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Archivio per la categoria ‘Società’

In fuga dall’Opus Dei

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

I segreti della “milizia di Dio” nel libro-verità di Emanuela Provera, una ex numeraria italiana di Federico Tulli

Lezioni su lezioni. E seminari di tre giorni. E ancora il corso annuale di 24 giorni d’estate. E poi, quando si torna a casa, un appartamento dell’organizzazione, c’è il circolo settimanale sul tema del proselitismo. Ma c’è anche il colloquio settimanale individuale con la direttrice spirituale su quanto apostolato e proselitismo ho fatto. Ogni singola azione apostolica viene quindi valutata. Ciascun soggetto “trattato” viene studiato con la propria direttrice. Poi tutte le persone trattate divengono oggetto di riunione di consiglio locale. Ho conosciuto questa ragazza, ha questi voti a scuola, è figlia di un commercialista e così via. I piani di reclutamento nell’Opus dei sono molto dettagliati». Dentro l’Opera fondata nel 1928 dal prete spagnolo e amico personale del dittatore fascista Francisco Franco, Josemaria Escrivà, si vive così. Emanuela Provera lo racconta tutto d’un fiato, come per scacciare via un senso d’oppressione appena riaffiorato. Lei, infatti, nell’Opera ci è stata dal 1986 al 2000. Poi, faticosamente e coraggiosamente, ne è uscita. E oggi è un’ex numeraria. Vive a Milano, si è sposata e ha scritto un libro per Chiarelettere, Dentro l’Opus Dei. «L’idea – spiega – è nata nel forum privato che ho messo online con altri ex numerari. Volevamo raccontare cosa succede a chi viene “rapito” dalla bellezza, esteriore, dell’organizzazione. E anche come questa si arricchisce in maniera assolutamente non trasparente, nonostante quanto dichiarato ufficialmente. È la nostra parola contro la loro, ma non si può più tacere».

Quali persone vengono chiamate nell’Opus Dei?

C’è un target definito con precisi criteri di selezione nei documenti interni dell’Opera. Chi di noi faceva attività di proselitismo e di apostolato, cioè “di diffusione del Vangelo”, ovvero cercava persone che a parere dell’Opus dei rispondono a delle caratteristiche che poi vengono sfruttate dall’istituzione. ostanzialmente sono soggetti carismatici e dotati di capacità di leadership. Che sia un tassista o un amministratore delegato, il selezionato deve saper trascinare altre persone. Io ho “lavorato” prevalentemente con ragazze adolescenti. Quindi da portare alla vocazione come numerarie. Nell’Opus dei sono chiamate «la pupilla dei nostri occhi».

Nel suo libro sono narrate storie di manipolazione della volontà, di violenti distacchi dalle famiglie di origine. Cosa spinge un’adolescente a entrare nell’Opera?

Su di me ha contato tanto il fatto di trovarmi in una Chiesa che dà un’immagine di sé molto accattivante. A quei tempi, come tuttora, frequentavo la mia parrocchia ma all’età di 15-16 anni sinceramente non lo vedevo come un obbligo. Con quelle dieci vecchiette vestite di grigio non c’era alcuna possibilità di identificazione. Poi insieme a centinaia di miei coetanei sono stata invitata a un convegno che si è concluso con un incontro privato col papa. Eravamo tutti giovani, belli, vestiti bene, benestanti, molti ricchi. Ricordo di aver pensato: io sono cattolica, questo è il cattolicesimo che fa per me. Dopo di che, una volta entrati ci si ritrova in ambienti sia spirituali che materiali di altissimo livello. Ma in realtà non è così. Solo le location sono d’eccezione. Non c’è umanità.

Lei intitola un capitolo “L’alibi della formazione spirituale”. Per quale motivo parla di alibi?

Tutti i numerari sono spinti con un fortissimo indottrinamento a raccogliere tanto denaro. Escrivà diceva che noi, i “suoi figli”, dobbiamo «imparare non solo a dare» del nostro ma anche a chiedere agli altri. E perché non dobbiamo avere problemi a chiedere tanti soldi? Perché, diceva, noi portiamo la gente in paradiso: “Credenti e non credenti, volenti o nolenti, li trasciniamo con noi in cielo dove andremo con tante persone al nostro seguito”. Parlo di alibi perché col passare degli anni ho fatto fatica a leggere un messaggio cristiano nell’abbondanza delle proprietà immobiliari e del modo in cui queste vengono amministrate, gestite, arredate.

Un aiuto spirituale non proprio disinteressato.

Infatti è interessato, ed esentasse. L’Opus dei ufficialmente non possiede che qualche prestigioso (e sfarzoso) immobile. In caso di problemi col fisco, il danno patrimoniale che potrebbe ricevere sarebbe assolutamente inconsistente rispetto alle sconfinate ricchezze “liberamente” donate da numerari e soprannumerari, gestite da associazioni che stando ai documenti mostrati all’esterno si avvalgono dei rapporti con l’Opera solo per fare formazione spirituale. Come ad esempio, la Fondazione Rui per cui io ho lavorato.

Davvero le donazioni sono volontarie? Si sente spesso dire che chi aderisce all’Opera deve addirittura fare testamento in suo favore.

Nell’Opus dei si fa tutto “liberamente”. Liberamente aderisci. Liberamente dormi sulla sedia. Liberamente indossi il cilicio. Liberamente ti frusti. Liberamente racconti tutto a Dio. Lo stesso vale per il testamento. In questo caso non c’è alcun accenno scritto negli statuti dell’Opus dei, che sono i documenti ufficiali consegnati alla Chiesa. Ma l’obbligo di compilarlo secondo un preciso format che viene consegnato a ciascun adepto è contenuto in modo chiaro nei documenti interni a cui i direttori si attengono nella formazione delle persone che appartengono all’Opera.

Perché si esce dall’Opus dei?

Nel cuore dell’Opera si decide lo sviluppo apostolico della prelatura personale del papa attraverso lo sviluppo di attività e iniziative che vengono imputate ai singoli membri per non apparire come attore principale. Ma la gestione, la promozione, la campagna economica, il tipo di attività sono assolutamente centralizzati. Non è vero che l’Opus dei non si occupa di economia, di politica e di cose temporali. Chi esce, se ne va proprio per questo motivo.

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Il santo amico dei fascisti

Fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote cattolico Josemaria Escrivà de Balaguer, l’Opus dei appoggiò apertamente il regime di Francisco Franco lungo tutta la sua storia. Del resto Escrivà e il caudillo non hanno mai nascosto la loro profonda amicizia e reciproca considerazione.
Oggi l’Opera è una prelatura personale del papa, risponde cioè delle sue azioni direttamente al pontefice scavalcando qualsiasi gerarchia ecclesiastica. Merito di Giovanni Paolo II che nel 1982 ne approva ufficialmente la nascita. Venti anni dopo, nel 2002, il fondatore Escrivà (che era morto nel 1975 ed era stato beatificato nel 1992) viene canonizzato proprio dal predecessore di Ratzinger.

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Un esercito di 100mila devoti

All’Opus dei nel mondo aderiscono sacerdoti e membri laici. Il numero oscilla tra 84mila e oltre 100mila, di cui circa 1.500 sono i religiosi. I laici si dividono in numerari e soprannumerari. I primi, arruolati tra adolescenti particolarmente brillanti e di famiglia facoltosa, fanno “voto” di celibato e castità, versano “liberamente” all’Opera ogni centesimo guadagnato, si occupano dell’arruolamento di nuovi adepti e delle continue richieste di denaro «per sostenere l’organizzazione in cambio del paradiso». I soprannumerari, invece, possono sposarsi ma devolvono, anch’essi “liberamente”, una somma mensile concordata con il proprio direttore spirituale ed equivalente a quanto speso per ogni figlio. left 48/09

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Il ritorno del crociato

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

I creazionisti di nuovo all’attacco di Darwin. A guidarli è sempre lui, il vicepresidente del Cnr, Roberto De Mattei di Federico Tulli

Sbattuto fuori dalla porta nel 2004, il creazionismo all’italiana sta tentando di rientrare dalla finestra dei luoghi in cui si sviluppano la cultura e la scienza del nostro Paese. Fu in quell’anno che l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti assoldò un manipolo di esperti incaricandoli di trovare il grimaldello per fare spazio nei programmi scolastici di biologia alla favoletta cristiana che vuole il mondo creato tremila anni fa e l’essere umano privo di identità, incapace cioè di formulare pensieri e privo di fantasia, in quanto “tavoletta di cera” da plasmare in base ai dettami della cultura dominante. Che nella fattispecie, ovviamente, è e deve essere quella cristiana. Nei piani dell’attuale sindaco di Milano, tutto doveva avvenire eliminando l’insegnamento della teoria evoluzionistica di Darwin. Il progetto fallì miseramente nel più imbarazzante dei modi. Dopo le dure accuse di antiscientismo mosse dall’Accademia dei Lincei, il ministro affidò a Rita Levi Montalcini la presidenza di una commissione incaricata di decidere sull’utilità dell’insegnamento di Darwin. Al termine dell’indagine il colpo di scena: Vittorio Sgaramella, docente di Biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini denuncia (anche al nostro settimanale) una pesante manomissione del testo finale. Un’ignota mano aveva tentato di far passare la teoria del naturalista inglese per un’ipotesi come un’altra, annacquando le conclusioni degli scienziati. Ora facciamo un salto indietro. Tra gli esperti incaricati in prima battuta dalla Moratti, che con le loro posizioni ideologiche antidarwiniane avevano provocato la reazione sdegnata degli accademici dei Lincei, c’era il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, “il crociato”, ideatore della Fondazione Lepanto che da 27 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». E’ lui che oggi (come allora) afferma che «dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionistica che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». Questo scrive De Mattei in Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi, che contiene gli atti da poco pubblicati di un workshop svoltosi al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso febbraio. Quali siano i “filosofi” di riferimento di De Mattei è presto detto. In primis c’è Joseph Ratzinger. È il papa, infatti, la punta di sfondamento di quella “scuola” che mira a svuotare di significato la teoria evoluzionistica. Che questa non sia «ancora una teoria completa e scientificamente verificata», sono parole sue. L’obiettivo è chiaro. Declassificando il corpus di intuizioni e scoperte che hanno stimolato lo sviluppo delle più moderne discipline scientifiche, vien da sé che, al pari dei darwinisti, i genetisti o i biologi molecolari possono essere chiamati al confronto con l’ideologia cristiana sul campo delle semplici correnti di pensiero. Dove per incanto troviamo, insieme ai creazionisti, sia chi sostiene che l’embrione è un essere umano, sia chi vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutti fautori di un non meglio identificato concetto di vita, che sicuramente tutto è tranne che umana, come è stato dimostrato. Non è un caso che il creazionismo punti a far passare l’idea che l’origine della vita, cioè la nascita umana, sia indimostrabile. A tal proposito torniamo ai filosofi graditi a De Mattei. Per esempio Hans Jonas, che sostiene l’impossibilità di verificare «dove si trovi l’esatto confine tra la vita e la morte», tesi che aleggiava in un altro convegno diretto da De Mattei a inizio 2009. Il titolo era: “La morte cerebrale è ancora vita?”. La risposta in estrema sintesi fu: «Sì». D’altronde, dice Jonas: «Chi può sapere che quando il bisturi comincia a tagliare non si causi uno shock, un ultimo trauma a una sensibilità diffusa, non cerebrale, ancora in grado di sentire il dolore». In poche parole, Jonas credeva nell’esistenza degli zombie. Ma De Mattei non se ne cura. Forse perché, specie per chi resuscita c’è sempre un posto nel favoloso “progetto della creazione”. Dove, se non esiste la morte, pure la nascita diviene un concetto opinabile. Di qui a spacciare per un’ipotesi possibile “la vita eterna”, cioè l’esistenza di un creatore di tutto, il passo è breve. left 48/09

