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Archivio per la categoria ‘Economia canaglia’

Un mondo senza consumismo è possibile

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

multinazIn uscita il 16 luglio Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere. Il giornalista austriaco Klaus Werner-Lobo analizza le cause degli squilibri socioeconomici che ricadono sulle spalle dei Paesi poveri e in  via di sviluppo di Federico Tulli

Warren Buffet è l’uomo più ricco del mondo. Possiede un patrimonio di circa 62 miliardi di dollari. Nella speciale classifica stilata ogni anno dalla rivista Forbes precede di “poco” il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che di miliardi ne ha circa 58. Tutto questo denaro ammonta più o meno al guadagno annuale globale degli abitanti dei 50 Paesi più poveri del mondo messi insieme. L’analisi di questo nesso tra l’estrema ricchezza di pochi e l’estrema indigenza di tantissimi è sviluppata con estremo rigore e passione dal giornalista austriaco Klaus Werner-Lobo nel suo Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere (Newton Compton, 288 pp. 12,90 euro) in uscita il 16 luglio prossimo. Con sistematica precisione e la certezza dell’esploratore che sa dove cercare, Werner-Lobo “entra” in tutti i grandi settori economici dai quali si sviluppa lo squilibrio e ne analizza le dinamiche. Un gran lavoro arricchito dai dati relativi al fatturato di una selezione di «aziende che possono essere considerate emblematiche nel loro settore», dall’alimentare, al farmaceutico, all’informatica, all’energia. In questo modo Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere riesce a rendere comprensibili i nessi tra problemi globali come povertà, sfruttamento, corruzione, guerra, razzismo e cambiamento del clima e la personale quotidianità degli abitanti dei Paesi poveri e nostra. Werner-Lobo ci consente anche di realizzare quanto potere abbiamo noi consumatori se solo ci fidassimo delle nostre capacità e realizzassimo quanto “pesano” le nostre scelte sui bilanci delle multinazionali e sulle loro strategie di sfruttamento del lavoro e delle risorse energetiche. Ma nel suo libro il giornalista austriaco non si limita a scattare una fotografia lucida delle reali conseguenze di un mondo basato sul consumismo più sfrenato. Anche se lo strapotere del denaro e la corsa al successo sono entrati in pieno nel nostro stile di vita Werner-Lobo ci dimostra che un’alternativa è possibile. E indagando le diverse modalità di sfruttamento delle risorse del Terzo Mondo da parte delle multinazionali, ci indica una strada che anche noi nel nostro piccolo, con poche accortezze, possiamo percorrere per realizzare finalmente un mondo un po’ più umano. **Dal quotidiano Terra **

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La banca che induce in tentazione

Pubblicato da Federico Tulli su 19 Giugno 2009

lapresse_ro060607int_0012Dalla parola di Dio alla società per azioni. Tra conti correnti cifrati e transazioni segrete, in Vaticano spa (ed. Chiarelettere) il giornalista di Panorama Gianluigi Nuzzi ricostruisce la storia occulta dell’Istituto opere religiose del dopo Marcinkus di Federico Tulli

