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Archivio per la categoria ‘Ricerca scientifica’

Un tranquillo rivoluzionario

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Charles Darwin impiega 21 anni per dare alle stampe L’origine delle specie. Il filosofo Pievani: «Quel 24 novembre 1859 cambiò il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura» di Federico Tulli

È la mattina del 24 novembre 1859, a Londra, quando vede la luce una delle più dirompenti opere scientifiche della storia, L’origine delle specie di Charles R. Darwin. L’effetto provocato è lo stesso di un tappo per lo champagne. «Frenato dal timore di una reazione negativa della società dell’epoca profondamente religiosa e dal giudizio della comunità scientifica più conservatrice – spiega a left Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza alla Bicocca di Milano – Darwin aveva tenuto chiuse nel cassetto le sue idee sulla selezione naturale delle specie sin dal 1838. Improvvisamente, in tutta fretta, comincia a raccoglierle in un libro che darà alle stampe in pochi mesi. Dopo 21 anni di gestazione». Era successo che il collega Alfred Russel Wallace stava arrivando alle sue stesse conclusioni. Darwin rischiava di perdere la paternità della teoria evoluzionista. «Chiuso nella sua tenuta di Down – prosegue Pievani – il nostro si decide a riassumere gli scritti che stava preparando da anni in modo inconcludente. La moglie  correggeva le bozze, lamentandosi della sua punteggiatura. Alla fine, comunque, come riassunto gli è venuto bene». Non c’è dubbio. E anche se l’opera non andò subito esaurita, il successo di critica fu immediato. Anzitutto, al contrario di quanto temeva Darwin la reazione delle gerarchie anglicane non fu poi così tremenda. Tutto sommato L’origine delle specie non trasformò il suo autore nel diavolo. «Tanto è vero che quando nel 1882 muore – nota Pievani – viene sepolto a Westminster, il tempio dell’anglicanesimo. In definitiva, in Inghilterra l’evoluzionismo non ha mai avuto grandi problemi. E infatti il creazionismo nasce negli Usa. Da tutt’altra parte, 50 anni dopo». Dato il prezzo del libro, gran parte degli estimatori apparteneva alla borghesia. Ma come tutte le teorie destinate a cambiare il corso della storia, il pensiero darwiniano cominciò a propagarsi pure tra i ceti meno abbienti. «Si diffuse l’idea che questa rivoluzione scientifica e culturale dovesse essere condivisa anche da un pubblico di persone non acculturate e non facoltose». In tal senso, racconta Pievani, quanto accaduto 150 anni fa è paradigmatico del fenomeno dell’“evoluzione culturale”. «L’origine delle specie è un sasso nello stagno della cultura. È un’opera scritta per tutti e non solo per esperti, proprio perché nel suo stile si percepisse il segno di una campagna culturale, non solo scientifica. Insieme al Dialogo di Galileo, è un capolavoro di “scienza in prosa”. I naturalisti italiani lo capirono così bene da dedicare le prime conferenze “darwiniane” non alle accademie ma al pubblico più ampio, con quelle che in varie città furono chiamate “lezioni popolari”». Come ad esempio agli operai di Torino. «Un caso felice di ricezione rapida, condivisa (anche se non da tutti) e democratica di una rivoluzione scientifica che cambiava il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura ma anche il metodo delle scienze naturali che trovavano finalmente una grande cornice teorica coerente e corroborata. Fosse successo oggi – conclude il filosofo – non so se sarebbe andata altrettanto bene. Segno che forse l’evoluzione culturale non necessariamente progredisce».

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L’evoluzione delle idee, in libreria

«Per evoluzione culturale si intende quell’insieme di processi di trasformazione e di trasmissione che riguardano non le specie biologiche ma le idee e i comportamenti appresi, nella nostra specie soprattutto ma non solo», spiega Pievani che è curatore di Scienze e tecnologie, l’ottavo volume dell’opera Utet La cultura italiana, diretta dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza. In questo tomo, pubblicato a ottobre, il filosofo della scienza mette in evidenza analogie e differenze fra evoluzione biologica e culturale, adottando come caso proprio la storia della cultura italiana e la sua grande diversità. Ne è derivato un affresco interdisciplinare ricchissimo, in cui si seguono gli sviluppi della cultura italiana nelle sue somiglianze con l’evoluzione biologica («selezioni, derive di idee, innovazioni, diffusioni geografiche, scuole che resistono, svolte cruciali») e nelle specificità della cultura come soggetto evolutivo: «La sua rapidità di diffusione in orizzontale, come un contagio di idee, la sua progettualità, la sua capacità di influenzare ormai profondamente anche l’evoluzione biologica umana». left 46/2009

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La bufala del feto imitatore

