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Archivio per la categoria ‘Cultura’

Il lato oscuro della felicità

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Luglio 2009

copj13di Federico Tulli

Nel mondo occidentale è senza dubbio tra i maggiori business degli ultimi 60 anni. Dalla seconda metà del secolo scorso l’offerta di “felicità” ha fatto la fortuna di chiunque sia stato in grado di materializzare nei più diversi modi ciò che nella storia dell’uomo era sempre stato un concetto soggettivo dalla natura indefinibile. Oppure, nella migliore delle ipotesi, un’aspirazione (probabilmente irrealizzabile) dell’animo umano. Fatto sta che a un certo punto la “felicità” ha smesso di essere il frutto delle richieste che le persone rivolgono “internamente” alla propria esistenza e si è tramutata in ben concreto oggetto esterno. Assumendo le sembianze di un fisico plasticamente scolpito in palestra oppure “ripulito” di difetti grazie alla chirurgia estetica. Quando non alienata nella forma di psicofarmaci.
Con un agile saggio dal titolo Felicità artificiale (Marco Tropea editore, 316 pp. 17,90 euro) il medico anestesista Ronald W. Dworkin ricostruisce con arguzia la storia di questa mutazione, mostrando come sia avvenuta e individuando responsabilità e conseguenze di tale processo. Diverse le concause messe a nudo da Dworkin. Sulla “felicità” hanno fatto leva, la ricerca di «riscatto della categoria medica» su cui ha lucrato l’industria farmaceutica, «così come il grande mercato dei trend pseudoculturali e degli stili di vita».
E sulla richiesta di “benessere” da parte delle persone ha investito anche il pensiero religioso, in particolare quello cattolico, con l’obiettivo di «riconquistare il terreno perduto» dopo le rivoluzioni culturali degli ultimi secoli che hanno fortemente messo in crisi chi crede nell’anima e soprattutto nella scissione della mente umana dal corpo. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Storia a fumetti di ordinaria follia italiana

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Luglio 2009

zona del silenzio_grandeLa fame di verità di Checchino Antonini. Tre anni d’inchiesta sulla morte di Federico Aldrovandi narrati attraverso le tavole di Alessio Spataro di Federico Tulli

Appeso a un cancello dell’ippodromo di Ferrara c’è un cartello che riporta una scritta dal vago senso mistico, “Zona del silenzio”. In realtà di mistico c’è ben poco, visto che è un invito per chi passa da quelle parti a non disturbare la concentrazione degli stalloni “al lavoro” per la riproduzione. Ma è comunque una scritta che gli abitanti della via che costeggia l’ippodromo devono aver preso estremamente sul serio. Sotto quel cartello, il 25 settembre del 2005, pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia, è morto Federico Aldrovandi. «Di morte violenta, secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’università di Padova, Gaetano Tiene, durante il processo a quei poliziotti, lo scorso 9 gennaio», ricorda Girolamo De Michele nell’introduzione a Zona del silenzio (Minimum fax, 168 pp., 15 euro) il graphic novel sul “caso Aldrovandi” firmato da Checchino Antonini e Alessio Spataro. «Nessuno degli abitanti del luogo racconterà ciò che ha sentito», dice Antonini a Terra. «E il paradosso è che in quella zona hanno visto in tanti. Ne siamo certi perché fin dai primi istanti dell’inchiesta abbiamo trovato tanti segnali delle intimidazioni subite da chi aveva udito urlare Federico». Ricostruendo le ultime ore di vita del ragazzo e narrando la storia di un giornalista e di un giovane studente che si mettono in cerca della verità, Zona del silenzio è il risultato di tre anni di inchiesta su quel tragico episodio. Perché la scelta del graphic novel? «Abbiamo deciso di usare il romanzo per contaminare fiction e informazione e forzare i limiti di tutti i generi. La fiction perché ci sono tante cose di cui questa storia ci parla: dei rapporti padre-figlio, di emergenza sicurezza, della violenza, dell’omertà, della separatezza della polizia dal resto della società. E l’informazione, perché ogni dato, tranne le sotto trame, è rigorosamente vero ed è frutto di inchiesta. E quindi di negoziazione tra chi cerca la notizia e chi la fornisce. La scelta del fumetto – prosegue il giornalista di Liberazione - è un’ulteriore forzatura, pensata per cercare di non rimanere letti solo dai “consumatori” abituali di libri-inchiesta. Volevamo forzare il genere grazie anche alla capacità di Alessio Spataro di smanettare con tutti i linguaggi». Ma Zona del silenzio è anche altro. «È un libro di servizio per una campagna complessiva», tiene a precisare Antonini. «Come dice il presidente del comitato dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia, noi viviamo nel Paese dei comitati. I comitati che chiedono verità e giustizia. Da Portella della Ginestra all’ultimo, quello della Casa dello studente de L’Aquila. Passando per quello di Federico».  Dal quotidiano Terra

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I sogni spezzati di Neda e Javad

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Giugno 2009

5185_94243524453_45061919453_1793983_3960176_nVaga un’intera notte Aga Jan alla ricerca di una tomba dove seppellire uno dei suoi figli. Mandato a morte dal marito di sua sorella, Javad era tra gli studenti arrestati durante una retata al Villaggio Rosso da parte delle guardie della rivoluzione. Nessuno si prende la responsabilità di offrire una tomba a chi ha osato sfidare il regime degli ayatollah. Tanto meno di organizzare una funzione religiosa. Siamo in Iran. E la storia di Aga Jan e di suo figlio Javad appare tristemente simile a quella di Neda, la giovane ragazza di Teheran il cui omicidio in diretta sta facendo il giro del web in questi giorni. Anche ai familiari di lei, secondo le notizie che filtrano dal coprifuoco informativo imposto dalle “guide spirituali” islamiche, sarebbe stata vietata la celebrazione dei funerali. Ma quella di Neda è una storia vera, Javad, invece, è uno dei protagonisti de La casa della moschea (Iperborea, 530 pp., 18,50 euro) l’ultimo struggente libro dell’esule iraniano Kader Abdolah. Dunque, un personaggio immaginario? Forse. Costretto a fuggire per le sue idee di sinistra, tra i pochi ancora vivi di una generazione spazzata via dall’integralismo religioso di Khomeini e seguaci, quando Abdolah trasforma in prosa l’Iran di quei giorni ogni sua riga è un continuo rimando tra realtà e fantasia. Tra ricordi sfumati e realistici sogni. È accaduto in Scrittura cuneiforme e in Viaggio delle bottiglie vuote (Iperborea). È così ne La casa della moschea. Alla cui ombra si allacciano amori, si tessono intrighi, mentre la religione si tramuta in spietata arma politica e sull’Iran si addensano le nubi della rivoluzione islamica. Javad, figlio del mite e saggio guardiano di quei minareti, muore 25 anni fa ucciso dalla sete di potere del pensiero religioso. Ucciso dalla stessa viltà che oggi ha stroncato il sogno di Neda. Terra del 23 giugno 2009 **Federico Tulli**

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