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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Meno matrimoni in chiesa, più divorzi e figli al di fuori delle nozze. Su sesso, affetti e salute gli italiani hanno smesso di seguire il Vaticano. left anticipa il Rapporto 2009 dell’Osservatorio sulla laicità di Federico Tulli

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento». Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato stamane a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica». I numeri parlano chiaro. Diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Pedofilia nel clero

La Chiesa in bancarotta

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

Prebende

Due Stati, un contribuente

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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Basta abusi vaticani

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla. Intervista al neo segretario dei radicali italiani, Mario Staderini di Simona Maggiorelli

La società italiana si va sempre più laicizzando. Aumentano i divorzi, sono sempre meno le persone che vanno a scuola dai preti e non solo». Di fronte ai dati del nuovo Rapporto sulla secolarizzazione di Critica liberale e Cgil nuovi diritti, il neosegretario dei Radicali Mario Staderini non ha molti dubbi: «Nessuno segue più gli anacronismi del Vaticano». Ma se da molti anni ormai nel vivere e nel sentire quotidiano degli italiani si riconosce una laicità di fondo, l’avvocato Staderini (anche per il suo lavoro con l’associazione Anticlericale.net) avverte: «Che la società civile sia sempre più distante dal catechismo non significa, però, che si riduca l’influenza della Chiesa e il potere delle gerarchie vaticane in Italia». In un Paese dove ogni dì tv e giornali si occupano del papa e riportano i pareri del clero su ogni tema e senza contraddittorio «lo strapotere mediatico della Chiesa cattolica – chiosa Staderini- condiziona gli orientamenti politici degli italiani. Ma c’è anche un’influenza “culturale” che la Chiesa esercita sui più giovani con le fiction a sfondo religioso. Solo un esempio: vent’anni fa che un gruppo di liceali venisse al Partito radicale, come è accaduto, ad attaccare croci e slogan fondamentalisti era inimmaginabile. Non c’era l’humus culturale. Allora passavano i film di Magni sulla Roma papalina. Ora ci sono don Matteo e fiction agiografiche su madre Teresa. Le sparate vaticane trovano poi un terreno già pronto».

Lo Scisma sommerso fra Chiesa e società di cui parlava lo storico Prini si va ricomponendo?

C’è il rischio che quella spaccatura evidente venga ricomposta a forza. Certo non è un processo che parte dal basso, dalla vita quotidiana. Ma devo aggiungere anche che, se l’influenza “culturale” della Chiesa è in prospettiva la più pericolosa, non si può trascurare quella economica: sulla scuola, sulla sanità, sui beni culturali, sul turismo. Qui il Vaticano è un player determinante. Con tutti i vantaggi dell’8 per mille, delle agevolazioni fiscali, delle banche.

In Vaticano spa, Nuzzi scrive di conti correnti intestati a mafiosi e a politici ma anche di soldi a Riina e Provenzano per finanziare un nuovo partito di centro. Ora la riapertura del caso Orlandi ci riporta ai soldi sporchi che la banda della Magliana prestava al Vaticano. Lo Ior continua a gettare un’ombra nera sulla democrazia italiana?

E’ certo che lo Ior è al di fori delle convenzioni internazionali sul riciclaggio del denaro e sulla trasparenza. Dunque tutto può succedere. Se i magistrati italiani indagano su eventuali conti aperti nello Ior devono fare una rogatoria internazionale. E il Vaticano non ha nessun obbligo di rispondere. Accadde già con Marcinkus.

Il terzo punto è l’intromissione politica della Chiesa. A Il Fatto lei ha detto: mai con la destra “Dio, patria e famiglia”. Ed è chiarissimo. Ora però, anche se per Marx la «religione era oppio dei popoli», da Togliatti in poi la nostra sinistra ha sempre avuto sudditanza al pensiero religioso e “deferenza” verso il Vaticano. Perché?

Quella che lei chiama deferenza è in realtà una sudditanza al potere politico, economico e culturale del Vaticano. Serve a non inimicarsi quel potere che fa partire direttive a cui destra e sinistra si genuflettono. Tanto più oggi con partiti ridotti a oligarchie e a gruppi di potere se non d’affari. Così, per intenderci, se in Emilia Romagna la Cei spende 100 milioni di euro per nuove chiese, le cooperative rosse del cemento devono ambire a quelle commesse. Da parte sua la destra cavalca in modo perfino becero i diktat della Chiesa. Usa la croce come arma politica.

Il cardinal Ruini dice che la religione è antropologia. Di fronte a una Chiesa che propaganda la dottrina come scienza, perché i partiti di sinistra esitano a fare proprie le scoperte scientifiche che, per esempio, liberano la donna che decide di abortire dalle accuse di assassinio?

Ruini ha messo su una macchina gigantesca con una strategia dichiarata. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Vivrai nel dolore

Nascita, vita, amore malattia e morte: i cinque passaggi fondamentali dell’esistenza umana che il cristianesimo “presidia” da sempre. Ribaltandone il senso di Ilaria Bonaccorsi

Durante l’incontro con gli artisti del 21 novembre monsignor Ravasi, annunciando la presenza della Santa sede alla Biennale di Venezia 2011, ha dichiarato: «Vorrei rivolgermi a sette-otto artisti di altissimo livello e di tutto il mondo, a cominciare dall’Africa. E dare loro come spunto i primi undici capitoli della Genesi perché lì si trovano già tutti i temi fondamentali: la creazione, il male, la coppia, l’amore, la violenza familiare e sociale, la decreazione e la rovina…». Il lupo, evidentemente, non perde né il pelo né il vizio. Il cristianesimo infatti, fin dalle origini, più che rivoluzionare la vita degli esseri umani, “presidiò” i momenti topici della loro vita: la nascita, la vita, l’amore, la malattia e la morte divennero “il pane” per i denti del cristianesimo. Vennero costruiti apparati simbolici, liturgici, rituali e agiografici. Fu cambiata persino la misurazione del tempo: dall’origine del mondo si passò alla natività del Cristo. Fu inventato un tempo “ante” e un tempo “post”. L’inizio, il cardine del tempo, divenne la nascita di Gesù: quel dio incarnato che era morto e risorto per noi esseri umani, tutti uguali perché tutti peccatori. E ogni cosa, valore, affetto subì un ribaltamento, una trasfigurazione: la fiducia divenne fede, la malattia divenne male, la morte divenne la vera vita, e così via. Ripercorriamo i passaggi fondamentali. La nascita – Il cristianesimo è la religione del peccato originale che rende, ancor prima di essere nati, “non umani”. La nascita infatti, sino alla somministrazione del rito del battesimo, per il cristiano è un fatto meramente biologico. Nasciamo tutti uguali, tutti peccatori, è il battesimo a renderci “umani”. Bene dice Ezechiele: «Vi prenderò di mezzo alle genti… Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli io vi purificherò; vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». È il battesimo che regala l’anima all’uomo e che lo include nella comunitas christiana immettendolo in un preciso percorso di “redenzione”. La vita – E’ un dono di Dio. Solo lui te la dà, ed è “umana” solo se c’è l’anima nel corpo. Il problema quindi fu quello di capire se l’anima preesistesse al corpo o lo animasse successivamente. Vi fu un primo cristianesimo, ancora aristotelico, nel quale si teorizzava un’evoluzione progressiva dell’embrione, caratterizzata da un primo stadio vegetale, un secondo stadio legato al nascere delle sensazioni e uno finale, nel quale compariva l’anima razionale. Ancora sant’Agostino (354-430 d.C.) sosteneva l’animazione successiva al concepimento. Il soffio dell’anima entrava nell’embrione maschio al 40° giorno dalla fecondazione, e in quello femminile al 90°. E così San Tommaso (1225-1274 d.C.): «Dio introduce l’anima razionale solo quando il feto è un corpo già formato». Tre secoli dopo il vento girò, quando Thomas Fyens, medico e filosofo di Lovanio (1567-1631) negò la teoria aristotelica dei tre stadi sostenendo che l’anima razionale veniva infusa da Dio non oltre il terzo giorno dal concepimento. L’anima, dunque, preesisteva al corpo. Questa tesi portò a conseguenze estreme, come quella del 1658 di procedere al battesimo obbligatorio di tutti i feti abortivi, trasformati a quel punto in homines dubii. Il Sant’Uffizio con Innocenzo XI (1676) stabilì che il concepito doveva essere considerato “persona” fin dal primo momento. L’idea “cristiana”, da sempre e per sempre, di uomo e di vita è di un essere sub (o non) umano (non possiamo dire animale, perché gli animali non hanno il peccato originale), malvagio perché peccatore, salvato solo dalla discesa dell’anima, dono di Dio che lo rende umano. L’amore - (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Quei dubbi sul fine vita nemici della scienza