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Novembre 2009

Al contrario di un adulto, il feto umano non ha alcuna capacità di localizzare o distinguere uno stimolo da un altro. Lo sosteneva già nel ’91 Fitzgerald sul British medical bulletin. Nel 2006 Spitzer e White concludevano che dalla ventesima alla ventottesima settimana il cervello del feto è in silenzio elettrico assoluto. E poi ancora: «In utero è protetto dal dolore, dalla luce e dai rumori ad alta frequenza». Per tenere basso metabolismo e consumo di ossigeno, infatti, prevalgono potenti processi neuroinibitori, caratteristici della nostra specie, indispensabili per sopravvivere a determinate condizioni avverse. Una su tutte: la pressione subita dalla scatola cranica al passaggio nel canale del parto. Insomma, è assodato che nello stato fetale non si può mai parlare di capacità percettiva. E che tutto cambia con la nascita, come è stato scritto da psichiatri e scienziati pure su queste pagine. Non si comprende, allora, il risalto dato da quotati media nazionali alla notizia secondo cui, studiando il vagito di alcuni neonati, i ricercatori dell’università di Wurzburg hanno concluso che l’essere umano, durante «la vita» fetale, «registra» e «impara a imitare» la lingua della madre. Financo «il dialetto». La “prodigiosa” scuola avverrebbe negli ultimi tre mesi di gravidanza. Lo studio è stato pubblicato su Current Biology. Qualcuno avverta i fautori dell’essere umano “tavoletta di cera” che siamo entrati nel terzo millennio. Dopo Cristo. left/45/2009 **Federico Tulli**

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Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Novembre 2009

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

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«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

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Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

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Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

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Un brillante ciarlatano

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Ottobre 2009

Sono passati cento anni dalla morte di Cesare Lombroso. Deriso in vita per le sue ricerche, divenne icona con il fascimo di Federico Tulli

 

«Passò una vita a cercare invano la gloria scientifica rinchiuso giorno e notte in uno stanzino, facendo esperimenti e sezionando cervelli di delinquenti per provare la fondatezza della sua teoria dell’atavismo criminale, ma solo da morto Cesare Lombroso ha ricevuto gli onori cui tanto ambiva. Dal fascismo. Riesumato con l’ondata nazionalista del regime, il padre dell’antropologia criminale trovò posto nell’ideale bacheca di italiche menti, non importa quanto brillanti, da mostrare con baldanza alle potenze straniere concorrenti». A 100 anni dalla sua morte avvenuta a Torino il 19 ottobre 1909, Lombroso torna sotto i riflettori grazie a iniziative culturali ed editoriali (vedi box). Con Luana Testa, psichiatra della Asl Roma D e autrice di pubblicazioni scientifiche sulla storia della psichiatria italiana del 900, tracciamo un profilo di Lombroso che ne fu discusso protagonista. «Quasi nessuno nell’“ambiente” lo considerava uno scienziato», spiega la psichiatra. «Kraepelin, ad esempio, ne aveva scarsa stima, benché lui lo corteggiasse parecchio». Come si spiega allora il successo mondiale de L’uomo criminale (1876), nel quale il criminologo sviluppò la sua teoria antropologica della delinquenza? «Il libro godeva di credito solo tra la gente comune», prosegue Testa. «Quando esce siamo in piena rivoluzione industriale. Le campagne si svuotano a favore delle nuove grandi città. Mentre prima nei paesini tutti si conoscevano, ora il vicino di casa è lo sconosciuto. Che fa paura, può essere un delinquente. Lombroso in qualche modo rispondeva a queste angosce. Delineando il profilo anatomico del criminale forniva gli elementi per riconoscerlo». C’era però un fatto. Lombroso partiva da un suo pensiero che in realtà era fuori da ogni contesto. «Siccome aveva trovato una fossetta mediana nella prima autopsia che fece al cranio di un delinquente, cercò tutta la vita la stessa fossetta in tutti i criminali. Non trovandola, peraltro. Pertanto i suoi presupposti erano errati e a-scientifici. Inventava una cosa e cercava di renderla vera. E tutto sommato ancora oggi la psichiatria organicista fa lo stesso – chiosa Testa -. Quando si trova un gene particolare nel dna di uno schizofrenico subito parte in cerca di quello stesso gene in tutti gli schizofrenici». Misogino e sessuofobico come gran parte della “cultura” del suo tempo, Lombroso dedicò l’ultima parte della vita agli studi esoterici. Fu un gran frequentatore di sedute spiritiche. Ma evidenti segni di pazzia li aveva già manifestati quando “fece” morire suo figlio di 5 anni. La storia è agghiacciante. «All’epoca la difterite era molto contagiosa. Pur essendo un medico e avendo chiara l’idea della contagiosità, fece entrare in casa un amico che non era del tutto guarito dal virus e lo lasciò giocare tranquillamente col figlio. Che dopo pochi giorni morì».

