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In fuga dall’Opus Dei

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

I segreti della “milizia di Dio” nel libro-verità di Emanuela Provera, una ex numeraria italiana di Federico Tulli

Lezioni su lezioni. E seminari di tre giorni. E ancora il corso annuale di 24 giorni d’estate. E poi, quando si torna a casa, un appartamento dell’organizzazione, c’è il circolo settimanale sul tema del proselitismo. Ma c’è anche il colloquio settimanale individuale con la direttrice spirituale su quanto apostolato e proselitismo ho fatto. Ogni singola azione apostolica viene quindi valutata. Ciascun soggetto “trattato” viene studiato con la propria direttrice. Poi tutte le persone trattate divengono oggetto di riunione di consiglio locale. Ho conosciuto questa ragazza, ha questi voti a scuola, è figlia di un commercialista e così via. I piani di reclutamento nell’Opus dei sono molto dettagliati». Dentro l’Opera fondata nel 1928 dal prete spagnolo e amico personale del dittatore fascista Francisco Franco, Josemaria Escrivà, si vive così. Emanuela Provera lo racconta tutto d’un fiato, come per scacciare via un senso d’oppressione appena riaffiorato. Lei, infatti, nell’Opera ci è stata dal 1986 al 2000. Poi, faticosamente e coraggiosamente, ne è uscita. E oggi è un’ex numeraria. Vive a Milano, si è sposata e ha scritto un libro per Chiarelettere, Dentro l’Opus Dei. «L’idea – spiega – è nata nel forum privato che ho messo online con altri ex numerari. Volevamo raccontare cosa succede a chi viene “rapito” dalla bellezza, esteriore, dell’organizzazione. E anche come questa si arricchisce in maniera assolutamente non trasparente, nonostante quanto dichiarato ufficialmente. È la nostra parola contro la loro, ma non si può più tacere».

Quali persone vengono chiamate nell’Opus Dei?

C’è un target definito con precisi criteri di selezione nei documenti interni dell’Opera. Chi di noi faceva attività di proselitismo e di apostolato, cioè “di diffusione del Vangelo”, ovvero cercava persone che a parere dell’Opus dei rispondono a delle caratteristiche che poi vengono sfruttate dall’istituzione. ostanzialmente sono soggetti carismatici e dotati di capacità di leadership. Che sia un tassista o un amministratore delegato, il selezionato deve saper trascinare altre persone. Io ho “lavorato” prevalentemente con ragazze adolescenti. Quindi da portare alla vocazione come numerarie. Nell’Opus dei sono chiamate «la pupilla dei nostri occhi».

Nel suo libro sono narrate storie di manipolazione della volontà, di violenti distacchi dalle famiglie di origine. Cosa spinge un’adolescente a entrare nell’Opera?

Su di me ha contato tanto il fatto di trovarmi in una Chiesa che dà un’immagine di sé molto accattivante. A quei tempi, come tuttora, frequentavo la mia parrocchia ma all’età di 15-16 anni sinceramente non lo vedevo come un obbligo. Con quelle dieci vecchiette vestite di grigio non c’era alcuna possibilità di identificazione. Poi insieme a centinaia di miei coetanei sono stata invitata a un convegno che si è concluso con un incontro privato col papa. Eravamo tutti giovani, belli, vestiti bene, benestanti, molti ricchi. Ricordo di aver pensato: io sono cattolica, questo è il cattolicesimo che fa per me. Dopo di che, una volta entrati ci si ritrova in ambienti sia spirituali che materiali di altissimo livello. Ma in realtà non è così. Solo le location sono d’eccezione. Non c’è umanità.

Lei intitola un capitolo “L’alibi della formazione spirituale”. Per quale motivo parla di alibi?

Tutti i numerari sono spinti con un fortissimo indottrinamento a raccogliere tanto denaro. Escrivà diceva che noi, i “suoi figli”, dobbiamo «imparare non solo a dare» del nostro ma anche a chiedere agli altri. E perché non dobbiamo avere problemi a chiedere tanti soldi? Perché, diceva, noi portiamo la gente in paradiso: “Credenti e non credenti, volenti o nolenti, li trasciniamo con noi in cielo dove andremo con tante persone al nostro seguito”. Parlo di alibi perché col passare degli anni ho fatto fatica a leggere un messaggio cristiano nell’abbondanza delle proprietà immobiliari e del modo in cui queste vengono amministrate, gestite, arredate.

Un aiuto spirituale non proprio disinteressato.

Infatti è interessato, ed esentasse. L’Opus dei ufficialmente non possiede che qualche prestigioso (e sfarzoso) immobile. In caso di problemi col fisco, il danno patrimoniale che potrebbe ricevere sarebbe assolutamente inconsistente rispetto alle sconfinate ricchezze “liberamente” donate da numerari e soprannumerari, gestite da associazioni che stando ai documenti mostrati all’esterno si avvalgono dei rapporti con l’Opera solo per fare formazione spirituale. Come ad esempio, la Fondazione Rui per cui io ho lavorato.

Davvero le donazioni sono volontarie? Si sente spesso dire che chi aderisce all’Opera deve addirittura fare testamento in suo favore.

Nell’Opus dei si fa tutto “liberamente”. Liberamente aderisci. Liberamente dormi sulla sedia. Liberamente indossi il cilicio. Liberamente ti frusti. Liberamente racconti tutto a Dio. Lo stesso vale per il testamento. In questo caso non c’è alcun accenno scritto negli statuti dell’Opus dei, che sono i documenti ufficiali consegnati alla Chiesa. Ma l’obbligo di compilarlo secondo un preciso format che viene consegnato a ciascun adepto è contenuto in modo chiaro nei documenti interni a cui i direttori si attengono nella formazione delle persone che appartengono all’Opera.