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Il declino dell’impero cristiano

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Meno matrimoni in chiesa, più divorzi e figli al di fuori delle nozze. Su sesso, affetti e salute gli italiani hanno smesso di seguire il Vaticano. left anticipa il Rapporto 2009 dell’Osservatorio sulla laicità di Federico Tulli

Estendere la capacità giuridica al concepito. È questa l’ultima pensata filo-vaticana del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Il senatore, lo stesso che definisce «banalizzazione della vita» l’eventuale decisione di abortire per via farmacologica cui avrebbero diritto le donne italiane con l’entrata in commercio della pillola Ru486, ha poi precisato: «Siamo fermamente convinti della necessità di una norma di carattere generale, in grado di tutelare il fondamentale principio di uguaglianza fin dal momento del concepimento». Questa proposta, che trasformata in legge sarebbe una pietra tombale per la norma 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, è solo l’ultima di una lunga serie di entrate a gamba tesa delle istituzioni contro diritti civili faticosamente acquisiti. Si sommerebbe, infatti, alla legge 40/04 sulla fecondazione assistita, giudicata cinque anni dopo l’entrata in vigore parzialmente incostituzionale dall’Alta corte perché viola gli articoli 3 e 32 della Carta. Oppure ancora al ddl Calabrò sul testamento biologico, che impone il ricorso al sondino per l’alimentazione forzata, in barba al diritto all’autodeterminazione che sempre la nostra Costituzione riconosce ai malati. Interventi “duri”, che se da un lato ricalcano fedelmente le indicazioni ora della Conferenza episcopale italiana, ora di altre gerarchie dello Stato Vaticano, dall’altro dicono di una classe politica che si muove nella direzione opposta a quella della società civile che dovrebbe rappresentare. E dicono pure di un potere, quello della Chiesa cattolica, costretto a serrare le fila (e alzare il tiro sulla altrui libertà di pensiero) per bilanciare una costante quanto inesorabile perdita di incisività e appeal culturale e religioso nei confronti dei cittadini italiani. Queste considerazioni trovano adeguato sostegno nei numeri del Quinto rapporto sulla secolarizzazione in Italia a cura di Critica liberale e dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil nazionale. Il documento viene presentato stamane a Roma nell’ambito del convegno internazionale “La secolarizzazione in Europa”, organizzato dalla Fondazione Critica liberale in collaborazione con lo European liberal forum. left anticipa i passaggi più significativi della relazione di Silvia Sansonetti, ricercatrice in Politiche sociali all’università Sapienza di Roma, da cui emerge la tendenza laica «del mutamento nel tempo degli atteggiamenti degli italiani, circa aspetti della loro vita potenzialmente legati ai valori di riferimento della religione cattolica». I numeri parlano chiaro. Diminuzione dei matrimoni concordatari e dei battesimi, crescita delle unioni civili, dei divorzi e del numero di figli nati al di fuori del matrimonio. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Pedofilia nel clero

La Chiesa in bancarotta

Nella cattolicissima Irlanda sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone sotto processo per oltre 30mila casi di violenza sessuale. In totale, se condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto nell’ultimo decennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”. In Italia, il fenomeno sembra essere ancora sommerso. Sono 73 i casi di violenza su minori e oltre 235 le vittime di sacerdoti e religiosi.

Prebende

Due Stati, un contribuente

Tra contributi diretti, finanziamenti e agevolazioni, ogni anno l’Italia dà 4,5 miliardi di euro alla Chiesa. La somma, secondo stime molto prudenti, si articola in vari filoni tra cui: un miliardo di euro dell’otto per mille, 950 milioni per gli stipendi di 22mila insegnanti di religione e 700 milioni di euro che Stato ed enti locali versano in base a convenzioni su scuola e sanità. Poi ci sono i tanti vantaggi fiscali di cui la Chiesa gode. Come lo sconto del 50 per cento su Ires e Irap, l’esenzione sull’Ici (da 400 a 700 milioni di euro. Fonte Anci) e le agevolazioni per il turismo cattolico. Per quanto riguarda le rendite immobiliari, secondo l’inchiesta di Curzio Maltese pubblicata ne La questua (Feltrinelli) il Vaticano possiede circa il 20 per cento del patrimonio immobiliare complessivo italiano.

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Basta abusi vaticani

Propaganda sui media e pesanti ingerenze nella politica italiana. La Chiesa torna alle crociate. Ecco come fermarla. Intervista al neo segretario dei radicali italiani, Mario Staderini di Simona Maggiorelli

La società italiana si va sempre più laicizzando. Aumentano i divorzi, sono sempre meno le persone che vanno a scuola dai preti e non solo». Di fronte ai dati del nuovo Rapporto sulla secolarizzazione di Critica liberale e Cgil nuovi diritti, il neosegretario dei Radicali Mario Staderini non ha molti dubbi: «Nessuno segue più gli anacronismi del Vaticano». Ma se da molti anni ormai nel vivere e nel sentire quotidiano degli italiani si riconosce una laicità di fondo, l’avvocato Staderini (anche per il suo lavoro con l’associazione Anticlericale.net) avverte: «Che la società civile sia sempre più distante dal catechismo non significa, però, che si riduca l’influenza della Chiesa e il potere delle gerarchie vaticane in Italia». In un Paese dove ogni dì tv e giornali si occupano del papa e riportano i pareri del clero su ogni tema e senza contraddittorio «lo strapotere mediatico della Chiesa cattolica – chiosa Staderini- condiziona gli orientamenti politici degli italiani. Ma c’è anche un’influenza “culturale” che la Chiesa esercita sui più giovani con le fiction a sfondo religioso. Solo un esempio: vent’anni fa che un gruppo di liceali venisse al Partito radicale, come è accaduto, ad attaccare croci e slogan fondamentalisti era inimmaginabile. Non c’era l’humus culturale. Allora passavano i film di Magni sulla Roma papalina. Ora ci sono don Matteo e fiction agiografiche su madre Teresa. Le sparate vaticane trovano poi un terreno già pronto».

Lo Scisma sommerso fra Chiesa e società di cui parlava lo storico Prini si va ricomponendo?

C’è il rischio che quella spaccatura evidente venga ricomposta a forza. Certo non è un processo che parte dal basso, dalla vita quotidiana. Ma devo aggiungere anche che, se l’influenza “culturale” della Chiesa è in prospettiva la più pericolosa, non si può trascurare quella economica: sulla scuola, sulla sanità, sui beni culturali, sul turismo. Qui il Vaticano è un player determinante. Con tutti i vantaggi dell’8 per mille, delle agevolazioni fiscali, delle banche.

In Vaticano spa, Nuzzi scrive di conti correnti intestati a mafiosi e a politici ma anche di soldi a Riina e Provenzano per finanziare un nuovo partito di centro. Ora la riapertura del caso Orlandi ci riporta ai soldi sporchi che la banda della Magliana prestava al Vaticano. Lo Ior continua a gettare un’ombra nera sulla democrazia italiana?

E’ certo che lo Ior è al di fori delle convenzioni internazionali sul riciclaggio del denaro e sulla trasparenza. Dunque tutto può succedere. Se i magistrati italiani indagano su eventuali conti aperti nello Ior devono fare una rogatoria internazionale. E il Vaticano non ha nessun obbligo di rispondere. Accadde già con Marcinkus.

Il terzo punto è l’intromissione politica della Chiesa. A Il Fatto lei ha detto: mai con la destra “Dio, patria e famiglia”. Ed è chiarissimo. Ora però, anche se per Marx la «religione era oppio dei popoli», da Togliatti in poi la nostra sinistra ha sempre avuto sudditanza al pensiero religioso e “deferenza” verso il Vaticano. Perché?

Quella che lei chiama deferenza è in realtà una sudditanza al potere politico, economico e culturale del Vaticano. Serve a non inimicarsi quel potere che fa partire direttive a cui destra e sinistra si genuflettono. Tanto più oggi con partiti ridotti a oligarchie e a gruppi di potere se non d’affari. Così, per intenderci, se in Emilia Romagna la Cei spende 100 milioni di euro per nuove chiese, le cooperative rosse del cemento devono ambire a quelle commesse. Da parte sua la destra cavalca in modo perfino becero i diktat della Chiesa. Usa la croce come arma politica.

Il cardinal Ruini dice che la religione è antropologia. Di fronte a una Chiesa che propaganda la dottrina come scienza, perché i partiti di sinistra esitano a fare proprie le scoperte scientifiche che, per esempio, liberano la donna che decide di abortire dalle accuse di assassinio?

Ruini ha messo su una macchina gigantesca con una strategia dichiarata. (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Vivrai nel dolore

Nascita, vita, amore malattia e morte: i cinque passaggi fondamentali dell’esistenza umana che il cristianesimo “presidia” da sempre. Ribaltandone il senso di Ilaria Bonaccorsi

