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Archivio per la categoria ‘politica’

Emigro, dunque sono

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Giugno 2009

di Federico Tullileft 23/2009 del 12 giugno 2009

migranti_nonMigrante per natura, da migliaia di anni l’Uomo si sposta da una regione all’altra della Terra in cerca delle migliori condizioni ambientali per vivere. Un flusso ininterrotto di donne, bambini, uomini che non si è arrestato nemmeno quando la Rivoluzione industriale ha iniziato a facilitare un progressivo adattamento della natura ai nostri bisogni primari. Anzi. Lo sviluppo socio-economico di alcuni Paesi ha catalizzato le migrazioni da zone in cui guerre, repressioni, condizioni climatiche rendono impossibile una sopravvivenza degna di questo nome. rinauroCome sovente denuncia Predrag Matvejevic, oggi chi si trova in questo status non è più definito migrante, ma, quasi sempre, clandestino. Quello che un tempo era naturale viene oramai considerato illegale dalle giurisdizioni nazionali e internazionali. E spesso brutalmente represso. Accade pure in Italia, con l’introduzione della legge Bossi-Fini, nonostante proprio il nostro Paese solo 60 anni fa sia stato uno dei volani dell’esodo “clandestino” di «donne uomini e bambini in cerca di un futuro e di migliori condizioni di vita oltre le Alpi». Come mirabilmente racconta Sandro Rinauro nel suo saggio Il cammino della speranza (Einaudi). Dicevamo dell’essere umano migrante per natura. La necessità di soddisfare l’esigenza di un’alternativa a quanto imposto da situazioni ambientali (umane e naturali) sfavorevoli è da sempre oggetto di studio delle scienze biologiche. In particolare è la datazione delle migrazioni a stuzzicare l’interesse dei ricercatori. Per questo è di grande importanza un nuovo metodo di analisi del  messo a punto dall’università di Leeds, che, secondo quanto annunciato sul sito dell’ateneo, consente di indicare con sicurezza la data della prima fondamentale migrazione: quella dall’Africa. Che sarebbe avvenuta «10-20mila anni prima di quanto si pensi, ovvero 60-70mila anni fa». Quando Gheddafi, Borghezio e Berlusconi ancora non esistevano.

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Sos archeologia

Pubblicato da Federico Tulli su 5 Settembre 2008

L’Italia è tra i Paesi con il più vasto patrimonio archeologico, ma sono ben cinque le leggi sulla valorizzazione e la tutela dei beni che dal 1991 giacciono ignorate in Parlamento. Ultima in ordine di presentazione, la 3614 sull’istituzione degli albi degli storici dell’arte e degli archeologi. Già, proprio da noi la professione di archeologo non è riconosciuta. Per questo la Confederazione italiana archeologi ha lanciato una petizione al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ai ministri per i Beni e le attività culturali e della Funzione pubblica. Un’iniziativa decisa dopo la pubblicazione del bando di concorso al Mibac per l’assunzione di 30 archeologi. È il primo bando dal 1995, ma secondo la Cia c’è poco da essere allegri. «Si richiede una formazione di altissimo livello – si legge nella petizione – ma non saranno valutati altri titoli comprovanti la professionalità dei partecipanti, tra cui la produzione scientifica e l’esperienza maturata sul campo. Secondo tale logica i laureati che collaborano con le Soprintendenze sui cantieri e nei musei non sono ritenuti in grado di svolgere la funzione di archeologi. Inoltre nel concomitante concorso per Soprintendenti il requisito di accesso è la sola laurea triennale. Tra un anno un laureato triennale potrebbe dirigere un funzionario specializzato». La petizione, sottoscritta pure dall’Associazione nazionale archeologi, può essere firmata su www.firmiamo.it/concorsoarcheologi18072008.  Federico Tulli

Left 36/2008

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Il Lambrusco di Dante e Virgilio che Diliberto disprezza

