Per la 13esima volta l’Emilia Romagna ospita i Mondiali antirazzisti. Dall’8 al 12 luglio a Casalecchio, oltre 200 squadre maschili, femminili e miste, provenienti da 23 Paesi del mondo, si sfidano a calcio, basket e pallavolo di Federico Tulli
Un evento dal sapore e dai colori multietnici. Una manifestazione, anzi un mix di manifestazioni che restituiscono allo sport la sua vera identità: quella di veicolare messaggi positivi facendosi beffe delle barriere troppo spesso erette per eccesso, diciamo così, di agonismo. Tutto questo (e altro ancora) vuole essere la tredicesima edizione dei Mondiali antirazzisti organizzati a Casalecchio (Bo), dall’8 al 12 luglio prossimi, da Uisp, Istoreco e Progetto ultrà. Cinque interi giorni di festa, oltre duecento squadre in rappresentanza di 23 nazioni del mondo, centinaia di incontri sportivi, fra calcio (maschile, femminile e misto), basket e pallavolo. E ancora, poiché non a caso i Mondiali si svolgono in contemporanea con il G8 aquilano, decine di iniziative culturali fra mostre, dibattiti, proiezioni cinematografiche, concerti ed esibizioni organizzati anche dai partecipanti. Tutto questo sarà raccontato da Terra ai suoi lettori direttamente dal “campo”. Non vogliamo mancare. Perché i Mondiali oltre a essere una festa non commerciale – tornei, campeggio e concerti sono gratuiti – sono anche un’ecofesta. Da sempre è favorito il riciclaggio dei rifiuti, e nei bar e ristoranti pasti e bevande sono distribuiti solo su piatti, bicchieri e posate di materiale al 100 per cento organico. E non vogliamo mancare per l’idea di fondo del progetto “Mondiali antirazzisti”, che in questi tristi tempi di “pacchetto sicurezza” assume un significato più che particolare. È tra mille peripezie che riescono a essere presenti le squadre provenienti da Paesi e continenti in cima alla lista di “scarso gradimento” di chi governa il nostro Paese. Impossibile poi fare la lista delle barriere burocratiche che ogni anno risultano insormontabili per qualcuno dei singoli iscritti alla manifestazione. Ma ci sono storie che nemmeno la politica più retriva – quella, ad esempio, che vorrebbe piazzare in mezzo al Mediterraneo uffici galleggianti per verificare i requisiti dei richiedenti asilo – riesce ad annullare. È il caso dei “migranti forzati” che compongono la squadra dei Liberi Nantes. Per il secondo anno consecutivo a Casalecchio ci saranno anche loro. Una vittoria per la prima (e unica) Associazione sportiva dilettantistica italiana che, da Roma, promuove e diffonde la pratica sportiva tra la comunità dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Motivo per cui ha ricevuto il patrocinio dell’Unhcr, riconoscimento fino a ora riservato nel mondo (del calcio) solo al Barcellona. E di certo una vittoria anche per gli organizzatori dei Mondiali che con caparbietà e “folle” spirito civile ogni anno si rimboccano le maniche per garantire lo svolgimento della festa. A loro la parola: «Basta con le false emergenze e con un mondo blindato per pochi privilegiati – dicono in una nota Uisp, Istoreco e Progetto ultrà -. Il problema sono i razzisti. Bianchi, neri o gialli che siano. Il problema sono i violenti e prepotenti, europei, arabi o americani che siano. Un’Europa che chiude le proprie frontiere esterne suggerisce un’ostilità verso “gli stranieri” che poi produce migliaia di storie piccole e grandi di razzismo quotidiano. Non vogliamo abituarci a sopportare questa situazione. Abbiamo bisogno di festeggiare. Altro che sicurezza: finalmente arrivano i Mondiali antirazzisti. Abbiamo bisogno di allegria e di cultura per trovare la forza necessaria per lottare contro la discriminazione. Negli ultimi mesi in Italia si sono moltiplicati gli episodi preoccupanti. Tanti politici, giornalisti e rondisti volenterosi vogliono farci credere che il problema non siano la povertà e la guerra che regnano in buona parte del pianeta, ma le persone che scappano da quelle miserie. Con i Mondiali antirazzisti vogliamo vivere la nostra risposta: è di rispetto, di coscienza, di convivenza che abbiamo bisogno. La nostra ricetta – concludono Uisp, Istoreco e Progetto ultrà – è la cultura, senza frontiere». Siamo certi che a L’Aquila fischierà più di qualche “potente” orecchio. Terra del 23 giugno 2009














La discriminazione in camicia verde C’è la storia di Fatima, dieci anni, insultata a scuola dai suoi coetanei perché porta il velo, o quella di Meryem, studentessa all’università di Padova, che fonda l’associazione Seconda generazione e organizza una marcia contro le discriminazioni razziali. E ci sono i musulmani di Treviso, che devono pregare all’aperto sui tappeti distesi nei parcheggi dei supermercati. Come recita il sottotitolo, l’ultimo libro del giornalista dell’Unità Toni Fontana, Apartheid – Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est (Nutrimenti), è un’inchiesta sul clima di vera e propria discriminazione razziale che va prendendo forma nella ricca (e cattolica) area del nostro Paese in cui da anni spopola la Lega nord. Fontana descrive, con la precisione del cronista e la passione di chi rifiuta-denuncia con vigore questa deriva, il clima sempre più teso di una realtà in cui diverse amministrazioni locali hanno introdotto provvedimenti discriminatori nei confronti di stranieri «che lavorano regolarmente e pagano le tasse». «È un libro che svolta l’angolo rispetto alla letteratura che esiste sul neorazzismo italiano, quello della Lega», ha commentato di recente il deputato Pd e giornalista, Furio Colombo. «Svolta l’angolo perché entra nel discorso e ci dice che il razzismo c’è e che è una realtà quotidiana. E Toni Fontana ci dà i fatti, ci dà i luoghi, ci dà i nomi». Accade così che in alcune province molti bambini non vengano accolti nelle scuole, i musulmani non trovino luoghi per seppellire i defunti o macellare gli animali secondo il loro rito. Il rischio di un nuovo apartheid italiano è insomma tutt’altro che remoto. In prima linea ci sono gli oltre 350mila immigrati che vivono nel Veneto, la maggior parte dei quali di fede musulmana. Left 02/2009 