Durante l’incontro con gli artisti del 21 novembre monsignor Ravasi, annunciando la presenza della Santa sede alla Biennale di Venezia 2011, ha dichiarato: «Vorrei rivolgermi a sette-otto artisti di altissimo livello e di tutto il mondo, a cominciare dall’Africa. E dare loro come spunto i primi undici capitoli della Genesi perché lì si trovano già tutti i temi fondamentali: la creazione, il male, la coppia, l’amore, la violenza familiare e sociale, la decreazione e la rovina…». Il lupo, evidentemente, non perde né il pelo né il vizio. Il cristianesimo infatti, fin dalle origini, più che rivoluzionare la vita degli esseri umani, “presidiò” i momenti topici della loro vita: la nascita, la vita, l’amore, la malattia e la morte divennero “il pane” per i denti del cristianesimo. Vennero costruiti apparati simbolici, liturgici, rituali e agiografici. Fu cambiata persino la misurazione del tempo: dall’origine del mondo si passò alla natività del Cristo. Fu inventato un tempo “ante” e un tempo “post”. L’inizio, il cardine del tempo, divenne la nascita di Gesù: quel dio incarnato che era morto e risorto per noi esseri umani, tutti uguali perché tutti peccatori. E ogni cosa, valore, affetto subì un ribaltamento, una trasfigurazione: la fiducia divenne fede, la malattia divenne male, la morte divenne la vera vita, e così via. Ripercorriamo i passaggi fondamentali. La nascita – Il cristianesimo è la religione del peccato originale che rende, ancor prima di essere nati, “non umani”. La nascita infatti, sino alla somministrazione del rito del battesimo, per il cristiano è un fatto meramente biologico. Nasciamo tutti uguali, tutti peccatori, è il battesimo a renderci “umani”. Bene dice Ezechiele: «Vi prenderò di mezzo alle genti… Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli io vi purificherò; vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». È il battesimo che regala l’anima all’uomo e che lo include nella comunitas christiana immettendolo in un preciso percorso di “redenzione”. La vita – E’ un dono di Dio. Solo lui te la dà, ed è “umana” solo se c’è l’anima nel corpo. Il problema quindi fu quello di capire se l’anima preesistesse al corpo o lo animasse successivamente. Vi fu un primo cristianesimo, ancora aristotelico, nel quale si teorizzava un’evoluzione progressiva dell’embrione, caratterizzata da un primo stadio vegetale, un secondo stadio legato al nascere delle sensazioni e uno finale, nel quale compariva l’anima razionale. Ancora sant’Agostino (354-430 d.C.) sosteneva l’animazione successiva al concepimento. Il soffio dell’anima entrava nell’embrione maschio al 40° giorno dalla fecondazione, e in quello femminile al 90°. E così San Tommaso (1225-1274 d.C.): «Dio introduce l’anima razionale solo quando il feto è un corpo già formato». Tre secoli dopo il vento girò, quando Thomas Fyens, medico e filosofo di Lovanio (1567-1631) negò la teoria aristotelica dei tre stadi sostenendo che l’anima razionale veniva infusa da Dio non oltre il terzo giorno dal concepimento. L’anima, dunque, preesisteva al corpo. Questa tesi portò a conseguenze estreme, come quella del 1658 di procedere al battesimo obbligatorio di tutti i feti abortivi, trasformati a quel punto in homines dubii. Il Sant’Uffizio con Innocenzo XI (1676) stabilì che il concepito doveva essere considerato “persona” fin dal primo momento. L’idea “cristiana”, da sempre e per sempre, di uomo e di vita è di un essere sub (o non) umano (non possiamo dire animale, perché gli animali non hanno il peccato originale), malvagio perché peccatore, salvato solo dalla discesa dell’anima, dono di Dio che lo rende umano. L’amore - (prosegue su left 47/09 del 27 novembre)

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Pubblica insicurezza

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Senso d’impunità e nostalgia per gli anni della militarizzazione. Nasce così la violenza gratuita delle forze dell’ordine di Federico Tulli

C’è il fallimento di una delle più importanti svolte democratiche del nostro Paese dietro la lunga scia di sangue dei cittadini rimasti “vittime” di operazioni delle forze dell’ordine. Era il primo aprile del 1981 quando, sul finire degli anni di piombo, entra in vigore la legge 121 che trasforma la Polizia di Stato da corpo militare a corpo civile, avviando un processo di smilitarizzazione di agenti e funzionari. Iter che si concretizza in aperture democratiche rappresentate, ad esempio, da un’idea più rigorosa del rispetto della Costituzione (che difende i diritti delle persone fermate o arrestate). Ma anche dalla possibilità di costituire sindacati interni e da un approccio nell’ordine pubblico sempre più orientato verso la prevenzione e non la repressione. È questa una stagione che dura troppo poco. Nel corso degli anni Novanta l’immagine di una polizia più “vicina” ai diritti dei cittadini sbiadisce. Il «corpo civile militarmente organizzato», in maniera strisciante, lascia per strada quella seconda parola della sua nuova definizione, che costituisce l’essenza della legge 121/81 e che in un Paese democratico fa la differenza. E quella scia che dagli anni Ottanta si stava assottigliando, all’improvviso, nel 2001 riprende a grondare copiosamente. Sotto i colpi ricevuti al G8 di Genova dalle ragazze e dai ragazzi che dormivano alla scuola Diaz, per mano degli agenti comandati da Vincenzo Canterini, e alla caserma di Bolzaneto. E così via, fino a oggi, come testimoniano gli agghiaccianti omicidi di Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri. Insieme a Lorenzo Guadagnucci – giornalista, promotore del Comitato verità e giustizia per Genova e autore di vari libri fra cui Noi della Diaz. La “notte dei manganelli” al G8 di Genova (Terre di Mezzo) – ripercorriamo le tappe cruciali che segnano quel fallimento e che ripropongono un’idea di polizia che si pensava superata negli anni Settanta. Quando cioè l’esercizio sistematico della repressione violenta viene “immunizzato” dalla famigerata legge Reale, la norma 152/75  che, ribadendo il diritto delle forze dell’ordine a usare le armi, lo estende a situazioni di ordine pubblico. Una licenza di uccidere rilasciata allo Stato (e tuttora in vigore) neanche tanto mascherata. Visto che, secondo il Libro bianco sulla legge Reale, tra il ‘75 e l’89 vengono colpite 625 persone (254 morti, 371 feriti), di cui 270 (103 morti, 167 feriti) dalla Ps.  «Gradualmente – osserva Guadagnucci – rallenta quel processo di svolta che coincide con gli anni in cui nei sindacati di polizia prevalgono le posizioni di chi si ispira ai principi della legge 121». Tutto ruota intorno alle scuole di Polizia dove si addestrano gli agenti. «A dirigerle rimangono le menti militari di prima della riforma – nota il giornalista -. Si è investito troppo poco in formazione e cultura e nel cambiamento di mentalità. Una volta chiusa la stagione politico culturale di democratizzazione delle istituzioni, questo humus ha favorito il ritorno a dinamiche di carattere militare». Con la crescita del fenomeno no global la situazione precipita. Il G8 mette a nudo il cambiamento di strategia. Lo Stato abbandona la logica della prevenzione e sancisce il ritorno a quella della repressione. L’azione è premeditata e attecchisce facilmente tra i ranghi della polizia. A tutti i livelli. Lo si deduce da come le forze dell’ordine si preparano all’evento. Fatti ricostruiti negli anni dalle migliaia di carte processuali e dai libri pubblicati per tenere alta l’attenzione della società civile su quei drammatici giorni. Diversi elementi ci dicono che le forze di polizia sono arrivate a Genova in un’ottica di scontro. L’esperienza vissuta sulla propria pelle alla Diaz ha permesso a Guadagnucci di capire, nel corso dei processi, come si erano preparati all’“evento” Canterini e i suoi uomini. Un manipolo di agenti usato in più situazioni, e che si è distinto sia nei pestaggi della Diaz sia in quelli del 20 luglio a via Tolemaide. «Quel reparto – ricorda – è stato addestrato a Ponte Galeria da istruttori statunitensi, e armato con dotazioni speciali». Tra queste spicca il tonfa, manganello col manico “a sette” che era stato sperimentato a Napoli pochi mesi prima e poi adottato a Genova. «Porto ancora sulle braccia i segni degli squarci che mi provocò quell’aggeggio», dice. «È lo stesso che il vice di Canterini, Michelangelo Fournier ,ha definito in aula “uno strumento letale”». La svolta di Genova da sola non basta a spiegare la deriva di rimilitarizzazione latente della polizia e la sostanziale impunità di cui gode chi indossa una divisa. «Un altro spunto di riflessione è fornito dalla riforma dell’arruolamento. Oggi il 100 per cento degli ingressi in polizia è rappresentato dai riservisti volontari dell’esercito, evidentemente già addestrati secondo una logica militare». Secondo Guadagnucci, poi, non si può ignorare l’effetto creato dalle promozioni dei responsabili dei pestaggi, alcune delle quali avvenute addirittura durante i processi che li vedevano imputati. «Gli abusi, che in situazioni particolari (carceri e commissariati) diventano violenza fisica, sembrano oggi essere considerati sempre più una eventualità contemplata come possibile. Io credo che in questo abbia giocato un ruolo fondamentale l’atteggiamento della polizia definito “omertoso come in un processo di mafia” dal pm del caso Diaz. Non solo. L’assenza di “pulizia” interna ha dato la sensazione di legittimazione di impunità morale e professionale che poi viene interpretata come viene interpretata». In tutto questo non si può non notare che i governi di diverso colore hanno tenuto un identico atteggiamento. «La copertura garantita a tutti gli alti in grado, a partire dal prefetto De Gennaro, fa capire che c’è qualcosa di guasto negli apparati della politica, e che questa è molto debole nei confronti delle forze dell’ordine». Proprio come negli anni di piombo.

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Sì al reato di tortura

Il magistrato Livio Pepino, membro togato del Csm e direttore della rivista Questione giustizia, interviene su detenzione e diritti di Donatella Coccoli

Giudice Pepino, dai processi d’appello per i fatti di Genova al caso Cucchi, che ne pensa?
Due sono gli aspetti. Il primo riguarda una obiettiva emergenza della situazione generale di tutela della salute e della incolumità delle persone in stato di restrizione, non solo detenzione. Siamo al 65esimo caso di suicidio in carcere, ieri (martedì 17, ndr) si è ucciso un ragazzino nel carcere minorile di Firenze. Se affianchiamo a questo il fatto che si ripetono episodi di maltrattamenti di persone che sono per qualche ragione affidati ad autorità di polizia e se aggiungiamo il terzo elemento, e cioè che manca, per una colpevole inerzia del Parlamento, il reato di tortura, emerge un quadro in cui la tutela della salute delle persone che sono in condizione di privazione della libertà è molto a rischio. Il secondo aspetto, poi, che per ragioni diverse questi reati siano raramente accertati, è uno dei problemi che la magistratura di un Paese democratico deve porsi.
Cosa pensa di un corpo separato delle forze dell’ordine per queste indagini?
Qui si dovrebbe dimostrare l’indipendenza e la capacità di fare accertamenti adeguati da parte della magistratura. Istituire un corpo ad hoc… non mi sembra opportuno mentre il reato di tortura faciliterebbe. Penso che le forze di polizia sane avrebbero tutto l’interesse a indagare su se stesse per restituire trasparenza laddove trasparenza non c’è stata e a isolare comportamenti che sono lesivi dei diritti delle persone e anche della autorevolezza della polizia stessa.
Dei processi di appello di Genova per ora non se ne parla molto. I media possono influenzare la cultura?
Su temi come questo la tensione e l’attenzione della stampa sono fondamentali. Nel senso che in un clima come quello attuale, in cui c’è una vera e propria ossessione per la sicurezza, la preoccupazione della tutela dei diritti tende a scomparire. Se l’opinione pubblica, i media prestassero un’attenzione maggiore, credo che questo determinerebbe una cultura diversa, e ciò non potrebbe che avere effetti positivi sull’operato della polizia e della magistratura.
E sull’operato delle forze di polizia non le sembra che ci sia stata una deriva?
Difficile una spiegazione. Forse le ragioni sono molte. Certo, un clima culturale in cui si presta meno attenzione a questi profili di cui stiamo discutendo favorisce un’attenuazione della cultura delle garanzie e può determinare comportamenti come quelli a cui abbiamo assistito. Ora sui casi Diaz e Bolzaneto, la discussione verte sull’accertamento delle responsabilità ma entrambe le sentenze di primo grado hanno descritto una situazione che definire di tortura è dir poco. Per cui il punto aperto è chi ne sono stati i responsabili, su questo la discussione è aperta con esiti che in primo grado sono stati insufficienti a detta degli stessi giudici.

