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La guerra degli ortaggi

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Settembre 2008

Mentre fare la spesa costa sempre di più, Coldiretti diserta il tavolo di discussione con le altre associazioni dell’agroalimentare e lancia i farmer’s market. Lo slogan è: “Dal produttore al consumatore senza intermediari”. La risposta di Fedagri-Confcooperative: «Demagogia. Interveniamo sulle inefficienze della filiera» di Federico Tulli

Mesi e mesi di continui aumenti dei costi energetici e delle materie prime agricole (specie mangimi e fertilizzanti), stallo dei consumi alimentari, concorrenza internazionale sempre più agguerrita, contraffazione sistematica del made in Italy per un giro d’affari mondiale di circa 50 miliardi di euro. Il 2008 non ha certo lesinato duri colpi allo sviluppo del sistema agroalimentare italiano. E il futuro non sembra riservare positive sorprese. Eppure tra le associazioni dei consumatori è guerra aperta: da una parte Coldiretti, che diserta il tavolo di trattative con le altre organizzazioni del settore agroalimentare e lancia l’idea dei farmer’s market, dove i coltivatori vendono direttamente i propri prodotti in città. Dall’altra Fedagri-Confecooperative, scettica sulla reale efficacia di una catena priva di intermediari e punti vendita tradizionali, e fautrice di un Sistema-Italia il più possibile coeso.

Il motivo per cui questo scontro appare tanto interessante lo può verificare ciascuno di noi andando a fare la spesa. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati nell’ultimo anno con percentuali a due cifre. Pasta, latte, pane sono diventati sempre più preziosi. E a parità di budget il nostro carrello è sempre più vuoto. Lo spiega, con la nettezza dei numeri, anche l’Istat. Secondo l’ultima rilevazione ad agosto, la pasta di semola di grano duro ha registrato un rincaro su base annua del 35,2 per cento confermando il suo ruolo di prodotto trainante dell’inflazione (+4,1 per cento su agosto 2007). Insomma, la situazione è tutt’altro che positiva. E l’appuntamento di gennaio 2009, quando l’Ue renderà operative le nuove regole della Politica agricola comune, non fa che rendere ancora più grande la confusione che regna intorno ai campi. Alla luce di questa situazione e con l’obiettivo di fornire un punto di vista unitario, le organizzazioni imprenditoriali, cooperative e sindacali del sistema agroalimentare italiano hanno deciso di rendere permanente il “Tavolo degli undici”. Uno spazio di dialogo e confronto sulle sfide del settore composto dalle tre organizzazioni agricole (Cia, Confagricoltura e Copagri), dalle quattro centrali cooperative dell’agroalimentare (Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agrital-Agci, Ascat-Unci), da Federalimentare-Confindustria nonché dai tre sindacati confederali Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil. Al tavolo non partecipa la sola Coldiretti, l’organizzazione che con oltre un milione e mezzo di agricoltori vanta il maggior numero di iscritti in Italia. Una decisione che evidenzia un’importante frattura all’interno del sistema primario nazionale. Per quale motivo? «Per prima cosa nessuno ci ha invitato – spiega a left il responsabile economico di Coldiretti, Pietro Sandali -. In secondo luogo quel tavolo è nato in occasione delle ultime due riforme comunitarie del settore ortofrutticolo e vitivinicolo che noi non abbiamo condiviso. In particolare non abbiamo condiviso il modo con cui la prima è stata applicata in Italia». Proprio per quanto riguarda il settore dell’ortofrutta Coldiretti ha messo in campo l’iniziativa dei farmer’s market, i mercati cittadini dove a vendere i loro prodotti rigorosamente locali e di stagione sono i coltivatori diretti. Punti vendita che la stessa organizzazione agricola ha ideato e che stanno prendendo piede in tutta Italia. Secondo Coldiretti, acquistando in questi punti vendita «è possibile far risparmiare fino a cinque miliardi nella spesa alimentare degli italiani con il dimezzamento del costo dei trasporti di cibi e bevande». Una cifra importante che si lega a un sistema di accorciamento della filiera che all’estero è già sperimentato negli Usa e in diversi Paesi Ue. Ma che in Italia non convince del tutto. Come osserva il presidente di Fedagri-Confcooperative, Paolo Bruni, «la vendita diretta, se in alcuni casi può effettivamente andare incontro al consumatore, per esempio attraverso i punti di vendita aziendali, su larga scala è un’ipotesi del tutto fallimentare».

