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Archivio per la categoria ‘Cultura migrante’

Sindrome italiana

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009

Ragazza CineseGuadagnano perché lavorano. Ce la fanno perché studiano e hanno idee. Viaggio fra i cinesi emergenti, guardati con sospetto di Federico Tulli

“I cinesi non muoiono mai”. È racchiuso in questo luogo comune senza senso tutto l’astio, per non dire il razzismo, nei confronti di queste persone, di questi migranti che nel nostro Paese non rappresentano la più estesa comunità di strenieri residenti (sono solo il 5 per cento del totale), ma certamente quella più intraprendente dal punto di vista lavorativo. Quella frase è anche il titolo del libro di Raffaele Oriani e Ricardo Staglianò pubblicato nel 2008 per Chiarelettere e che rappresenta la prima puntata di un viaggio in giro per l’Italia affrontato dai due autori per «conoscere da vicino e raccontare» la comunità cinese che vive nel nostro Paese. Già perché a oltre 20 anni dai primi “arrivi”, pur essendo in piena fase di seconda generazione (che oggi perlopiù frequenta l’università), da un primo periodo di curiosità verso la “novità” si è via via passati a una paura diffusa nei confronti dello “sconosciuto”. Con lo strano paradosso, peraltro, che le persone che sostengono di non conoscerli e di non saper bene cosa facciano («sono una comunità chiusa, impenetrabile, incapace di integrarsi») sono le stesse che li accusano delle peggiori nefandezze: dal “traffico” di esseri umani, al riciclaggio di denaro sporco, al traffico dei rifiuti. «Vedendo all’opera i cinesi – osservano i due autori – capiamo anche cosa siamo diventati noi. Un Paese stanco, rassegnato e spaventato. Che guarda con sospetto chi, come loro, scommette sulle proprie capacità e investe nel lavoro e nelle nuove generazioni». Il reportage di Oriani e Staglianò si è oggi arricchito di una seconda puntata, sempre edita da Chiarelettere, a cui è abbinato un film-documentario di 60 minuti (in dvd) di Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco. Due opere con lo stesso titolo: Miss little China. Entrando per la prima volta con una cinepresa «nell’intimità personale e familiare» si racconta la storia della generazione “figlia” di quei cinesi giunti qui in Italia tra i primi. Con carichi di lavoro per noi oramai impensabili in pochi anni hanno messo da parte i soldi necessari a ricongiungere le famiglie e avviare imprese di qualsiasi tipo («ma come fanno a girare con un Mercedes da 70mila euro? Di certo non pagano le tasse» chiosa un “poco documentato” radioascoltatore nel documentario). Tra le molte storie raccontate spicca quella di Steven Luo, un 25enne che si è inventato il primo concorso per aspiranti miss straniere in Italia, appunto “Miss China”. Ed è narrando la storia familiare di alcune delle bellissime partecipanti – con i loro sogni, le loro aspettative, i loro fidanzatini, i loro progetti per il futuro – che emerge via via la storia «straordinariamente normale» di un popolo di migranti «molto simile agli italiani di un tempo». Italiani talmente giovani e assetati della vita che, siamo certi, non morivano mai.

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Memoria corta

Little Italy e pregiudizi

cover_dvdlibro«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto, e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro». Tratte dal libro Miss little China, non è un brano di un qualsiasi comizio leghista, ma di una relazione che l’Ispettorato per l’immigrazione statunitense inviò nel 1912 al Congresso. Si parla di migranti italiani. Prosegue la relazione: «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Infine la chiusa: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite, e non contestano il salario. Gli altri provengono dal Sud. Vi invito a a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione». Vi ricorda qualcosa?