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Precedente Bolzaneto

Al processo d’appello per le violenze nella caserma del G8, i legali di parte civile citano il caso Cucchi. «Le assoluzioni in primo grado creano un clima di impunità. Così i pestaggi in carcere continuano» di Sofia Basso

Impossibile non aver visto le raffiche di calci, schiaffi, pugni e sputi che poliziotti e agenti di custodia hanno inferto ai no global rinchiusi nella piccola caserma di Genova Bolzaneto. Impossibile non aver sentito le minacce, gli insulti e le grida inneggianti al nazifascismo delle forze dell’ordine, o le urla di dolore degli arrestati. Impugnando la sentenza di primo grado che ha assolto 30 dei 45 imputati e comminato solo 23 dei 76 anni di carcere chiesti dai pm, il 12 novembre gli avvocati di parte civile sono tornati nell’aula magna del Tribunale di Genova per dire la loro verità: dal 20 al 22 luglio 2001 a Bolzaneto è andata in scena una mattanza permanente, giorno e notte, nel cortile, nelle celle, nel corridoio, nei bagni e persino in infermeria. Tutti quelli chiamati in causa dall’accusa sono responsabili e vanno puniti con l’aggravante di aver agito per «motivi futili e abietti». Sia quando imponevano la “posizione vessatoria”, costringendo gli arrestati a stare per ore in piedi, a gambe divaricate e braccia alzate, sia quando lasciavano che Tabbach venisse picchiato sull’unica gamba sana, che ad Azzolina venisse aperta la mano divaricandogli le dita, che a Larroquelle si rompessero tre costole con calci e pugni. Ogni volta, insomma, che gli uomini in divisa e in camice in servizio a Bolzaneto in quei tre giorni compivano o assistevano alle grandi e piccole vessazioni contro i 252 fermati che si sono costituiti parti lese. «Ogni due o tre minuti qualcuno tirava una sberla, un insulto o un colpo agli arrestati», ha calcolato l’avvocato Stefano Bigliazzi. Il collegio di primo grado ha riconosciuto «le condotte inumane e degradanti», comprese nella «nozione di tortura», ma non ha ritenuto «pienamente provata la sicura consapevolezza» degli imputati. Così, oltre a lasciare impuniti i tanti autori materiali delle violenze, rimasti senza volto e senza nome per la mancata collaborazione delle forze dell’ordine, sono andati assolti anche molti graduati. Prendendo la parola in un’aula semideserta, senza imputati, senza parti offese, senza giornalisti, gli avvocati di parte civile del processo d’appello iniziato il 20 ottobre hanno tentato di modificare una sentenza che, malgrado gli scarsi effetti pratici per il sopraggiungere della prescrizione e dell’indulto, ha però una fortissima valenza simbolica. Perché si tratta di sanzionare i fatti del G8 che Amnesty ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale». Dicendo una volta per tutte se in Italia le forze dell’ordine possono abusare del monopolio della forza e farla franca. «Questa sentenza ha creato, perpetuato, il clima di violenze che vediamo in questi giorni, a partire dal caso di Teramo in cui le guardie ricordano che i massacri si fanno di sotto. Gli agenti sanno che saranno impunti e quindi continuano. Purtroppo i magistrati non hanno avuto il coraggio di dare sentenze giuste», sottolinea a margine del processo l’avvocato Simonetta Crisci. Di un’occasione persa per dare una «valenza esemplare» parla anche l’avvocato Riccardo Passeggi: «Così i pestaggi in carcere continuano». «È mancata la consapevolezza della gravità inaudita dei fatti da giudicare. Se non c’è stato il morto è stato solo per un caso», dice l’avvocato Paolo Sodani, rievocando in aula il recente caso Cucchi. «C’è un problema di democraticità delle forze dell’ordine». E c’è il vuoto «vergognoso» del reato di tortura che il nostro Paese non ha ancora introdotto.  A puntare il dito contro il mancato aggravante per motivi abietti e futili è l’avvocato Alessandro Gamberini: «È importante che la Corte dia il senso della gravità dei fatti anche attraverso questo indicatore. Il trattamento inumano e degradante, che la sentenza elenca, designa l’abiezione morale di chi ha compiuto quegli atti. Purtroppo il tribunale non ha tratto le conseguenze». Per Gamberini il fatto che qualche imputato sia intervenuto per fermare alcune violenze, come lo spruzzo di spray urticante nelle celle, dimostra una loro «complicità consapevole della soglia di impunità: si preoccupano che emerga la loro responsabilità se ci scappa il morto». Né si deve dimenticare che le vessazioni sono continuate anche in infermeria: «Le violenze da parte dei medici sono la cosa peggiore e indicano l’assoluta violazione del giuramento d’Ippocrate e dei loro doveri», denuncia Bigliazzi, che chiede alla Corte di condannare tutti e cinque i medici, non solo il responsabile Giacomo Toccafondi, e pure i carabinieri che, dice, non saranno stati «i bravi di don Rodigo ma i don Abbondio sì». Il legale di parte civile ricorda che dei 209 testimoni di parte offesa, solo 3 sono stati condannati. I primi a mettere in discussione la sentenza del 14 luglio 2008 erano stati, in apertura del processo d’appello, i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Per i due magistrati «è illogico che gli imputati abbiano avuto contezza di una serie così consistente di condotte vessatorie e non di altre, essendovi prova certa del fatto che le violenze fisiche e morali si sono protratte per tutti i tre giorni». I reati consumati a Bolzaneto, fa notare la pubblica accusa, «sono indubbiamente gravi e assolutamente ingiustificati e non necessitati dai comportamenti dei fermati ma da una volontà di vessazione originata dalle caratteristiche e dalla condizioni delle persone arrestate (no global). Il movente è assolutamente sproporzionato, un’occasione per l’agente per dare sfogo al suo impulso criminale». I pm sottolineano che è «naturale che sulle vessazioni sistematiche e ricorrenti, costituenti la base del complessivo trattamento disumano, vi siano plurimi riscontri incrociati», non sempre possibili anche per i singoli episodi di violenza. Tra le prove del dolo, per l’accusa, c’è il fatto che molti imputati ridono delle umiliazioni e delle sofferenze subite dalle vittime. Molte delle quali, dopo otto anni, non hanno ancora avuto giustizia.

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Diaz, massacro negato

Sembrava il caso più semplice perché le brutali aggressioni erano confermate dalla documentazione filmata e dalle gravissime lesioni subite dai no global. Tutte “da difesa”, come i traumi cranici ripetuti, le braccia spezzate a protezione del capo, le lesioni traumatiche alle gambe e in parti del corpo raggiungibili solo se la vittima è a terra. Invece è proprio nel processo sul massacro alla scuola Diaz che sono arrivate le assoluzioni più pesanti, condannando solo, e parzialmente, Vincenzo Canterini e gli uomini del reparto mobile. L’appello inizia il 20 novembre, sempre a Genova. L’impugnazione dei pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini è durissima. Ai giudici di primo grado contestano «forzature», «errori grossolani», «carenza delle ragioni giustificatrici» e tante contraddizioni. «Non basta il bilancio complessivo degli 87 feriti su 93 arrestati per arrivare all’ossimoro della colluttazione unilaterale», lamenta l’accusa. I giudici ammettono l’esistenza di un accordo tra agenti e superiori del settimo nucleo per «garantire l’impunità» dei sottoposti ma assolvono tutti gli altri corpi, malgrado riconoscano che fossero presenti all’azione. Soprattutto non accolgono quello che i pm definiscono il «ruolo di incitamento trainante degli imputati capisquadra e comandanti che guidano alla carica e all’azione violenta». Il collegio, tra l’altro, si preoccupa anche di valutare se la perquisizione alla Diaz fosse o meno giustificata. Tema ritenuto non rilevante da Zucca e Albini, la cui tesi è che «l’operazione abbia rappresentato il culmine di una linea di azione di politica repressiva, frutto di una decisiva svolta nella gestione delle forze dell’ordine, diretta al raggiungimento di un risultato visibile, che avrebbe consentito di risollevare, in una sorta di decisivo e irripetibile riscatto finale, l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte agli episodi di saccheggio e devastazione». Da qui la fabbricazione di prove false, come l’aggressione a un agente e le bottiglie molotov, quando era evidente il fallimento dell’operazione e il suo alto costo umano. Un mutamento di strategia che il giudice si prende la briga di definire legittimo («era giunto il momento di dedicare tutte le forze dell’ordine a individuare e arrestare i colpevoli delle devastazioni»). Eppure dubbi, a un certo punto, pare li avesse avuti addirittura il prefetto Arnaldo La Barbera, che di fronte al nervosismo evidente degli agenti avrebbe sconsigliato di procedere: «Ognuno conosce gli animali suoi, dottore…».      s.b.

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Cie, diritti “sedati”

Nei Centri di identificazione ed espulsione la violenza ha vari nomi. Dalla coercizione fisica a quella psichica si arriva a negare anche la tutela della salute di Rossella Anitori e Rocco Vazzana