Perché si esce dall’Opus dei?

Nel cuore dell’Opera si decide lo sviluppo apostolico della prelatura personale del papa attraverso lo sviluppo di attività e iniziative che vengono imputate ai singoli membri per non apparire come attore principale. Ma la gestione, la promozione, la campagna economica, il tipo di attività sono assolutamente centralizzati. Non è vero che l’Opus dei non si occupa di economia, di politica e di cose temporali. Chi esce, se ne va proprio per questo motivo.

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Il santo amico dei fascisti

Fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote cattolico Josemaria Escrivà de Balaguer, l’Opus dei appoggiò apertamente il regime di Francisco Franco lungo tutta la sua storia. Del resto Escrivà e il caudillo non hanno mai nascosto la loro profonda amicizia e reciproca considerazione.
Oggi l’Opera è una prelatura personale del papa, risponde cioè delle sue azioni direttamente al pontefice scavalcando qualsiasi gerarchia ecclesiastica. Merito di Giovanni Paolo II che nel 1982 ne approva ufficialmente la nascita. Venti anni dopo, nel 2002, il fondatore Escrivà (che era morto nel 1975 ed era stato beatificato nel 1992) viene canonizzato proprio dal predecessore di Ratzinger.

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Un esercito di 100mila devoti

All’Opus dei nel mondo aderiscono sacerdoti e membri laici. Il numero oscilla tra 84mila e oltre 100mila, di cui circa 1.500 sono i religiosi. I laici si dividono in numerari e soprannumerari. I primi, arruolati tra adolescenti particolarmente brillanti e di famiglia facoltosa, fanno “voto” di celibato e castità, versano “liberamente” all’Opera ogni centesimo guadagnato, si occupano dell’arruolamento di nuovi adepti e delle continue richieste di denaro «per sostenere l’organizzazione in cambio del paradiso». I soprannumerari, invece, possono sposarsi ma devolvono, anch’essi “liberamente”, una somma mensile concordata con il proprio direttore spirituale ed equivalente a quanto speso per ogni figlio. left 48/09

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L’Italia è malata di feudalesimo

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Ottobre 2009

Come restituire la democrazia al nostro Paese in dieci mosse. Breve colloquio con il costituzionalista Michele Ainis , autore de La cura di Federico Tulli

Professor Ainis, scorrendo i temi declinati nel suo nuovo saggio, La cura, edito da Chiarelettere sembra quasi di leggere un manifesto politico…
Che cosa è la politica? Se è guardare i colori della divisa degli altri per vedere se coincidono con i propri il mio libro non è un manifesto politico. Se invece è interessarsi di come può essere regolata la società, cioè la vita di tutti noi, allora lo è.
Come è nata l’idea de La cura?
Nasce in seguito a una telefonata di Lorenzo Fazio, l’inventore di Chiarelettere.Un giorno mi chiama e mi dice che come casa editrice avrebbero avuto interesse ad affiancare ai libri d’inchiesta anche dei testi più riflessivi. Insieme abbiamo ragionato su quale tema meritasse un approfondimento. In un certo senso è un libro scritto su commissione. Poi, mi sono reso conto che mi è stata data l’occasione per mettere a fuoco delle questioni che avevo in mente da almeno venti anni.
Vale a dire?

In particolare mi riferisco al problema del merito. Anzi del de-merito. Nel libro mi occupo anche di legalità e uguaglianza, ma dietro alla scarsa libertà e alle disuguaglianze che infiacchiscono l’Italia c’è sempre una questione di demerito. Che oggi ricade drammaticamente sulle generazioni under 30. Viviamo ancora in uno Stato per certi versi feudale. In cui ci sono dei privilegiati – i partiti politici, le lobby, le massonerie, le “buone famiglie” – e vanno avanti nella vita solo coloro che ne fanno parte. In quest’ottica il mio è un libro ottimista. Perché si affida a un cambiamento di regole supponendo che così possa anche modificare il sistema e favorire il ricambio generazionale.

Come si è arrivati a questo in soli 60 anni di democrazia?

La mia generazione, quella dei 50enni, lascia macerie morali (e materiali). C’è stato chi si è fatto cinico di fronte a una serie di aspettative deluse – riposte nel Pci, o in uno scatto generazionale, il ’68, oppure nei successi della stagione referendaria -. Non a caso, senza fare nomi, ci sono tanti uomini importanti di centrodestra che hanno un passato nella sinistra: convinti che “tanto il sistema non si cambia”, ci si sono cinicamente seduti sopra.                                                                                                                                           Lei cita Voltaire: «Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete e fatene delle nuove». Vale pure per la Costituzione?
No, anzi. La terapia molte volte si trova nella Carta. Si tratta di “bruciare” la disapplicazione delle regole. Perché ci sono delle soluzioni mai sperimentate e dunque tradite. Pensiamo al principio dell’ineleggibilità che – anche se non in maniera esplicita – regola il conflitto di interesse. Quanto a Voltaire, sono sempre stato in debito con quella linea di pensiero di fine ’700 che sostiene si possa creare una società di liberi e di eguali cambiando le regole. Inoltre, reputo che la politica non sia una professione e che vada riscoperta. è la lezione della Grecia antica in cui la democrazia passava anche per la rotazione continua delle cariche e con un tetto alla loro durata. Infine penso che da 30 anni siamo invischiati in una discussione irrilevante. Che ruota intorno al potere da attribuire a ciascuna delle due Camere. Mentre è molto più determinante riequilibrare il sistema con elementi di democrazia diretta. Che consentano, per esempio, a chi condivide qualcuna di queste mie proposte di farle diventare legge attraverso un referendum propositivo, che non abbiamo. Vanno poi aggredite le oligarchie politiche, introducendo una vera democrazia interna ai partiti ed eliminando i poteri esterni.
I poteri esterni sono le lobby?
No, mi riferisco al ruolo istituzionale che è indebitamente attribuito ai partiti, diventati ormai i signori delle candidature elettorali. Oggi chi vuole candidarsi – ma questo accadeva pure prima della sciagurata legge elettorale – può solo diventare fedele di un esponente di partito che abbia voce in capitolo.

