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Archivio per la categoria ‘Politiche sanitarie’

Salute, riecco il ministero. Per la poltrona, Fazio in pole position

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Dicembre 2009

Salvo sorprese dell’ultimora potrebbe insediarsi già lunedì il titolare del dicastero che il governo Berlusconi aveva incorporato nel portafoglio di Sacconi di Federico Tulli

Nell’anno della grande pandemia pochi Paesi al mondo si sono trovati ad affrontare il virus A-H1N1 senza un ministro della Salute (e relativo ministero) che coordinasse la gestione dell’emergenza. Tra questi, almeno fino a stasera, figura l’Italia. Domani infatti potrebbe essere il giorno della nomina a ministro dell’attuale vice ministro del Welfare con delega alla Salute, Ferruccio Fazio. Secondo fonti d’agenzia, l’annuncio è stato fatto dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’ultimo consiglio dei ministri. Più volte data per certa nel corso dei mesi passati, l’ufficializzazione di Fazio è sempre slittata per le ragioni più disparate. Salvo colpi di scena dell’ultimora, visto che nella maggioranza non tutti sono convinti della necessità del cambio di guardia e della scelta indicata da Berlusconi, questa sembra proprio la volta buona. E il nuovo titolare della Salute potrebbe giurare già lunedì davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Si risolverebbe così un parziale vuoto di potere che ha avuto clamorose ripercussioni su uno dei settori più delicati dello Stato sociale del nostro Paese. Diverse le questioni spinose che il neo ministro si troverà a dover affrontare sin dal suo insediamento. Tra queste vi è di sicuro il clamoroso flop della campagna di vaccinazione contro il virus pandemico, condotta dallo stesso Fazio prima come sottosegretario al Welfare e poi da vice di Maurizio Sacconi. Dei 24 milioni di dosi di medicinale acquistati dal governo in settembre per prevenire la diffusione dell’A-H1N1, secondo gli ultimi dati diramati dal ministero, al 29 novembre scorso ne sono stati somministrate solo 611.425 (prime dosi), oltre a 1.666 seconde dosi. Sembra proprio che i cittadini italiani non diano peso più di tanto alle raccomandazioni del futuro ministro. Oppure, più realisticamente, optano per una settimana a casa con una febbriciattola, come è normale che sia di fronte alla confusione che è regnata al livello di comunicazione istituzionale sin da quando il virus ha fatto la sua comparsa in Messico, per poi essere dichiarato di pericolosità moderata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Poche linee di febbre, mal di testa e dolori di stomaco, piuttosto che mettersi in fila al pronto soccorso (quando l’A-H1N1 ha raggiunto il picco di contagi, trovare un medico di famiglia è stato come vincere al superenalotto) per farsi iniettare un vaccino che gli stessi medici in ottobre avevano bollato come non sicuro «perché non testato su bambini e donne incinte». Certo, il virus ha ucciso – nel nostro Paese 137 persone ( fonte Welfare) e quindi non è da prendere sotto gamba, ma la più alta percentuale di vittime riguarda i bambini under 14. Proprio la fascia di età che inizialmente non era stata indicata dal ministero tra le più a rischio. Tanto è vero che l’allarme vaccinazione per i bambini è scattato in ottobre. Solo dopo i primi decessi che molto hanno impressionato l’opinione pubblica e quando era già in fase avanzata la campagna di sensibilizzazione di altre categorie (personale medico e forze dell’ordine). Il risultato del cambio di strategia nelle vaccinazioni si legge negli stessi dati pubblicati dal ministero. Come riporta l’ultimo bollettino del Welfare sull’influenza pandemica, in cinque settimane l’incidenza dei decessi nella fascia pediatrica «si è quasi dimezzata » assestandosi a «17,44 casi per mille assistiti». Sul tavolo del futuro ministro della Salute c’è poi un altro dossier particolarmente delicato. Manco a dirlo, riguarda la pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Questa settimana, con due anni di ritardo sui termini di legge e dopo aver subito infinite pressioni di carattere ideologico da politica e istituzioni, l’Agenzia italiana del farmaco è riuscita a pubblicare in Gazzetta Ufficiale l’autorizzazione al commercio dalla Ru486. Fine di una surreale telenovela? Nemmeno per sogno, visto che all’orizzonte si profila un braccio di ferro tra Stato e Regioni su come l’aborto farmacologico dovrà essere trattato a livello ospedaliero. Difatti, laddove è stato praticato tramite l’acquisto in Francia del medicinale, si è sempre fatto in day hospital, Come del resto è certificato dalla relazione annuale sulla legge 194 firmata dallo stesso ministro Sacconi. Questi, però, nel sostenere che le pazienti devono essere ricoverate dalla somministrazione del farmaco fino all’espulsione del feto, è entrato a gamba tesa in un ambito di competenza delle Regioni. Alcune unità ospedaliere che praticano aborti hanno già dichiarato che è inutile occupare dei letti per la somministrazione di una pillola, sottraendoli a chi ne ha veramente bisogno. D’altronde anche l’espulsione del feto è sempre avvenuta in day hospital (due giorni dopo la somministrazione del Mifegyne) e senza particolari difficoltà. Staremo a vedere come si muoverà il successore di Sacconi tra due mesi, quando la ditta Exelgyn comincerà a vendere la Ru486 ai nostri ospedali. Sempre che all’attuale ministro del Welfare venga effettivamente “sottratto” il portafoglio della Salute. Terra, il primo quotidiano ecologista