Left 26/2009

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Giochi senza frontiere ai tempi del pacchetto sicurezza

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Giugno 2009

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008

Una partita dei Liberi Nantes ai Mondiali antirazzisti 2008 (foto di Alberto Urbinati)

Per la 13esima volta l’Emilia Romagna ospita i Mondiali antirazzisti. Dall’8 al 12 luglio a Casalecchio, oltre 200 squadre maschili, femminili e miste, provenienti da 23 Paesi del mondo, si sfidano a calcio, basket e pallavolo di Federico Tulli

Un evento dal sapore e dai colori multietnici. Una manifestazione, anzi un mix di manifestazioni che restituiscono allo sport la sua vera identità: quella di veicolare messaggi positivi facendosi beffe delle barriere troppo spesso erette per eccesso, diciamo così, di agonismo. Tutto questo (e altro ancora) vuole essere la tredicesima edizione dei Mondiali antirazzisti organizzati a Casalecchio (Bo), dall’8 al 12 luglio prossimi, da Uisp, Istoreco e Progetto ultrà. Cinque interi giorni di festa, oltre duecento squadre in rappresentanza di 23 nazioni del mondo, centinaia di incontri sportivi, fra calcio (maschile, femminile e misto), basket e pallavolo. E ancora, poiché non a caso i Mondiali si svolgono in contemporanea con il G8 aquilano, decine di iniziative culturali fra mostre, dibattiti, proiezioni cinematografiche, concerti ed esibizioni organizzati anche dai partecipanti. Tutto questo sarà raccontato da Terra ai suoi lettori direttamente dal “campo”. Non vogliamo mancare. Perché i Mondiali oltre a essere una festa non commerciale – tornei, campeggio e concerti sono gratuiti – sono anche un’ecofesta. Da sempre è favorito il riciclaggio dei rifiuti, e nei bar e ristoranti pasti e bevande sono distribuiti solo su piatti, bicchieri e posate di materiale al 100 per cento organico. E non vogliamo mancare per l’idea di fondo del progetto “Mondiali antirazzisti”, che in questi tristi tempi di “pacchetto sicurezza” assume un significato più che particolare. È tra mille peripezie che riescono a essere presenti le squadre provenienti da Paesi e continenti in cima alla lista di “scarso gradimento” di chi governa il nostro Paese. Impossibile poi fare la lista delle barriere burocratiche che ogni anno risultano insormontabili per qualcuno dei singoli iscritti alla manifestazione. Ma ci sono storie che nemmeno la politica più retriva – quella, ad esempio, che vorrebbe piazzare in mezzo al Mediterraneo uffici galleggianti per verificare i requisiti dei richiedenti asilo – riesce ad annullare. È il caso dei “migranti forzati” che compongono la squadra dei Liberi Nantes. Per il secondo anno consecutivo a Casalecchio ci saranno anche loro. Una vittoria per la prima (e unica) Associazione sportiva dilettantistica italiana che, da Roma, promuove e diffonde la pratica sportiva tra la comunità dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Motivo per cui ha ricevuto il patrocinio dell’Unhcr, riconoscimento fino a ora riservato nel mondo (del calcio) solo al Barcellona. E di certo una vittoria anche per gli organizzatori dei Mondiali che con caparbietà e “folle” spirito civile ogni anno si rimboccano le maniche per garantire lo svolgimento della festa. A loro la parola: «Basta con le false emergenze e con un mondo blindato per pochi privilegiati – dicono in una nota Uisp, Istoreco e Progetto ultrà -. Il problema sono i razzisti. Bianchi, neri o gialli che siano. Il problema sono i violenti e prepotenti, europei, arabi o americani che siano. Un’Europa che chiude le proprie frontiere esterne suggerisce un’ostilità verso “gli stranieri” che poi produce migliaia di storie piccole e grandi di razzismo quotidiano. Non vogliamo abituarci a sopportare questa situazione. Abbiamo bisogno di festeggiare. Altro che sicurezza: finalmente arrivano i Mondiali antirazzisti. Abbiamo bisogno di allegria e di cultura per trovare la forza necessaria per lottare contro la discriminazione. Negli ultimi mesi in Italia si sono moltiplicati gli episodi preoccupanti. Tanti politici, giornalisti e rondisti volenterosi vogliono farci credere che il problema non siano la povertà e la guerra che regnano in buona parte del pianeta, ma le persone che scappano da quelle miserie. Con i Mondiali antirazzisti vogliamo vivere la nostra risposta: è di rispetto, di coscienza, di convivenza che abbiamo bisogno. La nostra ricetta – concludono Uisp, Istoreco e Progetto ultrà – è la cultura, senza frontiere». Siamo certi che a L’Aquila fischierà più di qualche “potente” orecchio. Terra del 23 giugno 2009