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Decalogo anti caste

1) Disarmare le lobby; 2) Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati; 3) Dare voce alle minoranze; 4) Annullare i privilegi della nascita; 5) Rifondare l’università sul merito; 6) Garantire l’equità dei concorsi; 7) Neutralizzare i conflitti d’interesse; 8) Favorire il ricambio della classe dirigente; 9) Impedire il governo degli inetti; 10) Promuovere il controllo democratico

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Sindrome italiana

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

Ragazza CineseGuadagnano perché lavorano. Ce la fanno perché studiano e hanno idee. Viaggio fra i cinesi emergenti, guardati con sospetto di Federico Tulli

“I cinesi non muoiono mai”. È racchiuso in questo luogo comune senza senso tutto l’astio, per non dire il razzismo, nei confronti di queste persone, di questi migranti che nel nostro Paese non rappresentano la più estesa comunità di strenieri residenti (sono solo il 5 per cento del totale), ma certamente quella più intraprendente dal punto di vista lavorativo. Quella frase è anche il titolo del libro di Raffaele Oriani e Ricardo Staglianò pubblicato nel 2008 per Chiarelettere e che rappresenta la prima puntata di un viaggio in giro per l’Italia affrontato dai due autori per «conoscere da vicino e raccontare» la comunità cinese che vive nel nostro Paese. Già perché a oltre 20 anni dai primi “arrivi”, pur essendo in piena fase di seconda generazione (che oggi perlopiù frequenta l’università), da un primo periodo di curiosità verso la “novità” si è via via passati a una paura diffusa nei confronti dello “sconosciuto”. Con lo strano paradosso, peraltro, che le persone che sostengono di non conoscerli e di non saper bene cosa facciano («sono una comunità chiusa, impenetrabile, incapace di integrarsi») sono le stesse che li accusano delle peggiori nefandezze: dal “traffico” di esseri umani, al riciclaggio di denaro sporco, al traffico dei rifiuti. «Vedendo all’opera i cinesi – osservano i due autori – capiamo anche cosa siamo diventati noi. Un Paese stanco, rassegnato e spaventato. Che guarda con sospetto chi, come loro, scommette sulle proprie capacità e investe nel lavoro e nelle nuove generazioni». Il reportage di Oriani e Staglianò si è oggi arricchito di una seconda puntata, sempre edita da Chiarelettere, a cui è abbinato un film-documentario di 60 minuti (in dvd) di Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco. Due opere con lo stesso titolo: Miss little China. Entrando per la prima volta con una cinepresa «nell’intimità personale e familiare» si racconta la storia della generazione “figlia” di quei cinesi giunti qui in Italia tra i primi. Con carichi di lavoro per noi oramai impensabili in pochi anni hanno messo da parte i soldi necessari a ricongiungere le famiglie e avviare imprese di qualsiasi tipo («ma come fanno a girare con un Mercedes da 70mila euro? Di certo non pagano le tasse» chiosa un “poco documentato” radioascoltatore nel documentario). Tra le molte storie raccontate spicca quella di Steven Luo, un 25enne che si è inventato il primo concorso per aspiranti miss straniere in Italia, appunto “Miss China”. Ed è narrando la storia familiare di alcune delle bellissime partecipanti – con i loro sogni, le loro aspettative, i loro fidanzatini, i loro progetti per il futuro – che emerge via via la storia «straordinariamente normale» di un popolo di migranti «molto simile agli italiani di un tempo». Italiani talmente giovani e assetati della vita che, siamo certi, non morivano mai.

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Memoria corta

Little Italy e pregiudizi

cover_dvdlibro«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto, e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro». Tratte dal libro Miss little China, non è un brano di un qualsiasi comizio leghista, ma di una relazione che l’Ispettorato per l’immigrazione statunitense inviò nel 1912 al Congresso. Si parla di migranti italiani. Prosegue la relazione: «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Infine la chiusa: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite, e non contestano il salario. Gli altri provengono dal Sud. Vi invito a a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione». Vi ricorda qualcosa?

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La banca che induce in tentazione

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2009

lapresse_ro060607int_0012Dalla parola di Dio alla società per azioni. Tra conti correnti cifrati e transazioni segrete, in Vaticano spa (ed. Chiarelettere) il giornalista di Panorama Gianluigi Nuzzi ricostruisce la storia occulta dell’Istituto opere religiose del dopo Marcinkus di Federico Tulli

