«Colgo l’occasione per parlare della imbarazzante presenza nell’Unione europea di Romania e Bulgaria». Luca Zaia è fatto così, e a pensarci bene uno che dice pane al pane e vino al vino, se gioca bene le proprie carte, non può che diventare ministro delle Politiche agricole e alimentari. «L’occasione» era il suo primo incontro da titolare del dicastero di via XX Settembre: un summit con i colleghi dell’Est europeo. E il predestinato della Lega nord, l’enfant prodige dell’integralismo nordestista, la colse al volo. Finendo in tempo reale su tutte le agenzie d’Europa. D’altronde lui che a 27 anni era già presidente della provincia di Treviso (il fiorentino Matteo Renzi ancora rosica) sapeva bene come funziona il giochino. Più la spari grossa, più bruci le tappe verso il traguardo (politico) che ti sei prefissato. Non a caso da vice presidente del Veneto fu beccato in autostrada a 193 km orari. E quelli, per qualche “quota latte”, pensano di intimidirlo con dei trattori che a stento superano i 40? Federico Tulli **left 09/2009**
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Ve le do io le quote
Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009
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Antonio Pascale: Ogm, la fregatura non è nel piatto
Pubblicato da Federico Tulli su 20 Febbraio 2009
«È falso che il cibo biotech sia dannoso per l’uomo». L’autore di Scienza e sentimento denuncia i luoghi comuni che favoriscono il potere delle multinazionali di Federico Tulli
«È un falso mito quello delle biotecnologie applicate all’agricoltura responsabili della scomparsa del “buon cibo di una volta”, ancor più lo è quello degli organismi geneticamente modificati pericolosi per la salute umana». Antonio Pascale, agronomo e autore del prezioso saggio Scienza e sentimento (Einaudi), è un appassionato fautore della necessità di fare chiarezza sulla presunta tossicità degli Ogm, dato che questa ipotesi è alla base del divieto di sperimentazione in campo aperto che in Italia blocca la ricerca biotech in agricoltura.
Dottor Pascale, su che basi lei sostiene che gli Ogm non siano dannosi per l’uomo?
Mi riferisco in particolare alle varietà di mais, soia e cotone biotech più diffuse al mondo, vale a dire le Bt. Che si chiamano così perché nel loro corredo genetico è stato introiettato il Bacillus thuringiensis, un batterio che produce una tossina letale per i lepidotteri, i coleotteri e una parte di ditteri, ma innocua per gli esseri umani.
Ci spieghi meglio…
Il batterio che produce questa tossina è il più analizzato al mondo. Migliaia di studi dicono che non può far male all’uomo. E il motivo è semplice: il Bt si attiva in ambiente alcalino e ha bisogno di un recettore che sta nei villi intestinali. Il nostro stomaco è acido e lo respinge. Mentre l’apparato digerente degli insetti è alcalino, e quindi lo assorbe decretando la loro morte. C’è poi un altro punto a favore del Bt…
Vale a dire?
Premesso che è un composto usato negli insetticidi per l’agricoltura biologica da oltre 30 anni, cosa che da sola dovrebbe zittire i suoi più acerrimi nemici, l’inserimento di quel gene in una pianta comporta inevitabilmente un minor uso della chimica disinfestante.
E allora perché gli agricoltori sono così ostili alle biotecnologie?
È un mistero che si potrebbe spiegare con l’interesse economico a sviluppare un tipo di agricoltura piuttosto che un’altra.
Minori costi dice, ma come la mettiamo con quello del brevetto che l’azienda produttrice dei semi biotech fa ricadere pesantemente sull’agricoltore?
Il discorso è complesso. È innegabile che ci siano dei costi “supplementari” per via dei diritti di proprietà, ma la colpa di questa situazione è di chi demonizza il biotech agli occhi della società civile, poiché così facendo ha stroncato qualsiasi possibilità per la ricerca pubblica di fare concorrenza alle equipe scientifiche sovvenzionate dalle multinazionali. Il caso del nostro Paese è emblematico. A metà anni 80 la sperimentazione della tecnica del Dna ricombinante avveniva solo negli istituti di ricerca pubblici. Grazie alla ricerca universitaria sono state ricavate tante colture ottime e gli scienziari non si curavano certo dell’esistenza della Monsanto.
E poi cosa è successo?
La sperimentazione è stata vietata e le multinazionali hanno sfruttato la paura ingiustificata del transgenico che gli anti-Ogm hanno fatto venire alle persone.
Come l’hanno sfruttata?