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Luglio 2008

“A un uomo di cultura come Oliviero Diliberto posso solo rispondere che ha cominciato Virgilio a parlare di Lambrusco, seguito da Plinio il Vecchio. E del nostro vino con la schiuma, unico rosso frizzante al mondo con questa caratteristica, ha scritto anche Dante”. Ermi Bagni, direttore generale del Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi, commenta così al VELINO il giudizio decisamente tranchant (“il lambrusco fa schifo”) espresso dal segretario del Pdci nel corso del congresso di Salsomaggiore. “In 38 anni – spiega Bagni – il Consorzio ha certificato con gli appositi bollini 631 milioni di bottiglie di Lambrusco modenese, capisco pertanto che a qualcuno possa non piacere o piacere meno di altri vini. Ma l’espressione usata da Diliberto non gli fa onore. Dispiace anche che quella frase sia stata pronunciata proprio in queste terre emiliane che politicamente negli anni passati gli hanno dato delle soddisfazioni. Evidentemente questa volta non ha centrato l’obiettivo”. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)

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Settis denuncia: Dal governo un miliardo in meno

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Luglio 2008

Tutela del patrimonio a rischio

La critica anche dura e sferzante è assolutamente legittima e benvenuta, ma quando viene esibita sui giornali da chi possiede precise responsabilità istituzionali con disinvoltura e gusto per la polemica, allora diventa strumentale». Con queste parole, in una nota stampa, Francesco Giro, sottosegretario ai Beni e alle attività culturali ha dichiarato «irrimediabilmente lacerato il rapporto fiduciario fra il ministero e il professor Salvatore Settis». Settis è stato confermato dal ministro Bondi presidente del consiglio superiore dei Beni culturali, eppure, rileva Giro, in un articolo a sua firma sul Sole 24 ore del 4 luglio attribuisce le attuali difficoltà del “suo” ministero al governo Berlusconi. La colpa di Settis? Aver denunciato che due decreti legge (il 93/08 – quello sull’esenzione dell’Ici – e il 112/08) del nuovo esecutivo comporteranno da qui al 2011 un taglio complessivo di oltre un miliardo a «un’amministrazione già in grande sofferenza per mancanza di risorse». E ancora, che il disegno politico sotteso a questi dl «appare diametralmente opposto a quello che l’onorevole Bondi ha delineato alla Camera», e cioè al «rispetto rigoroso» dell’articolo 9 della Costituzione. «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione», dice la Carta. E lo ricorda anche Settis chiedendo come sia possibile farlo con un miliardo in meno a disposizione. Ma ai Beni culturali fanno orecchie da mercante.

Left 28/2008 ** Federico Tulli

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Sinistra, egemonia cercasi

Pubblicato da Federico Tulli su 9 Novembre 2007

gramsIntervista ad Alberto Burgio di Federico Tulli

“Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd”

Il pensiero di Antonio Gramsci è linfa per la riflessione politica ribelle alle parole d’ordine del Pd Convegni, una ridda di uscite librarie. Mostre e perfino spettacoli teatrali. Anche questo settimo decennale della morte di Gramsci non ha mancato di essere un’occasione di riscoperta della vitalità e modernità del suo pensiero. Ma è anche vero che , di decennale in decennale, come è stato notato, si è letto di tutto, arrivando perfino a parlare di un Gramsci liberale e“teorico della buona globalizzazione”. Per arrivare poi, sulla strada del gossip storico-politico, a fantasticare di un complotto assassino ordito contro di lui dai suoi compagni. Per fare il punto abbiamo sentito il deputato del Prc Alberto Burgio, docente di storia della filosofia moderna all’Università di Bologna e attento studioso di Gramsci. Il suo ultimo libro Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno è da poco uscito per i tipi di Derive e Approdi.

Professor Burgio, quest’anno il varo dell’edizione nazionale delle opere di Gramsci, ma anche tanta agiografia e letture strumentali?

A dispetto della marginalità che il pensiero di Gramsci ha oggi nella realtà della politica, (diversamente da quel che accadeva negli anni 70 all’indomani dell’edizione di Gerratana) c’è stata attenzione, sforzo di approfondimento critico, nuovi libri, questa edizione nazionale. Poteva essere l’occasione per suonare la gran cassa del revisionismo storico, ma non è stata. Anche se c’è chi ci ha provato.

Fra le molte uscite librarie c’è un titolo che le è sembrato utile, interessante?

Per esempio il libro di Raul Modenti, Gramsci e la rivoluzione necessaria (Editori Riuniti). L’ho trovato stimolante. Fa un uso del testo molto diverso dal mio, anche per costume di lavoro, ma ne ho tratto giovamento. Non posso dire la stessa cosa di altri libri che preferisco non nominare. Sarebbe una pubblicità negativa e è vietata dalla legge. Mordenti parla di Gramsci come fondatore di un’antropologia filosofica originale rispetto alla tradizione del Logos Occidentale.