 

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Discutibile ma ancora attuale

Breve colloquio con lo storico della Medicina, Gilberto Corbellini

Ci sono tracce di Lombroso nella medicina moderna?
È opinione comune ritenere Lombroso il principale rappresentante di quel tipo di biologismo e determinismo scientifici che, applicati a problemi di carattere sociale, hanno fatto da anticamera o hanno direttamente determinato derive tecnocratiche rappresentate in molti Paesi dalle leggi eugeniche, discriminanti e razziste. Io la vedo un po’ diversamente. Secondo me Lombroso non era una persona di grande genio, ma sottolineerei l’importanza dei suoi tentativi di decifrare una serie di comportamenti umani a partire dalle conoscenze scientifiche. In linea di principio la sua era un’aspirazione del tutto corretta. Come ritengo sia corretto riuscire finalmente a parlare e impostare certi problemi di carattere politico, sociale, penale su solide basi empiriche.
Lombroso ha vissuto in un periodo di grandi cambiamenti storici, sociali e scientifici. Ed è stato un “maniacale” ricercatore di dati antropologici…
In questo campo secondo me fu il miglior ricercatore dell’epoca. Lui era un gran raccoglitore di fatti. Ma aveva una limitata capacità di critica visto che metteva nello stesso calderone dati oggettivi e presunti “fenomeni” paranormali. Era talmente ossessionato dal dover portare un approccio scientifico ed empirico in tutti i campi che è caduto vittima della medium Eusapia Palladino, un fenomeno da baraccone che ha girato tutto il continente all’inizio del 900 e che comunque folgorò anche diversi premi Nobel.
La donna delinquente (1893) è una sequela di idee preconcette (per non dire razziste) nei confronti del genere femminile. Pensando a Perché gli scienziati non sono pericolosi, che lei ha scritto per Longanesi, il fatto di lavorare sulla base di pregiudizi non rende automaticamente “pericoloso” quel ricercatore?
Gli scienziati sono pericolosi se si allontanano dai fatti. Se mettono i loro preconcetti al di sopra dei fatti o piegano i fatti ai pregiudizi. Ma in questo senso chiunque assume tale comportamento, sia esso scienziato, prete o economista è pericoloso. I pregiudizi di Lombroso riguardo alle donne erano diffusissimi a quel tempo. Ma proprio perché la inadeguatezza delle teorie e dei modelli scientifici che si utilizzavano nella criminologia non consentiva di affrontare empiricamente certe cose, subentravano quei pregiudizi che venivano ammantati di una sorta di scientificità.
Ci spieghi meglio…
Secondo Lombroso esisteva un modello standard di tratti somatici, e lui sosteneva che se c’era uno standard superiore biologicamente e moralmente era quello dell’uomo bianco. Ed è quindi giusto dire che era pericoloso. Come pericolosi erano quei politici che affermavano certe idee di tipo razzista e discriminatorio e poi cercavano un’interazione e una collaborazione con gli scienziati per affermare questi pregiudizi all’interno di norme legislative. Però se noi ci soffermiamo sul fatto della pericolosità delle teorie lombrosiane vediamo solo un aspetto superficiale di un fenomeno molto più complesso.
Quel continuo fare rilevazioni da parte di Lombroso sulle anomalie anatomiche e quindi ricercare nella biologia dell’essere umano la causa di un comportamento violento, può consentirci di fare un nesso con la “filosofia” delle neuroscienze moderne che ricercano nel dna umano le prove genetiche della malattia mentale?
Lombroso andava a vedere la morfologia della testa, faceva dei rilievi craniometrici, cercava le fossette o altre caratteristiche anatomiche, perché quelli erano gli strumenti che gli metteva a disposizione la scienza del tempo e perché era stato influenzato dalla frenologia e dalla fisiognomica. Aveva un approccio morfometrico. Oggi invece si hanno degli approcci funzionali e questo rappresenta un avanzamento epistemologico straordinario nelle scienze del comportamento. Io dico di fare attenzione a guardare alle sciocchezze che può aver detto Lombroso come indicatrici di qualcosa che equivale al filone di ricerca nelle neuroscienze. Adesso si fanno cose che in linea di principio sono quasi simili, ma siccome non credo né nell’anima né nella psiche e ritengo che il comportamento umano sia determinato da processi biochimici che accadono dentro le cellule, penso che anche di questo si debba tener conto. Come anche che questi processi biochimici siano modulati da interazioni con l’ambiente.

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Contraddizioni in mostra

A 100 anni dalla morte del fondatore dell’antropologia criminale, si riallestisce a Torino il “suo” museo, unico al mondo. Dal 27 novembre, al museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” in mostra collezioni di preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato e produzioni artigianali, realizzate da internati nei manicomi e da carcerati. E poi un’importante iniziativa editoriale: Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet). Curato da Silvano Montaldo e Paolo Tappero, il saggio affronta la “galassia” Lombroso sotto molteplici punti di vista, aprendo filoni di ricerca nuovi per l’Italia e facendo il punto su alcune questioni ancora oggetto di discussione. left 43/2009

 

 

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Cosa ci rende umani?