Creare una coltura Ogm costa pochissimo. Chiunque potrebbe farlo acquistando l’attrezzatura con poche migliaia di euro. Il problema è il “dopo”. Per passare i controlli di sicurezza e mettere il prodotto transgenico sul mercato si spendono dai 20 ai 50 mln di dollari. Controlli che “grazie” alle campagne ostili che creano consumatori atterriti sono così approfonditi (e sicuri) che non si fanno per nessun altro “frutto” della terra, ma che comportano un costo che si possono permettere solo le grandi corporation. Le quali non battono ciglio. Perché sanno bene di poter così fare il prezzo che vogliono e spartire in poche fette l’immensa torta dei guadagni. Tutto ciò in fin dei conti è insensato perché il biochimico della multinazionale modifica solamente un gene. Mentre, per dire, l’agronomo che incrocia due varietà ne modifica a iosa. In questo caso basta iscrivere la nuova coltura al registro varietale pagando poche centinaia di euro, ed eccoci al mercato. Dove nessuno si preoccuperà se quella pannocchia è tossica o no. Left 07/2009
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La guerra degli ortaggi
Pubblicato da Federico Tulli su 26 Settembre 2008
Mentre fare la spesa costa sempre di più, Coldiretti diserta il tavolo di discussione con le altre associazioni dell’agroalimentare e lancia i farmer’s market. Lo slogan è: “Dal produttore al consumatore senza intermediari”. La risposta di Fedagri-Confcooperative: «Demagogia. Interveniamo sulle inefficienze della filiera» di Federico Tulli
Mesi e mesi di continui aumenti dei costi energetici e delle materie prime agricole (specie mangimi e fertilizzanti), stallo dei consumi alimentari, concorrenza internazionale sempre più agguerrita, contraffazione sistematica del made in Italy per un giro d’affari mondiale di circa 50 miliardi di euro. Il 2008 non ha certo lesinato duri colpi allo sviluppo del sistema agroalimentare italiano. E il futuro non sembra riservare positive sorprese. Eppure tra le associazioni dei consumatori è guerra aperta: da una parte Coldiretti, che diserta il tavolo di trattative con le altre organizzazioni del settore agroalimentare e lancia l’idea dei farmer’s market, dove i coltivatori vendono direttamente i propri prodotti in città. Dall’altra Fedagri-Confecooperative, scettica sulla reale efficacia di una catena priva di intermediari e punti vendita tradizionali, e fautrice di un Sistema-Italia il più possibile coeso.
Il motivo per cui questo scontro appare tanto interessante lo può verificare ciascuno di noi andando a fare la spesa. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati nell’ultimo anno con percentuali a due cifre. Pasta, latte, pane sono diventati sempre più preziosi. E a parità di budget il nostro carrello è sempre più vuoto. Lo spiega, con la nettezza dei numeri, anche l’Istat. Secondo l’ultima rilevazione ad agosto, la pasta di semola di grano duro ha registrato un rincaro su base annua del 35,2 per cento confermando il suo ruolo di prodotto trainante dell’inflazione (+4,1 per cento su agosto 2007). Insomma, la situazione è tutt’altro che positiva. E l’appuntamento di gennaio 2009, quando l’Ue renderà operative le nuove regole della Politica agricola comune, non fa che rendere ancora più grande la confusione che regna intorno ai campi. Alla luce di questa situazione e con l’obiettivo di fornire un punto di vista unitario, le organizzazioni imprenditoriali, cooperative e sindacali del sistema agroalimentare italiano hanno deciso di rendere permanente il “Tavolo degli undici”. Uno spazio di dialogo e confronto sulle sfide del settore composto dalle tre organizzazioni agricole (Cia, Confagricoltura e Copagri), dalle quattro centrali cooperative dell’agroalimentare (Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agrital-Agci, Ascat-Unci), da Federalimentare-Confindustria nonché dai tre sindacati confederali Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil. Al tavolo non partecipa la sola Coldiretti, l’organizzazione che con oltre un milione e mezzo di agricoltori vanta il maggior numero di iscritti in Italia. Una decisione che evidenzia un’importante frattura all’interno del sistema primario nazionale. Per quale motivo? «Per prima cosa nessuno ci ha invitato – spiega a left il responsabile economico di Coldiretti, Pietro Sandali -. In secondo luogo quel tavolo è nato in occasione delle ultime due riforme comunitarie del settore ortofrutticolo e vitivinicolo che noi non abbiamo condiviso. In particolare non abbiamo condiviso il modo con cui la prima è stata applicata in Italia». Proprio per quanto riguarda il settore dell’ortofrutta Coldiretti ha messo in campo l’iniziativa dei farmer’s market, i mercati cittadini dove a vendere i loro prodotti rigorosamente locali e di stagione sono i coltivatori diretti. Punti vendita che la stessa organizzazione agricola ha ideato e che stanno prendendo piede in tutta Italia. Secondo Coldiretti, acquistando in questi punti vendita «è possibile far risparmiare fino a cinque miliardi nella spesa alimentare degli italiani con il dimezzamento del costo dei trasporti di cibi e bevande». Una cifra importante che si lega a un sistema di accorciamento della filiera che all’estero è già sperimentato negli Usa e in diversi Paesi Ue. Ma che in Italia non convince del tutto. Come osserva il presidente di Fedagri-Confcooperative, Paolo Bruni, «la vendita diretta, se in alcuni casi può effettivamente andare incontro al consumatore, per esempio attraverso i punti di vendita aziendali, su larga scala è un’ipotesi del tutto fallimentare».
