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Pubblica insicurezza

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Senso d’impunità e nostalgia per gli anni della militarizzazione. Nasce così la violenza gratuita delle forze dell’ordine di Federico Tulli

 

C’è il fallimento di una delle più importanti svolte democratiche del nostro Paese dietro la lunga scia di sangue dei cittadini rimasti “vittime” di operazioni delle forze dell’ordine. Era il primo aprile del 1981 quando, sul finire degli anni di piombo, entra in vigore la legge 121 che trasforma la Polizia di Stato da corpo militare a corpo civile, avviando un processo di smilitarizzazione di agenti e funzionari. Iter che si concretizza in aperture democratiche rappresentate, ad esempio, da un’idea più rigorosa del rispetto della Costituzione (che difende i diritti delle persone fermate o arrestate). Ma anche dalla possibilità di costituire sindacati interni e da un approccio nell’ordine pubblico sempre più orientato verso la prevenzione e non la repressione. È questa una stagione che dura troppo poco. Nel corso degli anni Novanta l’immagine di una polizia più “vicina” ai diritti dei cittadini sbiadisce. Il «corpo civile militarmente organizzato», in maniera strisciante, lascia per strada quella seconda parola della sua nuova definizione, che costituisce l’essenza della legge 121/81 e che in un Paese democratico fa la differenza. E quella scia che dagli anni Ottanta si stava assottigliando, all’improvviso, nel 2001 riprende a grondare copiosamente. Sotto i colpi ricevuti al G8 di Genova dalle ragazze e dai ragazzi che dormivano alla scuola Diaz, per mano degli agenti comandati da Vincenzo Canterini, e alla caserma di Bolzaneto. E così via, fino a oggi, come testimoniano gli agghiaccianti omicidi di Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri. Insieme a Lorenzo Guadagnucci – giornalista, promotore del Comitato verità e giustizia per Genova e autore di vari libri fra cui Noi della Diaz. La “notte dei manganelli” al G8 di Genova (Terre di Mezzo) – ripercorriamo le tappe cruciali che segnano quel fallimento e che ripropongono un’idea di polizia che si pensava superata negli anni Settanta. Quando cioè l’esercizio sistematico della repressione violenta viene “immunizzato” dalla famigerata legge Reale, la norma 152/75  che, ribadendo il diritto delle forze dell’ordine a usare le armi, lo estende a situazioni di ordine pubblico. Una licenza di uccidere rilasciata allo Stato (e tuttora in vigore) neanche tanto mascherata. Visto che, secondo il Libro bianco sulla legge Reale, tra il ‘75 e l’89 vengono colpite 625 persone (254 morti, 371 feriti), di cui 270 (103 morti, 167 feriti) dalla Ps.  «Gradualmente – osserva Guadagnucci – rallenta quel processo di svolta che coincide con gli anni in cui nei sindacati di polizia prevalgono le posizioni di chi si ispira ai principi della legge 121». Tutto ruota intorno alle scuole di Polizia dove si addestrano gli agenti. «A dirigerle rimangono le menti militari di prima della riforma – nota il giornalista -. Si è investito troppo poco in formazione e cultura e nel cambiamento di mentalità. Una volta chiusa la stagione politico culturale di democratizzazione delle istituzioni, questo humus ha favorito il ritorno a dinamiche di carattere militare». (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)

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Sì al reato di tortura

Il magistrato Livio Pepino, membro togato del Csm e direttore della rivista Questione giustizia, interviene su detenzione e diritti di Donatella Coccoli