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Londra svelata

Pubblicato da Federico Tulli su 14 Novembre 2008

La seconda generazione di arabi inglesi tra ritorno all’islam e cosmopolitismo. Nel suo romanzo d’esordio Robin Yassin-Kassab racconta la fine del melting pot. Dal 18 novembre è in Italia per presentare il libro di Federico Tulli

«A Londra spesso mi trovavo a passare davanti ai cortili di scuole dove c’erano bambini vestiti secondo le diverse usanze musulmane, sikh, cristiane ed ebree. E tutti giocavano insieme. Era prima dell’estate del 2001 e questo diceva dell’inesistenza di conflitti interculturali. Dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Quel giorno è iniziato il declino». Robin Yassin-Kassab è nato in Inghilterra da padre siriano e madre inglese e nel suo romanzo d’esordio Il traditore (il Saggiatore), in libreria dal 18 novembre, racconta la comunità anglo-araba e le ansie e aspirazioni della sua seconda generazione di immigrati. Sono gli anni che precedono l’inizio del conflitto «imperialista anglo-americano contro le nazioni islamiche». Al centro del romanzo, una famiglia costretta dagli orrori e dalle contraddizioni della storia a ridefinire la propria identità. «In realtà – racconta Yassin-Kassab a left – non pensavo al tema dell’identità quando ho iniziato il libro. Semplicemente ho cominciato a scrivere scegliendo di ambientarlo nel 2001 per la mia familiarità con la Londra degli anni 90. E poi perché penso che in quel decennio, a Londra, i rapporti tra le diverse comunità fossero eccellenti, molto più che in altre parti del Paese e d’Europa». La storia de Il traditore ruota intorno alla figura di Sami Traifi, un trentenne arabo siriano nato a Londra e sposato con la bellissima Muntaha. Mentre la sua comunità, sempre più isolata, si aggrappava alla religione, Sami si attacca ferocemente alla figura del padre scomparso, che gli ha trasmesso l’ateismo e un grande amore per la tradizione laica araba. Quando la moglie abbraccia l’islam, Sami si getta in una personale lotta contro il mondo che lo vedrà “sprofondare” nell’edonismo londinese. «Non penso che sia il hijab, il velo indossato dalle donne islamiche, il simbolo di quella frattura – spiega Kassab – il problema si presenta quando chi è al potere demonizza a livello sociale e legislativo le minoranze e le loro espressioni culturali. Nel mio romanzo i laici sono forse più intolleranti dei credenti. O, piuttosto, il secolarismo, il nazionalismo, il credere nel capitalismo sono essi stessi inconsapevoli atteggiamenti religiosi». Ciò che secondo lo scrittore si è guastato è il rapporto tra governi, e non quello tra culture: «La pulizia etnica in Palestina, le basi militari Usa nei Paesi islamici, la lenta distruzione dell’Iraq: sono questi gli errori, non il velo». Errori-orrori che da un lato hanno spazzato via il melting pot londinese anni 90, dall’altro sembrano aver spezzato il cammino di un prodigioso sviluppo culturale avviato nella seconda metà del 900 negli Stati arabi. Paradigmatica nel libro la figura di Marwan.
Il poeta, padre di Sami. Che da «laico e romantico» è diventato conservatore e religioso, «come gran parte degli arabi nel mondo», osserva Yassin-Kassab che sta scrivendo un nuovo romanzo: una sorta di Cuore di tenebra sulle rive dell’Eufrate. «Ma – aggiunge – a rischio di sembrare indulgente, dico che questo è il risultato di una delusione. Negli anni 50 e 60, gli arabi avevano fiducia nel modello di sviluppo occidentale (Marx è occidentale). Erano sicuri di riuscire a trasformare i propri Paesi in una generazione. Nei fatti, hanno sofferto un collasso economico, ripetute sconfitte militari, occupazioni straniere e regimi dittatoriali. Il sorgere dell’ala conservatrice islamica è stato un rifugio, io penso un rifugio mal consigliato, da una sgradevole realtà. Ma il ritorno alla religione è un fenomeno internazionale. L’ondata religiosa statunitense, dagli anni 60 a oggi (forse ha finalmente raggiunto l’apice e ora inizia il declino), coincide con quella del mondo arabo, ed è ancora più difficile da spiegare. L’America è una potenza economica e militare. Forse il fattore comune è un traumatico cambiamento sociale, che ha spinto le persone a desiderare “mitiche” certezze. In qualche modo la nascita di organizzazioni politiche come la Lega nord in Italia potrebbe assomigliare a questo».