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Settembre 2009

Al Festival della salute di Viareggio, un testo siglato da bioeticisti e filosofi mette in discussione il concetto di morte cerebrale stabilito dal protocollo di Harvard di Federico Tulli

Dalla fitta messe di documenti elaborati nel corso dei quattro giorni del Festival della che si chiude oggi a Viareggio spicca senza dubbio quello redatto al workshop “Morte cerebrale e donazione di organi. Etica e scienza a confronto”. Le conclusioni del convegno, organizzato dal senatore Pd Ignazio Marino, medico e presidente della Commissione d’inchiesta su efficacia ed efficienza del Ssn, mettono difatti in discussione un punto fermo della scienza medica mondiale in tema di definizione della morte di un essere umano, il protocollo di Harvard del 1968. E, anche se non in maniera esplicita, entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico sul testamento biologico che da un paio di anni si è sviluppato in Italia. «Il concetto di morte cerebrale va rivisto secondo nuovi criteri che tengano conto della pratica clinica», dicono gli esperti, tra cui il filosofo Giovanni Boniolo della Fondazione Ifom, e Stuart Youngner, bioeticista della Cwr university di Cleveland. «I criteri di morte cerebrale – si legge ancora – hanno avuto una funzione di protezione nei confronti dei pazienti, nel contesto del reperimento e del trapianto di organi. Il mondo scientifico sta ancora scoprendo molti aspetti clinici, legali, sociali della morte cerebrale e come questo concetto evolve in relazione alle differenze culturali e religiose». Pertanto «si dovrebbe evitare di ispirarsi a una rigida ortodossia, mantenendo invece un’apertura mentale su un tema così complesso e controverso», riconsiderando tra l’altro «definizioni troppo rigide come la cessazione “irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello” (protocollo di Harvard), poiché è convinzione comune l’inapplicabilità di tali criteri nella pratica clinica». Diciamo subito che facendo riferimento «a criteri che tengano conto della pratica clinica» risulta poco comprensibile il nesso con l’evoluzione del concetto di morte «in relazione alle differenze religiose». Giova peraltro ricordare che nel 2008 i neurologi Latronico, Zamperetti, Bellomo e Defanti (il medico di Eluana Englaro) hanno proposto di sostituire la definizione di “morte cerebrale” con “coma apneico irreversibile”, poiché sarebbe «più consona ai nuovi criteri diagnostici che si avvalgono dei dati della flussimetria cerebrale (Cta)», come osserva la neonatologa Maria Gabriella Gatti nella rivista scientifica Il sogno della farfalla. «La Cta – spiega la Gatti – ci dice se il sangue arriva o no al cervello, confermando la diagnosi di morte in base al “silenzio elettrico assoluto”», (erroneamente detto “elettroencefalogramma piatto”). Non si vede pertanto come una convinzione religiosa possa modificare ciò che tecnica e pratica dimostrano essere irreversibile, la “morte cerebrale”. Così definita quando i potenziali elettrici registrati con l’elettroencefalogramma non superano la soglia di 2 microvolt. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Darwin profeta in patria

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2009

A partire da “Un capolavoro chiamato mente” (left n.42/2008), prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei mille filoni di ricerca scaturiti dalla formulazione della teoria evoluzionista di Charles Darwin. Da Londra il professor Webster ci racconta dell’interesse mai sopito che l’opinione pubblica britannica nutre per il grande scienziato. E poi come, oltremanica, il pensiero religioso mantenga un atteggiamento defilato nel dibattito etico legato alle discipline che confermano la validità dell’impianto di base della teoria darwiniana. Traducendo questo articolo non ho potuto non pensare che agli italiani invece tocca un vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, Roberto De Mattei, che su Radici cristiane di aprile scrive: «Teoria scientifica e teoria filosofica (dell’evoluzionismo, ndr) formano due aspetti distinti di un unico complesso che si sorreggono a vicenda. L’ipotesi scientifica, che non è mai stata dimostrata, si nutre del sistema filosofico; questo, per giustificarsi, si fonda a sua volta sulla presunta teoria scientifica. Malgrado molti evoluzionisti ammettano il fallimento del darwinismo, non mancano i cattolici che accettano come scientifica la teoria dell’evoluzione, pur respingendone le implicazioni filosofiche materialistiche. Oggi come ieri, la Chiesa ha bisogno di figure fulgide come sant’Atanasio che illuminino la notte e riconducano verso il porto sicuro dell’ortodossia la navicella di Pietro in balia delle onde che le provengono dall’interno più ancora che dal suo esterno». Solo un paio d’ore di volo ci separano dal Tower bridge. Sembrano secoli. Federico Tulli

