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Povera ricerca

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Agosto 2009

Si chiama perenzione. È il cappio che restringe da sette a tre anni il termine entro cui i laboratori devono concludere gli esperimenti finanziati con denaro pubblico, per non rimanere senza fondi. Solo Tremonti può eliminarla con la prossima Finanziaria. Ma dovrebbe rinunciare a 27 miliardi di euro di Federico Tulli

Il gioco delle “tre carte” nei film anni 60 simboleggiava l’Italietta traffichina del secondo dopoguerra. La chiamavano “arte d’arrangiarsi”, modo zuccherino di definire una truffa. Oggi, secondo la denuncia degli studenti dell’Associazione Coscioni, e dei senatori Paravia e Andria (rispettivamente Pdl e Pd) che hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Tremonti, il banchetto del mazziere si è spostato a palazzo Chigi. La vittima designata non è il sempliciotto di turno ma la ricerca scientifica di base. E pure il trucco ha cambiato nome, si chiama “perenzione”. È questo uno strumento di finanza pubblica amministrativa mediante il quale nel 2007 l’allora ministro Padoa Schioppa ha ridotto da 7 a 3 gli anni entro cui i progetti di ricerca finanziati dal Fondo per gli investimenti della ricerca di base devono concludere il proprio iter. Passati i tre anni lo Stato smette di erogare, pur essendo questo il normale periodo che trascorre dal bando al semplice avvio di un progetto. Centinaia di istituti scientifici, e soprattutto le università, sopravvivono grazie ai finanziamenti pubblici destinati alla ricerca. Soldi che in pratica alla fine solo sulla carta corrispondono a un sostanzioso 0,56 per cento del Pil, poiché è impossibile chiudere una ricerca in tre anni, specie se di base (difatti una tale restrizione non esiste in tutto il mondo civilizzato). Dal Cnr alla Fondazione Ebri della Montalcini, alle più prestigiose facoltà, ciascuno rischia di veder andare in fumo studi e ricerche già avviati del valore che può essere anche di qualche decina di milioni di euro. È stato calcolato che in totale i fondi caduti in perenzione sfiorano i 27 miliardi di euro. Servirebbe un semplice comma nella prossima Finanziaria, alla quale si comincerà a lavorare a settembre, per garantire ai nostri scienziati e ricercatori di condurre a compimento i loro progetti, riportando il termine della perenzione ad almeno 7 anni. Ma il lungo silenzio di Tremonti sull’argomento – nonostante sia da sempre acerrimo critico di Padoa Schioppa – la dice lunga su quanto il ministro dell’Economia sia disposto a rinunciare all’equivalente di una robusta Finanziaria. Prelevata con destrezza dal portafoglio della scienza italiana.

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Riforma in due mosse

A colloquio con il direttore scientifico dell’Ebri, Piergiorgio Strata: «Ecco perché siamo al ventesimo posto in Europa» di Simona Nazzaro

Professor Strata, lei da neuroscienziato dirige l’Ebri (European brain research institute), come descrive lo stato della ricerca in Italia?

Mi basta dire che secondo l’European innovation scoreboard (Quadro di valutazione dell’innovazione europea) la media degli indici di ricerca e sviluppo del nostro Paese galleggia intorno al ventesimo posto. Una posizione medio-bassa nella quale ci seguono Cipro, Spagna, Malta, Lituania, Ungheria, Grecia, Portogallo, Turchia, Croazia e così via. Peraltro dallo stesso studio emerge che nel 2007 l’investimento pubblico in ricerca e sviluppo era pari allo 0,56 per cento del Pil, a fronte di una media europea molto simile (0,65 per cento), e molto vicino a quello della Gran Bretagna (0,58 per cento).Quindi la nostra situazione per nulla idilliaca non deriva da una eventuale carenza di fondi pubblici.

Come mai l’Italia è al 20esimo posto in Europa per innovazione e ricerca?

Io ritengo che quello 0,56 per cento di Pil destinato alla scienza non sia ben distribuito e coordinato. Questo significa soprattutto che urge la riforma degli enti che il ministro Gelmini ha promesso. Dopo di che il coordinamento deve combattere decisamente la frammentazione e dare priorità alla creazione di grandi infrastrutture, con adeguate masse critiche, per trattenere l’eccellenza italiana e favorire l’ingresso di scienziati stranieri. Inoltre, anche se i rettori si affannano a negarlo, nelle università abbondano gli sprechi e le cattive scelte.

Un esempio di riforma efficace?

Assieme alla riforma degli enti e alla creazione di infrastrutture di eccellenza, alla base di tutto vi deve essere una seria valutazione. Questa deve avvenire su due livelli. In primo luogo c’è quella relativa alla struttura di ricerca. Ben venga la ripartizione meritocratica applicata dall’attuale ministro, purché sia col tempo migliorata. Oltre a questo, noi ricercatori auspichiamo da tempo l’assegnazione di risorse direttamente ai dipartimenti, in seguito alla loro valutazione, come del resto accade dal 1986, con successo, in Gran Bretagna. Per la sopravvivenza di un dipartimento è necessario produrre buona ricerca e quindi un reclutamento meritocratico. Così le facoltà diventeranno enti inutili e, chiudendo, lasceranno campo libero ai Consigli del corso di laurea che possono svolgere al meglio il compito di organizzare la didattica. In secondo luogo occorre considerare la valutazione dei progetti di ricerca di singoli o di gruppo, che va attuata secondo i modelli e la serietà che sono la norma in altri Paesi.