Ricatti, truffe, tangenti, minacce. E poi ancora, conti correnti cifrati, bonifici, bilanci di società fittizie, verbali, note contabili, lettere. Documenti che portano il timbro dello Ior, l’impenetrabile (almeno per la magistratura italiana) Istituto opere religiose, e le firme delle più alte gerarchie vaticane e di uomini politici, imprenditori, faccendieri italiani. È l’archivio personale che monsignor Renato Dardozzi aggiorna durante i vent’anni di attività da consigliere dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato vaticana nell’ultimo quarto del secolo scorso, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. In tutto oltre 4.000 pagine che raccontano la storia ignota della banca centrale vaticana del dopo Marcinkus e Banco ambrosiano – dal 1989 al 1999 – e che monsignor Dardozzi dispone che vengano rese pubbliche dopo la propria morte. Che avviene nel 2003. Con un certosino lavoro di ricostruzione, Gianluigi Nuzzi ha trasformato quelle carte in Vaticano spa, libro edito da Chiarelettere che in pochi giorni ha scalato le classifiche di vendita. Segno che in Italia sono ancora molti i cittadini che chiedono di conoscere i fatti e non di ascoltare solo opinioni.
Partiamo dal titolo, Nuzzi. Come nasce Vaticano spa?
Dopo la morte di Dardozzi i suoi fiduciari hanno cercato un interlocutore all’interno della stampa italiana che apparisse scevro da ogni pregiudizio anticlericale. La scelta ricade su di me. A Panorama facevo cronaca giudiziaria per cui venni incaricato di seguire questa storia. Trovandomi così per le mani l’archivio di una vita che un personaggio chiave dello Ior aveva conservato per motivi di lavoro e credo anche per motivi di sicurezza personale. Un patrimonio che da privato doveva assolutamente divenire pubblico. Perché fa vedere l’altra faccia della Santa sede, dove agisce quella finanza che fa della parola di Dio una società per azioni.
Dai documenti emergono le relazioni pericolose tra finanza e politica – comprese le tracce della maxi tangente Enimont – che coinvolgono lo Stato più antico del mondo e la sua “banca centrale”. Qual è il ruolo di politici e imprenditori italiani?
Con il pontificato di Woytila, dopo il crack Ambrosiano, i cittadini vengono rassicurati che verrà fatta pulizia, che certi meccanismi non troveranno più dimora. In realtà quando Marcinkus nell’89 esce di scena chi acquista molto più potere e rilevanza è il suo segretario, cioè Donato de Bonis. Il quale crea un sistema di conti, dagli interessi stratosferici del 9 per cento, intestati a fondazioni fittizie, modulandoli secondo le esigenze e i desiderata di un blocco di potere. Nel quale c’erano gli imprenditori, come i Ferruzzi e i Piola, i brasseur d’affaires, come Bisignani e Cusani. E poi c’erano i politici. Come Andreotti, per il quale veniva utilizzato il nome in codice Omissis. Si può dire che il termine “omissis” è il comune denominatore della storia italiana del Novecento.
In pratica questi erano gli “azionisti” di Vaticano spa. E chi sono gli intermediari, i “promotori finanziari”?
Coloro che godevano di una sorta di immunità diplomatica all’interno del Vaticano perché non perseguibili da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Costoro facevano del ricatto uno strumento per garantire questo articolato sistema di potere. Che partiva da monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI.
E arrivava a de Bonis, la nuova eminenza grigia dell’Istituto…
Quanto a lui ci sarebbe da chiedersi chi lo ha messo lì. Dopo la caduta di Marcinkus, de Bonis viene nominato prelato. Ma non si capisce perché, dal momento che addirittura papa Luciani, poco prima di morire, lo indicava tra le persone da rimuovere dallo Ior.
Andiamo al 1992. Mentre la Prima repubblica crolla sotto i colpi di Mani pulite, il Vaticano istituisce una commissione segreta per indagare sullo Ior “parallelo”. L’indagine si protrae fino al 1993. Nel frattempo la mafia uccide Falcone e Borsellino e piazza bombe a Roma, Firenze, Milano. C’è un nesso tra questi avvenimenti o l’inchiesta è solo un affare interno alla Chiesa?
I nessi li ricostruisce l’archivio Dardozzi. Faccio un esempio. Nell’agosto del ’92 il presidente dello Ior, Angelo Caloia, spedisce a Giovanni Paolo II, o meglio al suo segretario personale, don Stanislao Dziwisz, la relazione stilata da questa commissione. Quindi possiamo affermare che il papa già allora conosceva i punti cardinali sia della tangente Enimont sia della ramificazione di questo sistema di conti occulto. Però il pontefice non fa nulla. Fino alla primavera del ’92 il Vaticano cerca in tutti i modi di coprire l’identità di Omissis, in quanto Andreotti primo interlocutore della Santa sede era candidato al Quirinale. Poi avvengono le stragi di Falcone e Borsellino e al posto di Andreotti viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.
Come si conclude l’inchiesta?
Da una parte, tacendo su tutto il possibile, con il depistaggio di Mani pulite. E poi con la promozione di de Bonis. Che rimarrà allo Ior fino a marzo ’93, quando viene promosso vescovo e cappellano dell’Ordine di malta. Alla cerimonia, al primo banco, c’era naturalmente anche Giulio Andreotti.
Cosa è diventato l’Istituto dopo questa “promozione”?
Si accelerano i processi di pulizia interna per destrutturare tutto il comparto parallelo. Prima vengono congelati i conti, poi vengono rimossi e allontanati tutti i personaggi che facevano parte della filiera Marcinkus-de Bonis. Ma allo stesso tempo non si innesta in questo procedimento di rinnovamento quella soluzione definitiva che era l’adesione ai trattati internazionali antiriciclaggio. Quindi lo Ior, seppur bonificato, rimane una banca che può indurre in tentazione.
I segreti dello Ior sono protetti dal Concordato («gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano») . L’Italia è delegata dalla Ue a tattare le questioni finanziarie con il Vaticano. Siamo di fronte a un delitto perfetto?
Assolutamente. Mai come oggi è stata intensificata la lotta ai paradisi fiscali. La Casa Bianca e anche lo stesso ministro Tremonti, sotto questo aspetto, portano avanti una politica comune molto precisa. Ma, proprio nel centro di Roma, ci ritroviamo una banca che si può tranquillamente definire off shore. Ribadisco, il mio non è un libro contro la Chiesa o anticlericale, però questa anomalia va ben oltre ogni tipo di critica.

**

vaticanospa_big«Quei documenti sono patrimonio di tutti»
«La gente vuole sapere. La gente vuole conoscere. Dopo quattro giorni dall’arrivo in libreria, Vaticano spa è già andato in ristampa. L’occasione è davvero troppo ghiotta: conoscere gli affari finanziari più riservati proprio tramite i documenti della Santa sede. Una circostanza senza precedenti. Per questo abbiamo deciso con l’editore, settimana dopo settimana, di metterli tutti in rete. Così chiunque, leggendo il libro, può consultarli e farsi un’idea più precisa. Digitando http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/post/2258266.html trovate tutti gli accrediti, bonifico dopo bonifico, che arrivavano sul conto “Fondazione cardinale Francis Spellman” ovvero il deposito sul quale aveva la firma anche Giulio Andreotti». Gianluigi Nuzzi, dal blog di Chiarelettere.

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Il ritorno di Vandana

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Aprile 2009

La scienziata indiana Vandana Shiva

La scienziata indiana Vandana Shiva

«Fino a poco tempo fa chi parlava di crisi veniva bollato come una cassandra. Oggi “crisi” sembra diventata la parola d’ordine. Perché la crisi, o meglio, le crisi sono più che mai evidenti. Così evidenti che anche i principali responsabili del disastro si stanno tardivamente dannando per trovare delle soluzioni. Sono gli stessi che hanno sempre fatto “orecchie da mercante” (la metafora non è casuale) di fronte agli appelli delle cassandre». Parole importanti quelle del presidente di Slow food, Carlo Petrini, nella prefazione di Ritorno alla terra, l’ultimo libro di Vandana Shiva. Appena pubblicato per Fazi, in terza di copertina è presentato come una «lettura obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del pianeta». Sono la catastrofe alimentare, il peak oil e il surriscaldamento globale l’inevitabile risultato di pratiche scellerate che l’Occidente industrializzato ha attuato per decenni in barba agli allarmi di quelle cassandre. Dallo sprezzo per le regole di mercato, all’uso di pesticidi e Ogm, Shiva spiega perché i tre problemi più urgenti per l’umanità siano profondamente collegati e perché ogni tentativo di risolverne uno, senza implicare tutti gli altri, si sia rivelato fallimentare. L’autrice ci dimostra che è possibile immaginare un futuro libero dalla dipendenza dal petrolio e dalle assurde regole della globalizzazione sfrenata. La scienziata indiana sarà il 15 maggio alla fiera del Libro (Torino) e il 31 maggio a Terra futura (Firenze). Dal quotidiano Terra **Federico Tulli**