Fermo restando che, sul mercato interno, la grande sfida per l’agricoltura italiana consiste nell’accorciare la filiera nella maniera più efficace possibile, avvicinando cioè il primo anello della catena all’ultimo, il produttore al consumatore, è sul come che si scontrano le idee di Fedagri-Confcooperative che fattura oltre 25 dei circa 35 miliardi di euro prodotti dall’agroalimentare, e di Coldiretti, la maggiore organizzazione nazionale di settore. Spiega Bruni: «Slegato da una cooperativa che per missione provvede ad allocare la produzione del singolo socio puntando alla massima remunerazione, il produttore agricolo che si reca al farmer’s market deve sostenere da solo i costi di produzione e di trasporto in città, oltre a gestire l’invenduto. Non solo, deve fare bene attenzione a praticare prezzi più bassi o per lo meno competitivi con i punti di vendita tradizionali, altrimenti non si vede dove sarebbe la convenienza. È facile intuire che queste iniziative possono costituire un elemento di colore, ma nulla levano al reale problema della costante sfida del mercato per il settore agricolo. Anche perché stiamo parlando dell’1-2 per cento della produzione lorda nazionale».

Insomma per quanto conveniente, la vecchia litania “dal produttore al consumatore” funziona fino a un certo punto. Anche acquistando a buon prezzo frutta e verdura dal più vicino farmer’s market è impossibile fare a meno delle rivendite tradizionali o dei soliti grandi supermarket. Dove il nostro portafoglio non può sfuggire alla ghigliottina dell’inflazione. «Consideriamo questi mercati uno strumento per accorciare la filiera, ma non è che pensiamo di risolvere in questo modo i problemi del mondo – racconta Sandali -. Per risolvere veramente il problema dell’inflazione sui generi alimentari bisogna agire sulla gestione dei costi dell’impresa agricola per abbatterli, mantenendo la remuneratività e calmierando i prezzi. Secondo noi poi le filiere vanno completamente riscritte. Ci sono sacche di inefficienza enormi di cui nessuno si occupa». Secondo il presidente di Fedagri «per riuscire a governare il sistema dei prezzi servono dei patti interprofessionali di filiera dove con responsabilità ogni attore, della produzione, della trasformazione, della distribuzione, assume l’impegno di far giungere le derrate nel frigo dei consumatori a un costo accettabile. Che è quel costo in grado di non deprimere in continuazione i consumi e quindi la remuneratività del sistema. Questo – precisa Bruni – è l’obiettivo che il mondo della cooperazione vuole perseguire attraverso le linee di politica agricola condivise con le altre undici sigle. Non ho dubbio alcuno che l’ideale sia una grande coalizione di tutte le forze in campo del mondo agricolo e agroalimentare che tradotto in cifre è di 12 e non 11 soggetti. Detto questo ci si confronta con chi è disponibile e non con chi invece si chiama continuamente fuori da ogni percorso di azione comune ritenendosi il primo della classe».

Left 39/2008

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Export, meno vino negli Usa: Non solo colpa del Brunello

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2008

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.

Secondo Donatella Cinelli Colombini, presidente delle Donne del vino della Toscana e produttrice di Brunello, “l’impennata dell’euro è stata devastante per l’export e gli effetti del cambio sfavorevole hanno colpito tutti i paesi esportatori di Eurolandia, non solo l’Italia”. Problema questo che peraltro non riguarda solo il vino quanto tutto l’agroalimentare. In secondo luogo, spiega al Velino Cinelli Colombini, “va precisato che la questione del Brunello i danni li ha causati, una cosa detta esplicitamente anche dal ministro delle Politiche agricole. Danni non ancora quantificabili, ma indubbiamente il titolo dell’inchiesta dell’Espresso, ‘Velenitaly’, ha gettato un’ombra su tutta la produzione italiana. Soprattutto per come è passata la notizia – osserva la presidente delle Donne del vino -. Il problema non è stato cosa è successo. Una trasgressione sul disciplinare non è certo un problema di salute alimentare, ma visto che sotto alla parola ‘Velenitaly’ c’era il nome del Brunello c’è anche chi ha pensato che in questo vino ci potesse essere qualcosa di velenoso”. Detto questo, conclude Cinelli Colombini, occorre ribadire che “la flessione dell’export vitivinicolo verso il principale mercato internazionale dipende sia dal cambio sfavorevole sia dalla crisi economica che in questi mesi ha colpito le tasche dei consumatori statunitensi”.

