Archivio per la categoria ‘Libro bianco del tabacco’
Pubblicato da Federico Tulli su 22 Febbraio 2008
Diminuiscono le sigarette consumate e crescono le entrate, grazie all’aumento delle accise. Ci guadagna l’erario, ma anche Logista, società privata che gestisce i magazzini di stoccaggio delle bionde. Le liberalizzazioni non sono riuscite a scalfirla
di Federico Tulli
In Italia si fuma di meno, ma la passione degli italiani per le bionde rimane un grande affare per lo Stato. Il 2007, terzo anno dall’entrata in vigore della legge Sirchia (la normativa che ha introdotto il divieto di fumo nei luoghi pubblici e negli uffici), si è chiuso con una debole ma significativa contrazione delle vendite: -1,04 per cento rispetto al 2006. Ma l’erario ha comunque incassato il 3,2 per cento in più dalle accise sul pacchetto.
In pratica lo scorso anno sono state vendute oltre 94 mila tonnellate, circa mille in meno (corrispondenti a 50 milioni di pacchetti) delle 95.829 tonnellate con cui si è chiuso il 2006. Considerata una popolazione che conta quasi 12 milioni di fumatori, in media si tratta di quattro pacchetti da 20 a testa fumati in meno in un anno. Ovvero: in dodici mesi gli italiani hanno rinunciato ad accendere un miliardo di sigarette. Allo stesso tempo il gettito fiscale dei tabacchi lavorati è stato di circa 13 miliardi di euro, 420 milioni in più rispetto al 2006. Se alla contrazione delle vendite hanno contribuito le restrizioni imposte dalla Sirchia alle abitudini dei fumatori, il risultato fiscale è figlio della politica di progressivi e cadenzati aumenti dei prezzi delle sigarette. Dal 2003, anno in cui la legge antifumo è entrata in discussione alla Camera (dibattito durato due anni), il pacchetto da 20 è aumentato mediamente di 1,2 euro. Un rincaro superiore al 40 per cento, che proietta l’Italia nella scia dei Paesi nordici dell’Ue, dove la leva dei prezzi – in assenza di una rigida normativa di tutela della salute dei fumatori – è usata come arma principale per combattere i danni provocati dal fumo. Se al governo, dal punto di vista fiscale, l’annata 2007 è andata più che bene, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il tentativo di riordino del mercato della distribuzione caratterizzato dal monopolio esercitato da Logista.
Non hanno infatti mai visto la luce i “decreti di riordino” previsti dalla Finanziaria 2007, che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato avrebbe dovuto emanare entro il 31 marzo dello scorso anno. Scopo dei decreti era, appunto, rimettere in movimento il meccanismo di liberalizzazione della distribuzione dei lavorati del tabacco, avviato nel 2004 con la privatizzazione dell’intero settore. Uno dei provvedimenti in particolare concedeva l’esercizio dell’attività di depositi fiscali (i magazzini di stoccaggio delle bionde) «anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia». E proprio per questo era considerato la chiave di volta per superare il monopolio privato della gestione dei depositi, attraverso cui viene smistato alle rivendite oltre il 90 per cento dei quasi 95 miliardi di sigarette fumate nel nostro paese. Come è noto Logista – azienda di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo nella distribuzione di sigarette – ha l’esclusiva della distribuzione per tutti i maggiori produttori e al tempo stesso la titolarità della gestione di tutti i depositi italiani ancora attivi (più di 200). Una posizione di privilegio, questa, più volte denunciata da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e Assotabaccai (l’organizzazione del 15 per cento circa delle rivendite italiane), nei cui confronti Logista ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo dettando regole e tariffe senza incontrare alcuna resistenza. Timidi segnali di miglioramento si sono intravisti solo negli ultimi giorni, come spiega il vicepresidente di Assotabaccai, Lamberto Lasagni: «Anche se oramai la distribuzione è completamente nelle mani di Logista, e nonostante abbiano continuato indisturbati nella loro politica di chiusura dei depositi fiscali, attraverso l’entrata a regime del sistema di ordinativi on line e della consegna a domicilio, alcune cose sono migliorate. Significativa in tal senso – prosegue Lasagni – è stata la decisione di Logista di venire incontro alle nostre richieste di abbassare i prezzi della consegna porta a porta. Ora, dunque, anche se ci sono tabaccai che si ritrovano il deposito di rifornimento più vicino a oltre 200 chilometri, non sarà più sconveniente farsi rifornire direttamente dal distributore».
Il risultato raggiunto da Assotabaccai se da un lato si traduce nella salvaguardia di centinaia di posti di lavoro (non rischiano più infatti di chiudere le tabaccherie nelle zone più periferiche del Paese), dall’altro consolida un sistema di monopolio che, in quattro anni, due governi di segno opposto non sono riusciti a scardinare.