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No alla ru486 e diritti al concepito, benvenuti in Vaticalia

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Dicembre 2009

Cronache da uno Stato laico, ostaggio del furore ideologico di alcuni suoi rappresentanti. Modificare l’articolo 1 del Codice civile «per il riconoscimento della soggettività giuridica di ogni essere umano fin dal concepimento». Il ddl che equipara i diritti di un gamete a quelli di vostra figlia che in questo momento sta giocando con le amichette nel cortile di una scuola è stato depositato ieri al Senato dagli zelanti membri del Pdl, Maurizio Gasparri, Laura Bianconi e Gaetano Quagliarello. Non è ancora chiaro se la masturbazione sarà punita con l’ergastolo. Né se sarà sufficiente confessarsi in chiesa per evitare la galera. Mentre, per bocca del capogruppo del centro destra al Senato, il trio ha assicurato che l’obiettivo della proposta non è abrogare la legge 194 sull’aborto. Gasparri ha sottolineato che il ddl intende «aiutare a definire i confini della legge, secondo le intenzioni che furono allora del legislatore, contro i tentativi di allargamento oggi in atto». L’esponente Pdl si riferisce alle vicende relative all’autorizzazione al commercio della pillola abortiva Mifegyne-Ru486. Dopo il parere positivo espresso dall’Agenzia italiana del farmaco (usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, la Ru486 è ritenuta essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità), il ministro Sacconi ha messo in dubbio la compatibilità del Mifegyne con la legge 194. Invitando l’Aifa a riformulare la delibera e a inserirvi l’obbligo di ricoverare fino all’espulsione del feto chi richiede la via farmacologica per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’Aifa ha risposto picche perché la Ru486 (che è usata da cinque anni nei nostri ospedali, importata dalla Francia) non viola le norme sull’aborto, e la questione dei ricoveri non è di sua competenza, ma del governo. Seguire la logica del ministro (come quella di Gasparri&C.) è difficile. Per prima cosa l’articolo 10 della legge non parla di degenza obbligatoria, ma «eventuale». Come è normale che sia in ogni Paese normale, è il medico che decide nel rapporto con la paziente se sia necessario o meno trattenerla in ospedale. E non chi fa le leggi. In secondo luogo, a certificare la prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico è stato lo stesso Sacconi il 29 luglio scorso quando ha approvato la relazione annuale ministeriale sulla 194. «Due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre a una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata», si legge nel testo firmato dal ministro. Più chiaro di così.     FedericoTulli

**Terra, il primo quotidiano ecologista**

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La piccola Commissione degli orrori

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Novembre 2009

Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo. Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma di Federico Tulli

Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata. Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti – ma in realtà drammatici – della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione del ministro della Salute, Maurizio Sacconi e diel capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.

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Mortalità

Uno, nessuno e centomila

Secondo la consulente del ministero Assuntina Morresi, nel mondo c’è stato un decesso ogni 100mila Ivg farmacologiche. Le francesi, evidentemente, sono molto fortunate. Dal 1988, su 2,5 milioni di Ivg effettuate oltralpe, è morta una sola donna. «Nemmeno in quel caso la colpa era del mifepristone ma dalla prostaglandina associata, all’epoca, alla Ru486. Che poi infatti è stata sostituita con quella oggi in uso», nota Mirella Parachini, ginecologa e presidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione. left 47/2006

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La Ru486 negli ospedali italiani dal 19 novembre

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2009

Via libera dell’Agenzia italiana del farmaco. Tra un mese, in Gazzetta ufficiale, la scheda tecnica per la somministrazione della pillola abortiva nelle interruzioni volontarie di gravidanza. Si chiude un iter durato quattro anni di Federico Tulli

