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Archivio per la categoria ‘Ambiente’

Dove osano le tartarughe marine

Pubblicato da Federico Tulli su 4 Settembre 2009

La specie che rischia l’estinzione ha trovato il suo habitat lungo le coste malesiane del mar Cinese meridionale. A facilitare il processo di riproduzione ci pensa il Sea turtle conservation program, anche grazie al contributo fornito dal turismo sostenibile di Federico Tulli

Kuala Terengganu (Malesia) – Animale tra i più miti al mondo, la tartaruga marina sfida tutte le insidie delle leggi evolutive da almeno 100 milioni di anni. Risalgono ad allora, era il tempo dei dinosauri, alcuni preziosi fossili di esemplari ritrovati in diverse aree del globo. Ma dalla seconda metà del secolo scorso una serie di concause, molte delle quali imputabili alla scriteriato rapporto dell’uomo con la natura, rischiano di mettere la parola fine all’esistenza del più longevo tra i rettili-anfibi (si contende lo scettro con l’indonesiano varano di Komodo). Ovunque il numero di esemplari è in costante diminuzione ed è classificato come animale ad alto rischio di estinzione. Nel mondo, infatti, esistono oramai ancora solo sette specie di tartarughe marine. «Quattro di queste specie, di cui due molto rare, vivono nei mari della Malesia peninsulare e depongono le loro uova nelle spiagge o sulle isole del Pahang e del Terengganu», racconta a Terra Hizan Shah Omar. Hizan Shah Omar è il responsabile del Sea turtle conservation program (Stcp) di Gem Island, un isolotto di pochi chilometri quadrati bagnato dal mar Cinese meridionale, nella regione autonoma del Terengganu. «Il Stcp – prosegue Hizan – è un progetto totalmente privato che coniuga lo sfruttamento della nostra risorsa economica più preziosa, il turismo, con la necessità di tutelare l’esistenza dell’animale simbolo della ricchezza faunistica del Terengganu». Come la sorella maggiore più famosa, Pulau Kapas, da cui dista solo qualche centinaio di metri, o come anche la rinomata Pulau Redang, situata una cinquantina di chilometri più a nord, Gem island offre infatti le proprie spiagge e il proprio mare turchese dai fondali ricchi di coralli di ogni colore non solo ai turisti. La sue sabbie bianche, da marzo ad agosto di ogni anno, fungono da vitale approdo per le femmine della Greenback turtle (la più comune) e della Hawksbill. Mentre la sempre più rara Olive Ridley e la gigantesca Leatherback – «può essere grande quanto un Maggiolino Volkswagen», esclama il nostro interlocutore – si riproducono lungo la costa peninsulare. «Mediamente su Gem, dopo essere scampate alle reti dei pescatori, i loro principali nemici in mare aperto insieme agli squali, arrivano 26-30 Greenback e da due a cinque Hawksbill all’anno che in totale depositano da 1.500 a 2.000 uova», spiega Hizan. A questo punto inizia la prima delle due fasi più delicate del Stcp, quella di tutela delle uova. Apprezzatissime per il loro alto contenuto nutritivo sia da predatori come il varano e le aquile di mare tipici di queste latitudini, sia dalla popolazione locale. «Finita l’opera di deposizione e dopo che la tartaruga è ritornata in mare, i miei collaboratori, giovani malesi, ma anche birmani e nepalesi, dissotterrano le uova per reinterrarle in uno speciale tratto di spiaggia (Gem’s hatchery) molto riparato dove rimangono per il tempo necessario al loro dischiudimento. Vale a dire circa due mesi». In questo momento scatta la seconda fase, quella più importante dell’opera di tutela delle tartarughe. I neonati (30 per cento maschi e 70 per cento femmine) cercano istintivamente il mare. Ma per il 98 per cento di loro la vita non durerebbe che pochi secondi per via delle aquile o degli aironi neri pronti a farli fuori in un sol boccone nel breve tragitto che li separa dall’acqua. Anche per i pochi che dovessero arrivare a nuotare la probabilità di sopravvivere qualche minuto è scarsissima vista la presenza in mare di un elevato numero di famelici squali Reef shark. Per limitare al massimo le perdite i responsabili del progetto hanno quindi predisposto una grande vasca di acqua salata dove i piccoli di tartaruga rimangono almeno otto settimane. È questo il tempo necessario affinché crescendo siano meno vulnerabili alle insidie del mare aperto. Ma in che modo il turismo contribuisce alla conservazione della specie? «Premesso che su Gem l’esistenza di un solo resort con poche camere non potrebbe mai ospitare il turismo di massa – risponde Hizan – e una cosa è fuori di dubbio, chi arriva qui un contributo lo dà e come, sotto forma di una quota fissa pagata da ogni singolo ospite sul prezzo del trasporto navale dal porto di Merang all’approdo dell’isola. In seconda battuta – prosegue – noi consideriamo fondamentale “sfruttare” il rapporto quotidiano con chiunque ci venga a trovare per visitare gli splendidi fondali offerti dalle nostre acque per sensibilizzare anche il semplice patito di snorkeling al rischio di estinzione delle tartarughe marine». Una sensibilizzazione che sta dando i suoi frutti, dal momento che il numero di esemplari che scelgono Gem per deporre le uova si mantiene costante da 15 anni, mentre a Redang, ad esempio, più “sacrificata” al turismo di massa, tra il 1990 e il 2004 le “visite” di tartarughe gravide sono diminuite di ben cinque volte. «Ogni volta che liberiamo in mare le piccole tartarughe di una delle nidiate che abbiamo coccolato per un paio di mesi – conclude Hazim – ci piace pensare, e sperare, di poterne riconoscere qualcuna tra 20 anni sulla stessa spiaggia dove è nata. Dolcemente concentrata a scavare una buca nella sabbia per garantire alla propria specie la prosecuzione di un’esistenza milionaria». Terra, il primo quotidiano ecologista

