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Archivio per la categoria ‘Cooperazione’

Tanta strada da fare

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Distanza sociale e culturale ma anche “fisica”. Raggiungere le sedi scolastiche per i giovani delle popolazioni rurali dei Paesi poveri, rappresenta un grave problema ed è forse un pericolo. L’impegno italiano nell’iniziativa della Fao per l’educazione nelle aree rurali di Federico Tulli

Aminata ha smesso di studiare a 7 anni. Mentre andava a scuola, una costruzione fatiscente ricavata da un ovile che dista due ore di cammino da casa sua, è stata aggredita da un uomo. È riuscita a scappare perché le compagne che erano con lei hanno attirato l’attenzione di alcuni contadini che lavoravano nelle vicinanze. Aminata vive in Africa, nel Mali, il nome è di fantasia, l’aggressione no. Per questo i genitori non hanno più voluto che andasse a scuola. Nei Paesi poveri, la violenza da parte di sconosciuti è uno dei pericoli maggiori che i bambini si trovano a dover affrontare mentre raggiungono i luoghi d’istruzione. Pericolo che cresce in maniera esponenziale all’aumentare della distanza da percorrere per andare a scuola. Che nel caso delle zone rurali «può essere anche di dieci chilometri e più», spiega Lavinia Gasperini, senior education officer del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Food and agricolture organization (Fao).
Nel 2000 a New York l’“Educazione delle popolazioni rurali” è stata indicata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come uno dei principali Obiettivi del Millennio. Ma già nel 1990 – dichiarato dall’Onu anno internazionale dell’alfabetizzazione – in occasione della Conferenza di Jomtien (Thailandia) era stato messo in evidenza che il soddisfare i bisogni della formazione di base rappresenta l’unica opportunità che le persone hanno per divenire capaci di contribuire allo sviluppo di un Paese. «In questi 18 anni molto è stato fatto sia dalla Fao sia dalla cooperazione internazionale, compresa quella italiana sempre molto attiva, ma» osserva Gasperini «non c’è dubbio che la cattiva distribuzione della rete scolastica tra aree urbane e zone rurali rifletta ancora in pieno il livello di disuguaglianze e iniquità di un Paese». La notevole distanza dai luoghi di istruzione riguarda in pratica tutte le popolazioni che vivono di agricoltura nei Paesi poveri. E, se si pensa che il 70 per cento dei poveri del mondo vive nelle zone rurali, si scopre che proprio chi ne avrebbe più bisogno si ritrova con meno possibilità di studiare. Uno squilibrio, quello tra città e campagna, che affonda le sue radici nel tempo.
Per l’istruzione è sempre stato così, in Sud America come in Africa, ma anche in Europa, per esempio in Kosovo, spiega la funzionaria della Fao: «Nei secoli passati le scuole erano solo in città perché vi abitavano le elite coloniali, poi, nella seconda metà del ‘900 sono rimaste in città per istruire i figli delle elite dei nuovi governi. Difficile pensare a una spinta interna verso un diverso stato delle cose perché i poveri, che sono soprattutto “rurali”, non hanno mai una rappresentanza politica che gli permetta di rivendicare i propri diritti». Quindi, come Aminata, chi nasce in una zona extraurbana ha un’elevata probabilità di dover affrontare enormi disagi per ottenere un livello di istruzione equiparabile a quello di un coetaneo “cittadino”.
«Ho visto situazioni in Colombia e Africa in cui i bambini devono camminare anche due ore per arrivare a scuola» conferma Gasperini. «In queste due ore può accadere di tutto perché spesso non ci sono strade, si possono incontrare animali feroci, a volte c’è la guerra. E chi è più esposto sono proprio le bambine, nei cui confronti sono molto frequenti le aggressioni. Problemi, questi, praticamente sconosciuti in ambiente urbano. Nonostante ciò la politica e i politici, che fanno parte della popolazione urbana, intervengono di rado spontaneamente. Gli investimenti in infrastrutture e in materiale didattico, gli incentivi agli educatori, ai maestri e ai professori sono sempre dirottati nelle zone cittadine, quelle dove c’è maggiore densità di popolazione e il consenso popolare è più immediato e determinante».
C’è poi un altro aspetto che si aggiunge a quello delle infrastrutture carenti e che è un vero e proprio squarcio nella rete scolastica delle zone rurali. «È come se fosse una piramide con una base traballante», sottolinea Gasperini. «Nel senso che è all’asilo che si pongono le basi per il successo dei livelli di istruzione successivi, ma in queste aree dei Paesi poveri l’asilo non c’è mai. Quindi tutta una serie di competenze che si devono sviluppare quando ancora il bambino è piccolo vengono ignorate. E dopo, nel corso della crescita, è quasi inevitabile per lui un processo di apprendimento difficoltoso». Ma la rete educativa è spesso incompleta anche nei livelli successivi al primo. Una ferita, questa, particolarmente aperta in Africa. «In questo continente» racconta ancora la funzionaria Fao «ogni 100 bambini di città che vanno alla scuola primaria solo 68 vanno a scuola nelle zone rurali. Su 100 che completano le primarie in città ce ne sono 48 che le completano nelle campagne. Inoltre, tra questi ultimi pochissimi vanno alle secondarie e quasi nessuno raggiunge l’università. Questo comporta il riprodursi continuo di una classe dominante uguale a se stessa che è sempre quella urbana. Perché i poveri non arrivano a sviluppare la conoscenza che consenta loro di stare nella società competitiva e fare quella carriera che gli permetterebbe di entrare in politica per cambiare lo stato delle cose».
C’è infine un terzo concetto di “distanza” che acuisce il gap esistente tra il livello di scolarizzazione tra città e campagne. Cosa si studia a scuola nelle zone rurali? «Esattamente quello che si studia nei centri urbani». Risponde Gasperini «I programmi sono unificati e ovviamente, per quanto detto sino a ora, il tipo di cultura che si diffonde risponde prevalentemente ai bisogni della popolazione urbana. Che sono molto distanti da quelli di chi deve crescere in realtà essenzialmente agricole. Una famiglia rurale non vede perché privarsi dell’aiuto del figlio nei campi per mandarlo a scuola a imparare “cosa è un cinema”, quando invece sarebbe utilissimo per lui sapere come si preparano i nastri per prendere le aragoste. O come organizzare un piccolo sistema di irrigazione. Insomma», conclude Gasperini, «senza un efficace sistema di scolarizzazione universale non ci sarà mai una società democratica e partecipata».

