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Giochi senza frontiere ai tempi del pacchetto sicurezza

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Giugno 2009

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008 (foto di Alberto Urbinati)

Per la 13esima volta l’Emilia Romagna ospita i Mondiali antirazzisti. Dall’8 al 12 luglio a Casalecchio, oltre 200 squadre maschili, femminili e miste, provenienti da 23 Paesi del mondo, si sfidano a calcio, basket e pallavolo di Federico Tulli

Un evento dal sapore e dai colori multietnici. Una manifestazione, anzi un mix di manifestazioni che restituiscono allo sport la sua vera identità: quella di veicolare messaggi positivi facendosi beffe delle barriere troppo spesso erette per eccesso, diciamo così, di agonismo. Tutto questo (e altro ancora) vuole essere la tredicesima edizione dei Mondiali antirazzisti organizzati a Casalecchio (Bo), dall’8 al 12 luglio prossimi, da Uisp, Istoreco e Progetto ultrà. Cinque interi giorni di festa, oltre duecento squadre in rappresentanza di 23 nazioni del mondo, centinaia di incontri sportivi, fra calcio (maschile, femminile e misto), basket e pallavolo. E ancora, poiché non a caso i Mondiali si svolgono in contemporanea con il G8 aquilano, decine di iniziative culturali fra mostre, dibattiti, proiezioni cinematografiche, concerti ed esibizioni organizzati anche dai partecipanti. Tutto questo sarà raccontato da Terra ai suoi lettori direttamente dal “campo”. Non vogliamo mancare. Perché i Mondiali oltre a essere una festa non commerciale – tornei, campeggio e concerti sono gratuiti – sono anche un’ecofesta. Da sempre è favorito il riciclaggio dei rifiuti, e nei bar e ristoranti pasti e bevande sono distribuiti solo su piatti, bicchieri e posate di materiale al 100 per cento organico. E non vogliamo mancare per l’idea di fondo del progetto “Mondiali antirazzisti”, che in questi tristi tempi di “pacchetto sicurezza” assume un significato più che particolare. È tra mille peripezie che riescono a essere presenti le squadre provenienti da Paesi e continenti in cima alla lista di “scarso gradimento” di chi governa il nostro Paese. Impossibile poi fare la lista delle barriere burocratiche che ogni anno risultano insormontabili per qualcuno dei singoli iscritti alla manifestazione. Ma ci sono storie che nemmeno la politica più retriva – quella, ad esempio, che vorrebbe piazzare in mezzo al Mediterraneo uffici galleggianti per verificare i requisiti dei richiedenti asilo – riesce ad annullare. È il caso dei “migranti forzati” che compongono la squadra dei Liberi Nantes. Per il secondo anno consecutivo a Casalecchio ci saranno anche loro. Una vittoria per la prima (e unica) Associazione sportiva dilettantistica italiana che, da Roma, promuove e diffonde la pratica sportiva tra la comunità dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Motivo per cui ha ricevuto il patrocinio dell’Unhcr, riconoscimento fino a ora riservato nel mondo (del calcio) solo al Barcellona. E di certo una vittoria anche per gli organizzatori dei Mondiali che con caparbietà e “folle” spirito civile ogni anno si rimboccano le maniche per garantire lo svolgimento della festa. A loro la parola: «Basta con le false emergenze e con un mondo blindato per pochi privilegiati – dicono in una nota Uisp, Istoreco e Progetto ultrà -. Il problema sono i razzisti. Bianchi, neri o gialli che siano. Il problema sono i violenti e prepotenti, europei, arabi o americani che siano. Un’Europa che chiude le proprie frontiere esterne suggerisce un’ostilità verso “gli stranieri” che poi produce migliaia di storie piccole e grandi di razzismo quotidiano. Non vogliamo abituarci a sopportare questa situazione. Abbiamo bisogno di festeggiare. Altro che sicurezza: finalmente arrivano i Mondiali antirazzisti. Abbiamo bisogno di allegria e di cultura per trovare la forza necessaria per lottare contro la discriminazione. Negli ultimi mesi in Italia si sono moltiplicati gli episodi preoccupanti. Tanti politici, giornalisti e rondisti volenterosi vogliono farci credere che il problema non siano la povertà e la guerra che regnano in buona parte del pianeta, ma le persone che scappano da quelle miserie. Con i Mondiali antirazzisti vogliamo vivere la nostra risposta: è di rispetto, di coscienza, di convivenza che abbiamo bisogno. La nostra ricetta – concludono Uisp, Istoreco e Progetto ultrà – è la cultura, senza frontiere». Siamo certi che a L’Aquila fischierà più di qualche “potente” orecchio. Terra del 23 giugno 2009

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Emigro, dunque sono

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Giugno 2009

di Federico Tullileft 23/2009 del 12 giugno 2009

migranti_nonMigrante per natura, da migliaia di anni l’Uomo si sposta da una regione all’altra della Terra in cerca delle migliori condizioni ambientali per vivere. Un flusso ininterrotto di donne, bambini, uomini che non si è arrestato nemmeno quando la Rivoluzione industriale ha iniziato a facilitare un progressivo adattamento della natura ai nostri bisogni primari. Anzi. Lo sviluppo socio-economico di alcuni Paesi ha catalizzato le migrazioni da zone in cui guerre, repressioni, condizioni climatiche rendono impossibile una sopravvivenza degna di questo nome. rinauroCome sovente denuncia Predrag Matvejevic, oggi chi si trova in questo status non è più definito migrante, ma, quasi sempre, clandestino. Quello che un tempo era naturale viene oramai considerato illegale dalle giurisdizioni nazionali e internazionali. E spesso brutalmente represso. Accade pure in Italia, con l’introduzione della legge Bossi-Fini, nonostante proprio il nostro Paese solo 60 anni fa sia stato uno dei volani dell’esodo “clandestino” di «donne uomini e bambini in cerca di un futuro e di migliori condizioni di vita oltre le Alpi». Come mirabilmente racconta Sandro Rinauro nel suo saggio Il cammino della speranza (Einaudi). Dicevamo dell’essere umano migrante per natura. La necessità di soddisfare l’esigenza di un’alternativa a quanto imposto da situazioni ambientali (umane e naturali) sfavorevoli è da sempre oggetto di studio delle scienze biologiche. In particolare è la datazione delle migrazioni a stuzzicare l’interesse dei ricercatori. Per questo è di grande importanza un nuovo metodo di analisi del  messo a punto dall’università di Leeds, che, secondo quanto annunciato sul sito dell’ateneo, consente di indicare con sicurezza la data della prima fondamentale migrazione: quella dall’Africa. Che sarebbe avvenuta «10-20mila anni prima di quanto si pensi, ovvero 60-70mila anni fa». Quando Gheddafi, Borghezio e Berlusconi ancora non esistevano.