Giudice Pepino, dai processi d’appello per i fatti di Genova al caso Cucchi, che ne pensa?
Due sono gli aspetti. Il primo riguarda una obiettiva emergenza della situazione generale di tutela della salute e della incolumità delle persone in stato di restrizione, non solo detenzione. Siamo al 65esimo caso di suicidio in carcere, ieri (martedì 17, ndr) si è ucciso un ragazzino nel carcere minorile di Firenze. Se affianchiamo a questo il fatto che si ripetono episodi di maltrattamenti di persone che sono per qualche ragione affidati ad autorità di polizia e se aggiungiamo il terzo elemento, e cioè che manca, per una colpevole inerzia del Parlamento, il reato di tortura, emerge un quadro in cui la tutela della salute delle persone che sono in condizione di privazione della libertà è molto a rischio. Il secondo aspetto, poi, che per ragioni diverse questi reati siano raramente accertati, è uno dei problemi che la magistratura di un Paese democratico deve porsi.
Cosa pensa di un corpo separato delle forze dell’ordine per queste indagini?
Qui si dovrebbe dimostrare l’indipendenza e la capacità di fare accertamenti adeguati da parte della magistratura. Istituire un corpo ad hoc… non mi sembra opportuno mentre il reato di tortura faciliterebbe. Penso che le forze di polizia sane avrebbero tutto l’interesse a indagare su se stesse per restituire trasparenza laddove trasparenza non c’è stata e a isolare comportamenti che sono lesivi dei diritti delle persone e anche della autorevolezza della polizia stessa.
Dei processi di appello di Genova per ora non se ne parla molto. I media possono influenzare la cultura?
Su temi come questo la tensione e l’attenzione della stampa sono fondamentali. Nel senso che in un clima come quello attuale, in cui c’è una vera e propria ossessione per la sicurezza, la preoccupazione della tutela dei diritti tende a scomparire. Se l’opinione pubblica, i media prestassero un’attenzione maggiore, credo che questo determinerebbe una cultura diversa, e ciò non potrebbe che avere effetti positivi sull’operato della polizia e della magistratura.
E sull’operato delle forze di polizia non le sembra che ci sia stata una deriva?
Difficile una spiegazione. Forse le ragioni sono molte. Certo, un clima culturale in cui si presta meno attenzione a questi profili di cui stiamo discutendo favorisce un’attenuazione della cultura delle garanzie e può determinare comportamenti come quelli a cui abbiamo assistito. Ora sui casi Diaz e Bolzaneto, la discussione verte sull’accertamento delle responsabilità ma entrambe le sentenze di primo grado hanno descritto una situazione che definire di tortura è dir poco. Per cui il punto aperto è chi ne sono stati i responsabili, su questo la discussione è aperta con esiti che in primo grado sono stati insufficienti a detta degli stessi giudici.

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Precedente Bolzaneto

Al processo d’appello per le violenze nella caserma del G8, i legali di parte civile citano il caso Cucchi. «Le assoluzioni in primo grado creano un clima di impunità. Così i pestaggi in carcere continuano» di Sofia Basso

Impossibile non aver visto le raffiche di calci, schiaffi, pugni e sputi che poliziotti e agenti di custodia hanno inferto ai no global rinchiusi nella piccola caserma di Genova Bolzaneto. Impossibile non aver sentito le minacce, gli insulti e le grida inneggianti al nazifascismo delle forze dell’ordine, o le urla di dolore degli arrestati. Impugnando la sentenza di primo grado che ha assolto 30 dei 45 imputati e comminato solo 23 dei 76 anni di carcere chiesti dai pm, il 12 novembre gli avvocati di parte civile sono tornati nell’aula magna del Tribunale di Genova per dire la loro verità: dal 20 al 22 luglio 2001 a Bolzaneto è andata in scena una mattanza permanente, giorno e notte, nel cortile, nelle celle, nel corridoio, nei bagni e persino in infermeria. Tutti quelli chiamati in causa dall’accusa sono responsabili e vanno puniti con l’aggravante di aver agito per «motivi futili e abietti». Sia quando imponevano la “posizione vessatoria”, costringendo gli arrestati a stare per ore in piedi, a gambe divaricate e braccia alzate, sia quando lasciavano che Tabbach venisse picchiato sull’unica gamba sana, che ad Azzolina venisse aperta la mano divaricandogli le dita, che a Larroquelle si rompessero tre costole con calci e pugni. Ogni volta, insomma, che gli uomini in divisa e in camice in servizio a Bolzaneto in quei tre giorni compivano o assistevano alle grandi e piccole vessazioni contro i 252 fermati che si sono costituiti parti lese. «Ogni due o tre minuti qualcuno tirava una sberla, un insulto o un colpo agli arrestati», ha calcolato l’avvocato Stefano Bigliazzi. Il collegio di primo grado ha riconosciuto «le condotte inumane e degradanti», comprese nella «nozione di tortura», ma non ha ritenuto «pienamente provata la sicura consapevolezza» degli imputati. Così, oltre a lasciare impuniti i tanti autori materiali delle violenze, rimasti senza volto e senza nome per la mancata collaborazione delle forze dell’ordine, sono andati assolti anche molti graduati. (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)