Ilaria cooperazione 7/2008

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Insegnare in campagna

Pubblicato da Federico Tulli su 1 Luglio 2008

Come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle zone rurali

di Federico Tulli

Come sviluppare la rete scolastica, come incentivare gli insegnanti a trasferirsi nelle campagne, come adeguare i programmi ai bisogni della comunità rurale e alla sua cultura tradizionale. È l’ambizioso progetto “Education for rural peaple” su cui si stanno confrontando 11 Paesi africani – Burkina Faso, Etiopia, Guinea, Kenya, Madagascar, Mozambico, Niger, Uganda, Senegal, Sudafrica e Tanzania – con la collaborazione della Fao, dell’Adea (l’Associazione per lo sviluppo dell’istruzione in Africa), dell’Unesco e di altre istituzioni tra cui la Cooperazione allo Sviluppo italiana e i ministeri francesi per l’Agricoltura e per gli Affari esteri. «La tendenza di oggi è che l’impegno a costruire scuole sia assunto dai governi locali. È la prima dimostrazione di una volontà politica di operare per la creazione di una rete educativa equa ed efficace», spiega Lavinia Gasperini, responsabile del dipartimento Sviluppo sostenibile servizio educazione, divulgazione e comunicazione della Fao. «I Paesi donatori ora lavorano più sugli aspetti del rafforzamento istituzionale e di sostegno ai programmi all’educazione. Mentre in passato erano fortemente impegnati nell’incentivazione alle infrastrutture». In particolare il governo italiano ha sostenuto l’iniziativa della Fao presso le popolazioni rurali “Education for rural people” (Erp). Una flagship lanciata ufficialmente da Fao e Unesco il 3 settembre 2002, durante la Conferenza internazionale sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg in Sudafrica.