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Loretta Napoleoni: I bugiardi dell’ottimismo

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Aprile 2009

Invece di azzerare il rischio “subprime” i governi lo caricano sui cittadini. Mentre la finanza islamica è ben florida e alimenta il fondamentalismo. La denuncia dell’economista Loretta Napoleoni nel suo nuovo libro di Federico Tulli

China MarketsDottoressa Napoleoni, La morsa prosegue quelle inchieste. Alla luce dello scandalo dei subprime che ha scosso le fondamenta economico-finanziarie dell’Occidente, vanno riviste le sue previsioni di crescita della finanza islamica?

Questa finanza, che è l’8 per cento di quella mondiale, ha chiaramente subito danni. Ma non per via dei subprime, quanto a causa della contrazione globale di capitale circolante.

Lei però porta l’esempio di Dubai per raccontare la dinamica da boom and bust che abbiamo vissuto…

Dubai è interessante perché è il più “occidentale” dei luoghi islamici. Lì il mercato poggiava principalmentesulla vendita di beni immobili. Col crollo delle banche si è verificata una crisi del credito e una riduzione del personale in queste banche impiegato. A catena, poi, il turismo ne ha risentito e con esso l’economia in generale. Ma, per esempio, se guardiamo al Bahrein, la caduta del prezzo del petrolio, sempre legata alla crisi del credito, ha avuto sì un impattosulla bilancia dei pagamenti, ma con effetti minimi rispetto a quelli di Dubai e nostri. In sostanza nessuna banca islamica rischia di fallire perché nessuna si è esposta a certi pericoli. L’islam vieta di dare soldi in prestito “solo per prestarli” e guadagnare attraverso la cartolarizzazione dei crediti.

E le organizzazioni criminali come gestiscono la crisi?

Oltre al fondamentalismo islamico che ovviamente non attinge da banche occidentali, secondo me l’economia criminale in genere in questa situazione ci va a nozze. Solo una parte minima dei soldi “sporchi” finisce nelle strutture finanziarie per il riciclaggio. Quella criminale è un’economia in contanti: i soldi li fa girare, non li investe per comprare azioni della Goldman Sachs. In una situazione in cui c’è mancanza di moneta, le organizzazioni eversive si arricchiscono con un business sempre vivo, quello dell’usura. E oggi ancor di più visto che le piccole e medie imprese, come anche le famiglie, non riescono a sopravvivere non avendo più una linea di credito aperta. Nel ‘29 è successo lo stesso, con il boom del crimine organizzato.

Ne La morsa lei indica il 9/11 come data cardine e Bush artefice della crisi odierna. Ma le “Twin towers” sono arrivate in piena bolla speculativa (allora furono le dot.com) e negli Usa la deregulation aveva già avviato quel processo di indebitamento dei meno abbienti che poi sarebbe risultato fatale…

Non avendo ottenuto tutto il denaro che aveva richiesto al Congresso per la guerra contro Al Quaeda, Bush ha

L'economista Loretta Napoleoni

L'economista Loretta Napoleoni

aumentato in maniera esponenziale l’indebitamento del Paese tramite l’emissione di buoni del Tesoro. Che sono stati acquistati specie da Cina, Giappone. Ma anche dalle banche islamiche. Quell’indebitamento si è imperniato sulla deregulation avviata negli anni 90 da Clinton, e dal presidente della Fed, Greenspan. Loro due sono responsabili di questa crisi quanto Bush. Il quale ha proseguito nell’opera di eliminazione delle regole. Con Clinton non c’è stato alcun miracolo: l’economia non cresceva ma si indebitava sempre più. Acuendo diseguaglianze preesistenti, quella crescita legata agli effetti della globalizzazione (caduta dei salari e aumento del reddito da capitale) è andata a finire tutta nelle tasche dell’uno per cento della popolazione. Mentre il debito è ricaduto sulla classe media, che si è appiattita sempre più verso il basso, in termini di capacità di acquisto e risparmio.

Se banche e governi sono entrambi responsabili come crede usciremo da questa crisi?

Rendendoci conto che la finanza ci ha derubato, anche perché eravamo “distratti” dalla guerra ad Al Quaeda. Poi è importante capire come bisogna combattere. La deregulation ha dato la possibilità a questa finanza di approfittare della politica dei tassi di interesse sempre più bassi. Il concetto da fissare è che non è stato Bush a creare la bolla. Ma è statala sua politica a creare le condizioni affinché questa finanza assolutamente sregolata costruisse a dismisura la bolla fino a farla scoppiare. La soluzione è quindi trovare un nuovo sistema di regole condivise a livello mondiale. Peraltro quando i governi si sono visti al G20 di Londra non hanno combinato assolutamente nulla.

E questi stessi governi ora stanno assumendo rischi e perdite delle banche.

No. Noi con i soldi nostri assumiamo le perdite delle banche, non i governi.

Esiste un’alternativa?

Sì, ed è che questi istituti dovrebbero fallire. Mantenere in piedi certi carrozzoni non funzionerà. Adesso tutti credono che ci sia una ripresa economica, ma non è assolutamente vero. Le recessioni non sono dei fenomeni in cui si scende e basta. Il mercato scende, poi si stabilizza, poi cala di nuovo. La soluzione è riportare il sistema bancario a quello che era originariamente: non un gioco d’azzardo ma raccolta del risparmio e distribuzione del credito sulla base dei principi economici. Fondamentalmente il mestiere del banchiere è un mestiere noioso. Ebbene, deve tornare a essere noioso perché è importante per la società. Ma è evidente che i governi nemmeno riescono a concepire un’alternativa.

