Sindrome italiana
Pubblicato da Federico Tulli su 3 Luglio 2009
Guadagnano perché lavorano. Ce la fanno perché studiano e hanno idee. Viaggio fra i cinesi emergenti, guardati con sospetto di Federico Tulli
“I cinesi non muoiono mai”. È racchiuso in questo luogo comune senza senso tutto l’astio, per non dire il razzismo, nei confronti di queste persone, di questi migranti che nel nostro Paese non rappresentano la più estesa comunità di strenieri residenti (sono solo il 5 per cento del totale), ma certamente quella più intraprendente dal punto di vista lavorativo. Quella frase è anche il titolo del libro di Raffaele Oriani e Ricardo Staglianò pubblicato nel 2008 per Chiarelettere e che rappresenta la prima puntata di un viaggio in giro per l’Italia affrontato dai due autori per «conoscere da vicino e raccontare» la comunità cinese che vive nel nostro Paese. Già perché a oltre 20 anni dai primi “arrivi”, pur essendo in piena fase di seconda generazione (che oggi perlopiù frequenta l’università), da un primo periodo di curiosità verso la “novità” si è via via passati a una paura diffusa nei confronti dello “sconosciuto”. Con lo strano paradosso, peraltro, che le persone che sostengono di non conoscerli e di non saper bene cosa facciano («sono una comunità chiusa, impenetrabile, incapace di integrarsi») sono le stesse che li accusano delle peggiori nefandezze: dal “traffico” di esseri umani, al riciclaggio di denaro sporco, al traffico dei rifiuti. «Vedendo all’opera i cinesi – osservano i due autori – capiamo anche cosa siamo diventati noi. Un Paese stanco, rassegnato e spaventato. Che guarda con sospetto chi, come loro, scommette sulle proprie capacità e investe nel lavoro e nelle nuove generazioni». Il reportage di Oriani e Staglianò si è oggi arricchito di una seconda puntata, sempre edita da Chiarelettere, a cui è abbinato un film-documentario di 60 minuti (in dvd) di Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco. Due opere con lo stesso titolo: Miss little China. Entrando per la prima volta con una cinepresa «nell’intimità personale e familiare» si racconta la storia della generazione “figlia” di quei cinesi giunti qui in Italia tra i primi. Con carichi di lavoro per noi oramai impensabili in pochi anni hanno messo da parte i soldi necessari a ricongiungere le famiglie e avviare imprese di qualsiasi tipo («ma come fanno a girare con un Mercedes da 70mila euro? Di certo non pagano le tasse» chiosa un “poco documentato” radioascoltatore nel documentario). Tra le molte storie raccontate spicca quella di Steven Luo, un 25enne che si è inventato il primo concorso per aspiranti miss straniere in Italia, appunto “Miss China”. Ed è narrando la storia familiare di alcune delle bellissime partecipanti – con i loro sogni, le loro aspettative, i loro fidanzatini, i loro progetti per il futuro – che emerge via via la storia «straordinariamente normale» di un popolo di migranti «molto simile agli italiani di un tempo». Italiani talmente giovani e assetati della vita che, siamo certi, non morivano mai.
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Memoria corta
Little Italy e pregiudizi
«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto, e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro». Tratte dal libro Miss little China, non è un brano di un qualsiasi comizio leghista, ma di una relazione che l’Ispettorato per l’immigrazione statunitense inviò nel 1912 al Congresso. Si parla di migranti italiani. Prosegue la relazione: «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Infine la chiusa: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite, e non contestano il salario. Gli altri provengono dal Sud. Vi invito a a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione». Vi ricorda qualcosa?
Left 26/2009