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

Al Festival di Genova, il mondo delle neuroscienze a confronto per rispondere alla domanda delle domande. In Italia, le caratteristiche esclusive della nostra specie sono oggetto di studio di psichiatria e neonatologia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, oramai senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie. Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, le dinamiche e la “morte” del pensiero. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis che saranno tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi si incardinano idealmente in una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che left segue da sempre con attenzione e con la quale desidera metterli a confronto.  Ma andiamo per ordine e partiamo da Genova. Sabato 24 ottobre, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, si occupa delle ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira all’antico principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, ed è per questo che i neuroscienziati tagliano il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano queste immagini con software ricercati. Il risultato finale è una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci stiamo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro. Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Pure nel caso di Gazzaniga, è il suo ultimo saggio a dare il titolo alla lectio magistralis del 25 ottobre. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California – Santa Barbara, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e ci differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Particolarmente seduttivo è quando la ricerca di Gazzaniga si concentra sull’osservazione dell’abilità a imitare propria dei neonati umani. Abilità che sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – prosegue Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza. Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bimbo non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – suoni come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

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GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

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Non è un pianeta per scimmie

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

©flickr-Marina & Enrique

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Alla scoperta di un mondo che non è poi così tanto diverso dal nostro. La meticolosa comparazione tra il comportamento dei primati non umani e quello della nostra specie nell’ultimo straordinario libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker di Federico Tulli

Orang pedek, yeti, big foot. La leggenda di ominidi sopravvissuti alle rigide leggi dell’evoluzionismo alimenta da un paio di secoli le fantasie dei più incalliti etologi e naturalisti. Dall’isola di Sumatra in Indonesia, alle pendici himalayane fino alle sconfinate foreste della Columbia britannica nel nord ovest degli Stati uniti, vere “storie” e presunti avvistamenti di esseri pelosi di dimensioni variabili, ma comunque imponenti, fanno da irresistibile richiamo per gli studiosi di tutto il pianeta. Quale scienziato non sogna di imbattersi un giorno in un grosso esemplare di una specie sconosciuta? In attesa che tracce, foto e descrizioni di chi giura di averne incontrato uno almeno una volta si materializzino in prova certa, c’è da dire che lo studioso della specie animale con il Dna più simile a quello dell’uomo non rischia di sicuro la noia. Lo testimonia l’ultimo meraviglioso libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker, Pianeta scimmia, appena giunto in libreria per DeAgostini. La straordinaria somiglianza di gorilla, scimpanzé, bonobo e oranghi alla nostra specie è narrata pagina per pagina attraverso una folgorante sequenza di materiale fotografico firmato dai più abili esperti del campo. Una somiglianza che nella gran parte dei casi va anche oltre quella espressiva documentata da incredibili primi piani. Ed è qui la novità del lavoro di Morris. Ape jkt LBF08Il famosissimo autore de La scimmia nuda ritorna ad analizzare l’uomo in quanto primate evoluto, partendo dalla relazione e dalla comparazione del nostro mondo con quello delle grandi scimmie. Con il consueto stile divulgativo Morris svela i segreti dei primati non umani: dove vivono, qual è la loro organizzazione sociale e in che modo si rapportano con i loro simili. La vera novità, appunto, è nella comparazione tra il loro comportamento e quello  umano. Ne emerge che queste affascinanti creature rappresentano nel vero senso della parola lo specchio dell’umanità. Sia per capacità imitativa delle nostre espressioni, sia per la razionalità della loro organizzazione sociale. Ed è uno specchio che secondo il grande etologo britannico non riflette solo il nostro passato, durante il quale la lotta per la sopravvivenza quotidiana lasciava all’uomo poco tempo da dedicare, per esempio, alle espressioni artistiche. Negli occhi vispi di questi animali possiamo leggere pure il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro: «I problemi legati al degrado dell’habitat naturale con cui essi si confrontano potrebbero, domani, divenire i nostri», dice Morris. Ma poi, a pensarci bene, pure il bracconaggio e le malattie che minacciano l’esistenza delle scimmie antropomorfe troppo assomigliano, guardando al mondo umano, alle cosiddette esportazioni di democrazia per non dire delle politiche di devastazione ambientale, che costringono, oggi, milioni di persone ad abbandonare la propria terra. Senza essere certi di trovarne una nuova. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Quante crociate contro la medicina

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Ottobre 2009

Biotestamento e trapianti nel mirino degli ideologi del Vaticano. Per eliminare la libertà di cura e ricerca. Intervista al neurologo Carlo Alberto Defanti di Federico Tulli