Possiamo sperare nel prossimo G8 di luglio?

Secondo me alla Maddalena accadrà ancora meno di quanto successo a Londra. Sono molto pessimista, come sempre.

left 16/2009

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Ve le do io le quote

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Marzo 2009

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Il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia

«Colgo l’occasione per parlare della imbarazzante presenza nell’Unione europea di Romania e Bulgaria». Luca Zaia è fatto così, e a pensarci bene uno che dice pane al pane e vino al vino, se gioca bene le proprie carte, non può che diventare ministro delle Politiche agricole e alimentari. «L’occasione» era il suo primo incontro da titolare del dicastero di via XX Settembre: un summit con i colleghi dell’Est europeo. E il predestinato della Lega nord, l’enfant prodige dell’integralismo nordestista,  la colse al volo. Finendo in tempo reale su tutte le agenzie d’Europa. D’altronde lui che a 27 anni era già presidente della provincia di Treviso (il fiorentino Matteo Renzi ancora rosica) sapeva bene come funziona il giochino. Più la spari grossa, più bruci le tappe verso il traguardo (politico) che ti sei prefissato. Non a caso da vice presidente del Veneto fu beccato in autostrada a 193 km orari. E quelli, per qualche “quota latte”, pensano di intimidirlo con dei trattori che a stento superano i 40?   Federico Tulli **left 09/2009**

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L’Inps ha fatto bingo

Pubblicato da Federico Tulli su 7 Novembre 2008

C’è chi 100 milioni di euro li vince in un colpo solo al Superenalotto e chi per fare cassa non deve dannarsi dietro le micidiali leggi della statistica: basta emanare una semplice circolare. È il caso dell’Inps che con il provvedimento n.88 del primo ottobre scorso ha aumentato la quota minima di contributi alla gestione separata dei 25mila medici specializzandi dal 16 per cento dello stipendio lordo al 24,7 (la stessa dei medici specializzati) . Calcolando una decurtazione media di 200 euro a specializzando, la somma che andrà a rimpinguare i forzieri dell’Istituto è appunto pari a circa 100 milioni di euro. «Un furto legalizzato» commentano dal Segretariato italiano medici e specializzandi, l’associazione che si è fatta carico di tutelare chi è stato colpito dal provvedimento diffidando le università dal tagliare le buste paga in assenza di un provvedimento legislativo. La vicenda è arrivata anche alla Camera con un’interrogazione del deputato Pd Cesare Damiano al ministro del Welfare Sacconi. Ma è rimasta lettera morta. Il punto è che i medici in formazione versano contributi anche all’Enpam, l’ente previdenziale di categoria. E la quota del 16 per cento all’Inps ha fatto storcere il naso anche a Bruxelles poiché si tratta di un obolo a fondo perduto. Il contratto di uno specializzando dura infatti quattro anni a fronte di un minimo di cinque versamenti per far maturare la pensione Inps. Infine, ulteriore beffa, l’applicazione dell’aliquota piena avrà effetto retroattivo a partire dal 2006.   Federico Tulli

Left 45/2008

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La guerra degli ortaggi

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Settembre 2008

Mentre fare la spesa costa sempre di più, Coldiretti diserta il tavolo di discussione con le altre associazioni dell’agroalimentare e lancia i farmer’s market. Lo slogan è: “Dal produttore al consumatore senza intermediari”. La risposta di Fedagri-Confcooperative: «Demagogia. Interveniamo sulle inefficienze della filiera» di Federico Tulli

Mesi e mesi di continui aumenti dei costi energetici e delle materie prime agricole (specie mangimi e fertilizzanti), stallo dei consumi alimentari, concorrenza internazionale sempre più agguerrita, contraffazione sistematica del made in Italy per un giro d’affari mondiale di circa 50 miliardi di euro. Il 2008 non ha certo lesinato duri colpi allo sviluppo del sistema agroalimentare italiano. E il futuro non sembra riservare positive sorprese. Eppure tra le associazioni dei consumatori è guerra aperta: da una parte Coldiretti, che diserta il tavolo di trattative con le altre organizzazioni del settore agroalimentare e lancia l’idea dei farmer’s market, dove i coltivatori vendono direttamente i propri prodotti in città. Dall’altra Fedagri-Confecooperative, scettica sulla reale efficacia di una catena priva di intermediari e punti vendita tradizionali, e fautrice di un Sistema-Italia il più possibile coeso.