Il manganello non è il solo mezzo che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere di coercizione. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani può accadere di tutto. E la violenza può assumere forme diverse. Più che nelle carceri è difficile riuscire a reperire informazioni certe di ciò che avviene all’interno. Le voci di chi è recluso nei Centri parlano di maltrattamenti e umiliazioni. «Ogni sera ci sedano col Minias – denuncia un detenuto del Cie di Ponte Galeria a Roma che chiede di rimanere anonimo – una medicina molto potente che ci fa dormire». Il farmaco in questione rientra nella categoria delle benzodiazepine, che il bugiardino definisce sedativo-ipnotico, «indicato soltanto quando il disturbo è grave e provoca notevole disagio al paziente», perché presenta numerose controindicazioni e facile dipendenza. La gestione dei Centri non è trasparente. A partire dalle modalità con cui le persone vengono rinchiuse. Se in una normale prigione, infatti, finisce chi ha commesso un reato “classico” rigidamente stabilito da un corpus giuridico, in un Cie, invece, entra l’immigrato che ha come unica colpa quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento. Reato “moderno” stabilito dal Pacchetto sicurezza. E non è raro essere sprovvisti di documenti se ad esempio stai scappando da una guerra, un regime dittatoriale o dalla fame. Ma capita spesso di trovare all’interno dei Cie anche persone che proprio non dovrebbero starci, per legge. È il caso richiedenti asilo, che dovrebbero essere ospitati in strutture differenti, non militarizzate, come i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo). Eppure nei Cie italiani il diritto si calpesta molto facilmente. «Spesso segnaliamo alla questura casi controversi – spiega Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma -. Molte volte, ad esempio, ci sono legami di parentela con persone italiane. Questi detenuti non dovrebbero stare qui, bisognerebbe riconoscere loro il diritto al ricongiungimento familiare. La cosa assurda è che viene contestato il reato di clandestinità anche a chi vive nel nostro Paese da molti anni e che magari ha creato in Italia una famiglia». E per la legge voluta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, un clandestino in attesa di identificazione può essere trattenuto in un centro fino a 6 mesi. Centottanta giorni di limbo giuridico che sospendono il destino di migliaia esseri umani. A ciò si aggiunge il ping pong tra carcere e Cie a cui sono sottoposti i clandestini. «Il nostro lavoro è soprattutto da ponte tra il centro e il carcere – prosegue Ragno -. La maggior parte dei detenuti maschi di Ponte Galeria proviene proprio dagli istituti di pena. Il grosso problema sta nel fatto che queste persone non vengono identificate in prigione, se così fosse al Cie rimarrebbero al massimo 10 giorni. A volte si sfiora l’assurdo. Di recente, ad esempio, ho seguito il caso di un uomo che si è trovato in questa condizione: è stato trattenuto nel Cie, una volta uscito è stato sorpreso dalle forze dell’ordine senza documenti ed è finito in carcere. Quando avrà finito di scontare la pena tornerà al Cie, è un gioco senza fine». Spesso, dunque, in nome della sicurezza, il rispetto della dignità umana passa in secondo piano. «Due giorni fa – racconta Alain (nome di fantasia) – sono caduto mentre ero in bagno. Il pavimento era bagnato e non c’era neanche la luce. Il medico mi ha detto che non ho niente di grave ma il ginocchio è gonfio e mi fa male. Non riesco ad alzarmi, ho chiesto le stampelle ma mi è stato detto che se non ce la faccio a camminare posso pure rimanere in cella».  Non è difficile passare sulla testa di un clandestino che, per definizione, vive di nascosto. E lontano da occhi indiscreti, in queste galere per migranti si consumano quotidianamente piccole e grandi ingiustizie. A parte i casi di violenze fisiche, più volte denunciate nei centri sparsi nella penisola, è il trattamento sanitario che preoccupa molti. Nella maggior parte dei casi, gli ambulatori sono gestiti dalla Croce rossa e, tranne il servizio di primo soccorso, sono totalmente assenti gli specialisti. E in una contingenza particolare, come quella attuale con l’allarme legato all’influenza A, le contraddizioni di un sistema debole escono, esplodono. A Ponte Galeria, venerdì scorso, un detenuto è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Spallanzani col sospetto di aver contratto il virus H1N1. In un luogo sovraffollato e promiscuo, come il Cie romano, il rischio pandemia è dietro l’angolo. Come avrà agito l’amministrazione della struttura per arginare il pericolo? «A noi che lavoriamo a contatto con i clandestini – afferma Simone Ragno – è stato consigliato di stare a distanza, visto che ci sono stati casi sospetti. Hanno parlato di un paio di casi di contagio. Ma un paio potrebbe voler dire anche più di due. Da quello che so io, non c’è stata alcuna vaccinazione degli altri detenuti, si sono limitati a trasferire le persone a rischio. La Croce rossa dice che sta facendo tutto il possibile per risolvere questa situazione ma al momento non si muove nulla. D’altronde quando si verificano episodi del genere, come in passato con la tubercolosi, si provvede all’allontanamento dei contagiati. Controllare tutti i detenuti non è semplice». Controllare i detenuti non sarà semplice ma se lo Stato prende in custodia degli esseri umani è responsabile di tutto ciò che potrebbe accadere loro. E per chiedere attenzione, i detenuti hanno portato avanti per due giorni uno sciopero della fame. Anche perché, turbati dal malessere improvviso di un loro compagno, portato d’urgenza in ospedale, si era diffusa la voce che fosse morto. Ho incontrato il vicedirettore del Cie – racconta la consigliera regionale Anna Pizzo che si è recata in visita al Centro – e ho chiesto spiegazioni su questi casi. Mi è ha detto che una persona ha avuto un’ischemia cerebrale ed è ancora in prognosi riservata al San Camillo, e ha confermato il caso sospetto di influenza suina. A ogni modo, le condizioni di detenzione sono pessime. Il vicedirettore ha ammesso che nel Cie non funzionano i riscaldamenti e non ci sono coperte sufficienti per i detenuti. Non funzionano neanche i bagni, e alcuni reparti, soprattutto quelli femminili, sono stati chiusi». Diritti negati, indifferenza e violenza: piccole Guantanamo made in Italy. left 46/2009

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In ricerca di pace

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Il movimento Science for peace è nato per individuare i più efficaci antidoti contro lo scoppio dei conflitti. Le proposte di Veronesi, el Khayat, Bonino ed Ebadi di Federico Tulli

«Ho fatto un lavoro sulla violenza, in particolare sulla violenza che subiscono le donne nel mondo. Ho fatto anche il conto delle persone uccise nel XX secolo e la somma è allucinante. Si parla almeno di 300 milioni di morti. Minimo. La sola Seconda guerra mondiale ha lasciato sul campo 60 milioni di esseri umani. E cercando ancora ho trovato, per esempio, 200mila morti in Madagascar nel 1944, un milione di morti in Armenia, e poi il Rwanda. Gente che muore di violenza, e non sto parlando di cataclismi o di malattie ma di armi usate dagli uomini su altri uomini. E questa è una caratteristica antropologica umana su cui bisogna riflettere scientificamente. C’è chi pensa che la guerra sia una funzione scritta nei geni, che regola il numero di esseri umani sulla terra. Io, come donna e come scienziato, sono contro quest’idea». Rita el Khayat, scrittrice e antropologa marocchina, è socia onoraria del movimento Science for peace. Nelle sue parole, nella sua indignazione, nel suo rifiuto del concetto di violenza intesa come caratteristica specifica del genere umano e come tale impossibile da prevenire o sradicare, c’è l’essenza della due giorni di Milano. Un evento che “costringe” la comunità scientifica mondiale a uscire dal proprio habitat naturale per sensibilizzare l’opinione pubblica e indirizzarla verso la realizzazione che un mondo senza guerre oltre che possibile è indispensabile. Impegno che ricercatori del calibro di Claude Cohen-Tannoudji (premio Nobel per la Fisica 1997), Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina 2008), Harold Walter Kroto (premio Nobel per la Chimica 1996), solo per citarne alcuni, intendono onorare al meglio dopo aver aderito al Movimento ideato dalla Fondazione Veronesi. Tutti d’accordo sul fatto che il genere umano non si può più permettere alternative a un mondo orientato verso la progressiva pacificazione. «In quanto scienziati – osserva l’oncologo Umberto Veronesi – pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile. Vogliamo creare una cultura di tolleranza e di nonviolenza. Per questo chiediamo a tutte le nazioni la progressiva riduzione degli armamenti per destinare parte degli investimenti ai bisogni più urgenti della gente: nuovi ospedali, asili, scuole, e la ricerca scientifica». Un’importante sponda politica alle richieste di Veronesi è fornita, con il consueto pragmatismo, dalla vice presidente del Senato e parlamentare radicale del Pd, Emma Bonino (che partecipa alla tavola rotonda dal titolo “Verso una politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea”): «Credo che il problema non sia quello di negare i conflitti – dice Bonino – ma di capire come è possibile superarli in maniera nonviolenta. Troppo spesso la politica ha agito in ritardo, e un movimento come Science for peace nasce per spingere i governi a trovare soluzione nonviolente ai conflitti. Una di queste potrebbe essere l’istituzione di unico esercito europeo. Molto meglio di 27 eserciti nazionali, sovrabbondanti, dispendiosissimi e francamente inutili». Un ideale filo rosa unisce le parole di El Khayat e Bonino a quanto detto dal premio Nobel per la Pace 2003, Shirin Ebadi, in una recente conferenza a Venezia: «Nel mondo di oggi, avere un esercito non serve a garantire la sicurezza di quel Paese. Giappone e Costarica non hanno eserciti; e non soltanto non hanno alcun problema sotto questo aspetto ma hanno raggiunto uno sviluppo sostenibile». Una società senza soldati è necessaria ma non è sufficiente, nota Ebadi (che partecipa alla tavola rotonda dal titolo “Immaginare e costruire un mondo di pace”): «La libertà di parola e la stampa indipendente sono gli elementi più importanti per la salute politica di una società. La stampa indipendente è un ostacolo agli abusi del potere». Il terzo e ultimo punto che evidenzia l’attivista iraniana riguarda la negazione dell’identità dell’“altra metà” del mondo: «Una società dove non si apprezza la partecipazione sociale delle donne, non soltanto commette una discriminazione contro le donne ma ignora e si priva della metà del potenziale della propria società; ed è evidente che non può raggiungere lo sviluppo come un sistema sano che usufruisce di tutto il proprio potenziale sociale». Un messaggio che non deve, non può rimanere senza destinatario.

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La due giorni di Milano

Due giorni in cui le parole si traducono in azioni concrete da attuare subito. È questo l’obiettivo della conferenza annuale di Science for peace. La prima edizione si svolge il 20 e 21 novembre a Milano (università Bocconi). Vi partecipano oltre 20 premi Nobel, scienziati di tutte le discipline, insieme a personalità significative della filosofia, della letteratura, dell’arte, di religione e della società. Tutti coloro cioè che hanno accettato l’invito dell’oncologo Umberto Veronesi a diventare parte attiva del movimento Science for peace. Ideato dalla Fondazione Veronesi (organizzatrice dell’evento), il movimento si pone due obiettivi prioritari: creare le basi culturali per lo sviluppo e la diffusione del concetto di pace e progressiva riduzione delle spese militari nel mondo nell’ottica di un’efficace prevenzione dei conflitti. Per consultare il ricco programma di conferenze e tavole rotonde visitare il sito www.fondazioneveronesi.it.

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La chiave del multilateralismo

«Costituire un esercito unico europeo che diventi forza di pace della Ue. Consentendo così anche una riduzione della spesa militare complessiva dei 27. Favorire la formazione di comitati regionali di scienziati dei Paesi delle aree “calde” del mondo, per indurli a dialogare. Affinché concertino azioni di pressione sui rispettivi governi finalizzate alla soluzione pacifica di conflitti. Promuovere una cultura della pace a tutti i livelli del sistema didattico. Formare un comitato di rappresentanti di istituti bancari e di imprese per pianificare una politica del credito che non favorisca il finanziamento di attività di produzione militare». Alberto Martinelli, segretario generale della conferenza e professore di Scienze politiche all’università di Milano, anticipa a left alcuni dei principali temi in discussione a Science for peace. Progetti ambiziosi che una volta trasformati in proposte concrete saranno depositati sui tavoli delle cancellerie dei 27 Paesi Ue. «Sono loro i principali destinatari del nostro messaggio», spiega il professore. «In particolare “miriamo” a sollecitare quei governi che a livello internazionale possono stimolare le decisioni “di pace” che noi scienziati intendiamo perseguire». Oltre alle istituzioni, sono i cittadini che le eleggono a dover recepire il messaggio di promozione di una cultura attiva della pace lanciato da Science for peace. Con lo stesso obiettivo l’opera del movimento deve proseguire tra gli scienziati dei diversi Paesi. Martinelli riconosce che l’impegno assunto dalla comunità scientifica internazionale non è affatto agevole, pur partendo da una base di notevole prestigio sociale. Un modello di approccio efficace sarà proposto oggi dal segretario della conference alla tavola rotonda “Una strategia multilaterale per un mondo di pace”. «L’attuale situazione reale dei rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali è di multipolarismo. Non c’è un’unica potenza egemone con tutti gli altri in posizione subordinata. Certo, pesa la prevalenza americana in campo militare e tecnologico ma Cina e India sono in crescita, ad esempio. Un mondo multipolare – prosegue – può dar luogo a strategie multilaterali, cioè di cooperazione, nell’affrontare le questioni dell’agenda globale: dall’ambiente alla regolamentazione della finanza globale, dalla gestione dei flussi migratori al contrasto della grande criminalità internazionale o del terrorismo. Con altri studiosi provenienti da Usa, Cina e Russia cercheremo di vedere quanto, nelle linee di politica estera delle maggiori potenze, sia compatibile o meno con una vera strategia multilaterale di governance globale».    f.t.