Left 46/2008

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Il pane dell’identità

Pubblicato da Federico Tulli su 3 Ottobre 2008

Cosa spinge i migranti a rischiare la vita? I bisogni materiali, ma anche la ricerca di nuovi rapporti. Predrag Matvejevic anticipa a left i suoi prossimi libri di Federico Tulli

«L’asino ha fatto tanto per il Mediterraneo. Ha portato acqua, ha lavorato nei mulini facendo girare la mola, ha trasportato le pietre per costruire i grandi palazzi, le case, le fabbriche. Nessun animale ha faticato tanto e adesso siamo in un’epoca in cui rischia di scomparire. è in via di estinzione. Ed è un fatto simbolico. Perché è quanto accade in Europa al rapporto e alla riconoscenza nei confronti di persone che tanto hanno fatto per la nostra terra: quelli che io chiamo gli immigrati-emigranti». Predrag Matvejevic al telefono da Zagabria ci legge un brano del saggio sull’asino che ha inserito nella nuova edizione del Breviario mediterraneo (libro tradotto in 22 lingue) appena uscita da Garzanti. «Quando Fernand Braudel, il grande maestro di chi si occupa di Mediterraneo, fece la sua tesi, tutti erano entusiasti. Ma ci fu un professore che disse: “Da rifiutare, perché non parla di quello che fu un grande costruttore del Mediterraneo, l’asino”. Nel nuovo Breviario ho aggiunto ciò che manca al suo lavoro». Nel frattempo lo scrittore croato sta ultimando la lunga lavorazione di un libro sul pane e, per le prime settimane del 2009, è attesa un’edizione ampliata de L’altra Venezia (Garzanti) che nel 2003 vinse il premio Strega europeo.

Professore, lei è dovuto emigrare nel ‘91 dalla Croazia e il suo lavoro l’ha portata a lambire le mille sponde del Mediterraneo. Cosa è cambiato nel rapporto tra noi europei e “lo straniero”?
Mi sorprende particolarmente l’Italia. Non ci sono nato, ma sono cittadino italiano. Questo è tema che mi è caro e che osservo da un punto di vista particolare, essendo vissuto a metà fra asilo ed esilio. Il mio non è stato un vero esilio, perché mi sono autoesiliato non essendo d’accordo con i regimi che hanno distrutto la Jugoslavia. E non ho cercato un vero asilo, avendo voluto mantenere anche la cittadinanza croata. Ora sono tornato a Zagabria ma ho una piccola casa a Venezia e ho vissuto tre anni e mezzo in Francia e oltre tredici in Italia, a Roma.

L’italiano le è sembrato una “lingua da abitare”?
Da scrittore, da filologo, fui subito positivamente sorpreso dalla profusione di termini in italiano che esistono per esprimere questo statuto indefinito dello straniero. Espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Queste definizioni sono la prova che l’Italia è stata la nazione con la più forte emigrazione. Mi aspettavo quindi una gran comprensione, che del resto io ho ricevuto insieme alla cittadinanza e alla cattedra alla Sapienza. Mai avrei pensato a una legge che impone la presa delle impronte a bambini di due o tre anni. Ero orgoglioso di essere cittadino a tutti gli effetti di un’Italia umana e liberale. Oggi sono deluso.