È stato tra i primi in Italia a porsi il problema di trovare una «definizione di morte cerebrale che coincida esattamente con quello che noi conosciamo e con quello che noi facciamo giorno per giorno nella pratica clinica». Il neurologo Carlo Alberto Defanti, insieme ai colleghi Nereo Zamperetti, Rinaldo Bellomo e Nicola Latronico, nel 2004 e poi nel 2008, su Intensive Care Medicine ha proposto la dizione di «coma apneico irreversibile». Per meglio comprendere le dinamiche di questa ricerca e per approfondire le motivazioni della messa in discussione dei criteri di morte cerebrale del protocollo di Harvard del 1968 avanzata dal Festival della salute di Viareggio (vedi left n. 39/2009), abbiamo rivolto alcune domande al medico che ha seguito Eluana Englaro dal 1996 sino alla fine.

Professor Defanti, perché a distanza di decenni da Harvard ha sentito l’esigenza di cercare una diversa definizione di morte cerebrale?

Quando ad Harvard esposero quei criteri grosso modo erano condivisi universalmente anche se erano pensati a “tavolino”. Sulla base cioè di quello che si sapeva sulla fisiologia umana ma in assenza di una verifica empirica. Con l’andare del tempo si sono accumulate esperienze e sono diventate chiare alcune discrepanze con quei criteri, inimmaginabili a fine anni 60.

Ci faccia un esempio.

Fino al 1986-87 eravamo tutti convinti che una volta giunto alla morte cerebrale chiunque sarebbe deceduto per arresto cardiaco al massimo dopo pochi giorni. Anche se il rianimatore avesse insistito a tenere “in vita” il soggetto. Poi si è osservato che non è vero: continuando ad assistere questi pazienti in maniera intensiva si può prolungare la loro “sopravvivenza”. Al tempo stesso, però, non si è mai visto alcun recupero di nessun genere. Cioè, l’irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali è oramai ampiamente provata. Ciò che non è provato è che la perdita delle funzioni non sia compatibile con una vita biologica assistita, anche lunga.

Quando la situazione è irreversibile non siamo in presenza di accanimento terapeutico?

No, se stiamo parlando dei casi piuttosto noti di donne giovani incinte che erano andate incontro a morte cerebrale per incidente o emorragia cerebrale, in una fase di gravidanza in cui il feto non aveva ancora raggiunto la soglia di vitalità. In questi casi i rianimatori hanno tentato di far sopravvivere biologicamente la donna per consentire il taglio cesareo e la nascita del figlio. Questo è avvenuto con successo in più occasioni, anche per tre mesi. Dati che fanno abbastanza impressione ma che ci dicono che i soggetti in morte cerebrale con opportuna assistenza medica e tecnologica sono biologicamente ancora vivi.

Secondo “Harvard” la morte cerebrale è la «cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello».

Questa è la definizione sia della legislazione americana che di quella italiana. Invece il dato pratico è che in alcuni dei soggetti che noi consideriamo in morte cerebrale alcune funzioni residuali poco importanti continuano a esserci. Come quelle dell’ipotalamo e dell’ipofisi. A questo punto è normale per uno scienziato tentare di individuare una nozione di morte cerebrale più semplice e coerente con la realtà. I trapiantologi non sono tanto d’accordo. Discutere della morte cerebrale in maniera fredda e razionale prescindendo dalla questione dei trapianti è diventato quasi impossibile. Come è accaduto a Viareggio, chi avanza dei dubbi viene accusato di voler sabotare la pratica dei trapianti. È successo anche a me in più occasioni. In particolare a una riunione della Nord Italia Transplant. È indubbio che la definizione di Harvard abbia creato le premesse per l’attività di trapianto, come è indubbio che questa attività sia utile visto che permette di condurre una buona vita a centinaia di migliaia di persone nel mondo. Per nessun motivo la gente vuole mettere in pericolo questa possibilità e io per primo.

Il concetto di morte cerebrale è stato messo in discussione anche dal vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei, nel nome «dell’etica cristiana». «La definizione di cosa sia la vita e cosa sia la morte – ha affermato De Mattei – non spetta allo scienziato, il quale può solo accertare un decesso». Con queste parole difendeva un articolo del 2008 sull’Osservatore Romano in cui Lucetta Scaraffia ha riesumato la tesi di Hans Jonas. Secondo il quale, come denuncia la neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla, «va proibita qualsiasi violazione dell’integrità del corpo delle persone in una condizione estrema e il medico dovrebbe arrendersi e diventare spettatore rispettoso di quel processo insondabile che sarebbe la morte». Che fine fanno il progresso medico e i traguardi raggiunti grazie alla tecnologia per la salute umana?