 

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Senza perdere la fierezza

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Ottobre 2009

Fu un golpe lontano solo geograficamente quello che sconvolse l’Argentina a cavallo degli anni 70. La storia “italiana” delle vittime e dei loro carnefici raccontata da Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Majo di Federico Tulli

«C’è ancora molto da fare. Dobbiamo ritrovare circa 400 nipoti scomparsi. In venti anni ne abbiamo individuati 97, è una buona cifra. Però manca ancora parecchio. Non si sa nemmeno dove siano i genitori, gli adulti sequestrati nel corso della dittatura fascista. Si pensa che in tutta l’Argentina i desaparecidos siano circa 30mila». Quei 400 bimbi – partoriti nei centri di detenzione clandestina e strappati ai genitori naturali dopo la nascita per essere assegnati a famiglie di militari conniventi con il regime che il 24 marzo del ’76 rovesciò il governo di Isabelita Peron – oggi hanno circa 30 anni e sono i simboli inconsapevoli della più atroce delle dittature sudamericane. Alcuni di loro potrebbero essere in Italia, confusi tra le migliaia di coetanei emigrati in cerca di lavoro negli anni della profonda crisi economica che ha sconvolto il Paese latinamericano a cavallo del terzo millennio. Ed è a Roma che left incontra Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Majo, l’associazione di nonne argentine di nipoti scomparsi durante i sette anni di dittatura. Sono diversi i motivi che l’hanno condotta nel nostro Paese. «Per prima cosa – racconta – c’è da proseguire nell’opera di tessitura della Rete per il diritto all’identità che grazie alla collaborazione con la Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi) e al contributo volontario di migliaia di miei concittadini sparsi per le 24 regioni del Paese ci ha permesso di ritrovare i nipoti scomparsi».

In Italia la Rete è attiva da gennaio scorso e interagisce con la banca dati di Buenos Aires tramite due uffici a Roma e Milano, rispettivamente nell’ambasciata e nel consolato argentino. «Grazie anche alla visibilità che ci è stata data dalla trasmissione Rai Chi l’ha visto? abbiamo ricevuto centinaia di mail di ragazzi che vivono qui e che sospettano di non essere i figli naturali di coloro che sostengono essere i loro genitori. Dopo una prima scrematura i giovani vengono invitati nei nostri centri per un colloquio con esperti psicologi. Se emergono prove importanti viene proposto loro di sottoporsi a un prelievo del sangue per confrontare il Dna con quello di familiari di desaparecidos custodito in Argentina». In caso di corrispondenza dei dati comincia la fase più delicata della vita di questi ragazzi. In cui si mescolano sentimenti forti quanto contrastanti, che hanno spinto alcuni di loro a buttarsi a capofitto nella ricostruzione della propria storia e della propria memoria e contemporaneamente a collaborare con le Abuelas nel lavoro di ricerca (vedi left n. 29/2009). Ma tra i 97 nipoti “ritrovati” c’è anche chi ha scelto di non denunciare i propri rapitori oppure di continuare a vivere nella famiglia “d’adozione” pur avendo saputo tutta la verità sulla tragica sorte dei genitori biologici. È il caso della figlia di Susanna Pegoraro, la cui vicenda si lega al secondo motivo del viaggio di Estela Carlotto in Italia. Il 30 settembre scorso si è infatti aperto a Roma il processo contro l’ammiraglio argentino Edoardo Massera, membro della giunta militare golpista di cui facevano parte Jorge Videla, Leopoldo Galtieri e Orlando Agosti. Massera, che è anche appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli (tessera 478), è sotto processo nel nostro Paese per l’omicidio con aggravante di crudeltà di tre cittadini italiani, Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Angela Aieta fu sequestrata da militari in borghese il 5 agosto 1976. Aveva 56 anni quando, dopo essere stata portata all’Escuela de mecánica de la armada (Esma), fu torturata e fatta sparire.

L’Esma era diretta da Massera che la trasformò nel principale centro di detenzione, tortura e sterminio degli oppositori al regime. Pegoraro e la figlia 21enne furono sequestrati il 18 giugno 1977. Mesi dopo vengono trasferiti anche loro all’Esma dove Susanna partorisce una bambina che viene rintracciata dalle Abuelas nel 1999. Era stata “adottata” subito dopo la nascita da un sottufficiale della Marina argentina. La ragazza in un primo momento rifiutò di conoscere la propria famiglia biologica. «Di Susanna non si è più saputo nulla, tanto meno del padre», ricorda la Carlotto. «Però noi abbiamo ritrovato la bimba che oggi ha 32 anni ed è stata restituita alla famiglia biologica. Ha deciso di recuperare la propria storia e tutto ciò che serve per ricostruire la verità perché è cresciuta circondata dalle menzogne». Quanto a Massera, al momento è agli arresti domiciliari in patria, dove in un primo momento era riuscito a evitare il processo italiano facendosi diagnosticare una fantomatica demenza da un medico compiacente. Ma una contro perizia ordinata dai giudici italiani ha provato che l’ex ammiraglio golpista è assolutamente in grado di intendere e volere. «Quel fascista sta facendo finta di avere il cervello marcio, e invece può essere processato perché è capace di capire cosa sta succedendo. Di questo – esclama Carlotto – dobbiamo ringraziare la caparbietà delle autorità giudiziarie italiane». I prossimi due mesi saranno decisivi per gli esiti del processo. Tre importanti udienze sono state fissate il 5 e 18 novembre e il 14 dicembre. Sfileranno molti testimoni, sopravvissuti all’Esma, in viaggio apposta dall’Argentina per denunciare le atrocità commesse da Massera e i suoi scagnozzi. «Noi speriamo che questo processo finisca presto affinché sia giudicato prima di un’eventuale morte. E siamo molto fiduciosi perché lo Stato italiano si è costituito parte civile».

Un auspicio, questo, che Estela Carlotto aveva espresso anche nel corso di un’audizione alla Camera alla quale è stata invitata insieme al figlio Remo, che è presidente della Commissione diritti umani della Camera dei deputati della Repubblica Argentina, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulle violazioni dei diritti umani nel mondo condotta dal Comitato permanente sui diritti umani, presieduto dal deputato Pd Furio Colombo. «È impossibile dimenticare», dice la Carlotto. «Non si parla di perdono, o riconciliazione, ma di verità e giustizia. Non c’è odio o rancore né spirito di rivincita. C’è semplicemente quello che in qualsiasi Paese democratico si fa quando c’è un delinquente. Lo si affronta con tutto il peso della legge. Bisogna recuperare le storie di queste persone scomparse.  Oggi – prosegue – la realtà inesorabile ci dice che furono uccise negli oltre 500 campi di concentramento sparsi per il Paese. E le storie narrate dai superstiti ci parlano delle infamie che subirono in quei luoghi dove pure nacquero i nostri nipotini che noi aspettavamo piene di speranza, pensando “innocentemente” che ce li avrebbero consegnati perché li allevassimo in attesa del ritorno dei nostri figli. E invece non sono tornati né i figli né i nipoti. E siamo ancora alla loro ricerca, perché non c’è madre al mondo che non cerchi un figlio che non torna o un nipote che non ha conosciuto. Molte nonne hanno già avuto la felicità di abbracciarli. Quanto a me – conclude la presidente delle Abuelas di Plaza de Majo – non so dove sia mio nipote Guido partorito da mia figlia Laura prima di essere uccisa a 20 anni. Lui ha già 31 anni. A volte penso che sia vicino. Magari ci saremo incrociati per la via senza riconoscerci».

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La ferita è ancora aperta

Breve colloquio con Furio Colombo, deputato e presidente del Comitato permanente sui diritti umani

Onorevole Colombo, il Comitato che lei presiede alla Camera ha svolto decine di audizioni per far luce su crimini contro l’umanità. Qual è la particolarità dell’indagine che ha reso necessaria la testimonianza di Estela Carlotto e del figlio Remo, suo omologo al Parlamento di Buenos Aires?
La vicenda dei desaparecidos di cui la signora Carlotto è testimone e rappresentante in modo esemplare nel mondo, e le violenze che insanguinarono l’Argentina commesse, ad esempio, dall’ammiraglio Massera e dal generale Viola, ci ricordano che purtroppo l’origine italiana della tragedia è sia dei perseguitati che dei persecutori.
In che modo il Comitato contribuisce a ricostruire la storia dei desaparecidos?
L’utilità dell’azione del Comitato consiste nel fatto che si potrà sempre attingere dai materiali che documentano queste audizioni e usarli per riaprire o mantenere aperta la coscienza. Come anche per integrare le informazioni a disposizione di chi indaga su questi casi. Detto ciò, bisogna anche sapere dei limiti delle attività parlamentari, che sono frustranti. Nel senso che essere testimoni di tragedie come quella narrata dalla signora Carlotto purtroppo non aumenta né il diritto né il potere di una commissione parlamentare di dare un contributo più alto di quello che i parlamenti democratici del mondo, in particolare quelli italiani, stanno cercando di offrire per ricostruire il dramma dei desaparecidos.
Ci spieghi meglio…
Distanziandomi per una volta dalle posizioni che mi sono tipiche, premetto che l’attenzione a tali questioni è ugualmente viva senza distinzione tra opposizione e maggioranza. Quello che nessuno di noi sa è quanto sia effettivamente viva l’attenzione del governo. Il nostro materiale viene passato immediatamente all’esecutivo ma non esiste nella tradizione parlamentare italiana il diritto del legislativo di essere informato dall’esecutivo. Noi non sapremo mai cosa farà il governo di questi documenti.
L’atteggiamento del nostro Paese sembra duplice. Da una parte lo Stato si costituisce parte civile nel processo contro Massera, dall’altra dà la sensazione di non aver mai approfondito abbastanza evidenti legami tra la storia golpista latinoamericana e quella italiana degli anni 70.
Non c’è dubbio che non siano mai stati approfonditi, perché vorrebbe dire mettere in campo un’azione di governo tenace e costante, che purtroppo non c’è mai stata. Neppure quando al governo non c’erano le destre.
Come mai?
La ragione è purtroppo molto simile a quella per cui così raramente e così pochi governi democratici aprono alla discussione sulla questione dei diritti civili in Cina. Prevalgono i buoni rapporti internazionali del presente sulla tragica memoria del passato. Un’ambiguità fra atteggiamenti formali molto nobili e un proseguimento sul piano della diplomazia che invece non viene intaccato.
Massera apparteneva alla loggia di Gelli, di cui era grande amico. Nomi iscritti nella lista P2, in Italia, ricoprono oggi importanti cariche istituzionali. C’è un legame tra quanto accadde allora in Argentina e la nostra realtà politica odierna?
Ci si deve rassegnare al fatto che dei legami sottotraccia che uniscono le politiche di diversi Paesi sono nati oscuri, sono stati oscuri e rimangono oscuri. Per cui persino i politici di buona volontà e anche i cronisti e gli investigatori che seguono questa materia si trovano molto spesso di fronte al nulla. Cioè di fronte a pareti bloccate che non si lasciano penetrare. Il potere è il potere, quando poi è sommerso diviene particolarmente difficile da analizzare. Purtroppo la capacità per i democratici di penetrare questi percorsi è molto inferiore alla tenacia con cui si difendono i percorsi dei poteri sommersi. Nel caso italiano bisogna tenere conto nel porsi queste domande del continuo e molto abile riallinearsi della destra. Che dopo essere stata fascista e golpista, e responsabile delle cose di cui stiamo parlando, si fa trovare dalla parte dell’amministrazione americana durante il periodo Bush  impedendo per otto anni che si andasse a fondo su certe trame.       left 41/2009

