La nuova legge Amato-Ferrero sull’immigrazione non arriverà prima del 2009. E per ora si va avanti con la tratta degli esseri umani, la strada, lo sfruttamento minorile. Ventimila le donne “prigioniere”.
Il cinque per cento sono adolescenti di Federico Tulli
Si è insinuata nell’ordinamento italiano come una gramigna e al pari delle malerbe più tenaci è dura a morire. La legge 189 del 2002, più nota come Bossi-Fini, è ancora in vigore nonostante l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge Amato-Ferrero che riforma il testo unico sull’immigrazione firmato dal precedente esecutivo. Ma con effetto a partire dalla fine del 2008. Con conseguenze devastanti specie per le donne. «La Bossi-Fini ha codificato l’equazione immigrato=delinquente – spiega Francesco Carchedi, responsabile del Settore ricerca del Consorzio Parsec di Roma e consulente del ministero delle Pari Opportunità – e non è un caso che le immigrate arrivate in Italia per fare le colf o le badanti si trovino con contratti in nero e soprattutto sottopagate. A quel punto è enorme il rischio di cadere nella rete della prostituzione». Un fenomeno complesso, quello della tratta delle persone, che si è sviluppato a partire dai primi anni Novanta. All’epoca, le prostitue locali vennero convinte, con le buone o, più spesso, con le cattive, a lasciare spazio a migliaia di ragazzine “protette” da potenti bande criminali. È l’epoca dello sfascio delle dittature legate all’ex Unione sovietica e il flusso di persone verso la ricca Europa occidentale non è composto solo da migranti in cerca di lavoro. Ci sono anche donne da affittare per una manciata di minuti al miglior offerente. «Bambine – racconta Carchedi – costrette da feroci organizzazioni ad abbandonare le proprie famiglie in Albania e Romania per prostituirsi dove la moneta è più pesante e ci si arricchisce in fretta». Inizia una nuova schiavitù, la tratta delle schiave del terzo millennio. E il nostro Paese è impreparato a fronteggiare dal punto di vista sociale e legislativo questa improvvisa evoluzione del fenomeno. Si va avanti dal 1956 con la sola legge 1423, la famosa Merlin, che, pur all’avanguardia per aver depenalizzato il “mestiere”, al massimo contempla lo sfruttamento della prostituta. Cosa ben diversa dalla sua messa in schiavitù. Pertanto, ricorda il ricercatore, «nel primo periodo della tratta gli aguzzini hanno gioco facile sia con le vittime sia in tribunale dove si difendono da rare denunce». Ma l’opinione pubblica non rimane indifferente e avvia un efficace dibattito socio-politico. Che culmina, nel ‘96, con l’approvazione della Convenzione dell’Aja, in cui la Commissione europea riconosce la novità che arriva non più solo dall’Est, ma anche dalla Nigeria. Il testo riprende la struttura concettuale dell’ultima convenzione sulla schiavitù licenziata dall’Onu, un protocollo datato 1953, e la ripropone in chiave contemporanea. Si parla di tratta di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale in cui la coercizione fa da discriminante. Distingue cioè, per la prima volta a livello internazionale, la prostituzione coercitiva da quella volontaria. Ovviamente per i minori la distinzione non esiste. Non possono scegliere, sono sempre costretti. E i minori, le minori schiavizzate in questo nuovo traffico di esseri umani sono tante, troppe. «In Italia ogni anno ne arrivano almeno mille – racconta Carchedi – il 5 per cento delle circa 20.000 donne costrette a prostituirsi è minorenne. La cifra è per difetto – aggiunge – e sono stime che riguardano gli anni tra il 2000 e il 2003, ma sappiamo che ancora oggi il rapporto è invariato, come pure il numero delle straniere vittime della tratta». Una costante che fa riflettere, specie nel nostro Paese, dove dopo la Convenzione dell’Aja è stato fatto molto a livello legislativo per contrastare il potere delle organizzazioni criminali specializzate nel traffico di donne e minori. «In Italia siamo all’avanguardia – prosegue Carchedi – grazie alla legge 286 del ’98 e al testo unico 228 del 2003». La 286/98, meglio conosciuta come Turco-Napolitano, è stata la prima legge a distinguere tra «vittime di tratta di esseri umani a scopo di grave sfruttamento» e «traffico di esseri umani a scopo di inserimento sociale», cioè per lavoro. Aprendo così la strada a un’opera di protezione nei confronti di chi era rimasto intrappolato nel paraschiavismo. È stata poi consolidata dal protocollo di Palermo del 2000 in cui si è precisata ancora meglio la differenza tra contrabbando e tratta di persone. Difatti l’ingresso in Italia senza i visti necessari è un illecito amministrativo e non penale – il reato è compiuto dal trasportatore (il contrabbandiere) e non dal trasportato – mentre nella tratta a scopo di sfruttamento la persona-oggetto è vittima, non compie alcun reato.