Il motivo per cui questo scontro appare tanto interessante lo può verificare ciascuno di noi andando a fare la spesa. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati nell’ultimo anno con percentuali a due cifre. Pasta, latte, pane sono diventati sempre più preziosi. E a parità di budget il nostro carrello è sempre più vuoto. Lo spiega, con la nettezza dei numeri, anche l’Istat. Secondo l’ultima rilevazione ad agosto, la pasta di semola di grano duro ha registrato un rincaro su base annua del 35,2 per cento confermando il suo ruolo di prodotto trainante dell’inflazione (+4,1 per cento su agosto 2007). Insomma, la situazione è tutt’altro che positiva. E l’appuntamento di gennaio 2009, quando l’Ue renderà operative le nuove regole della Politica agricola comune, non fa che rendere ancora più grande la confusione che regna intorno ai campi. Alla luce di questa situazione e con l’obiettivo di fornire un punto di vista unitario, le organizzazioni imprenditoriali, cooperative e sindacali del sistema agroalimentare italiano hanno deciso di rendere permanente il “Tavolo degli undici”. Uno spazio di dialogo e confronto sulle sfide del settore composto dalle tre organizzazioni agricole (Cia, Confagricoltura e Copagri), dalle quattro centrali cooperative dell’agroalimentare (Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agrital-Agci, Ascat-Unci), da Federalimentare-Confindustria nonché dai tre sindacati confederali Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil. Al tavolo non partecipa la sola Coldiretti, l’organizzazione che con oltre un milione e mezzo di agricoltori vanta il maggior numero di iscritti in Italia. Una decisione che evidenzia un’importante frattura all’interno del sistema primario nazionale. Per quale motivo? «Per prima cosa nessuno ci ha invitato – spiega a left il responsabile economico di Coldiretti, Pietro Sandali -. In secondo luogo quel tavolo è nato in occasione delle ultime due riforme comunitarie del settore ortofrutticolo e vitivinicolo che noi non abbiamo condiviso. In particolare non abbiamo condiviso il modo con cui la prima è stata applicata in Italia». Proprio per quanto riguarda il settore dell’ortofrutta Coldiretti ha messo in campo l’iniziativa dei farmer’s market, i mercati cittadini dove a vendere i loro prodotti rigorosamente locali e di stagione sono i coltivatori diretti. Punti vendita che la stessa organizzazione agricola ha ideato e che stanno prendendo piede in tutta Italia. Secondo Coldiretti, acquistando in questi punti vendita «è possibile far risparmiare fino a cinque miliardi nella spesa alimentare degli italiani con il dimezzamento del costo dei trasporti di cibi e bevande». Una cifra importante che si lega a un sistema di accorciamento della filiera che all’estero è già sperimentato negli Usa e in diversi Paesi Ue. Ma che in Italia non convince del tutto. Come osserva il presidente di Fedagri-Confcooperative, Paolo Bruni, «la vendita diretta, se in alcuni casi può effettivamente andare incontro al consumatore, per esempio attraverso i punti di vendita aziendali, su larga scala è un’ipotesi del tutto fallimentare».

Fermo restando che, sul mercato interno, la grande sfida per l’agricoltura italiana consiste nell’accorciare la filiera nella maniera più efficace possibile, avvicinando cioè il primo anello della catena all’ultimo, il produttore al consumatore, è sul come che si scontrano le idee di Fedagri-Confcooperative che fattura oltre 25 dei circa 35 miliardi di euro prodotti dall’agroalimentare, e di Coldiretti, la maggiore organizzazione nazionale di settore. Spiega Bruni: «Slegato da una cooperativa che per missione provvede ad allocare la produzione del singolo socio puntando alla massima remunerazione, il produttore agricolo che si reca al farmer’s market deve sostenere da solo i costi di produzione e di trasporto in città, oltre a gestire l’invenduto. Non solo, deve fare bene attenzione a praticare prezzi più bassi o per lo meno competitivi con i punti di vendita tradizionali, altrimenti non si vede dove sarebbe la convenienza. È facile intuire che queste iniziative possono costituire un elemento di colore, ma nulla levano al reale problema della costante sfida del mercato per il settore agricolo. Anche perché stiamo parlando dell’1-2 per cento della produzione lorda nazionale».

Insomma per quanto conveniente, la vecchia litania “dal produttore al consumatore” funziona fino a un certo punto. Anche acquistando a buon prezzo frutta e verdura dal più vicino farmer’s market è impossibile fare a meno delle rivendite tradizionali o dei soliti grandi supermarket. Dove il nostro portafoglio non può sfuggire alla ghigliottina dell’inflazione. «Consideriamo questi mercati uno strumento per accorciare la filiera, ma non è che pensiamo di risolvere in questo modo i problemi del mondo – racconta Sandali -. Per risolvere veramente il problema dell’inflazione sui generi alimentari bisogna agire sulla gestione dei costi dell’impresa agricola per abbatterli, mantenendo la remuneratività e calmierando i prezzi. Secondo noi poi le filiere vanno completamente riscritte. Ci sono sacche di inefficienza enormi di cui nessuno si occupa». Secondo il presidente di Fedagri «per riuscire a governare il sistema dei prezzi servono dei patti interprofessionali di filiera dove con responsabilità ogni attore, della produzione, della trasformazione, della distribuzione, assume l’impegno di far giungere le derrate nel frigo dei consumatori a un costo accettabile. Che è quel costo in grado di non deprimere in continuazione i consumi e quindi la remuneratività del sistema. Questo – precisa Bruni – è l’obiettivo che il mondo della cooperazione vuole perseguire attraverso le linee di politica agricola condivise con le altre undici sigle. Non ho dubbio alcuno che l’ideale sia una grande coalizione di tutte le forze in campo del mondo agricolo e agroalimentare che tradotto in cifre è di 12 e non 11 soggetti. Detto questo ci si confronta con chi è disponibile e non con chi invece si chiama continuamente fuori da ogni percorso di azione comune ritenendosi il primo della classe».

Left 39/2008

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Export, meno vino negli Usa: Non solo colpa del Brunello

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2008

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.

Secondo Donatella Cinelli Colombini, presidente delle Donne del vino della Toscana e produttrice di Brunello, “l’impennata dell’euro è stata devastante per l’export e gli effetti del cambio sfavorevole hanno colpito tutti i paesi esportatori di Eurolandia, non solo l’Italia”. Problema questo che peraltro non riguarda solo il vino quanto tutto l’agroalimentare. In secondo luogo, spiega al Velino Cinelli Colombini, “va precisato che la questione del Brunello i danni li ha causati, una cosa detta esplicitamente anche dal ministro delle Politiche agricole. Danni non ancora quantificabili, ma indubbiamente il titolo dell’inchiesta dell’Espresso, ‘Velenitaly’, ha gettato un’ombra su tutta la produzione italiana. Soprattutto per come è passata la notizia – osserva la presidente delle Donne del vino -. Il problema non è stato cosa è successo. Una trasgressione sul disciplinare non è certo un problema di salute alimentare, ma visto che sotto alla parola ‘Velenitaly’ c’era il nome del Brunello c’è anche chi ha pensato che in questo vino ci potesse essere qualcosa di velenoso”. Detto questo, conclude Cinelli Colombini, occorre ribadire che “la flessione dell’export vitivinicolo verso il principale mercato internazionale dipende sia dal cambio sfavorevole sia dalla crisi economica che in questi mesi ha colpito le tasche dei consumatori statunitensi”.