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darwindi Stephen Webster*

Il bicentenario della nascita di Charles Darwin viene celebrato in Gran Bretagna con impegno particolare. Dall’inizio dell’anno, la Bbc e tutti i nostri maggiori organi d’informazione riportano con grande risalto all’attenzione del pubblico la sua vita e le sue opere. I poli scientifici del Regno Unito organizzano mostre, conferenze e realizzano eventi affinché i cittadini britannici siano pienamente informati sull’importanza del loro scienziato più grande. Ma qual è in concreto il peso attuale di Darwin? E cosa accade oggi alle polemiche che hanno sempre accompagnato la sua teoria evoluzionistica. Desidero esaminare brevemente il retroscena culturale e intellettuale rispetto al lavoro di Charles Darwin, e tentare di offrire una chiave interpretativa moderna. I fatti salienti della sua vita sono semplici. Nacque da una famiglia facoltosa con principi liberali nell’Inghilterra del nord. Studiò medicina a Edimburgo, ma la odiava; quindi andò alla facoltà di teologia a Cambridge con l’intenzione di diventare prete. Comunque, la storia naturale, specialmente quella che comprende gli animali e le piante, fu l’interesse prioritario del giovane Darwin. Che colse l’occasione nel 1831, imbarcandosi sul Beagle, un brigantino che salpava da Devenport per un viaggio intorno al mondo. Durante quel viaggio lungo cinque anni, Darwin scoprì da solo la straordinaria diversità della natura. E cosa fondamentale, si trovò a dubitare che le varie specie fossero immutabili o che fossero state create una dopo l’altra dalla mano di Dio. Dopo di che impiegò 20 anni per sviluppare i dettagli della sua “teoria della selezione naturale”, arrivando a pubblicarla nel 1859 col titolo di L’origine delle specie. Vi dimostrò che tutte le «cose viventi», inclusi gli esseri umani, sono legate tra loro da tratti comuni di discendenza. Inoltre cancellò dalla specie umana ogni basilare elemento biologico qualificante: gli esseri umani sono, all’origine, animali.

La biologia moderna esprime continue conferme della teoria evoluzionista. E la genetica rivela proprio come condividiamo molti dei nostri geni con gli scimpanzé, e persino con i batteri. Nonostante la comunità scientifica abbia un’idea precisa su Darwin e l’evoluzionismo, l’opinione pubblica continua ad avere col darwinismo un rapporto controverso. Il problema più evidente è di ordine religioso. Da parte dei   fondamentalisti cristiani è in atto una vera e propria offensiva verso la teoria del naturalista britannico e ciò che ne deriva. Brandendo il libro della Genesi essi prendono alla lettera il racconto della creazione del mondo in sei giorni. Negli Stati Uniti, dove la Costituzione vieta l’insegnamento della religione nelle scuole, i  cristiani hanno tentato di aggirare l’ostacolo ribattezzando il creazionismo «disegno intelligente» (Id) e spacciandolo per teoria scientifica da contrapporre a quella di Darwin. Ma anche l’Id ha avuto vita breve, almeno nelle scuole, dopo che una sentenza l’ha equiparato a una normale teoria religiosa totalmente priva di valore scientifico, bandendolo definitivamente dall’insegnamento. I giudizi sulla religione dello stesso Darwin sono complessi e devono essere esaminati nel contesto storico. Pensò di diventare prete lui stesso ed è pur vero che maturò una filosofia materialista, scrivendo una volta: «Il pensiero è una secrezione del cervello». Dopo la morte della figlia Anne divenne ateo (sebbene non arrivò mai a dichiararlo apertamente). Molti dei suoi maestri e molte persone con le quali era in contatto erano preti, e lui stesso fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Nel 19esimo secolo la Chiesa d’Inghilterra sviluppò l’idea per cui, fino a quando non mette mano alla creazione individuale di ogni specie, Dio resta lì «sullo sfondo». Anche Darwin, alla fine de L’origine delle specie, nel descrivere la sua teoria, dichiarò: «Vi è qualcosa di grandioso in questa visione della vita con tutte le sue capacità, che inizialmente fu data dal Creatore a poche forme o a una sola; e che, mentre il nostro pianeta ha seguitato a girare secondo la legge immutabile della gravità, pur partendo da inizi tanto semplici, infinite forme estremamente belle e meravigliose si sono evolute e continuano a evolversi».

Il darwinismo è sempre rimasto un campo conflittuale per economisti, politologi e filosofi. In particolare, la BRITAINdomanda da porsi è la seguente: il pensiero di Darwin secondo cui la vita genericamente intesa, evolvendo secondo la selezione naturale “del più forte”, contiene gli insegnamenti per organizzare la nostra società? Lo stesso Darwin ne comprese la difficoltà. Se la vita si è evoluta attraverso alcune forme di vita successive, e alcune di esse venivano meno, quali implicazioni ci sono per i programmi politici ed educativi al fine di rendere la società più equa? Era un dibattito molto animato al tempo di Darwin, con una Londra in gran fermento sociale a causa della povertà diffusa. Il denaro speso per i ceti meno abbienti era forse sprecato? Per provare a rispondere si può portare un caso estremo: gli schiavisti volevano classificare i neri dell’Africa come un’altra specie inferiore che doveva essere trattata alla stregua di animale domestico. Il compito di Darwin è stato quello di fornirci la scienza in grado di dimostrare che avevano torto.

Per gli italiani, abituati a un grado alto di intrusione del Vaticano nella società, la relazione di Darwin con la Chiesa d’Inghilterra può essere molto istruttiva. Qui da noi le gerarchie ecclesiastiche non hanno mai aperto un confronto con il darwinismo. Esse mantengono una posizione non rigida sui miti della creazione. E adottano lo stesso atteggiamento verso la scienza in generale. In Gran Bretagna il dibattito bioetico a proposito della ricerca sulle cellule staminali è sponsorizzato dallo Stato, non è mai monopolizzato dalla Chiesa. Negli ultimi dieci anni di governo laburista si è assistito a un massiccio aumento di fondi per la ricerca. Il primo ministro Gordon Brown ha dichiarato che investire in “sapere” è uno dei metodi per uscire dalla recessione. Enormi sforzi si stanno facendo per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nelle azioni e nelle controversie che riguardano la ricerca scientifica. E, fortunatamente, le procedure di finanziamento in atto nelle università, nonché il modo in cui gli incarichi accademici vengono distribuiti, riflettono un sistema saldamente meritocratico. Non c’è dubbio, pertanto, che la vita del nostro più importante scienziato sia da noi celebrata come merita, e che guardiamo al futuro della ricerca britannica con ottimismo.
* direttore del dipartimento di Science comunication all’Imperial college di Londra, collaboratore della Bbc
e autore del libro per ragazzi The king fisher book of evolution

left 24/2009


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Serve una nuova identità medica

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Amedeo Bianco, presidente Fnomceo

Legge 40 e pacchetto sicurezza. La politica mette in crisi la figura del “dottore” cui siamo abituati. L’analisi di Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Federico Tulli