Left 8/2008
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Pubblicato da Federico Tulli su 11 Gennaio 2008
Contro il fumo la Francia sembra fare sul serio. A pochi giorni dall’entrata in vigore del divieto di accendersi una sigaretta nei bistrot, divieto che solo pochi mesi fa sembrava impensabile da adottare in un paese così affezionato a questa tradizione, la corte di appello di Parigi ha condannato la ditta d’abbigliamento Marlboro classic a una multa di 50 mila euro per pubblicità ingannevole a favore del tabacco. È questo il risultato di una serie di denunce presentate dal Comitato nazionale contro il tabacco (Cntc) sin dal 2003, quando ha tentato di far interdire dai giudici francesi le insegne affisse in tutti i punti vendita del marchio. Che Oltralpe viene distribuito da Valentino fashion group da quando ha ottenuto da una filiale della holding di Marlboro classic, la Philip Morris, una licenza per l’utilizzo del brand. Anche se l’importo della sanzione è modesto, la decisione dei giudici appare un duro colpo per la casa di abbigliamento che in Francia possiede più di 300 punti vendita tra negozi, succursali e boutique in franchising. Ma ancor di più sembra chiara l’intenzione dei magistrati di restringere il raggio d’azione di quel tipo di marketing che, abbinando un marchio di sigarette a un prodotto di tutt’altro settore, tenta di aggirare le rigide norme europee, cui la Francia si è da poco adeguata completamente, contro la pubblicità ingannevole a favore delle sigarette.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2007
In previsione dell’innalzamento del limite di età in cui sarà vietato fumare (da 16 a 18 anni), come annunciato dal ministro della Salute Livia Turco durante l’ultima giornata mondiale contro il fumo, i produttori di sigarette vogliono piazzare in luoghi pubblici strategici centinaia di distributori automatici. La legge è ancora in embrione ma l’inganno è già stato trovato. Queste macchinette infatti, come dimostrano numerose statistiche, sono proprio il mezzo di rifornimento preferito dei minorenni di qualsiasi parte del globo visto che consente loro di comprare indisturbati quanti più pacchetti desiderano. Dunque l’obiettivo delle multinazionali del tabacco è chiaro: non rimetterci nemmeno un centesimo sfruttando le incongruenze della legislazione antifumo del nostro paese – il divieto assoluto di installazione che vige in molte parti del mondo è notoriamente il metodo più efficace per contrastare il fumo tra i minori – e il gusto per la trasgressione tipico dei giovani. Come sempre in prima linea in queste cose c’è la Philip Morris che, mentre da un lato nel suo sito www. philipmorrisinternational.com scrive : “Non vogliamo che i minori fumino”, dall’altro, tramite la Fil Tabacchi, un’organizzazione fiancheggiatrice, guidata dall’ex parlamentare, nonché ex presidente della commissione Finanze della Camera, Renzo Patria, ha nesso in piedi una gigantesca operazione di lobby coinvolgendo i Monopoli di Stato, le Ferrovie e persino il ministero della Salute. Obiettivo: ottenere le necessarie autorizzazioni dal ministero della Salute e dalle Ferrovie dello Stato per istallare distributori nei pressi dei tabaccai (entro i dieci metri previsti dal regolamento dell’Aams) che hanno rivendite nelle stazioni ferroviarie.
Per comprendere in che modo questa mossa del maggior produttore di sigarette del nostro paese può comportare l’omicidio in culla dell’estensione del divieto di fumare a tutti i minori annunciato dal ministro Turco è sufficiente sciorinare un po’ di dati. Cominciamo col dire che a sostegno dei numeri c’è un provvedimento con cui il 17 dicembre 1998 il ministero della Salute richiamò il ministero delle Finanze e i Monopoli a intervenire consentendo l’eventuale installazione dei distributori automatici esclusivamente all’interno delle rivendite. A quanto pare quel provvedimento finalizzato proprio a impedire l’accesso indisturbato dei minori all’acquisto di tabacco è rimasto lettera morta. Ebbene, secondo un’indagine Doxa commissionata dall’Istituto superiore di sanità, è vero che gli italiani comprano quasi sempre le sigarette dal tabaccaio (85,5 per cento contro il 7,5 per cento che usa i distributori automatici), ma è altrettanto vero che la percentuale di chi non entra nelle rivendite per acquistare tabacco è quasi il doppio (13,7 per cento) nel caso dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Una prassi confermata anche da un recente studio eseguito negli Stati Uniti dall’università del Massachusetts per accertare l’abilità dei giovani (ragazzi tra i 12 ed i 17 anni) a procurarsi tabacco a scapito dei divieti di vendita ai minori. I ricercatori Usa hanno scoperto che ha avuto un buon fine il 34,8 per cento dei tentativi di acquisto dai rivenditori e ai distributori automatici con o senza dispositivi di blocchi di chiusura. Dei tentativi riusciti ben il 75 per cento ha riguardato l’acquisto dalle macchinette automatiche.