Fermo restando che, sul mercato interno, la grande sfida per l’agricoltura italiana consiste nell’accorciare la filiera nella maniera più efficace possibile, avvicinando cioè il primo anello della catena all’ultimo, il produttore al consumatore, è sul come che si scontrano le idee di Fedagri-Confcooperative che fattura oltre 25 dei circa 35 miliardi di euro prodotti dall’agroalimentare, e di Coldiretti, la maggiore organizzazione nazionale di settore. Spiega Bruni: «Slegato da una cooperativa che per missione provvede ad allocare la produzione del singolo socio puntando alla massima remunerazione, il produttore agricolo che si reca al farmer’s market deve sostenere da solo i costi di produzione e di trasporto in città, oltre a gestire l’invenduto. Non solo, deve fare bene attenzione a praticare prezzi più bassi o per lo meno competitivi con i punti di vendita tradizionali, altrimenti non si vede dove sarebbe la convenienza. È facile intuire che queste iniziative possono costituire un elemento di colore, ma nulla levano al reale problema della costante sfida del mercato per il settore agricolo. Anche perché stiamo parlando dell’1-2 per cento della produzione lorda nazionale».
Insomma per quanto conveniente, la vecchia litania “dal produttore al consumatore” funziona fino a un certo punto. Anche acquistando a buon prezzo frutta e verdura dal più vicino farmer’s market è impossibile fare a meno delle rivendite tradizionali o dei soliti grandi supermarket. Dove il nostro portafoglio non può sfuggire alla ghigliottina dell’inflazione. «Consideriamo questi mercati uno strumento per accorciare la filiera, ma non è che pensiamo di risolvere in questo modo i problemi del mondo – racconta Sandali -. Per risolvere veramente il problema dell’inflazione sui generi alimentari bisogna agire sulla gestione dei costi dell’impresa agricola per abbatterli, mantenendo la remuneratività e calmierando i prezzi. Secondo noi poi le filiere vanno completamente riscritte. Ci sono sacche di inefficienza enormi di cui nessuno si occupa». Secondo il presidente di Fedagri «per riuscire a governare il sistema dei prezzi servono dei patti interprofessionali di filiera dove con responsabilità ogni attore, della produzione, della trasformazione, della distribuzione, assume l’impegno di far giungere le derrate nel frigo dei consumatori a un costo accettabile. Che è quel costo in grado di non deprimere in continuazione i consumi e quindi la remuneratività del sistema. Questo – precisa Bruni – è l’obiettivo che il mondo della cooperazione vuole perseguire attraverso le linee di politica agricola condivise con le altre undici sigle. Non ho dubbio alcuno che l’ideale sia una grande coalizione di tutte le forze in campo del mondo agricolo e agroalimentare che tradotto in cifre è di 12 e non 11 soggetti. Detto questo ci si confronta con chi è disponibile e non con chi invece si chiama continuamente fuori da ogni percorso di azione comune ritenendosi il primo della classe».
Left 39/2008
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Export, meno vino negli Usa: Non solo colpa del Brunello
Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2008
Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.
Secondo Donatella Cinelli Colombini, presidente delle Donne del vino della Toscana e produttrice di Brunello, “l’impennata dell’euro è stata devastante per l’export e gli effetti del cambio sfavorevole hanno colpito tutti i paesi esportatori di Eurolandia, non solo l’Italia”. Problema questo che peraltro non riguarda solo il vino quanto tutto l’agroalimentare. In secondo luogo, spiega al Velino Cinelli Colombini, “va precisato che la questione del Brunello i danni li ha causati, una cosa detta esplicitamente anche dal ministro delle Politiche agricole. Danni non ancora quantificabili, ma indubbiamente il titolo dell’inchiesta dell’Espresso, ‘Velenitaly’, ha gettato un’ombra su tutta la produzione italiana. Soprattutto per come è passata la notizia – osserva la presidente delle Donne del vino -. Il problema non è stato cosa è successo. Una trasgressione sul disciplinare non è certo un problema di salute alimentare, ma visto che sotto alla parola ‘Velenitaly’ c’era il nome del Brunello c’è anche chi ha pensato che in questo vino ci potesse essere qualcosa di velenoso”. Detto questo, conclude Cinelli Colombini, occorre ribadire che “la flessione dell’export vitivinicolo verso il principale mercato internazionale dipende sia dal cambio sfavorevole sia dalla crisi economica che in questi mesi ha colpito le tasche dei consumatori statunitensi”.
Scende ancora più nel dettaglio il direttore generale di Carpenè Malvolti, Antonio Motteran. “In base alla mia esperienza diretta – spiega il direttore dell’azienda leader nella produzione e nell’export di Prosecco Doc – non ho percepito che tutto il vino italiano a seguito di questo fatto che riguarda specificamente il Brunello abbia avuto contraccolpi negativi. Semmai – spiega al VELINO Motteran – ho rilevato da parte di alcuni operatori americani riflessioni relative al solo settore dei vini rossi di alta qualità. Alcuni di loro si chiedono infatti se il mancato rispetto del disciplinare di produzione riguardi davvero solo il Brunello”. Una riflessione che si ripercuote immancabilmente in una flessione degli ordini che sta colpendo un settore molto delicato, di alto valore aggiunto e di immagine. Ribadisce dunque Motteran: “Per quanto riguarda il sistema vino che esportiamo negli Usa, questo è toccato essenzialmente dalle difficoltà del dollaro nei confronti della valuta europea e dal calo dei consumi. Un calo che colpisce tutti indistintamente, italiani, francesi e produttori del Nuovo mondo. Globalmente parlando non c’è nessuno che in questo momento si stia avvantaggiando nel rapporto col mercato statunitense”, conclude il dg di Carpenè Malvolti.
Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)
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Ogm, la Francia chiede chiarezza
Pubblicato da Federico Tulli su 27 Giugno 2008
L’Authority europea che certifica la sicurezza delle piante biotech è sospettata di favorire chi le produce. Sarkozy spinge perché l’Ue cambi le regole di valutazione scientifica di Federico Tulli
Il sistema adottato dall’Unione europea per la valutazione scientifica degli studi sugli organismi geneticamente modificati è nel mirino del governo francese. Sotto accusa sono l’affidabilità delle analisi del rischio ambientale, ma anche la breve durata dei test sui pesticidi (tre mesi invece dei due anni richiesti dall’Ue per quelli non biotech). Il principale imputato è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha il compito di dare a Bruxelles il parere scientifico sui dossier delle industrie biotecnologiche che hanno chiesto l’autorizzazione al commercio di ogm in Ue. Compito che secondo Parigi l’authority non svolgerebbe al meglio. Per questo motivo la Francia, cui tocca il turno di presidenza Ue dal primo luglio prossimo, si candida a principale ispiratrice di una profonda modifica del metodo di valutazione e quindi di autorizzazione all’introduzione di ogm in Europa.
Una modifica che peraltro è richiesta a gran voce anche da parte della comunità scientifica transalpina. Come testimonia l’invito a dimettersi ricevuto nel marzo scorso dal direttore esecutivo dell’Efsa, Catherine Geslain-Lanéelle, formulato dal Comitato di ricerca e informazione indipendente sulla genetica per bocca del presidente, il bioingegnere Gilles Eric Seralini. Il quale, dopo aver sconfessato l’Efsa su un dossier della Monsanto relativo al mais ogm Mon863, ha accusato l’authority di aver concordato le conclusioni favorevoli con gli esperti della multinazionale. Attorno allo stesso Seralini ruotano molte delle dinamiche che potrebbero cambiare completamente la procedura di autorizzazione al commercio di ogm in Europa. È lui che il ministro dell’Ambiente francese, Jean-Louis Borloo, ha incaricato di creare un progetto per organizzare il metodo di controanalisi sugli studi che le aziende biotecnologiche consegnano all’Efsa. Piano che sarà presentato dalla Francia ai partner europei nelle prime settimane di presidenza Ue.
L’obiettivo è creare una sorta di contraddittorio scientifico con l’Efsa tramite l’istituzione di un fondo comunitario per i gruppi di ricerca di ingegneria genetica qualificati e indipendenti dalle multinazionali. A Bruxelles, è noto, i fautori degli ogm a tutti i costi godono di notevole appoggio politico. Ma i presupposti per la creazione di un sistema di valutazione scientifica più cristallino auspicato dal governo di Parigi ci sono tutti. Nel maggio scorso, per la prima volta, la Commissione europea ha rimandato indietro all’Efsa i fascicoli relativi a un discreto numero di ogm in attesa di autorizzazione chiedendo di riesaminare i rischi. Questo dopo che proprio la Francia aveva invocato la clausola di salvaguardia e sospeso la coltivazione del mais geneticamente modificato Mon810 della Monsanto, in seguito alle evidenze di rischi ambientali accertate da una ricerca indipendente. All’inizio di giugno, il Consiglio dei ministri Ue per l’ambiente ha approvato la richiesta, presentata sempre dalla Francia, di riesaminare le procedure di omologazione degli organismi geneticamente modificati, tenendo maggiormente in conto l’aspetto dei rischi sull’ecosistema. Alla riunione che si è tenuta a Lussemburgo, la delegazione francese ha presentato alcune proposte per risolvere il blocco creatosi nel processo di approvazione. Proposte accolte anche dalla Commissione che ha fissato un incontro per ottobre o al più tardi a dicembre. In quella occasione i ministri hanno convenuto di organizzare, a luglio, un tavolo di alto livello per discutere il dossier sulle procedure di omologazione proposto da Parigi. Che giocherà in casa.