Quelle parole sono state sostituite da altre: “clandestino”, “extracomunitario”. Siamo tornati indietro di decenni?
Sappiamo che le cose sono cambiate dopo le ultime elezioni. Che c’è una certa clientela del nuovo governo che fa “pulizia etnica”. Mi ha sorpreso anche che un Paese che si professa cristiano, fra Vaticano e Dc, abbia una considerazione per nulla cristiana dei diritti dell’uomo. Lavoro da anni a un libro sul ruolo del pane nella storia. Ecco, il pane è l’unico grande slogan storico che non ha mai tradito. Tutti gli altri hanno finito per deludere. Lavorando su questo mi sono accorto di una discrepanza terribile tra ciò che si sostiene per fede e prassi, specie in politica. Ciò che più mi fa arrabbiare è sentir parlare d’immigrazione in termini quantitativi. “Quanti sono in Italia”, “quanti sono sbarcati in Sicilia”, “quanti possono rimanere”, “quanti devono tornare”. Non si può affrontare questo problema in termini qualitativi? Questa è la mia domanda.

“L’altro” era un numero per i nazisti nei campi di concentramento…
Quella era una via senza ritorno. Mi piacerebbe fare un seminario alla Sapienza o alla Sorbona per trovare un rapporto con lo straniero che non si riduca ai numeri. Un approccio che parte dall’interesse per chi propone un punto di vista diverso, una cultura diversa. Per queste mie ricerche sul pane di recente sono stato con gli zingari, o come si dice oggi rom, alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Ho annotato molte frasi sul loro modo di parlare del pane, modi di dire per conoscerli meglio. “Il pane può quello che l’imperatore non può e che dio non vuole”, dicono per esempio.

Gli zingari quanto hanno dato alla cultura e all’arte in Europa? Andiamo in Spagna: quanto deve il flamenco agli zingari? Oppure passiamo in Ungheria o nell’Europa centrale. Qui troviamo la csárdás, una straordinaria danza. E poi la più bella romanza russa che per metà è di origine zingara: Oci ciornie, occhi neri. Andando più lontano nel tempo abbiamo il nostro caro pianoforte, lo strumento che lo precede era il clavicembalo, e prima di questo era il cymbalom, strumento zingaro originario dell’India. Riconoscendo queste cose potremmo dare a questa gente un po’ di orgoglio. Forse di vivere diversamente. Forse non di lasciare per sempre la loro vita di nomadi. Ma potremmo certamente fare qualcosa di diverso dalle cose indegne che facciamo nei confronti di questa loro cultura, di questa loro grande tradizione.

La legge italiana sulle impronte ai minori è stato un chiaro tentativo di schedare gli zingari. Di contro la situazione in Europa?
Non è buona. Si parla di 9 milioni di rom in Europa e c’è una situazione contagiosa da una regione all’altra. Un minimo incidente se causato da un rom diventa dieci volte più grande, pericoloso, che se fosse fatto per esempio da un francese. Anche la Francia, malgrado le sue tradizioni rivoluzionarie e democratiche non è priva di reazioni nei confronti dell’immigrato-emigrante, specie in provincia. Ma forse nei confronti dei rom non c’è questo odio che sale oggi da alcune regioni d’Italia.

E i molti trattati internazionali sui diritti umani che l’Italia ha sottoscritto?
Appunto, noi italiani non rispettiamo nemmeno alcuni diritti per cui abbiamo firmato grandi contratti sociali europei. Basta pensare al diritto d’asilo che, proclamato solennemente nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si è rivelato un grande inganno. Solo pochissimi Paesi hanno rispettato il patto sottoscritto mezzo secolo fa dalla grande maggioranza dei membri delle Nazioni unite. Sono rare le situazioni in cui questo diritto ha trovato il posto che merita in una cultura progressista. Ricordiamoci di Ochalan. Lui aveva diritto all’asilo e se ritornava in Turchia avrebbe rischiato la morte, ma è stato comunque espulso. Erano i miei primi anni fra asilo ed esilio, devo dire che ero sorpreso. Col passare degli anni quella sorpresa si è trasformata in delusione. Soprattutto perché la cultura sembra oramai evitare impegni politici. Non siamo più negli anni 50, eppure allora c’erano tanti scrittori, anche stranieri, che partecipavano alla vita sociale dell’Italia. Ora accade molto meno. Come se l’impegno civile fosse diventato un peccato.