Scende ancora più nel dettaglio il direttore generale di Carpenè Malvolti, Antonio Motteran. “In base alla mia esperienza diretta – spiega il direttore dell’azienda leader nella produzione e nell’export di Prosecco Doc – non ho percepito che tutto il vino italiano a seguito di questo fatto che riguarda specificamente il Brunello abbia avuto contraccolpi negativi. Semmai – spiega al VELINO Motteran – ho rilevato da parte di alcuni operatori americani riflessioni relative al solo settore dei vini rossi di alta qualità. Alcuni di loro si chiedono infatti se il mancato rispetto del disciplinare di produzione riguardi davvero solo il Brunello”. Una riflessione che si ripercuote immancabilmente in una flessione degli ordini che sta colpendo un settore molto delicato, di alto valore aggiunto e di immagine. Ribadisce dunque Motteran: “Per quanto riguarda il sistema vino che esportiamo negli Usa, questo è toccato essenzialmente dalle difficoltà del dollaro nei confronti della valuta europea e dal calo dei consumi. Un calo che colpisce tutti indistintamente, italiani, francesi e produttori del Nuovo mondo. Globalmente parlando non c’è nessuno che in questo momento si stia avvantaggiando nel rapporto col mercato statunitense”, conclude il dg di Carpenè Malvolti.

Proprio mentre giunge a conclusione una vendemmia sostanzialmente positiva per il vitivinicolo italiano in termini di qualità e quantità, i dati dell’export nel primo semestre 2008 indicano una flessione del 3,5 per cento verso il mercato degli Stati Uniti. L’analisi è dell’Italian Wine & Food Institute, l’istituto di ricerche di mercato con sede a New York, e riguarda quella che storicamente è la principale piazza di sbocco per il made in Italy in bottiglia. C’è quindi di che esser preoccupati secondo la Coldiretti che indica nella crisi del Brunello dello scorso aprile la principale causa di questa flessione. “Dopo anni di crescita ininterrotta – spiega l’organizzazione agricola in una nota -, calano le bottiglie di vino made in Italy esportate negli Stati Uniti, con l’avvio dell’indagine sul mancato rispetto dei requisiti del disciplinare del Brunello di Montalcino la cui produzione è assorbita per un quarto proprio dal mercato statunitense”. La flessione, prosegue la Coldiretti, “è certamente dovuta anche agli effetti del rapporto di cambio tra euro e dollaro, ma rappresenta un preoccupante campanello d’allarme”.  (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale)

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Mani truccate

Pubblicato da Federico Tulli su 28 Settembre 2007

Legali, ma non tutte. Hanno spedito in pensione i videopoker, ma arricchiscono ancora i clan. Sono le NewSlot, controllate con difficoltà dai Monopoli, e al centro di una lite tra procura di Venezia e ministero di Federico Tulli

Che sia lecito o d’azzardo poco cambia, per gli appassionati delle slot machine l’importante è giocare. In Italia sono circa due milioni, e il giro d’affari del settore è impressionante. Nel 2006, a botte da 50 centesimi di euro, il massimo consentito a partita, l’impiegato, l’operaia, il disoccupato o il manager in pausa pranzo, hanno scommesso in maniera legale alle macchinette poco meno di 60 miliardi di euro, e circa il doppio in quelle truccate. Scommettere per loro non è mai l’affare della vita. Difficile, se non impossibile, vincere quando la slot è taroccata, mentre alle vincite lecite è destinato solo il 75 per cento delle giocate. Montepremi che sulla singola macchina si azzera ogni 14 mila partite. Diverso è il discorso nell’ottica dell’erario, primo e diretto interessato che le scommesse avvengano tutte in maniera legale. Le NewSlot, questo il nome delle 208.357 macchine autorizzate dai Monopoli, costituiscono infatti una delle maggiori e sicure voci in entrata per il Tesoro. Nel 2006 tramite il Preu, prelievo erariale unico, il flusso di denaro che dalle tasche dei giocatori si è tramutato in gettito fiscale è stato di 2.072.331.107 euro. Cifra ottenuta applicando l’aliquota del 13,5 per cento al volume delle giocate, al netto delle vincite, che lo scorso anno è stato di 15,5 miliardi di euro. Per il 2007 si prevedono cifre ancora maggiori, anche perché il trend è in decisa crescita. Nel 2004, anno della loro introduzione, il fatturato delle NewSlot è stato di 4,2 miliardi di euro, e di 10,7 miliardi di euro nel 2005. Ma qualcosa ancora non funziona e a distanza di tre anni il gioco d’azzardo costa ancora caro allo Stato. Secondo stime del Gruppo antifrodi telematiche (Gat) della Guardia di finanza, riportate nella relazione della Commissione di indagine governativa presieduta dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, nel 2006 «la raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro» e non a “soli” 15,5 miliardi. Tradotto in evasione fiscale si tratta di oltre tre miliardi di euro mai incassati dal fisco. Di questi tempi non proprio bruscolini. È in corso un’indagine penale per scoprire come mai, nonostante un sofisticato sistema di controllo telematico sulle slot, l’Aams non riesca a intercettare i restanti 28 miliardi, che il Gat ritiene finiti nei forzieri «del clan mafioso Santapaola».

