Archivio per la categoria ‘Sicurezza alimentare’
Pubblicato da Federico Tulli su 12 Dicembre 2008
Cibi contaminati, ennesimo allerta nel 2008. L’esperto del Cnr invita a non drammatizzare: in Italia il rischio diossina è limitato di Federico Tulli
«Il consumo occasionale di alimenti con livelli di diossina superiori ai limiti previsti dalle nostre normative non ha un effetto significativo sulla salute delle persone». Senza minimizzare il pericolo Alfonso Siani, ricercatore dell’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche, invita a inquadrare nella «sua giusta dimensione» l’allarme “diossina” che si sta propagando dall’Irlanda in tutta Europa. Un allarme che scaturisce dai numerosi casi di contaminazione di suini e bovini riscontrati dalle autorità sanitarie irlandesi e che causa apprensione anche tra i consumatori italiani, dal momento che esistono canali di importazione delle carni che sfociano nel nostro Paese.
Professor Siani, quali rischi corre chi ha mangiato carne contaminata?
Il problema essenziale può essere determinato dall’“effetto accumulo”. Quello che si potrebbe verificare se si consumassero abitualmente e in quantità significative alimenti contaminati. Ma nel caso in esame le partite di carne importate sono ridotte. Dunque il pericolo è tutto sommato limitato.
Qual è la soglia oltre cui scatta questo “effetto accumulo”?
È molto difficile da determinare. Ed è comunque molto più congruo come rischio quello dell’esposizione ad altre fonti avvelenate dalla diossina. Chi ha la sfortuna di vivere vicino a posti dove si lavorano i rifiuti senza rispettare le apposite norme è molto più in pericolo di chi ha mangiato qualche volta cibo contaminato. Questo è un dato abbastanza acquisito. Certo, se uno si nutre tutti i giorni con un chilo di carne alla diossina il discorso cambia.
Come prevenire tali eventi?
Anzitutto fanno bene le autorità competenti a intensificare i controlli che in Italia sono comunque validi. Io penso, poi, che la via da seguire sia quella della tracciabilità di tutti i prodotti animali. Sulla scia di quanto già avviene per i bovini e il pollame. In questi due casi, informare il consumatore sull’origine delle carni è divenuto obbligatorio dopo crisi simili a quella attuale. Mi riferisco alla cosiddetta “mucca pazza” e all’aviaria. Del resto le nostre autorità stanno portando avanti da tempo, in sede europea, la richiesta di tracciabilità obbligatoria di altri prodotti animali (derivati da suini e ovini, ma anche del latte).
Ci sono nessi con la “crisi diossina” che ha colpito di recente la provincia di Caserta?
Anche nel caso delle mozzarelle Dop, alla prova dei fatti, i controlli effettuati su larga scala nei confronti delle aziende appartenenti al Consorzio hanno riscontrato pochissimi sforamenti, e comunque minimi, oltre i limiti dannosi per la salute. Nel caso irlandese, un’azienda che produce mangimi ha introdotto i contaminanti nella catena alimentare delle bestie. Nel casertano, invece, l’avvelenamento da diossina era più dovuto a un fenomeno di tipo ambientale, conseguente alla combustione selvaggia di rifiuti plastici o di rifiuti industriali contenenti oli contaminati.
In tema di sicurezza alimentare sono frequenti situazioni del genere?
Dovrebbero essere rare. La crisi “mucca pazza” deflagrò perché per lungo tempo non ci si accorse che c’era un nesso tra la malattia e l’uso di mangimi derivanti da scarti animali. Secondo una prima analisi il caso della contaminazione avvenuta in Irlanda sembra essere meno “sistematico”. Un discorso destinato a cadere se, dietro tutto questo, c’è la negligenza anche solo di una azienda produttrice di mangimi di grosse dimensioni, che ha lasciato andar via la propria produzione senza i dovuti controlli. Ma questi sono dati che ancora non si conoscono.