Left 26/2008
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Ortofrutta, Antitrust: prezzi alle stelle, il mercato non funziona
Pubblicato da Federico Tulli su 15 Giugno 2007
La struttura della produzione e della distribuzione ortofrutticola italiana deve rinnovarsi per evitare che i troppi attori in campo a l’eccesso di micromercati facciano lievitare i prezzi ai consumatori finali in misura anomala rispetto a quanto accade in altri paesi europei. È il principale risultato dell’indagine conoscitiva appena conclusa svolta dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm). L’indagine svolta dall’Autorità Antitrust sulla distribuzione dei prodotti agroalimentari ha analizzato la struttura e il funzionamento della filiera ortofrutticola, consentendo di testare alcune ipotesi interpretative delle inefficienze del settore, che sono risultate convalidate sia dalle elaborazioni di dati di filiera raccolti mediante un’indagine campionaria ad hoc, realizzata con la collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza, sia dalle audizioni svolte e dalle richieste di informazioni inviate ai principali soggetti interessati. Un primo e fondamentale elemento in grado di incrementare l’efficienza del settore, e di aumentare il benessere dei consumatori finali attraverso la riduzione dei prezzi al consumo secondo l’Agcm si ravvisa nella necessità di facilitare il processo di accorciamento della filiera distributiva che spesso porta a ricarichi di prezzo anche del 300 per cento. In pratica, produttore e punto vendita sono separati da troppe fasi intermedie. Al riguardo un ruolo importante potrebbe essere svolto da quelli che erano, sino a qualche decennio or sono, i mercati generali all’ingrosso, trasformati in più moderni ed efficienti centri agroalimentari. In tale prospettiva la Grande distribuzione organizzata (Gdo), in virtù delle proprie specifiche caratteristiche organizzative, potrebbe assumere un ruolo decisivo nell’incrementare l’efficienza dell’intera filiera distributiva. Al contrario, i tradizionali negozi di frutta e verdura e gli alimentari despecializzati appaiono poco idonei ad affrontare qualsiasi tipo di innovazione. Mentre i mercati rionali e gli ambulanti possono continuare invece a svolgere un ruolo rilevante di stimolo al contenimento dei costi della distribuzione di ortofrutta, soprattutto per quei prodotti caratterizzati da forte instabilità degli andamenti produttivi e dei prezzi, per i quali tali operatori riescono a sfruttare a proprio vantaggio la frammentarietà e la volatilità del mercato.
Per quanto riguarda l’offerta di prodotti agroalimentari l’Agcm suggerisce di ovviare alla elevata frammentarietà della produzione con processi che tendano sia ad aumentare il grado di concentrazione produttiva, sia, soprattutto, a migliorare il livello e la qualità dell’organizzazione commerciale, anche attraverso l’incentivazione di forme consortili e associative di aggregazione dei produttori. Un mossa che può risultare salutare anche in termini di sviluppo della concorrenza e di benefici per i consumatori. A questo proposito, in virtù della centralità del ruolo che la Gdo è in grado di svolgere nel processo di accorciamento della catena distributiva, con conseguente miglioramento dell’efficienza della filiera, appare necessario garantire il mantenimento di un sufficiente grado di concorrenzialità del contesto nel quale si confrontano a valle le singole imprese della Gdo. A tal fine, l’Autorità sottolinea che continuerà nella sua azione di monitoraggio di tutti i fenomeni che possono, in prospettiva, indebolire la competitività tra catene di distributori. Come i fenomeni aggregativi delle centrali di acquisto o la crescita dei gruppi mediante legami di tipo “non strutturale” con i concorrenti, che avviene spesso per affiliazione e associazione. Da eliminare, secondo l’Agcm, anche le barriere amministrative all’entrata rappresentate dall’interpretazione in molti casi restrittiva che le Regioni hanno dato alla disciplina del commercio, le pratiche di scambi di informazioni, nonché l’eccessiva concentrazione dei mercati locali. In particolare, è auspicabile un riesame, da parte delle Regioni, delle leggi applicative della disciplina nazionale in materia di distribuzione commerciale. Un capitolo a parte è dedicato dall’Authority per la concorrenza alle Organizzazioni di produttori (Op). In particolare, tenuto conto delle recenti iniziative della Commissione europea in materia di organizzazioni di produttori, l’Autorità ritiene che le nuove normative debbano essere recepite nell’ordinamento nazionale tenendo in considerazione l’esigenza che l’aggregazione dell’offerta non si limiti alla mera sommatoria dei produttori esistenti – con il rischio di una eccessiva burocratizzazione delle strutture così create – ma sia invece in grado di stimolare, attraverso la concentrazione degli operatori, un processo selettivo delle imprese più efficienti. A tal fine, i finanziamenti concessi alle Op dovrebbero risultare commisurati alla quantità e qualità delle funzioni e dei servizi effettivamente svolti da tali organizzazioni. Inoltre, la normativa non dovrebbe essere influenzata da obiettivi di tipo programmatorio, i quali tendono necessariamente ad irrigidire l’offerta alla sua situazione attuale.