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L’Unione europea verso un “uso sostenibile” dei pesticidi

Pubblicato da Federico Tulli su 26 Ottobre 2007

Il Parlamento Europeo per un diversa autorizzazione d’uso dei pesticidi che comprende fra l’altro il divieto d’autorizzazione di sostanze neurotossiche

Dopo un vivace dibattito, alla presenza di diversi rappresentanti dell ‘ industria chimica, degli agricoltori, degli ambientalisti e dei consumatori, il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha approvato il cosiddetto “pacchetto pesticidi”. Si tratta di una serie di proposte per regolare e modernizzare l ‘ uso dei fitofarmaci nell ‘ Unione europea avanzate nelle rispettive relazioni dalle due eurodeputate tedesche Hiltrud Breyer, del gruppo dei Verdi, e Christa Klass, del Partito popolare europeo. La presidenza portoghese dell’Ue, che ha fatto del tema una delle sue priorità del semestre, si attende un accordo fra gli Stati membri nell ‘ incontro dei ministri Ue dell ‘ agricoltura il prossimo 26 novembre, e il Parlamento di Strasburgo, forte della procedura di codecisione, è sullo stesso piano del Consiglio. Stando all ‘ eurobarometro, i pesticidi rappresentano la prima preoccupazione dei consumatori. Ogni anno in Europa si producono oltre 200 mila tonnellate di pesticidi, il 25 per cento dell ‘ intera produzione mondiale, ma a fronte di solo 4 per cento di terreno agricolo. Pertanto i deputati europei chiedono l’inasprimento delle norme Ue sia in materia di autorizzazioni sia sull’uso dei pesticidi in agricoltura. L’obiettivo dichiarato comune delle due relazioni approvate è quello di tutelare soprattutto le persone più vulnerabili, come gestanti e bambini. Il ciclo di vita dei pesticidi si compone di tre tappe: la commercializzazione di nuovi prodotti, il loro utilizzo quotidiano e lo stadio finale in cui diventano rifiuti. Il pacchetto esaminato dal Parlamento riguarda i primi due. Si tratta, più in particolare, di una Strategia tematica sull’uso sostenibile dei pesticidi (un insieme di orientamenti politici) accompagnata da due proposte legislative – da approvare in codecisione – relative alla sua attuazione. In particolare la relazione Breyer ha avanzato la proposta di regolamento sulla commercializzazione dei prodotti fitosanitari che ha tra l’altro l’obiettivo di attualizzare una direttiva europea del 1991 riguardante tale argomento. Le procedure di autorizzazione applicate ai nuovi prodotti saranno quindi riviste con lo scopo di rafforzare la protezione dell’ambiente e della salute, nonché di ridurre i test clinici sugli animali. Favorendo al contempo la concorrenza tra i produttori, a vantaggio degli agricoltori e degli altri utilizzatori.