Left 50/2008
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Pubblicato da Federico Tulli su 28 Novembre 2008
Non esiste un’età dell’oro in agricoltura. Il saggio di Antonio Pascale contro il falso mito che vuole la chimica responsabile della scomparsa «del buon cibo di una volta» di Federico Tulli
Con un intellettuale del calibro di Joseph Ratzinger come papa le frizioni tra pensiero religioso e pensiero scientifico sono all’ordine del giorno, riportate con dovizia di particolari dai media. Un confronto, quello tra fede e ricerca, che almeno in Italia ha finito per mettere in secondo piano certe entrate a gamba tesa nei confronti dell’etica della scienza effettuate da uomini di cultura laica, solo a prima vista al di sopra di ogni sospetto. «Intellettuali privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, che – scrive Antonio Pascale in Scienza e sentimento (Einaudi) – hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura». Il primo merito dell’agilissimo pamphlet di Pascale è proprio questo. L’aver smascherato un atteggiamento ideologico molto in voga negli ultimi anni da parte di «letterati puri» (così li definisce l’autore) che con interventi di orientamento “romantico” tentano di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico («Che fine hanno fatto i vecchi sapori di una volta?», si chiede Pietro Citati su Repubblica) o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano). «Davanti a categorie come queste si sa, non c’è ragione che tenga», spiega Pascale che è alla sua quarta fatica con Einaudi, collabora con il Mattino e Diario e lavora al ministero delle Politiche agricole. «Il nostro romantico cuore – prosegue – spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato. E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura». È la dose che fa il veleno, ripete infatti Pascale, citando Paracelso, in più passi del libro. Ma il suo non è un mantra “scientistico” e nemmeno un inno alla presa di potere da parte di tecnici competenti nelle materie scientifiche più disparate. «Un governo fatto di soli tecnici non potrebbe funzionare – scrive l’autore di Scienza e sentimento -, assomiglierebbe troppo alle comunità utopiche immaginate da Saint-Simon. Comunità metà mistiche, metà scientifiche, nelle quali regna la pace solo perché la ragione ha sconfitto la superstizione». Il segreto, come detto, è nel saper fare la dose: «Vista l’impossibilità che cultura scientifica e umanistica tornino a quando entrambe ricercavano un metodo comune per porsi domande sul mondo, bisognerebbe cercare perlomeno di procedere per gradi». Come? Per esempio «cominciando con il leggere qualcosa di tecnico e divulgativo sul concetto di naturale e artificiale». Tale questione secondo Pascale è fondamentale. Al punto che, dice, un’adeguata informazione potrebbe costituire «una bussola orientativa nelle scelte morali e poi politiche e legislative». Eppure, chiosa, «questa diatriba, “naturale o artificale”, sembra essere troppo influenzata e talvolta falsata da un immaginario religioso, sovrannaturale e oscuro». Fatte queste premesse è breve il passo verso un’analisi del dibattito in corso sugli Organismi geneticamente modificati, e degli “strumenti” dialettici utilizzati. E Pascale, che si è laureato in Agronomia proprio negli anni in cui l’ingegneria genetica cominciava a essere applicata con continuità all’agricoltura, conduce per mano il lettore innestando storie di vita vissuta in prima persona su un notevole lavoro di ricerca bibliografica in materia di Ogm. Fornendo via via alcune significative risposte, prive di retorica, ai punti cardine che dominano la discussione pubblica sul biotech e sulle conseguenze di un eventuale ingresso nella catena alimentare umana. Dal ruolo della chimica, al confronto con il biologico, al “rischio” multinazionali. Risposte forse non definitive, ma certamente frutto di «misurazioni piú esatte».
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Pubblicato da Federico Tulli su 14 Novembre 2008
Frodi alimentari, ogni giorno un’allerta. In Italia si “tarocca” di tutto. Le leggi ci sono ma i controlli scarseggiano. E la gente non si fida più. Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo: «Colpa anche della cattiva informazione» di Federico Tulli
In principio fu l’aviaria. Forse il più clamoroso caso di disinformazione mediatica e scientifica su scala mondiale dei tempi recenti. Un bluff secondo per dimensioni solo a quello geniale di Orson Welles che il 30 ottobre del 1938, dalla radio, riuscì a convincere l’intera popolazione degli Stati Uniti che la Terra era appena stata invasa dagli alieni. Ma almeno Welles scherzava. Chi si è inventato il pericolo per l’uomo di essere contagiato dal virus H5N1 semplicemente mangiando carne avicola, no. E la gente, ovunque nel mondo, ha smesso di comprare pollo. Anche dopo che è stato dimostrato che è impossibile ammalarsi per colpa di una coscia rosolata allo spiedo. Troppo tardi. La questione della sicurezza alimentare, che andava comunque sollevata per via dell’abbattimento delle barriere commerciali internazionali che aveva dato il la a un colossale traffico di derrate prodotte fuori da ogni controllo sanitario, ormai era aperta. Nel modo, però, sbagliato. Tante notizie molto confuse sulla pericolosità di determinati alimenti, invece di contribuire ad aumentare il senso di sicurezza di chi fa la spesa hanno sortito, nel tempo, esattamente l’opposto. Abbiamo chiesto a Rosanna Massarenti, direttore di Altroconsumo l’associazione per la tutela e difesa dei consumatori più diffusa in Italia, come fare per districarsi nella giungla dei falsi allarmi alimentari, ma anche delle false promesse commerciali e delle scintillanti etichette di cibi “di moda”.
La sicurezza alimentare è la questione più sentita dagli italiani insieme al caroprezzi. Eppure le nostre leggi sono ritenute tra le più avanzate. Come mai?
In assoluto sono tra le leggi più complete. Nelle nostre analisi pubblicate sul mensile dell’associazione abbiamo sempre rilevato l’estrema qualità della legislazione e del grado di tutela che questa garantisce alla salubrità dei prodotti e quindi alla salute dei consumatori. Lo testimonia il successo internazionale della tradizione alimentare italiana e il fatto che sia considerata ovunque sostanzialmente sana. Nonostante questo nei cittadini abbiamo riscontrato un diffuso senso di sfiducia verso ciò che arriva in tavola.
Da cosa può dipendere?
In parte dal fatto che ogni tanto degli scandali alimentari suscitano grande clamore. Anche per via della spettacolarizzazione che ne fanno i mass media. Così accade che certo allarmismo getti nel panico la stragrande maggioranza delle persone provocando il crollo nelle vendite dei prodotti.
Come nel caso dell’aviaria?