Infine, l’analisi dell’Agcm ha evidenziato l’esigenza di favorire il processo di valorizzazione e riqualificazione del ruolo dei nuovi “centri agroalimentari” presenti sul territorio, per trasformarli in veri e propri centri unificati di servizi in grado di accentrare tutti i servizi di valorizzazione del prodotto (dal supporto logistico al trasporto) necessari alla vendita. La conclusione dell’indagine dell’Authority è dedicata alla necessità di collegare in rete i centri agroalimentari per avviare la nascita di una vera e propria borsa merci dell’ortofrutta nel nostro paese. L’Autorità sostiene infatti che andrebbero rafforzati i collegamenti, sia di tipo funzionale sia telematico, tra i diversi centri agroalimentari, al fine di consentire ai grandi operatori una sorta di arbitraggio tra i mercati stessi, e favorire in tal modo una maggiore trasparenza e stabilizzazione delle condizioni di prezzo. In tal senso, suggerisce l’Agcm, potrebbe verificarsi la fattibilità di sistemi di vendita telematica che utilizzino in tempo reale le informazioni sui prezzi e sulle disponibilità di prodotto, sino ad arrivare alla costituzione di una borsa merci che consenta agli operatori di acquistare, tagliando al minimo i costi di ricerca, dove e quando essi trovino maggiore convenienza. Da questo punto di vista, la recente esperienza del Consorzio Infomercati, e del relativo progetto di codifica unificata dei prodotti sui vari mercati all’ingrosso, conclude il Garante della concorrenza, pare andare nella direzione auspicata.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Ogm causa della moria di api? Polemica tra Coldiretti e Cedab
Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007
Botta e risposta tra Coldiretti e Cedab, il Centro documentazione agrobiotecnologie, in merito alle cause che sarebbero all’origine della crescente moria di api nel mondo. Questa mattina l’organizzazione agricola aveva puntato il dito, tra l’altro, contro il pericolo rappresentato dell’estensione delle coltivazioni ogm in Italia in seguito ai nove protocolli d’intesa firmati la scorsa settimana dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e Assobiotec, l’Associazione che rappresenta l’industria agrobiotecnologica del nostro paese. Questa la replica del coordinatore del Cedab, Patrick Trancu: “Ogni volta che emergono problemi con il nostro ecosistema, come nel caso della moria di api, gli ogm sono accusati di essere i responsabili. Il prossimo passo sarà di ritenerli responsabili anche dei cambiamenti climatici?”. Secondo i dati forniti da Coldiretti sono decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. Una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra.
Secondo la Coldiretti, “si tratta di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata – ha sostenuto l’organizzazione agricola – di tutti i principi attivi sospetti al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma è anche necessario, aggiungono alla Coldiretti, “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente.
“È l’ennesima manipolazione della realtà che ha come unico dichiarato fine quello di bloccare l’avvio delle sperimentazioni con piante geneticamente modificate in Italia”, aggiunge a sua volta Trancu. Per quanto riguarda le api, gli ogm non si coltivano né nel Montana, né in Svizzera, né nella Pianura Padana, le zone in cui si sono evidenziati negli ultimi 15 anni netti cali nella popolazione di api. “Questo – chiosa il coordinatore del Cedab – sarebbe sufficiente per dimostrare la fragilità della tesi di Coldiretti”. Le informazioni divulgate oggi dall’associazione agricola provengono dall’autorevole sito www.gmo-safety.eu., aggiunge Trancu: “Coldiretti omette tuttavia di riferire che diversi gruppi di lavoro scientifici negli Usa e in Europa hanno studiato anche l’ipotesi secondo la quale l’introduzione di mais Bt geneticamente modificato potrebbe essere responsabile della decimazione delle api. E, dopo un’attenta analisi dell’evidenza scientifica, i ricercatori hanno tuttavia concluso che gli studi attualmente disponibili non contengono prove certe che indichino che le piante Bt possano essere dannose per le api”. Il calo delle popolazioni di api è un fatto molto serio e preoccupante. La decimazione delle popolazioni (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno che viene studiato in tutto il mondo. Le ricerche più attuali – tra le quali anche una dell’Accademia americana delle scienze – e relative allo stato di salute delle api, indicano che sono diversi i fattori oggetto di studio che sembrano concorrere a questo sterminio. “La demagogia nostrana – ha concluso Trancu – non può tuttavia dare alcun contributo a scoprire le cause e ad identificare le migliori soluzioni per far fronte a questa tragica situazione”.
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Coldiretti: un’indagine minaccia l’elezione di Marini?
Pubblicato da Federico Tulli su 8 Febbraio 2007
E’ con un certo imbarazzo che negli ambienti politici ed economici e più specificamente in tutto il mondo legato all’agricoltura ci si interroga sulla successione, alla guida della Coldiretti, del dimisssionario Paolo Bedoni, chiamato alla presidenza della Società cattolica di assicurazioni. Si dava per scontato che nell’assemblea convocata per domani a Roma allo scopo di eleggere il nuovo presidente la scelta sarebbe caduta su un imprenditore umbro del settore lattiero-caseario, Sergio Marini. Senonché martedì è esplosa a Perugia una sconcertante vicenda giudiziaria, giudicata compromettente per tutti i principali operatori nel settore della trasformazione del latte. Nel capoluogo umbro il Nucleo antisofisticazione dei carabinieri (Nas) ha denunciato sette imprenditori “per la vendita di sostanze non genuine come genuine” e “per le cariche microbiche superiori ai limiti in stato di alterazione”. Ora la situazione ai vertici della Coldiretti si presenta quanto mai delicata. L’assemblea potrebbe infatti essere costretta ad aggiornare i suoi lavori in attesa di un chiarimento della posizione personale di Marini o a scegliere in poche ore un nuovo candidato. A meno che non prevalgano le pressioni del segretario generale della Coldiretti Franco Pasquali e di altri due grandi elettori di Marini, i presidenti del Lazio, Massimo Gargano, e della Campania, Gennaro Masiello, che sono della tesi di ignorare l’accaduto.