Cosa ne pensa?

Il tema dell’antropologia filosofica e politica era molto sentito negli anni dopo la Rivoluzione di ottobre. C’era davvero la speranza che una rivoluzione con quelle ambizioni potesse dare luogo a una storia nuova della civiltà, aprire all’uomo nuovo. Ma questo tema non era esclusivo dei comunisti e del movimento operaio. In quell’epoca l’uomo nuovo era anche una fissazione delle destre. Insomma io dico ci sono in Gramsci un pathos della palingenesi e l’idea della politica come strumento di grandi trasformazioni. Ma ci sono come eco non qualificante della cultura di quegli anni. Il mio Gramsci non è quello in cui questo specifico pathos è un tratto saliente. Ma va detto che l’uomo nuovo della destra era ben altra cosa: era per distruzione e annullamento dell’altro. Ma diamine! Quello che volevo dire, per fare un altro esempio, è che per in tutta la discussione politica dagli anni Dieci e ancora negli anni Venti e Trenta, il “pathos della decisione” è avvertito da tutta la cultura, particolarmente da quella degli estremi opposti. Ma ovviamente il contenuto della decisione, persino la forma, erano con cepiti in termini assolutamente diversi. Nel suo libro dedica un capitolo al tema dell’egmonia.

Quanto è stata sviluppata?

Logo of Gramscian Net, image of Gramsci by Serena Zanardo

Logo of Gramscian Net, image of Gramsci by Serena Zanardo

Credo che sull’egemonia si sia lavorato male. La si è impiegata in una cornice semplificata e riduttiva. Intendendo per egemonia la lotta fra le ideologie. E di riduzione in riduzione si è arrivati a dire che funzionari dell’egemonia non sono gli intellettuali in senso gramsciano ma gli intellettuali in senso proprio. Dunque l’egemonia è stata ridotta a una specifica figura della produzione culturale. Io credo, invece, che in Gramsci ci sia ben altro: intuisce che a produrre ideologia e quindi a produrre senso comune, modelli, riferimenti, senso comune, mentalità, sono tutti gli ambiti della relazione sociale, compreso il processo di produzione. Non lo si è inteso. Questo è il punto.

Ma anche l’accezione “restrittiva” di egemonia non pare essere stata realizzata dalla sinistra…

Ha ragione da vendere. E penso che questa mancata lotta per l’egemonia sia dovuta alla debolezza e alla subalternità ideologica dei gruppi dirigenti. Un fatto che si è verificato in tutto l’Occidente dalla metà degli anni Settanta in poi, fino agli anni Novanta. E non parlo solo dei partiti e dei sindacati ma dell’intelligenza diffusa.

Nel panorama politico, con la nascita del Pd, come vede declinata la figura gramsciana dell’intellettuale organico?

Il Pd gli intellettuali organici ce li ha, eccome. In questi giorni stiamo parlando di sicurezza e di razzismo e ci rendiamo conto di quanto sia grande la responsabilità di quella tipologia di intellettuale organico. Quello che è successo in questi giorni è spaventoso. Il dolore e il dispiacere per questa donna violentata e uccisa è fuori discussione. Ma ci sono tante altre cose di cui non si parla. Le donne che vengono uccise stuprate in famiglia, per esempio. La morte di Giovanna Reggiani ha determinato le decisioni del Consiglio dei ministri. La ragazza straniera uccisa a Perugia no. Qualcuno celebra Sergio Romano e Barbara Spinelli. Per fortuna qualche voce fuori dal coro c’è. Ma quello che conta sono i telegiornali. E i media in questi giorni trasmettono dei messaggi precisi. Scritti da intellettuali organici del Pd e della destra. Purtroppo i messaggi si omologano. C’è stata una comunità di intenti fra Veltroni e Fini che ci terrorizza L’editorialista di punta di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha intitolato il suo pezzo Tolleranza zero. Non è affatto causuale. Vengono introiettate e fatte proprie delle parole d’ordine che hanno inondato in realtà la politica del neoliberalismo. E fra la repressione e il cosiddetto Stato minimo c’è un nesso strettissimo. Quanto più riduci i sistemi di sicurezza sociale tanto più devi incrementare gli elementi di repressione. Tolleranza zero e neoliberismo sono dentro un endiadi.