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L’Italia è malata di feudalesimo

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Ottobre 2009

Come restituire la democrazia al nostro Paese in dieci mosse. Breve colloquio con il costituzionalista Michele Ainis , autore de La cura di Federico Tulli

Professor Ainis, scorrendo i temi declinati nel suo nuovo saggio, La cura, edito da Chiarelettere sembra quasi di leggere un manifesto politico…
Che cosa è la politica? Se è guardare i colori della divisa degli altri per vedere se coincidono con i propri il mio libro non è un manifesto politico. Se invece è interessarsi di come può essere regolata la società, cioè la vita di tutti noi, allora lo è.
Come è nata l’idea de La cura?
Nasce in seguito a una telefonata di Lorenzo Fazio, l’inventore di Chiarelettere.Un giorno mi chiama e mi dice che come casa editrice avrebbero avuto interesse ad affiancare ai libri d’inchiesta anche dei testi più riflessivi. Insieme abbiamo ragionato su quale tema meritasse un approfondimento. In un certo senso è un libro scritto su commissione. Poi, mi sono reso conto che mi è stata data l’occasione per mettere a fuoco delle questioni che avevo in mente da almeno venti anni.
Vale a dire?

In particolare mi riferisco al problema del merito. Anzi del de-merito. Nel libro mi occupo anche di legalità e uguaglianza, ma dietro alla scarsa libertà e alle disuguaglianze che infiacchiscono l’Italia c’è sempre una questione di demerito. Che oggi ricade drammaticamente sulle generazioni under 30. Viviamo ancora in uno Stato per certi versi feudale. In cui ci sono dei privilegiati – i partiti politici, le lobby, le massonerie, le “buone famiglie” – e vanno avanti nella vita solo coloro che ne fanno parte. In quest’ottica il mio è un libro ottimista. Perché si affida a un cambiamento di regole supponendo che così possa anche modificare il sistema e favorire il ricambio generazionale.

Come si è arrivati a questo in soli 60 anni di democrazia?

La mia generazione, quella dei 50enni, lascia macerie morali (e materiali). C’è stato chi si è fatto cinico di fronte a una serie di aspettative deluse – riposte nel Pci, o in uno scatto generazionale, il ’68, oppure nei successi della stagione referendaria -. Non a caso, senza fare nomi, ci sono tanti uomini importanti di centrodestra che hanno un passato nella sinistra: convinti che “tanto il sistema non si cambia”, ci si sono cinicamente seduti sopra.                                                                                                                                           Lei cita Voltaire: «Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete e fatene delle nuove». Vale pure per la Costituzione?
No, anzi. La terapia molte volte si trova nella Carta. Si tratta di “bruciare” la disapplicazione delle regole. Perché ci sono delle soluzioni mai sperimentate e dunque tradite. Pensiamo al principio dell’ineleggibilità che – anche se non in maniera esplicita – regola il conflitto di interesse. Quanto a Voltaire, sono sempre stato in debito con quella linea di pensiero di fine ’700 che sostiene si possa creare una società di liberi e di eguali cambiando le regole. Inoltre, reputo che la politica non sia una professione e che vada riscoperta. è la lezione della Grecia antica in cui la democrazia passava anche per la rotazione continua delle cariche e con un tetto alla loro durata. Infine penso che da 30 anni siamo invischiati in una discussione irrilevante. Che ruota intorno al potere da attribuire a ciascuna delle due Camere. Mentre è molto più determinante riequilibrare il sistema con elementi di democrazia diretta. Che consentano, per esempio, a chi condivide qualcuna di queste mie proposte di farle diventare legge attraverso un referendum propositivo, che non abbiamo. Vanno poi aggredite le oligarchie politiche, introducendo una vera democrazia interna ai partiti ed eliminando i poteri esterni.
I poteri esterni sono le lobby?
No, mi riferisco al ruolo istituzionale che è indebitamente attribuito ai partiti, diventati ormai i signori delle candidature elettorali. Oggi chi vuole candidarsi – ma questo accadeva pure prima della sciagurata legge elettorale – può solo diventare fedele di un esponente di partito che abbia voce in capitolo.

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Decalogo anti caste

1) Disarmare le lobby; 2) Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati; 3) Dare voce alle minoranze; 4) Annullare i privilegi della nascita; 5) Rifondare l’università sul merito; 6) Garantire l’equità dei concorsi; 7) Neutralizzare i conflitti d’interesse; 8) Favorire il ricambio della classe dirigente; 9) Impedire il governo degli inetti; 10) Promuovere il controllo democratico

. left 40/2009

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La laicità non è una bestemmia

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Settembre 2009

A Roma solo anticlericale.net e Uaar celebrano la restituzione della Capitale agli italiani e la fine del potere temporale dei papi. Tra veti e polemiche. E con le istituzioni che fanno a gara per dimostrare al Vaticano di aver ripudiato il significato del 20 settembre 1870 di Federico Tulli

«Ci dovrebbero pagare perché celebriamo il 20 settembre. E invece è una festa nazionale cancellata. Oramai a febbraio, a “Palazzo”, si festeggia il Concordato…». L’indignazione di Maurizio Turco, deputato Radicale del Pd, è palpabile. L’associazione anticlericale.net, di cui è presidente, non ha ottenuto dalla questura di Roma il permesso per la “Marcia anticlericale”, organizzata sabato 19 per celebrare i 139 anni dalla liberazione di Roma e contestuale fine del potere temporale dei papi. «Le motivazioni – spiega Turco a left – sono nel decreto Maroni sull’ordine pubblico. Varato in tutta fretta, dopo la famosa preghiera collettiva islamica di fronte al Duomo di Milano, per preservare le chiese da eventuali rischi… Ma sanno bene che il rischio della marcia è zero, per questo fino all’ultimo speriamo in un ripensamento. Ciò non toglie che viviamo in uno Stato strano che ignora il principio di laicità posto alla radice della nostra Costituzione». E lo fa in maniera manifesta, con le concessioni al Vaticano che “controlla” ogni norma che dovrebbe tutelare il libero arbitrio, di fatto stroncandolo (fecondazione assistita e testamento biologico, per dire), oppure calpestando l’articolo 8 della Carta che sancisce pari dignità per qualsiasi credo. E in modo più latente, quando politici, media e opinione pubblica non rifiutano i diktat che giungono da oltretevere per sopprimere qualsiasi sussulto di sessualità umana. Ci sono voluti 20 anni per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, mentre quella “del giorno dopo” viene ancora negata dai farmacisti “obiettori” i quali, mentendo, la definiscono un farmaco abortivo. Per non dire poi dell’inerzia di fronte all’ultimo attacco di papa Ratzinger contro qualsivoglia anticoncezionale sulla scia del suo predecessore. E i milioni di morti per Aids? Neppure questi risvegliano la “pancia” degli italiani. Tornando agli intrecci politici Stato-Vaticano, non c’è nemmeno il pudore di celarli con il 20 settembre alle porte. Ecco il passaggio di un’intervista al Corriere di lunedì 14 del ministro Gelmini: «Sugli insegnanti di religione sono assolutamente d’accordo con il Vaticano – dice il ministro della Repubblica -. A loro vanno garantite le stesse condizioni degli altri insegnanti, e credo che l’ora di religione debba avere pari dignità rispetto alle altre materie». «L’uscita della Gelmini non ha né capo né coda», osserva Turco. «È chiaro che a destra, lei come la Carfagna e Berlusconi, sono in una fase delicata della loro vita politica. Ma non possono utilizzare la propria eventuale fede andando al mercato delle anime per vendere una cosa che appartiene a tutti: la libertà di scelta, quindi anche, semmai, di credo religioso. Dopo di che con Prodi, il ministro Fioroni ha ripetuto più volte lo stesso concetto. è una classica intervista conformista nel conformismo del regime italiano. Io – conclude Turco – continuo a indignarmi del fatto che questo Paese anziché festeggiare la sua liberazione faccia finta che non ci sia mai stata. Oggi la laicità è una bestemmia e sarà così finché non arriverà una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a obbligare l’Italia al rispetto della libertà di pensiero». Sempre sabato 19, a Roma, anche la Uaar ha in programma un meeting per celebrare la Breccia di Porta Pia, “Liberi di non credere” (info: ww.uaar.it). Chiediamo al segretario Raffaele Carcano perché degli atei festeggiano il 20 settembre 1870. «Per noi è la “vera” festa dell’Unità d’Italia. Quel giorno non venne meno solo una religione di Stato ma fu abbattuto un regime teocratico. Molti ritennero a portata di mano la realizzazione di una società, in cui una libera Chiesa costituisse solo una parte, non privilegiata, di un libero Stato. Un progetto poi bloccato dal ventennio fascista, dal cinquantennio democristiano e da un quindicennio di confessionalismo bipartisan. Emblematico in questo senso Berlusconi che invita i giovani del Pdl a leggere Risorgimento da riscrivere, in cui Angela Pellicciari, collaboratrice di Radio Maria, sostiene che il Risorgimento è stato una guerra massonica condotta contro la Chiesa cattolica. Bisognerebbe ricordare in ogni occasione che l’Unità d’Italia fu conseguita contro la Chiesa che per più di mille anni si è opposta all’unificazione. Penso che un presidente del Consiglio che si mette contro la tradizione risorgimentale sia veramente senza precedenti nella storia». left 37/2009