È stato Federico II di Hoenstaufen, re di Sicilia e di Germania, a gettare nel XIII secolo le fondamenta per il riconoscimento della professionalità medica e dell’importanza dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Legittimando l’esercizio della medicina solo da parte dei “dottori” (termine coniato in quell’epoca) e promulgando editti con lo scopo di proteggere i malati dai “ciarlatani”. Ottocento anni dopo, sempre in Italia e sempre in seguito a interventi legislativi, la solidità di quella alleanza rischia di incrinarsi nonostante l’ombrello della Costituzione in materia di tutela della salute. A farne le spese entrambi gli attori del rapporto terapeutico, almeno stando alla sentenza con cui la Consulta ha bocciato per parziale incostituzionalità due articoli della legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. Con questa norma, infatti, secondo l’Alta corte, il legislatore ordinario ha inteso in maniera illegittima sostituirsi al medico, mettendo a rischio la salute delle donne che ricorrono alla fecondazione artificiale. Legge 40 a parte, è indubbio che in questi 800 anni la figura del “dottore” abbia vissuto notevoli momenti di crisi. «Ma è altrettanto indubbio – osserva Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – che il ruolo del medico nella società e il suo rapporto con i pazienti sia progressivamente evoluto».
Quali sono i fattori più significativi di questo processo di cambiamento?
Anzitutto è il paziente a essere completamente diverso rispetto a poche decine di anni fa. Oggi guarda alla tutela della salute come un fatto personale, si informa, vuole decidere e far valere le proprie volontà, infine guarda alla tutela della salute anche e soprattutto come diritto civile. E questa è una grande conquista.
Perché?
Perché non si pensa più alla cura come una sorta di bontà o elargizione da parte di un’istituzione, quanto come a qualcosa facente parte della propria dignità di cittadino, di persona.
E questo incide sul rapporto terapeutico?Chirurgia Dentale5
Certamente. Cambiando le esigenze del paziente si modifica anche la relazione di cura. Ma a essere cambiato specie negli ultimi 20-30 anni è anche il “contenuto” del rapporto. Con il progresso medico-scientifico i processi di riabilitazione socio-sanitari avvengono in un contenuto di competenze e conoscenze molto più ampio. E questo può sembrare un paradosso ma apre sempre più spesso profili di incertezza. Che a loro volta possono dar luogo a conflitti di carattere etico o bioetico. Coinvolgendo insieme a medico e paziente un terzo attore rappresentato dalla politica.
Ci spieghi meglio…
Per “etico” intendo, ad esempio, l’equa distribuzione delle risorse, delle tecnologie, delle strumentazioni mediche, dei presidi e così via. Per quanto riguarda il discorso “bioetico”, basta pensare ai dibattiti relativi a inizio o fine vita su cui magistratura, cittadini, professionisti dell’informazione, politici si esercitano quotidianamente. Ecco, questa è una piccola parte del contesto di grandi cambiamenti che coinvolgono la figura del medico. Tutta una serie di nuove frontiere della professione, che richiedono una nuova identità, più strutturata, altrimenti si corre il rischio da parte del “dottore” di subire certi provvedimenti. Che quindi diventano strumento del suo anonimato. È questo il passaggio difficile. Che non è di ora, ma di sempre. Ogni fase storica avrà questi elementi di crisi delle vecchie identità e questa difficoltà a riscoprire la nuova identità.
Se guardiamo alle “storture” rilevate dalla Consulta sulla legge 40, o al pacchetto sicurezza che chiedeva ai medici di denunciare i clandestini, possiamo ancora parlare di evoluzione del ruolo del medico nella società?
Il rapporto tra la politica e la professione è complesso e vanno distinti alcuni piani su cui si svolge. Una prima riflessione deve riguardare la gestione della sanità, che sembra diventata un mero strumento di controllo sociale e del consenso. Laddove, invece – e questa è una mia opinione personale – di politica con la P maiuscola, quella capace di grandi mediazioni e di scelte che valorizzino le professionalità, la sanità ha bisogno come l’assetato di acqua. Perché è in questo settore che si riproduce in maniera esponenziale la differenza tra quello che le persone si aspettano e quello che invece è possibile loro dare.
C’è poi il piano del rapporto medici-politica che riguarda i contenuti della professione…
Sì, ed è quello che chiama particolarmente in causa le questioni bioetiche. Non da ieri, la nostra proposta è che il diritto deve essere un diritto mite. La legge non deve invadere la sfera delle responsabilità delle relazioni di cura che attengono al medico e al suo paziente. A mio giudizio, ma che non è solo mio, l’ordinamento dovrebbe limitarsi a definire le cornici fondamentali di una questione. E lasciare poi a un rapporto terapeutico, caratterizzato da un’etica forte fondata cioè su responsabilità, informazione e rispetto dei valori, tutte le scelte più difficili. In questo senso ci sono importanti sentenze della Consulta, compresa quella sulla legge 40, che dice con molta chiarezza che la legge non può intervenire definendo atti e procedure che sono di competenza del medico. La politica spesso dimentica che ogni relazione e ogni atto di cura è un atto a sé unico, irripetibile. Sta qui la grande forza civile etica dell’alleanza terapeutica.
Quale dovrebbe essere la funzione della bioetica?
Il dibattito bioetico si sostanzia su valori forti e indisponibili, per questo non mi sorprendono e non mi allarmano più di tanto le diversificazioni su alcune questioni molto delicate. Qualche volta sono spaventato dalla intolleranza che spesso si verifica nel confronto di alcune soluzioni. Questa è una mia idea assolutamente personale che esula dall’esercizio delle mie funzioni: qualche volta sono preoccupato perché diventa sempre più difficile trovare quelle cornici giuridiche e civili all’interno delle quali il dibattito bioetico trovi il suo equilibrio. La bioetica divide perché non può essere che così, ma mi preoccupa lo stallo del dibattito proprio quando deve essere tradotto in giurisdizione positiva. Quella in cui la comunità si riconosce o riconosce il peso della propria posizione. Perché ci sono questioni che una società può affrontare in tutta la sua complessità solo se ne condivide quanto meno i principi generali di rispetto e tolleranza dei reciproci valori.
E qui ritorniamo alla Costituzione…
Esatto. Dal punto di vista civile la nostra comunità una sua scelta l’ha fatta ed è la nostra Carta. Che è una Carta viva, e che certamente ancora oggi ha bisogno di essere vissuta e interpretata, però è il punto di equilibrio nel quale riconoscersi per convivere. left 19/2009

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Cronaca di due leggi vergogna

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Aprile 2009

Fecondazione assistita, ricerca sulle staminali embrionali, identità medica. Dopo il primo stop della Consulta agli articoli che violano la salute della donna, ora si dichiari l’incostituzionalità del ddl sul testamento biologico di Federico Tulli