A nulla serve inoltre, nel nostro paese, l’obbligo di tenere attivi i distributori automatici di sigarette solo dalle 21 alle 7 del mattino. I tempi in cui da piccoli si andava a letto subito dopo Carosello sono passati da un pezzo, hanno commentato a più riprese le maggiori organizzazioni di tutela dei consumatori. Men che meno si dimostra efficace la circolare emanata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) l’11 gennaio 2007 che “al fine di evitare che il prelievo delle sigarette possa essere effettuato da soggetti minori di sedici anni”, ha posto l’obbligo di istallare “presso le rivendite o nelle immediate adiacenze, nonché presso i pubblici esercizi, esclusivamente distributori automatici dotati di sistema di lettura automatica di documenti contenenti l’indicazione anagrafica degli utenti”. In questo scenario assume particolare significato l’arrivo di oggi a Genova del bus della campagna ‘Noi non dobbiamo fumare’ voluta dal Moige (Movimento italiano genitori) e dalla Fit (Federazione italiana tabaccai) per prevenire “l’accesso al fumo da parte dei minori” sensibilizzando gli adulti, in special modo i tabaccai: “Non solo perché lo dice la legge – sottolinea una nota del Moige – ma anche perché lo dicono il buon senso e numerose ricerche che confermano la maggiore pericolosità del fumo per gli adolescenti”. Come non ricordare però che è stata proprio la Fit a lanciare lo scorso anno l’idea di istallare lettori ottici nei distributori automatici. Già, perché, è quasi superfluo sottolineare quanto sia semplice per qualsiasi ragazzino farsi prestare un documento dall’amico o dal fratello maggiore, magari in cambio di qualche sigaretta. Ancora più preoccupante il fatto che proprio in base a questo quadro lo scorso anno il Moige abbia dato il via alla campagna di prevenzione dell’accesso al fumo in età giovanile insieme alla Fit con il patrocinio dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – l’autorità che recependo il provvedimento del ministero della Salute avrebbe potuto obbligare i tabaccai a piazzare i distributori all’interno delle rivendite, ma non lo ha mai fatto – dell’Istituto italiano di medicina sociale e dell’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani), e con il contributo delle multinaziuonali del tabacco. All’operazione si è unita anche Logista, la società che detiene in pratica il monopolio della distribuzione delle sigarette. A parte Philip Morris, infatti, secondo quanto appreso dal VELINO anche Altadis, la holding di Logista, è impegnata a installare presso le tabaccherie macchinette automatiche caricate per il 75 per cento di Gauloises, il prodotto di punta di quello che è anche il leader europeo della distribuzione.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 11 Giugno 2007
Quando un ingranaggio funziona male a volte può bastare un granello di polvere per bloccare definitivamente l’intera macchina. Invischiato in un rigido regime di monopolio privato il mercato italiano della distribuzione del tabacco rischia di far naufragare a causa di ‘soli’ 150 milioni il lento processo di liberalizzazione di tutto il sistema che, considerando la produzione di sigarette, raggiunge un giro d’affari di 15 miliardi di euro l’anno. Quei milioni corrispondono all’incirca a quanto risparmiato ogni anno da Logista Italia – l’unica società titolare della gestione di tutti i depositi fiscali da cui vengono smistati alle rivendite i quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese – per essere stata esonerata dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) dalla stipula di una cauzione annuale a garanzia del pagamento dell’accisa sulle sigarette che transitano nei suoi depositi. Tale cauzione è prevista dall’articolo 5 del D.m. 67/99 sulla libera concorrenza del mercato nella distribuzione di tabacco lavorato. Essa garantisce allo Stato di ricevere gli oltre dieci miliardi di euro di tasse, che frutta la vendita dei pacchetti di sigarette, incassati dal gestore dei depositi per conto del Tesoro. Lo stesso articolo 5 attribuisce ai “Monopoli la facoltà di esonerare dal predetto obbligo le ditte affidabili e di notoria solvibilità previe visure nel Bollettino dei protesti e acquisizione di idonee referenze bancarie”. Ed è proprio in base a questo comma che Logista ha potuto usufruire del beneficio che, dunque, è a norma di legge. Ciò che ha ridotto al lumicino la possibilità di competere con essa bloccando di fatto la liberalizzazione del settore è che Logista sia l’unica azienda a cui l’Aams ha concesso l’esonero dalla cauzione da quando alla fine del 2004 ha acquisito la titolarità della gestione dei depositi italiani di sigarette. Ci si domanda pertanto quale sia il criterio e il discrimine con cui i Monopoli autorizzano questa esenzione visto che, per esempio, non l’hanno accordata a Philip Morris quando ha fatto richiesta di concessione per la gestione di depositi attraverso cui organizzare in proprio la distribuzione. Una vera stranezza che ha tutto l’aspetto di un precedente creato ad arte.