Ricatti, truffe, tangenti, minacce. E poi ancora, conti correnti cifrati, bonifici, bilanci di società fittizie, verbali, note contabili, lettere. Documenti che portano il timbro dello Ior, l’impenetrabile (almeno per la magistratura italiana) Istituto opere religiose, e le firme delle più alte gerarchie vaticane e di uomini politici, imprenditori, faccendieri italiani. È l’archivio personale che monsignor Renato Dardozzi aggiorna durante i vent’anni di attività da consigliere dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato vaticana nell’ultimo quarto del secolo scorso, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. In tutto oltre 4.000 pagine che raccontano la storia ignota della banca centrale vaticana del dopo Marcinkus e Banco ambrosiano – dal 1989 al 1999 – e che monsignor Dardozzi dispone che vengano rese pubbliche dopo la propria morte. Che avviene nel 2003. Con un certosino lavoro di ricostruzione, Gianluigi Nuzzi ha trasformato quelle carte in Vaticano spa, libro edito da Chiarelettere che in pochi giorni ha scalato le classifiche di vendita. Segno che in Italia sono ancora molti i cittadini che chiedono di conoscere i fatti e non di ascoltare solo opinioni.
Partiamo dal titolo, Nuzzi. Come nasce Vaticano spa?
Dopo la morte di Dardozzi i suoi fiduciari hanno cercato un interlocutore all’interno della stampa italiana che apparisse scevro da ogni pregiudizio anticlericale. La scelta ricade su di me. A Panorama facevo cronaca giudiziaria per cui venni incaricato di seguire questa storia. Trovandomi così per le mani l’archivio di una vita che un personaggio chiave dello Ior aveva conservato per motivi di lavoro e credo anche per motivi di sicurezza personale. Un patrimonio che da privato doveva assolutamente divenire pubblico. Perché fa vedere l’altra faccia della Santa sede, dove agisce quella finanza che fa della parola di Dio una società per azioni.
Dai documenti emergono le relazioni pericolose tra finanza e politica – comprese le tracce della maxi tangente Enimont – che coinvolgono lo Stato più antico del mondo e la sua “banca centrale”. Qual è il ruolo di politici e imprenditori italiani?
Con il pontificato di Woytila, dopo il crack Ambrosiano, i cittadini vengono rassicurati che verrà fatta pulizia, che certi meccanismi non troveranno più dimora. In realtà quando Marcinkus nell’89 esce di scena chi acquista molto più potere e rilevanza è il suo segretario, cioè Donato de Bonis. Il quale crea un sistema di conti, dagli interessi stratosferici del 9 per cento, intestati a fondazioni fittizie, modulandoli secondo le esigenze e i desiderata di un blocco di potere. Nel quale c’erano gli imprenditori, come i Ferruzzi e i Piola, i brasseur d’affaires, come Bisignani e Cusani. E poi c’erano i politici. Come Andreotti, per il quale veniva utilizzato il nome in codice Omissis. Si può dire che il termine “omissis” è il comune denominatore della storia italiana del Novecento.
In pratica questi erano gli “azionisti” di Vaticano spa. E chi sono gli intermediari, i “promotori finanziari”?
Coloro che godevano di una sorta di immunità diplomatica all’interno del Vaticano perché non perseguibili da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Costoro facevano del ricatto uno strumento per garantire questo articolato sistema di potere. Che partiva da monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.
E arrivava a de Bonis, la nuova eminenza grigia dell’Istituto…
Quanto a lui ci sarebbe da chiedersi chi lo ha messo lì. Dopo la caduta di Marcinkus, de Bonis viene nominato prelato. Ma non si capisce perché, dal momento che addirittura papa Luciani, poco prima di morire, lo indicava tra le persone da rimuovere dallo Ior.
Andiamo al 1992. Mentre la Prima repubblica crolla sotto i colpi di Mani pulite, il Vaticano istituisce una commissione segreta per indagare sullo Ior “parallelo”. L’indagine si protrae fino al 1993. Nel frattempo la mafia uccide Falcone e Borsellino e piazza bombe a Roma, Firenze, Milano. C’è un nesso tra questi avvenimenti o l’inchiesta è solo un affare interno alla Chiesa?
I nessi li ricostruisce l’archivio Dardozzi. Faccio un esempio. Nell’agosto del ’92 il presidente dello Ior, Angelo Caloia, spedisce a Giovanni Paolo II, o meglio al suo segretario personale, don Stanislao Dziwisz, la relazione stilata da questa commissione. Quindi possiamo affermare che il papa già allora conosceva i punti cardinali sia della tangente Enimont sia della ramificazione di questo sistema di conti occulto. Però il pontefice non fa nulla. Fino alla primavera del ’92 il Vaticano cerca in tutti i modi di coprire l’identità di Omissis, in quanto Andreotti primo interlocutore della Santa sede era candidato al Quirinale. Poi avvengono le stragi di Falcone e Borsellino e al posto di Andreotti viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.
Come si conclude l’inchiesta?
Da una parte, tacendo su tutto il possibile, con il depistaggio di Mani pulite. E poi con la promozione di de Bonis. Che rimarrà allo Ior fino a marzo ’93, quando viene promosso vescovo e cappellano dell’Ordine di malta. Alla cerimonia, al primo banco, c’era naturalmente anche Giulio Andreotti.
Cosa è diventato l’Istituto dopo questa “promozione”?
Si accelerano i processi di pulizia interna per destrutturare tutto il comparto parallelo. Prima vengono congelati i conti, poi vengono rimossi e allontanati tutti i personaggi che facevano parte della filiera Marcinkus-de Bonis. Ma allo stesso tempo non si innesta in questo procedimento di rinnovamento quella soluzione definitiva che era l’adesione ai trattati internazionali antiriciclaggio. Quindi lo Ior, seppur bonificato, rimane una banca che può indurre in tentazione.
I segreti dello Ior sono protetti dal Concordato («gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano») . L’Italia è delegata dalla Ue a tattare le questioni finanziarie con il Vaticano. Siamo di fronte a un delitto perfetto?
Assolutamente. Mai come oggi è stata intensificata la lotta ai paradisi fiscali. La Casa Bianca e anche lo stesso ministro Tremonti, sotto questo aspetto, portano avanti una politica comune molto precisa. Ma, proprio nel centro di Roma, ci ritroviamo una banca che si può tranquillamente definire off shore. Ribadisco, il mio non è un libro contro la Chiesa o anticlericale, però questa anomalia va ben oltre ogni tipo di critica.