Esiste la meritocrazia in Italia?

La meritocrazia si fonda sul principio di valorizzare chi è migliore tra un gruppo di persone per creare un “mercato”. In Italia questo principio è sempre stato carente, specialmente nelle università statali. Non mi interessano qui i casi di aiuti ai figli di papà che peraltro non sono la maggioranza. Al di fuori di questi casi anche per chi vuole applicare i buoni principi si presentano difficoltà insormontabili. A differenza di quanto avviene in altri Paesi, nella scelta di una posizione accademica di qualunque livello da noi di regola non si va in cerca di una persona di valore ma si tende a favorire lo studente “locale” di turno. Poiché per promuovere una persona a un concorso è necessaria una maggioranza, si determina un gran via vai di accordi che sono dei veri e propri baratti. Da qui nascono le pessime scelte e non credo che la recente introduzione dei sorteggi cambierà molto.

Come se ne esce?

Come dico da tempo, i tagli proposti dall’attuale governo sono preoccupanti ma nello stesso tempo debbono stimolare le università a utilizzare meglio le proprie risorse. C’è poi quel provvedimento di Padoa Schioppa che ridusse la perenzione da 7 a 3 anni e che grida vendetta. Ebbene, il governo Berlusconi, proprio in questo caso fa finta di nulla. Per alcuni centri di ricerca che non hanno i mezzi per far fronte all’emergenza determinata dalla perenzione di 3 anni c’è il concreto rischio di chiudere i battenti. left 33/2009

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Chi ha paura della scienza

Pubblicato da Federico Tulli su 10 Luglio 2009

protestaC’è un nesso preciso tra libertà di espressione e libertà di ricerca. è possibile valutarlo grazie al progetto degli “Indicatori” promosso dall’Associazione Coscioni di Federico Tulli

I ricercatori di ogni continente condividono l’obiettivo comune della crescita della conoscenza scientifica. Eppure scienziati e operatori sanitari lavorano in contesti normativi che spesso limitano, in misura diversa da Paese a Paese, la loro libertà di ricerca. Tramite il progetto degli “Indicatori”, promosso dell’Associazione Coscioni, è ora possibile quantificare i diversi livelli di libertà di ricerca in rapporto all’ambito socio-politico-culturale in cui la scienza si trova a operare. Per saperne di più left ha chiesto di illustrare i passaggi più significativi dello studio al professor Andrea Boggio, docente di Diritto alla facoltà di Storia e scienze sociali della Bryant university (Stati Uniti) nonché coordinatore della cellula Coscioni di Boston. È lui infatti il coordinatore di un primo interessante monitoraggio che si è basato sui dati qualitativi raccolti in 10 Paesi: Brasile, India, Irlanda, Nuovo Galles del Sud, Nuova Zelanda, Panama, Quebec, Sudafrica, Spagna e Svezia. «Anzitutto – spiega Boggio – in qualche misura il modello del progetto è “Freedom of the press”, il rapporto pubblicato da Freedom House, che da molti anni si occupa di monitorare la libertà di stampa. Questo è il fine ultimo anche per noi ma non siamo ancora giunti a quel punto». Il nesso tra libertà di stampa e libertà di ricerca non è casuale. «Sia il lavoro del giornalista, sia quello dello scienziato sono espressione del pensiero», osserva il professore.

«Quando viene intaccata la libertà di pensiero, insieme alla libertà di stampa, immediatamente anche la ricerca scientifica inizia a correre pericoli». Dal punto di vista pratico, il progetto degli “Indicatori” ha dimostrato anche un’altra correlazione. Quella che c’è tra la limitazione della ricerca e il tipo di legame che esiste tra questo mondo e quello della politica. Meno è diretto questo legame, più la scienza è libera di agire. «L’esempio più illustre è sempre quello delle cellule staminali embrionali», osserva Boggio. «Questo è un campo in cui idee diverse competono al fine di determinare cosa sia la vita umana. Prendiamo il caso italiano, da un lato c’è la politica che riconosce all’embrione lo status di persona, dall’altro c’è la scienza che dimostra come  l’uomo sia persona solo alla nascita. Il risultato è che nel momento in cui viene proibito di fare ricerca in quel campo ovviamente si toglie anche la libertà di pensare che l’embrione non sia una persona». L’Italia non è tra i 10 Paesi monitorati dall’équipe di Boggio ma l’esempio delle staminali ci riporta al progetto degli “Indicatori”. E ai quattro campi di attività di ricercatori e operatori della sanità presi in considerazione dallo studio: tecnologie di riproduzione assistita; ricerca con le cellule staminali embrionali; scelte di fine vita; aborto e contraccezione.