Non solo. Quello dell’aviaria è un caso abbastanza particolare perché probabilmente l’intensità dell’allarme è stata creata ad hoc per vendere scorte di vaccini ormai prossimi alla scadenza. Vaccini che poi si sono rivelati assolutamente inutili contro questo genere d’influenza. Come sempre in questi casi c’è un fondamento di verità: in particolari situazioni si sono verificati alcuni casi di contagio da animale a uomo, ma le cronache che ne sono derivate non avevano nulla di scientifico oppure i fatti erano spiegati in modo superficiale. E la gente è andata in confusione. Lo stesso è accaduto con la recente storia delle mozzarelle di bufala “alla diossina”.
Anche qui si è trattato di disinformazione?
Se ne è parlato come fosse un problema nuovo. In realtà la questione “diossina” è aperta da tanti anni e riguarda un po’ tutti i prodotti di origine animale. In questo caso la sfiducia dei consumatori si è rivelata fondata, ma è stato il coinvolgimento della criminalità organizzata a rendere “clamorosa” la notizia.Ed è passato in secondo piano il problema della scarsità e inefficacia dei controlli visto che la diossina contamina i nostri pascoli da decenni.
Ottime leggi ma applicate male, sembra un classico caso all’italiana…
Questi controlli sono affidati a tante competenze diverse: ministero della Salute, ministero dell’Agricoltura, Guardia di finanza, carabinieri del Nas. Organismi che in molti casi risultano poco coordinati. E poi c’è la tendenza delle istituzioni a non far emergere determinate notizie.
Ci spieghi meglio.
Mentre il compito di comunicare sulla sicurezza, sull’educazione alimentare e sulle novità della ricerca in questo campo dovrebbe essere affidato a un organismo scientifico indipendente, quello di informare i cittadini sulla pericolosità di un alimento spetta allo Stato. Ma in Italia non accade. Lo abbiamo verificato per le mozzarelle e anche per l’inchiostro che contaminava le confezioni del latte per bambini. In alcuni casi le autorità sono perfettamente al corrente del problema e fanno di tutto perché non emerga, nell’interesse dei produttori. Con i quali spesso si mettono d’accordo per trovare una soluzione. Il risultato è che i consumatori si fanno l’idea che ci tengano all’oscuro di tutto. Poi, quando il bubbone scoppia, magari sotto forma di scoop giornalistico dai titoli roboanti, diventa panico.
Un meccanismo informativo scorretto.
Sì, tra l’altro nessuno comunica mai il cessato allarme. Per questo ci aspettiamo che da un momento all’altro rispunti fuori anche l’aviaria.
Sicurezza a tavola vuol dire anche una corretta dieta e alimentazione. Altroconsumo conduce da tempo una battaglia contro il rischio obesità per i bimbi. Finiremo come gli Usa o in Cina?
Il problema dell’obesità è comune a tutti i Paesi industrializzati. Ci siamo concentrati sull’obesità infantile perché i bambini sono dei soggetti molto vulnerabili. Nella nostra campagna chiediamo soprattutto di intervenire sulla pubblicità: le sue esche (regalini, sorprese) attirano i più piccoli verso il cibo troppo ricco di zuccheri, grassi e sale. Avviandoli a una dieta che avrà pesanti ripercussioni sulla salute in età adulta. Ma i claim pubblicitari irretiscono anche i genitori. Lo abbiamo rilevato in uno studio appena pubblicato. Nella mentalità comune i cereali per la colazione sono un’ottima alternativa a merendine e snack confezionati. Il nostro test dimostra però che non tutti i prodotti sono uguali: alcuni fiocchi sono stracolmi di zucchero; altri di acidi grassi trans o insaturi (i meno sani); qualcuno esagera con il sale. Ognuno di questi ingredienti è riportato in etichetta, ma spessissimo un genitore lo ignora perché attirato dal claim salutistico che campeggia sulla confezione. Uno stratagemma questo che presto sarà vietato ai produttori che non presenteranno adeguata documentazione scientifica che provi l’effettiva salubrità del loro prodotto.
Left 46/2008
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Pubblicato da Federico Tulli su 12 Settembre 2008
Un americano su tre è obeso. In Cina uno su cinque. In Giappone, i “supersize” sono raddoppiati dal 1982. Dati allarmanti pure in Europa e Africa. Dilaga dagli Usa la pandemia del terzo millennio. Colpa di un dolcificante presente in tutte le più note bibite gasate
di Federico Tulli
L’Hfcs, acronimo di High fructose corn syrup, dolcificante ad alto contenuto di fruttosio e glucosio ottenuto dal mais, non è un semplice sciroppo. Prodotto negli Usa alla fine degli anni 70 dalla Archer Daniels Midland, che presto sarebbe diventata la maggiore industria agroalimentare del mondo, dopo un accordo con The Coca cola company è divenuto in breve il re degli additivi. Sostituto parziale o totale del ben più costoso zucchero di canna, dal 1980 in poi l’Hfcs è entrato in pianta stabile nella dieta degli americani perché la decisione dei produttori della famosa bibita è stata subito seguita dalla concorrente Pepsi. E oggi, come William Reymond rileva nel suo libro Toxic (Nuovi mondi media), «l’High fructose corn syrup è una superstar. Ogni anno 530 milioni di stai di mais vengono trasformati in 8 miliardi di litri di sciroppo». Che però non è più usato solo nelle bibite. Lo si trova infatti in tutto ciò di cui gli americani sono ghiotti: hamburger, ketchup, piatti preconfezionati. E pure negli sciroppi per la tosse e nelle vitamine. Con quali conseguenze è presto detto.