Se infatti l’Aams non ha ritenuto solvibile e affidabile il secondo produttore al mondo di tabacco e primo in Italia, è facile immaginare quali e quante difficoltà abbiano incontrato in questi anni le piccole o medie aziende che, in linea con le intenzioni del governo di liberalizzare il settore della distribuzione, hanno chiesto il permesso di aprire nuovi siti di smistamento delle sigarette alle tabaccherie. Per avere un’idea più precisa di quanto possa essere stata vincolante quella “facoltà di esonero” basti dire che Logista – oltre a essere titolare di tutti i depositi fiscali italiani – è contraente del 99 per cento dei contratti di distribuzione per le aziende che producono sigarette in Italia. Siamo dunque ben lontani da un mercato allargato e concorrenziale nonostante le intenzioni dello Stato di ammodernare il mercato del tabacco. Come d’altronde confermato anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), che il 28 settembre 2006 – sollecitata da molti imprenditori che da Nord a Sud si sono visti chiedere la cauzione dall’Aams per aprire i depositi e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con Logista – ha emesso un inequivocabile parere (il 33146/06) a firma del presidente Antonio Catricalà: “In merito a tale regolamentazione (l’articolo 5 del D.m. 67/99), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione”. Dunque l’articolo 5 del D.m. 67/99 appare come una sorta di arma usata da un’azienda pubblica per decidere chi deve entrare e chi no nella distribuzione di sigarette in Italia. Arma oltretutto molto potente se si pensa che chi opera la selezione chiedendo o meno la cauzione, e cioè il direttore generale dell’Aams Giorgio Tino, è stato consigliere di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006. Fatto sta che quel parere di Catricalà dopo circa nove mesi è ancora lettera morta. E questo nonostante l’inserimento in Finanziaria del decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97. Norma introdotta a dicembre 2006 dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio e riequilibrare il settore della distribuzione dei tabacchi. Essa infatti concede l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Ebbene, quel decreto doveva essere emanato entro il 31 marzo scorso ma dopo oltre due mesi ancora non se ne vedono le tracce. Perché il limite è “perentorio ma non ordinatorio”, hanno spiegato all’Aams. Sollecitati dal VELINO proprio perché chi deve firmare quel decreto e aggiustare l’ingranaggio, si legge nell’articolo 97, è “il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.
In questa situazione di stand by si è inserita la Philip Morris intenzionata come non mai a ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis – il gruppo franco spagnolo leader europeo della distribuzione di cui Logista fa parte – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.
La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che, come detto, al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una corretta situazione di liberalizzazione dato che tutti produttori di sigarette potrebbero avere una propria rete distributiva. Vale a dire proprio ciò che si può verificare grazie alla conversione in decreto da parte dell’Aams dell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di depositi si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte alle 250 strutture, capaci di contenere e smistare i cento miliardi di sigarette vendute nel nostro paese, che Philip Morris si troverebbe a gestire tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, nel tentativo di riequilibrare il sistema distributivo, finisce con l’affossare l’intera liberalizzazione del mercato del tabacco mettendo in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 14 Maggio 2007
Scacco matto in due mosse. Tante ne mancano a Philip Morris per ottenere il controllo del mercato della distribuzione dei tabacchi in Italia, il cui monopolio è attualmente nelle mani di Logista, una società del gruppo franco–spagnolo Altadis leader europeo del settore. Il maggior produttore di sigarette italiano ed europeo, forte anche del potere contrattuale che lo lega ad Altadis e Logista – circa il 60 per cento di sigarette distribuite in Italia sono di marca Philip Morris e in Europa la situazione non è dissimile – intende imporre un proprio uomo come direttore generale della società di distribuzione. Il nome è quello dell’ex funzionario dei Monopoli e massimo esperto di gestione dei depositi fiscali, Valerio Borghese, attualmente in Finmeccanica. E gradito anche all’Agemos – l’Associazione sindacale che rappresenta i Delegati alla gestione dei Depositi fiscali locali (Dfl) e territoriali di Logista Italia che, oltre alla distribuzione, organizza i servizi relativi alla logistica, amministrazione e gestione di dati connessi allo scarico, all’immagazzinamento nonché alla rivendita del tabacco lavorato alle 57 mila tabaccherie disseminate in tutta Italia –, il cui benestare, come vedremo, è risultato due volte determinante per favorire le strategie di Philip Morris. La storia è questa. Con Borghese la riorganizzazione del mercato della distribuzione andrebbe nella direzione auspicata dall’Agemos. Che il 19 aprile scorso ha annunciato la rottura degli accordi sindacali con il monopolista della distribuzione per via della sua decisione di non rinnovare i contratti a 120 dei 250 gestori di Depositi fiscali locali in scadenza il 31 gennaio 2008. Philip Morris non ha mai gradito questa strategia di Logista, cavallo di battaglia dell’ex Ad Maurizio Zaccheo che è stato costretto a dimettersi all’inizio dell’anno in quanto la chiusura dei Dfl (Logista ne ha già dismessi circa 250 sui 520 rilevati nel 2004 da British american tobacco) metterebbe in difficoltà migliaia di tabaccherie ‘periferiche’ con una inevitabile contrazione delle vendite di sigarette. Mentre è noto che il modello di distribuzione diffusa e capillare era il pallino di Borghese quando stava ai Monopoli. Il che rende chiaro l’obiettivo di Philip Morris. A parte la soluzione delle beghe sindacali con Agemos, l’ingresso di Borghese in Logista consentirebbe alla multinazionale del tabacco di dichiarare scacco al monopolio della distribuzione facendo passare la propria strategia senza correre il rischio di incappare nelle maglie dell’Antitrust.