«I risultati preliminari – dice Boggio – dimostrano che gli Stati possono essere classificati a seconda del livello di libertà di cui godono ricercatori e operatori sanitari. Estendere questo tipo di analisi a un numero maggiore di Paesi si rivelerà certamente utile per valutare i fattori politici e culturali che sono alla radice delle limitazioni alla libertà di ricerca». Più in concreto, il professore riporta l’esempio della differenza tra Svezia, Irlanda e Spagna. E poi c’è il caso Panama. «Poiché metà dello studio verteva su eutanasia e aborto, ciò ha avuto un impatto sulla classificazione di Spagna e Irlanda come Paesi piuttosto conservatori dal punto di vista anche della ricerca. Al contrario, le politiche sociali molto più progressiste consentono alla Svezia di avere un punteggio molto basso e di classificarsi quindi come Paese molto libero». Panama, infine, rappresenta un caso interessante. Anche il suo punteggio è basso. «La spiegazione è molto semplice», dice Boggio. «Qui la ricerca sulle staminali non è regolamentata, dunque non esistono restrizioni. Tale assunto può anche dimostrarsi non vero ma mostra che siamo in presenza di una sfida: come ci comportiamo con i Paesi in cui non esiste regolamentazione?». Se pensiamo all’Italia e all’assenza di normativa che ha portato al varo della legge 40 si potrebbe dire che a volte la cura è peggiore della malattia. Left 27/09

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Un voto per la ricerca

Pubblicato da Federico Tulli su 5 Giugno 2009

L'europarlamento di Strasburgo

L'europarlamento di Strasburgo

Se negli Stati Uniti la ricerca sulle cellule staminali è stato uno dei cavalli (vincenti) di battaglia del neo presidente Obama, nonché uno dei temi centrali della sua campagna elettorale, in Italia non un solo riferimento è stato fatto da parte dei media in vista delle europee. Inoltre, se si eccettua la Lista Bonino-Pannella, non un solo soggetto politico-elettorale ha speso una parola in favore di un eventuale impegno a battersi per lo sviluppo di questa ricerca. Eppure sarà l’assemblea che esce dalla tornata elettorale del 6-7 giugno a decidere, nel 2013, sul rifinanziamento dei progetti di studio sulle embrionali. Un rifinanziamento vitale per gli scienziati italiani a cui, per motivi ideologici, il ministero del Welfare preclude la partecipazione ai bandi nazionali.
Nel corso dell’ultima Conferenza sulle cellule staminali all’Accademia dei Lincei, l’eurodeputato Marco Cappato, nel ricordare che si deve alla battaglia dell’Associazione Luca Coscioni l’esistenza di quei fondi Ue, ha denunciato la situazione: «Il compromesso raggiunto sulla finanziabilità della ricerca sulle linee cellulari ottenute dagli embrioni sovrannumerari è un compromesso fragile. Il Vaticano è già al lavoro in Europa per estendere le proibizioni nei prossimi anni. Entro il 2012 dovrà essere terminata la co-decisione tra Parlamento europeo e Consiglio sulle nuove regole, ma la politica italiana finge di non accorgersene». left 22/2009 **Federico Tulli**

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Il peggior nemico dei monoteisti

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Maggio 2009

flickrIslam o cristianesimo che sia, a 150 anni da L’origine delle specie, l’evoluzionismo fa ancora paura ai poteri religiosi. Nella laica Turchia una giornalista è stata licenziata per aver messo Darwin in copertina. Le analogie con l’Italia evidenziate dallo storico della Medicina Gilberto Corbellini

Nel 2009 c’è ancora chi ha paura di Charles Darwin, della sua teoria sull’evoluzionismo e dell’affermazione concreta di un mondo laico che se ne va per conto proprio indipendentemente dall’intervento divino, basando crescita e trasformazioni su leggi e regole studiate dalla scienza. A 150  anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, c’è chi ha deciso che l’evoluzionismo non è argomento da trattare punendo, severamente, chi si è proposto di farlo. Il colpo è arrivato da un comitato scientifico: questo si rischia quando la politica interferisce nella ricerca. È successo in Turchia, dove il comitato editoriale di Scienza e tecnica, mensile del Consiglio turco di ricerca scientifica e tecnologica (Tubitak), dapprima ha sostituito con un pezzo sul riscaldamento globale la storia di copertina del mese di marzo, che celebrava Darwin, e poi ha licenziato la direttrice. Lo ha riportato in esclusiva il quotidiano laico Milliyet precisando che la sostituzione della giornalista è stata disposta da Omar Cebeci, vice presidente di Tubitak ed editore della rivista. Gli oscurantisti religiosi non hanno ancora fatto pace con la teoria di Darwin, ritenendola incompatibile con gli insegnamenti creazionisti del Corano. Il timore è che, ammettendo l’evoluzione, possa essere tolto spazio all’azione di Dio (vedi left n. 4/2009). La Turchia, si sa, è un Paese di contraddizioni, dove le componenti laiche e religiose coesistono non sempre in modo pacifico: la Costituzione sancisce la laicità dello Stato ma da sei anni è al potere Giustizia e sviluppo (Akp) il partito filo islamico (ma che finora ha evitato derive fondamentaliste) del premier Tayyip Erdogan, da alcuni accusato di voler attuare l’«islamizzazione nascosta» del Paese, mentre altri gli attribuiscono un ruolo di diga contro l’estremismo religioso. Il mondo scientifico turco ha invitato gli amministratori del Tubitak a dimettersi, definendo l’episodio uno degli eventi più vergognosi della storia della Repubblica. Yusuf Kanli, stimato editorialista del quotidiano laico Hurriyet ha ricordato che prima che nel 2006 arrivasse al potere l’attuale maggioranza, Scienza e tecnica aveva pubblicato senza problemi almeno 10 articoli su Darwin e la sua teoria,  ma allora la direzione amministrativa del Tubitak era laica». Poi, nel 2008, modificando lo statuto dell’Ente scientifico il presidente della Repubblica Abdullah Gul (anch’egli dell’Akp) ha assunto il potere di nominarne il responsabile. Sullo sfondo dell’episodio si pone la dura opposizione del fanatismo islamico alla teoria dell’evoluzione di Darwin, ma anche un certo clima di ostilità verso l’Ue, dove molti continuano a frenare sull’adesione della Turchia. Eppure proprio grazie alla prospettiva europea i rischi di fondamentalismo potrebbero essere evitati sia in Turchia che in Europa. è questa la convinzione dei radicali, sostenitori dell’ingresso della Turchia in Ue, che si sono mobilitati contro la censura subita da Scienza e tecnica. Gli eurodeputati radicali Marco Pannella e Marco Cappato hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione per chiedere di «affrontare la questione con le autorità turche» e suggerire loro di attivarsi per far pubblicare la rivista nella versione originale, e per la revoca del licenziamento. Inoltre  Cappato in qualità di segretario dell’Associazione Coscioni e capolista della lista Bonino/Pannella alle prossime elezioni europee, si è impegnato a continuare a seguire la vicenda fino in fondo: «Come organo garante dei trattati comunitari la Commissione deve valutare le conseguenze di una tale violazione delle libertà di espressione e di ricerca scientifica sulla partnership euro-turca in materia di scienza e sulla collaborazione Ue-Tubytak, nonché indicare nell’ambito di quali progetti Ue il Tubytak è concretamente coinvolto».
Simona Nazzaro e Simonetta Dezi, associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica

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intervistaINTOLLERANTI PER “NATURA” – Intervista al professor Gilberto Corbellini

«Il metodo dogmatico è logicamente incoerente» di Federico Tulli

Professor Corbellini, in Turchia su pressione degli attivisti religiosi è stata licenziata la direttrice di una rivista scientifica “rea” di aver messo Darwin e l’evoluzionismo nella storia di copertina. Che fine ha fatto l’islam di Averroè e Avicenna, dei cultori dell’astronomia e di altre antiche discipline?
Durante il periodo della sua espansione l’islam ha favorito il progresso della scienza, e pure il trasferimento delle conoscenze filosofiche e scientifiche all’Occidente è passato per questo pensiero religioso. Poi, come in tutte le religioni monoteiste ha prevalso l’esigenza di frenare il processo di acquisizione di un’autonomia individuale attraverso lo sviluppo del pensiero critico. Un’autonomia che va contro il metodo dogmatico delle religioni, che non può argomentare con coerenza logica le loro credenze superstiziose e metafisiche.
Cosa è accaduto in particolare?
L’islam è regredito economicamente e militarmente, lasciando alla religione il controllo della società. Per cui è divenuto intollerante. Ma quella delle religioni monoteiste è un’intolleranza diretta verso specifiche discipline scientifiche.
Vale a dire?
Sia i cristiani che i seguaci di Allah riescono a trovare un compromesso con la fisica e la matematica. I problemi nascono con le scienze che sviluppano teorie capaci di spiegare l’origine e le caratteristiche della natura umana, riconducendola alle sue caratteristiche biologiche.
Per questo, come lei scrive nel suo ultimo libro edito per Longanesi Perché gli scienziati non sono pericolosi, l’evoluzionismo fa (ancora) paura?
Con la teoria di Darwin e lo sviluppo della biologia emerge l’infondatezza del pensiero finalistico – in particolare delle credenze creazioniste sull’origine dell’uomo – che difatti viene accantonato da larga parte della cultura moderna, non solo occidentale. Allo stesso tempo non va dimenticato che Darwin e le scienze moderne sono difficili da capire e quindi da accettare per la cultura popolare.
Perché?
Negli ultimi 150 anni, la scienza si è progressivamente staccata dal senso comune, cioè dalla capacità delle persone di comprenderne gli sviluppi. Inoltre sono state create tecnologie che hanno cambiato quello che sembrava il corso immutabile della natura. Penso ai trapianti come alla fecondazione assistita. Un ruolo cruciale è poi stato svolto dalla scoperta del Dna umano e della genetica che ne è derivata. Tutto questo ha sicuramente avuto l’effetto di far avvertire la scienza come qualche cosa di estraneo all’esperienza comune.
Ciò non toglie che molte delle scoperte legate a queste discipline facciano ormai parte del nostro quotidiano…
Appunto, anche se l’atteggiamento verso la genetica è generalmente scettico, poi alla fine, come sta accadendo in Italia, registriamo il boom dei test genetici. Ma, se parliamo di medicina, è l’atteggiamento delle istituzioni religiose a dover essere valutato con attenzione. Specie quello che riguarda gli avanzamenti scientifici che offrono la possibilità di ridurre la sofferenza umana. Oggi la medicina consente anche alle persone infertili o portatrici di malattie genetiche di realizzare la possibilità di avere un figlio e soprattutto di averlo sano. La scienza e la tecnologia permettono quindi cose che la religione promette solo in termini di miracoli. È in questo momento che si raggiunge l’apice dell’antagonismo della religione nei confronti del pensiero e metodo scientifico, poiché le istituzioni religiose realizzano il pericolo di perdere la presa sulla popolazione. left 20/2009