Non è casuale perciò che il capo dell’Ufficio stampa della Coldiretti Masimo Aliprandi abbia negato al VELINO che ci sia qualche problema in relazione all’investitura di Marini aggiungendo che il presidente della Coldiretti umbra non è un imprenditore del settore lattiero caseario ma un “produttore di fiori”. A meno che non si tratti di un’omonimia Sergio Marini risulta invece presidente del Consiglio di amministrazione della Grifo Latte di Perugia. Un peso determinante in sede di Consiglio nazionale, di cui fanno parte tutti i presidenti regionali, lo ha il segretario generale Franco Pasquali, una sorta di eminenza grigia che vanta il merito di assicurare la continuità della leadership della Coldiretti e di avere attraversato indenne ben quattro presidenze. Le indagini del Nas hanno portato alla denuncia di sette titolari di stabilimenti di trasformazione e produzione del latte fresco e caseifici con sede a Perugia Assisi, Scheggia e Todi. Oltre al deferimento di ventuno titolari di insediamenti zootecnici operanti nei comuni di Perugia, Assisi, Cannara, Castiglione del Lago, Deruta, Foligno, Gualdo Tadino, Montefalco, Scheggia, Spello, Todi, Trevi, Valfabbrica, Attigliano, Calvi dell’Umbria, Fabro, Lugnano in Teverina e Narni. L’accusa è di aver smaltito in maniera abusiva carcasse di animali morti. Denunciati anche quattro veterinari per l’omessa vigilanza e la mancata adozione di provvedimenti sanitari.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Origine alimenti, Coldiretti: l’assenza di trasparenza inganna
Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2006
“Coldiretti condurrà ogni tipo di azione a favore dell’indicazione dell’origine degli alimenti sulle etichette, forte del fatto che la sua battaglia è largamente condivisa dal sistema delle imprese agroalimentari e dai consumatori italiani”. Sono le parole con cui il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, Rolando Manfredini, annuncia al VELINO nuove iniziative dell’organizzazione agricola italiana volte a sopperire la bocciatura subita dalla Commissione europea della legge 204/2004. Secondo Bruxelles, che avrebbe agito sulla base di un esposto presentato da Federalimentare, l’indicazione in etichetta dell’origine per i prodotti agroalimentari stabilita dalla 204 minaccia la libera circolazione delle merci. Di fronte al pericolo dell’avvio di un procedimento d’infrazione “per il mancato rispetto delle norme comunitarie sulla concorrenza”, espressa dal commissario europeo per la Salute e la tutela del consumatore, Markos Kyprianou, il ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, ha annunciato di non voler dare luogo all’applicazione della legge del 2004 fino ad ora sempre rimandata in attesa del placet di Bruxelles. “Tutta la storia è un micidiale controsenso – commenta Manfredini -, a cominciare dal fatto che sia stata un’organizzazione italiana a spingere per la bocciatura di una legge che tutela la produzione alimentare made in Italy nonostante i sondaggi rivelino che a favore di una trasparente etichettatura si è pronunciato il 70 per cento dei consumatori”. Inoltre, precisa Manfredini, è significativo che la forte resistenza in Italia provenga dalla sola Federalimentare: “Interi settori produttivi non food hanno proposto le loro leggi sull’origine delle materie prime che compongono il prodotto finito. Tessile, manifatturiero, ceramiche, marmi confermano – semmai ce ne fosse bisogno – che la penetrazione nel mercato globale dei prodotti italiani dipende dal livello di identificazione e differenziazione della merce. Ma questa necessità non è compresa da Federalimentare”.
Stando a quanto sostiene Coldiretti, dunque, si corre il rischio che le imprese produttrici di vero made in Italy, quello derivato cioè da materie prime provenienti dal solo territorio nazionale, escano seriamente danneggiate dalla decisione della Commissione. Agli occhi di Bruxelles e di Federalimentare, osserva il responsabile di Coldiretti, “un prodotto alimentare è made in Italy per il solo fatto di essere trasformato in Italia e questo è un indubbio vantaggio per chi acquista all’estero certe materie prime, certo a prezzo nettamente inferiore delle corrispondenti italiane”. E non solo. Tale modo di vedere le cose, oltre a favorire chi inganna i consumatori convinti di mangiare italiano, determina uno strano corto circuito con il principio della competitività, pilastro su cui poggiano le norme che regolano il mercato di Eurolandia. Infatti, racconta Manfredini, “permettere al cliente l’individuazione dell’origine della materia prima leggendo l’etichetta come recita la 204 significa legare quel prodotto a un determinato territorio. Negare questa possibilità significa tagliare le gambe alla produzione agroalimentare italiana che regge il confronto con il mercato globale proprio grazie al fattore differenza”.