Nel 2004, i 66 miliardi di dollari (oltre 45 miliardi di euro) «spesi negli Usa per Coca, Pepsi e Dr Pepper» hanno reso queste bibite «l’alimento più consumato del Paese e la prima fonte di calorie». Pertanto, prosegue Reymond, «quando un solo prodotto raggiunge un tale livello di consumo, rappresentando in media il 7 per cento dell’apporto calorico dell’americano medio, diviene legittimo valutare il suo ruolo nella crisi di obesità». Specie se l’evoluzione delle curve di obesità e dell’acquisto di tali bibite, proprio dagli anni 80 in poi risulta parallela. Secondo il National center for health statistics, dal 15 per cento del ’76, quando ogni americano beveva 350 bottigliette l’anno, il tasso di obesità è schizzato al 31 per cento del ’99, per una media che sfiorava le 600 bottigliette da 35,5 cl in un anno (oltre 200 litri). Cifre che però non bastano a spiegare, e a provare, come l’Hfcs abbia da solo tramutato un americano su tre, circa cento milioni, in persona obesa. Cioè a rischio diabete e gravi malattie cardiovascolari. In proposito è suggestiva la tesi di Loretta Napoleoni nel suo libro Economia canaglia (il Saggiatore). «Negli anni 70 – scrive l’autrice, una dei massimi esperti di economia internazionale – la sostituzione dei dolcificanti di mais al saccarosio abbatte i costi di produzione dell’industria alimentare, che a loro volta riducono il prezzo dei prodotti incoraggiando la gente a consumarne di più. In quegli anni la lotta al grasso segna l’avvento delle diete ipolipidiche. Il grasso viene eliminato dagli alimenti e sostituito con i carboidrati, che però hanno molte calorie e producono grassi. Lo stesso fenomeno si verifica in Europa negli anni 80». Ma anche in Cina, col nuovo millennio, dove l’obesità riguarda una cittadino su cinque: 215 milioni di persone. O in Giappone dove, come ricorda Raynolds, dal 1982 il numero di obesi è aumentato del 100 per cento.
Per quanto sorprendente possa sembrare, nemmeno l’Africa è esente da quella che a tutti gli effetti appare una pandemia. «In Zambia il 20 per cento dei bambini di quattro anni è obeso. Lo stesso si riscontra in Marocco ed Egitto. Mentre in Medio Oriente, da Beirut a Bagdad, un quarto della popolazione è obeso o in sovrappeso». Tutta colpa di un semplice sciroppo? Sembrerebbe di sì, visto che i prodotti in cui è usato non conoscono confini commerciali. Ciò che soprattutto crea una sorta di dipendenza nelle persone è il gusto dolce che l’Hfcs garantisce senza causare intolleranza per uso eccessivo, diversamente dallo zucchero. Racconta un consumatore a Reymond: «La differenza tra zucchero e sciroppo di mais? Prima, se bevevi due o tre Coca di fila la dose di zucchero ti faceva sentire male. Adesso ne puoi mandar giù due o tre litri senza vomitare». In pratica, osserva l’autore di Toxic, «l’Hfcs è riuscito ad aggirare la resistenza naturale dell’organismo all’eccesso di glucidi. E proprio come un agente tossico ha sregolato la nostra tolleranza ai prodotti zuccherati». Questo può spiegare perché i nutrizionisti siano concordi nel ritenere che i più esposti al pericolo obesità e sovrappeso siano i bambini. Cosa peraltro confermata dalle cifre. Ad esempio l’International obesity task force ha calcolato che in Italia sono in sovrappeso il 27 per cento dei maschi e il 21 per cento delle femmine tra i 6 e i 17 anni. E un range che va dal 25 al 50 per cento dei bambini obesi mantiene l’eccesso ponderale anche da adulto. A conferma di quanto rilevato da Reymond, l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che anche con una vita sedentaria e solo con un miglioramento del regime alimentare si possono raggiungere risultati sorprendenti, prevenendo tumori e malattie cardiovascolari nel 30-40 per cento dei casi. Ma la globalizzazione delle diete sembra lasciare poca scelta ai consumatori, specie ai più giovani.
Come può un bimbo da solo resistere al gusto della Coca cola o delle famigerate merendine all’Hfcs? Non può, dicono pediatri e psichiatri. Spesso uno squilibrato regime nutrizionale, riscontrabile anche in età adulta per via del conclamarsi di cattive abitudini, affonda le radici nel rapporto alimentare e affettivo vissuto con la madre nel primo anno di vita. Le cause dell’obesità dei bimbi vanno ricercate non solo in una errata educazione alimentare quanto anche nell’uso del cibo come sostitutivo del rapporto con i figli da parte dei genitori. I quali spesso hanno difficoltà a entrare in rapporto con il neonato per cui qualunque pianto viene sedato con l’alimentazione, mentre è noto che non tutte le sue richieste sono legate alla fame. Pertanto anche durante la crescita il cibo appare risolutivo di qualsiasi situazione di sconforto. Ciò spiega come da innumerevoli ricerche risulti che quasi tutti i genitori diano per scontato che ai bimbi non piacciano verdure e legumi eliminati oramai da qualsiasi dieta. E finiscono per proporre ai figli solo i gusti facili di dolci e carboidrati. Non avendo scelta, i bimbi si abituano e alla fine accettano solo questi. Ed entra in azione l’Hfsc.