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Il coraggio di rischiare. Per lasciarsi il ’900 alle spalle

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Agosto 2009

Il manicomio di San Lazzaro ai primi del 900

Il manicomio di San Lazzaro ai primi del 900

Con Giovanni Jervis scompare una voce critica del freudismo, dell’organicismo e delle idee di Basaglia. Il docente di psichiatria Paolo Fiori Nastro: «Da studioso ha sempre mantenuto una propria apprezzabilissima autonomia di pensiero» di Federico Tulli

«Purtroppo non sempre gli psicanalisti sono degli studiosi, spesso non sanno il tedesco, non hanno attenzione culturale a capire come gli scritti di Freud facciano parte di un dibattito di cento anni fa, spesso li hanno presi come fossero il Vangelo». Giovanni Jervis era così. Come in questa intervista di giugno 2006 al settimanale left, lo psichiatra e psicanalista scomparso domenica a 76 anni non le mandava certo a dire. Specie quando si trattava di mettere in discussione certe “icone” del ’900 come, appunto, Sigmund Freud. In quella occasione Jervis prese le parti di una fedele traduzione che Michele Ranchetti aveva fatto di Metapsicologia; un’edizione dell’opera che metteva a nudo il padre della psicoanalisi e che alla fine Bollati Boringhieri non pubblicò mai. Ma Jervis non fu meno schietto verso Franco Basaglia, con il quale aveva collaborato negli anni 70, denunciando l’improbabile nesso basagliano tra “libertà” e malattia mentale nel libro scritto con lo storico della medicina Gilberto Corbellini, La razionalità negata (Bollati Boringhieri). Per non dire poi di Foucault che, andando controcorrente, Jervis individuava fra i «cattivi maestri» del ’68, che molti danni causarono alle giovani generazioni. «Jervis – racconta Paolo Fiori Nastro, docente di Psichiatria all’università la Sapienza di Roma – è un personaggio affascinante in ambito accademico perché per tutta la sua carriera ha preservato il proprio spirito critico sia nei confronti del pensiero di Basaglia sia verso la “non scientificità” della psicanalisi che lui da psicanalista laureato in medicina e specializzato in psichiatria considerava più una disciplina filosofica che medica». Critico dell’antipsichiatria e scettico verso il freudismo, allo stesso tempo Jervis ha avuto il coraggio di rifiutare anche “la terza via”, quella dell’organicismo psichiatrico. «Da studioso rigoroso e di sinistra si è trovato da un lato a fare i conti con quel porto delle nebbie che sono le teorie psicanalitiche che in qualche modo accettano l’esistenza di una realtà “altra” da quella biologica ma che mancano completamente di qualsiasi impostazione medica. Dall’altra parte – prosegue Fiori Nastro – con l’immobilismo cronico della psichiatria accademica, che dura oramai da 50 anni ed è di stampo biologico-organicista, cioè molto oggettivante e basato sul rigoroso rispetto dei numeri e sull’aspetto epidemiologico. Due profondi solchi in mezzo ai quali Jervis ha mantenuto una propria apprezzabilissima autonomia di pensiero». Probabilmente perché, da allievo di Ernesto de Martino, non ha mai perso l’interesse nei confronti della realtà psichica dell’uomo. «Questo è un altro dei suoi pregi – osserva il docente della Sapienza -. Oltre allo spirito critico Jervis non ha mai abbandonato l’idea dell’esistenza di una realtà mentale inconscia. Se c’è un appunto che gli si può fare è che per poterla affrontare si è buttato sulla “prassi” psicanalitica». Vale a dire? «Questo è il problema della psichiatria di oggi – spiega Fiori Nastro -. Per andare oltre l’organicismo e la psicanalisi e portare la ricerca sulla mente umana fuori dal guado occorre proporre qualcosa di nuovo. Per farlo è necessario operare una sintesi tra biologia e realtà mentale. Altrimenti si rischia di distruggere senza avere le armi per costruire un’alternativa teorica. Che in questo campo consiste nell’individuazione di nuove ipotesi di ricerca sulla realtà umana, sulla conoscenza delle sue dinamiche e del come questa si ammali». Tutte risposte che secondo Fiori Nastro non possono certo venire dal cognitivismo «come ha proposto ieri su Repubblica Massimo Ammanniti».
Occorre invece «il coraggio di rischiare la proposizione di una nuova idea di ricerca sulla mente umana», conclude il professore della Sapienza. «La psichiatria è un terreno che per sua natura è soggetto a continue critiche e riflessioni. Può sembrare paradossale ma il problema più acuto è quello di essere in grado di proporre la possibilità di uscire da una cronica situazione di assenza di certezze». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Il miraggio della laicità

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Luglio 2009

AP09071502737A colloquio con il professor Michele Ainis, autore di Vita e morte della Costituzione. Una storia italiana di Federico Tulli

Alla riapertura dell’anno scolastico 12mila studenti russi si ritroveranno con un’ora in più di lezione da seguire, l’ora di religione. Non accadeva dall’era dell’ultimo zar, Nicola II. Il piano, annunciato nei giorni scorsi dal premier Dmitri Medvedev, è stato avviato nel 2006 da Vladimir Putin in accordo con il patriarca Alexei II. L’iter si concluderà nel 2012 quando la legge sarà applicata in tutto il territorio nazionale. Deviando in parte dall’obiettivo putiniano, Medvedev ha previsto la possibilità per chi non professa il culto ortodosso di orientarsi su insegnamenti religiosi alternativi o di storia delle religioni, oppure ancora di educazione civica. In tutto questo rientra anche l’assunzione di oltre 40mila insegnanti che per volere di Medvedev dovranno essere laici. Per chiudere il cerchio con la Storia, Putin li voleva tutti monaci. Lo spunto di cronaca ha spinto left a rivolgere alcune domande a Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’università Roma 3 e autore di diversi saggi tra cui Vita e morte di una costituzione. Una storia italiana (Laterza). A settembre poi uscirà per Chiarelettere La cura, «un decalogo di proposte per rivitalizzare la democrazia italiana che – dice Ainis – faranno saltare sulla sedia un po’ di gente». Tante sono infatti le analogie del caso “Russia” con la questione dell’insegnamento della religione dominante nelle scuole italiane. Da un lato il tentativo putiniano di spianare la strada alla rentrée in grande stile dei preti ortodossi somiglia troppo alle pratiche cui i nostri politici ci hanno abituato per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa romana. Dall’altro, per sommi capi, la normativa russa è simile alla nostra. Almeno sulla carta. Il principio di laicità dello Stato imporrebbe infatti pari dignità per tutti gli insegnamenti. Nei fatti, questo, in Italia, non accade. Basti pensare che con le nostre tasse paghiamo lo stipendio a 70mila insegnanti di religione scelti dal Vaticano, mentre di quelli di altre confessioni non v’è traccia. E che l’educazione civica è oramai una “materia” in stato vegetativo permanente.
Prof. Ainis, è la Russia che si “avvicina” all’Italia o l’Italia è ancora troppo simile a quella dei Patti lateranensi del ‘29?
Intanto a Mosca non hanno il Vaticano e già questo ci rende diversi da qualsiasi altro Paese. Una presenza che ha condizionato la nostra storia e condiziona la nostra cultura, determinando un’annosa questione cattolica che è stata “romana” fino al 1929. Poi è diventata vaticana.
Una storia irrisolta anche con il varo della Costituzione nel 1948?
Pur non pronunciando mai la “paroletta magica”, la nostra Costituzione è laica. Come riconosciuto in diverse sentenze dell’Alta corte quello di laicità è un principio supremo del nostro ordinamento. Ma la Carta del ‘48 contiene degli ossimori, delle contraddizioni, e tutto questo deriva da un empasse politico, ma anche storico e culturale, che si è riflesso nei lavori dell’Assemblea costituente. In Vita e morte di una Costituzione cercavo di superare queste contraddizioni facendo valere la forza dei principi fondamentali rispetto alle eccezioni. Parole risultate incomprensibili per i politici attuali.
Da dove nasce questa “italica” difficoltà a lasciarsi andare alla laicità dello Stato? 00269363

Non si può ignorare il tentativo di Togliatti di integrare le masse comuniste con quelle cattoliche votando l’articolo 7 della Carta per non aprire un fronte religioso che a suo giudizio in quel momento l’Italia non poteva sostenere, avendo altri fronti aperti. E poi, facendo un salto di 30 anni, c’è da considerare il ruolo di Berlinguer e del “suo” Pci.
Ci spieghi meglio…
Spesso chi critica Berlinguer pensa subito ai danni del compromesso storico con la Dc di Moro. Ma già alcuni anni prima il Pci aveva avuto un atteggiamento decisamente poco laico in occasione del referendum sul divorzio. Un’occasione persa dal “partito di massa”, che fu però cavalcata dai socialisti e dai radicali, dai partiti più schiettamente laici. Più capaci cioè di contrastare la politica del Vaticano.
Perché questa freddezza di Berlinguer verso il divorzio?
Perché aveva la stessa paura che era stata di Togliatti nel 46-47 di “divorziare” dalle masse cattoliche cavalcando temi sgraditi, e quindi ostacolando un ipotetico insediamento popolare di massa del Pci. Un iperrealismo politico che finiva per rendere il partito una caricatura di se stesso e che, se si pensa all’invadenza vaticana nei programmi scolastici, con il senno di poi, ha rallentato l’ammodernamento del Paese.
La realtà socio-culturale italiana mandava altri segnali…
Senza dubbio. L’esito del referendum dimostrò che i cittadini erano assai più avanti di quanto fossero percepiti dalla sinistra. Della quale erano certamente più laici.
Dieci anni dopo Craxi rimodulò il Concordato. Alla luce di quanto detto, fu un  passo verso la laicità dello Stato?
Direi di no. Quel Concordato ha sì eliminato alcune norme incostituzionali, ma ne ha create altre che hanno aumentato il potere del Vaticano. A cominciare dall’8 per mille. La mossa di Craxi fu dettata dal cinismo e anche da scarso coraggio. Anche senza scomodare la parola utopia, le battaglie si possono perdere. Se però sono delle battaglie per dei valori alti, come libertà e appunto laicità, non si perdono mai del tutto. Invece Craxi, che era stato il primo socialista a diventare premier, aveva bisogno di legittimarsi con il potere millenario che aduggia l’Italia. Ed ecco che l’eccesso di realismo si trasforma in un bel mucchio di assegni in bianco per la Chiesa.
Di recente Veltroni ha lodato il Berlinguer del compromesso storico. Anche lui alle prese con la real politik, cosa succederebbe in Italia se i leader del centro sinistra vi rinunciassero?
Quelli attuali non lo faranno mai. La scommessa sarebbe se un partito come il Pd facesse scelte chiaramente laiche, alla Zapatero. Allora vedremmo se le nostre analisi sono errate o se aveva ragione Togliatti. Oggi il suo “grande realismo” ancora vivacchia sotto forma di piccolo e meschino calcolo del giorno dopo.  Left 30/2009

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