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Una norma fuori legge

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Maggio 2009

FECONDAZIONE ARTIFICIALE«Potremo tornare a seguire la buona pratica medica». Queste poche ma significative parole di Claudia Livi, ginecologa e presidente del Cecos (Centro studi e conservazione ovociti e sperma umani) sintetizzano il quadro delle più immediate conseguenze della sentenza 151/2009 con cui la Corte costituzionale ha messo la parola fine alla querelle interpretativa che si è aperta all’indomani della comunicazione del dispositivo che ha stabilito la parziale incostituzionalità della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. La presidente del Cecos è intervenuta a Roma al convegno “La cura della sterilità e le tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il futuro dopo la sentenza della Corte costituzionale e le modifiche alla legge 40”, organizzato alla sala Mappamondo della Camera da Amica cicogna, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, Madre provetta e un bambino.it (appena costituitesi in Federazione nazionale dei pazienti infertili) e dall’Associazione Luca Coscioni. Un incontro pensato per fare il punto della situazione dal punto di vista medico in seguito alla bocciatura degli articoli 6 e 14 della legge 40, laddove impongono il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. Ma che è anche servito a inquadrare la “sentenza 151” in un contesto più ampio, che coinvolge tutti i cittadini e non solo quelli che decidono di ricorrere alla fecondazione assistita: quello relativo alla battaglia in difesa dello Stato di diritto da leggi deologiche e strumentali al controllo delle nostre scelte personali operato dalle istituzioni politiche. «Una battaglia che comprende altre due storiche sentenze della Consulta», ha ricordato il giurista Stefano Rodotà. Quella del 2007 che ha riconosciuto a Eluana Englaro il diritto a veder riconosciuta la propria volontà di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico, e la sentenza 438/2008 sul consenso informato. «Questo secondo dispositivo – ha aggiunto Rodotà – costituisce un punto di sintesi tra il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione, due diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta, e violati da norme come la 40 e quella sul cosiddetto testamento biologico approvata al Senato e in attesa di valutazione alla Camera». Quanto alla sentenza 151/09 (pubblicata mercoledì scorso in Gazzetta e che quindi mette immediatamente in condizione i medici di valutare caso per caso il numero di embrioni da impiantare e l’eventuale crioconservazione di quelli sovrannumerari), Rodotà ha sottolineato, da un lato, che con essa «la guerra contro la distruzione sistematica dello Stato di diritto non è ancora completamente vinta», e dall’altro che «è stato riaperto il discorso sullo statuto giuridico dell’embrione». Pensiamo di non interpretar male le parole del giurista se diciamo che in pratica la Consulta ha demolito l’impostazione ideologica di derivazione cattolica della legge 40 secondo cui l’embrione sarebbe “persona”, e non, come peraltro sostiene tutta la comunità scientifica mondiale, un conglomerato di cellule indistinte. Il perché la battaglia non è completamente vinta lo spiega a left l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Non esiste un diritto a un figlio a ogni costo, ma esiste un diritto alla salute ed è questo che è stato leso dalla 40, secondo la Consulta. Ma rimangono in piedi alcuni passaggi che noi riteniamo incostituzionali riassumibili in tre punti: il divieto dell’eterologa, il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le persone fertili ma affette da malattie genetiche e la questione dell’utilizzo per fini scientifici degli embrioni non utili per una gravidanza». Su questi tre punti ci sono dei procedimenti in corso e altri già depositati in diversi tribunali italiani. Per comprendere se il definitivo affossamento di una delle più inique e illiberali norme prodotte dalle destre nella storia d’Italia debba passare ancora per la Corte costituzionale – e non per un (a questo punto) auspicabile dibattito prima pubblico e poi parlamentare – non resta che attendere che la giustizia faccia il suo corso. left 19/2009

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Piaghe vaticane

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Aprile 2009

Enormi progressi nella ricerca. Una classe politica non all’altezza. Il  fisiologo Piergiorgio Strata, direttore scientifico dell’Ebri, racconta vent’anni di neuroscienze in Italia di Federico Tulli

06353cc2-ansaÈ un anno di ricorrenze importanti, il 2009, per le neuroscienze. Specie in Italia. Cade infatti in questi giorni il compleanno della “regina” della disciplina, come è stata definita Rita Levi Montalcini dal suo collega di Nobel per la Medicina dell’86 Stanley Cohen. Il 22 aprile la Montalcini ha compiuto 100 anni. E sono 20 quelli trascorsi dalla decisione del Congresso degli Stati Uniti di istituire il “Decennio del cervello”. Un’iniziativa destinata a dare uno stimolo decisivo alle neuroscienze, grazie al varo di ingenti fondi garantiti da leggi ad hoc. «Fu un impulso che ebbe notevoli ripercussioni anche in Italia» racconta a left il neurofisiologo Piergiorgio Strata, copresidente dell’Associazione Coscioni e direttore scientifico dell’Ebri che ha patrocinato il convegno “The brain in health and disease” per celebrare I 100 anni della Montalcini. «Pochi mesi dopo l’input del Congresso Usa – ricorda Strata – l’allora ministro Ruberti con cui collaboravo aderì all’iniziativa varando un decreto. Fu l’Italia, per prima, a rispondere all’appello americano». Con quel decreto il nostro governo prendeva atto dello sviluppo delle neuroscienze e della sua inevitabile interazione con altre discipline: dalla medicina alla fisica, dalla matematica alla biologia molecolare, dalla psichiatria alla filosofia.