Left 37/2008
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Pubblicato da Federico Tulli su 3 Settembre 2008
Con 622 voti favorevoli, 32 contrari e 25 astensioni, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che invita la Commissione a presentare proposte volte a vietare a scopi di approvvigionamento alimentare la clonazione di animali, l’allevamento di animali clonati o della loro progenie e l’immissione in commercio di carne o prodotti lattieri ottenuti da animali clonati o dalla loro progenie. Così come l’importazione di animali clonati, della loro progenie, del seme e degli embrioni di animali clonati o della loro progenie nonché la carne e i prodotti lattieri ottenuti da animali clonati o dalla loro progenie. In tale contesto, è precisato, occorrerà tenere conto delle raccomandazioni dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e dell’Ege (Gruppo europeo per l’etica nella scienza e nelle nuove tecnologie).
Il Parlamento, infatti, ritiene che la clonazione “costituisce una grave minaccia all’immagine e alla sostanza del modello agricolo europeo” che si basa sulla qualità dei prodotti, sui principi ecocompatibili e sul rispetto di standard rigorosi di benessere degli animali. Sostiene inoltre che l’impatto della clonazione degli animali per scopi alimentari “non è ancora stato adeguatamente studiato”. Ricorda inoltre che la clonazione “ridurrebbe significativamente la diversità genetica del patrimonio zootecnico, aumentando le probabilità che intere mandrie siano decimate da malattie alle quali sono suscettibili”.
I deputati sottolineano poi che i procedimenti di clonazione “mostrano bassi tassi di sopravvivenza per gli embrioni trasferiti e gli animali clonati”, molti dei quali “muoiono precocemente per collasso cardiovascolare, immunodeficienze, insufficienza epatica, difficoltà respiratorie, disfunzioni renali e anomalie muscoloscheletriche”. Ricordano inoltre che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha osservato che i tassi di mortalità e di malattia dei cloni “sono più elevati rispetto a quelli degli animali concepiti per via sessuale, e che i disturbi e gli aborti in fase avanzata della gravidanza possono avere ripercussioni sulla salute delle madri in affitto”. Notano infine che il Gruppo europeo sull’etica “contesta la legittimità etica della clonazione di animali a scopi alimentari e ritiene che non vi siano argomentazioni convincenti che giustifichino la produzione alimentare ottenuta dai cloni e dalla loro progenie”.
La clonazione animale a scopi alimentari è da oltre 18 mesi al centro di un serrato dibattito a livello comunitario, sia scientifico sia politico, in seguito all’approvazione negli Stati Uniti da parte delle autorità competenti di questo sistema di produzione di animali da macello. Lo scorso 24 luglio l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), su sollecitazione di Bruxelles, ha espresso la propria valutazione scientifica degli eventuali rischi per la salute umana derivanti dal mangiare bistecche e latte prodotti da animali clonati. Rischi che secondo l’Efsa non sussistono. Il parere dell’Efsa riguarda in particolare la sicurezza nel consumo di carne e latte provenienti da mucche, maiali, capre e pecore clonate, ed esclude gli aspetti etici di competenza del Gruppo europeo sull’etica. Per quanto riguarda invece la salute degli esemplari nati attraverso il processo di clonazione, cioè il trasferimento del nucleo delle cellule somatiche (Scnt), l’Efsa ha espresso dei dubbi.
“Non ci sono evidenze di una qualche differenza, in termini di sicurezza, tra i cibi derivati da animali clonati rispetto a quelli provenienti da allevamenti tradizionali”, ha spiegato il direttore del comitato scientifico Efsa Vittorio Silano. “Peraltro – ha aggiunto – nonostante gli studi scientifici in questo campo siano in aumento, le evidenze sono ancora poche. Il che ha costituito una vera e propria sfida per la realizzazione di questo rapporto”. Allo stesso modo sono ancora pochi i dati relativi al possibile effetto ambientale legato alla presenza di animali clonati. Mentre “qualche problema in più, rispetto a quanto si registra tra gli animali nati in maniera naturale, si rileva nella salute degli esemplari ottenuti tramite Scnt”. A tal proposito Silano ha suggerito di “seguire costantemente la salute e il benessere degli animali clonati durante tutto il loro ciclo vitale”. E ancora, di “monitorare l’immunocompetenza degli animali clonati, e misurare la loro capacità o meno di trasmettere le malattie”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)
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Pubblicato da Federico Tulli su 8 Febbraio 2007
E’ con un certo imbarazzo che negli ambienti politici ed economici e più specificamente in tutto il mondo legato all’agricoltura ci si interroga sulla successione, alla guida della Coldiretti, del dimisssionario Paolo Bedoni, chiamato alla presidenza della Società cattolica di assicurazioni. Si dava per scontato che nell’assemblea convocata per domani a Roma allo scopo di eleggere il nuovo presidente la scelta sarebbe caduta su un imprenditore umbro del settore lattiero-caseario, Sergio Marini. Senonché martedì è esplosa a Perugia una sconcertante vicenda giudiziaria, giudicata compromettente per tutti i principali operatori nel settore della trasformazione del latte. Nel capoluogo umbro il Nucleo antisofisticazione dei carabinieri (Nas) ha denunciato sette imprenditori “per la vendita di sostanze non genuine come genuine” e “per le cariche microbiche superiori ai limiti in stato di alterazione”. Ora la situazione ai vertici della Coldiretti si presenta quanto mai delicata. L’assemblea potrebbe infatti essere costretta ad aggiornare i suoi lavori in attesa di un chiarimento della posizione personale di Marini o a scegliere in poche ore un nuovo candidato. A meno che non prevalgano le pressioni del segretario generale della Coldiretti Franco Pasquali e di altri due grandi elettori di Marini, i presidenti del Lazio, Massimo Gargano, e della Campania, Gennaro Masiello, che sono della tesi di ignorare l’accaduto.
