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Fumo sotto controllo

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2007

La distribuzione del tabacco in Italia è nelle mani di una società di servizi. Che non molla la presa. Nonostante i pareri delle Authority europea e italiana
di Federico Tulli

La riorganizzazione del mercato della distribuzione del tabacco è di fronte a un bivio. O fallisce entro i prossimi tre mesi, oppure l’attuale sorta di monopolio privato cederà il passo al processo di liberalizzazione. Che si è inceppato subito dopo la vendita all’asta dell’Ente tabacchi italiano, che nel 2003 ha dato il via alla privatizzazione dell’intero settore, produzione e distribuzione di sigarette. Comunque sia, dalla riapertura dei lavori parlamentari e fino al varo della Finanziaria 2008 ne vedremo delle belle. Il via lo darà il presidente della Commissione finanze del Senato, Giorgio Benvenuto, che ha già annunciato un’interrogazione parlamentare per «approfondire le motivazioni per cui, a distanza di cinque mesi dalla scadenza del termine del primo aprile scorso indicato in Finanziaria, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) non ha ancora emanato i decreti di riordino del mercato della distribuzione». Benvenuto si riferisce a 5 commi (dal numero 94 al 98) inseriti «con il fine di rimettere in movimento il meccanismo di apertura alla concorrenza» della gestione dei depositi fiscali, ovvero gli impianti in cui viene stoccato il 90 per cento dei quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro Paese.

Mentre il vicepresidente della Commissione finanze della Camera, Francesco Tolotti , precisa: «Il comma 97, in particolare, è la chiave di volta per l’avvio del superamento del monopolio privato. Se applicato, concederebbe l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia», la società di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo della distribuzione dei lavorati al tabacco, che ha la gestione dei 250 depositi italiani. «Quel comma», conclude Tolotti, «è stato pensato col fine preciso di permettere a chiunque, privato o azienda, di esercitare l’attività di depositi fiscali in concorrenza a Logista». Il senatore Benvenuto concorda: «Vanno superati i problemi per l’applicazione di questa norma, dovuti alle notevoli pressioni affinché sia cassata o modificata, perché i Monopoli hanno sempre sostenuto che è di difficile attuazione». E chiosa: «Ciò non toglie che sia doverosa una interrogazione al riguardo». A gettare un’ombra sulla natura delle “difficoltà” cui si riferisce il senatore Benvenuto è il fatto che l’incaricato all’emissione del decreto (come stabilito dal comma 97) sia lo stesso direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, che ha seduto nel consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006.

Nell’agenda parlamentare dei nodi da sciogliere per favorire un miglior funzionamento della distribuzione dei tabacchi lavorati – mercato che frutta al Tesoro entrate per oltre 10 miliardi di euro l’anno, e da cui dipendono i 15 miliardi di euro di fatturato alla produzione, oltre agli stipendi di circa 200.000 lavoratori, tra coltivatori, trasportatori e tabaccai – c’è poi la questione relativa alla mancata stipula, da parte di Logista, della cauzione che garantisce il versamento allo Stato dell’accisa applicata alle sigarette. Tema complesso in quanto la cauzione sarebbe necessaria al rilascio dell’autorizzazione da parte dei Monopoli, come sancisce il decreto ministeriale numero 67 del 1999. Che però dice anche che i Monopoli possono esonerare dall’obbligo di cauzione «le ditte private affidabili e di notoria solvibilità». Vale a dire che Logista ha il diritto di non stipulare alcuna polizza, ma solo se prima l’Aams ha emesso un decreto di esonero. Cosa che, secondo quanto appreso da left, non è mai avvenuta. Non a caso sul decreto, e sull’interpretazione che ne hanno dato i Monopoli per autorizzare il gestore della distribuzione, si stanno concentrando le attenzioni dell’Authority europea per la concorrenza, dopo che già nei mesi scorsi quella italiana ha emesso un importante parere, a oggi inascoltato. Entrambe sollecitate dalle denunce di molti imprenditori che da nord a sud si sono visti chiedere la polizza di garanzia dall’Aams per aprire i depositi, e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con l’unica azienda del settore. E l’atteggiamento dell’Amministrazione è doppiamente anomalo, se si pensa che in ogni caso avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione di esentare Logista all’Authority europea, in quanto il beneficio accordato supera i 200.000 euro di valore (il premio annuale della polizza si aggira intorno ai 150 milioni di euro). Richiesta che a Bruxelles non è mai arrivata. Così, oltre alla violazione del decreto del 1999, si configura un aiuto di Stato e relativa procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Come se non bastasse, sulla vicenda della cauzione si è pronunciato anche il Garante della concorrenza, Antonio Catricalà. Che il 28 settembre 2006 ha emesso un inequivocabile parere: «In merito a tale regolamentazione (il decreto, ndr), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione». L’inserimento in Finanziaria 2007 dei famosi 5 commi ha poi testimoniato che Catricalà, almeno sulla carta, non è rimasto inascoltato dalle istituzioni. Fatto sta che, secondo quanto denunciato da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e da Assotabaccai (l’organizzazione sindacale del 15 per cento circa delle rivendite italiane), Logista ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo nei loro confronti dettando regole e tariffe di trasporto molto onerose, senza incontrare alcuna resistenza. Oltre a non aver rinnovato alla scadenza circa la metà dei 520 contratti con i delegati; contratti che erano attivi quando nel 2005 ha acquisito la gestione dei depositi.

«Storture generate da un monopolio privato, reso ancor più solido dal potere contrattuale che deriva dalla distribuzione delle sigarette di due multinazionali del calibro di Philip Morris e British american tabacco», ha commentato Lamberto Lasagni, il vicepresidente di Assotabaccai. A metà luglio scorso, per esempio, i fumatori italiani hanno rischiato di rimanere senza sigarette per colpa di un guasto al sistema elettronico di Logista che organizza lo smistamento degli ordini delle rivendite. Un episodio passato quasi completamente sotto silenzio. Il che la dice lunga sul peso che Logista esercita e sugli interessi che le ruotano intorno. Il blocco del sistema, infatti, non comporta solo un danno d’immagine per la società del gruppo Altadis, ma anche una riduzione del flusso miliardario delle accise verso l’erario. Ebbene, come mai il governo non ha colto l’occasione per rimarcare che, se il blocco dell’attività dell’unico gestore della distribuzione riconosciuto dalla legge mette a rischio vitali flussi di cassa per lo Stato, non si può più rimandare l’emissione del decreto di apertura del mercato ad altri attori? La risposta è presto data. Secondo quanto appreso da left quei regolamenti sono “bloccati” da resistenze interne alla stessa maggioranza. Ci sarebbe addirittura chi punta a sopprimere con la Finanziaria 2008 i “soliti” 5 commi della manovra 2007.