Professor Strata, qual è il valore e il portato delle neuroscienze oggi?

È importante studiare il cervello per almeno tre motivi. Il primo è che con l’aumento dell’età media sono cresciute in maniera esponenziale le malattie degenerative che colpiscono l’uomo in questo organo. Con la fine della vita intorno ai 50 anni raramente si verificavano patologie senili come l’Alzheimer o il Parkinson. La ricerca di cure efficaci in questa direzione era poco stimolata. Al contrario di quanto accadeva, per esempio, in campo oncologico. Il secondo motivo è che l’acquisizione di nuove conoscenze produce sempre benessere. Vale la pena di investire per studiare il cervello umano e cercare di capire come emergono le facoltà mentali. Il terzo fattore è solo a prima vista materiale. Le malattie del sistema nervoso oltre a colpire il paziente hanno un impatto sulla società non solo economico. Basti pensare alle difficoltà di rapporto tra i malati di Alzheimer e i loro familiari.

La Montalcini di recente ha sottolineato che non ci sono più barriere tra umanesimo e scienza. Se pensiamo al dibattito sul testamento biologico è evidente che almeno in Italia di barriere ce ne siano ancora tra scienza e politica..

La vicenda di Eluana mostra una classe politica intenzionata a rinforzarle. Altro che abbatterle. Tutto ilmontalcini contrario di quanto accade in altri Paesi che spesso la stessa politica propone come modello da seguire. Senza dover ricordare l’importanza dei primi interventi di Obama in favore della ricerca sulle embrionali, cito la Gran Bretagna dove la Dana foundation sta compiendo sforzi enormi per creare e diffondere tra i cittadini inglesi una cultura delle neuroscienze. L’obiettivo è far capire al grande pubblico l’importanza del progresso in questo campo.

Con la polemica sulle staminali e il caso Eluana è emerso che le neuroscienze sono particolarmente invise ai nostri governanti…

Quella di certa politica sembra una coazione a ripetere. La storia di Rita Levi Montalcini insegna che la ricerca scientifica ha possibilità di sviluppo solo dove è lasciata libera di esprimersi senza condizionamenti. Sotto il regime fascista la nostra grande scienziata ebbe l’intuizione del “fattore di crescita delle cellule nervose”. Ma solo una volta giunta negli Usa, libera di lavorare, ha potuto ottenere risultati concreti.

Tutto il contrario di quanto accade per le staminali embrionali…

C’è un’influenza del Vaticano sulle nostre istituzioni assolutamente inaccettabile. Tanto quanto lo è la sua ingerenza nel dibattito scientifico. Un’intrusione che è alla base della profonda disinformazione culturale nel nostro Paese. Prendiamo la storia della Englaro. La scienza ha dimostrato che le facoltà mentali senza substrato fisico non possono esistere. Ma il fisico da solo non basta, ci vuole anche un substrato funzionale. La nostra corteccia cerebrale è la sede delle sensazioni, la cui attività è organizzata dalle strutture talamiche, che sono una sorta di direttore d’orchestra. La corteccia cerebrale di Eluana era necrotizzata al punto che c’era una disconnessione di questo direttore d’orchestra con tutto il resto e quindi c’erano le basi fisiche per dire che l’orchestra non poteva suonare più. Eluana non poteva più avere attività mentale.

Ma c’è chi crede nell’anima e sostiene che questa può anche non essere nel cervello. Per cui Eluana doveva continuare a vivere…

Per prima cosa non era vita umana. Secondo, a queste argomentazioni non bisognerebbe rispondere, anche se sempre più spesso si sentono fare da persone colte. E, invece, siamo piombati in una sorta di clima da stadio con i riflettori puntati sulla ricerca da due fazioni contrapposte di “tifosi”. E ci si ritrova a sentire che le staminali adulte sono meglio di quelle embrionali. Oppure che no, sono queste il futuro. La realtà è che la ricerca scientifica, come dimostra la storia della Montalcini, non può avanzare se chiusa in compartimenti stagni. Se imbrigliata. Tutti e due i filoni di studio sono utili per aumentare le nostre cososcenze. E pretendere di studiare solo le adulte, come vuole qualcuno, per far acquisire all’Italia il primato mondiale in questo campo sono tutte chiacchere.


Gocce di vitalità

Forse il segreto della lucidità e vitalità della scienziata italiana Rita Levi Montalcini si cela proprio nel Ngf, il fattore di crescita nervoso, che nel 1986 le è valso il premio Nobel per la Medicina. «Rita prende tutti i giorni il Ngf in forma di gocce oculari per problemi alla vista», ha raccontato Pietro Calissano, vicepresidente dell’Ebri (European brain research institute), che da 44 anni collabora con la celebre scienziata, a margine del convegno dal titolo “The brain in health and disease” organizzato al Campidoglio di Roma per celebrare i cento anni della “regina delle neuroscienze”. «L’idea – ha spiegato Calissano – è che in qualche modo la sostanza benefica raggiunga il cervello, favorendone la naturale plasticità. Insomma, forse proprio nella sua scoperta da Nobel si cela il segreto della vitalità della centenaria più famosa d’Italia».