Scende ancora più nel dettaglio il direttore generale di Carpenè Malvolti, Antonio Motteran. “In base alla mia esperienza diretta – spiega il direttore dell’azienda leader nella produzione e nell’export di Prosecco Doc – non ho percepito che tutto il vino italiano a seguito di questo fatto che riguarda specificamente il Brunello abbia avuto contraccolpi negativi. Semmai – spiega al VELINO Motteran – ho rilevato da parte di alcuni operatori americani riflessioni relative al solo settore dei vini rossi di alta qualità. Alcuni di loro si chiedono infatti se il mancato rispetto del disciplinare di produzione riguardi davvero solo il Brunello”. Una riflessione che si ripercuote immancabilmente in una flessione degli ordini che sta colpendo un settore molto delicato, di alto valore aggiunto e di immagine. Ribadisce dunque Motteran: “Per quanto riguarda il sistema vino che esportiamo negli Usa, questo è toccato essenzialmente dalle difficoltà del dollaro nei confronti della valuta europea e dal calo dei consumi. Un calo che colpisce tutti indistintamente, italiani, francesi e produttori del Nuovo mondo. Globalmente parlando non c’è nessuno che in questo momento si stia avvantaggiando nel rapporto col mercato statunitense”, conclude il dg di Carpenè Malvolti.

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.  (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)

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Ogm causa della moria di api? Polemica tra Coldiretti e Cedab

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007

Botta e risposta tra Coldiretti e Cedab, il Centro documentazione agrobiotecnologie, in merito alle cause che sarebbero all’origine della crescente moria di api nel mondo. Questa mattina l’organizzazione agricola aveva puntato il dito, tra l’altro, contro il pericolo rappresentato dell’estensione delle coltivazioni ogm in Italia in seguito ai nove protocolli d’intesa firmati la scorsa settimana dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e Assobiotec, l’Associazione che rappresenta l’industria agrobiotecnologica del nostro paese. Questa la replica del coordinatore del Cedab, Patrick Trancu: “Ogni volta che emergono problemi con il nostro ecosistema, come nel caso della moria di api, gli ogm sono accusati di essere i responsabili. Il prossimo passo sarà di ritenerli responsabili anche dei cambiamenti climatici?”. Secondo i dati forniti da Coldiretti sono decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. Una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra.

Secondo la Coldiretti, “si tratta di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata – ha sostenuto l’organizzazione agricola – di tutti i principi attivi sospetti al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma è anche necessario, aggiungono alla Coldiretti, “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente.

“È l’ennesima manipolazione della realtà che ha come unico dichiarato fine quello di bloccare l’avvio delle sperimentazioni con piante geneticamente modificate in Italia”, aggiunge a sua volta Trancu. Per quanto riguarda le api, gli ogm non si coltivano né nel Montana, né in Svizzera, né nella Pianura Padana, le zone in cui si sono evidenziati negli ultimi 15 anni netti cali nella popolazione di api. “Questo – chiosa il coordinatore del Cedab – sarebbe sufficiente per dimostrare la fragilità della tesi di Coldiretti”. Le informazioni divulgate oggi dall’associazione agricola provengono dall’autorevole sito www.gmo-safety.eu., aggiunge Trancu: “Coldiretti omette tuttavia di riferire che diversi gruppi di lavoro scientifici negli Usa e in Europa hanno studiato anche l’ipotesi secondo la quale l’introduzione di mais Bt geneticamente modificato potrebbe essere responsabile della decimazione delle api. E, dopo un’attenta analisi dell’evidenza scientifica, i ricercatori hanno tuttavia concluso che gli studi attualmente disponibili non contengono prove certe che indichino che le piante Bt possano essere dannose per le api”. Il calo delle popolazioni di api è un fatto molto serio e preoccupante. La decimazione delle popolazioni (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno che viene studiato in tutto il mondo. Le ricerche più attuali – tra le quali anche una dell’Accademia americana delle scienze – e relative allo stato di salute delle api, indicano che sono diversi i fattori oggetto di studio che sembrano concorrere a questo sterminio. “La demagogia nostrana – ha concluso Trancu – non può tuttavia dare alcun contributo a scoprire le cause e ad identificare le migliori soluzioni per far fronte a questa tragica situazione”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Moria di api, Coldiretti: a rischio salute, colture e ambiente

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007

“Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Lo diceva Albert Einstein e speriamo che per una volta si sia sbagliato. Sono infatti decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. È la Coldiretti a tracciare il quadro di una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi Europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra. Si tratta – sottolinea l’organizzazione agricola – di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l’azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l’erba medica e il trifoglio fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme si possono riprodurre grazie alle api come l’aglio, la carota, i cavoli e la cipolla. L’anomala crescita delle segnalazioni del formarsi in questi giorni di improvvisi sciami di api nelle città per le elevate temperature è la dimostrazione della sensibilità ai cambiamenti climatici che tuttavia da soli non sono sufficienti a spiegare il fenomeno, mentre cresce l’apprensione per gli eventuali effetti di contaminazioni di organismi geneticamente modificati.

Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata di tutti i principi attivi sospetti – sostiene l’organizzazione agricola -, al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma, aggiungono alla Coldiretti, è anche necessario,  “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente. L’allarme lanciato in molte regioni dalla Lombardia al Piemonte, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, dimostra che la strage, definita dagli scienziati statunitensi come “Colony collapse disorder”, ha effetti gravi anche in Italia dove è a rischio una popolazione stimata in circa 50 miliardi di api in oltre un milione di alveari che offrono ‘gratuitamente’ un valore del servizio di impollinazione alle piante agricole lungo tutto lo Stivale stimato pari a 2,5 miliardi di euro all’anno. Pertanto, se non sarà interrotto il trend che ha portato in pochi mesi alla scomparsa solo negli Stati Uniti di un quarto degli alveari con 15 miliardi di api, le conseguenze ambientali sarebbero disastrose. Non c’è altra via che individuarne le cause. Al momento, secondo la Coldiretti, sono diverse le teorie sulle dinamiche da cui deriva il profondo malessere che sta colpendo le api. È stata ad esempio avanzata l’ipotesi di una responsabilità delle onde elettromagnetiche prodotte dai cellulari, che secondo uno studio inglese determinerebbe morie fino al 70 per cento, ma è considerata depistante dagli operatori del settore. Anche gli Ogm sono tra gli indiziati per la strage dei preziosi insetti.

Una recente ricerca di Simon Fraser del Department of biological sciences (British Columbia  University) in Canada pubblicata dalla rivista scientifica Ecological society of America ha evidenziato che nei campi coltivati con colza geneticamente modificata si è verificata una forte riduzione del numero di api presenti e un grave deficit nell’attività di impollinazione rispetto ai campi con colture convenzionali. Tra i principali sospettati ci sono poi i parassiti, come virus o batteri sconosciuti. E i pesticidi, che potrebbero anche agire in combinazione nell’indebolire e uccidere le api, secondo Jeff Pettis che coordina il lavoro di ricerca per l’Usda (il ministero dell’Agricoltura statunitense). Di recente un gruppo di ricercatori americani dell’Edgewood chemical biological center (Ecbc) e dell’università di California a San Francisco ha individuato un virus e un parassita che potrebbero essere i responsabili della morte di intere colonie di api in Europa e nel Nord America. I ricercatori hanno usato una nuova tecnologia chiamata Integrated virus detection system (Ivds) un sistema integrato di rilevazione dei virus, progettato per usi militari con lo scopo di visualizzare rapidamente campioni di agenti patogeni.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Coldiretti: un’indagine minaccia l’elezione di Marini?

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Febbraio 2007

E’ con un certo imbarazzo che negli ambienti politici ed economici e più specificamente in tutto il mondo legato all’agricoltura ci si interroga sulla successione, alla guida della Coldiretti, del dimisssionario Paolo Bedoni, chiamato alla presidenza della Società cattolica di assicurazioni. Si dava per scontato che nell’assemblea convocata per domani a Roma allo scopo di eleggere il nuovo presidente la scelta sarebbe caduta su un imprenditore umbro del settore lattiero-caseario, Sergio Marini. Senonché martedì è esplosa a Perugia una sconcertante vicenda giudiziaria, giudicata compromettente per tutti i principali operatori nel settore della trasformazione del latte. Nel capoluogo umbro il Nucleo antisofisticazione dei carabinieri (Nas) ha denunciato sette imprenditori “per la vendita di sostanze non genuine come genuine” e “per le cariche microbiche superiori ai limiti in stato di alterazione”. Ora la situazione ai vertici della Coldiretti si presenta quanto mai delicata. L’assemblea potrebbe infatti essere costretta ad aggiornare i suoi lavori in attesa di un chiarimento della posizione personale di Marini o a scegliere in poche ore un nuovo candidato. A meno che non prevalgano le pressioni del segretario generale della Coldiretti Franco Pasquali e di altri due grandi elettori di Marini, i presidenti del Lazio, Massimo Gargano, e della Campania, Gennaro Masiello, che sono della tesi di ignorare l’accaduto.

