramai, grazie all’esperienza – racconta il Colonnello Miglioli – andiamo a colpo sicuro e la nostra costante presenza sul territorio sta riducendo il numero di passaggi illegali”. L’ultima operazione è dei giorni scorsi, quando le Fiamme gialle della Compagnia di Tarvisio (Udine), in tre distinte operazioni condotte a cavallo del confine con l’Austria, hanno sequestrato 709 stecche di sigarette e arrestato due cittadini polacchi e uno di nazionalità ceca che viaggiavano a bordo di autovetture sulle quali erano stati ricavati doppi fondi per contenere la merce di contrabbando. Le sigarette, dirette al mercato nazionale centro-meridionale, erano nascoste nelle imbottiture dei sedili, nelle intercapedini degli sportelli e nel vano inferiore del portabagagli. I contrabbandieri rischiano dai 2 a 5 anni di reclusione. Dall’inizio dell’anno, le Fiamme gialle che fanno capo al Comando di Udine hanno sequestrato 5.881 stecche di sigarette, denunciato 14 persone e arrestato 21 contrabbandieri. Un successo che si reputa contribuisca a tenere lontano dal confine friulano i grossi quantitativi di merce di contrabbando e le organizzazioni internazionali più agguerrite.

Sul tema le multinazionali produttrici delle sigarette più note tacciono e contano che le operazioni di sequestro delle sigarette contraffatte condotte dalla Guardia di finanza passino sotto silenzio. Il loro timore è che il grande pubblico venga a sapere che ci sono in giro partite di sigarette taroccate nocive. In particolare le multinazionali, ma questo non lo riconosceranno mai, temono che salti in aria, per la paura dei consumatori, tutto il mercato del contrabbando, che è parte cospicua delle loro vendite. Non lo riconosceranno soprattutto dopo i solenni impegni assunti dalla Philip Morris con lo stato italiano per collaborare a mettere un argine vero alle vendite di sigarette su mercati alternativi rispetto a quello sottoposto a tassazione. Ma l’attività delle multinazionali è in realtà incontrollabile dal momento che esse non hanno alcun interesse di sapere in mano a chi finiscono gli enormi quantitativi di bionde che vendono direttamente dalle loro sedi estere. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Contrabbando, Gdf: “Italia crocevia delle bionde contraffatte, ”

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Agosto 2006

“L’Italia non è più un mercato di consumo importante di sigarette di contrabbando, ma è divenuta un paese di transito verso l’Europa centro settentrionale”. Sono le parole con cui il colonnello Fabrizio Cuneo, comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, descrive al VELINO la nuova realtà del traffico illegale di bionde, ormai parzialmente imperniato anche sulla contraffazione delle sigarette con i rischi per la salute che si possono immaginare e che aggravano la già devastante pericolosità del tabacco di qualità. Racconta Cuneo:“La prima vera svolta si è avuta in seguito al successo dell’operazione Primavera in Puglia nel 2000”. Fino ad allora le coste pugliesi erano palcoscenico quotidiano di sbarchi di carichi clandestini di prodotti da fumo, ma anche di armi e droga, provenienti dal Montenegro e dall’Albania. Grazie all’attività combinata dei baschi verdi della Finanza e di personale delle altre Forze di Polizia venne stroncato il traffico. A rendere ancora più significativo il successo delle forze dell’ordine fu la scoperta che l’attività illegale – come denunciò il 6 marzo 2001 la Commissione parlamentare antimafia nella “Relazione sul fenomeno criminale del contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia e in Europa” – “era organizzata e gestita dagli stessi produttori”, i quali, operando anche legalmente, “sono in rapporti economici e di affari con gli Stati”, a cominciare da “Philip Morris e Reynolds che da sole detengono una fetta consistente del mercato”.

“Dal 2001 e fino al 2004 – prosegue il comandante provinciale della Guardia di Finanza – si è andato delineando un importante cambiamento: sono diminuiti progressivamente i sequestri di carichi illegali destinati al mercato interno, e sono aumentati quelli di passaggio verso altri paesi dell’Unione Europea, soprattutto del nord”. Sono anni in cui il porto di Ancona diviene uno dei maggiori crocevia del contrabbando di sigarette ed è il periodo in cui le organizzazioni criminali iniziano a trovare maggiore convenienza nel vendere i loro carichi nei paesi in cui il prezzo del singolo pacchetto nel mercato regolare è più alto di quello italiano, “come e soprattutto – precisa il colonnello Cuneo – nel Regno Unito”. E proprio il nord Europa è ancora la destinazione finale di quasi tutta la merce sequestrata dalla Finanza di Ancona, come testimonia l’ultima operazione che ha portato il 20 agosto al blocco di un carico proveniente dalla Grecia e destinato al mercato francese. “I nostri uomini – dice il comandante della Guardia di finanza del capoluogo marchigiano – hanno individuato un camion sospetto in mezzo ai 500 che quotidianamente passano per la dogana, il cui rimorchio conteneva oltre 2600 chilogrammi di sigarette illegali, nascosti da merce di copertura accompagnata da regolare bolla”. È questa, spiega il colonnello al VELINO, “un’operazione tipo nell’ambito dello scenario in cui agisce dal 2004 l’organizzazione illegale di commercio di bionde, con l’Italia come paese di transito”. Un’altra recente novità nelle strategie dei contrabbandieri è, come si è accennato, la diversificazione degli approvvigionamenti: non più solo sigarette originali, ma anche contraffatte. La contraffazione è stata una delle risposte delle associazioni criminali all’accordo raggiunto nel 2004 tra l’Unione europea e la Philip Morris International, con cui il maggiore produttore di tabacco al mondo, accusato da Bruxelles, come si legge nel sito della UE, “di aver avuto un ruolo determinante nella direzione, gestione e controllo delle operazioni di contrabbando all’interno della Comunità europea”, mediante “direttive societarie impartite dai massimi livelli dell’azienda”, si impegnava a collaborare con le autorità nella lotta “al contrabbando e alla contraffazione di sigarette”. In cambio la Pmi ottenne la “composizione di tutte le controversie passate relative al contrabbando di sigarette, cioè tutte le azioni legali che la opponevano alla Comunità europea e agli Stati membri”.

Proprio il fatto che l’intesa prevedesse l’obbligo per il produttore di stampare su ogni pacchetto un codice a barre, dando così la possibilità di risalire agli acquirenti delle sigarette illegali sequestrate, ha convinto i contrabbandieri a comprare la merce non solo presso i produttori ufficiali ma anche dai clandestini, operativi soprattutto nell’Asia orientale. A quel punto, commenta il colonnello Cuneo, “visti anche i numerosi sequestri subiti nei porti della costa adriatica, le organizzazioni contrabbandiere hanno affiancato alla diversificazione delle rotte dei traffici illeciti e agli acquisti di merce presso i produttori ufficiali, approvvigionamenti di sigarette contraffatte, realizzate in formati identici alle originali ma di minore qualità”. Un cambio di strategia avvenuto in pochissimo tempo che testimonia le qualità organizzative dei gruppi criminali e la dice lunga sulle difficoltà che di volta in volta deve affrontare chi si adopera per contrastare i traffici clandestini di sigarette. E un cambio che sa anche di beffa poiché, conclude il comandante provinciale della Guardia di finanza di Ancona, “il prezzo di vendita al mercato nero rimane lo stesso pur in presenza dei minori costi di acquisizione del tabacco e questo garantisce alla criminalità organizzata maggiori profitti”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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