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Diaz, massacro negato

Sembrava il caso più semplice perché le brutali aggressioni erano confermate dalla documentazione filmata e dalle gravissime lesioni subite dai no global. Tutte “da difesa”, come i traumi cranici ripetuti, le braccia spezzate a protezione del capo, le lesioni traumatiche alle gambe e in parti del corpo raggiungibili solo se la vittima è a terra. Invece è proprio nel processo sul massacro alla scuola Diaz che sono arrivate le assoluzioni più pesanti, condannando solo, e parzialmente, Vincenzo Canterini e gli uomini del reparto mobile. L’appello inizia il 20 novembre, sempre a Genova. L’impugnazione dei pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini è durissima. Ai giudici di primo grado contestano «forzature», «errori grossolani», «carenza delle ragioni giustificatrici» e tante contraddizioni. «Non basta il bilancio complessivo degli 87 feriti su 93 arrestati per arrivare all’ossimoro della colluttazione unilaterale», lamenta l’accusa. I giudici ammettono l’esistenza di un accordo tra agenti e superiori del settimo nucleo per «garantire l’impunità» dei sottoposti ma assolvono tutti gli altri corpi, malgrado riconoscano che fossero presenti all’azione. Soprattutto non accolgono quello che i pm definiscono il «ruolo di incitamento trainante degli imputati capisquadra e comandanti che guidano alla carica e all’azione violenta». Il collegio, tra l’altro, si preoccupa anche di valutare se la perquisizione alla Diaz fosse o meno giustificata. Tema ritenuto non rilevante da Zucca e Albini, la cui tesi è che «l’operazione abbia rappresentato il culmine di una linea di azione di politica repressiva, frutto di una decisiva svolta nella gestione delle forze dell’ordine, diretta al raggiungimento di un risultato visibile, che avrebbe consentito di risollevare, in una sorta di decisivo e irripetibile riscatto finale, l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte agli episodi di saccheggio e devastazione». Da qui la fabbricazione di prove false, come l’aggressione a un agente e le bottiglie molotov, quando era evidente il fallimento dell’operazione e il suo alto costo umano. Un mutamento di strategia che il giudice si prende la briga di definire legittimo («era giunto il momento di dedicare tutte le forze dell’ordine a individuare e arrestare i colpevoli delle devastazioni»). Eppure dubbi, a un certo punto, pare li avesse avuti addirittura il prefetto Arnaldo La Barbera, che di fronte al nervosismo evidente degli agenti avrebbe sconsigliato di procedere: «Ognuno conosce gli animali suoi, dottore…».      s.b.

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Cie, diritti “sedati”

Nei Centri di identificazione ed espulsione la violenza ha vari nomi. Dalla coercizione fisica a quella psichica si arriva a negare anche la tutela della salute di Rossella Anitori e Rocco Vazzana