La partita però non finisce qui perché in realtà l’obiettivo finale di Pm è di acquistare Logista e gestire direttamente la distribuzione dei propri prodotti. Il punto è come fare visto che al momento la legge consente solo a Logista di esercitare il ruolo di gestore e l’acquisizione di questa società da parte di Philip Morris, leader della produzione, configurerebbe una situazione di dominio assoluto del mercato italiano del tabacco? Il ragionamento è semplice. Se i produttori concorrenti avessero il permesso di farsi distribuire le sigarette da un soggetto diverso da Pm-Logista l’Autorithy non avrebbe nulla da ridire perché verrebbe a cadere (almeno sulla carta) la posizione dominante dell’attuale monopolista e il sistema si ritroverebbe in una situazione di completa liberalizzazione. Quanto a questa è solo questione di tempo, quello che occorre al direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato (Aams), Giorgio Tino, per emanare il decreto sulle modalità di riordino della “gestione dei depositi fiscali di sigarette” previsto nell’articolo 97 dell’ultima Finanziaria. Norma introdotta dal governo proprio per correggere la situazione di monopolio nel settore della distribuzione dei tabacchi. Essa concede infatti l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia. Vale a dire che tutti produttori di sigarette potranno avere una propria rete distributiva. Peccato però che, al di fuori di quelle controllate oggi in Italia da Logista, le strutture idonee alla funzione di Dfl si contino sul palmo di una mano. Ben poca cosa di fronte ai 250 depositi capaci di distribuire i cento miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro paese che si troverebbe a gestire Philip Morris tramite l’acquisizione di Logista con il benestare dell’Antitrust. Dunque tutto ruota intorno all’articolo 97, da mesi al centro anche di frizioni tra il governo e i Monopoli. Va ricordato infatti che Tino – il quale pur essendo il direttore generale dei Monopoli ha fatto parte del Consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006 – avrebbe dovuto emettere il decreto che intacca il potere del monopolista della distribuzione entro il 31 marzo scorso. Cosa che si è guardato dal fare anche perché, come precisato al VELINO dall’Aams, quel limite non è perentorio ma ordinatorio: “Nel senso che nella Finanziaria non c’è alcun divieto di superare i 90 giorni dal primo gennaio 2007 per il varo del regolamento”. L’attesa di Tino ha in un primo momento spiazzato chi nel governo punta sul comma 97 per correggere le storture della privatizzazione del 2003. Difatti le iniziali pressioni sul dg dell’Aams sono state allentate dall’esecutivo per convincere Logista ad accordarsi con Agemos sulla questione dei 120 contratti da tagliare. Pressione che dopo l’improvvisa rottura delle trattative tra i due del 19 aprile scorso è risalita a mille atmosfere. Sembra dunque, come detto, solo questione di giorni l’emanazione del regolamento che sulla carta apre il mercato della distribuzione a chiunque, mentre di fatto lo consegna a un unico soggetto. Che questa volta è Philip Morris, inseritasi nella partita con il ‘colpo-Borghese’. Si delinea pertanto la paradossale situazione in cui il governo, partito per riequilibrare il sistema distributivo, finisce col mettere in ginocchio tutti i produttori di sigarette concorrenti di chi già oggi è leader indiscusso delle vendite. Scacco matto.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 27 Aprile 2007
Il livello di tensione nel mercato della distribuzione di sigarette è ormai prossimo al punto di rottura. L’Agemos, Associazione sindacale che riunisce oltre il 90 per cento dei venditori e distributori di tabacco lavorato, sta seriamente valutando la possibilità di interrompere ogni rapporto sindacale con Logista, la società di gestione della rete distributiva a cui fanno capo i 250 Depositi fiscali locali (Dfl) di sigarette dislocati su tutto il territorio nazionale acquistati da Bat nel 2004. Una mossa che potrebbe sancire il definitivo fallimento del processo di privatizzazione e liberalizzazione del settore avviato nel 2003 con la vendita da parte del Tesoro dell’Ente tabacchi italiano (Eti) alla British american tobacco (Bat). “Il 19 aprile scorso Logista non ci ha mostrato alcun piano industriale per quanto riguarda la distribuzione, al contrario di quanto convenuto prima dell’incontro, né è stata in grado di iniziare la discussione per il rinnovo dei contratti dei 250 Dfl che scadranno il 31 gennaio 2008 – ha spiegato al VELINO Paolo Campanella, presidente Agemos – pertanto abbiamo immediatamente convocato il consiglio nazionale dove probabilmente si deciderà di interrompere il rapporto e convocare l’Assemblea Nazionale di tutti gli iscritti”. Una decisione che dipende essenzialmente da Logista, precisa Campanella: “Se non ci comunicherà nel dettaglio il piano industriale nonché gli elementi essenziali del nuovo contratto su cui aprire una chiara e trasparente trattativa sindacale, l’assemblea nazionale sarà costretta ad adottare azioni sindacali immediate, non escludendo di procedere all’interruzione di una parte dei prodotti distribuiti da Logista con modalità che verranno definite”. Dietro la decisione di Logista di non presentare il piano industriale all’Agemos ci sarebbe la volontà di ridurre di 120 unità gli attuali 250 Dfl. Una mossa che la società del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo della distribuzione di tabacchi, ha già compiuto nel 2005 chiudendo oltre 250 dei 520 Dfl che l’anno prima aveva acquistato per 500 milioni di euro da Bat.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 17 Gennaio 2007
La Fit, Federazione italiana tabaccai, la principale organizzazione del settore con 50 mila iscritti, ha deciso di appoggiare la campagna annunciata dal ministro della Salute Livia Turco per sensibilizzare gli alunni delle delle scuole pubbliche sulle conseguenze dannose del fumo per la salute. Una sorta di suicidio della categoria? No. “L’impegno della Federazione italiana tabaccai a tutelare la salute dei minori impedendo loro l’acquisto di sigarette non deve destare scalpore”, spiega il presidente della Fit Giovanni Risso. “Se è vero, come sembra, che la nicotina è un prodotto nocivo, creare i presupposti perché le sigarette siano vendute solo ai maggiorenni non significa andare contro i nostri interessi”. In effetti l’obiettivo dei tabaccai come quello delle grandi multinazionali del tabacco è di sostenere che il fumo deve essere una libera e responsabile scelta delle persone. I minorenni, proprio in quanto tali, non sono in grado di compiere questa scelta responsabile. Tutti gli altri sì. E’ una strategia di lungo respiro che tende a stabilire una frontiera, quella della libera responsabilità del fumatore, che precluda la strada a quei moralizzatori che vorrebbero proibire completamente il fumo, ciò che sarebbe sì una vera iattura. Ecco perché la Fit e le multinazionali sono così solerti nell’appoggiare le campagne contro il fumo giovanile.