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Il “fattore” Rita

copj13La storia della scoperta per la quale nel 1986 Rita Levi Montalcini ha ricevuto il Nobel per la Medicina insieme a Stanley Cohen. In Cronologia di una scoperta (Baldini Castoldi Dalai) la grande neuroscienziata ci racconta non tanto e solo gli esiti di una mirabile ricerca ma di una lunga avventura scientifica i cui sviluppi non smettono di dare frutti. Nel primo dopoguerra, trasferitasi negli Stati Uniti per un breve soggiorno di studio che sarebbe invece durato trent’anni, l’illustre scienziata si dedicò allo studio in vitro di embrioni di pollo nei quali aveva innestato un tumore maligno di topo. Il Nerve growth factor (Ngf), scoperto nel 1952 come fattore capace di potenziare i processi di crescita e differenziazione di neuroni, è oggi considerata una molecola a ben più ampio raggio di azione. Il lungo viaggio nel cervello e nel sistema nervoso intrapreso dalla Montalcini 60 anni fa, continua tuttora ad affascinare sia gli studiosi, per gli scenari impensabili che ha aperto, sia i non addetti ai lavori per il rigore e la coerenza che fanno della donna e dello scienziato Rita Levi Montalcini un caso unico nel panorama scientifico internazionale.

left 16/2009

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Legge 40, ci risiamo

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Marzo 2009

lapresse_ro181108int_0012Bocciata nei tribunali ordinari, la norma sulla procreazione medicalmente assistita per la seconda volta in tre anni al vaglio della Corte costituzionale di Federico Tulli

A cinque anni dalla sua promulgazione, dopo un tentativo referendario di  abrogazione e decine di cause in tutta Italia promosse da altrettante donne in difesa del proprio diritto alla salute, senza contare la messa all’indice da parte dell’intera comunità medico-scientifica, la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita arriva per la seconda volta sotto la lente della Corte costituzionale. Che ha fissato per il 31 marzo l’udienza per valutare i punti sollevati nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze. Sotto accusa gli articoli 6 e 14 che impongono il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. «A partire dall’articolo 1, la legge 40 non rispetta l’articolo 32 della Costituzione, perché viola il diritto alla salute della donna», ci ricorda l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’associazione Amica cicogna e vice presidente dell’associazione Luca Coscioni. «Ci auguriamo – aggiunge – che la Consulta colga l’occasione per rimediare a questi effetti». L’articolo 14 è per la seconda volta al vaglio della Corte. Che già il 9 novembre del 2006 aveva dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Cagliari. Ma poi, a settembre 2007, lo stesso tribunale aveva dato ragione a una donna portatrice di una grave malattia genetica che chiedeva il riconoscimento del diritto alla diagnosi preimpianto negato dalla legge 40. Un divieto, questo, parzialmente corretto dalle linee guida promulgate nel gennaio 2008 dall’allora ministro Livia Turco.

Certo, viviamo giorni in cui il varo della legge sul testamento biologico, così come  è stata elucubrata dal centrodestra, non incute ottimismo. Il ddl Calabrò è stato definito – e non a torto – «testamento ideologico» dalla senatrice radicale del Pd Donatella Poretti. Anche la vice presidente del Senato, Emma Bonino, non ha mancato in questi giorni di ricordare le inquietanti analogie di questa nuova norma con quella sulla Pma. Per il comune impianto antiscientista e illiberale di ispirazione cattolica che caratterizza entrambe. E il pensiero che ci possa essere ancora un ripensamento sulla legge 40 alimenta in queste ore le associazioni di pazienti sterili e infertili e chi questa norma la combatte sin da quando è stata proposta. La Corte costituzionale potrebbe, d’un sol colpo, se guardasse al vero, dichiarare incostituzionali  due  o più articoli della legge 40.
Anche sulla scia dall’ennesima bocciatura subita dalla norma sulla Pma per mano di giudici ordinari nelle scorse settimane: il Tribunale di Milano con due diverse ordinanze del 6 e del 10 marzo ha ampliato quanto affermato dal Tribunale di Firenze e dal Tar del Lazio. I giudici milanesi si sono pronunciati sui ricorsi presentati da due coppie siciliane portatrici di beta-talassemia e drepanocitosi abbinata a beta-talassemia, sostenuti dalle associazioni Hera di Catania, Sos infertilità di Milano e Cittadinanza attiva. In questo caso è stato messo in rilievo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività stabilito dall’articolo 4 della legge 40. E ancora, risultano invasivi e lesivi dell’integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatrici di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico. left 12/2009

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La scienza non è un’altra religione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009

3310053595_d73e4e45e3Della serie “Perfido tempismo”. Il ministro Sacconi ha escluso le ricerche sulle staminali embrionali dai nuovi bandi per i finanziamenti alla ricerca, creando una discriminazione che va persino contro la proibizionista legge 40 e che allontanerà l’Italia dai finanziamenti Ue. Il fattaccio accade proprio alla vigilia del II congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e dal Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito (5-7 marzo, Bruxelles Parlamento Ue). Scienziati, legislatori, uomini politici dei 5 continenti discutono di manipolazione politica della scienza e di confronto tra metodo scientifico e pensiero religioso, cercando di collegare l’attualità scientifica e politica con le esigenze delle persone malate o disabili. Left anticipa alcuni brani delle relazioni del bioeticista Alex Mauron dell’università di Ginevra e di Stephen Minger, direttore del King’s stem cell biology laboratory di Londra (vedi left n. 18/2008). Federico Tulli