Left 40/2008

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L’Italia della «democratura»

Pubblicato da Federico Tulli su 11 Luglio 2008

Democrazia apparente, in realtà dittatura: è questo il nostro Paese secondo Predrag Matvejevic. L’intellettuale croato racconta la sua vita di «esule volontario» nell’Europa che ha paura di aprirsi a chi porta con sé una visione del mondo diversa di Federico Tulli

«Straniero, espulso, esule, profugo, rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esodato, espatriato, fuoriuscito, esiliato, respinto. Ho tenuto una lezione alla Sorbona sul fatto che la lingua italiana è quella con la più ampia gamma di termini per parlare dei migranti. E invece, ora si sente solo insistere su clandestini e irregolari. Ma cosa significa clandestinità in tempo di pace? Sono cose queste che mi hanno profondamente sorpreso dell’Italia». Predrag Matvejevic, scrittore e saggista, docente di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi e professore ordinario di Slavistica all’università La Sapienza di Roma, nominato “per chiara fama”, è nato nel 1932 a Mostar nella ex-Jugoslavia e da qui è «dovuto emigrare» nel 1991 dopo che «una sventagliata di mitra dei nazionalisti croati ha colpito la mia porta di casa». Per 14 anni in Italia, Matvejevic da pochi mesi è tornato nella sua terra e vive a Zagabria «dove il nazionalismo abbaia ma non ha più i denti». Il 17 luglio sarà a Rivoli (To) in occasione della mostra Le porte del Mediterraneo. Leggerà un saggio sulla condizione degli «emigrati» in Europa di cui anticipa a left alcuni passaggi.

«Partirò da alcuni fatti personali. Sono figlio di un emigrato russo. Mio padre è partito nel 1920 da Odessa. Era politicamente menscevico. Voglio dire, da uomo di sinistra, che i menscevichi non sono quella caricatura che gli staliniani hanno fatto di loro. Sono persone di sinistra che hanno fatto la rivoluzione di febbraio nel 1917 avendo capito che la Russia feudale dello zar e della Chiesa non poteva realizzare il grande sogno della civiltà europea di creare una società giusta. Dopo un lungo girovagare per l’Europa dell’Est mio padre è arrivato a Mostar, qui ha conosciuto una ragazza bosniaca croata cattolica. Un ortodosso e una cattolica, tutto quello che occorreva perché nascesse un figlio laico, laicissimo. Nel 1941 – prosegue Matvejevic – i nazisti sono venuti a prendere papà perché avevano saputo delle sue origini russe. Questo bastava per essere deportato. Dopo quattro anni è tornato vivo, ma pesava 40 chili di meno. Non l’ho riconosciuto e ho pianto due giorni. Dunque con questa esperienza mai avrei pensato di emigrare, di partire. Poi, quella raffica di mitra…». Giunto in Italia, Matvejevic ha avuto la cittadinanza da Giorgio Napolitano all’epoca ministro dell’Interno. «Non sapete quanto è importante per un emigrato poter viaggiare nella zona di Schenghen», dice. «Il mio non è stato un vero esilio, dopo quegli spari ho scelto di andare via da Mostar. Ho passato tre anni in Francia e nel 1994 sono arrivato in Italia. La vedevo come uno dei Paesi più tolleranti, più accoglienti. Ma poi la Lega, con Berlusconi che segue Bossi, e ora questo ministro dell’Interno che è un uomo rozzo, hanno creato un vergognoso clima contro gli immigrati che l’Italia non merita». Il professore ritiene inaccettabile il piano di Maroni che prevede il fotosegnalamento dei minorenni di etnia rom. «All’inizio del secolo scorso, la mafia organizzava l’emigrazione in Sicilia. Molti vostri connazionali sono stati sbarcati in Marocco credendo di essere arrivati negli Usa. E lì sono rimasti fino alla seconda guerra mondiale. Come può un popolo che ha vissuto queste sofferenze, tanta emigrazione, assumere certi atteggiamenti? In un Paese in cui la Chiesa ha tanto peso perché non influenza i politici a non fare quello che stanno facendo? Perché – prosegue Matvejevic – i cristiani non si rileggono alcuni passaggi delle loro sacre scritture? L’Esodo per esempio, dove è scritto “Non molesterai lo straniero, né lo opprimerai, perché foste anche voi stranieri nella terra d’Egitto”. Vorrei che i vescovi nelle loro prediche invece di essere solidali con chi attua la schedatura analizzassero queste parole così belle». Il problema, per la religione come per certa politica, secondo lo scrittore, è sempre lo stesso. La persona straniera che arriva in una nuova terra porta con sé la propria cultura, una cultura diversa. E questo fa paura. «Di fronte allo sconosciuto – spiega – c’è chi si chiude nella propria “particolarità”. In un saggio ho scritto che questa non è un valore a priori, ma può diventarlo a condizione che si confermi come tale. Perché anche l’antropofagia, mangiare l’altro, è particolarità. E dunque questi che schedano i rom si chiudono nella propria particolarità come se fosse un valore assoluto. Senza mai metterlo in discussione. Purtroppo sento la mancanza di una cultura adeguata che potrebbe risolvere queste questioni».