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Il Dna non è razzista

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Marzo 2009

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Il genetista Marcello Buiatti

La vicenda dei Romanov ricostruita dopo 91 anni. Grazie a nuove indagini scientifiche. Ma, avverte il genetista Marcello Buiatti: attenti agli usi ideologici di quei test di Federico Tulli

L’alba di un giorno di mezza estate del 1918 segnò definitivamente il corso della Rivoluzione russa, con tutto ciò che poi ha comportato anche per la storia mondiale del 900. Era il 17 luglio e le Guardie rosse che avevano ricevuto l’ordine da Lenin impiegarono una manciata di minuti per cancellare, prima a pugnalate e poi col fuoco appiccato ai cadaveri, i 304 anni di storia della dinastia Romanov al governo di tutte le Russie. Ma in quei momenti non si compiva solo il destino dell’intera famiglia dell’ultimo zar, Nicola II. Quella data, e quegli eventi, specie negli ultimi 40 anni, sono stati al centro di un enigma storico-scientifico che ha seguito di pari passo l’evolversi dello studio e delle tecniche di analisi del genoma umano. Enigma che ora è stato risolto, come hanno annunciato su Plos One i ricercatori di un’equipe internazionale coordinata dal Max Planck institute for evolutionary anthropology di Lipsia in Germania. Contrariamente a quanto sostenuto in questi 91 anni anche da diversi storici, la granduchessa Anastasia e suo fratello Alessio, figli di Nicola II e della zarina Alexandra non sopravvissero alla strage. È infatti definitivamente provato che appartengono ai due adolescenti i resti sotto forma di frammenti ossei rinvenuti nel 1970 a Yekaterinberg, in una fossa distante 70 metri da quella che conteneva i corpi delle altre sette persone trucidate. Il riconoscimento è stato possibile grazie all’analisi del Dna rinvenuto in quei piccoli pezzetti di ossa che sono scampati al tentativo delle Guardie rosse di distruggere completamente ogni traccia della dinastia imperiale. 11romanovLa tecnica impiegata dal genetista americano Michael Coble, arruolato per l’occasione dalle autorità di Mosca, è la stessa che l’esercito Usa adotta per le identificazioni più difficili dei resti di militari uccisi. Si tratta del test sulla struttura del Dna mitocondriale. Il quale, prima ha permesso di confermare con buona approssimazione che l’età delle persone a cui appartenevano i resti “misteriosi” poteva corrispondere a quella dei due giovani Romanov. E poi, tramite il confronto col Dna dell’osso di una gamba di Georgij Nicholas, un loro fratello che era morto di tubercolosi, il test ha stabilito con certezza la parentela tra i tre ragazzi. Infine, tanto per non lasciare nulla al caso, l’equipe di Coble è riuscita a confrontare il Dna di tutti i membri della famiglia Romanov con quello di una camicia insanguinata che era stata indossata da Nicola II il 29 aprile 1891, quando subì un attentato in Giappone. Anche questa prova (che è stata successivamente replicata all’Istituto di medicina legale di Innsbruck, in Austria) ha sgombrato ogni dubbio. I resti rinvenuti 39 anni fa nelle due fosse appartengono tutti a persone dello stesso nucleo familiare. A 19 anni dal primo test genetico effettuato sulle salme dei Romanov, 91 anni dopo la loro morte cala definitivamente il sipario sulla storia degli zar.

sxcCome insegna la vicenda dei Romanov i test genetici possono aiutare a risolvere anche i quesiti investigativi più complessi. Ma è chiaro che certi strumenti devono essere maneggiati da persone “capaci”. «Altrimenti – spiega a left Marcello Buiatti, ordinario di Genetica all’università di Firenze – è facile scivolare, anche in buona fede, verso una deriva razzista. Come insegna la vicenda tutta italiana che ha visto, loro malgrado, protagonisti due uomini di nazionalità romena accusati di essere gli autori del cosiddetto “stupro della Caffarella”». Il 3 marzo i due sono stati scagionati grazie all’esito negativo degli esami sul Dna prelevato dagli investigatori sul vestito della ragazza e nel luogo della violenza. E questo conferma l’utilità delle tecnologie più avanzate in campo genetico. Se non che, a finire sotto inchiesta è stato un intero popolo, quello romeno. Come si legge sul Corsera del 4 marzo, «la convinzione degli investigatori, ricavata da un esame accurato del Dna estratto dal cromosoma Y, è che bisogna ricominciare a cercare nella comunità romena. Attraverso l’analisi di questo componente si può infatti ricavare l’etnia del profilo genetico e in questo caso il risultato raggiunto conferma che la nazionalità è proprio quella». Una tesi non propriamente scientifica. E difatti il 18 marzo le agenzie hanno battuto la notizia che le analisi condotte in Romania «hanno accertato che i profili genetici repertati alla Caffarella non appartengono a nessuno dei sospettati di nazionalità romena».
left ha chiesto un commento all’eminente genetista che è anche coordinatore del Manifesto degli scienziati antirazzisti.
Professore, è davvero possibile risalire alla nazionalità di una persona dalle tracce del suo Dna?
Analizzando le sequenze nel cromosoma Y è possibile tracciare un profilo genetico preciso, ma solo di una singola persona. Non ha senso parlare di nazionalità.
Nel caso dei due giovani Romanov si è potuto accertare la loro identità confrontando il loro Dna con quello di un fratello…
È una tecnica che si adotta di norma. Nel genoma umano ci sono 3,3 miliardi di lettere, le molecoline che fanno il Dna. Io e lei non siamo parenti e abbiamo una variante ogni 1.250, cioè un milione e mezzo di lettere diverse. Questa diversità è meno accentuata nei confronti del Dna dei nostri rispettivi familiari. Infatti questi test sono usati per i riconoscimenti di paternità.
C’è chi pretende che i Dna siano diversi in base alla provenienza geografica…
È la solita storia del razzismo. Una vecchissima storia che è stata dimostrata falsa per le ragioni che le dico subito. Intanto la nostra specie ha una variabilità genetica complessivamente molto bassa. In particolare, poi, sono molto basse le differenze fra le diverse aree del pianeta.
Come è potuto accadere?
Ci sono delle ragioni scientifiche note. Tutti gli esseri umani sono derivati da 10-15mila ominidi che tra 100 e 200mila anni fa sono partiti dall’Africa e hanno invaso il mondo. Quindi, per prima cosa siamo tutti “abbronzati”. In secondo luogo, dal momento che i nostri antenati erano solo poche migliaia non potevano avere molte varianti genetiche tra di loro. Infine, un’altra premessa che deve essere fatta è che tutti gli esseri umani hanno esattamente gli stessi geni in varianti diverse.
E questo cosa comporta?
Che io ho gli occhi neri, qualcuno ha gli occhi azzurri, ma tutti abbiamo il gene per il pigmento. Solo che io ce l’ho per la variante nera e l’altro ce l’ha per la variante azzurra. Le variazioni possono avvenire in ognuna delle 3,3 miliardi di lettere che compongono ciascuno dei nostri genomi. C’è poi un altra peculiarità tutta umana che vale la pena di sottolineare e riguarda la nostra capacità di adattamento all’ambiente. Che, diversamente dagli animali, è attiva e non passiva.
Ci spieghi meglio…
L’uomo modifica l’ambiente in modo da renderlo  confacente alle sue necessità. Ci siamo inventati come fare le case, ma anche nelle grotte ci eravamo organizzati con l’uso del fuoco. In poche parole noi, per resistere all’aggressione dell’ambiente esterno e sopravvivere, più che la variabilità genetica abbiamo usato quella culturale. Ed è qui, nel confronto tra i pensieri e le culture diverse, che è stata possibile l’evoluzione umana. Con buona pace di chi si ostina a pensare alla diversità tra esseri umani come fattore discriminante. left 11/2009