Fra un mese anche in Italia si potrà abortire per via farmacologica. Si è conclusa, con l’emanazione del documento che pone la parola fine all’iter di autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, l’attesa riunione di ieri in seno al cda dell’Agenzia italiana del farmaco. Con l’ok del cda, il dg Guido Rasi ha infatti ottenuto il mandato per redigere la “determina” con le indicazioni tecniche per la somministrazione della pillola. Il testo dovrà essere pubblicato entro un mese in Gazzetta ufficiale. Stando a indiscrezioni raccolte da Terra questo accadrà l’ultimo giorno utile, vale a dire il 19 novembre prossimo. Da quel momento in poi, le donne che decidono di abortire, nel pieno rispetto della legge 194/78, avranno a disposizione la scelta, concertata con il medico, tra l’interruzione volontaria di gravidanza per via chirurgica e quella per via farmacologica. È il caso di dire: finalmente. Visto che tale possibilità è garantita da almeno dieci anni in quasi tutto il mondo occidentale, se non da venti come nel caso della Francia. Come accade dal 2005, anno in cui fu faticosamente avviata dal ginecologo Silvio Viale la sperimentazione del farmaco, sperimentazione paradossalmente inutile dato che, proprio dal 2005, la Ru486 è considerata un farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità cui l’Italia aderisce, la decisione dell’Aifa è stata preceduta e poi investita dal solito fuoco di sbarramento che si alza ogni volta che c’è un capitolo importante della storia all’italiana della pillola abortiva. Con polemiche sguaiate e millantando dati scientifici è scesa in campo l’esigua ma rumorosa pattuglia di antiabortisti nostrani composta da politici e giornalisti. In prima fila c’è il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, il quale ha assicurato (le donne italiane certamente no, forse il Vaticano?) che l’Aifa non deciderà sulla Ru486 prima della conclusione dell’indagine avviata dal Senato sulla pillola abortiva, cioè il 25 novembre prossimo. E poi, nel pieno disprezzo dell’autonomia di pensiero e della sensibilità femminile ha aggiunto: «L’aborto facile in casa in Italia non ci sarà». Come se abortire fosse una passeggiata. La chicca finale, poi, rivela lo scarso livello d’interesse per la salute delle donne da parte del senatore. In una nota, infatti, Gasparri rivendica «la sovranità di governo e Parlamento nel verificare che la Ru486 non sia utilizzata in violazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza». Una violazione che, essendoci lasciati alle spalle 4 anni di sperimentazione, ovviamente non esiste. Cosa che rivela come l’indagine sia un’inutile perdita di tempo e metta a rischio la salute di chi potrebbe già utilizzare la Ru486.  A tal proposito, quando Gasparri invoca il ruolo delle istituzioni, sembra ignorare il senso dell’articolo 15 della legge, laddove recita: «Le Regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie (…) sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Senso che non sfugge a Rasi, il quale sempre ieri ha detto che «la pillola abortiva non presenta rischi dal punto di vista farmacologico e scientifico». E che, soprattutto nel nostro Paese, si avranno meno problemi rispetto agli altri che hanno già introdotto la Ru486, perché «abbiamo ristretto il campo di applicazione e si potrà assumere la pillola abortiva solo entro la settima settimana. Presa entro questi tempi di gestazione non ci sono rischi. Quindi – conclude il dg dell’Aifa – non c’erano motivi per non autorizzarla, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». Parole che non lasciano spazio a interpretazioni fantasiose e che smascherano il bluff ideologico dei pasdaran antiabortisti. Un breve accenno, infine, all’ennesima puntata della querelle sui presunti 29 decessi (in 20 anni e in tutto il mondo!) legati all’uso della Ru486, propagandati in un libro scritto a quattro mani dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (giornalista) e dall’editorialista dell’Avvenire Assuntina Morresi (docente di Chimica). Libro che i ginecologi Flamigni e Parachini, in un articolo di Simona Maggiorelli su Terra dell’11 agosto scorso, hanno definito poco aderente alla letteratura medica. Quei dati sono ancora oggi ripetuti come mantra. Questa volta il numero 29 è uscito sulla ruota del Giornale. Dove Renato Farina ha deciso di fare le pulci alla sintesi, pubblicata sul suo stesso quotidiano, del dossier che la Exelgyn produttrice della Ru486 ha presentato nei mesi scorsi all’Aifa (e che questa ha ritenuto attendibile) per ottenere l’autorizzazione al commercio. Il tentativo di sconfessare la Exelgyn si sgonfia già alla seconda riga. Qui Farina, che in teoria sta criticando un dossier scientifico, definisce, molto poco scientificamente, “bambini” quelli che in realtà sono feti. Quanto ai 29 decessi riesumati dal suddetto, come ricorda il presidente dell’Aduc, Peter Yates Moretti, «fra quei 29 casi ci sono addirittura due uomini». Inutile aggiungere altro, se non per ricordare che tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno utilizzato il farmaco in dosaggi e modi completamente sbagliati». Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso con l’uso della Ru486. Un nesso che comunque conta poco, anzi niente ai fini dell’autorizzazione al commercio, poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta. Questo medicinale, tra l’altro, seguendo gli stessi criteri antiscientifici adottati da Morresi, Roccella e Farina, ha un tasso di mortalità (questo sì verificato) di decine di volte superiore a quello presunto della Ru486. Il dato di fatto reale è che, conclude Moretti, «su decine di milioni di donne che negli ultimi vent’anni hanno utilizzato la pillola Ru486 nelle modalità previste, nessuna è deceduta». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Falsificano per deliberare

Pubblicato da Federico Tulli su 25 Settembre 2009

La pillola abortiva Ru486 è di nuovo nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali in Parlamento. Con un’interrogazione al ministro Sacconi il senatore Calabrò va contro l’Agenzia italiana del farmaco. Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale di Federico Tulli

Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può intaccare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico che porta il suo nome, infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà certo di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra. Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni? Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti. left 38/2009

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Ru486, un’attesa di oltre due anni. Tra scomuniche e mistificazioni