Non è casuale perciò che il capo dell’Ufficio stampa della Coldiretti Masimo Aliprandi abbia negato al VELINO che ci sia qualche problema in relazione all’investitura di Marini aggiungendo che il presidente della Coldiretti umbra non è un imprenditore del settore lattiero caseario ma un “produttore di fiori”. A meno che non si tratti di un’omonimia Sergio Marini risulta invece presidente del Consiglio di amministrazione della Grifo Latte di Perugia. Un peso determinante in sede di Consiglio nazionale, di cui fanno parte tutti i presidenti regionali, lo ha il segretario generale Franco Pasquali, una sorta di eminenza grigia che vanta il merito di assicurare la continuità della leadership della Coldiretti e di avere attraversato indenne ben quattro presidenze. Le indagini del Nas hanno portato alla denuncia di sette titolari di stabilimenti di trasformazione e produzione del latte fresco e caseifici con sede a Perugia Assisi, Scheggia e Todi. Oltre al deferimento di ventuno titolari di insediamenti zootecnici operanti nei comuni di Perugia, Assisi, Cannara, Castiglione del Lago, Deruta, Foligno, Gualdo Tadino, Montefalco, Scheggia, Spello, Todi, Trevi, Valfabbrica, Attigliano, Calvi dell’Umbria, Fabro, Lugnano in Teverina e Narni. L’accusa è di aver smaltito in maniera abusiva carcasse di animali morti. Denunciati anche quattro veterinari per l’omessa vigilanza e la mancata adozione di provvedimenti sanitari.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Origine alimenti, Coldiretti: l’assenza di trasparenza inganna

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2006

“Coldiretti condurrà ogni tipo di azione a favore dell’indicazione dell’origine degli alimenti sulle etichette, forte del fatto che la sua battaglia è largamente condivisa dal sistema delle imprese agroalimentari e dai consumatori italiani”. Sono le parole con cui il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, Rolando Manfredini, annuncia al VELINO nuove iniziative dell’organizzazione agricola italiana volte a sopperire la bocciatura subita dalla Commissione europea della legge 204/2004. Secondo Bruxelles, che avrebbe agito sulla base di un esposto presentato da Federalimentare, l’indicazione in etichetta dell’origine per i prodotti agroalimentari stabilita dalla 204 minaccia la libera circolazione delle merci. Di fronte al pericolo dell’avvio di un procedimento d’infrazione “per il mancato rispetto delle norme comunitarie sulla concorrenza”, espressa dal commissario europeo per la Salute e la tutela del consumatore, Markos Kyprianou, il ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, ha annunciato di non voler dare luogo all’applicazione della legge del 2004 fino ad ora sempre rimandata in attesa del placet di Bruxelles. “Tutta la storia è un micidiale controsenso – commenta Manfredini -, a cominciare dal fatto che sia stata un’organizzazione italiana a spingere per la bocciatura di una legge che tutela la produzione alimentare made in Italy nonostante i sondaggi rivelino che a favore di una trasparente etichettatura si è pronunciato il 70 per cento dei consumatori”. Inoltre, precisa Manfredini, è significativo che la forte resistenza in Italia provenga dalla sola Federalimentare: “Interi settori produttivi non food hanno proposto le loro leggi sull’origine delle materie prime che compongono il prodotto finito. Tessile, manifatturiero, ceramiche, marmi confermano – semmai ce ne fosse bisogno – che la penetrazione nel mercato globale dei prodotti italiani dipende dal livello di identificazione e differenziazione della merce. Ma questa necessità non è compresa da Federalimentare”.

Stando a quanto sostiene Coldiretti, dunque, si corre il rischio che le imprese produttrici di vero made in Italy, quello derivato cioè da materie prime provenienti dal solo territorio nazionale, escano seriamente danneggiate dalla decisione della Commissione. Agli occhi di Bruxelles e di Federalimentare, osserva il responsabile di Coldiretti, “un prodotto alimentare è made in Italy per il solo fatto di essere trasformato in Italia e questo è un indubbio vantaggio per chi acquista all’estero certe materie prime, certo a prezzo nettamente inferiore delle corrispondenti italiane”. E non solo. Tale modo di vedere le cose, oltre a favorire chi inganna i consumatori convinti di mangiare italiano, determina uno strano corto circuito con il principio della competitività, pilastro su cui poggiano le norme che regolano il mercato di Eurolandia. Infatti, racconta Manfredini, “permettere al cliente l’individuazione dell’origine della materia prima leggendo l’etichetta come recita la 204 significa legare quel prodotto a un determinato territorio. Negare questa possibilità significa tagliare le gambe alla produzione agroalimentare italiana che regge il confronto con il mercato globale proprio grazie al fattore differenza”.