I dubbi di De Mattei e Scaraffia sono stati sollevati in una chiave diversa dalla mia. Loro fanno capo a un gruppo di studiosi che si oppone sia al concetto di morte cerebrale che ai trapianti. E vogliono tornare a una situazione pre Harvard, alla definizione cioè di morte per arresto cardiaco. Puntano ad ammettere che i trapianti siano fattibili solo dopo che il cuore abbia cessato di battere. Questa posizione sarebbe, sì, gravemente nociva alla pratica del trapianto perché bisognerebbe attendere almeno 20 minuti per espiantare e a quel punto gli organi prelevati sarebbero già ampiamente danneggiati. Io, invece, pur sostenendo l’idea che tutto sommato sarebbe meglio tornare alla vecchia definizione di morte cardiaca, tuttavia penso che sia sbagliato legare il trapianto inevitabilmente alla morte. Le persone che corrispondono ai criteri di morte cerebrale forse non sono veramente morte ma di certo moriranno perché hanno raggiunto un punto di non ritorno. Pertanto, se non c’è opposizione da parte del malato o della famiglia che parla a suo nome, non vedo perché non eseguire i trapianti anche prima del decesso.

Pensando alle visioni espresse da Scaraffia e De Mattei sul ruolo dello scienziato e del medico nel rapporto col paziente, le chiedo un commento sul dibattito che si è sviluppato in Italia in occasione dell’ultima fase della storia di Eluana.

Purtroppo tutto quello che è accaduto intorno a Eluana è stato viziato da prese di posizione di carattere ideologico. Non faccio fatica a comprendere come la Chiesa cattolica possa non ammettere la sospensione dell’alimentazione in questi casi, però da questa contrarietà di carattere morale – che io non condivido – si è passati a tutta un’argomentazione pseudo scientifica (si è detto che capiva, che deglutiva!) priva di ogni fondamento empirico. Anche perché nessuno di quelli che ne parlava conosceva lo stato della ragazza.

Quell’atteggiamento ideologico che non ammetteva in primis l’autodeterminazione di Eluana ha ispirato il decreto del governo (ritirato dopo la sua morte) e poi il ddl Calabrò sul biotestamento, specie dove costringe all’alimentazione e idratazione artificiale.Una legge contra personam…

L’imposizione del sondino nasce proprio così. C’è una sola cosa che è andata bene in questa vicenda. Che Eluana sia morta prima di quanto pensassimo. Se fosse vissuta ancora una decina di giorni (il tempo medio in questi casi) quel decreto sarebbe stato convertito in legge senza discussioni. Questo non è avvenuto, e ora speriamo che, anche grazie alle pressioni del presidente della Camera, Gianfranco Fini – per il quale non ho simpatia ma in questo caso devo fargli tanto di cappello – almeno le cose più assurde di questa legge siano modificate. left 40/2009

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Evoluzionismo, una differenza che ci rende umani

Pubblicato da Federico Tulli su 22 Settembre 2009

In Umani da sei milioni di anni. L’evoluzione della nostra specie (Carocci) gli antropologi molecolari Gianfranco Biondi e Olga Rickards sottolineano la stretta parentela genetica con le scimmie antropomorfe africane. Come ci dice l’evoluzione, spiegano i due autori nel libro appena uscito, non c’è nulla di speciale in noi: siamo solo una delle tante specie animali. E tutto quello che siamo, compresa la nostra etica, ci viene dall’evoluzione. Un tema, questo, esposto da Biondi sabato scorso al convegno “Dall’esistenza alla vita” (Università Roma 3) organizzato dall’associazione Amore e Psiche. E rielaborato nei successivi interventi che hanno invece evidenziato ciò che ci rende “speciali” rispetto agli altri animali. Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, che confermano la teoria della nascita umana formulata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli, la professoressa Maria Gabriella Gatti ha mostrato le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – ha detto la Gatti – confermano che l’attività psichica inizia alla nascita e che lo stimolo luminoso sulla retina del neonato è fondamentale nella modificazione della sua realtà biologica» rispetto allo stato fetale. Lo psichiatra Andrea Masini ha poi detto che è proprio il pensiero senza coscienza a distinguere la specie umana da quella animale. «La creatività è specifica dell’uomo», ha precisato. Lo si deduce in primis dai bimbi nell’età pre verbale e poi, nella vita adulta, dagli artisti. «La creatività dell’artista – ha concluso – trova origine nella fantasia, nella capacità di fare immagini del neonato. Entrambi si esprimono con un linguaggio “originale”, seppur non alla stessa maniera». Terra, il primo quotidiano ecologista **Federico Tulli**

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In cerca della Terra gemella

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Settembre 2009

Ci sono altre forme di vita nell’universo? Una domanda a cui vogliono rispondere gli esperti studiando i pianeti extrasolari simili a Gaia di Federico Tulli