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Luglio 2009

053165p4(ansa)La riunione fiume dell’Aifa per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva si chiude a tarda sera con l’attesa approvazione. Con Portogallo e Irlanda eravamo l’unico Paese in Europa in cui non è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza anche per via farmacologica di Federico Tulli

Con il via libera del Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) al protocollo sulla pillola abortiva Ru486 si aprono finalmente anche nel nostre Paese le porte a un farmaco usato in quasi tutto il mondo per le Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). La definitiva autorizzazione al commercio del medicinale è arrivata nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno solo contrario. Si mette così la parola fine su di un iter che definire biblico è un eufemismo (oltre 24 mesi invece dei sei previsti dalla legge a partire dalla richiesta di autorizzazione inoltrata dall’azienda produttrice Exelgyn), e che ha scatenato una nuova ondata di polemiche che, del resto, accompagnano il farmaco sin da quando il ginecologo Silvio Viale avviò nel nostro Paese la sperimentazione alla clinica sant’Anna di Torino. Era il lontano 2005. Ignorando che dal 2003 anche la stessa Oms dichiara sicuro il farmaco abortivo, avendone definito tra l’altro anche le linee guida, i rappresentanti del centrodestra sia prima che durante la riunione dell’Aifa hanno dato sfogo alle più antiscientifiche teorie sulla pericolosità del farmaco. Chi sciorinando dati falsati chi accusando di omicidio le donne che decidono di abortire, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il leader di Forza nuova Roberto Fiore, e alcuni senatori del Pdl tra cui Laura Bianconi e Raffaele Calabrò hanno tentato in ogni modo di influenzare la decisione dell’Agenzia. Questo, nonostante nelle scorse settimane il Comitato tecnico scientifico si fosse già pronunciato in favore dell’approvazione della Ru486: «La pillola – si legge in una nota dell’Agenzia – può essere distribuita in Italia, in quanto ciò avviene anche in altri Paesi europei e la questione è stata affrontata sia dal Comitato europeo per i medicinali per uso umano (Chmp) sia dalla Commissione europea». L’unico impedimento alla distribuzione potrebbe giungere solo nel caso emergessero «nuove evidenze scientifiche che possano porne in dubbio le conclusioni» del Chmp e della Commissione, sulla base di «rischi potenziali gravi per la salute pubblica». Evidenze che al momento non ci sono. «I 26 decessi dal 1988» di donne che hanno usato la Ru486, che la Roccella in questi ultimi giorni aveva provato a usare come grimaldello per scardinare l’evidenza scientifica che parla di un farmaco sicuro, rappresentano, come ribadito da Viale, un dato infondato: «Se anche fosse vero, e non lo è, che sono morte 26 donne, il tasso di mortalità sarebbe 10 volte inferiore dell’aspirina che chiunque può acquistare in farmacia senza ricetta medica». Dal canto suo Carlo Flamigni, ginecologo ed esponente di Sinistra e libertà, ha sottolineato che la Ru486 costituisce una valida alternativa farmacologica all’intervento abortivo. Intervenire su una questione strettamente medica sulla base di pregiudizi ideologici genera solo confusione e paura». Mentre Fiore è partito a testa basta contro il diritto alla libertà di scelta delle donne definendo l’aborto «un assassinio disinvolto». Secca la replica di Sandra Cerusico della segreteria nazionale del Pdci. «Premesso che l’aborto non è una passeggiata di salute, e che nessuna donna vi ricorre con leggerezza, non si capisce perché in presenza di nuove possibilità offerte dalla farmacologia non si possa scegliere tra due diversi metodi. L’informazione è sempre utile e necessaria per una scelta consapevole ma non può essere presa a pretesto per portare avanti un violento attacco alla 194, che è una legge di civiltà». Dopo l’autorizzazione dell’Aifa la pillola giungerà negli ospedali a fine ottobre. Sulla base delle indicazioni del Comitato la Ru486 potrà essere utilizzata solo tramite i canali ospedalieri attenendosi «alle indicazioni e alla posologia autorizzate, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla legge 194 e con un monitoraggio intensivo dell’impiego e degli eventi avversi». Non resta che aspettare.

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VENTI ANNI DOPO

Inserita dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms l’Ru486 è un «farmaco sicuro» pure per i più prestigiosi enti pubblici scientifici internazionali. Dall’Agenzia europea del farmaco, al Royal college of obstetricians and gynaecologists, dall’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé all’American college of obstetricians and gynecologists tutti concordano sul fatto che il mifepristone è un medicinale che può essere usato in alternativa all’aborto chirurgico. Non è un caso se i ginecologi europei (tranne in Portogallo e Irlanda) e statunitensi lo prescrivano oramai da 10 anni. Mentre sono addirittura 20 gli anni di ritardo dell’Italia rispetto a Francia, Cina, Svezia e Gran Bretagna. Il placet alla Ru486 riguarda, tra le tante, pure l’annosa questione della corretta applicazione dell’articolo 15 della legge 194, che prevede l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Infine, di non poco conto è la questione del risparmio per il Ssn. Si stima che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, il trattamento farmacologico costerà mediamente 425 euro. Considerando una media annua di circa 130mila Ivg che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Influenza A-H1N1, prepariamoci al peggio