Occorre però aspettare altri tre anni per coprire a livello normativo l’intera fattispecie del grave sfruttamento subito dalle donne oggetto di questo traffico. «Dopo i primi grandi processi giudiziari – osserva Carchedi – ci si è accorti che la 286/98, pur prevedendo tutto il ciclo dal reclutamento allo sfruttamento, non poteva essere applicata perché risultava difficilissimo evidenziare la condizione schiavistica». Viene pertanto emessa la legge 228/03 che istituisce il reato di riduzione in schiavitù, l’anello mancante di questa catena. «Con la combinazione delle due leggi, quella italiana è divenuta la normativa più completa», conferma il ricercatore del Parsec. «Inasprendo le pene e riconoscendo il reato di riduzione in schiavitù, lo sfruttatore è entrato a far parte di una fattispecie più ampia dove il giudice ha più possibilità di incastrarlo. Inoltre il tipo di reato è passato dalla giurisdizione delle procure ordinarie a quella dell’antimafia». Parallelamente all’introduzione di queste nuove norme, in Italia si è molto lavorato per consolidare la rete di protezione per chi denuncia i propri aguzzini. E questo, con buona pace dei fautori delle “case chiuse”, è avvenuto anche grazie alla legge Merlin. Il divieto di esercitare la prostituzione in luoghi privati ha infatti favorito la sua diffusione per strada rendendola in pratica più visibile e più semplice da monitorare. Non a caso siamo l’unico Paese in Europa che riesce a fare delle stime indipendenti molto utili a creare una rete di aiuto per queste ragazze. All’atto pratico il ministero delle Pari Opportunità finanzia circa 300 organizzazioni che lavorano in questo settore (tra Comuni, ong, associazioni, gruppi di volontariato) per un totale di almeno 1.500 persone. «Da questi servizi noi sappiamo quante persone ogni anno cercano aiuto e iniziano un percorso di sganciamento dalla strada», precisa Carchedi. «Ebbene, dal 2000 al 2003 sono state tra le 800 e le 900 l’anno. A partire da questa cifra siamo riusciti a definire l’universo di riferimento che è intorno alle 18-20.000 persone l’anno. Per valutare quante sono le minori – sottolinea – abbiamo contato quante su quelle 800 si sono rivolte ai servizi. E la percentuale sul totale è appunto del 5 per cento». Ci si chiede però come mai, nonostante due leggi estremamente raffinate e un’efficace rete di associazioni e di servizi, i numeri della tratta siano rimasti pressoché costanti. «Dal 1996 in poi questo fenomeno ha avuto un andamento molto tipico tra quelli sociali», rivela il ricercatore del Parsec. «È rimasto costante il numero delle ragazze in condizione paraschiavistica ma è cambiata è la composizione interna dei loro gruppi etnici. All’inizio degli anni Novanta, quello europeo prevalente era albanese, superiore anche a quello delle nigeriane. Alla fine degli anni Novanta iniziano ad aumentare le rumene e le moldave. Ora, invece, le albanesi sono molto rare, le rumene sono abbastanza in auge e le moldave sono state sostituite da bulgare e ucraine». Cambiamenti che testimoniano l’alto livello di specializzazione raggiunto dalle bande criminali che gestiscono il traffico, anche perché a tenere le fila sono storicamente sempre gli stessi: albanesi e nigeriani. In pratica, prosegue Carchedi, «quando un gruppo di ragazze è divenuto “obsoleto”, gli aguzzini spostano il reclutamento nei Paesi dove il fenomeno non è ancora evidente e dove la popolazione non si è ancora organizzata per difenderle». Il flusso delle minori albanesi si è drasticamente ridotto proprio per questo motivo: «Erano rapite dai gruppi più feroci, ma tra il 2002 e il 2003 c’è stata una reazione di fratelli e padri delle ragazze. Le hanno scortate a scuola e hanno costituito comitati di difesa, arrivando a picchiare e addirittura a uccidere alcuni trafficanti». C’è però un’ulteriore dinamica che spiega la difficoltà nel ridurre, almeno in cifre, l’entità dello sfruttamento. Accanto alle donne straniere costrette a prostituirsi, è in aumento il numero di quelle che lo fanno anche solo per brevi periodi per una scelta dovuta a difficoltà economiche. E qui il dramma assume una maschera diversa che chiama in causa lo sfregio sociale determinato dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione. «Molte straniere con il permesso di soggiorno vivono in condizioni pessime», spiega Carchedi. «Spesso, infatti, lavorano in nero e sottopagate. Inoltre si trovano prive di quelle reti sociali o familiari che nei Paesi d’origine le potrebbero sostenere nei momenti di difficoltà. Che sono tanti, più del normale, e quindi l’alternanza tra lavoro domestico e prostituzione è molto diffusa». Una spirale che potrebbe essere interrotta se il decreto delega Amato–Ferrero fosse convertito in legge in breve tempo. «L’assenza di garanzie contrattuali, l’emarginazione dentro le famiglie o dentro le aziende – conclude -, sono gli ambiti in cui occorre mostrare responsabilità istituzionale per praticare una definitiva svolta verso la civiltà».