Gramsci in Socialismo e cultura proponeva un’idea di cultura come critica, perché la sinistra non riesce a incidere?

Io credo in realtà che ci siano buone riflessioni critiche. Purtroppo noi siamo marginali. Dipende anche dal fatto che abbiamo alle spalle una sconfitta storica, che ancora non è finita. Da venticinque anni in qua abbiamo seguitato a perdere posizioni, non solo posizioni di potere, ma anche posizioni dalle quali riuscire a raggiungere con un discorso, con un dibattito, con la produzione di proposte la gente. Per sostenere un sistema di valori di riferimento, per dettare un’agenda, riuscire a fare argine contro un imbarbarimento incombente. Una volta accadeva, oggi siamo assolutamente emarginati, poco efficaci. Salvo che in alcuni casi importanti.

La piazza del 20 ottobre è una di queste?

Esattamente. È stata una di quei momenti in cui si è riusciti a riprendere questo contatto a trovare le parole che ricostruiscono una comunità politica. left 45/2007 del 9 novembre

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Tifo fascio

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Settembre 2006

Storie di destra e di affari. E ora spunta la Cisco Roma, nuova squadra del camerata Di Canio
di Federico Tulli

Possibile che un’amministrazione comunale di centrosinistra si metta a fare affari con una società calcistica che ingaggia un calciatore famoso in tutto il mondo per il saluto fascista? La pubblicità campeggia sui bus della Trambus e nelle metropolitane di Met.Ro, municipalizzate del Comune di Roma, ed è di Paolo Di Canio il volto teso che spicca dal fondo nero dei cartelloni che hanno invaso la capitale. Missione dell’ex idolo della tifoseria laziale è quella di convincere quanta più gente possibile ad abbonarsi per assistere alle partite della sua nuova squadra, la Cisco Roma. Già, perché Di Canio, giunto a fine contratto con la Lazio, non ha ricevuto alcuna proposta dal presidente Claudio Lotito. Una mossa impensabile fino a poco tempo fa, ma che rientra, secondo i rumors che provengono dall’ambiente della tifoseria capitolina, nelle dinamiche di una lotta interna alla destra romana per raggiungere o mantenere il controllo politico ed economico della società biancoceleste. E, se si pensa che Di Canio è ancora legatissimo agli Irriducibili, gli ultras laziali, tanto che molti dicono che l’invito ad abbonarsi alla Cisco sia rivolto proprio a loro, e che questa squadra è di proprietà di Piero Tulli, l’imprenditore che contese sino all’ultimo l’acquisto della Lazio nel 2004 proprio a Lotito, non è azzardato aspettarsi clamorosi sviluppi. Per ora di concreto c’è la tensione che ha finito per coinvolgere anche le istituzioni e che richiede tutta l’abilità di mediatore di Veltroni.