E qui veniamo all’ultimo capitolo della vicenda, che chiama ancor più direttamente in causa i tabaccai. Sembra infatti che se si dovesse rompere “l’unitarietà” (o monopolio che dir si voglia) della distribuzione, «sarebbe a forte rischio l’esclusiva di vendita delle sigarette riconosciuta loro dallo Stato». È quanto denunciato da Giovanni Risso, il presidente della Federazione italiana tabaccai, associazione che rappresenta il restante 85 per cento delle rivendite. Dice Risso, nel corso della sua relazione all’Assemblea nazionale della Fit del 18 giugno scorso: «La Finanziaria 2007 porta con sé qualche strascico attualmente dormiente e potenzialmente pericoloso. Desta in noi vivo e fondato timore quanto previsto dal comma 97, la cui applicazione potrebbe avere un effetto assai negativo sull’attuale assetto distributivo dei tabacchi lavorati in Italia». In pratica, secondo la Fit, l’eventuale emissione dei decreti da parte del direttore generale dell’Aams avrebbe l’effetto opposto rispetto a quanto previsto da chi ha inserito quegli articoli in Finanziaria. Un tesi contestata con forza dall’Agemos, nel corso dell’ultima assemblea nazionale del 28 luglio. Tanto che tra i punti deliberati c’è l’esortazione a fare «una riflessione profonda su tutto il sistema di trasporto garantito, imposto a suo tempo da Fit e Logista e che ha dimostrato nei fatti la sua inadeguatezza». L’accostamento tra la Fit e l’unico attore della distribuzione non dev’essere casuale se si pensa che Giovanni Risso, come riportato dal quotidiano genovese Il Secolo XIX del 30 giugno scorso, siede nel consiglio di amministrazione di Logista con nomina fino a settembre 2009. Insomma, un vero guazzabuglio di interessi. Non resta che aspettare la prossima Finanziaria per scoprire chi resterà con un cerino acceso in mano.

Left 35/2007

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Ortofrutta, Antitrust: prezzi alle stelle, il mercato non funziona

Pubblicato da Federico Tulli su 15 Giugno 2007

La struttura della produzione e della distribuzione ortofrutticola italiana deve rinnovarsi per evitare che i troppi attori in campo a l’eccesso di micromercati facciano lievitare i prezzi ai consumatori finali in misura anomala rispetto a quanto accade in altri paesi europei. È il principale risultato dell’indagine conoscitiva appena conclusa svolta dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm). L’indagine svolta dall’Autorità Antitrust sulla distribuzione dei prodotti agroalimentari ha analizzato la struttura e il funzionamento della filiera ortofrutticola, consentendo di testare alcune ipotesi interpretative delle inefficienze del settore, che sono risultate convalidate sia dalle elaborazioni di dati di filiera raccolti mediante un’indagine campionaria ad hoc, realizzata con la collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza, sia dalle audizioni svolte e dalle richieste di informazioni inviate ai principali soggetti interessati. Un primo e fondamentale elemento in grado di incrementare l’efficienza del settore, e di aumentare il benessere dei consumatori finali attraverso la riduzione dei prezzi al consumo secondo l’Agcm si ravvisa nella necessità di facilitare il processo di accorciamento della filiera distributiva che spesso porta a ricarichi di prezzo anche del 300 per cento. In pratica, produttore e punto vendita sono separati da troppe fasi intermedie. Al riguardo un ruolo importante potrebbe essere svolto da quelli che erano, sino a qualche decennio or sono, i mercati generali all’ingrosso, trasformati in più moderni ed efficienti centri agroalimentari. In tale prospettiva la Grande distribuzione organizzata (Gdo), in virtù delle proprie specifiche caratteristiche organizzative, potrebbe assumere un ruolo decisivo nell’incrementare l’efficienza dell’intera filiera distributiva. Al contrario, i tradizionali negozi di frutta e verdura e gli alimentari despecializzati appaiono poco idonei ad affrontare qualsiasi tipo di innovazione. Mentre i mercati rionali e gli ambulanti possono continuare invece a svolgere un ruolo rilevante di stimolo al contenimento dei costi della distribuzione di ortofrutta, soprattutto per quei prodotti caratterizzati da forte instabilità degli andamenti produttivi e dei prezzi, per i quali tali operatori riescono a sfruttare a proprio vantaggio la frammentarietà e la volatilità del mercato.