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Luglio 2009

1-h1n1L’influenza A-H1N1 colpisce ovunque ma con diversa intensità. Oltre cento morti in Argentina e Gran Bretagna, ancora nessun caso grave da noi. Il parere del noto virologo Fabrizio Pregliasco di Federico Tulli

In tre mesi, oltre 700 persone morte nel mondo, secondo l’ultimo rapporto stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Decine di migliaia i casi di contagio accertati in più di 60 Paesi, compresa l’Italia. La diffusione del virus pandemico A-H1N1 prosegue senza soluzione di continuità lungo i cinque continenti manifestando preoccupanti picchi di mortalità in alcuni Paesi molto diversi tra loro dal punto di vista organizzativo in ambito sanitario. Messico, Stati Uniti, Gran Bretagna e Argentina, ad esempio, contano circa l’80 per cento dei contagi e dei decessi globali. Guardando i freddi numeri, con un tasso di mortalità che secondo l’Oms si aggira intorno al 4,5 per mille, questa influenza sembra essere molto più pericolosa di quella “normale” di stagione che, almeno nei Paesi più sviluppati, causa la morte di una persona ogni mille. Tuttavia sia le autorità politiche sia quelle sanitarie nazionali e internazionali invitano alla calma, in attesa che il vaccino preventivo sia ultimato e testato (probabilmente entro la fine di ottobre, sempre che nel frattempo il virus non muti eccessivamente). Pur trattandosi di un virus dello stesso ceppo della “Spagnola”, Oms, ministero della Salute italiano e Istituto superiore di sanità assicurano che l’A-H1N1 è meno aggressivo di quello che tra il 1917 e il 1919 uccise 50 milioni di persone. Sommando questa caratteristica di scarsa pericolosità alle misure di prevenzione e cura che sono state pianificate, alla fine il costo di vite umane potrebbe essere estremamente limitato. A preoccupare, però, è il costo sociale di un contagio di massa. Si calcola che entro nove mesi circa un quarto degli italiani finirà a letto con l’influenza. Per meglio capire a cosa andiamo incontro left ha rivolto alcune domande al professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università Statale di Milano e tra i massimi esperti del settore.
Professor Pregliasco, quanto è pericoloso il virus A-H1N1?

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

Il virologo della Statale di Milano Fabrizio Pregliasco

In questo momento la malattia è simile alla normale influenza, anzi più lieve. Considerando i grandi numeri, è stata riscontrata qualche complicazione, come anche diversi decessi, ma se guardiamo all’aspetto individuale la patologia è piuttosto banale. Si risolve con quattro giorni a casa e nella stragrande maggioranza dei casi senza particolari complicanze.
L’Oms ha detto che «la chiusura delle scuole è una delle misure di contenimento che i governi possono prendere in considerazione», questo significa che l’influenza può divenire più aggressiva?
Il virus della “suina” può mutare e dobbiamo tenere in considerazione che potrebbe divenire più aggressivo, ad esempio, in caso di ricombinazione in un altro animale. Ma è la quantità di contagi a creare problemi che, per le istituzioni come l’Oms o il nostro ministero della Salute, ora come ora, sono più di carattere organizzativo che sanitario. Considerando i costi sociali legati a una pandemia, ogni decisione è presa anche in questa ottica. Ad esempio, sconsigliare di  viaggiare può comportare un costo che in tempi di crisi pochi economie si sentono in grado di affrontare. Questo spiega la “delicatezza” con cui vengono fatte alcune dichiarazioni.
L’influenza colpisce soprattutto gli under 40
Non è ancora certo il motivo. I giovani sono esposti perché viaggiano di più ma l’H1N1 è stato quello della Spagnola ed è probabile che alcune persone molto anziane siano immuni. Inoltre, nel 1977 c’è stato un H1N1 di origine suina, quindi alcuni adulti potrebbero essere “difesi” rispetto a una variante simile, come è quella attuale.
Da Paese a Paese ci sono tassi di mortalità molto diversi. In Italia non si è verificato nessun caso particolarmente grave. Mentre in Argentina, Gran Bretagna e Stati Uniti i morti sono a centinaia…
Questo è un problema statistico. Non è facile individuare le cause di tali differenze. Probabilmente all’inizio, quando il virus ha colpito Messico e Usa, era più aggressivo.
In ogni caso i rapporti si fanno sempre sui casi ospedalizzati. Quindi la valutazione è diversificata anche in funzione della capacità organizzativa sanitaria e di sorveglianza della diffusione.
Dunque il tasso di mortalità della A-H1N1, che è quattro volte e mezzo più alto di quello dell’influenza di stagione, non ci deve far paura?
È un valore opinabile. Bisogna considerare che tipo di controllo è stato messo in atto fino a oggi da uno Stato all’altro. Per esempio in Italia c’è stata un’indagine continua su tutti i casi accertati di contagio per ridurre la trasmissione
interumana. Altri governi hanno già mollato le redini e non fanno più questa azione preventiva e purtroppo la diffusione è più ampia. Intendiamoci, quando i contagi aumenteranno lo dovremo fare anche noi, concentrando l’azione sanitaria sulle cure più che sulla prevenzione. Va comunque sottolineato il valore dell’intensa azione di mitigazione che si è riuscita a fare, assicurando profilassi a tutti i soggetti esposti a un “caso indice”.
In attesa del vaccino come possiamo difenderci?
Si possono adottare diverse strategie non farmacologiche. Come può essere quella di rimandare l’apertura delle scuole.