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La discriminazione in camicia verde

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Gennaio 2009

ig028gLa discriminazione in camicia verde C’è la storia di Fatima, dieci anni, insultata a scuola dai suoi coetanei perché porta il velo, o quella di Meryem, studentessa all’università di Padova, che fonda l’associazione Seconda generazione e organizza una marcia contro le discriminazioni razziali. E ci sono i musulmani di Treviso, che devono pregare all’aperto sui tappeti distesi nei parcheggi dei supermercati. Come recita il sottotitolo, l’ultimo libro del giornalista dell’Unità Toni Fontana, Apartheid – Viaggio nel regime di segregazione che sta nascendo nel Nord-Est (Nutrimenti), è un’inchiesta sul clima di vera e propria discriminazione razziale che va prendendo forma nella ricca (e cattolica) area del nostro Paese in cui da anni spopola la Lega nord. Fontana descrive, con la precisione del cronista e la passione di chi rifiuta-denuncia con vigore questa deriva, il clima sempre più teso di una realtà in cui diverse amministrazioni locali hanno introdotto provvedimenti discriminatori nei confronti di stranieri «che lavorano regolarmente e pagano le tasse». «È un libro che svolta l’angolo rispetto alla letteratura che esiste sul neorazzismo italiano, quello della Lega», ha commentato di recente il deputato Pd e giornalista, Furio Colombo. «Svolta l’angolo perché entra nel discorso e ci dice che il razzismo c’è e che è una realtà quotidiana. E Toni Fontana ci dà i fatti, ci dà i luoghi, ci dà i nomi». Accade così che in alcune province molti bambini non vengano accolti nelle scuole, i musulmani non trovino luoghi per seppellire i defunti o macellare gli animali secondo il loro rito. Il rischio di un nuovo apartheid italiano è insomma tutt’altro che remoto. In prima linea ci sono gli oltre 350mila immigrati che vivono nel Veneto, la maggior parte dei quali di fede musulmana. Left 02/2009 Federico Tulli

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Londra svelata

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Novembre 2008

La seconda generazione di arabi inglesi tra ritorno all’islam e cosmopolitismo. Nel suo romanzo d’esordio Robin Yassin-Kassab racconta la fine del melting pot. Dal 18 novembre è in Italia per presentare il libro di Federico Tulli

«A Londra spesso mi trovavo a passare davanti ai cortili di scuole dove c’erano bambini vestiti secondo le diverse usanze musulmane, sikh, cristiane ed ebree. E tutti giocavano insieme. Era prima dell’estate del 2001 e questo diceva dell’inesistenza di conflitti interculturali. Dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Quel giorno è iniziato il declino». Robin Yassin-Kassab è nato in Inghilterra da padre siriano e madre inglese e nel suo romanzo d’esordio Il traditore (il Saggiatore), in libreria dal 18 novembre, racconta la comunità anglo-araba e le ansie e aspirazioni della sua seconda generazione di immigrati. Sono gli anni che precedono l’inizio del conflitto «imperialista anglo-americano contro le nazioni islamiche». Al centro del romanzo, una famiglia costretta dagli orrori e dalle contraddizioni della storia a ridefinire la propria identità. «In realtà – racconta Yassin-Kassab a left – non pensavo al tema dell’identità quando ho iniziato il libro. Semplicemente ho cominciato a scrivere scegliendo di ambientarlo nel 2001 per la mia familiarità con la Londra degli anni 90. E poi perché penso che in quel decennio, a Londra, i rapporti tra le diverse comunità fossero eccellenti, molto più che in altre parti del Paese e d’Europa». La storia de Il traditore ruota intorno alla figura di Sami Traifi, un trentenne arabo siriano nato a Londra e sposato con la bellissima Muntaha. Mentre la sua comunità, sempre più isolata, si aggrappava alla religione, Sami si attacca ferocemente alla figura del padre scomparso, che gli ha trasmesso l’ateismo e un grande amore per la tradizione laica araba. Quando la moglie abbraccia l’islam, Sami si getta in una personale lotta contro il mondo che lo vedrà “sprofondare” nell’edonismo londinese. «Non penso che sia il hijab, il velo indossato dalle donne islamiche, il simbolo di quella frattura – spiega Kassab – il problema si presenta quando chi è al potere demonizza a livello sociale e legislativo le minoranze e le loro espressioni culturali. Nel mio romanzo i laici sono forse più intolleranti dei credenti. O, piuttosto, il secolarismo, il nazionalismo, il credere nel capitalismo sono essi stessi inconsapevoli atteggiamenti religiosi». Ciò che secondo lo scrittore si è guastato è il rapporto tra governi, e non quello tra culture: «La pulizia etnica in Palestina, le basi militari Usa nei Paesi islamici, la lenta distruzione dell’Iraq: sono questi gli errori, non il velo». Errori-orrori che da un lato hanno spazzato via il melting pot londinese anni 90, dall’altro sembrano aver spezzato il cammino di un prodigioso sviluppo culturale avviato nella seconda metà del 900 negli Stati arabi. Paradigmatica nel libro la figura di Marwan.
Il poeta, padre di Sami. Che da «laico e romantico» è diventato conservatore e religioso, «come gran parte degli arabi nel mondo», osserva Yassin-Kassab che sta scrivendo un nuovo romanzo: una sorta di Cuore di tenebra sulle rive dell’Eufrate. «Ma – aggiunge – a rischio di sembrare indulgente, dico che questo è il risultato di una delusione. Negli anni 50 e 60, gli arabi avevano fiducia nel modello di sviluppo occidentale (Marx è occidentale). Erano sicuri di riuscire a trasformare i propri Paesi in una generazione. Nei fatti, hanno sofferto un collasso economico, ripetute sconfitte militari, occupazioni straniere e regimi dittatoriali. Il sorgere dell’ala conservatrice islamica è stato un rifugio, io penso un rifugio mal consigliato, da una sgradevole realtà. Ma il ritorno alla religione è un fenomeno internazionale. L’ondata religiosa statunitense, dagli anni 60 a oggi (forse ha finalmente raggiunto l’apice e ora inizia il declino), coincide con quella del mondo arabo, ed è ancora più difficile da spiegare. L’America è una potenza economica e militare. Forse il fattore comune è un traumatico cambiamento sociale, che ha spinto le persone a desiderare “mitiche” certezze. In qualche modo la nascita di organizzazioni politiche come la Lega nord in Italia potrebbe assomigliare a questo».