Per quanto riguarda l’offerta di prodotti agroalimentari l’Agcm suggerisce di ovviare alla elevata frammentarietà della produzione con processi che tendano sia ad aumentare il grado di concentrazione produttiva, sia, soprattutto, a migliorare il livello e la qualità dell’organizzazione commerciale, anche attraverso l’incentivazione di forme consortili e associative di aggregazione dei produttori. Un mossa che può risultare salutare anche in termini di sviluppo della concorrenza e di benefici per i consumatori. A questo proposito, in virtù della centralità del ruolo che la Gdo è in grado di svolgere nel processo di accorciamento della catena distributiva, con conseguente miglioramento dell’efficienza della filiera, appare necessario garantire il mantenimento di un sufficiente grado di concorrenzialità del contesto nel quale si confrontano a valle le singole imprese della Gdo. A tal fine, l’Autorità sottolinea che continuerà nella sua azione di monitoraggio di tutti i fenomeni che possono, in prospettiva, indebolire la competitività tra catene di distributori. Come i fenomeni aggregativi delle centrali di acquisto o la crescita dei gruppi mediante legami di tipo “non strutturale” con i concorrenti, che avviene spesso per affiliazione e associazione. Da eliminare, secondo l’Agcm, anche le barriere amministrative all’entrata rappresentate dall’interpretazione in molti casi restrittiva che le Regioni hanno dato alla disciplina del commercio, le pratiche di scambi di informazioni, nonché l’eccessiva concentrazione dei mercati locali. In particolare, è auspicabile un riesame, da parte delle Regioni, delle leggi applicative della disciplina nazionale in materia di distribuzione commerciale. Un capitolo a parte è dedicato dall’Authority per la concorrenza alle Organizzazioni di produttori (Op). In particolare, tenuto conto delle recenti iniziative della Commissione europea in materia di organizzazioni di produttori, l’Autorità ritiene che le nuove normative debbano essere recepite nell’ordinamento nazionale tenendo in considerazione l’esigenza che l’aggregazione dell’offerta non si limiti alla mera sommatoria dei produttori esistenti – con il rischio di una eccessiva burocratizzazione delle strutture così create – ma sia invece in grado di stimolare, attraverso la concentrazione degli operatori, un processo selettivo delle imprese più efficienti. A tal fine, i finanziamenti concessi alle Op dovrebbero risultare commisurati alla quantità e qualità delle funzioni e dei servizi effettivamente svolti da tali organizzazioni. Inoltre, la normativa non dovrebbe essere influenzata da obiettivi di tipo programmatorio, i quali tendono necessariamente ad irrigidire l’offerta alla sua situazione attuale.

Infine, l’analisi dell’Agcm ha evidenziato l’esigenza di favorire il processo di valorizzazione e riqualificazione del ruolo dei nuovi “centri agroalimentari” presenti sul territorio, per trasformarli in veri e propri centri unificati di servizi in grado di accentrare tutti i servizi di valorizzazione del prodotto (dal supporto logistico al trasporto) necessari alla vendita. La conclusione dell’indagine dell’Authority è dedicata alla necessità di collegare in rete i centri agroalimentari per avviare la nascita di una vera e propria borsa merci dell’ortofrutta nel nostro paese. L’Autorità sostiene infatti che andrebbero rafforzati i collegamenti, sia di tipo funzionale sia telematico, tra i diversi centri agroalimentari, al fine di consentire ai grandi operatori una sorta di arbitraggio tra i mercati stessi, e favorire in tal modo una maggiore trasparenza e stabilizzazione delle condizioni di prezzo. In tal senso, suggerisce l’Agcm, potrebbe verificarsi la fattibilità di sistemi di vendita telematica che utilizzino in tempo reale le informazioni sui prezzi e sulle disponibilità di prodotto, sino ad arrivare alla costituzione di una borsa merci che consenta agli operatori di acquistare, tagliando al minimo i costi di ricerca, dove e quando essi trovino maggiore convenienza. Da questo punto di vista, la recente esperienza del Consorzio Infomercati, e del relativo progetto di codifica unificata dei prodotti sui vari mercati all’ingrosso, conclude il Garante della concorrenza, pare andare nella direzione auspicata.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Sigarette: Philip Morris punta al tesoretto della distribuzione

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Giugno 2007

Quando un ingranaggio funziona male a volte può bastare un granello di polvere per bloccare definitivamente l’intera macchina. Invischiato in un rigido regime di monopolio privato il mercato italiano della distribuzione del tabacco rischia di far naufragare a causa di ‘soli’ 150 milioni il lento processo di liberalizzazione di tutto il sistema che, considerando la produzione di sigarette, raggiunge un giro d’affari di 15 miliardi di euro l’anno. Quei milioni corrispondono all’incirca a quanto risparmiato ogni anno da Logista Italia – l’unica società titolare della gestione di tutti i depositi fiscali da cui vengono smistati alle rivendite i quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese – per essere stata esonerata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) dalla stipula di una cauzione annuale a garanzia del pagamento dell’accisa sulle sigarette che transitano nei suoi depositi. Tale cauzione è prevista dall’articolo 5 del D.m. 67/99 sulla libera concorrenza del mercato nella distribuzione di tabacco lavorato. Essa garantisce allo Stato di ricevere gli oltre dieci miliardi di euro di tasse, che frutta la vendita dei pacchetti di sigarette, incassati dal gestore dei depositi per conto del Tesoro. Lo stesso articolo 5 attribuisce ai “Monopoli la facoltà di esonerare dal predetto obbligo le ditte affidabili e di notoria solvibilità previe visure nel Bollettino dei protesti e acquisizione di idonee referenze bancarie”. Ed è proprio in base a questo comma che Logista ha potuto usufruire del beneficio che, dunque, è a norma di legge. Ciò che ha ridotto al lumicino la possibilità di competere con essa bloccando di fatto la liberalizzazione del settore è che Logista sia l’unica azienda a cui l’Aams ha concesso l’esonero dalla cauzione da quando alla fine del 2004 ha acquisito la titolarità della gestione dei depositi italiani di sigarette. Ci si domanda pertanto quale sia il criterio e il discrimine con cui i Monopoli autorizzano questa esenzione visto che, per esempio, non l’hanno accordata a Philip Morris quando ha fatto richiesta di concessione per la gestione di depositi attraverso cui organizzare in proprio la distribuzione. Una vera stranezza che ha tutto l’aspetto di un precedente creato ad arte.