C’è poi la complicata vicenda dei 98 miliardi di euro
che corrispondono alla sanzione contestata a maggio dalla Corte dei conti alle dieci società private concessionarie della Convenzione «di avviamento, attivazione e conduzione della rete per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da intrattenimento». Tutte accusate di non aver rispettato i termini contrattuali di istallazione e messa in rete delle NewSlot negli anni 2004 e 2005. La stessa sanzione è comminata dai magistrati contabili in solido a tre alti dirigenti dell’Aams per avere, «con colpevole inerzia, favorito, consentito e tollerato» gli inadempimenti delle concessionarie «senza adottare alcun atto a tutela delle ragioni patrimoniali dell’erario». Ma, sempre quei 98 miliardi, sotto forma di pagamento delle penali, sono stati richiesti a loro volta dall’Aams alle dieci società. Solo dopo, però, che la Finanza ha verificato «l’inerzia» di cui l’Amministrazione è accusata dalla Corte contabile. Al momento questo contenzioso è in sospeso, perché il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di Atlantis, Cirsa, Gamenet, Codere, Cogetech, G.Matica, Hbg, Lottomatica, Sisal Slot, Snai.

Infine, l’ultimo capitolo. A quanto pare più di 100 mila NewSlot, pur certificate dall’Aams in base alla Finanziaria 2003 e al successivo Dl 269/03, non sono conformi ai parametri dell’articolo 110 comma 6 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. Per questo, ad agosto scorso, la procura di Venezia ne ha ordinato il sequestro e relativo distaccamento dalla rete. Tutto ruota intorno all’interpretazione di una norma. Per essere lecite le slot devono mantenere la compresenza di elementi di “abilità”, “intrattenimento” e “aleatorietà” tipica del gioco, e la durata della partita deve essere al massimo di quattro secondi. Un limite temporale che per la magistratura veneta rende i concetti di abilità e intrattenimento poco realistici. Detto in parole povere le NewSlot sono giochi d’azzardo al pari dei videopoker che erano stati mandati in pensione tre anni fa. Ora, poiché le macchine operanti in Italia sono sostanzialmente tutte uguali, ciò significa che anche le altre 100 mila “ancora” legali rischiano il sequestro. La criminalità organizzata già stappa lo champagne. I giocatori no, al massimo una minerale. O forse nemmeno quella. Metti che proprio quei 50 cent… Già perché quelle slot non finiranno mica al macero. Saranno solo scollegate dalla rete di controllo dei Monopoli, in attesa che governo e parlamento risolvano il conflitto interpretativo tra magistratura e ministero dell’Economia.

Left 39/2007

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Fumo sotto controllo

Pubblicato da Federico Tulli su 31 Agosto 2007

La distribuzione del tabacco in Italia è nelle mani di una società di servizi. Che non molla la presa. Nonostante i pareri delle Authority europea e italiana
di Federico Tulli

La riorganizzazione del mercato della distribuzione del tabacco è di fronte a un bivio. O fallisce entro i prossimi tre mesi, oppure l’attuale sorta di monopolio privato cederà il passo al processo di liberalizzazione. Che si è inceppato subito dopo la vendita all’asta dell’Ente tabacchi italiano, che nel 2003 ha dato il via alla privatizzazione dell’intero settore, produzione e distribuzione di sigarette. Comunque sia, dalla riapertura dei lavori parlamentari e fino al varo della Finanziaria 2008 ne vedremo delle belle. Il via lo darà il presidente della Commissione finanze del Senato, Giorgio Benvenuto, che ha già annunciato un’interrogazione parlamentare per «approfondire le motivazioni per cui, a distanza di cinque mesi dalla scadenza del termine del primo aprile scorso indicato in Finanziaria, l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (Aams) non ha ancora emanato i decreti di riordino del mercato della distribuzione». Benvenuto si riferisce a 5 commi (dal numero 94 al 98) inseriti «con il fine di rimettere in movimento il meccanismo di apertura alla concorrenza» della gestione dei depositi fiscali, ovvero gli impianti in cui viene stoccato il 90 per cento dei quasi 100 miliardi di sigarette fumate ogni anno nel nostro Paese.

Mentre il vicepresidente della Commissione finanze della Camera, Francesco Tolotti , precisa: «Il comma 97, in particolare, è la chiave di volta per l’avvio del superamento del monopolio privato. Se applicato, concederebbe l’esercizio dell’attività di depositi fiscali anche a chi voglia gestire i generi di monopolio senza avere un contratto con Logista Italia», la società di servizi del gruppo franco-spagnolo Altadis, leader europeo della distribuzione dei lavorati al tabacco, che ha la gestione dei 250 depositi italiani. «Quel comma», conclude Tolotti, «è stato pensato col fine preciso di permettere a chiunque, privato o azienda, di esercitare l’attività di depositi fiscali in concorrenza a Logista». Il senatore Benvenuto concorda: «Vanno superati i problemi per l’applicazione di questa norma, dovuti alle notevoli pressioni affinché sia cassata o modificata, perché i Monopoli hanno sempre sostenuto che è di difficile attuazione». E chiosa: «Ciò non toglie che sia doverosa una interrogazione al riguardo». A gettare un’ombra sulla natura delle “difficoltà” cui si riferisce il senatore Benvenuto è il fatto che l’incaricato all’emissione del decreto (come stabilito dal comma 97) sia lo stesso direttore generale dell’Aams, Giorgio Tino, che ha seduto nel consiglio di amministrazione di Logista dal 29 marzo 2005 al 18 agosto 2006.