Nel 1995, quando il fisico Michel Mayor dell’università di Ginevra ha scoperto il primo esopianeta (un pianeta che orbita intorno a una stella diversa dal sole) ha dato il via a una sfida senza precedenti nel suo “ambiente”. La sfida che l’astrofisica Margherita Hack ha descritto a left come «molto più avvincente di un eventuale ritorno sulla Luna, o addirittura di uno sbarco umano su Marte»: quella della scoperta di forme di vita al di fuori dell’atmosfera terrestre. Dal giorno della rilevazione di Mayor, i giganteschi telescopi sparsi per il mondo o che orbitano intorno a esso hanno inquadrato circa 360 pianeti con caratteristiche simili alla nostra Terra. Ma nessuno uguale al punto tanto da accogliere forme di vita. Quello che più le assomiglia, spiega l’Economist in un report sull’International astronomical union, un meeting che si è tenuto di recente a Rio de Janeiro in Brasile, ha preso il nome di Gliese 581c. Ed è stato scoperto nel 2007 da un collega di Mayor, Stéphane Udry. Come Gaia, Gliese 581c è roccioso e orbita intorno a una stella (Gliese 581) mantenendo una distanza che consente di ipotizzare la presenza di acqua allo stato liquido. Poiché Gliese 581 è una Nana rossa – cioè appartenente a quel genere di “soli” particolarmente piccoli e freddi – l’orbita del nostro pianeta quasi gemello è molto minore rispetto a quella della Terra intorno al sole. E questa è una prima sostanziale differenza. Inoltre, la presenza di acqua non comporta automaticamente quella di vita. Secondo gli esperti, infatti, Gliese 581c mostra al proprio sole sempre la stessa faccia. C’è quindi metà del pianeta che di quella luce, seppur fioca, non gode mai. E questa, dicono gli scienziati, non è proprio una di quelle caratteristiche che suscitano l’entusiasmo in chi cerca forme di vita in un pianeta diverso dal nostro. Ma evidentemente gli astrofisici sono persone che non si scoraggiano facilmente. Difatti dopo Gliese 581c nessun progetto di ricerca è naufragato e anzi molti “occhi” sono stati puntati intorno a Gliese 581 nella speranza di rilevare qualche altro pianeta più “soddisfacente”. Il risultato si è tradotto nell’ultima scoperta in ordine di tempo che riguarda esopianeti. Per la precisione ad aprile scorso, anch’essa “riscaldata” da Gliese 581, è stata intercettata la presenza di Gliese 581a. Di dimensioni più ridotte rispetto alla più anziana sorella, Gliese 581a si trova a circa 20 anni luce dalla Terra (quasi 200mila migliaia di miliardi di chilometri) ed è, a oggi, il più piccolo esopianeta mai scoperto. Ma questo, al momento, è l’unico record che può vantare Gliese 581a. Di vita, infatti, nemmeno l’ombra. Molto più che flebili speranze, in questo senso, sono riposte nel progetto Corot, una missione francese che dal 2006 a oggi ha già rilevato la presenza di 80 “gemelline” terrestri. Grazie a un potente telescopio piazzato sul satellite che orbita a un’altezza di 869 km, gli scienziati di Corot, tra cui Mayor, possono osservare in modo continuo numerose stelle per periodi molto lunghi, e misurare le variazioni della loro luminosità con estrema precisione. Ne è emerso che l’80 per cento dei pianeti “intercettati” ma non ancora studiati a fondo ha un sistema orbitante molto stabile. Più di Gliese 581c. Questo, secondo il fisico dell’università di Ginevra, lascia pensare che su qualcuno di essi ci possano essere le condizioni favorevoli allo sviluppo di forme di vita. In particolare Mayor ha osservato un sistema in cui orbitano cinque pianeti rocciosi con una massa rispettivamente di 11, 14, 26, 27 e 76 volte la Terra. «Sono sicuro che entro due anni troveremo il pianeta che stiamo cercando, simile alla Terra», ha detto a conclusione del proprio intervento a Rio lo scienziato svizzero. left 36/2009

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Intelligenti per necessità

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2009

L’evoluzione culturale predomina oramai su quella biologica? Sul tema è in corso un acceso confronto tra gli eredi di Darwin. Ed è la domanda a cui risponderà il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella sua lectio magistralis al Festival della Mente di Sarzana di Federico Tulli

«Il nostro patrimonio culturale è soggetto a una evoluzione nel tempo e nello spazio, così come il nostro Dna». Il lungo anno delle celebrazioni di Charles Darwin volge al termine (con il 2009 coincidono il bicentenario della nascita dello scienziato britannico e i 150 anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie) e i molteplici filoni di ricerca sulla natura della specie umana che dalla teoria evoluzionista del naturalista inglese hanno preso linfa saranno analizzati dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza nella lectio magistralis che inaugura la tre giorni del festival della Mente di Sarzana. Per meglio comprendere se c’è un nesso tra la sua affermazione e i risultati degli studi più avanzati in campo psichiatrico, i quali riconoscono che – diversamente dagli animali che sono dotati di istinto – nel caso dell’essere umano, grazie alla capacità di immaginare e di scelta, il pensiero esercita una precisa influenza sulla biologia, left ha rivolto all’illustre scienziato alcune domande.