Se infatti l’Aams non ha ritenuto solvibile e affidabile il secondo produttore al mondo di tabacco e primo in Italia, è facile immaginare quali e quante difficoltà abbiano incontrato in questi anni le piccole o medie aziende che, in linea con le intenzioni del governo di liberalizzare il settore della distribuzione, hanno chiesto il permesso di aprire nuovi siti di smistamento delle sigarette alle tabaccherie. Per avere un’idea più precisa di quanto possa essere stata vincolante quella “facoltà di esonero” basti dire che Logista – oltre a essere titolare di tutti i depositi fiscali italiani – è contraente del 99 per cento dei contratti di distribuzione per le aziende che producono sigarette in Italia. Siamo dunque ben lontani da un mercato allargato e concorrenziale nonostante le intenzioni dello Stato di ammodernare il mercato del tabacco. Come d’altronde confermato anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), che il 28 settembre 2006 – sollecitata da molti imprenditori che da Nord a Sud si sono visti chiedere la cauzione dall’Aams per aprire i depositi e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con Logista – ha emesso un inequivocabile parere (il 33146/06) a firma del presidente Antonio Catricalà: “In merito a tale regolamentazione (l’articolo 5 del D.m. 67/99), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione”. Dunque l’articolo 5 del D.m. 67/99 appare come una sorta di arma usata da un’azienda pubblica per decidere chi deve entrare e chi no nella distribuzione di sigarette in Italia. Arma oltretutto molto potente se si pensa che chi opera la selezione chiedendo o meno la cauzione, e cioè il direttore generale dell’Aams Giorgio Tino, è stato consigliere di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006. Fatto sta che quel parere di Catricalà dopo circa nove mesi è ancora lettera morta. E questo nonostante l’inserimento in Finanziaria del decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97. Norma introdotta a dicembre 2006 dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio e riequilibrare il settore della distribuzione dei tabacchi. Essa infatti concede l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Ebbene, quel decreto doveva essere emanato entro il 31 marzo scorso ma dopo oltre due mesi ancora non se ne vedono le tracce. Perché il limite è “perentorio ma non ordinatorio”, hanno spiegato all’Aams. Sollecitati dal VELINO proprio perché chi deve firmare quel decreto e aggiustare l’ingranaggio, si legge nell’articolo 97, è “il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.

In questa situazione di stand by si è inserita la Philip Morris intenzionata come non mai a ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis – il gruppo franco spagnolo leader europeo della distribuzione di cui Logista fa parte – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.
La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che, come detto, al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una corretta situazione di liberalizzazione dato che tutti produttori di sigarette potrebbero avere una propria rete distributiva. Vale a dire proprio ciò che si può verificare grazie alla conversione in decreto da parte dell’Aams dell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di depositi si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte alle 250 strutture, capaci di contenere e smistare i cento miliardi di sigarette vendute nel nostro paese, che Philip Morris si troverebbe a gestire tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, nel tentativo di riequilibrare il sistema distributivo, finisce con l’affossare l’intera liberalizzazione del mercato del tabacco mettendo in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Philip Morris, come dominare il mercato in barba all’Antitrust

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Maggio 2007

Scacco matto in due mosse. Tante ne mancano a Philip Morris per ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi in Italia, il cui monopolio è attualmente nelle mani di Logista, una società del gruppo franco–spagnolo Altadis leader europeo del settore. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis e Logista – circa il 60 per cento di sigarette distribuite in Italia sono di marca Philip Morris e in Europa la situazione non è dissimile – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.

La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una situazione di completa liberalizzazione. Quanto a questa è solo questione di tempo, quello che occorre al direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato (Aams), Giorgio Tino, per emanare il decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Norma introdotta dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio nel settore della distribuzione dei tabacchi. Essa concede infatti l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Vale a dire che tutti produttori di sigarette potranno avere una propria rete distributiva. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di Dfl si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte ai 250 depositi capaci di distribuire i cento miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese che si troverebbe a gestire Philip Morris tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Dunque tutto ruota intorno all’articolo 97, da mesi al centro anche di frizioni tra il governo e i Monopoli. Va ricordato infatti che Tino – il quale pur essendo il direttore generale dei Monopoli ha fatto parte del Consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006 – avrebbe dovuto emettere il decreto che intacca il potere del monopolista della distribuzione entro il 31 marzo scorso. Cosa che si è guardato dal fare anche perché, come precisato al VELINO dall’Aams, quel limite non è perentorio ma ordinatorio: “Nel senso che nella Finanziaria non c’è alcun divieto di superare i 90 giorni dal primo gennaio 2007 per il varo del regolamento”. L’attesa di Tino ha in un primo momento spiazzato chi nel governo punta sul comma 97 per correggere le storture della privatizzazione del 2003. Difatti le iniziali pressioni sul dg dell’Aams sono state allentate dall’esecutivo per convincere Logista ad accordarsi con Agemos sulla questione dei 120 contratti da tagliare. Pressione che dopo l’improvvisa rottura delle trattative tra i due del 19 aprile scorso è risalita a mille atmosfere. Sembra dunque, come detto, solo questione di giorni l’emanazione del regolamento che sulla carta apre il mercato della distribuzione a chiunque, mentre di fatto lo consegna a un unico soggetto. Che questa volta è Philip Morris, inseritasi nella partita con il ‘colpo-Borghese’. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, partito per riequilibrare il sistema distributivo, finisce col mettere in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite. Scacco matto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Costo ricariche, Assotabaccai: quante falsità dalle telefoniche

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Novembre 2006

“La giustificazione di Tim, Vodafone, Wind e Tre fornita all’Authority per le Comunicazioni e all’Antitrust è nettamente falsa: chi ci guadagna sul balzello applicato alle schede telefoniche non sono di certo gli esercenti come loro vorrebbero far credere”. Non usa mezzi termini il vice presidente dell’Associazione italiana tabaccai, Lamberto Lasagni, per commentare le dichiarazioni rilasciate dagli operatori telefonici alle due Autorità nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul costo aggiuntivo applicato sulle ricariche. “I rivenditori – spiega Lasagni al VELINO – incassano in media il 2,4 per cento del costo di una scheda, quindi siamo ben lontani dal 33 per cento pagato in più da chi compra tre euro di telefonate, visto che alla fine ne spende quattro”. Il “balzello” è finito sotto la lente d’ingrandimento delle due autorità garanti della Comunicazione e della Concorrenza che ipotizzano l’esistenza di un accordo illecito tra gli operatori di telefonia mobile al fine, si legge nel documento pubblicato a fine inchiesta, di “proteggere la sacca di redditività” che esso gli garantisce. Vale a dire una cifra che si aggira intorno a un miliardo e 700 milioni di euro l’anno.