Per la legge 40 una sonora bocciatura della Consulta

Mentre andiamo in stampa la Corte costituzionale è appena uscita dalla camera di consiglio dove si era riunita per valutare la legittimità costituzionale della legge 40 sulla procreazione medicalmente assitita (Pma). La norma è stata giudicata parzialmente illegittima dall’Alta corte. I giudici hanno infatti dichiarato «l’illegittimità costituzionale» dell’«unico e contemporaneo impianto» di tre embrioni (articolo 14 comma 2). Allo stesso modo è incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo 14 laddove non prevede che il «trasferimento degli embrioni, “da realizzare non appena possibile”, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». Nel mirino dei giudici, dunque, due passaggi della legge che minano il diritto alla salute. L’obbligo di contemporaneo impianto di tre embrioni è  infatti causa di parti plurigemellari tra le donne più giovani, mentre è spesso insufficiente per chi ricorre alla  fecondazione assistita in età più avanzata. La qual cosa comporta il ricorso a più tentativi di impianto. Ciò che invece la Corte ha dichiarato inammissibili, «per difetto di rilevanza nei giudizi principali», sono le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3 (irrevocabilità del consenso della donna) e 14, commi 1 e 4. Il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. «La pentola clericale della legge 40 è stata fatta senza il coperchio costituzionale – commentano Marco Cappato e Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni -. I casi individuali arrivati alla Consulta hanno dimostrato quanto piena di ideologia sia stata la stesura della legge “italiana” sulla fecondazione assistita». Secondo i due politici radicali è ora urgente riuscire a imprimere una svolta anche sulla questione centrale per milioni di malati: quella di destinare le migliaia di embrioni sovrannumerari, invece che alla spazzatura, alla ricerca. A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50 per cento) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa.
Dopo lo scempio dell’approvazione in Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico, finalmente la buona notizia della bocciatura “costituzionale” di questa brutta legge. La cui storia – che il nostro settimanale ha denunciato sin da quando fu proposta – ha tanti significativi punti in comune con il ddl sul testamento biologico appena approvato al Senato. Entrambe, antiscientifiche e ispirate a dogmi religiosi, attaccano violentemente una serie di diritti civili dati oramai per acquisiti. Almeno fino a quando la destra berlusconiana non è arrivata al governo. E l’opposizione le si è sistematicamente
sgretolata di fronte, lacerata da mille contraddizioni interne sui temi etici. f.t.

Un registro contro l’accanimento

Mina Welby

Mina Welby

Mina WelbyIl bersaglio grosso è l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici. È nel mirino dei Radicali  che stanno raccogliendo le firme per una delibera di iniziativa popolare al Comune di Roma. Quello retto da Gianni Alemanno, uno dei più accaniti sostenitori del ddl Calabrò. Nel frattempo la breccia è stata aperta da Sandro Medici, “minisindaco” Pd del X municipio della Capitale, dove vivono oltre 180mila persone. Tra le proteste dell’opposizione, Medici ha istituito un registro che sarà inaugurato la prossima settimana dal testamento biologico di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio.

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Luca e Piergiorgio, due eroi civili

Luca e Maria Antonietta Coscioni

Luca e Maria Antonietta Coscioni

«Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza  mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti». In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il  maratoneta (ed. Stampa Alternativa). Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria  della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali. Gli unici finanziamenti che oggi consentono alla ricerca italiana in questo campo – un tempo all’avanguardia – di mantenersi al passo con quella internazionale.

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Piergiorgio Welby

Guardando alla storia umana e politica di Coscioni e della legge contro cui si è battuto non si può non pensare a Piergiorgio Welby e al ddl sul cosiddetto testamento biologico appena varato dal Senato e in attesa di passare  all’esame definitivo della Camera. Come Luca, Piergiorgio era affetto da sclerosi laterale amiotrofica. E come lui  trasformò la propria condizione di malato terminale in una strenua battaglia politica per il rispetto del diritto alla salute e alla tutela della dignità umana garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Una battaglia per il diritto di morire di morte naturale, senza cioè essere più sottoposto a un inutile quanto doloroso accanimento terapeutico, rappresentato dal ventilatore polmonare. Nell’estate del 2006 Welby chiede che gli sia staccato. È malato da oltre 40 anni: la distrofia muscolare progressiva gli è stata diagnosticata nel 1963. Negli anni Ottanta perde l’uso delle gambe. Poi l’ultimo stadio: insufficienza respiratoria. Welby entra in coma e quando si risveglia è tracheotomizzato e  immobilizzato al letto. Da questo momento può respirare solo col ventilatore e comunicare solo tramite computer. Scrive indicando le lettere con gli occhi. Sono questi, d’ora in poi, la sua voce. Che fa sentire sul web sul sito dei  radicali italiani, dove ha aperto un forum dedicato all’eutanasia (www.calibano.ilcannocchiale.it). E che fa sentire nel suo libro Lasciatemi morire (Rizzoli) che conclude a settembre, tre mesi prima che l’anesesista Mario Riccio gli stacchi il respiratore.
Quando il libro va in stampa Welby ha quasi del tutto perso ogni capacità di comunicare anche attraverso gli occhi. Sono le settimane in cui la lettera che scrive al presidente Napolitano e che fa da prologo al libro mantiene alto il  dibattito sull’eutanasia e il testamento biologico. «Io amo la vita Presidente – scrive Welby -. Vita è la donna che ti  ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né malinconico né un maniaco depresso (come accertò lo psichiatra Alessandro Grispini, ndr). Morire non mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. È solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Quell’insensato accanimento che secondo il ddl approvato al Senato ora va imposto per legge. A chiunque si trovi in quelle condizioni. left 13/2009

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Legge 40, ci risiamo

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

lapresse_ro181108int_0012Bocciata nei tribunali ordinari, la norma sulla procreazione medicalmente assistita per la seconda volta in tre anni al vaglio della Corte costituzionale di Federico Tulli

A cinque anni dalla sua promulgazione, dopo un tentativo referendario di  abrogazione e decine di cause in tutta Italia promosse da altrettante donne in difesa del proprio diritto alla salute, senza contare la messa all’indice da parte dell’intera comunità medico-scientifica, la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita arriva per la seconda volta sotto la lente della Corte costituzionale. Che ha fissato per il 31 marzo l’udienza per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze. Sotto accusa gli articoli 6 e 14 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. «A partire dall’articolo 1, la legge 40 non rispetta l’articolo 32 della Costituzione, perché viola il diritto alla salute della donna», ci ricorda l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Ci auguriamo – aggiunge – che la Consulta colga l’occasione per rimediare a questi effetti». L’articolo 14 è per la seconda volta al vaglio della Corte. Che già il 9 novembre del 2006 aveva dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Cagliari. Ma poi, a settembre 2007, lo stesso tribunale aveva dato ragione a una donna portatrice di una grave malattia genetica che chiedeva il riconoscimento del diritto alla diagnosi preimpianto negato dalla legge 40. Un divieto, questo, parzialmente corretto dalle linee guida promulgate nel gennaio 2008 dall’allora ministro Livia Turco.