Professor Cavalli Sforza, l’evoluzione culturale è più importante di quella biologica?

Lo è senza dubbio se si considera l’enorme aumento numerico dell’uomo moderno negli ultimi 55mila anni, che è stato di circa un milione di volte. A un certo punto è questione di intendersi: l’evoluzione biologica ha creato, in precedenza, le strutture nervose che hanno permesso lo sviluppo del linguaggio; l’uso di questo ha dato un enorme potere di diffondere per via culturale le innovazioni che hanno facilitato lo sviluppo demografico. Un punto di vista diverso è quello di considerare le differenze genetiche tra popolazioni che si sono prodotte durante questa grande crescita: anche qui l’evoluzione culturale è stata importante perché le diverse innovazioni – soprattutto nella produzione del cibo – che sono state create in diverse parti del mondo negli ultimi diecimila anni hanno provocato nuovi adattamenti genetici per selezione naturale. Vale a dire che è stata l’evoluzione culturale a determinare importanti novità biologiche generando nuove occasioni di selezione naturale.

Qual è il più grande merito di Darwin?

Di aver spiegato perché avviene l’evoluzione biologica e perché è inevitabile, usando semplici ma innegabili considerazioni di ordine demografico che sono alla base della selezione naturale: poiché cambiamenti ereditari che hanno effetto sulla sopravvivenza e fecondità di tipi geneticamente diversi provocano inevitabilmente evoluzione nella composizione genetica di una popolazione.

La scienza contemporanea ha dimostrato la fondatezza della teoria evoluzionistica, com’è possibile allora che sia dato gran risalto al creazionismo del disegno intelligente, al punto che c’è chi propone di insegnarlo nelle scuole?

L’obbligo di credere alle affermazioni bibliche sulla origine del mondo trasforma i credenti in creduloni, e li costringe a fare incredibili sciocchezze. Vi sono stati anche interessi politici non indifferenti, soprattutto negli Usa meridionali che si sono alleati con la religione battista del Sud. Pensando al genere umano e attingendo alla teoria darwiniana, la selezione naturale è la forza che spiega come esso si evolve, si trasforma e si differenzia.

Lei ha scritto che col tempo si è capito che queste «mutazioni» sono casuali e che «esistono due trasmissioni. Una genetica, casuale, indipendente dalla nostra storia. E un’altra culturale, fatta di comportamenti, linguaggi, nozioni». Ciò significa che ogni singolo uomo ha una sua propria specificità che si sviluppa dopo la nascita? È questo che ci differenzia dalle specie animali?

Ogni singolo uomo ha una propria specificità genetica, su cui si innesta quella delle conoscenze acquisite durante la vita. Le nostre differenze principali con gli animali sono nella diversità della relativa importanza fra noi e gli animali per quanto è innato, cioè determinato geneticamente, e quanto acquisito con l’apprendimento nel corso della vita, cioè nell’importanza relativa della evoluzione biologica e culturale.

In un articolo su Repubblica lei ha criticato il genetista britannico Steve Jones il quale secondo il Times aveva affermato che siamo «in vista della fine dell’evoluzione umana» perché il 98 per cento dei nati raggiunge l’età riproduttiva per via del progresso della medicina. Crolla dunque il fattore «selezione naturale della specie» su cui poggia l’evoluzione che, secondo Jones, «è possibile solo se ci si riproduce entro i 35 anni». Non è una visione troppo organicista della teoria darwiniana? Quanto conta nel processo evolutivo il fattore “intelligenza”, e quindi, appunto, il progresso della scienza, ma anche la capacità di immaginare dell’essere umano e la sua creatività nel rapporto affettivo con gli altri, uomini o donne?

Per quanto riguarda l’organicismo della visione di Jones: è piuttosto questione di ignoranza (non rara). La teoria matematica della selezione naturale mostra che la velocità di evoluzione non dipende solo dalle differenze di sopravvivenza ma anche da quelle di fertilità, che sono anch’esse in parte ereditarie. È poi anche probabile che l’uomo abbia sviluppato molte invenzioni perché ha un’immaginazione superiore, ma per quanto riguarda i rapporti affettivi anche gli animali ne sono ricchi. E se ci estendiamo alla “moralità” gli insetti eusociali (per esempio api, formiche) sono più rispettabili di noi. Left 35/2009

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