Il progetto fa parte dell’Alleanza internazionale contro la fame (Roma, 2001) e di Educazione per tutti (Jomtien, 1990), e si lega a due importanti iniziative promosse dalle Nazioni Unite: Obiettivi di sviluppo del Millennio (New York, 2000) e United nation universal declaration of human rights (New York, 1948). «L’Italia è stato uno dei primi partner a sostenere Erp» racconta Gasperini, «e attraverso questi finanziamenti abbiamo organizzato diverse riunioni regionali con ministri e staff dei due Ministeri dell’Educazione e dell’Agricoltura di diversi Paesi. Si è rivelato un aspetto molto innovativo. Non era infatti mai successo, specie in Africa, che questi due ministeri dialogassero per affrontare il problema della scolarizzazione delle aree agricole». Gli incontri si sono tenuti in Asia, America latina e nel 2005, ad Addis Abeba. Infine, nel novembre del 2007 alla Fao a Roma c’è stato l’incontro della svolta. «È accaduto in seguito alla proposta di un questionario preparato con l’Adea», racconta la funzionaria della Fao. «Ai partecipanti, circa 400 persone tra presenti e collegati in videoconferenza in rappresentanza degli 11 governi africani, abbiamo chiesto qual era la prima priorità per lo sviluppo del rispettivo Paese. La risposta, praticamente unanime, è stata: “l’educazione delle popolazioni rurali”».

Ilaria cooperazione 07/2008

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Fuga senza vittoria

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Giugno 2008

Il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato.
In Italia 3.000 esuli forzati rischiano il rimpatrio.

Colpa del Pacchetto sicurezza

di Federico Tulli

Prima di ogni partita Patrick cerca tra le foto del suo telefonino quella del figlio di pochi mesi. Gli manda un bacio in silenzio, poi spegne il cellulare e corre verso i compagni che lo aspettano in campo. A volte calcia il primo pallone con il volto ancora rigato dalle lacrime. Patrick (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) è in Italia, viene da un Paese africano, e non può telefonare alla compagna rimasta lì con il bambino. Non ha loro notizie da nove mesi, è un esule forzato. Se le autorità del suo Paese sospettassero che è ancora vivo “userebbero” la sua famiglia per costringerlo a tornare. E lo ucciderebbero, dopo averlo torturato.

Patrick ha chiesto asilo politico e la sua è una delle novemila domande che le Commissioni territoriali ricevono in media ogni anno. Dorme in uno dei 12 centri di accoglienza di Roma. Da qui ogni mattina esce in cerca di lavoro, una routine che si interrompe solo il lunedì e il venerdì sera. Quando corre agli allenamenti della Associazione sportiva dilettantistica Liberi Nantes, la squadra fondata nel 2007 e unica nel suo genere in Italia poiché vi giocano esclusivamente ragazzi in fuga come lui da una delle zone calde del pianeta.

In fuga, tutti, da storie simili alle altre migliaia per le quali l’Italia è l’ancora di salvezza. Curdi, iracheni, togolesi, nigeriani, sudanesi, eritrei, ivoriani, guineiani, donne e uomini che «per fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trovano fuori del Paese di cui hanno la cittadinanza, e non possono oppure, a causa di tale timore, non vogliono avvalersi della protezione di tale Paese». È così che la Convenzione di Ginevra del 1951 definisce lo status cui aspirano Patrick e i suoi compagni, quello di rifugiato. A questa figura, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale l’Onu ha deciso di dedicare una Giornata mondiale. E ha scelto la data del 20 giugno perché coincide con la Giornata africana del rifugiato.

In Italia la situazione degli esuli forzati è complessa. La materia dell’asilo è stata da poco modificata con due decreti legislativi emanati dal governo Prodi a novembre 2007 in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il dl 251/07 in vigore dal 19 gennaio scorso e il dl 25/08 in vigore dal 2 marzo. Secondo il Rapporto annuale 2008 sul rispetto dei diritti umani di Amnesty International, i decreti «hanno introdotto importanti miglioramenti, tra cui l’effetto sospensivo della espulsione determinato dal ricorso contro il diniego della domanda di asilo (effetto prima escluso)». Ma ora, avverte Amnesty, l’Italia rischia di fare «pericolosi passi indietro» e ripristinare quanto corretto tre mesi fa. Colpa del dl sul “Riconoscimento dello status di rifugiato” inserito nel Pacchetto sicurezza e approvato dal nuovo governo il 21 maggio scorso. Questa norma prevede la cancellazione della sospensione e quindi il richiedente asilo la cui domanda sia respinta in prima istanza può essere rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi. Il tutto in violazione dell’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ove si enuncia che «ogni persona ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale».

Considerando che, secondo le statistiche europee, il 30 per cento delle richieste d’asilo vengono accolte solo in seconda istanza, l’eliminazione del ricorso ricaccerebbe sotto i ferri di feroci aguzzini migliaia di persone che hanno diritto allo status di rifugiato. A Patrick è stata appena respinta la prima istanza d’asilo. Ora il risultato della sua partita più importante dipende dall’Italia.

Left 25/2008

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