Nell’agenda parlamentare dei nodi da sciogliere per favorire un miglior funzionamento della distribuzione dei tabacchi lavorati – mercato che frutta al Tesoro entrate per oltre 10 miliardi di euro l’anno, e da cui dipendono i 15 miliardi di euro di fatturato alla produzione, oltre agli stipendi di circa 200.000 lavoratori, tra coltivatori, trasportatori e tabaccai – c’è poi la questione relativa alla mancata stipula, da parte di Logista, della cauzione che garantisce il versamento allo Stato dell’accisa applicata alle sigarette. Tema complesso in quanto la cauzione sarebbe necessaria al rilascio dell’autorizzazione da parte dei Monopoli, come sancisce il decreto ministeriale numero 67 del 1999. Che però dice anche che i Monopoli possono esonerare dall’obbligo di cauzione «le ditte private affidabili e di notoria solvibilità». Vale a dire che Logista ha il diritto di non stipulare alcuna polizza, ma solo se prima l’Aams ha emesso un decreto di esonero. Cosa che, secondo quanto appreso da left, non è mai avvenuta. Non a caso sul decreto, e sull’interpretazione che ne hanno dato i Monopoli per autorizzare il gestore della distribuzione, si stanno concentrando le attenzioni dell’Authority europea per la concorrenza, dopo che già nei mesi scorsi quella italiana ha emesso un importante parere, a oggi inascoltato. Entrambe sollecitate dalle denunce di molti imprenditori che da nord a sud si sono visti chiedere la polizza di garanzia dall’Aams per aprire i depositi, e che quindi si sono sentiti negare la possibilità di competere ad armi pari con l’unica azienda del settore. E l’atteggiamento dell’Amministrazione è doppiamente anomalo, se si pensa che in ogni caso avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione di esentare Logista all’Authority europea, in quanto il beneficio accordato supera i 200.000 euro di valore (il premio annuale della polizza si aggira intorno ai 150 milioni di euro). Richiesta che a Bruxelles non è mai arrivata. Così, oltre alla violazione del decreto del 1999, si configura un aiuto di Stato e relativa procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Come se non bastasse, sulla vicenda della cauzione si è pronunciato anche il Garante della concorrenza, Antonio Catricalà. Che il 28 settembre 2006 ha emesso un inequivocabile parere: «In merito a tale regolamentazione (il decreto, ndr), si rileva in primo luogo che essa ha istituito un trattamento ingiustificatamente differenziato a seconda della proprietà, pubblica o privata, delle imprese con riferimento al pagamento della cauzione. La sopra citata normativa appare, tuttavia, in grado di determinare distorsioni del funzionamento del mercato anche oggi, nella fase successiva alla conclusione del processo di privatizzazione». L’inserimento in Finanziaria 2007 dei famosi 5 commi ha poi testimoniato che Catricalà, almeno sulla carta, non è rimasto inascoltato dalle istituzioni. Fatto sta che, secondo quanto denunciato da Agemos (l’associazione che rappresenta i delegati alla gestione della distribuzione contrattualizzati da Logista) e da Assotabaccai (l’organizzazione sindacale del 15 per cento circa delle rivendite italiane), Logista ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo nei loro confronti dettando regole e tariffe di trasporto molto onerose, senza incontrare alcuna resistenza. Oltre a non aver rinnovato alla scadenza circa la metà dei 520 contratti con i delegati; contratti che erano attivi quando nel 2005 ha acquisito la gestione dei depositi.

«Storture generate da un monopolio privato, reso ancor più solido dal potere contrattuale che deriva dalla distribuzione delle sigarette di due multinazionali del calibro di Philip Morris e British american tabacco», ha commentato Lamberto Lasagni, il vicepresidente di Assotabaccai. A metà luglio scorso, per esempio, i fumatori italiani hanno rischiato di rimanere senza sigarette per colpa di un guasto al sistema elettronico di Logista che organizza lo smistamento degli ordini delle rivendite. Un episodio passato quasi completamente sotto silenzio. Il che la dice lunga sul peso che Logista esercita e sugli interessi che le ruotano intorno. Il blocco del sistema, infatti, non comporta solo un danno d’immagine per la società del gruppo Altadis, ma anche una riduzione del flusso miliardario delle accise verso l’erario. Ebbene, come mai il governo non ha colto l’occasione per rimarcare che, se il blocco dell’attività dell’unico gestore della distribuzione riconosciuto dalla legge mette a rischio vitali flussi di cassa per lo Stato, non si può più rimandare l’emissione del decreto di apertura del mercato ad altri attori? La risposta è presto data. Secondo quanto appreso da left quei regolamenti sono “bloccati” da resistenze interne alla stessa maggioranza. Ci sarebbe addirittura chi punta a sopprimere con la Finanziaria 2008 i “soliti” 5 commi della manovra 2007.

E qui veniamo all’ultimo capitolo della vicenda, che chiama ancor più direttamente in causa i tabaccai. Sembra infatti che se si dovesse rompere “l’unitarietà” (o monopolio che dir si voglia) della distribuzione, «sarebbe a forte rischio l’esclusiva di vendita delle sigarette riconosciuta loro dallo Stato». È quanto denunciato da Giovanni Risso, il presidente della Federazione italiana tabaccai, associazione che rappresenta il restante 85 per cento delle rivendite. Dice Risso, nel corso della sua relazione all’Assemblea nazionale della Fit del 18 giugno scorso: «La Finanziaria 2007 porta con sé qualche strascico attualmente dormiente e potenzialmente pericoloso. Desta in noi vivo e fondato timore quanto previsto dal comma 97, la cui applicazione potrebbe avere un effetto assai negativo sull’attuale assetto distributivo dei tabacchi lavorati in Italia». In pratica, secondo la Fit, l’eventuale emissione dei decreti da parte del direttore generale dell’Aams avrebbe l’effetto opposto rispetto a quanto previsto da chi ha inserito quegli articoli in Finanziaria. Un tesi contestata con forza dall’Agemos, nel corso dell’ultima assemblea nazionale del 28 luglio. Tanto che tra i punti deliberati c’è l’esortazione a fare «una riflessione profonda su tutto il sistema di trasporto garantito, imposto a suo tempo da Fit e Logista e che ha dimostrato nei fatti la sua inadeguatezza». L’accostamento tra la Fit e l’unico attore della distribuzione non dev’essere casuale se si pensa che Giovanni Risso, come riportato dal quotidiano genovese Il Secolo XIX del 30 giugno scorso, siede nel consiglio di amministrazione di Logista con nomina fino a settembre 2009. Insomma, un vero guazzabuglio di interessi. Non resta che aspettare la prossima Finanziaria per scoprire chi resterà con un cerino acceso in mano.

Left 35/2007

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