Left 46/2008

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Il pane dell’identità

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2008

Cosa spinge i migranti a rischiare la vita? I bisogni materiali, ma anche la ricerca di nuovi rapporti. Predrag Matvejevic anticipa a left i suoi prossimi libri di Federico Tulli

«L’asino ha fatto tanto per il Mediterraneo. Ha portato acqua, ha lavorato nei mulini facendo girare la mola, ha trasportato le pietre per costruire i grandi palazzi, le case, le fabbriche. Nessun animale ha faticato tanto e adesso siamo in un’epoca in cui rischia di scomparire. è in via di estinzione. Ed è un fatto simbolico. Perché è quanto accade in Europa al rapporto e alla riconoscenza nei confronti di persone che tanto hanno fatto per la nostra terra: quelli che io chiamo gli immigrati-emigranti». Predrag Matvejevic al telefono da Zagabria ci legge un brano del saggio sull’asino che ha inserito nella nuova edizione del Breviario mediterraneo (libro tradotto in 22 lingue) appena uscita da Garzanti. «Quando Fernand Braudel, il grande maestro di chi si occupa di Mediterraneo, fece la sua tesi, tutti erano entusiasti. Ma ci fu un professore che disse: “Da rifiutare, perché non parla di quello che fu un grande costruttore del Mediterraneo, l’asino”. Nel nuovo Breviario ho aggiunto ciò che manca al suo lavoro». Nel frattempo lo scrittore croato sta ultimando la lunga lavorazione di un libro sul pane e, per le prime settimane del 2009, è attesa un’edizione ampliata de L’altra Venezia (Garzanti) che nel 2003 vinse il premio Strega europeo.

Professore, lei è dovuto emigrare nel ‘91 dalla Croazia e il suo lavoro l’ha portata a lambire le mille sponde del Mediterraneo. Cosa è cambiato nel rapporto tra noi europei e “lo straniero”?
Mi sorprende particolarmente l’Italia. Non ci sono nato, ma sono cittadino italiano. Questo è tema che mi è caro e che osservo da un punto di vista particolare, essendo vissuto a metà fra asilo ed esilio. Il mio non è stato un vero esilio, perché mi sono autoesiliato non essendo d’accordo con i regimi che hanno distrutto la Jugoslavia. E non ho cercato un vero asilo, avendo voluto mantenere anche la cittadinanza croata. Ora sono tornato a Zagabria ma ho una piccola casa a Venezia e ho vissuto tre anni e mezzo in Francia e oltre tredici in Italia, a Roma.

L’italiano le è sembrato una “lingua da abitare”?
Da scrittore, da filologo, fui subito positivamente sorpreso dalla profusione di termini in italiano che esistono per esprimere questo statuto indefinito dello straniero. Espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Queste definizioni sono la prova che l’Italia è stata la nazione con la più forte emigrazione. Mi aspettavo quindi una gran comprensione, che del resto io ho ricevuto insieme alla cittadinanza e alla cattedra alla Sapienza. Mai avrei pensato a una legge che impone la presa delle impronte a bambini di due o tre anni. Ero orgoglioso di essere cittadino a tutti gli effetti di un’Italia umana e liberale. Oggi sono deluso.

Quelle parole sono state sostituite da altre: “clandestino”, “extracomunitario”. Siamo tornati indietro di decenni?
Sappiamo che le cose sono cambiate dopo le ultime elezioni. Che c’è una certa clientela del nuovo governo che fa “pulizia etnica”. Mi ha sorpreso anche che un Paese che si professa cristiano, fra Vaticano e Dc, abbia una considerazione per nulla cristiana dei diritti dell’uomo. Lavoro da anni a un libro sul ruolo del pane nella storia. Ecco, il pane è l’unico grande slogan storico che non ha mai tradito. Tutti gli altri hanno finito per deludere. Lavorando su questo mi sono accorto di una discrepanza terribile tra ciò che si sostiene per fede e prassi, specie in politica. Ciò che più mi fa arrabbiare è sentir parlare d’immigrazione in termini quantitativi. “Quanti sono in Italia”, “quanti sono sbarcati in Sicilia”, “quanti possono rimanere”, “quanti devono tornare”. Non si può affrontare questo problema in termini qualitativi? Questa è la mia domanda.