In base al regolamento, sarà stilata una lista positiva a livello comunitario delle sostanze attive (componenti essenziali del prodotto). In questo esercizio un ruolo essenziale è attribuito all’Autorità per la sicurezza degli alimenti. I nuovi prodotti fitosanitari saranno in seguito autorizzati a livello nazionale sulla base di questo elenco. Le nuove disposizioni riguardanti i componenti dei pesticidi sono distinte dalle norme stabilite dal Reach per evitare che queste sostanze siano sottoposte a due procedure di autorizzazione. La proposta della Commissione prevede che la maggior parte delle nuove sostanze sia autorizzata in un primo tempo per un periodo di dieci anni, mentre quelle che presentano minori rischi lo sarebbero per 15 anni. Quelle, invece, che possono essere sostituite da sostanze meno tossiche, sarebbero autorizzate per soli sette anni. A questo proposito, i deputati chiedono che tale periodo sia ridotto a cinque anni per promuovere il ricorso ad alternative non chimiche. Se la Commissione propone che i rinnovi ulteriori delle autorizzazioni abbiano durata illimitata, i deputati chiedono invece che non eccedano dieci anni. D’altra parte i deputati sostengono la proposta di vietare le sostanze genotossiche, cancerogene, tossiche per la riproduzione o che hanno un impatto sul sistema endocrino, ma esigono restrizioni più stringenti per le eventuali deroghe minori che potrebbe prevedere la Commissione europea. Inoltre, propongono di aggiungere alla categoria di sostanze vietate quelle che hanno effetti neurotossici o immunotossici, e chiedono che un’attenzione particolare sia attribuita alle categorie vulnerabili come le gestanti, i feti e i bambini. Inoltre, auspicano che siano rafforzate le disposizioni relative ai test sugli animali che, a loro parere, dovrebbero essere effettuati solo in ultima istanza. Per quanto riguarda l’autorizzazione dei prodotti, la Commissione europea suggerisce di dividere l’Unione europea in tre zone geografiche (Nord, Centro e Sud): ogni prodotto autorizzato da uno Stato membro sarebbe automaticamente autorizzato in tutta la sua zona geografica. I deputati però sono contrari a questa proposta, preferendo un sistema unico di mutuo riconoscimento in cui gli Stati membri godrebbero di un certo margine di manovra per confermare, respingere o restringere l’autorizzazione in funzione delle proprie situazioni nazionali. I deputati, inoltre, insistono affinché siano attentamente valutati gli eventuali effetti che possono risultare dalla miscela di diverse sostanze in un prodotto.

Per quanto riguarda la relazione Klass, è stata ispirata dall ‘ obiettivo di regolamentare con una norma comunitaria il secondo stadio del ciclo di vita dei pesticidi, ossia la loro utilizzazione pratica per l’agricoltura, la silvicoltura e la gestione dei parchi. Per colmare questa lacuna, la Commissione propone una direttiva sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi. Tra le numerose misure proposte, figura quella di affidare agli Stati membri il compito di elaborare dei Piani d’azione nazionali (Pan) volti a identificare le colture, le attività e le zone per le quali i pesticidi presentano maggiori rischi, nonché a fissare degli obiettivi che permettano di trovare una soluzione a questi problemi. È inoltre proposto di vietare l’irrorazione aerea, con qualche deroga, e di identificare le zone ove non è tollerabile che un’utilizzazione minima, se non nulla, di pesticidi. La relazione della Klass per taluni aspetti, propone norme più severe. I deputati, infatti, pur sostenendo l’idea dei Pan, insistono sulla necessità che questi tendano a raggiungere un obiettivo comunitario di riduzione del 25 per cento entro cinque anni e del 50 per cento entro dieci, e obiettivi nazionali, compresi quelli specifici che riguardano sostanze particolarmente attive o tossiche. I deputati, inoltre, invitano gli Stati membri a instaurare delle tasse o dei prelievi sui pesticidi con l’obiettivo, a livello nazionale, di finanziare i Pan e, a livello Ue, di scoraggiare l’uso di pesticidi. D’altra parte, i deputati accolgono con favore la proposta di vietare l’irrorazione aerea (con alcune deroghe) dei pesticidi, tenuto conto dei rischi che essi possano derivare verso zone popolate o ecologicamente sensibili. Inoltre, chiedono che la popolazione sia preventivamente avvisata in caso di irrorazioni autorizzate in base alle deroghe previste. Per proteggere i corsi d’acqua, la Commissione propone di definire delle zone “cuscinetto” all’interno delle quali l’immagazzinamento e l’uso dei pesticidi sarebbero vietati. Queste zone, per i deputati, dovrebbero avere una larghezza minima di dieci metri. Infine, la Commissione propone di vietare o limitare l’uso di pesticidi nelle aree utilizzate dal pubblico in generale o da gruppi di popolazione sensibili e “almeno nei parchi, nei giardini pubblici, nei terreni sportivi, nei cortili delle scuole e nei parchi da gioco”. I deputati chiedono ancora di più: a loro parere, l’uso dei pesticidi deve essere vietato “in tutte le aree utilizzate dal pubblico”, compresi quindi “zone residenziali”, “campus scolastici” e “nelle prossimità delle zone in cui sono ubicate strutture sanitarie pubbliche”, come cliniche e ospizi, e in estese zone circostanti questi luoghi. Per quanto riguarda i due atti che devono essere adottati con la procedura di codecisione, nel corso della Plenaria saranno molto probabilmente presentati degli emendamenti di compromesso che tenteranno di raccogliere un vasto consenso tra i deputati. Tuttavia, a questo stadio sembra inevitabile che si dovrà comunque procedere a una seconda lettura dopo che il Consiglio dei ministri dell’Agricoltura avrà definito la sua posizione comune, probabilmente il 26 novembre prossimo. (Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Ogm causa della moria di api? Polemica tra Coldiretti e Cedab