L’accusa di cartello mossa contro le compagnie telefoniche è aggravata dal fatto che il ricarico sulla scheda colpisce soprattutto le fasce di utenza più deboli e questo fa sì che il costo oltre ad essere ingiustificato, commentano le Authority, “sia anche iniquo”. L’ipotesi più accreditata è l’eliminazione definitiva del tributo. Un epilogo che desta la perplessità di Lasagni: “Non ci spieghiamo come fanno i rivenditori stranieri che, stando a quello che si legge sui giornali, venderebbero le ricariche senza intascare un centesimo per il servizio reso”. La soluzione migliore, secondo il vice presidente di Assotabaccai, consiste nell’applicare al costo del servizio di vendita delle schede una tariffa equa e omogenea. Anche perché, dice, “non vorremmo che il giusto monito delle Authority nei confronti del cartello degli operatori telefonici si trasformi in un pegno da pagare per i tabaccai che non hanno nulla da spartire con quel sistema”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Scommesse, Monopoli: critiche ingiuste

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Novembre 2006

Sarà resa nota entro novembre la lista degli assegnatari delle 16.300 nuove concessioni per la gestione dei negozi di scommesse sportive e ippiche a partire dal primo luglio 2007. Lo fa sapere l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) ad una settimana dall’apertura delle 206 offerte ricevute dai partecipanti alla gara pubblica indetta dai Monopoli sulla base di quanto previsto dal decreto Bersani-Visco sulle liberalizzazioni. L’obiettivo del governo è quello di gettare le basi per la creazione di un mercato delle scommesse sempre più adeguato alle esigenze dei giocatori attraverso la diversificazione e l’aumento dell’offerta. Di qui la necessità di attivare solide reti di vendita e di gestione mediante l’emanazione di un bando di gara internazionale. Secondo le previsioni questa strategia avrà il duplice effetto di ridurre il gioco clandestino e aumentare le entrate erariali derivanti dalle scommesse, fino a raddoppiarle entro il 2009. Assume quindi enorme importanza il ruolo dei Monopoli nella gestione di questa fase iniziale di cambiamento, come conferma il direttore dei Giochi di Aaams, Antonio Tagliaferri. ”Il compito dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato è di governare il riordino del mercato dei giochi. Dovremo razionalizzare e ottimizzare le risorse a disposizione per favorire la massima competitività tra gli operatori nel rispetto della legislazione vigente”.

Secondo alcuni operatori del settore, però, la liberalizzazione delle scommesse avverrà solo sulla carta perché con la redistribuzione delle licenze scompariranno le piccole ricevitorie periferiche e quindi molti italiani non potranno più giocare se non su internet. Inoltre, la concorrenza tra i grossi bookmaker sarà calmierata dai vincoli imposti dalla legislazione italiana sulla tipologia di giocate che sarà possibile effettuare. Per non dire del peso fiscale che grava sulle vincite, molto più alto rispetto ad altri paesi europei. Il tutto, dicono i critici, si traduce nell’impossibilità di sconfiggere il gioco illegale, specie quello che si svolge on line su siti gestiti all’estero. Ma c’è anche il pericolo che la normativa italiana renda troppo omogenea (per prezzi e per qualità) l’offerta agli scommettitori: non proprio quello che ci si aspetta da un mercato concorrenziale e liberalizzato. Secondo Tagliaferri tanto allarmismo è ingiustificato, prova ne sia la partecipazione al bando degli operatori storici, a fianco di nuovi soggetti anche stranieri: “Tutti sintomi di crescita del settore che nella concorrenza può trovare elementi di positività”.

Per la verità, le settimane precedenti alla gara del 24 ottobre sono state un susseguirsi di polemiche sollevate non solo dai piccoli gestori di scommesse. Alla Snai ad esempio avevano espresso forti dubbi proprio sull’effettiva liberalizzazione del settore. “Le norme – aveva dichiarato il presidente, Maurizio Ughi – non tengono conto del mercato. Come si fa a parlare di liberalizzazione quando il bando pone limitazioni temporali e quindi si lega a una scadenza ben precisa? Perfino la licenza di un bar può passare tranquillamente di padre in figlio o essere ceduta a terzi senza lacci di alcun tipo”. Il grido di allarme di Ughi aveva trovato la sponda anche dell’ad della Sisal, Giorgio Sandi. “La rete che da 60 anni distribuisce i giochi in modo professionale, garantito e sicuro sull’intero territorio nazionale verrà sostituita da una rete solo in parte composta dagli attuali esercizi, che non potrà mai eguagliare quella esistente in termini di conoscenza del mercato e dei gusti della clientela, quindi di efficienza e professionalità. Ci troveremo di fronte dunque a una sostituzione a rischio. Con il paradosso di vedere premiati quegli operatori che fino a ieri hanno preferito sfidare la legge raccogliendo scommesse senza attenersi alla normativa ed alla tassazione del nostro paese”.

Quanto al pericolo che i gestori più piccoli scompaiano per decreto, questo è stato paventato anche dal vice presidente della commissione Finanze della Camera, Francesco Tolotti, che ha presentato un emendamento in finanziaria per chiarire che dopo la gara le nuove licenze andranno ad aggiungersi e non ad integrare quelle esistenti. “Altrimenti – spiega Tolotti – visto che molte delle attuali aziende che hanno contribuito allo sviluppo del settore saranno costrette a chiudere, i 16.300 negozi di scommesse rappresenteranno di fatto non una liberalizzazione del mercato, ma una limitazione della libertà di impresa”. Dal canto loro i Monopoli invitano ad aspettare che il nuovo mercato entri a regime anche perché, come ha sottolineato Tagliaferri, il bando della gara da cui prenderà origine è il risultato di una scelta e di una decisione attenta e ponderata che ha ricevuto l’approvazione del ministero delle Finanze. “Nessun timore quindi – dice il direttore dei Giochi Aams – per gli operatori attuali, per quelli già presenti sul mercato che devono comprendere come il settore dei giochi debba adeguarsi alle nuove richieste, alla domanda del giocatore, anche a costo di ridisegnare la rete di distribuzione senza stravolgerla”. Organizzata con l’obiettivo di liberalizzare, dunque, la gara indetta dall’Aams ha suscitato molte perplessità e polemiche. Clamorosa quella innescata dal sindacato Conari dei ricevitori italiani che in un comunicato accusa i Monopoli di avere ingiustificatamente sottratto al bilancio dello Stato ingenti somme provenienti da introiti fiscali sul lotto.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco: flop in Commissione la distribuzione resta squilibrata