In questa chiave va anche letta la decisione dei tabaccai di chiedere ai Monopoli di Stato l’autorizzazione ad applicare ai distributori automatici degli affiliati il lettore della tessera magnetica che identifica l’età del compratore: “È da considerarsi un contributo della Fit alla lotta in difesa della salute dei minori”, sostiene Risso. “Tutti quanti abbiamo a cuore la salute dei minori ed è giusto che sia così. Come è giusto consentire a chi è maggiorenne e fuma di acquistare un pacchetto quando vuole, anche cioè quando le tabaccherie sono chiuse”. La tessera magnetica personalizzata verrà distribuita da organismi pubblici preposti solo ai fumatori con più di sedici anni. Secondo i propositi della Fit, quindi, rappresenta un mezzo per sopperire all’impossibilità per il tabaccaio di controllare che il pacchetto emesso dai distributori automatici dalle 21 alle 7 e nei giorni festivi sia acquistato da un minore. “Dopo l’entrata in vigore della tessera personalizzata non è pensabile un controllo più efficace”, osserva Risso. “E se dovesse sorgere qualche problema, non sarebbe certo colpa del tabaccaio”. Quale problema? E’ evidente che un minorenne potrebbe usare una tessera non intestata a lui. All’obiezione che forse potrebbe bastare un’intensificazione dei controlli da parte delle forze dell’ordine, Risso però replica: ”Che cosa dovrebbero controllare le forze dell’ordine? Se un minore ha in mano la tessera del padre che colpa ne ha il tabaccaio? Che colpa ne ha la macchina? Semmai la colpa è di chi ha dato la tessera al minore. Quindi, quello che ci vuole è maggiore controllo da parte dei genitori. Facciano anche loro la loro parte. Noi la nostra, acquistando le macchine distributrici che funzionano con tessere personalizzate magnetiche, l’abbiamo fatta”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 15 Gennaio 2007
I costi sanitari in Europa legati al tabagismo superano ormai i cento miliardi di euro l’anno e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il consumo di tabacco rimane la principale causa evitabile di cancro: “Sarebbe sufficiente modificare le proprie abitudini di vita”. Un suggerimento condiviso in pieno dal commissario europeo per la Salute, Markos Kyprianou, il quale oggi ha inaugurato l’edizione 2007 della campagna “Per una vita senza tabacco” che coinvolge i 27 stati membri dell’Unione. L’attenzione dell’iniziativa si concentra soprattutto sugli effetti del fumo passivo che, si stima, causa la morte di quasi 20 mila persone, ogni anno in Europa. Un problema di primaria importanza che l’Italia, primo tra i paesi fondatori dell’Unione, ha affrontato tramite il decreto antifumo nei luoghi pubblici del presidente della Repubblica del 23 dicembre 2003, più noto come “legge Sirchia”. “Il nesso di questa iniziativa con la nostra legge e con la Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco ratificata dalla maggior parte degli stati membri Ue è evidente – spiega al VELINO l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia -. Si potrebbe dire che il progetto di Kyprianou affonda le sue radici nella Conferenza informale dei ministri della Salute del 2003, organizzata in occasione del semestre italiano di presidenza europea, quando l’avviamento dell’iter della legge antifumo stava provocando non pochi mal di pancia alle nostrane lobby del tabacco”.