“L’altro” era un numero per i nazisti nei campi di concentramento…
Quella era una via senza ritorno. Mi piacerebbe fare un seminario alla Sapienza o alla Sorbona per trovare un rapporto con lo straniero che non si riduca ai numeri. Un approccio che parte dall’interesse per chi propone un punto di vista diverso, una cultura diversa. Per queste mie ricerche sul pane di recente sono stato con gli zingari, o come si dice oggi rom, alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Ho annotato molte frasi sul loro modo di parlare del pane, modi di dire per conoscerli meglio. “Il pane può quello che l’imperatore non può e che dio non vuole”, dicono per esempio.

Gli zingari quanto hanno dato alla cultura e all’arte in Europa? Andiamo in Spagna: quanto deve il flamenco agli zingari? Oppure passiamo in Ungheria o nell’Europa centrale. Qui troviamo la csárdás, una straordinaria danza. E poi la più bella romanza russa che per metà è di origine zingara: Oci ciornie, occhi neri. Andando più lontano nel tempo abbiamo il nostro caro pianoforte, lo strumento che lo precede era il clavicembalo, e prima di questo era il cymbalom, strumento zingaro originario dell’India. Riconoscendo queste cose potremmo dare a questa gente un po’ di orgoglio. Forse di vivere diversamente. Forse non di lasciare per sempre la loro vita di nomadi. Ma potremmo certamente fare qualcosa di diverso dalle cose indegne che facciamo nei confronti di questa loro cultura, di questa loro grande tradizione.

La legge italiana sulle impronte ai minori è stato un chiaro tentativo di schedare gli zingari. Di contro la situazione in Europa?
Non è buona. Si parla di 9 milioni di rom in Europa e c’è una situazione contagiosa da una regione all’altra. Un minimo incidente se causato da un rom diventa dieci volte più grande, pericoloso, che se fosse fatto per esempio da un francese. Anche la Francia, malgrado le sue tradizioni rivoluzionarie e democratiche non è priva di reazioni nei confronti dell’immigrato-emigrante, specie in provincia. Ma forse nei confronti dei rom non c’è questo odio che sale oggi da alcune regioni d’Italia.

E i molti trattati internazionali sui diritti umani che l’Italia ha sottoscritto?
Appunto, noi italiani non rispettiamo nemmeno alcuni diritti per cui abbiamo firmato grandi contratti sociali europei. Basta pensare al diritto d’asilo che, proclamato solennemente nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si è rivelato un grande inganno. Solo pochissimi Paesi hanno rispettato il patto sottoscritto mezzo secolo fa dalla grande maggioranza dei membri delle Nazioni unite. Sono rare le situazioni in cui questo diritto ha trovato il posto che merita in una cultura progressista. Ricordiamoci di Ochalan. Lui aveva diritto all’asilo e se ritornava in Turchia avrebbe rischiato la morte, ma è stato comunque espulso. Erano i miei primi anni fra asilo ed esilio, devo dire che ero sorpreso. Col passare degli anni quella sorpresa si è trasformata in delusione. Soprattutto perché la cultura sembra oramai evitare impegni politici. Non siamo più negli anni 50, eppure allora c’erano tanti scrittori, anche stranieri, che partecipavano alla vita sociale dell’Italia. Ora accade molto meno. Come se l’impegno civile fosse diventato un peccato.

Left 40/2008

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Carta straccia

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2008

Che fine ha fatto il codice deontologico che impegna i giornalisti italiani a non usare un linguaggio xenofobo? La denuncia di Tana De Zulueta
di Federico Tulli

La firma del Protocollo deontologico per i giornalisti italiani denominato Carta di Roma sembrava proprio una buona notizia. Il governo Berlusconi si era appena insediato e l’accordo siglato nel giugno scorso da Federazione nazionale della stampa italiana e Ordine dei giornalisti, impegnando i firmatari a non usare un linguaggio xenofobo nel riferire notizie che riguardano gli stranieri, comunitari e non, denotava un buon tempismo. A distanza di tre mesi si deve constatare che purtroppo è stata sonoramente disattesa. Lo evidenzia a left Tana De Zulueta, giornalista ed ex parlamentare dei Verdi. «Penso che in Italia vi sia una caparbia indisponibilità ad aprire una riflessione sul rapporto tra media e razzismo sia da parte dei giornalisti sia della politica. Due mondi qui da noi molto contigui». E questo, secondo De Zulueta, è un dato oramai consolidato. «Ricordo che quando Storace era presidente della vigilanza Rai gli segnalai esempi di rappresentazione degli stranieri che violavano le norme più elementari di correttezza. Norme elementari per altri Paesi, ma di cui in Italia non si era mai parlato».

In quel caso De Zulueta evidenziava il ricorso costante a stereotipi razziali. Come l’uso di «marea gialla» per descrivere l’arrivo di numerosi cinesi. «Storace non mi rispose mai – sottolinea De Zulueta -, ma la cosa triste è che gli altri componenti della commissione si limitarono a sorridere». Negli anni poco o nulla è cambiato. È lì a testimoniarlo la foto diffusa nell’agosto scorso dai media che ritrae una giovane donna nigeriana in cella stesa a terra, mezza nuda e sporca di polvere. In un altro Paese sarebbero scattate delle azioni legali. In Gran Bretagna, ad esempio, sarebbe stata a rischio la licenza di chi ha diffuso quell’immagine. E allora in questo quadro il peggio poteva succedere, spiega la giornalista, «perché si sono costituiti gli anticorpi culturali». Così è accaduto che i media siano diventati cassa di risonanza di un discorso esplicitamente razzista. «E questo per i migranti è una forma di difficoltà costante, a livello esistenziale quasi tragico». Il multiculturalismo, «bella parola di cui anche la sinistra si è riempita la bocca», qui da noi è ben lungi dall’essere riconosciuto come tesoro irrinunciabile. «Ci vuole proprio una presa d’atto forte – chiosa Tana De Zulueta -. Serve una scossa che può essere data dagli artisti stranieri. Magari con un Gomorra sull’immigrazione che scuota un Paese che si compiace con troppa facilità di se stesso. Ma anche il cinema ha grandi possibilità di far passare questi discorsi». Qualcuno, come Mazzacurati ne La giusta distanza ci ha provato, ma sembra piuttosto un caso isolato. «Ci vorrebbe un’azione politica oltre che artistica, ma in questa fase non ne vedo la possibilità perché abbiamo la classe politica più razzista d’Europa».