Certo, viviamo giorni in cui il varo della legge sul testamento biologico, così come  è stata elucubrata dal centrodestra, non incute ottimismo. Il ddl Calabrò è stato definito – e non a torto – «testamento ideologico» dalla senatrice radicale del Pd Donatella Poretti. Anche la vice presidente del Senato, Emma Bonino, non ha mancato in questi giorni di ricordare le inquietanti analogie di questa nuova norma con quella sulla Pma. Per il comune impianto antiscientista e illiberale di ispirazione cattolica che caratterizza entrambe. E il pensiero che ci possa essere ancora un ripensamento sulla legge 40 alimenta in queste ore le associazioni di pazienti sterili e infertili e chi questa norma la combatte sin da quando è stata proposta. La Corte costituzionale potrebbe, d’un sol colpo, se guardasse al vero, dichiarare incostituzionali  due  o più articoli della legge 40.
Anche sulla scia dall’ennesima bocciatura subita dalla norma sulla Pma per mano di giudici ordinari nelle scorse settimane: il Tribunale di Milano con due diverse ordinanze del 6 e del 10 marzo ha ampliato quanto affermato dal Tribunale di Firenze e dal Tar del Lazio. I giudici milanesi si sono pronunciati sui ricorsi presentati da due coppie siciliane portatrici di beta-talassemia e drepanocitosi abbinata a beta-talassemia, sostenuti dalle associazioni Hera di Catania, Sos infertilità di Milano e Cittadinanza attiva. In questo caso è stato messo in rilievo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività stabilito dall’articolo 4 della legge 40. E ancora, risultano invasivi e lesivi dell’integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatrici di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico. left 12/2009

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Biotestamento, in Aula va in onda la legge farsa

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

09059ufuansaIl Senato fa marcia indietro ed elimina il vincolo giuridico della dichiarazione anticipata di trattamento. Casson (Pd): «Questa norma è una presa in giro» di Federico Tulli

«Surreale». È la parola più usata al Senato nel corso degli interventi che si sono susseguiti per tutta la mattinata di ieri durante le operazioni di voto agli  emendamenti posti agli articoli del ddl Calabrò sul testamento biologico. Emendamenti tutti bocciati, quelli dell’opposizione, tranne uno dell’Udc: quello che stabilisce che le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) non sono vincolanti per il medico. Surreale, appunto. Mesi di feroci polemiche tra le diverse forze politiche sul varo di una legge «che deve andare a colmare un vuoto normativo» e poi, al dunque, si decide che la volontà espressa da una persona di fronte a un notaio con tanto di testimoni e proprio medico curante al seguito (operazione che, per essere valida quando “serve”, dovrà essere rinnovata ogni tre anni) non costituisce un vincolo giuridico per il medico che si dovesse venire a trovare quella persona come proprio paziente in stato terminale. Per la cronaca, come era  prevedibile, tutti e 9 gli articoli del ddl Calabrò sono stati approvati. Mentre in serata l’intero testo è stato licenziato dal Senato con 150 voti a favore, 123  contrari e 3 astensioni, ed è ora atteso dal vaglio della Camera. Anche l’esito del voto a Montecitorio è scontato. Ma per comprendere quale sarà il clima politico delle prossime settimane vale la pena ricordare che l’emendamento dell’Udc era stato bocciato in Commissione proprio dalla maggioranza. Lo ha sottolineato Felice Casson, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, spiegando che «questa norma, così com’è impostata, è solo una presa in giro per i cittadini, perché si fanno fare delle dichiarazioni che non hanno alcun senso, di cui altre persone possono fare quello che vogliono».

Duro anche il commento della capogruppo dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, la quale ha avvertito la maggioranza che la nuova legge è incostituzionale e che «c’è un limite oltre il quale la finzione non si può reggere, in questa Aula e anche davanti al Paese».  Dal canto suo l’Idv ha annunciato l’intenzione di raccogliere le firme per un referendum abrogativo. Impermeabile alle critiche il relatore del ddl, Raffaele Calabrò: «Credo che il testo non corra rischi di incostituzionalità», ha osservato. Per poi accusare la Finocchiaro di avere «una visione un po’ distorta delle Dat. Vorrebbe – ha detto Calabrò – che fossero vincolanti, senza però rendersi conto che quello che  ho deciso oggi può non corrispondere un domani, perché saranno cambiate la scienza e la medicina». La legge, ha concluso, «prevede invece che il medico potrà dialogare con il fiduciario di chi ha rilasciato le dichiarazioni per cercare di capire, alla luce delle conoscenze scientifiche, cosa si può fare». Sorge spontanea la domanda: ma allora a cosa serve redigere il biotestamento? – Terra, quotidiano del 27 marzo 2009

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Dietro alle decisioni di Obama

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Marzo 2009

obamL’illuminismo e le più innovative acquisizioni della bioetica, alle radici delle scelte sulla libertà di ricerca del neo presidente degli Stati Uniti. A Roma per il festival della Matematica, parla Armando Massarenti, epistemologo e filosofo della scienza firma del Sole 24 Ore  di Federico Tulli


Professor Massarenti, all’Auditorium lei introdurrà la lectio magistralis del premio Nobel per la Chimica Roald Hoffman, dal titolo “Matematica nella chimica?”. Cosa ci fa un filosofo al festival della Matematica?
Anzitutto bisogna fugare un pregiudizio che è della nostra cultura e cioè che la filosofia debba essere per forza legata all’ambito umanistico. Quella è una cultura che ha sempre visto le scienze come una disciplina minore. Addirittura dagli idealisti, come Croce e Gentile, la scienza era considerata disciplina di “serie b”.
Due grandi nomi nel suo campo. Ma la loro idea non è un paradosso se pensiamo al ruolo che oggi riveste la ricerca scientifica?

È peggio di un paradosso. La filosofia per come la intendo è oltremodo legata alle scienze. Non a caso le pagine che curo sul Domenicale del Sole 24 ore si chiamano “Scienza e filosofia”. Pagine in cui, dalla loro nascita nell’86, si è parlato di matematica. Con interventi di filosofia della matematica e anche di logica. Va peraltro detto che, a sua volta, la matematica non avrebbe potuto fare alcuni progressi di grandissima portata tra fine 800 e inizio 900 se non fosse stata legata strettamente a lavori di rigorosi filosofi che parlavano di logica. Come Frege. Difficile dire se lui sia stato un filosofo o un matematico. La sua idea di costruire una lingua universale era un progetto filosofico che voleva tradurre tutte le verità matematiche su basi logiche.
La teoria di Frege, però, ha fallito proprio la prova del riscontro scientifico…

Sì, ma è qui che entra in azione la filosofia della matematica, consentendo di capire come sfruttare i fallimenti ai fini del progresso della conoscenza.
Tutta la filosofia fa speculazioni di questo tipo. O no?
Sì, ma la matematica ha il vantaggio di imporre in maniera molto rigorosa questi limiti. Peraltro, se guardiamo alla filosofia politica o all’etica, scopriamo che da 2500 anni alcuni problemi di fondo sono riproposti costantemente senza che si arrivi a una soluzione. Ma questo non vuol dire che nel frattempo la politica e l’etica non siano progredite. Grazie anche al pensiero filosofico che ragiona di matematica, come di etica e di politica. E che pur senza fornire delle risposte definitive individua delle analogie, tra etica e politica da una parte e matematica dall’altra.
Ci spieghi meglio…

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Il filosofo della scienza Armando Massarenti