Non è casuale perciò che il capo dell’Ufficio stampa della Coldiretti Masimo Aliprandi abbia negato al VELINO che ci sia qualche problema in relazione all’investitura di Marini aggiungendo che il presidente della Coldiretti umbra non è un imprenditore del settore lattiero caseario ma un “produttore di fiori”. A meno che non si tratti di un’omonimia Sergio Marini risulta invece presidente del Consiglio di amministrazione della Grifo Latte di Perugia. Un peso determinante in sede di Consiglio nazionale, di cui fanno parte tutti i presidenti regionali, lo ha il segretario generale Franco Pasquali, una sorta di eminenza grigia che vanta il merito di assicurare la continuità della leadership della Coldiretti e di avere attraversato indenne ben quattro presidenze. Le indagini del Nas hanno portato alla denuncia di sette titolari di stabilimenti di trasformazione e produzione del latte fresco e caseifici con sede a Perugia Assisi, Scheggia e Todi. Oltre al deferimento di ventuno titolari di insediamenti zootecnici operanti nei comuni di Perugia, Assisi, Cannara, Castiglione del Lago, Deruta, Foligno, Gualdo Tadino, Montefalco, Scheggia, Spello, Todi, Trevi, Valfabbrica, Attigliano, Calvi dell’Umbria, Fabro, Lugnano in Teverina e Narni. L’accusa è di aver smaltito in maniera abusiva carcasse di animali morti. Denunciati anche quattro veterinari per l’omessa vigilanza e la mancata adozione di provvedimenti sanitari.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2006
“Coldiretti condurrà ogni tipo di azione a favore dell’indicazione dell’origine degli alimenti sulle etichette, forte del fatto che la sua battaglia è largamente condivisa dal sistema delle imprese agroalimentari e dai consumatori italiani”. Sono le parole con cui il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, Rolando Manfredini, annuncia al VELINO nuove iniziative dell’organizzazione agricola italiana volte a sopperire la bocciatura subita dalla Commissione europea della legge 204/2004. Secondo Bruxelles, che avrebbe agito sulla base di un esposto presentato da Federalimentare, l’indicazione in etichetta dell’origine per i prodotti agroalimentari stabilita dalla 204 minaccia la libera circolazione delle merci. Di fronte al pericolo dell’avvio di un procedimento d’infrazione “per il mancato rispetto delle norme comunitarie sulla concorrenza”, espressa dal commissario europeo per la Salute e la tutela del consumatore, Markos Kyprianou, il ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, ha annunciato di non voler dare luogo all’applicazione della legge del 2004 fino ad ora sempre rimandata in attesa del placet di Bruxelles. “Tutta la storia è un micidiale controsenso – commenta Manfredini -, a cominciare dal fatto che sia stata un’organizzazione italiana a spingere per la bocciatura di una legge che tutela la produzione alimentare made in Italy nonostante i sondaggi rivelino che a favore di una trasparente etichettatura si è pronunciato il 70 per cento dei consumatori”. Inoltre, precisa Manfredini, è significativo che la forte resistenza in Italia provenga dalla sola Federalimentare: “Interi settori produttivi non food hanno proposto le loro leggi sull’origine delle materie prime che compongono il prodotto finito. Tessile, manifatturiero, ceramiche, marmi confermano – semmai ce ne fosse bisogno – che la penetrazione nel mercato globale dei prodotti italiani dipende dal livello di identificazione e differenziazione della merce. Ma questa necessità non è compresa da Federalimentare”.
Stando a quanto sostiene Coldiretti, dunque, si corre il rischio che le imprese produttrici di vero made in Italy, quello derivato cioè da materie prime provenienti dal solo territorio nazionale, escano seriamente danneggiate dalla decisione della Commissione. Agli occhi di Bruxelles e di Federalimentare, osserva il responsabile di Coldiretti, “un prodotto alimentare è made in Italy per il solo fatto di essere trasformato in Italia e questo è un indubbio vantaggio per chi acquista all’estero certe materie prime, certo a prezzo nettamente inferiore delle corrispondenti italiane”. E non solo. Tale modo di vedere le cose, oltre a favorire chi inganna i consumatori convinti di mangiare italiano, determina uno strano corto circuito con il principio della competitività, pilastro su cui poggiano le norme che regolano il mercato di Eurolandia. Infatti, racconta Manfredini, “permettere al cliente l’individuazione dell’origine della materia prima leggendo l’etichetta come recita la 204 significa legare quel prodotto a un determinato territorio. Negare questa possibilità significa tagliare le gambe alla produzione agroalimentare italiana che regge il confronto con il mercato globale proprio grazie al fattore differenza”.