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vaticanospa_big«Quei documenti sono patrimonio di tutti»
«La gente vuole sapere. La gente vuole conoscere. Dopo quattro giorni dall’arrivo in libreria, Vaticano spa è già andato in ristampa. L’occasione è davvero troppo ghiotta: conoscere gli affari finanziari più riservati proprio tramite i documenti della Santa sede. Una circostanza senza precedenti. Per questo abbiamo deciso con l’editore, settimana dopo settimana, di metterli tutti in rete. Così chiunque, leggendo il libro, può consultarli e farsi un’idea più precisa. Digitando http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/post/2258266.html trovate tutti gli accrediti, bonifico dopo bonifico, che arrivavano sul conto “Fondazione cardinale Francis Spellman” ovvero il deposito sul quale aveva la firma anche Giulio Andreotti». Gianluigi Nuzzi, dal blog di Chiarelettere.

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Loretta Napoleoni: I bugiardi dell’ottimismo

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Aprile 2009

Invece di azzerare il rischio “subprime” i governi lo caricano sui cittadini. Mentre la finanza islamica è ben florida e alimenta il fondamentalismo. La denuncia dell’economista Loretta Napoleoni nel suo nuovo libro di Federico Tulli

China MarketsDottoressa Napoleoni, La morsa prosegue quelle inchieste. Alla luce dello scandalo dei subprime che ha scosso le fondamenta economico-finanziarie dell’Occidente, vanno riviste le sue previsioni di crescita della finanza islamica?

Questa finanza, che è l’8 per cento di quella mondiale, ha chiaramente subito danni. Ma non per via dei subprime, quanto a causa della contrazione globale di capitale circolante.

Lei però porta l’esempio di Dubai per raccontare la dinamica da boom and bust che abbiamo vissuto…

Dubai è interessante perché è il più “occidentale” dei luoghi islamici. Lì il mercato poggiava principalmentesulla vendita di beni immobili. Col crollo delle banche si è verificata una crisi del credito e una riduzione del personale in queste banche impiegato. A catena, poi, il turismo ne ha risentito e con esso l’economia in generale. Ma, per esempio, se guardiamo al Bahrein, la caduta del prezzo del petrolio, sempre legata alla crisi del credito, ha avuto sì un impattosulla bilancia dei pagamenti, ma con effetti minimi rispetto a quelli di Dubai e nostri. In sostanza nessuna banca islamica rischia di fallire perché nessuna si è esposta a certi pericoli. L’islam vieta di dare soldi in prestito “solo per prestarli” e guadagnare attraverso la cartolarizzazione dei crediti.

E le organizzazioni criminali come gestiscono la crisi?

Oltre al fondamentalismo islamico che ovviamente non attinge da banche occidentali, secondo me l’economia criminale in genere in questa situazione ci va a nozze. Solo una parte minima dei soldi “sporchi” finisce nelle strutture finanziarie per il riciclaggio. Quella criminale è un’economia in contanti: i soldi li fa girare, non li investe per comprare azioni della Goldman Sachs. In una situazione in cui c’è mancanza di moneta, le organizzazioni eversive si arricchiscono con un business sempre vivo, quello dell’usura. E oggi ancor di più visto che le piccole e medie imprese, come anche le famiglie, non riescono a sopravvivere non avendo più una linea di credito aperta. Nel ‘29 è successo lo stesso, con il boom del crimine organizzato.

Ne La morsa lei indica il 9/11 come data cardine e Bush artefice della crisi odierna. Ma le “Twin towers” sono arrivate in piena bolla speculativa (allora furono le dot.com) e negli Usa la deregulation aveva già avviato quel processo di indebitamento dei meno abbienti che poi sarebbe risultato fatale…

Non avendo ottenuto tutto il denaro che aveva richiesto al Congresso per la guerra contro Al Quaeda, Bush ha

L'economista Loretta Napoleoni

L'economista Loretta Napoleoni

aumentato in maniera esponenziale l’indebitamento del Paese tramite l’emissione di buoni del Tesoro. Che sono stati acquistati specie da Cina, Giappone. Ma anche dalle banche islamiche. Quell’indebitamento si è imperniato sulla deregulation avviata negli anni 90 da Clinton, e dal presidente della Fed, Greenspan. Loro due sono responsabili di questa crisi quanto Bush. Il quale ha proseguito nell’opera di eliminazione delle regole. Con Clinton non c’è stato alcun miracolo: l’economia non cresceva ma si indebitava sempre più. Acuendo diseguaglianze preesistenti, quella crescita legata agli effetti della globalizzazione (caduta dei salari e aumento del reddito da capitale) è andata a finire tutta nelle tasche dell’uno per cento della popolazione. Mentre il debito è ricaduto sulla classe media, che si è appiattita sempre più verso il basso, in termini di capacità di acquisto e risparmio.

Se banche e governi sono entrambi responsabili come crede usciremo da questa crisi?