Ricapitolando, l’Italia si era dotata di una legge che propone la trasparenza ai massimi livelli e non viene accettata perché, dice la Commissione, è contro la libera circolazione delle merci dato che in questo modo si favorirebbe il prodotto italiano a scapito di quelli stranieri. Oltre a essere incredibile che la Ue abbia potuto accettare una tesi del genere, sembra che a Bruxelles si siano dimenticati che chi decide se e cosa comprare non è il legislatore ma il consumatore. Non va dimenticato che, conclude il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, “con la bocciatura della 204/2004 viene negato il diritto di sapere se gli spaghetti che vogliamo acquistare sono prodotti con grano duro proveniente da paesi in cui, per esempio, viene utilizzata la manodopera infantile”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Cibo, Mannheimer: gli italiani chiedono trasparenza e qualità

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2006

Trasparenza, qualità, sicurezza degli alimenti e un settore agricolo rispettoso dell’ambiente. È quanto chiede il consumatore italiano al comparto agroalimentare secondo l’indagine Coldiretti-Ispo: “Le opinioni degli italiani sull’alimentazione”. La ricerca, presentata dal presidente dell’Ispo, Renato Mannheimer, al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, oltre a rivelare quali siano le tendenze dei consumatori ha fornito all’industria agroalimentare italiana spunti fondamentali per le proprie strategie. No a cibi geneticamente modificati e sì al made in Italy con particolare attenzione alla qualità, è questo l’orientamento del consumatore italiano evidenziato da Mannheimer. Otto italiani su dieci, infatti, bocciano le manipolazioni genetiche perché “fanno male alla salute” e nove su dieci promuovono a pieni voti la produzione alimentare italiana. Inoltre, quasi la metà degli italiani è disposta a pagare di più pur di mangiare prodotti tipici e di qualità targati Italia. Proseguendo nell’analisi, Mannheimer ha evidenziato come gli italiani ritengano particolarmente pericolosa l’ipotesi di apertura del mercato a carne e latte derivati da animali clonati, marcando così la differenza con quanto avviene negli Stati Uniti dove la Food and Drug Administration ha invece deciso di non porre alcuna barriera a questo tipo di prodotti. “Sono dati che confermano la bontà della scelta italiana di puntare su un’agricoltura libera da organismi geneticamente modificati – ha commentato il presidente di Coldiretti, Paolo Bedoni -, tanto più che considerando il territorio europeo risiede in Italia una impresa biologica su tre ed è marcato italiano un prodotto tipico su cinque”.

Nonostante il fatturato per i soli prodotti tipici sia stato nel 2006 di ben nove miliardi di euro resta ancora molto da fare. infatti, per il presidente di Coldiretti “bisogna accelerare il percorso già iniziato a livello europeo dove sono state adottate le norme per l’etichettatura di origine della carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza. Per ora, proprio grazie alla mobilitazione della Coldiretti, si è ottenuto di apporre l’etichetta di origine per il latte fresco, per la carne di pollo e per la passata di pomodoro. Troppo poco, visto che è ancora anonima la provenienza di carne di maiale, conserve vegetali, succhi di frutta, pasta e olio extra vergine d’oliva”. Bedoni ha poi ricordato che il settore agroalimentare italiano ha fatturato nel 2005 oltre 180 miliardi di euro e rappresenta circa il 15 per cento del Pil. Forte di questi numeri e anche dei vari primati quantitativi in Europa nella produzione di riso, tabacco, frutta fresca e ortaggi freschi, il presidente di Coldiretti ha espresso la speranza che la garanzia di qualità e sicurezza dei prodotti diventi la priorità da perseguire tramite nuove politiche agricole. La produzione va adattata in funzione delle aspettative dei consumatori. “Occorre proseguire sulla strada dell’etichettatura obbligatoria, maggiori informazioni e più trasparenza – ha concluso Bedoni – sono le chiavi per dinamizzare la crescita del comparto agroalimentare italiano ed europeo”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli) 20 ott 2006 18:41

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