Il commissario Ue ha tagliato il nastro della campagna che si pone “l’obiettivo di motivare i cittadini europei ad adottare stili di vita più salutari per raggiungere sostanziali benefici per la salute ed evitare, oltre ai costi economici, molte sofferenze correlate a malattie che si possono prevenire”. Non aspettiamoci però risultati immediati. Come sottolineato da Sirchia, sono ancora considerevoli i contrasti da superare per diffondere a livello europeo una efficace cultura di prevenzione in materia di tabacco. “La Germania, per esempio, in un primo tempo si era opposta in maniera drastica alla convezione Oms, al punto di non firmarla nemmeno, per via dei notevoli interessi economici comuni di produttori di tabacco, pubblicità e giornali”. Di recente la fiera resistenza del governo tedesco a sottoscrivere gli accordi e dare la priorità alla salute dei cittadini piuttosto che ai fatturati delle multinazionali si è affievolita. Anche a causa del deferimento presso la Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver adeguato la propria normativa alla direttiva comunitaria 2003/33/Ce contro la pubblicità diretta e indiretta alle sigarette. Non a caso, dunque, nel novembre scorso si è avviato un dibattito politico trasversale per trovare il modo di rientrare nei parametri comunitari, ma la proposta di legge sul fumo presentata a inizio dicembre a Berlino è durata poco più di 48 ore, cancellata dalle critiche mosse dai giuristi che la considerano non compatibile con la costituzione tedesca. A oggi quindi i cittadini dei Laender, fumatori e non, si trovano nella stessa situazione di britannici e greci, cioè senza alcuna legge di tutela dai danni da fumo, pur avendo dimostrato leggeri segnali di apertura al cambiamento.
“Anche Francia e Spagna incontano al momento serie difficoltà a varare una legge sul modello di quella italiana – sottolinea l’ex ministro della Salute -. Alcuni mesi fa sembrava che in questi due paesi si fosse aperta una strada più sensibile alle necessità dei non fumatori, ma da qualche tempo non se ne sa più nulla. Ben venga allora la piattaforma europea della lotta al fumo proposta da Kyprianou, perché a questo punto può servire a trascinare anche i tiepidi”. Un discorso a parte va fatto per i neo entrati nell’Unione, Romania e Ungheria, ma anche per la gran parte dei paesi est europei. “Non ci si può certo attendere una rivoluzione in tempi brevi – osserva Sirchia – l’iniziativa è sì rivolta all’Europa dei 27, ma va considerato che, specie nei paesi dell’est, non sono mai nemmeno state accennate battaglie in favore della prevenzione. La stessa impostazione del servizio sanitario riguardo la cura delle malattie connesse al fumo è sempre stata limitata allo stretto indispensabile, quindi la nuova frontiera della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che esige attenzione, cultura e soldi, lì è molto acerba. Ma la campagna di Kyprianou – conclude l’ex ministro della Salute – serve proprio a questo, ad avviare tutti i 27 sulla stessa strada, quella che va in direzione opposta degli interessi economici di chi non si perita di pubblicizzare strumenti di morte”.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2006
Il direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams), Giorgio Tino, ha dato mandato ai propri avvocati per procedere in sede civile e penale contro Giovanna Boursier per il contenuto “altamente lesivo” dell’inchiesta fatta dalla giornalista per la trasmissione Report su Rai3 domenica 22 ottobre. Lo fa sapere l’Aams. Oggetto del contendere è il servizio durante il quale Tino è stato citato quale esempio di manager pubblico con mandati (“e stipendi”) in più società. Giorgio Tino, infatti, oltre a essere direttore generale dei Monopoli, è dal settembre scorso presente nel consiglio di amministrazione del Centro sperimentale di cinematografia, la scuola nazionale di cinema. Una carica, secondo quanto detto dalla giornalista di Report, che Tino avrebbe ottenuto quale ricompensa per favori fatti a Vittorio Emanuele di Savoia grazie al proprio ruolo nei Monopoli. Ha detto la Boursier: “Dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia viene fuori che i posti in consiglio di amministrazione a volte servono anche ad avere funzionari corrotti. Per ottenere le licenze sul gioco d’azzardo il principe non lesinava soldi ma al direttore dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, oltre alla mazzetta arriva un posto nel consiglio della scuola di cinema. Concessi i nulla osta Giorgio Tino chiama il portavoce di Alleanza nazionale Francesco Proietti Cosimi che gestiva gli affari di Vittorio Emanuele”.
La tesi di Report si basa sulle motivazioni dell’iscrizione nel registro degli indagati del direttore dei Monopoli nell’ambito dell’inchiesta che portò nel giugno scorso all’arresto del principe di Savoia. Tra gli elementi che spinsero il sostituto procuratore del Tribunale di Potenza, Henry John Woodcock, a inserire il Dg dell’Aams nell’inchiesta c’è anche la telefonata con Proietti Cosimi la cui trascrizione è stata mandata in onda durante la trasmissione oggetto di querela. Dice Giorgio Tino rivolgendosi al portavoce di An: “Sicuro? Emh…io sono stato segnalato no? Da Siniscalco, non è una questione economica, perché non c’è quasi una lira, ma è una questione solo di…interesse professionale, diciamo così no? E sono segnalato per un consiglio dell’amministrazione per la fondazione lì, di…Cinecittà, Istituto Luce, non mi ricordo, una cosa del genere no? Non lo so, vedo che c’è qualche ritardo, ho cercato di informarmi e parrebbe che…”. Risponde Proietti Cosimi: “No domani quando ritorno mi informo subito. Come no, ci mancherebbe!”. Secondo i suoi difensori, il pubblico ministero romano Giancarlo Amato – che ha preso in carico l’inchiesta contro Tino, cominciata a Potenza – sarebbe in procinto di chiedere l’archiviazione.