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007

Botta e risposta tra Coldiretti e Cedab, il Centro documentazione agrobiotecnologie, in merito alle cause che sarebbero all’origine della crescente moria di api nel mondo. Questa mattina l’organizzazione agricola aveva puntato il dito, tra l’altro, contro il pericolo rappresentato dell’estensione delle coltivazioni ogm in Italia in seguito ai nove protocolli d’intesa firmati la scorsa settimana dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e Assobiotec, l’Associazione che rappresenta l’industria agrobiotecnologica del nostro paese. Questa la replica del coordinatore del Cedab, Patrick Trancu: “Ogni volta che emergono problemi con il nostro ecosistema, come nel caso della moria di api, gli ogm sono accusati di essere i responsabili. Il prossimo passo sarà di ritenerli responsabili anche dei cambiamenti climatici?”. Secondo i dati forniti da Coldiretti sono decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. Una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra.

Secondo la Coldiretti, “si tratta di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata – ha sostenuto l’organizzazione agricola – di tutti i principi attivi sospetti al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma è anche necessario, aggiungono alla Coldiretti, “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente.

“È l’ennesima manipolazione della realtà che ha come unico dichiarato fine quello di bloccare l’avvio delle sperimentazioni con piante geneticamente modificate in Italia”, aggiunge a sua volta Trancu. Per quanto riguarda le api, gli ogm non si coltivano né nel Montana, né in Svizzera, né nella Pianura Padana, le zone in cui si sono evidenziati negli ultimi 15 anni netti cali nella popolazione di api. “Questo – chiosa il coordinatore del Cedab – sarebbe sufficiente per dimostrare la fragilità della tesi di Coldiretti”. Le informazioni divulgate oggi dall’associazione agricola provengono dall’autorevole sito www.gmo-safety.eu., aggiunge Trancu: “Coldiretti omette tuttavia di riferire che diversi gruppi di lavoro scientifici negli Usa e in Europa hanno studiato anche l’ipotesi secondo la quale l’introduzione di mais Bt geneticamente modificato potrebbe essere responsabile della decimazione delle api. E, dopo un’attenta analisi dell’evidenza scientifica, i ricercatori hanno tuttavia concluso che gli studi attualmente disponibili non contengono prove certe che indichino che le piante Bt possano essere dannose per le api”. Il calo delle popolazioni di api è un fatto molto serio e preoccupante. La decimazione delle popolazioni (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno che viene studiato in tutto il mondo. Le ricerche più attuali – tra le quali anche una dell’Accademia americana delle scienze – e relative allo stato di salute delle api, indicano che sono diversi i fattori oggetto di studio che sembrano concorrere a questo sterminio. “La demagogia nostrana – ha concluso Trancu – non può tuttavia dare alcun contributo a scoprire le cause e ad identificare le migliori soluzioni per far fronte a questa tragica situazione”.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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Moria di api, Coldiretti: a rischio salute, colture e ambiente