Un esempio di sintesi tra etica, politica e matematica può essere il Teorema della giuria di Condorcet. Il quale dimostrò matematicamente la possibilità di errore di una giuria in una percentuale precisa di sentenze. Questo teorema è un buon argomento contro la pena di morte. Poi c’è la questione della giustizia sociale. Da Platone in poi ci poniamo questo problema. L’esempio che mi piace fare è quello che fino a Montesquieu quasi tutti i trattati dicevano che il potere doveva essere unico perché così era incorruttibile. In realtà poi s’è scoperto che il vero modo per eliminare la grande corruzione che chi comanda porta con se è la divisione dei poteri. Quando l’abbiamo capito, anche se non c’è la dimostrazione scientifica piena, non siamo più tornati indietro. Alla prova dei fatti è una conquista che ci dobbiamo tenere ben stretta, perché se dobbiamo definire cosa è uno Stato di diritto la divisione dei poteri è una delle condizioni irrinunciabili. È un esempio, tra l’altro, molto attuale.
A proposito di attualità, il rigore che insegna il pensiero del matematico può essere utile?
Anche sulle questioni cosiddette bioetiche la matematica può dare una mano. C’è un nesso diretto. Quando Obama dice che la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali diminuirà le sofferenze vuol dire che sta abbracciando una filosofia morale e politica che è vicina a quello che è stato detto volgarmente utilitarismo.
Il discorso di Obama nascondeva, gratta gratta, un background religioso…
Quando parla di sofferenze non usa termini a caso, mira a un auditorio sensibile a certe parole. Ma è un auditorio di cui non fa parte la Chiesa cattolica, che parlando di diritti degli embrioni ha sposato una tesi sbagliata, andando contro tutta la comunità scientifica internazionale e ora anche contro gli Stati Uniti.
Quali sono i rifermenti cultural filosofici del neopresidente americano?
La chiave del discorso di Obama è nella teoria delle scelte pubbliche. Poiché la sua è una decisione finalizzata a minimizzare le sofferenze delle persone che sono coinvolte. Lo spiega bene Jonathan Baron, in Contro la bioetica (Raffaello Cortina). Baron non va contro la bioetica in assoluto, ma contro quella che si basa su principi inamovibili. Come può esserlo quello che dice che l’embrione è persona. Ecco, questo principio crea una serie di conseguenze che violano quello del minimizzare la sofferenza. La proposta di Baron va presa con le pinze, ma come idea di fondo è accettabile: se noi restiamo rigidamente legati al principio – peraltro confutabile – della sacralità della vita, per cui la vita biologica va difesa sempre e comunque, con lo stop alla ricerca con le cellule staminali embrionali causeremmo delle sofferenze che potrebbero essere evitate semplicemente lasciando libera la ricerca.
fractalÈ anche una questione di buon senso…
Già. Tutto il contrario di chi sostiene che lavorare sulle embrionali è inutile e che le staminali adulte fanno già miracoli.
Su questo punto, nel suo Staminalia (Guanda), lei fa una denuncia precisa.

Anzitutto non si può stabilire a priori qual è la ricerca buona e qual è quella cattiva. Quella sulle staminali embrionali è fondamentale perché, come ha detto anche Obama, ma come avverte spesso anche un’illustre scienziata come Elena Cattaneo, è attraverso il loro studio che si può trovare la chiave per progredire anche nel campo della ricerca sulle staminali adulte.
La scienza non lavora per compartimenti stagni…
È il senso della mia presenza al festival della Matematica. Ma tornando alle staminali, sottolineo che persino Shynia Yamanaka, lo scienziato giapponese che riprogrammando le cellule adulte della pelle ha scoperto la possibilità di non passare per l’embrione, sostiene la necessità inderogabile di mettere a confronto le caratteristiche dei due tipi di cellule. In fondo anche qui c’è un modo di ragionare che se fosse usato sistematicamente, attraverso la teoria delle decisioni razionali, eviterebbe moltissime sofferenze. left 10/2009

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Creativi con i numeri

Roma caput mundi mathematicae. Ma, poiché la matematica non ha confini, la prima sessione del Festival 2009 si è svolta a New York, dove il 10 e 11 marzo si è parlato di linguaggio matematico, in tutta la sua verità e bellezza. Sorvolato l’Atlantico, la terza edizione del Festival, organizzato come sempre dal matematico Piergiorgio Odifreddi, quest’anno con il titolo Creazioni e ricreazioni, sarà all’Auditorium di Roma dal 19 al 22 marzo. Salvare il mondo con i numeri è il fil rouge dei due eventi. Se a New York il re dei frattali Benoit Mandelbrot ha parlato del disordine dei mercati, e il Nobel per la Fisica Shelly Glashow ha tenuto una lezione sull’irragionevole efficacia della matematica, a Roma l’eccellenza del pensiero scientifico filosofico ci condurrà nell’intrigante mondo delle creazioni matematiche: con le medaglie Fields Edward Witten, Timothy Gowers e Vaughan Jones, il Nobel per la Fisica Arno Penzias, il fisico Nicola Cabibbo, i Nobel per la Chimica Roald Hoffmann e Richard Ernst, e quelli per l’Economia Robert Mundell, John Nash e Thomas Schelling. Tutti presentati da autorevoli scrittori, filosofi, matematici e giornalisti scientifici. Come Gabriele Beccaria, Marco Cattaneo, Riccardo Chiaberge, Giulio Giorello, Armando Massarenti e Claudio Procesi.

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La scienza non è un’altra religione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009

3310053595_d73e4e45e3Della serie “Perfido tempismo”. Il ministro Sacconi ha escluso le ricerche sulle staminali embrionali dai nuovi bandi per i finanziamenti alla ricerca, creando una discriminazione che va persino contro la proibizionista legge 40 e che allontanerà l’Italia dai finanziamenti Ue. Il fattaccio accade proprio alla vigilia del II congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito (5-7 marzo, Bruxelles Parlamento Ue). Scienziati, legislatori, uomini politici dei 5 continenti discutono di manipolazione politica della scienza e di confronto tra metodo scientifico e pensiero religioso, cercando di collegare l’attualità scientifica e politica con le esigenze delle persone malate o disabili. Left anticipa alcuni brani delle relazioni del bioeticista Alex Mauron dell’università di Ginevra e di Stephen Minger, direttore del King’s stem cell biology laboratory di Londra (vedi left n. 18/2008). Federico Tulli



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Relativismo epistemologico e dogma religioso: la strana coppia nella battaglia contro la libertà di ricerca scientifica di Alex Mauron


La cultura contemporanea è molto più ambivalente che in passato nei confronti della scienza e talvolta apertamente ostile. Ne sono chiari esempi l’ascesa del movimento Creazionista, che si va diffondendo molto oltre la Bible belt americana in cui esso nacque e la sempre più autoreferenziale opposizione a specifici campi della ricerca biomedica (come ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali) da parte di alcune autorità religiose. Inoltre questi conflitti non si limitano a riproporre i vecchi scontri tra scienza e religione, che vertevano su chi avesse l’autorità e la competenza metodologica ad accedere alla verità e a svelarla al mondo. Oggi il relativismo epistemologico e la speculazione sulle presunte implicazioni etiche delle scoperte scientifiche giocano un ruolo molto più ampio. Ad esempio, il tentativo creazionista di confezionare un’alternativa pseudoscientifica alla biologia evoluzionista, quale è la teoria del disegno intelligente, non ha mai avuto successo, eppure tale fallimento non ne compromette la crescente influenza. Infatti tale influenza ha poco a che fare con la scienza in quanto tale e deriva piuttosto dalla fustigazione della visione scientifica, descritta come un materialismo noncurante che conduce alla disperazione e alla perdita della credenza tradizionale in comandamenti morali oggettivi. Ecco una perfetta illustrazione del “sillogismo relativista”:
a. La scienza asserisce che un insieme di fatti e spiegazioni sul mondo – chiamata E – è vera.
b. Se E è vera, ne derivano spiacevoli conseguenze morali e sociali.
c. Ergo E è falsa.
Pur nell’assurdità di una simile illusione, questo modo di ragionare ha conquistato l’ampio sostegno tanto della cultura popolare («la scienza è solo un’altra religione») che di quella erudita (lo strong programme della sociologia della scienza e di altre filosofie irrazionaliste). Così, i dogmatici religiosi si sentono incoraggiati a sostituire il loro proprio marchio di dogma a quella “religione naturalistica” che sarebbe la scienza. Tale alleanza tra atteggiamenti dogmatici e relativistici non è senza precedenti nella storia.