La vicenda era cominciata il 17 giugno scorso quando il procuratore Woodcock iscrisse Tino nel registro degli indagati insieme ad alcuni sottufficiali dell’Arma dei carabinieri sospettati di aver fornito informazioni riservate e ad alcuni faccendieri in odore di mafia come Rocco Migliardi, socio del principe di Savoia. Vittorio Emanuele a sua volta era stato arrestato con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e di sfruttamento della prostituzione. Secondo Woodcock, il ruolo di Giorgio Tino nell’organizzazione, svolto in collaborazione con la dirigente dell’ufficio apparecchi di intrattenimento degli stessi Monopoli, Anna Maria Barbarito, era quello di agevolare la concessione di nulla osta a una società di noleggio di videogiochi gestita da Migliardi. In cambio della concessione Tino, nominato dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2002 e di recente confermato dal governo Prodi, avrebbe ricevuto la nomina nel Consiglio di amministrazione della Scuola nazionale del cinema e la promessa della conferma sulla poltrona di direttore generale dei Monopoli.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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Pubblicato da Federico Tulli su 17 Ottobre 2006
Il governo italiano non avrebbe alcuna intenzione, almeno per ora, di evitare il processo presso la Corte di giustizia europea per il mancato adeguamento del diritto italiano alla Direttiva europea 2003/33/CE che vieta “la pubblicità al fumo a mezzo stampa, per radio, su internet e attraverso la sponsorizzazione di manifestazioni sportive o culturali”. È quanto ha appreso il VELINO alla rappresentanza diplomatica italiana presso l’Unione Europea: “Fino ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione da Roma riguardo eventuali mosse da compiere per evitare di finire in giudizio”. Il deferimento è stato annunciato il 12 ottobre scorso dalla Commissione europea e spesso in casi del genere passano anche tre mesi prima che la cancelleria della Corte di giustizia riceva la documentazione di Bruxelles. In effetti sono passati solo pochi giorni dall’ultimo atto che precede l’avvio del giudizio che potrebbe costare all’Italia molti milioni di euro di multa. Ma, secondo i bene informati, comincerebbero proprio in questa fase le vere trattative tra governo deferito e Commissione per trovare un accordo che blocchi la spedizione del deferimento alla Cdg. Va detto, però, che la vicenda si trascina oramai dal 5 aprile scorso e da allora la Commissione europea non ha mai ricevuto da Roma alcun segnale di impegno a ricomporre la frattura in via stragiudiziale. Risale a oltre sei mesi fa, infatti, l’avvio della procedura d’infrazione contro l’Italia per aver disatteso l’obbligo di recepire correttamente le linee guida della più importante Direttiva europea in materia di lotta al fumo e tutela della salute pubblica. Poi, il 25 luglio, constatata l’assoluta immobilità del governo italiano la Commissione ha compiuto il secondo passo dell’iter notificando la messa in mora. Infine, passati circa due mesi, di fronte all’assenza di motivazioni o impegno da parte dell’Italia ad adeguare l’ordinamento interno alla direttiva UE, Bruxelles non ha potuto che comunicare il deferimento presso la Cdg europea. Ora, in caso di condanna l’Italia rischia di pagare circa centomila euro per ogni giorno di mancato recepimento della Direttiva a partire da quello della sentenza della Corte di giustizia. Per il nostro Paese sarebbe un epilogo a dir poco inspiegabile.
La 2003/33/CE è la più importante legislazione in materia di lotta al fumo e tutela della salute pubblica e la Costituzione italiana al primo comma dell’articolo 32 sancisce: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Per non dire dell’adesione italiana alla Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco particolarmente sensibile alle conseguenze sui giovani della sponsorizzazione di eventi sportivi da parte di produttori di sigarette. A tale proposito non manca chi, come il Codacons, l’ex ministro della salute Girolamo Sirchia e l’Assotabaccai, fa notare da tempo che l’inerzia del governo è sintomo di forti pressioni delle lobby del tabacco composte dalle grandi multinazionali produttrici e distributrici di sigarette oltre che da giornalisti, uomini politici e dirigenti di amministrazioni pubbliche. Non è un caso, hanno sottolineato più volte al VELINO dal Codacons, che la Formula 1 e il motomondiale, particolarmente seguiti dal pubblico italiano (si parla di una media di 28 milioni ad evento), siano sponsorizzati dai maggiori produttori di tabacco e che la rassegna stampa sportiva del lunedì mattina si trasformi in un plateale spot per le più famose marche di bionde senza che l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato commini le multe previste per legge. Basta sfogliare, ad esempio, la Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Messaggero, per rendersi conto di quali siano gli interessi in ballo per la Philip Morris o la RJ Reynolds (che producono rispettivamente Marlboro e Camel), ha denunciato ripetutamente il presidente del Codacons, Marco Ramadori: “Certi eventi sportivi sono emanazione diretta delle multinazionali del tabacco e stanno ancora in piedi solo per pubblicizzare sigarette”. E questo succede, pare di capire, con l’avallo dello Stato.
(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli
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