Rendendoci conto che la finanza ci ha derubato, anche perché eravamo “distratti” dalla guerra ad Al Quaeda. Poi è importante capire come bisogna combattere. La deregulation ha dato la possibilità a questa finanza di approfittare della politica dei tassi di interesse sempre più bassi. Il concetto da fissare è che non è stato Bush a creare la bolla. Ma è statala sua politica a creare le condizioni affinché questa finanza assolutamente sregolata costruisse a dismisura la bolla fino a farla scoppiare. La soluzione è quindi trovare un nuovo sistema di regole condivise a livello mondiale. Peraltro quando i governi si sono visti al G20 di Londra non hanno combinato assolutamente nulla.

E questi stessi governi ora stanno assumendo rischi e perdite delle banche.

No. Noi con i soldi nostri assumiamo le perdite delle banche, non i governi.

Esiste un’alternativa?

Sì, ed è che questi istituti dovrebbero fallire. Mantenere in piedi certi carrozzoni non funzionerà. Adesso tutti credono che ci sia una ripresa economica, ma non è assolutamente vero. Le recessioni non sono dei fenomeni in cui si scende e basta. Il mercato scende, poi si stabilizza, poi cala di nuovo. La soluzione è riportare il sistema bancario a quello che era originariamente: non un gioco d’azzardo ma raccolta del risparmio e distribuzione del credito sulla base dei principi economici. Fondamentalmente il mestiere del banchiere è un mestiere noioso. Ebbene, deve tornare a essere noioso perché è importante per la società. Ma è evidente che i governi nemmeno riescono a concepire un’alternativa.

Possiamo sperare nel prossimo G8 di luglio?

Secondo me alla Maddalena accadrà ancora meno di quanto successo a Londra. Sono molto pessimista, come sempre.

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Il silenzio dei colpevoli

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Il cardinale Egan e papa Benedetto XVI

Decine di storie di violenze su minori da parte di preti scuotono l’Italia. Sulla prevenzione si lavora poco e male. La denuncia della scrittrice e psicologa Vania Lucia Gaito di Federico Tulli


Dottoressa Gaito, in poche settimane i casi di Bolzano, Verona e Casal di Principe. Rischiamo di fare la fine degli Usa, dove, una volta rotto il silenzio decennale imposto dai vescovi in osservanza del Crimen sollicitationis, sono stati accertati migliaia di casi di violenza pedofila commessi da uomini di Chiesa?

Il pericolo è più che reale. Non siamo di fronte a casi isolati. E qualcosa in Italia comincia a emergere. Ma quando una storia arriva sulla stampa nazionale di rado è messa in relazione con le altre vicende simili che si verificano in tutta la penisola. L’opinione pubblica perde così la possibilità di cogliere il filo che c’è tra questi abusi. Col risultato che da noi ancora non si parla in maniera aperta della pedofilia nel clero. Soprattutto non si racconta perché questo fenomeno non si arresta. Cosa d’altronde impossibile se prima non si scopre qual è la sua genesi.

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Vania Lucia Gaito

L’abuso di preti nei confronti di minori ha una genesi completamente diversa da quello che si verifica in ambito familiare. La pedofilia clericale è spesso figlia del tipo di educazione che viene impartita nei seminari. Non è un caso se la Carta dei diritti del fanciullo delle Nazioni unite (1989), proibisce l’istituzionedei seminari minori. Nel documento, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, si spiega che i bambini devono rimanere in famiglia per crescere nell’ambiente più consono a uno sviluppo normale. Per impedire cioè che avvenga uno “strappo” educativo proprio negli anni in cui si entra nell’età adolescenziale, quella più delicata dal punto di vista della definizione della sessualità. Ebbene, questi seminari sono oramai chiusi in quasi tutto il mondo, ma in Italia ce ne sono ancora 123.

Dove si trovano?

Sono dislocati specie al Sud e nel Nordest. Vero è che stanno chiudendo, ma non per rispetto della direttiva Onu quanto perché sono in calo le “vocazioni”. Tranne appunto che in certe regioni dove certa “cultura” permane. Che è quella di chi si fida ciecamente e pensa che entrando in seminario il proprio figlio vada in un ambiente protetto. Ora, a parte la disgustosa vicenda del Provolo – e sfido chiunque a parlare ancora di casi isolati – basta pensare a quanto racconta nel mio libro Marco Marchese, abusato per quattro anni all’interno di un seminario dal suo insegnate, don Bruno Puleo. Ciò che emerge dalla storia di Marco è la demonizzazione della figura femminile, una visione pesantissima, sessuofobica che dagli educatori ricade su dei ragazzini nel pieno dello sviluppo adolescenziale. E che vedono condannato il proprio corpo come se fosse la fonte del peccato. Questo atteggiamento manicheo, nichilistico è veramente deleterio per la psiche di un adolescente. Tanto più se poi viene violentato dalla stessa persona che lo dovrebbe “educare”.

È vero che Puleo non è stato nemmeno un giorno in carcere?

Sì, patteggiando meno di tre anni è stato affidato ai servizi sociali. Fortunatamente dal 2006 il patteggiamento per casi di pedofilia non è più permesso.

Come giudica la legislazione italiana al riguardo?

Assolutamente arretrata visto che prevede ancora la prescrizione del reato. Cosa che, per dire, la Svizzera ha abolito. Subire un abuso non significa automaticamente avere la forza di denunciarlo. Come prima cosa la violenza devasta l’autostima della persona che la subisce. Inoltre il pedofilo è molto spesso una persona di cui tanto la famiglia quanto il bambino si fidano. È seduttivo nei confronti del bimbo, non agisce in maniera violenta, lo blandisce approfittando della sua naturale fiducia nel prossimo. Questo incide talmente nel profondo che raccontare quanto subito richiede una forza che il pedofilo stesso ha distrutto. E che per essere recuperata, laddove è possibile, a volte richiede decenni. Ma questa cosa in Italia non è percepita.cardinal1

Dopo gli scandali Usa, come ha gestito le proprie responsabilità il Vaticano?