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Potenziale terapeutico e di ricerca delle cellule staminali umane pluripotenti di Stephen Minger

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A partire dalla ricostruzione del sistema ematopoietico, realizzata per la prima volta attraverso il trapianto di midollo osseo negli anni Sessanta, si è nutrito un significativo interesse per il potenziale terapeutico e scientifico delle cellule staminali. L’isolamento di specifiche cellule staminali tissutali multipotenti provenienti da organi di persone adulte e la derivazione di cellule staminali embrionali pluripotenti offrono il potenziale per la rigenerazione di diversi tessuti e organi soggetti a degenerazione legata all’età e a danni traumatici. In un futuro non troppo distante sarà possibile riparare i tessuti cardiaci danneggiati dall’infarto miocardico, sostituire i neuroni perduti a causa del morbo di Parkinson e di Alzheimer, trapiantare nuove cellule produttrici di insulina e cellule mieliniche per gli individui affetti da sclerosi multipla e sostituire ossa e cartilagini consumate con l’età e a causa di malattie infiammatorie. Inoltre, la produzione di popolazioni specifiche di sottotipi definiti di cellule umane ha un enorme potenziale di rivoluzionare la scoperta di nuovi farmaci e l’investigazione dei fondamenti cellulari delle malattie umane. Il campo emergente della Medicina rigenerativa modificherà in modo rilevante la medicina clinica e influenzerà significativamente le nostre percezioni dell’invecchiamento, della salute e della malattia, con una miriade di conseguenze per tutta la società.

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L’evoluzione di Obama

Pubblicato da Federico Tulli su 29 Dicembre 2008

Stem_Cell_culture03_3463.JPGArrivano dodici mesi da ricordare per la genetica, l’astrofisica e per i fan di Darwin. Inoltre si chiude l’era Bush. La rinascita degli Usa, e non solo, sarà trainata dalla ricerca. Parola del neopresidente di Federico Tulli

Il progresso scientifico si basa su prove e fatti che «non devono mai essere falsati o oscurati dall’ideologia». No, a pronunciare queste parole non è stato il “solito” premier spagnolo José Zapatero in risposta a qualche sussulto antiscientista delle gerarchie vaticane di stanza nell’antico regno di Castiglia. Ad assicurare che dal 2009 con il suo insediamento alla Casa Bianca la scienza tornerà in primo piano è stato il neo presidente Usa, Barack Obama. E forse mai miglior auspicio poteva essere fatto in tempi e luoghi in cui sembrava oramai assodato lo schizofrenico assunto che il progresso dell’umanità dovesse prendere lo slancio da guerre e distruzioni.

In tema di ricerca Obama vuole distinguersi nettamente dal suo predecessore non solo a parole. Prova ne è, anzitutto, la nomina di John Holdren a direttore dell’ufficio Scienze e tecnologia della Casa Bianca. Holdren ha diretto la Pcswa, una Ong che nel 1995 vinse il Nobel per la Pace per il suo impegno a sostegno di uno sviluppo scientifico compatibile con l’equilibrio geopolitico. A dare ulteriore linfa alle ambizioni della comunità scientifica internazionale, che da sempre guarda agli Usa come termometro dei rapporti tra istituzioni e mondo della ricerca, è la scelta di Harold Varmus e di Eric Lander come co-presidenti di Holdren. Varmus ha vinto il Nobel per la medicina nel 1989 per i suoi studi sulle basi genetiche del cancro. Lander ha svolto un ruolo decisivo nel progetto di mappatura del genoma umano aprendo la strada a nuove ricerche su malattie incurabili. Si delineano dunque interessanti prospettive per la ricerca in campo medico, tanto più che tra le prime dichiarazioni di Obama dopo la vittoria elettorale c’è la promessa di riaprire il flusso di finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Flusso interrotto da Bush jr. nel 2001 su pressione delle lobby cattoliche.

neurons-from-skin-stem-cells_641Nuove importanti risposte potranno poi venire dallo sviluppo dalle scoperte di Shinya Yamanaka della Kyoto University, che nel 2007 è riuscito a creare cellule staminali umane adulte della pelle “riprogrammate” e pluripotenti, con caratteristiche del tutto simili a quelle embrionali. Per quanto riguarda l’Italia, lo studio sulle embrionali vere e proprie proseguirà di fatto solo grazie ai finanziamenti europei. Tra le altre discipline un risalto particolare sarà dato all’astronomia e a quelle legate all’evoluzionismo. Il 2009, su richiesta dell’Unesco, è stato proclamato dall’Onu Anno internazionale dell’astronomia. E sempre nel 2009, in primavera, il Cern di Ginevra riattiverà l’acceleratore di particelle Lhc dopo il guasto subito nell’ottobre scorso in avvio dei test per ricreare “l’attimo” che ha preceduto il Big bang. In merito alle scienze umane e naturali a fare da catalizzatore è invece il bicentenario della nascita di Charles Darwin. A fornire lo spunto per l’approfondimento di temi che riguardano la genetica, le neuroscienze, la psichiatria, ma anche la paleontologia, l’arte e l’architettura è la mostra “Darwin 1809-2009” organizzata dal filosofo della scienza Telmo Pievani e che sarà inaugurata l’11 febbraio al palazzo delle Esposizioni di Roma. Restando in Italia segnaliamo infine alcuni dei festival scientifici che all’estero ci invidiano, sia per la ricchezza dell’offerta degli argomenti, sia per l’attenzione ricevuta negli anni da parte del grande pubblico. A marzo, dal 19 al 22, l’Auditorium di Roma ospita il festival della Matematica e il tema scelto da Piergiorgio Odifreddi che ne cura l’organizzazione è “Creazioni e ricreazioni matematiche”. Il mese clou sarà, come sempre, ottobre. In programma dal 3 al 19 la sesta edizione di BergamoScienza e, dal 23 ottobre al 1 novembre, con la parola chiave “Futuro”, il festival Genova scienza. Mostre scientifiche e artistiche, laboratori, exhibit, conferenze, incontri, tavole rotonde, caffè scientifici. Ce n’è per tutti.

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