Matvejevic in queste settimane sta aggiornando la sua opera cardine, il Breviario mediterraneo, tradotto in 22 lingue e pubblicato in Italia da Garzanti. «Rileggendolo ho pensato che mancava una riflessione sul pane. Cibo prezioso che non è stato inventato sulle sponde del Mediterraneo, ma che in questa regione è stato accolto e valorizzato, allo stesso modo di come sono state accolte le tre religioni monoteistiche». Il pane come metafora per raccontare la capacità dell’Europa di aprirsi a nuove culture e tradizioni che vengono da fuori. Quella stessa Europa che ultimamente ha lanciato messaggi contraddittori sulla soluzione italiana del tema immigrazione. «Io sono stato due anni nel gruppo dei saggi della Commissione europea creato da Romano Prodi. Siamo riusciti a mettere allo stesso tavolo israeliani, palestinesi e arabi ed è cominciato un dialogo molto importante. Ma il successore di Prodi ha sciolto questo gruppo. C’è una deriva pericolosa che la cultura potrebbe arrestare e invece è proprio la cultura che viene accantonata». Questo genere di pericolo è il tema su cui verte il prossimo saggio che Matvejevic ha intenzione di scrivere. «L’ex Europa dell’Est è entrata in Ue con i suoi problemi di democrazia. Ma anche in alcuni Paesi dell’Occidente si sta scivolando verso quella che ho definito «democratura». Una forma di governo cioè che dietro un’apparente forma esterna di democrazia assume atteggiamenti e movimenti dittatoriali. E questo pericolo lo vedo molto presente in questo momento in Italia. Lo abbiamo visto in Polonia con i fratelli Kaczynski e i loro atteggiamenti clericali. Ma anche nei Balcani, dove serbi, croati, bosniaci hanno subordinato la nazionalità alla religione professata. Questa prassi è un nervo scoperto dei nuovi rapporti che si sono creati all’interno dell’Unione. Su cui anche la cultura dell’Est non ha riflettuto abbastanza. Ha troppo sofferto e ancora non riesce a ripensare le proprie sofferenze. Dall’altro lato c’è la cultura occidentale, orgogliosa in modo antipatico direi, che non ha il coraggio di affrontare questi problemi, queste divisioni. Ma come si può fare l’Unione se le frontiere sono ancora così strette? Ecco, mi piacerebbe vedere la Turchia in Europa, potrebbe fare da baluardo ai nuovi fondamentalismi».