Pubblicato da Federico Tulli su 21 Maggio 2007

“Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Lo diceva Albert Einstein e speriamo che per una volta si sia sbagliato. Sono infatti decine di migliaia gli alveari spariti in Pianura padana, mentre in Svizzera dopo l’inverno caldo si è verificato un crollo del 25 per cento della popolazione di api e in Montana negli Stati Uniti la moria è arrivata al 75 per cento. È la Coldiretti a tracciare il quadro di una vera ecatombe mondiale per le api segnalata oltre che in Italia anche in 27 Stati degli Usa, in Brasile, Canada, Australia e in molti Paesi Europei come Svizzera, Germania ed Inghilterra. Si tratta – sottolinea l’organizzazione agricola – di una situazione che mette in discussione l’equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l’alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l’azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l’erba medica e il trifoglio fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme si possono riprodurre grazie alle api come l’aglio, la carota, i cavoli e la cipolla. L’anomala crescita delle segnalazioni del formarsi in questi giorni di improvvisi sciami di api nelle città per le elevate temperature è la dimostrazione della sensibilità ai cambiamenti climatici che tuttavia da soli non sono sufficienti a spiegare il fenomeno, mentre cresce l’apprensione per gli eventuali effetti di contaminazioni di organismi geneticamente modificati.

Di fronte a questo scenario, la Coldiretti ha individuato alcuni interventi prioritari per rimuovere le cause eventuali della strage che mettono a rischio la salute, la qualità, l’alimentazione e ambiente. “Occorre una verifica scientifica immediata di tutti i principi attivi sospetti – sostiene l’organizzazione agricola -, al fine di una loro sospensione cautelativa al pari di quanto è avvenuto in altri Paesi come in Francia dove è stato tolto dal commercio un conciante aggiunto direttamente nelle sementi prima che queste vengano acquistate dagli agricoltori”. Ma, aggiungono alla Coldiretti, è anche necessario,  “bloccare immediatamente qualsiasi forma di sperimentazione di colture Ogm in campo a partire dai nove protocolli firmati dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali con Assobiotech per vino, olio, pomodoro e altre importanti colture mediterranee che rischiano di inquinare in modo irreversibile l’ambiente. L’allarme lanciato in molte regioni dalla Lombardia al Piemonte, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, dimostra che la strage, definita dagli scienziati statunitensi come “Colony collapse disorder”, ha effetti gravi anche in Italia dove è a rischio una popolazione stimata in circa 50 miliardi di api in oltre un milione di alveari che offrono ‘gratuitamente’ un valore del servizio di impollinazione alle piante agricole lungo tutto lo Stivale stimato pari a 2,5 miliardi di euro all’anno. Pertanto, se non sarà interrotto il trend che ha portato in pochi mesi alla scomparsa solo negli Stati Uniti di un quarto degli alveari con 15 miliardi di api, le conseguenze ambientali sarebbero disastrose. Non c’è altra via che individuarne le cause. Al momento, secondo la Coldiretti, sono diverse le teorie sulle dinamiche da cui deriva il profondo malessere che sta colpendo le api. È stata ad esempio avanzata l’ipotesi di una responsabilità delle onde elettromagnetiche prodotte dai cellulari, che secondo uno studio inglese determinerebbe morie fino al 70 per cento, ma è considerata depistante dagli operatori del settore. Anche gli Ogm sono tra gli indiziati per la strage dei preziosi insetti.

Una recente ricerca di Simon Fraser del Department of biological sciences (British Columbia  University) in Canada pubblicata dalla rivista scientifica Ecological society of America ha evidenziato che nei campi coltivati con colza geneticamente modificata si è verificata una forte riduzione del numero di api presenti e un grave deficit nell’attività di impollinazione rispetto ai campi con colture convenzionali. Tra i principali sospettati ci sono poi i parassiti, come virus o batteri sconosciuti. E i pesticidi, che potrebbero anche agire in combinazione nell’indebolire e uccidere le api, secondo Jeff Pettis che coordina il lavoro di ricerca per l’Usda (il ministero dell’Agricoltura statunitense). Di recente un gruppo di ricercatori americani dell’Edgewood chemical biological center (Ecbc) e dell’università di California a San Francisco ha individuato un virus e un parassita che potrebbero essere i responsabili della morte di intere colonie di api in Europa e nel Nord America. I ricercatori hanno usato una nuova tecnologia chiamata Integrated virus detection system (Ivds) un sistema integrato di rilevazione dei virus, progettato per usi militari con lo scopo di visualizzare rapidamente campioni di agenti patogeni.

(Il Velino agenzia stampa quotidiana nazionale) Federico Tulli

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