Il manganello non è il solo mezzo che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere di coercizione. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani può accadere di tutto. E la violenza può assumere forme diverse. Più che nelle carceri è difficile riuscire a reperire informazioni certe di ciò che avviene all’interno. Le voci di chi è recluso nei Centri parlano di maltrattamenti e umiliazioni. «Ogni sera ci sedano col Minias – denuncia un detenuto del Cie di Ponte Galeria a Roma che chiede di rimanere anonimo – una medicina molto potente che ci fa dormire». Il farmaco in questione rientra nella categoria delle benzodiazepine, che il bugiardino definisce sedativo-ipnotico, «indicato soltanto quando il disturbo è grave e provoca notevole disagio al paziente», perché presenta numerose controindicazioni e facile dipendenza. La gestione dei Centri non è trasparente. A partire dalle modalità con cui le persone vengono rinchiuse. Se in una normale prigione, infatti, finisce chi ha commesso un reato “classico” rigidamente stabilito da un corpus giuridico, in un Cie, invece, entra l’immigrato che ha come unica colpa quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento. Reato “moderno” stabilito dal Pacchetto sicurezza. E non è raro essere sprovvisti di documenti se ad esempio stai scappando da una guerra, un regime dittatoriale o dalla fame. Ma capita spesso di trovare all’interno dei Cie anche persone che proprio non dovrebbero starci, per legge. È il caso richiedenti asilo, che dovrebbero essere ospitati in strutture differenti, non militarizzate, come i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo). Eppure nei Cie italiani il diritto si calpesta molto facilmente. «Spesso segnaliamo alla questura casi controversi – spiega Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma -. Molte volte, ad esempio, ci sono legami di parentela con persone italiane. Questi detenuti non dovrebbero stare qui, bisognerebbe riconoscere loro il diritto al ricongiungimento familiare. La cosa assurda è che viene contestato il reato di clandestinità anche a chi vive nel nostro Paese da molti anni e che magari ha creato in Italia una famiglia». E per la legge voluta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, un clandestino in attesa di identificazione può essere trattenuto in un centro fino a 6 mesi. Centottanta giorni di limbo giuridico che sospendono il destino di migliaia esseri umani. A ciò si aggiunge il ping pong tra carcere e Cie a cui sono sottoposti i clandestini. (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)


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Un tranquillo rivoluzionario

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

Charles Darwin impiega 21 anni per dare alle stampe L’origine delle specie. Il filosofo Pievani: «Quel 24 novembre 1859 cambiò il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura» di Federico Tulli

È la mattina del 24 novembre 1859, a Londra, quando vede la luce una delle più dirompenti opere scientifiche della storia, L’origine delle specie di Charles R. Darwin. L’effetto provocato è lo stesso di un tappo per lo champagne. «Frenato dal timore di una reazione negativa della società dell’epoca profondamente religiosa e dal giudizio della comunità scientifica più conservatrice – spiega a left Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza alla Bicocca di Milano – Darwin aveva tenuto chiuse nel cassetto le sue idee sulla selezione naturale delle specie sin dal 1838. Improvvisamente, in tutta fretta, comincia a raccoglierle in un libro che darà alle stampe in pochi mesi. Dopo 21 anni di gestazione». Era successo che il collega Alfred Russel Wallace stava arrivando alle sue stesse conclusioni. Darwin rischiava di perdere la paternità della teoria evoluzionista. «Chiuso nella sua tenuta di Down – prosegue Pievani – il nostro si decide a riassumere gli scritti che stava preparando da anni in modo inconcludente. La moglie  correggeva le bozze, lamentandosi della sua punteggiatura. Alla fine, comunque, come riassunto gli è venuto bene». Non c’è dubbio. E anche se l’opera non andò subito esaurita, il successo di critica fu immediato. Anzitutto, al contrario di quanto temeva Darwin la reazione delle gerarchie anglicane non fu poi così tremenda. Tutto sommato L’origine delle specie non trasformò il suo autore nel diavolo. «Tanto è vero che quando nel 1882 muore – nota Pievani – viene sepolto a Westminster, il tempio dell’anglicanesimo. In definitiva, in Inghilterra l’evoluzionismo non ha mai avuto grandi problemi. E infatti il creazionismo nasce negli Usa. Da tutt’altra parte, 50 anni dopo». Dato il prezzo del libro, gran parte degli estimatori apparteneva alla borghesia. Ma come tutte le teorie destinate a cambiare il corso della storia, il pensiero darwiniano cominciò a propagarsi pure tra i ceti meno abbienti. «Si diffuse l’idea che questa rivoluzione scientifica e culturale dovesse essere condivisa anche da un pubblico di persone non acculturate e non facoltose». In tal senso, racconta Pievani, quanto accaduto 150 anni fa è paradigmatico del fenomeno dell’“evoluzione culturale”. «L’origine delle specie è un sasso nello stagno della cultura. È un’opera scritta per tutti e non solo per esperti, proprio perché nel suo stile si percepisse il segno di una campagna culturale, non solo scientifica. Insieme al Dialogo di Galileo, è un capolavoro di “scienza in prosa”. I naturalisti italiani lo capirono così bene da dedicare le prime conferenze “darwiniane” non alle accademie ma al pubblico più ampio, con quelle che in varie città furono chiamate “lezioni popolari”». Come ad esempio agli operai di Torino. «Un caso felice di ricezione rapida, condivisa (anche se non da tutti) e democratica di una rivoluzione scientifica che cambiava il modo di concepire il posto dell’uomo nella natura ma anche il metodo delle scienze naturali che trovavano finalmente una grande cornice teorica coerente e corroborata. Fosse successo oggi – conclude il filosofo – non so se sarebbe andata altrettanto bene. Segno che forse l’evoluzione culturale non necessariamente progredisce».