Matvejevic dedica infine un pensiero alla sua Mostar. «La vita è ancora durissima, la città è spaccata. Nella parte orientale i musulmani rimasti sono ancora sotto shock e questa sorpresa li rende immobili. Dall’altra sponda del fiume, dove ci sono i cattolici, direi che la metà della gente, a cui potrei appartenere anche io, ha vergogna di quello che hanno fatto i fascisti croati. C’è però chi farebbe di nuovo la stessa cosa. Quasi tutta Mostar durante la II Guerra mondiale era dalla parte della Resistenza. Aveva un grande battaglione di partigiani. Quando avevo 9 anni, mio zio – che lavorava in ospedale – un giorno mi disse di portare un sacco con i medicamenti ai partigiani feriti. Uno zio croato cattolico che collaborava in clandestinità con la Resistenza. Questa era la Mostar di una volta, quella di cui sono orgoglioso, a cui appartengo e che difendo».

Left 28/2008

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Manu Chao senza confini

Pubblicato da Federico Tulli su 28 Marzo 2008

Il Clandestino rientra in Europa… di Federico Tulli

Dopo quasi un anno passato a tenere concerti, da Nord a Sud, per il continente americano, Manu Chao torna a esibirsi insieme ai Radio Bemba al di qua dell’Atlantico annunciando un tour francese a partire dal 29 maggio a Tolosa. In Sud America, oltre a improvvisare decine di concerti nelle zone più remote, Manu non ha rinunciato a sostenere con la propria musica diverse battaglie civili in difesa diritti dei più deboli. Come il caso della lotta che gli abitanti della zona di Cabo Polonio in Uruguay stanno conducendo da alcuni anni contro le autorità locali che pare abbiano venduto questo paradiso della biodiversità a immobiliaristi italiani, per la precisione liguri. I quali vorrebbero trasformare una striscia di costa incontaminata, in località di villeggiatura per super ricchi. La denuncia di Manu è arrivata anche su YouTube dove il suo video Sos Cabo Polonio è stato scaricato da migliaia di visitatori. A oggi la vicenda appare avvolta nel mistero, ignorata com’è da tutti i più importanti media sia del Nuovo che del Vecchio Continente. Eppure è come se qui da noi venisse denunciato il tentativo di vendita dell’isola di Budelli in Sardegna a qualche multinazionale del turismo. Chissà che il rientro in Europa del cantante – in Francia non si esibisce dal 2001 – non riesca a fare da cassa di risonanza proprio alle istanze del comitato di difesa di Cabo Polonio. Un rientro peraltro molto atteso se si pensa che molti fan avevano dato per certa la sua presenza in una session che si tiene a Tenerife in questi giorni. Ma per evitare una delusione di massa sul sito ufficiale del “super chango”, il super ragazzino, come lo chiamano in Sud America, è apparsa una smentita. Staremo a vedere. Certi rumors sul desaparecido della patchanka si sono spesso rivelati fondati. Quel che invece è certa è l’uscita prevista per il prossimo autunno del nuovo album registrato a Buenos Aires insieme ai pazienti della Colifata, un ospedale psichiatrico della capitale argentina. È un rapporto di lunga data quello tra Manu Chao e i “colifati”, molto seguiti in Sud America per aver creato Radio La Colifata che trasmette dall’ospedale. L’artista franco-spagnolo ha infatti già collaborato nel loro disco del 2003 La Colifata. Siempre fui loco, un cd frutto delle registrazioni effettuate dalla radio dell’ospedale in cui si mischiavano rumba catalana, reggae e un po’ di elettronica. Da quella prima collaborazione sono derivati due fantastici concerti nel novembre 2005 a Buenos Aires e Santa Fe in Argentina, il che lascia presagire la creazione di un nuovo disco all’altezza di Clandestino e La Radiolina. Speriamo solo che al contrario di quanto accaduto per La Colifata. Siempre fui loco sarà possibile acquistarelo anche al di fuori del Barrio Gotico di Barcellona e senza dover andare alla ricerca di personaggi ammanicati nei bar di plaza del Pì.


Left 13/2008

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