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Settembre 2006

Resta irrisolto il problema della liberalizzazione della distribuzione del tabacco italiano. Si è infatti conclusa con un nulla di fatto l’indagine istruita dalla commissione Finanze della Camera per fare chiarezza sui meccanismi di un settore che dopo la privatizzazione del 2003 non si è mai liberalizzato, col risultato di ritrovarsi fortemente sbilanciato a favore di Logista, la multinazionale spagnola leader in Europa. Nell’audizione di oggi, secondo quanto si è appresso in Commissione, i vertici della British American Tobacco riferendosi al breve periodo in cui la multinazionale americana è stata proprietaria di Etinera (la partecipata statale che gestiva tutti i depositi finanziari italiani), hanno dichiarato di non sentire alcun obbligo verso vicende passate e di non avere intenzione di ricorrere a distributori alternativi a Logista. Una mossa, quest’ultima, che ha lasciato alla commissione il compito di individuare in quale modo garantire maggiore concorrenza visto che la distributrice spagnola gestisce oltre l’ottanta per cento della produzione nazionale di sigarette, mentre dieci operatori si spartiscono il restante venti per cento. Ed erano stati proprio i piccoli distributori a sollevare presso la Commissione i problemi derivanti da un mercato troppo squilibrato, lamentando lo strapotere di Logista sin da quando nel 2004 ha acquistato Etinera dalla Bat.

A questo punto, considerato anche l’esito negativo dell’audizione di luglio alla quale era stata convocata Logista, e visto che la Commissione ha deciso di non sentire Philip Morris, l’altro grande cliente degli spagnoli, par di capire che la palla passerà all’Unione europea, da sempre molto attenta ai processi di liberalizzazione rimasti incompiuti. Si prevedono tempi lunghi. Dal canto suo Logista ha sempre rigettato le accuse di essere monopolista privato della distribuzione nel mercato italiano. “Il mercato italiano – aveva detto l’Ad di Logista, Maurizio Zaccheo, al VELINO – è libero e questo è dimostrato dal fatto che oltre a noi operano altri dieci distributori indipendenti. Respingiamo quindi con forza le accuse di essere monopolisti della distribuzione”. All’obiezione secondo cui Logista controlla oltre l’80 per cento del mercato Zaccheo aveva replicato: “Il merito degli accordi con i grandi produttori è da imputare alla maggiore convenienza delle nostre offerte rispetto ai concorrenti. Se Philip Morris, che produce il 53 per cento di sigarette italiane e Bat, che si attesta intorno al 27 per cento, hanno scelto di fruire dei nostri servizi è perchè garantiamo la qualità che risponde alle loro esigenze”. Lo stesso discorso vale per Japan Tobacco, aveva precisato Zaccheo: nessun monopolio ma grande efficienza. E, soprattutto, pieno rispetto delle regole stabilite dai due governi che hanno gestito la privatizzazione del mercato italiano”. D’altronde, “non a caso anche all’estero (Francia, Spagna, Portogallo) la nostra società è il distributore più utilizzato dalle grandi aziende del tabacco”. Quella di influenzare pesantemente il mercato della distribuzione non è l’unica polemica che vede coinvolta Logista.

Nei giorni scorsi Lamberto Lasagni, vice presidente di Assotabaccai, l’associazione che rappresenta circa il cinque per cento delle rivenditorie italiane, aveva denunciato interessi comuni di multinazionali del tabacco e Logista per l’applicazione e il mantenimento di prezzi bassi sui pacchetti delle sigarette più pregiate. “Respingiamo in toto queste illazioni”, aveva commentato con forza Zaccheo: “L’accusa di partecipare ad un cartello che si occuperebbe di fissare prezzi è priva di senso. Logista è completamente estranea alle dinamiche di determinazione dei prezzi delle sigarette visto che come previsto dalla legge questa è una prerogativa dei produttori, semmai la nostra società è tra quelle che ne subiscono le conseguenze”. Quanto alla partecipazione della Federazione Italiana Tabaccai (l’associazione che rappresenta il 95 per cento delle rivenditorie) nell’azionariato di Logista, altra accusa mossa da Lasagni, Zaccheo aveva risposto che “è frutto di invenzione da parte di persone che dovrebbero documentarsi prima di esprimere certe affermazioni. Logista Italia è posseduta al 100 per cento da Logista S.A., la capogruppo spagnola”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Tabacco, FIT: “Non decidiamo noi il prezzo delle sigarette”

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Settembre 2006

In relazione alla recenti dichiarazioni rilasciate al VELINO dal vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, in merito alla pubblicità ed ai prezzi del tabacco, il presidente della Federazione Italiana Tabaccai, Giovanni Risso, replica: “È fondamentale chiarire che i prezzi dei pacchetti di sigarette sono determinati, secondo quanto dettato dalle disposizioni di legge in materia, con decreto del Direttore Generale dell’AAMS su richiesta dei vari produttori e sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Inoltre il prezzo minimo di vendita, che è rapportato al costo per il pubblico della sigaretta più venduta, è stato pensato dal legislatore per una precisa ragione di tutela della salute pubblica, in quanto considerato dissuasivo dall’acquisto dei tabacchi, soprattutto nei confronti dei più giovani. Pertanto, come è facile evincere, la FIT non ha alcuna voce in capitolo per determinare tale prezzo e nulla fa in tal senso. È anzi riscontrabile che la nostra associazione nulla ha a che vedere con ingerenze in poteri che non le competono, visto che ormai da anni è impegnata a contrastare i ripetuti incrementi di prezzo delle sigarette attraverso iniziative che rientrano rigorosamente nell’alveo della sua attività istituzionale di tutela della categoria che rappresenta. Ciò in virtù del fatto che è provato, da quanto già successo in Francia e in Gran Bretagna, che l’aumento del costo delle sigarette determini una diminuzione delle vendite solamente attraverso i canali autorizzati, facendo di contro esplodere il mercato illegale del contrabbando”. Riguardo a ciò, prosegue il presidente Risso, “coincidenza vuole che anche in Italia la recente recrudescenza del fenomeno del contrabbando si sia manifestata nel momento in cui i prezzi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo, con la conseguenza della diminuzione delle entrate dal canale di vendita legale, attraverso il quale, non va dimenticato, confluiscono nelle casse dello Stato circa i tre quarti del prezzo di un pacchetto di sigarette. Inoltre, cosa assai grave, dai canali illegali vengono acquistate sigarette prodotte senza alcun minimo rispetto delle norme igienico-sanitarie che sono imposte ai produttori autorizzati: tabacchi che non sono conformi ai contenuti massimi di sostanze nocive – catrame, nicotina e monossido di carbonio – che sono imposti al canale distributivo legale e che l’AAMS sottopone a rigide direttive e controlla periodicamente. Le prove delle azioni della FIT in tal senso e l’evidenza della sua posizione sono nei resoconti dei recenti incontri fra i suoi vertici ed autorevoli rappresentanti del Governo nonché facilmente riscontrabili sulle rassegne stampa degli ultimi mesi, nelle quali è chiara e netta la contrarietà della FIT all’aumento dei prezzi per i motivi fin qui espressi”. Infine, conclude Risso, nel rigettare qualsiasi tipo di accusa, “va precisato che la FIT non possiede, né ha mai posseduto, azioni della Logista”.