Left 40/2008

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L’Italia della «democratura»

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Luglio 2008

Democrazia apparente, in realtà dittatura: è questo il nostro Paese secondo Predrag Matvejevic. L’intellettuale croato racconta la sua vita di «esule volontario» nell’Europa che ha paura di aprirsi a chi porta con sé una visione del mondo diversa di Federico Tulli

«Straniero, espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Ho tenuto una lezione alla Sorbona sul fatto che la lingua italiana è quella con la più ampia gamma di termini per parlare dei migranti. E invece, ora si sente solo insistere su clandestini e irregolari. Ma cosa significa clandestinità in tempo di pace? Sono cose queste che mi hanno profondamente sorpreso dell’Italia». Predrag Matvejevic, scrittore e saggista, docente di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi e professore ordinario di Slavistica all’università La Sapienza di Roma, nominato “per chiara fama”, è nato nel 1932 a Mostar nella ex-Jugoslavia e da qui è «dovuto emigrare» nel 1991 dopo che «una sventagliata di mitra dei nazionalisti croati ha colpito la mia porta di casa». Per 14 anni in Italia, Matvejevic da pochi mesi è tornato nella sua terra e vive a Zagabria «dove il nazionalismo abbaia ma non ha più i denti». Il 17 luglio sarà a Rivoli (To) in occasione della mostra Le porte del Mediterraneo. Leggerà un saggio sulla condizione degli «emigrati» in Europa di cui anticipa a left alcuni passaggi.

«Partirò da alcuni fatti personali. Sono figlio di un emigrato russo. Mio padre è partito nel 1920 da Odessa. Era politicamente menscevico. Voglio dire, da uomo di sinistra, che i menscevichi non sono quella caricatura che gli staliniani hanno fatto di loro. Sono persone di sinistra che hanno fatto la rivoluzione di febbraio nel 1917 avendo capito che la Russia feudale dello zar e della Chiesa non poteva realizzare il grande sogno della civiltà europea di creare una società giusta. Dopo un lungo girovagare per l’Europa dell’Est mio padre è arrivato a Mostar, qui ha conosciuto una ragazza bosniaca croata cattolica. Un ortodosso e una cattolica, tutto quello che occorreva perché nascesse un figlio laico, laicissimo. Nel 1941 – prosegue Matvejevic – i nazisti sono venuti a prendere papà perché avevano saputo delle sue origini russe. Questo bastava per essere deportato. Dopo quattro anni è tornato vivo, ma pesava 40 chili di meno. Non l’ho riconosciuto e ho pianto due giorni. Dunque con questa esperienza mai avrei pensato di emigrare, di partire. Poi, quella raffica di mitra…». Giunto in Italia, Matvejevic ha avuto la cittadinanza da Giorgio Napolitano all’epoca ministro dell’Interno. «Non sapete quanto è importante per un emigrato poter viaggiare nella zona di Schenghen», dice. «Il mio non è stato un vero esilio, dopo quegli spari ho scelto di andare via da Mostar. Ho passato tre anni in Francia e nel 1994 sono arrivato in Italia. La vedevo come uno dei Paesi più tolleranti, più accoglienti. Ma poi la Lega, con Berlusconi che segue Bossi, e ora questo ministro dell’Interno che è un uomo rozzo, hanno creato un vergognoso clima contro gli immigrati che l’Italia non merita». Il professore ritiene inaccettabile il piano di Maroni che prevede il fotosegnalamento dei minorenni di etnia rom. «All’inizio del secolo scorso, la mafia organizzava l’emigrazione in Sicilia. Molti vostri connazionali sono stati sbarcati in Marocco credendo di essere arrivati negli Usa. E lì sono rimasti fino alla seconda guerra mondiale. Come può un popolo che ha vissuto queste sofferenze, tanta emigrazione, assumere certi atteggiamenti? In un Paese in cui la Chiesa ha tanto peso perché non influenza i politici a non fare quello che stanno facendo? Perché – prosegue Matvejevic – i cristiani non si rileggono alcuni passaggi delle loro sacre scritture? L’Esodo per esempio, dove è scritto “Non molesterai lo straniero, né lo opprimerai, perché foste anche voi stranieri nella terra d’Egitto”. Vorrei che i vescovi nelle loro prediche invece di essere solidali con chi attua la schedatura analizzassero queste parole così belle». Il problema, per la religione come per certa politica, secondo lo scrittore, è sempre lo stesso. La persona straniera che arriva in una nuova terra porta con sé la propria cultura, una cultura diversa. E questo fa paura. «Di fronte allo sconosciuto – spiega – c’è chi si chiude nella propria “particolarità”. In un saggio ho scritto che questa non è un valore a priori, ma può diventarlo a condizione che si confermi come tale. Perché anche l’antropofagia, mangiare l’altro, è particolarità. E dunque questi che schedano i rom si chiudono nella propria particolarità come se fosse un valore assoluto. Senza mai metterlo in discussione. Purtroppo sento la mancanza di una cultura adeguata che potrebbe risolvere queste questioni».

Matvejevic in queste settimane sta aggiornando la sua opera cardine, il Breviario mediterraneo, tradotto in 22 lingue e pubblicato in Italia da Garzanti. «Rileggendolo ho pensato che mancava una riflessione sul pane. Cibo prezioso che non è stato inventato sulle sponde del Mediterraneo, ma che in questa regione è stato accolto e valorizzato, allo stesso modo di come sono state accolte le tre religioni monoteistiche». Il pane come metafora per raccontare la capacità dell’Europa di aprirsi a nuove culture e tradizioni che vengono da fuori. Quella stessa Europa che ultimamente ha lanciato messaggi contraddittori sulla soluzione italiana del tema immigrazione. «Io sono stato due anni nel gruppo dei saggi della Commissione europea creato da Romano Prodi. Siamo riusciti a mettere allo stesso tavolo israeliani, palestinesi e arabi ed è cominciato un dialogo molto importante. Ma il successore di Prodi ha sciolto questo gruppo. C’è una deriva pericolosa che la cultura potrebbe arrestare e invece è proprio la cultura che viene accantonata». Questo genere di pericolo è il tema su cui verte il prossimo saggio che Matvejevic ha intenzione di scrivere. «L’ex Europa dell’Est è entrata in Ue con i suoi problemi di democrazia. Ma anche in alcuni Paesi dell’Occidente si sta scivolando verso quella che ho definito «democratura». Una forma di governo cioè che dietro un’apparente forma esterna di democrazia assume atteggiamenti e movimenti dittatoriali. E questo pericolo lo vedo molto presente in questo momento in Italia. Lo abbiamo visto in Polonia con i fratelli Kaczynski e i loro atteggiamenti clericali. Ma anche nei Balcani, dove serbi, croati, bosniaci hanno subordinato la nazionalità alla religione professata. Questa prassi è un nervo scoperto dei nuovi rapporti che si sono creati all’interno dell’Unione. Su cui anche la cultura dell’Est non ha riflettuto abbastanza. Ha troppo sofferto e ancora non riesce a ripensare le proprie sofferenze. Dall’altro lato c’è la cultura occidentale, orgogliosa in modo antipatico direi, che non ha il coraggio di affrontare questi problemi, queste divisioni. Ma come si può fare l’Unione se le frontiere sono ancora così strette? Ecco, mi piacerebbe vedere la Turchia in Europa, potrebbe fare da baluardo ai nuovi fondamentalismi».