Ricapitolando, l’Italia si era dotata di una legge che propone la trasparenza ai massimi livelli e non viene accettata perché, dice la Commissione, è contro la libera circolazione delle merci dato che in questo modo si favorirebbe il prodotto italiano a scapito di quelli stranieri. Oltre a essere incredibile che la Ue abbia potuto accettare una tesi del genere, sembra che a Bruxelles si siano dimenticati che chi decide se e cosa comprare non è il legislatore ma il consumatore. Non va dimenticato che, conclude il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, “con la bocciatura della 204/2004 viene negato il diritto di sapere se gli spaghetti che vogliamo acquistare sono prodotti con grano duro proveniente da paesi in cui, per esempio, viene utilizzata la manodopera infantile”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Orlandi (Osservatorio Asia): Cina, mercato alimentare difficile ma entrare si può
Pubblicato da Federico Tulli su 22 Novembre 2006
Quasi 100 milioni di nuovi ricchi e città sempre più internazionali oltre alle storiche Hong Kong, Pechino, Shanghai, che pullulano di supermercati e ristoranti invasi da prodotti alimentari occidentali. È questo lo scenario che fa da sfondo a Vinitaly-Cibus China 2006, il più importante salone espositivo dell’industria alimentare italiana inaugurato oggi a Shanghai. Vi partecipano 200 imprese del settore vitivinicolo e una decina di aziende di trasformazione di alimenti con l’obiettivo di prendere al volo il treno dell’espansione economica del gigante asiatico. Un’eventualità considerata più che possibile dal presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia, Romeo Orlandi, per il quale sono diversi i segnali che inducono all’ottimismo. “Come sempre le potenzialità offerte dal mercato cinese – racconta Orlandi al VELINO – vanno legate alla fame che ha quel paese di progredire e dotarsi di prodotti di qualità. In tal senso l’affermazione di una nuova classe di cittadini con grande capacità di acquisto e l’espansione economica non più localizzata solo lungo la costa rendono il terreno più agevole alla diffusione e all’esportazione di prodotti agroalimentari italiani in Cina”.
La positività dello scenario delineato dal professor Orlandi assume significato diverso a secondo del prodotto che si intende esportare. “La Cina – sottolinea – ha una forte identità alimentare per cui stenta ad aprirsi alle novità assolute”. È per questo che finora per una serie di motivi i produttori italiani di vino e formaggi hanno incontrato serie difficoltà ad entrare nel mercato cinese, spiega l’economista. “Anzitutto in Cina si beve poco per tradizione, secondo poi quello d’uva è solo una della decina di tipologie di vino prodotte, e nemmeno tra le più apprezzate. Sui tavoli delle famiglie cinesi primeggia infatti il vino di riso. Infine vanno fatti i conti anche con la concorrenza del vino in bottiglia francese, storicamente il più apprezzato dai cinesi”. Un discorso simile può esser fatto per i prodotti caseari. “In questo caso – osserva il presidente del Comitato scientifico di Osservatorio Asia – c’è un argine più che altro culturale, perché i cinesi tradizionalmente non mangiano formaggio”. Per le nostre aziende vitivinicole e casearie dunque si tratterebbe di rompere tabù secolari. Però, rivela Orlandi, c’è un precedente che induce all’ottimismo: “Fino a pochi anni fa i cinesi non bevevano caffé, ma Starbucks, il gigante delle caffetterie americano, è riuscito a trovare la chiave giusta e ora la Cina è invasa dai suoi punti ristoro dove vengono bevute ogni giorno milioni di tazzine”.
Diversamente da quelli di formaggi e vini i produttori di salumi si troveranno a percorrere un terreno sicuramente più agevole. “In Cina – racconta l’economista di Osservatorio Asia al VELINO – c’è una grande tradizione alimentare nell’allevamento e consumo di maiali. Ad esempio, nella regione dello Yunnan si produce un prosciutto di discreta qualità, questo per dire che diversamente dal vino o dai formaggi il suo è un tipo di gusto al quale i cinesi sono già abituati”. Tanto è vero che l’italiana Senfter già dal 1995 ha aperto uno stabilimento di produzione a Louhe ed è poi riuscita a organizzare una efficiente rete di vendita in buona parte del paese. Ed è proprio in questo modo che secondo Orlandi le aziende italiane si devono organizzare per cogliere l’enorme opportunità offerta dall’espansione economica del gigante asiatico: “Sosteniamo da sempre che il modo migliore per vendere in Cina a prezzi cinesi è produrre direttamente in loco a costi cinesi e non esportare dall’Italia a costi italiani”. Anche per questo è indispensabile valorizzare al massimo le possibilità offerte da manifestazioni come Vinitaly-Cibus China 2006. “Per poter avviare una qualsiasi attività in un Paese così diverso dal nostro per cultura, gusto e tradizioni – conclude il professor Orlandi – è fondamentale costituire un network di conoscenze per scambiare e acquisire esperienze soprattutto di ordine economico e imprenditoriale. È questa la chiave per lo sviluppo delle esportazioni agroalimentari italiane”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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