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Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Il ministro della Salute argentino, Juan Mazur

Contagi, guerra di cifre in Sudamerica

di Gloria Ravidà

In un batter d’occhio il Messico ha passato lo scomodo timone all’Argentina. Che, con 165 morti per l’influenza A-H1N1, slitta al secondo posto nella classifica mondiale per numero di decessi, dopo gli Stati Uniti e, appunto, il Messico che per ora è fermo a 124. L’Argentina conquista anche l’infelice primato sul continente latinoamericano e, due mesi dopo le elezioni legislative, la polemica era inevitabile.
«Siamo gli unici a contare realmente le cifre», ha inveito la presidentessa argentina Cristina Kirchner, aggiungendo che «è affrettato stilare classifiche perché prima morivano quattromila persone all’anno a causa dell’influenza comune». Le accuse però piovono da più parti, puntando sempre il dito contro il governo che, pur avvertito dall’Oms, si sarebbe concentrato più sulla campagna elettorale che sul virus. Gli altri Paesi per adesso cercano di non far esplodere una guerra continentale dei numeri anche se, a onor del vero, i conti non tornano. Il Brasile ha circa 200 milioni di abitanti ed è il Paese più grande dell’America Latina. Eppure fino a ora ci sono stati, secondo le autorità sanitarie, “solo” 20 decessi. L’Uruguay, che è il più piccolo e che ha poco più di 3 milioni di abitanti, ha 19 morti. Anche se, andando a fondo, si scopre che il gigante sudamericano conta 1.175 casi confermati, quattromila probabili contagi, e che questa cifra è destinata a lievitare. E, ancor più a fondo, ci si accorge che ogni anno in Brasile muoiono 70mila persone a causa dell’influenza comune. Punto e daccapo. Eccessivo allarmismo? Per adesso solo risposte che alimentano domande e numeri che crescono. La settimana scorsa il Venezuela ha riferito della prima «possibile» morte e di 281 contagi. Insomma, in ogni Paese latinoamericano le autorità sanitarie sciorinano dati, i mass media dibattono, i governi cercano di tranquillizzare, e il business dei vaccini cresce. Cosa, quest’ultima, che rischia di far scoppiare l’ennesima guerra tra Nord e Sud. «In un momento in cui il mondo vive una pandemia è fascista sostenere che per ragioni di mercato i Paesi più poveri non godranno delle stesse condizioni per accedere a un vaccino che può salvare milioni di vite», ha tuonato Jorge Darze, presidente del sindacato dei medici di Rio de Janeiro, polemizzando con la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, secondo cui l’ambito vaccino potrebbe essere disponibile solo per i Paesi ricchi perché a farla da padrone saranno «la forza del mercato e la protezione dei brevetti». Una posizione che preoccupa medici, docenti e aziende farmaceutiche locali che chiedono che il vaccino sia dichiarato “patrimonio dell’umanità”. Ma non è il costo del farmaco che chiude il cerchio. Per ora, infatti, sappiamo solo che dovrebbe essere pronto a ottobre. Quando i viaggiatori europei ritorneranno dal Sudamerica, dove già è iniziato il balletto dei numeri sul turismo. Sul banco degli imputati, oltre alla crisi economica, ora c’è anche l’allarmismo per la febbre suina.
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Influenza A-H1N1, i conti che non tornano