Matvejevic dedica infine un pensiero alla sua Mostar. «La vita è ancora durissima, la città è spaccata. Nella parte orientale i musulmani rimasti sono ancora sotto shock e questa sorpresa li rende immobili. Dall’altra sponda del fiume, dove ci sono i cattolici, direi che la metà della gente, a cui potrei appartenere anche io, ha vergogna di quello che hanno fatto i fascisti croati. C’è però chi farebbe di nuovo la stessa cosa. Quasi tutta Mostar durante la II Guerra mondiale era dalla parte della Resistenza. Aveva un grande battaglione di partigiani. Quando avevo 9 anni, mio zio – che lavorava in ospedale – un giorno mi disse di portare un sacco con i medicamenti ai partigiani feriti. Uno zio croato cattolico che collaborava in clandestinità con la Resistenza. Questa era la Mostar di una volta, quella di cui sono orgoglioso, a cui appartengo e che difendo».

Left 28/2008

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Fuga senza vittoria

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Giugno 2008

Il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato.
In Italia 3.000 esuli forzati rischiano il rimpatrio.

Colpa del Pacchetto sicurezza

di Federico Tulli

Prima di ogni partita Patrick cerca tra le foto del suo telefonino quella del figlio di pochi mesi. Gli manda un bacio in silenzio, poi spegne il cellulare e corre verso i compagni che lo aspettano in campo. A volte calcia il primo pallone con il volto ancora rigato dalle lacrime. Patrick (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) è in Italia, viene da un Paese africano, e non può telefonare alla compagna rimasta lì con il bambino. Non ha loro notizie da nove mesi, è un esule forzato. Se le autorità del suo Paese sospettassero che è ancora vivo “userebbero” la sua famiglia per costringerlo a tornare. E lo ucciderebbero, dopo averlo torturato.

Patrick ha chiesto asilo politico e la sua è una delle novemila domande che le Commissioni territoriali ricevono in media ogni anno. Dorme in uno dei 12 centri di accoglienza di Roma. Da qui ogni mattina esce in cerca di lavoro, una routine che si interrompe solo il lunedì e il venerdì sera. Quando corre agli allenamenti della Associazione sportiva dilettantistica Liberi Nantes, la squadra fondata nel 2007 e unica nel suo genere in Italia poiché vi giocano esclusivamente ragazzi in fuga come lui da una delle zone calde del pianeta.

In fuga, tutti, da storie simili alle altre migliaia per le quali l’Italia è l’ancora di salvezza. Curdi, iracheni, togolesi, nigeriani, sudanesi, eritrei, ivoriani, guineiani, donne e uomini che «per fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trovano fuori del Paese di cui hanno la cittadinanza, e non possono oppure, a causa di tale timore, non vogliono avvalersi della protezione di tale Paese». È così che la Convenzione di Ginevra del 1951 definisce lo status cui aspirano Patrick e i suoi compagni, quello di rifugiato. A questa figura, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale l’Onu ha deciso di dedicare una Giornata mondiale. E ha scelto la data del 20 giugno perché coincide con la Giornata africana del rifugiato.

In Italia la situazione degli esuli forzati è complessa. La materia dell’asilo è stata da poco modificata con due decreti legislativi emanati dal governo Prodi a novembre 2007 in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il dl 251/07 in vigore dal 19 gennaio scorso e il dl 25/08 in vigore dal 2 marzo. Secondo il Rapporto annuale 2008 sul rispetto dei diritti umani di Amnesty International, i decreti «hanno introdotto importanti miglioramenti, tra cui l’effetto sospensivo della espulsione determinato dal ricorso contro il diniego della domanda di asilo (effetto prima escluso)». Ma ora, avverte Amnesty, l’Italia rischia di fare «pericolosi passi indietro» e ripristinare quanto corretto tre mesi fa. Colpa del dl sul “Riconoscimento dello status di rifugiato” inserito nel Pacchetto sicurezza e approvato dal nuovo governo il 21 maggio scorso. Questa norma prevede la cancellazione della sospensione e quindi il richiedente asilo la cui domanda sia respinta in prima istanza può essere rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi. Il tutto in violazione dell’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ove si enuncia che «ogni persona ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale».

Considerando che, secondo le statistiche europee, il 30 per cento delle richieste d’asilo vengono accolte solo in seconda istanza, l’eliminazione del ricorso ricaccerebbe sotto i ferri di feroci aguzzini migliaia di persone che hanno diritto allo status di rifugiato. A Patrick è stata appena respinta la prima istanza d’asilo. Ora il risultato della sua partita più importante dipende dall’Italia.

Left 25/2008

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Sinistra, egemonia cercasi

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Novembre 2007

gramsIntervista ad Alberto Burgio di Federico Tulli

“Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd”

Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd Convegni, una ridda di uscite librarie. Mostre e perfino spettacoli teatrali. Anche questo settimo decennale della morte di Gramsci non ha mancato di essere un’occasione di riscoperta della vitalità e modernità del suo pensiero. Ma è anche vero che , di decennale in decennale, come è stato notato, si è letto di tutto, arrivando perfino a parlare di un Gramsci liberale e“teorico della buona globalizzazione”. Per arrivare poi, sulla strada del gossip storico-politico, a fantasticare di un complotto assassino ordito contro di lui dai suoi compagni. Per fare il punto abbiamo sentito il deputato del Prc Alberto Burgio, docente di storia della filosofia moderna all’Università di Bologna e attento studioso di Gramsci. Il suo ultimo libro Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno è da poco uscito per i tipi di Derive e Approdi.