Per comprenderlo basta raccontare dell’ultimo viaggio oltreoceano di papa Ratzinger. Mentre era in volo disse che la pedofilia è un peccato gravissimo, e che è incompatibile con il sacerdozio. Che fosse compatibile in realtà noi non lo abbiamo mai pensato, ma lui ha sentito la necessità di precisarlo. E poi nei fatti con chi si è accompagnato nelle due tappe americane di Washington e New York? Nella capitale era con il cardinale Francis George. Questo signore sapeva dell’esistenza di accuse contro padre Daniel McCormack. Ma non ha mai fatto nulla. McCormack fu arrestato nel 2005 e condannato a cinque anni per abusi su bambini tra gli 8 e gli 11 anni. Oggi George è presidente della Conferenza episcopale Usa. A New York, invece, l’anfitrione di Benedetto XVI era il cardinale Egan, un altro che non si è certo distinto per un’accanita lotta ai sacerdoti pedofili della sua diocesi. Allora mi chiedo, questa pulizia che il papa dice di voler fare all’interno della Chiesa da dove dovrebbe partire se non dai vertici? Diciamoci la verità: il Vaticano ha perso oltre 120mila sacerdoti e non può permettersi di lasciarne tornare altri alla vita laica. La priorità è questa.

Di cosa si occuperà nel suo prossimo libro?

Racconterò le responsabilità della Chiesa, talvolta dirette, talvolta indirette, negli ultimi tre genocidi del secolo scorso: Argentina, Rwanda e Canada. Responsabilità passate praticamente sotto silenzio, anche dei media. Basta guardare come alla sua morte si è celebrato il cardinale Pio Laghi, che era quello che andava a giocare a tennis con il genocida Eduardo Masera.

A parte il documentario “Unrepentant” di Kevin Annett, che ha vinto diversi premi internazionali ma che in Italia ha trovato diffusione solo online su arcoiris.tv, del genocidio in Canada non se ne è mai sentito parlare apertamente…

I giornali pubblicarono la notizia del primo ministro Harper che chiedeva scusa ai nativi canadesi, risarciti con 5 miliardi di dollari. E si dimenticarono di dire “perché”. In certi casi emerge la capacità tutta italiana di dare una notizia… senza darla. Non si disse che alla base di quanto è successo c’era l’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica. Non si disse del genocidio di oltre 50mila bambini commesso dai responsabili religiosi delle scuole dove per decenni i bambini nativi sono stati rinchiusi e costretti a professare la religione cristiana.

Tutto questo sarà denunciato?

Sì, dettagliatamente.

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La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

La locandina del documentario di Kevin Annett sul genocidio di bambini nativi canadesi

Sotto la tonaca l’orco

L’ultimo in ordine di tempo è il caso di don Giorgio Galli, parroco del Corpus domini di Bolzano. Condannato in sede civile a risarcire con la cifra record di 760mila euro la sua piccola vittima, avendone abusato dal 1989 al 1994. Pochi giorni prima un altro prete, il vice parroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe (Caserta), don Marco Cerullo, ha subito la condanna penale, in primo grado, a 6 anni e 8 mesi. Sentenza impugnata, «perché ritenuta troppo mite», dai legali del bimbo di 12 anni costretto dal prete (che era suo insegnante di religione a scuola) a un rapporto orale in una strada di campagna. Colto in flagrante dai carabinieri, Cerullo tentò anche una fuga in auto. C’è poi il caso del Provolo di Verona, l’istituto per sordomuti dove, secondo la denuncia di 67 ex allievi, per oltre 30 anni fino al 1984 decine di bambini e ragazzi che vi erano ospitati sarebbero stati violentati e seviziati da almeno 25 uomini tra preti e “fratelli laici”. La vicenda sembra destinata a non arrivare mai a processo, poiché gli uomini denunciati dalle loro presunte vittime non hanno rinunciato ad avvalersi della prescrizione. Come ha fatto don Gallo. Dal canto suo il vescovo Giuseppe Zenti, responsabile del Provolo, tace. Interpellato da L’espresso che ha fatto venire alla luce la storia, con una nota scritta ha replicato di impegnarsi a «seguire le indicazioni del codice di diritto canonico. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti». Speranza vana. Secondo la giustizia italiana il reato di abuso su minori cade in prescrizione dopo 10 anni. Un criterio simile (prescrizione 10 anni dopo il compimento della maggiore età della vittima) è applicato dal De delicti gravioribus, al quale si riferisce Zenti, che è il codice del Vaticano firmato dall’allora cardinal Ratzinger, che si occupa dei “gravi delitticontro la morale” compiuti da uomini di Chiesa (vedi left n.3/2009). f.t.

**left 13/2009 del 3 aprile**

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Non lasciate che i pargoli vadano a loro

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Gennaio 2009

lapresse_17103019In libreria le ultime novità editoriali sui casi di pedofilia che vedono implicati uomini di chiesa di f.t.