A sua volta, il vice presidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni, nella sua intervista del 19 settembre scorso aveva dichiarato al VELINO: “La presenza sui giornali di tutte queste foto a marchi di sigarette, come Fortuna, Camel, Marlboro, stampati sulle tute o sulle moto dei corridori motociclistici, quando a noi lo Stato proibisce di regalare ai clienti un accendino per ogni stecca di sigarette perché invoglia a fumare, la dice lunga sul potere dei soggetti privati che gestiscono il mercato del tabacco in Italia”. Oggetto dell’accusa del vicepresidente di Assotabaccai Lamberto Lasagni sono i grandi produttori di sigarette e Logista, la società spagnola che gestisce da monopolista privato la distribuzione dei lavorati al tabacco in virtù dei contratti stipulati con le aziende produttrici (Philip Morris, British American Tobacco, RJ Reynolds, Japan Tobacco, etc) che operano in Italia. Quello della pubblicità indiretta alle marche da fumo attraverso i media, di cui si trova continuamente traccia sui giornali non è, racconta Lasagni al VELINO, “l’unico esempio di strapotere delle multinazionali: un discorso analogo va fatto sul costo dei pacchetti di sigarette. Può sembrare un paradosso, ma se fosse troppo alto i produttori e quindi Logista, guadagnerebbero di meno perché venderebbero di meno. E allora, visto che il costo del pacchetto in Italia è tra i più bassi del mondo, in pratica si può dire che, fatto salvo il prezzo minimo a 3,20 euro, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato non decide nulla che non sia di gradimento di Logista. E questo accade col benestare dei produttori, ma anche dell’altra associazione, la Federazione italiana tabaccai, visto che è azionista per il cinque per cento proprio della società spagnola”. Dunque, ricapitolando, il mercato italiano del tabacco è composto da BAT e PM, che vendono oltre il 90 per cento dei circa 93 miliardi di sigarette fumate in Italia, da poche altre aziende che si dividono il restante dieci per cento, da un unico distributore che gestisce tutti i depositi fiscali, e da due associazioni che rappresentano i tabaccai, di cui una è azionista del monopolista privato che rifornisce le 55 mila rivendite di sigarette. Alla luce di questo, considerando lo smisurato potere economico dei soggetti in campo – aziende che fatturano decine di miliardi di euro l’anno – si spiega come mai trovi enormi difficoltà nel raggiungere gli obiettivi sperati ogni campagna pubblica di disincentivo al fumo. Come quella che si tradusse nel 2004 nella decisione del governo di fissare i prezzi minimi sui pacchetti di sigarette. Una conferma di insuccesso che arriva anche dalle parole di Lasagni.

“Ovviamente – precisa il vice presidente di Assotabaccai al VELINO – noi pensiamo che ognuno debba essere libero di fumare ma, a parte quel sei per cento che ha smesso per via della legge Sirchia, non abbiamo notato particolari rinunce dei fumatori di fronte all’imposizione di un prezzo del pacchetto che parte da 3,20 euro”. Una mossa, questa del governo che, favorendo il consumo di sigarette di qualità, oramai poco più costose di quelle scadenti, da una parte ha fatto scattare una procedura dell’Unione europea contro l’Italia per aver infranto la direttiva che regola la concorrenza, dall’altra risulta inefficace anche di fronte agli studi pubblicati tra il 1999 e il 2006 da Banca mondiale, Organizzazione mondiale della sanità e Istituto superiore di sanità. Ognuna di queste analisi è giunta alla conclusione che i fumatori diminuiscono in proporzione di un forte aumento del prezzo del pacchetto, e che a permettere il successo dell’operazione è l’inasprimento delle accise e non l’imposizione di prezzi minimi seppur alti. “È una tesi – conclude Lasagni – che in parte condivido. Sono dell’idea che chi fuma pagherebbe anche dieci euro, ma certo non si disincentiva il fumo fissando prezzi che portano il costo delle marche minori ad un solo euro di differenza da quello delle più famose”.

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Sigarette, vendite e prezzi mistero di Stato

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Settembre 2006

Ms e Diana sono le due marche di sigarette più vendute in Italia. Ecco, vi è appena stato svelato un segreto gelosamente custodito. “Sono dati riservatissimi”, ha infatti detto al VELINO l’addetto stampa della Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams), Roberto Marchetti. Eppure, in qualità di marche più fumate, Ms e Diana, (prodotte rispettivamente da British American Tobacco e Philip Morris), svolgono un ruolo importantissimo nel mercato del tabacco italiano. Infatti, la tassazione di ogni pacchetto di sigarette, si legge nel Regolamento Ue 4064/89 sulle Concentrazioni, “viene calcolata sulla base della cosiddetta Most Popular Price Class (MPPC), che è costituita dal livello di prezzo della marca più venduta, quella cioè che il “governo considera come rappresentativa per determinare il livello della imposizione fiscale”. C’è da dire che i contorni della storia della MPPC italiana sono sin dall’inizio a dir poco sfumati. L’unico dato certo è che la marca fiscale tipo è sempre stata individuata nella fascia bassa di prezzo e questo ha creato spesso problemi al nostro governo in sede Ue, ma anche sonore tirate d’orecchie ai produttori. Infatti, secondo lo stesso Regolamento 4064/89, il regime fiscale imperniato sulla MPPC “sembra indirettamente favorire la cooperazione tra i produttori” violando le norme comunitarie in materia di concorrenza in quanto un prezzo minimo particolarmente elevato facilita la vendita delle marche più costose.