Professor Burgio, quest’anno il varo dell’edizione nazionale delle opere di Gramsci, ma anche tanta agiografia e letture strumentali?

A dispetto della marginalità che il pensiero di Gramsci ha oggi nella realtà della politica, (diversamente da quel che accadeva negli anni 70 all’indomani dell’edizione di Gerratana) c’è stata attenzione, sforzo di approfondimento critico, nuovi libri, questa edizione nazionale. Poteva essere l’occasione per suonare la gran cassa del revisionismo storico, ma non è stata. Anche se c’è chi ci ha provato.

Fra le molte uscite librarie c’è un titolo che le è sembrato utile, interessante?

Per esempio il libro di Raul Modenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti). L’ho trovato stimolante. Fa un uso del testo molto diverso dal mio, anche per costume di lavoro, ma ne ho tratto giovamento. Non posso dire la stessa cosa di altri libri che preferisco non nominare. Sarebbe una pubblicità negativa e è vietata dalla legge. Mordenti parla di Gramsci come fondatore di un’antropologia filosofica originale rispetto alla tradizione del Logos Occidentale.

Cosa ne pensa?

Il tema dell’antropologia filosofica e politica era molto sentito negli anni dopo la Rivoluzione di ottobre. C’era davvero la speranza che una rivoluzione con quelle ambizioni potesse dare luogo a una storia nuova della civiltà, aprire all’uomo nuovo. Ma questo tema non era esclusivo dei comunisti e del movimento operaio. In quell’epoca l’uomo nuovo era anche una fissazione delle destre. Insomma io dico ci sono in Gramsci un pathos della palingenesi e l’idea della politica come strumento di grandi trasformazioni. Ma ci sono come eco non qualificante della cultura di quegli anni. Il mio Gramsci non è quello in cui questo specifico pathos è un tratto saliente. Ma va detto che l’uomo nuovo della destra era ben altra cosa: era per distruzione e annullamento dell’altro. Ma diamine! Quello che volevo dire, per fare un altro esempio, è che per in tutta la discussione politica dagli anni Dieci e ancora negli anni Venti e Trenta, il “pathos della decisione” è avvertito da tutta la cultura, particolarmente da quella degli estremi opposti. Ma ovviamente il contenuto della decisione, persino la forma, erano con cepiti in termini assolutamente diversi. Nel suo libro dedica un capitolo al tema dell’egmonia.

Quanto è stata sviluppata?

Logo of Gramscian Net, image of Gramsci by Serena Zanardo

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Credo che sull’egemonia si sia lavorato male. La si è impiegata in una cornice semplificata e riduttiva. Intendendo per egemonia la lotta fra le ideologie. E di riduzione in riduzione si è arrivati a dire che funzionari dell’egemonia non sono gli intellettuali in senso gramsciano ma gli intellettuali in senso proprio. Dunque l’egemonia è stata ridotta a una specifica figura della produzione culturale. Io credo, invece, che in Gramsci ci sia ben altro: intuisce che a produrre ideologia e quindi a produrre senso comune, modelli, riferimenti, senso comune, mentalità, sono tutti gli ambiti della relazione sociale, compreso il processo di produzione. Non lo si è inteso. Questo è il punto.

Ma anche l’accezione “restrittiva” di egemonia non pare essere stata realizzata dalla sinistra…

Ha ragione da vendere. E penso che questa mancata lotta per l’egemonia sia dovuta alla debolezza e alla subalternità ideologica dei gruppi dirigenti. Un fatto che si è verificato in tutto l’Occidente dalla metà degli anni Settanta in poi, fino agli anni Novanta. E non parlo solo dei partiti e dei sindacati ma dell’intelligenza diffusa.

Nel panorama politico, con la nascita del Pd, come vede declinata la figura gramsciana dell’intellettuale organico?

Il Pd gli intellettuali organici ce li ha, eccome. In questi giorni stiamo parlando di sicurezza e di razzismo e ci rendiamo conto di quanto sia grande la responsabilità di quella tipologia di intellettuale organico. Quello che è successo in questi giorni è spaventoso. Il dolore e il dispiacere per questa donna violentata e uccisa è fuori discussione. Ma ci sono tante altre cose di cui non si parla. Le donne che vengono uccise stuprate in famiglia, per esempio. La morte di Giovanna Reggiani ha determinato le decisioni del Consiglio dei ministri. La ragazza straniera uccisa a Perugia no. Qualcuno celebra Sergio Romano e Barbara Spinelli. Per fortuna qualche voce fuori dal coro c’è. Ma quello che conta sono i telegiornali. E i media in questi giorni trasmettono dei messaggi precisi. Scritti da intellettuali organici del Pd e della destra. Purtroppo i messaggi si omologano. C’è stata una comunità di intenti fra Veltroni e Fini che ci terrorizza L’editorialista di punta di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha intitolato il suo pezzo Tolleranza zero. Non è affatto causuale. Vengono introiettate e fatte proprie delle parole d’ordine che hanno inondato in realtà la politica del neoliberalismo. E fra la repressione e il cosiddetto Stato minimo c’è un nesso strettissimo. Quanto più riduci i sistemi di sicurezza sociale tanto più devi incrementare gli elementi di repressione. Tolleranza zero e neoliberismo sono dentro un endiadi.

Gramsci in Socialismo e cultura proponeva un’idea di cultura come critica, perché la sinistra non riesce a incidere?

Io credo in realtà che ci siano buone riflessioni critiche. Purtroppo noi siamo marginali. Dipende anche dal fatto che abbiamo alle spalle una sconfitta storica, che ancora non è finita. Da venticinque anni in qua abbiamo seguitato a perdere posizioni, non solo posizioni di potere, ma anche posizioni dalle quali riuscire a raggiungere con un discorso, con un dibattito, con la produzione di proposte la gente. Per sostenere un sistema di valori di riferimento, per dettare un’agenda, riuscire a fare argine contro un imbarbarimento incombente. Una volta accadeva, oggi siamo assolutamente emarginati, poco efficaci. Salvo che in alcuni casi importanti.

La piazza del 20 ottobre è una di queste?

Esattamente. È stata una di quei momenti in cui si è riusciti a riprendere questo contatto a trovare le parole che ricostruiscono una comunità politica. left 45/2007 del 9 novembre

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