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Relativismo epistemologico e dogma religioso: la strana coppia nella battaglia contro la libertà di ricerca scientifica di Alex Mauron


La cultura contemporanea è molto più ambivalente che in passato nei confronti della scienza e talvolta apertamente ostile. Ne sono chiari esempi l’ascesa del movimento Creazionista, che si va diffondendo molto oltre la Bible belt americana in cui esso nacque e la sempre più autoreferenziale opposizione a specifici campi della ricerca biomedica (come ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali) da parte di alcune autorità religiose. Inoltre questi conflitti non si limitano a riproporre i vecchi scontri tra scienza e religione, che vertevano su chi avesse l’autorità e la competenza metodologica ad accedere alla verità e a svelarla al mondo. Oggi il relativismo epistemologico e la speculazione sulle presunte implicazioni etiche delle scoperte scientifiche giocano un ruolo molto più ampio. Ad esempio, il tentativo creazionista di confezionare un’alternativa pseudoscientifica alla biologia evoluzionista, quale è la teoria del disegno intelligente, non ha mai avuto successo, eppure tale fallimento non ne compromette la crescente influenza. Infatti tale influenza ha poco a che fare con la scienza in quanto tale e deriva piuttosto dalla fustigazione della visione scientifica, descritta come un materialismo noncurante che conduce alla disperazione e alla perdita della credenza tradizionale in comandamenti morali oggettivi. Ecco una perfetta illustrazione del “sillogismo relativista”:
a. La scienza asserisce che un insieme di fatti e spiegazioni sul mondo – chiamata E – è vera.
b. Se E è vera, ne derivano spiacevoli conseguenze morali e sociali.
c. Ergo E è falsa.
Pur nell’assurdità di una simile illusione, questo modo di ragionare ha conquistato l’ampio sostegno tanto della cultura popolare («la scienza è solo un’altra religione») che di quella erudita (lo strong programme della sociologia della scienza e di altre filosofie irrazionaliste). Così, i dogmatici religiosi si sentono incoraggiati a sostituire il loro proprio marchio di dogma a quella “religione naturalistica” che sarebbe la scienza. Tale alleanza tra atteggiamenti dogmatici e relativistici non è senza precedenti nella storia.

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Potenziale terapeutico e di ricerca delle cellule staminali umane pluripotenti di Stephen Minger

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A partire dalla ricostruzione del sistema ematopoietico, realizzata per la prima volta attraverso il trapianto di midollo osseo negli anni Sessanta, si è nutrito un significativo interesse per il potenziale terapeutico e scientifico delle cellule staminali. L’isolamento di specifiche cellule staminali tissutali multipotenti provenienti da organi di persone adulte e la derivazione di cellule staminali embrionali pluripotenti offrono il potenziale per la rigenerazione di diversi tessuti e organi soggetti a degenerazione legata all’età e a danni traumatici. In un futuro non troppo distante sarà possibile riparare i tessuti cardiaci danneggiati dall’infarto miocardico, sostituire i neuroni perduti a causa del morbo di Parkinson e di Alzheimer, trapiantare nuove cellule produttrici di insulina e cellule mieliniche per gli individui affetti da sclerosi multipla e sostituire ossa e cartilagini consumate con l’età e a causa di malattie infiammatorie. Inoltre, la produzione di popolazioni specifiche di sottotipi definiti di cellule umane ha un enorme potenziale di rivoluzionare la scoperta di nuovi farmaci e l’investigazione dei fondamenti cellulari delle malattie umane. Il campo emergente della Medicina rigenerativa modificherà in modo rilevante la medicina clinica e influenzerà significativamente le nostre percezioni dell’invecchiamento, della salute e della malattia, con una miriade di conseguenze per tutta la società.

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«Il papa non ci faccia la morale»

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Novembre 2008

«È falso che non esista una “dimensione etica” nella e della scienza. Come diceva Jacques Monod, esiste un’etica della conoscenza scientifica che, da Galileo in poi, coincide con il rispetto del postulato dell’oggettività». Gilberto Corbellini, ordinario di Storia della medicina alla Sapienza di Roma, Piergiorgio Strata, ordinario di Neurologia all’università di Torino, e Giulio Cossu, ordinario di Embriologia e istologia medica all’università di Milano, rispondono così, in un documento firmato da altri 53 scienziati italiani e stranieri (tra cui il bioeticista Demetrio Neri ed Elena Cattaneo, da poco premiata con il “Grande Ippocrate” ) alle affermazioni di Benedetto XVI sull’eticità della scienza. «Gli scienziati  comunicano in base a questa norma – spiegano i tre componenti dell’Associazione Coscioni – a differenza del Vaticano che basa le questioni “eticamente rilevanti” su dogmi imposti anche a chi non è cattolico. Non solo. La ricerca scientifica è portatrice di un’etica di libertà, responsabilità e conoscenza, ed è la responsabile del triplicarsi delle aspettative di vita media. Tutto quanto si sta scoprendo su questo fronte fa riferimento diretto a una teoria scientifica sulla quale è di nuovo il Vaticano a manifestare perplessità e resistenze: la teoria darwiniana dell’evoluzione. Quanto al riferimento dei facili guadagni sarebbe utile che il Vaticano prendesse accurata visione dei salari dei dottorati di ricerca italiani che spingono sulla soglia della povertà chi decide di scegliere la scienza come proprio lavoro».     Federico Tulli

Left 45/2008

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