La conferma viene anche dall’intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato in occasione dell’acquisto dell’Eti (Ente tabacchi italiano), produttore delle Ms, da parte di Bat. Era il 2003 e in seguito a questa operazione Bat ereditò i contratti di Eti e si ritrovò paradossalmente a produrre il 16 per cento di sigarette della Philip Morris, comprese le Diana. Un fatto che alimentò, oltre alle accuse di violazione della concorrenza, anche i sospetti di un comune interesse delle due imprese a mantenere la MPPC nella fascia bassa di prezzo. L’ipotesi accusatoria nasceva dal fatto che, poiché il peso dell’aliquota fiscale diminuisce col crescere del prezzo del pacchetto, questo meccanismo garantisce maggiori profitti per i produttori delle sigarette più costose. Comunque sia, accertata la “storia di collusione tra Eti e Pm finalizzata a limitare la concorrenza di prezzo e a mantenere artificialmente una stabilità nel mercato tra il 1993 ed il 2001”, l’Authority per la concorrenza con sentenza del marzo 2003 impose a Bat e Pm di non rinnovare il contratto di produzione che sarebbe scaduto il 31 dicembre 2005, pena una multa e, per Bat, la nullità del contratto di acquisto di Eti. Ora, quel contratto non è stato rinnovato ma il meccanismo delle MPPC è ancora in piedi come risulta dal Bollettino annuale dell’Aams. Ovviamente, essendo un dato “riservato”, il documento non rivela che sono Ms e Diana le marche più vendute in Italia. A questo ci pensa il Regolamento Ue 4064/89 sulle Concentrazioni, accessibile a chiunque su internet.

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Contrabbando, multinazionali del tabacco a rischio sentenza-mazzata

Pubblicato da Federico Tulli su 8 Settembre 2006

Alcuni tra i maggiori produttori di tabacco del mondo, accusati dalla Commissione europea di aver gestito un enorme traffico illegale di sigarette dagli Stati Uniti verso l’Europa, rischiano l’avvio di un’azione giudiziaria da parte dell’Unione europea davanti ai tribunali americani che potrebbe rivelarsi devastante sia sul piano penale per i massimi responsabili delle società coinvolte (Philip Morris International, Inc., R.J., R.J. Reynolds Tobacco Holdings, Inc., RJR Acquisition Corp., R.J. Reynolds Tobacco Company, R.J. Reynolds Tobacco International Inc. e Japan Tobacco Inc.) sia sul piano civile in termini di risarcimento danni. Martedì 12 settembre alle 9,30 la Corte di giustizia europea del Lussemburgo emetterà il suo verdetto sul ricorso presentato dalle multinazionali contro la sentenza del Tribunale di primo grado, che ha dichiarato irricevibili le loro proteste contro la decisione della Commissione.

La sentenza della Corte riguarderà anche l’interpretazione dell’art. 230 CE nonché della giurisprudenza della Corte e gli effetti giuridici della decisione della Commissione di avviare un’azione giurisdizionale civile dinanzi a un giudice di un paese terzo. Questi i fatti, secondo quanto riportato dal bollettino della Curia europea nel sito www.curia.europa.eu: “Il 19 luglio 2000, nell’ambito della lotta contro il contrabbando di sigarette destinate alla Comunità, la Commissione approvò la proposizione di un’azione civile negli Stati Uniti diretta contro alcune imprese americane produttrici di tabacco. Essa decise d’informarne gli stati membri ed autorizzò il proprio presidente, nonché uno dei suoi membri, a dare istruzioni al servizio giuridico per l’adozione dei necessari provvedimenti. Il 3 novembre 2000 la Commissione, a nome della Comunità europea e degli stati membri, che legittimamente rappresentava, ha proposto, secondo le forme di legge, un’azione dinanzi alla United States District Court, Eastern District of New York”.

Secondo la Commissione, “le imprese produttrici di tabacco erano coinvolte in un sistema di contrabbando per l’introduzione e la distribuzione di sigarette nella Comunità” e per questo “ha richiesto il risarcimento del danno derivante dalla perdita dei dazi doganali e dell’IVA”. La District Court ha respinto tale azione. Il 25 luglio 2001 la Commissione ha approvato “la proposizione di una nuova azione civile negli Stati Uniti da parte della Comunità e di almeno uno stato membro contro gli stessi produttori di sigarette. Essa ha nuovamente autorizzato il proprio presidente ed un suo membro ad impartire al servizio giuridico le istruzioni per adottare i necessari provvedimenti. Di conseguenza, la Commissione, a nome della Comunità e degli stati membri che era autorizzata a rappresentare, e dieci stati membri hanno proposto altre due azioni dinanzi alla District Court, una nell’agosto 2001 ed una nel gennaio 2002. Ancora una volta tali azioni sono state respinte. Alla fine del 2000 e nel 2001, le imprese produttrici di tabacco hanno presentato ricorsi dinanzi al Tribunale di primo grado, chiedendo l’annullamento della decisione della Commissione di approvare la proposizione di un’azione contro di loro negli Stati Uniti. La Commissione, sostenuta dal Parlamento e da nove Stati membri, ha affermato che la decisione di proporre un’azione non era un atto impugnabile ai sensi del quarto comma dell’art. 230 CE. Il Tribunale di primo grado ha condiviso tale orientamento ed ha dichiarato il ricorso irricevibile con sentenza 15 gennaio 2003, al che le imprese produttrici di tabacco hanno fatto valere cinque motivi di impugnazione: errata interpretazione dell’art. 230 CE, per il fatto che le decisioni impugnate e la proposizione di azioni civili negli Stati Uniti non siano state considerate idonee a produrre effetti giuridici; violazione del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva; errata applicazione ed interpretazione della giurisprudenza per quanto riguarda l’impugnabilità di un provvedimento manifestamente illegittimo e violazione dell’art. 292 CE”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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