Pubblicato da Federico Tulli su 18 Luglio 2009

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Nuda e cruda, la cifra è di quelle che fanno tremare i polsi. Entro fine anno in Gran Bretagna rischiano di morire per complicazioni in seguito alla contrazione del virus A-H1N1 fino a 65mila persone. La stima pubblicata sul sito della Bbc è di Liam Donaldson, capo dei consulenti sanitari del governo britannico, e l’annuncio giunge nella settimana in cui Oltremanica, con 55mila nuovi casi, si è registrato il picco di contagi da quando l’influenza “suina” ha varcato l’Atlantico. Nonostante ciò, come ha confermato a un’agenzia il diplomatico italiano, Paola Cogliandro, a Londra e nelle altre città la vita quotidiana «scorre tranquilla». Potrebbe essere per via della loro proverbiale calma oppure per una scarsa dimestichezza degli inglesi con le tabelline ma la stima di Donaldson dice che il tasso di mortalità del virus, se come previsto dovesse arrivare a colpire un quarto della popolazione britannica (oltre 16 milioni di contagi), è pari a circa il 4 per mille. Vale a dire quattro volte superiore alla mortalità della normale influenza di stagione, che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità è dell’uno per mille. La stessa Oms, per l’A-H1N1, nei dati ufficiali indica un tasso di mortalità a livello globale pari al 4,5 per mille. Cifre che contrastano fortemente con gli inviti ufficiali alla “calma” formulati da tutti i governi europei, compreso quello di Londra, i quali peraltro si stanno preparando ad affrontare la pandemia con l’acquisto di ingenti stock di vaccini ipotizzando una diffusione del contagio su almeno il 30 per cento della popolazione. Da più parti si è infatti sentito dire in queste ultime settimane che il virus A-H1N1 presenta una bassa mortalità, addirittura dimezzata rispetto a quella dell’influenza di stagione che ogni anno raggiunge l’Occidente. Vale così in Francia e Germania. E vale così anche in Italia. È di martedì scorso la presentazione del piano di prevenzione contro la A-H1N1 messo a punto dal governo illustrato dal vice ministro della Salute Ferruccio Fazio. «Senza le politiche di contenimento del virus già attivate dall’Italia entro marzo 2009 i contagi sarebbero 13 milioni», ha spiegato Fazio, precisando che il piano può ridurre questa cifra a circa quattro milioni di unità. Inoltre, ha proseguito il vice ministro, considerando che la mortalità «è dello 0,4-0,5 per mille» alla fine potrebbero esserci «un migliaio di vittime». Ecco, qui c’è un piccolo giallo. Se per il nostro Paese, come per la Gran Bretagna, valgono le stime Oms, il numero indicato da Fazio andrebbe moltiplicato per dieci. O, peggio, almeno per dieci. Per la versione definitiva del vaccino pandemico occorrono ancora tre mesi, un tempo sufficiente perché il virus muti di nuovo diventando più aggressivo. Terra, il primo quotidiano ecologista

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A-N1N1, pandemia avanti tutta. Giovanni Rezza: «Saremo pronti»

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Luglio 2009

Influenza A-H1N1, corsa contro il tempo per il vaccino preventivo. Ma non è ancora stato testato sulle categorie più a rischio. Intervista a Giovanni Rezza, epidemiologo dell’Iss di Federico Tulli

A oggi, in Europa, l’Italia è tra i Paesi meno colpiti dalla diffusione di influenza A-H1N1. Secondo l’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) i casi accertati su tutto il territorio nazionale dai 27 laboratori Influnet sono 224. Nessuno di questi è risultato particolarmente grave. Ma dopo l’estate, con l’arrivo dell’influenza di stagione, la prevenzione che sino a oggi si è basata su individuazione e isolamento delle persone infette non sarà più sufficiente. Il peggio, insomma, deve ancora venire. Nel presentare il piano strategico per fronteggiare la diffusione del virus, che in Gran Bretagna ha ucciso 15 persone, il governo ha annunciato la vaccinazione di almeno 20 milioni di persone tra novembre 2009 e febbraio 2010. Quando cioè saranno pronti gli stock di vaccini preventivi. Sempre che nel frattempo il virus pandemico A-H1N1 non sia mutato in maniera considerevole. Per meglio comprendere a cosa andiamo incontro Terra ha rivolto alcune domande al professor Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Iss.

Professor Rezza, che tipo di vaccino sarà usato?

Si tratta di un farmaco monovalente che sarà somministrato a circa il 30 per cento della popolazione, in aggiunta a quello trivalente usato per l’influenza stagionale.

Il farmaco non sarà pronto prima di ottobre, come mai?
Mancano ancora delle autorizzazioni particolarmente importanti, dal momento che la tollerabilità, la sicurezza e l’efficacia del farmaco non è ancora stata testata su bambini e donne incinte. Due delle categorie più a rischio di infezione. E si presume che i limiti nelle conoscenze che occorrono per il via libera saranno appunto superati tra ottobre e novembre prossimi.

Uno di questi limiti è la capacità di mutazione del virus?
Al momento no. Le mutazioni avvenute sino a oggi sono minime, quindi il vaccino in preparazione è ancora efficace. Il discorso cambia solo se il virus dovesse mutare tanto da non essere più riconosciuto dagli anticorpi come tale.

L’A-H1N1 colpisce soprattutto gli under 40, da cosa dipende?
Escludendo la Gran Bretagna dove oramai l’epidemia è in atto, prendiamo il caso dell’Europa. Qui sono colpiti soprattutto i viaggiatori e poi i loro amici e parenti. E l’età di chi viaggia è spesso inferiore ai 40 anni. L’altro punto è che la popolazione scolastica fa da moltiplicatore dell’epidemia. Mentre gli anziani sembrano più protetti. Secondo uno studio americano circa un anziano su tre avrebbe anticorpi contro l’A-H1N1. Forse per essere stato esposto a virus simili in passato.

Qual è il livello di pericolosità dell’influenza pandemica?

Probabilmente è aggressiva quanto un virus influenzale stagionale. Sembra infatti avere lo stesso tasso di mortalità. Casi gravi si sono manifestati specie in portatori di rischio noti anche per l’influenza di stagione. Come le malattie croniche, respiratorie e cardiovascolari. Inoltre, i più sensibili al contagio sembrano essere le donne incinte i diabetici, i bimbi sotto l’anno di età e gli obesi. Questo ultimo caso è una novità rispetto alla normale influenza.