Ricapitolando, l’Italia si era dotata di una legge che propone la trasparenza ai massimi livelli e non viene accettata perché, dice la Commissione, è contro la libera circolazione delle merci dato che in questo modo si favorirebbe il prodotto italiano a scapito di quelli stranieri. Oltre a essere incredibile che la Ue abbia potuto accettare una tesi del genere, sembra che a Bruxelles si siano dimenticati che chi decide se e cosa comprare non è il legislatore ma il consumatore. Non va dimenticato che, conclude il responsabile Sicurezza alimentare di Coldiretti, “con la bocciatura della 204/2004 viene negato il diritto di sapere se gli spaghetti che vogliamo acquistare sono prodotti con grano duro proveniente da paesi in cui, per esempio, viene utilizzata la manodopera infantile”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 17 Novembre 2006
Mai mangiato un tartufo taroccato? Probabilmente sì. Ma accorgersene è sempre più difficile. A meno che non sappiate riconoscere l’aroma dell’oro nero di Federico Tulli
Chi di noi, almeno una volta, non ha speso pochi euro per acquistare su bancarelle improvvisate una maglia o una borsa dalla griffe inconfondibile ma palesemente falsa? Un fiorente commercio che spesso avviene davanti a vetrine che esibiscono prodotti simili ma col marchio originale. In questo caso, il gusto di aver risparmiato centinaia di euro aumenta in maniera esponenziale. Ma non sempre chi compra un falso lo sa. È il caso degli alimenti falsificati, quello che più inganna e che lascia l’amaro in bocca, oltre le tasche vuote. Protagonista di una nuova e famigerata truffa alimentare è il bismetiltiometano, un gas derivato del petrolio che, se la si pensa dalla parte dei “taroccatori” di professione, ha un pregio: usato in dosi adeguatamente diluite libera un aroma quasi del tutto simile a quello del tartufo. Insomma, il gas viene usato per far credere al consumatore di gustare un prodotto a base del pregiatissimo tubero italiano. E si tratta di un’operazione non perseguibile in termini di legge perché a mettere al riparo i truffatori è la dizione “aroma naturale”. Così, attraverso questa “formula magica”, l’utilizzo del bismetiltiometano negli alimenti diventa lecito. Il petrolio, si sa, esiste in natura, e allora salse, olii, creme “tartufate”, possono riempire interi scaffali di supermercati, a prezzi non bassi ma sicuramente più convenienti dei trenta euro a grammo che mediamente bisogna pagare per grattare un vero tartufo sul carpaccio o sulle tagliatelle. Se qualcuno, però, dopo aver mangiato una pasta all’olio tartufato accusa problemi di digestione, sappia che la causa è quasi sempre da imputarsi al miracoloso gas aromatico. «Quello che le persone, perlopiù, non sanno è che con pochi grammi di tartufo è possibile insaporire e profumare il pranzo di una decina di persone», osserva con amarezza il presidente dell’Associazone tartufai senesi, Gianfranco Berni. «Ma ciò che è peggio – prosegue – è che l’assuefazione al forte sapore del tartufato porta a non riconoscere più il pregio dei veri tartufi nostrani, che hanno un gusto delicato e rilasciano un profumo sicuramente non aggressivo».
È proprio questo cortocircuito del palato ad aver favorito negli ultimi anni l’uso fuori legge del bismetiltiometano, sempre più abbinato al commercio illegale di tartufi provenienti dalla Cina. «Sappiamo di carichi di tuberi meno saporiti di una patata, che entrano in Italia illegalmente al costo di 28, 30 euro al chilo, per poi essere venduti, dopo l’aggiunta di bismetiltiometano, come tartufi senesi o marchigiani a dieci volte di più», chiosa Berni. Alcuni stimano che questo commercio corrisponda ormai a più del 60 per cento del mercato italiano, un dato che rende praticamente matematico mangiare tartufi d’importazione cinese e poi “addizionati” nei ristoranti, dove il cliente non può certamente fare le stesse valutazioni di quando acquista un tubero direttamente dalle mani del tartufaio. «Il vero problema – rivela Berni – è l’assenza dell’obbligo di tracciabilità del tartufo italiano. Una battaglia che la nostra associazione conduce senza successo da diversi anni anche per via di forti resistenze da parte delle categorie più potenti». Già, perché pur essendo un alimento di gran pregio, nonché tipico di zone circoscritte, ancora manca una legge che imponga di informare del percorso compiuto dal fungo prima di arrivare sul banco del commerciante o nella cucina del ristorante. «Eppure – conclude con una punta di malizia il presidente dell’Associazone tartufai senesi – vogliono fare sempre i pignoli sulla provenienza di fagioli, patate e cipolle. Possibile che del tartufo non importi nulla a nessuno?».