Raramente la stampa si occupa fino in fondo dei casi di violenza pedofila che in Italia vedono coinvolti dei preti. Diverso, per fortuna, è il caso delle produzioni editoriali. Sull’onda emotiva degli scandali che rischiano di mandare in bancarotta la Chiesa Usa (obbligata a pagare risarcimenti milionari a centinaia di vittime anche per aver coperto i loro aguzzini sulla base dei dettami del Crimen sollicitationis) sempre più case editrici hanno deciso di squarciare il velo di omertà che storicamente grava su queste vicende. Così, dopo i dettagliatissimi Viaggio nel silenzio (Chiarelettere) di Vania Lucia Gaito e Olocausto bianco (Bur) di Ferruccio Pinotti, che tanto clamore hanno suscitato nel 2008, il nuovo anno si apre con due interessanti novità. Appena uscito in libreria è Atti impuri (Raffaello Cortina) a cura di Mary Gail Frawley-O’Dea e Virginia Goldner. Le due note psicanaliste Usa hanno raccolto i contributi di alcuni dei maggiori esperti in tema di abuso sessuale in seno alla Chiesa offrendo un’analisi rigorosa degli aspetti storici, dottrinali e psicologici implicati nello scandalo che ha scosso gli Usa. È attesa invece per fine gennaio l’uscita di Lasciate che i pargoli vengano a me (Malatempora) in cui l’autore, Paolo Pedote, racconta alcuni tragici casi di abusi avvenuti in Italia negli ultimi anni. Svelando così un mondo oscuro di repressioni, omertà, abusi fisici e psicologici «figli di una mentalità medievale e sessuofobica che non può che generare perversioni e sofferenze». Left 03/2009

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Viaggio nel silenzio della Chiesa sui preti pedofili

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Agosto 2008

«Accadde una domenica pomeriggio. In genere, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno mi invitò nella sua camera a riposare. Spesso noi ragazzi entravamo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi abusò di me. Dopo andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: “Ti sei sporcato?”. Mi diceva che la nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, divina. E io gli credevo. Mi diceva che era normale e che era giusto. E anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. Io non lo dissi. Neanche quando l’abuso si ripeté. Era un uomo di Dio: con lui pregavo, mi fidavo. Ciecamente». Marco Marchese aveva 12 anni quando fu violentato la prima volta da don Bruno Puleo. Gli abusi proseguirono per 4 anni, durante i quali Marco subì in silenzio. Fino a quando si rivolse al superiore del suo violentatore. Questi lo invitò a «non preoccuparsi e proseguire nel suo cammino religioso». Comincia così il Viaggio nel silenzio (Chiarelettere) di Vania Lucia Gaito, la psicologa che nel 2007 ha sottotitolato in italiano e pubblicato su bispensiero.it il video della Bbc, mai mostrato nel nostro Paese, sulle migliaia di casi di pedofilia che hanno coinvolto uomini di Chiesa, Sex, crimes and Vatican. In poco tempo il video fu scaricato 5 milioni di volte. «Accadde anche qualcos’altro – scrive l’autrice -. Mi arrivarono centinaia di email. Di protesta, di ringraziamento, di indignazione. In mezzo c’erano lettere di chi aveva subito abusi. Una sola volta o a lungo. Ma sempre in silenzio». Nel libro l’autrice dà la parola ad alcune di queste persone. Viene fuori un quadro agghiacciante della Chiesa e di come si svolge l’educazione nei seminari. Al centro la mancanza di uno sviluppo psico-sessuale normale che spiega la tendenza diffusa alla pedofilia. Non è un caso che di recente tutte le diocesi americane abbiano chiuso i seminari minori. Come pure colpisce che la convenzione dei diritti del minore dell’Onu non sia mai stata firmata dal Vaticano. E ancora che in Italia sono ancora aperti 123 seminari minori. Nel libro ci si ritrova irretiti in tante storie come quella di Marco, tutte simili tra loro, nonostante si siano svolte a migliaia di chilometri di distanza. Negli Usa ad esempio. Con l’incredibile scandalo e l’omertà della diocesi di Boston e del cardinale Bernard Law. Che ora è arciprete a santa Maria Maggiore a Roma e che come tanti suoi colleghi, pur avendo solide prove di colpevolezza, si è sempre e solo limitato a spostare in altra curia ogni prete accusato di pedofilia da una o dieci o decine di vittime. Negli Usa s’incrocia per un attimo pure la figura di Ratzinger, l’attuale papa, che in Texas, grazie all’ascesa al soglio pontificio, è riuscito a evitare la comparizione, come imputato, a un processo contro la diocesi di Houston, che per coprire un seminarista «aveva seguito fedelmente le indicazioni del Crimen sollicitationis e del successivo Ad exequandam». Documenti che obbligano al vincolo di segretezza, pena la scomunica, i vescovi che vengono a conoscenza di casi di pedofilia che coinvolgono preti. Ad exequandam è stato redatto e firmato da Ratzinger, citato dunque in giudizio per aver «ostacolato il corso della giustizia» Usa. Ciò che balza agli occhi è come anche in questo caso il Vaticano mantenga un atteggiamento di totale incuranza per le vittime e quasi distaccato nei confronti dei preti violentatori o presunti tali. Atteggiamento che non si manifesta nei confronti di chi si sposa o lascia la Chiesa. Come racconta all’autrice Alessandro Pasquinelli, un ex prete oggi sposato. «La Chiesa usa la riduzione allo stato laicale per gettare fumo negli occhi, pur di non fronteggiare il problema dei preti sposati». «Ma tutti i sacerdoti pedofili sono ridotti allo stato laicale?», gli chiede la Gaito. «Neanche per sogno!», risponde Alessandro. «La Chiesa ha pochissimi sacerdoti, non può mica permettersi di gettarli via così. Preferisce buttare via chi s’innamora, piuttosto che i pedofili. Certi scandali si possono soffocare, nascondere, ma un sacerdote che si sposa non può essere occultato».       Federico Tulli

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