In Argentina e Gran Bretagna i decessi si contano a decine. Sono i Paesi più colpiti…
Per quanto riguarda l’Argentina ci sono diversi punti interrogativi. Da un lato può essersi verificato un alto numero di contagi senza che però siano stati tutti verificati. Oppure ci sono altri fattori più o meno identificati, come ad esempio un accesso ritardato ai servizi sanitari. Per quanto riguarda la Gran Bretagna c’è stato un elevato numero di infezioni e il tasso di mortalità è in linea con quello degli altri Stati. Purtroppo pare che una delle persone morte non fosse portatrice di fattori di rischio noti per essere causa di complicazioni, e quindi si sta indagando su quale potrebbe essere stato il motivo del decesso. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Una firma per la Ru486

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Giugno 2009

05264ocjLo stop al commercio del farmaco abortivo mette a rischio la salute delle donne. La denuncia dei ginecologi italiani in una petizione all’Aifa di Federico Tulli

La cronica lentezza con cui in Italia si trascina la messa in commercio del farmaco abortivo Ru486 Mifepristone (Myfegine) rischia di avere serie conseguenze sulla salute delle donne che decidono di interrompere la gravidanza. La denuncia è degli operatori della legge 194/78, i quali hanno preparato una petizione per chiedere che sia posta la parola fine al gioco delle parti che vede protagoniste le istituzioni preposte a favorire l’utilizzo della Ru486 nelle strutture ospedaliere che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Un rimpallo di responsabilità che left documenta sin dal 2005, epoca delle polemiche alimentate dall’allora ministro della Salute Francesco Storace nei confronti della sperimentazione del Mifepristone avviata dal ginecologo Silvio Viale al Sant’Anna di Torino. La petizione è indirizzata al neo presidente del cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) il ginecologo Sergio Pecorelli, e al dg Guido Rasi, e sarà pubblicata nei prossimi giorni sul sito del San Camillo di Roma che insieme al Sant’Anna è tra le strutture ospedaliere  nazionali in cui si pratica il maggior numero di Igv (oltre 2.000 l’anno). Sarà possibile aderirvi digitando il link www.scamilloforlanini.rm.it. Primi firmatari del documento sono i ginecologi, Giovanna Scassellati responsabile del reparto Ivg del San Camillo, Mirella Parachini presidente Fiapac (Federazione internazionale degli operatori professionisti di aborto e contraccezione), e Silvio Viale responsabile del day hospital Ivg al Sant’Anna. Questo il testo di cui left pubblica in anteprima alcuni significativi passaggi: «Ormai è passato più di un anno e mezzo da quando la domanda di mutuo riconoscimento è stata posta all’Italia. Noi operatori della legge 194 riteniamo che tale comportamento, che giuridicamente è in piena violazione delle norme per l’Autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) con procedura di mutuo riconoscimento, produca un danno alla salute delle donne che qualora debbano interrompere una gravidanza sono costrette a sottoporsi a procedure maggiormente invasive. Ricordiamo ancora una volta come venga in tal modo disatteso l’articolo 15 della legge 194/78 che prevede “l’aggiornamento del personale sanitario [...] sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. La mancata autorizzazione della Ru486 non ha alcun fondamento scientifico o giuridico di tutela della salute delle donne ma al contrario corrisponde a una precisa scelta politica non compatibile con il diritto alla salute. Quali medici coinvolti nell’assistenza alle pazienti che si rivolgono a noi in base a una legge dello Stato denunciamo questo ritardo come un’inaccettabile interferenza con il nostro dovere di mettere in atto la “buona pratica clinica”. Per questo chiediamo che l’Aifa concluda con la massima celerità l’iter della messa in commercio della Ru486 in Italia».
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il caso
La lunga attesa

Dalla tabella che segue si evince il mancato rispetto da parte dell’Aifa della direttiva europea 2001/83/EC (art. 28), in cui è previsto che uno Stato membro approvi la richiesta di mutuo riconoscimento entro 120 giorni dalla presentazione.
29 marzo 2007 L’Emea (Agenzia europea del farmaco) dà il via libera alla Ru486 prodotta dai Laboratoires Exelgyn, a seguito della procedura europea partita dalla Francia.
20 giungo 2007 Facendo proprio il parere dell’Emea, la Commissione Ue, all’unanimità, approva la Ru486.
6 novembre 2007 La Exelgyn presenta all’Aifa una richiesta di mutuo riconoscimento della autorizzazione francese alla commercializzazione.
27 febbraio 2008 La commissione tecnico-scientifica dell’Aifa dà parere favorevole al commercio del farmaco.
A questo punto non restano che poche fasi burocratiche, tra cui la negoziazione del prezzo tra Exelgyn e Aifa. Ma, complice anche la caduta del governo Prodi, slitta tutto inesorabilmente al 2009. E a febbraio scorso la negoziazione si arena  praticamente sul nascere. Stessa sorte per l’eventuale ratifica da parte del nuovo Cda dell’Aifa, che sarebbe dovuta pervenire a maggio. left 25/2009

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