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Pubblicato da Federico Tulli su 16 Novembre 2006
Non tutto è oro quello che luccica. Un consiglio che chiunque dovrebbe tenere a mente se ha la fortuna di ritrovarsi a tavola davanti a un buon piatto condito con il tartufo. È stato calcolato infatti che il 60 per cento dei tartufi venduti in Italia altro non sono che copie taroccate dei pregiati trifoli di Alba, della Val d’Orcia o delle Marche. “Sappiamo di carichi di tuberi provenienti dalla Cina meno saporiti e profumati di una patata che al costo di 28-30 euro al chilo entrano in Italia clandestinamente per essere venduti come tartufi bianchi a un prezzo decuplicato”, rivela al VELINO il presidente dell’Associazione tartufai senesi (Ats), Gianfranco Berni. La contraffazione avviene nel nostro paese e sono due i metodi usati dalle organizzazioni criminali per “truccare” i tuberi asiatici: “C’è chi li inietta di bismetiltiometano, un gas distillato dal petrolio il quale usato in dosi adeguatamente diluite libera un aroma assimilabile a quello del tartufo e chi, con più tempo a disposizione, li tiene chiusi in stanzoni con tuberi originali in attesa che si permeino dell’inconfondibile profumo”.
Una volta taroccati, i tartufi cinesi sono pronti per essere immessi sul mercato grazie anche alla connivenza con i contrabbandieri di commercianti e ristoratori senza scrupoli. “Passi per un consumatore occasionale, ma – osserva Berni – è impossibile per un esperto non accorgersi della truffa. Sarebbe sufficiente un assaggio veloce per rimanere colpiti dal forte retrogusto di questi falsi che nulla ha a che fare col delicato sapore dei tartufi nostrani”. Il vero problema, sottolinea il presidente dell’Ats, “è l’assenza dell’obbligo di tracciabilità del tartufo italiano”. Una battaglia che l’Associazione tartufai senesi conduce senza successo da diversi anni anche per via di forti resistenze da parte di categorie molto potenti. Col risultato che chiunque ha la possibilità di fare affari con tartufi di provenienza ignota e qualità dubbia, con le relative ovvie implicazioni dal punto di vista sanitario e fiscale. Già perché non esiste ancora una legge italiana o comunitaria che imponga l’informazione sul percorso compiuto dal diamante bianco prima di arrivare sul bancone dei commercianti o nelle cucine dei più famosi ristoranti. Eppure, sibila Berni, “questi qui vogliono sempre sapere con precisione maniacale tutto sulla provenienza di fagioli, patate, cipolle. Possibile che del tartufo non gliene importi nulla?”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2006
Trasparenza, qualità, sicurezza degli alimenti e un settore agricolo rispettoso dell’ambiente. È quanto chiede il consumatore italiano al comparto agroalimentare secondo l’indagine Coldiretti-Ispo: “Le opinioni degli italiani sull’alimentazione”. La ricerca, presentata dal presidente dell’Ispo, Renato Mannheimer, al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, oltre a rivelare quali siano le tendenze dei consumatori ha fornito all’industria agroalimentare italiana spunti fondamentali per le proprie strategie. No a cibi geneticamente modificati e sì al made in Italy con particolare attenzione alla qualità, è questo l’orientamento del consumatore italiano evidenziato da Mannheimer. Otto italiani su dieci, infatti, bocciano le manipolazioni genetiche perché “fanno male alla salute” e nove su dieci promuovono a pieni voti la produzione alimentare italiana. Inoltre, quasi la metà degli italiani è disposta a pagare di più pur di mangiare prodotti tipici e di qualità targati Italia. Proseguendo nell’analisi, Mannheimer ha evidenziato come gli italiani ritengano particolarmente pericolosa l’ipotesi di apertura del mercato a carne e latte derivati da animali clonati, marcando così la differenza con quanto avviene negli Stati Uniti dove la Food and Drug Administration ha invece deciso di non porre alcuna barriera a questo tipo di prodotti. “Sono dati che confermano la bontà della scelta italiana di puntare su un’agricoltura libera da organismi geneticamente modificati – ha commentato il presidente di Coldiretti, Paolo Bedoni -, tanto più che considerando il territorio europeo risiede in Italia una impresa biologica su tre ed è marcato italiano un prodotto tipico su cinque”.
Nonostante il fatturato per i soli prodotti tipici sia stato nel 2006 di ben nove miliardi di euro resta ancora molto da fare. infatti, per il presidente di Coldiretti “bisogna accelerare il percorso già iniziato a livello europeo dove sono state adottate le norme per l’etichettatura di origine della carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza. Per ora, proprio grazie alla mobilitazione della Coldiretti, si è ottenuto di apporre l’etichetta di origine per il latte fresco, per la carne di pollo e per la passata di pomodoro. Troppo poco, visto che è ancora anonima la provenienza di carne di maiale, conserve vegetali, succhi di frutta, pasta e olio extra vergine d’oliva”. Bedoni ha poi ricordato che il settore agroalimentare italiano ha fatturato nel 2005 oltre 180 miliardi di euro e rappresenta circa il 15 per cento del Pil. Forte di questi numeri e anche dei vari primati quantitativi in Europa nella produzione di riso, tabacco, frutta fresca e ortaggi freschi, il presidente di Coldiretti ha espresso la speranza che la garanzia di qualità e sicurezza dei prodotti diventi la priorità da perseguire tramite nuove politiche agricole. La produzione va adattata in funzione delle aspettative dei consumatori. “Occorre proseguire sulla strada dell’etichettatura obbligatoria, maggiori informazioni e più trasparenza – ha concluso Bedoni – sono le chiavi per dinamizzare la crescita del comparto agroalimentare italiano ed europeo”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli) 20 ott 2006 18:41
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