La storia ha inizio a cavallo tra il 2002 e il 2003 con la scoperta dell’ingente buco nel bilancio della Società Sportiva Lazio: si parlò di circa 600 milioni di euro di debiti lasciati da Sergio Cragnotti dopo le sue dimissioni in seguito al crack Cirio. Dopo circa un anno di gestione straordinaria, un’operazione sponsorizzata dall’allora presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, trasformò Claudio Lotito da imprenditore poco noto fuori del raccordo anulare in azionista di maggioranza della più antica società capitolina. L’acquisto passò per la trasformazione dei crediti, che Lotito vantava con la Regione, nel 29,9 per cento di azioni della Lazio. Ma ebbe notevole peso anche la possibilità, caldeggiata dal neo azionista di maggioranza, di trasformare alcuni suoi terreni improduttivi in un’immensa area edificabile da costruire intorno ad «uno stadio tutto laziale, lo Stadio delle Aquile». «Storace non fu l’unico a spingere per la successione di Lotito a Cragnotti – racconta Silvio Di Francia, responsabile del coordinamento della maggioranza al Comune di Roma -, anche gli Irriducibili lo considerarono come la migliore soluzione». Gli appartenenti al gruppo romano sono lo zoccolo duro della tifoseria organizzata laziale e sin dalla fondazione, avvenuta a fine anni Ottanta, sono funzionali alla ramificazione della destra giovanile romana sul territorio. Negli anni, in seguito a infiltrazioni di personaggi che avevano militato in passato anche in organizzazioni extraparlamentari, sono aumentati i segnali con i quali gli ultrà laziali hanno definito la propria identità di appartenenza. E la curva laziale ha esibito via via striscioni inneggianti alla “tigre Arkan”, il criminale di guerra serbo, bandiere con svastiche e croci celtiche, cori nostalgici, dedicati anche a “Lotito, nuovo duce”, per finire con l’enorme manifesto esposto durante Lazio-Livorno dell’aprile 2005 recante la scritta “Roma è fascista”. Per non dire della risposta ai saluti romani di Di Canio alla fine di alcune partite. Fatti macroscopici che rendono ancora più difficile da comprendere la “leggerezza” con cui è stata concessa l’autorizzazione dal Campidoglio per una manifestazione organizzata dagli ultras «in difesa della Società Sportiva Lazio dalle vicende di calciopoli» il 21 luglio scorso, culminata in un incontro col sindaco Veltroni. «Il Comune ha fatto benissimo a permettere agli Irriducibili di esprimere il loro sostegno alla squadra in un momento difficile come quello – commenta Di Francia -, d’altronde è la politica che si segue con la maggior parte dei movimenti giovanili. L’accusa di leggerezza, o peggio ancora di cecità, è la stessa che abbiamo dovuto respingere quando sono stati i centri sociali di sinistra a sfilare per le vie cittadine». Secondo l’amministrazione comunale, il fenomeno che coinvolge la curva laziale, Di Canio e la società, ha radici complesse e la comprensione passa attraverso il confronto con tutte le parti coinvolte, ma anche per un’analisi completa dei fatti. «Tutto si è complicato per la forte ingerenza di certa politica sin dalla genesi della gestione Lotito», spiega Di Francia.

La sponsorizzazione di Storace ha messo il marchio su un’operazione di acquisto nella quale gli Irriducibili hanno avuto il duplice ruolo di sostenitori e di conquistati. Già, perché non si può sottovalutare, oltre all’affinità politica, anche l’abile mossa di Lotito nel riportare a Roma, dopo quasi venti anni, un loro idolo, non solo sportivo, come Di Canio. «È da situazioni come questa – affonda Di Francia -, con certa politica che entra pesantemente negli affari del calcio, che nascono le ambiguità che poi si trasformano in problemi seri. La politica deve aiutare il calcio come espressione sociale, come patrimonio della città, ma astenersi dal diventare protagonista. La riprova è che oggi la Lazio nel mondo viene vista come squadra fascista, il che la riduce a società marginale». Un danno grave del quale, dunque, non si può incolpare esclusivamente una frangia della tifoseria, anche se è la più in vista. Pure Lotito è ingranaggio di un sistema che fa acqua da tutte le parti. «Questa cosa va certamente risolta – commenta Di Francia -, quando una parte della tifoseria dichiara che la Lazio è una squadra di estrema destra, la toglie a chiunque non sia d’accordo, e questo è inaccettabile». Ma anche qui, secondo il coordinatore della maggioranza capitolina, è utile non fermarsi a una lettura superficiale dei fatti per trovare la chiave di volta. Dopo l’episodio dello striscione “Roma è fascista”, un gruppo di tifosi vip organizzò una campagna di invito alla moderazione dei toni alla quale aderirono migliaia di persone. L’incontro con i dirigenti della Lazio fu quello che finì peggio. «Sembrava un dialogo tra sordi – commenta con amarezza Di Francia -, Lotito minimizzò l’accaduto e ci congedò trincerandosi dietro un: “Questi mi fanno casini, e comunque io condanno tutte le espressioni politiche. Esporre una svastica è passare il segno e non va tollerato mai”».

Alzo zero verso degenerazioni estremistiche, ma senza rinunciare a creare le basi per un dialogo con ogni protagonista per diffondere nel mondo un’immagine di calcio pulito. «Bisogna sempre trattare per evitare il peggio – conclude Di Francia -, altrimenti dovremmo dare ragione a Gianni Alemanno, l’ultimo candidato sindaco di Alleanza nazionale, che dell’intolleranza verso l’estremismo dei centri sociali aveva fatto una bandiera della sua campagna elettorale. Ma autorizzare non significa condividere e i muscoli si presentano solo quando le cose passano il segno, non a prescindere».

Left 34/2006

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