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L’evoluzione delle idee, in libreria

«Per evoluzione culturale si intende quell’insieme di processi di trasformazione e di trasmissione che riguardano non le specie biologiche ma le idee e i comportamenti appresi, nella nostra specie soprattutto ma non solo», spiega Pievani che è curatore di Scienze e tecnologie, l’ottavo volume dell’opera Utet La cultura italiana, diretta dal genetista Luigi Luca Cavalli Sforza. In questo tomo, pubblicato a ottobre, il filosofo della scienza mette in evidenza analogie e differenze fra evoluzione biologica e culturale, adottando come caso proprio la storia della cultura italiana e la sua grande diversità. Ne è derivato un affresco interdisciplinare ricchissimo, in cui si seguono gli sviluppi della cultura italiana nelle sue somiglianze con l’evoluzione biologica («selezioni, derive di idee, innovazioni, diffusioni geografiche, scuole che resistono, svolte cruciali») e nelle specificità della cultura come soggetto evolutivo: «La sua rapidità di diffusione in orizzontale, come un contagio di idee, la sua progettualità, la sua capacità di influenzare ormai profondamente anche l’evoluzione biologica umana». left 46/2009

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In ricerca di pace

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Novembre 2009

 

Il movimento Science for peace è nato per individuare i più efficaci antidoti contro lo scoppio dei conflitti. Le proposte di Veronesi, el Khayat, Bonino ed Ebadi di Federico Tulli

 

«Ho fatto un lavoro sulla violenza, in particolare sulla violenza che subiscono le donne nel mondo. Ho fatto anche il conto delle persone uccise nel XX secolo e la somma è allucinante. Si parla almeno di 300 milioni di morti. Minimo. La sola Seconda guerra mondiale ha lasciato sul campo 60 milioni di esseri umani. E cercando ancora ho trovato, per esempio, 200mila morti in Madagascar nel 1944, un milione di morti in Armenia, e poi il Rwanda. Gente che muore di violenza, e non sto parlando di cataclismi o di malattie ma di armi usate dagli uomini su altri uomini. E questa è una caratteristica antropologica umana su cui bisogna riflettere scientificamente. C’è chi pensa che la guerra sia una funzione scritta nei geni, che regola il numero di esseri umani sulla terra. Io, come donna e come scienziato, sono contro quest’idea». Rita el Khayat, scrittrice e antropologa marocchina, è socia onoraria del movimento Science for peace. Nelle sue parole, nella sua indignazione, nel suo rifiuto del concetto di violenza intesa come caratteristica specifica del genere umano e come tale impossibile da prevenire o sradicare, c’è l’essenza della due giorni di Milano. Un evento che “costringe” la comunità scientifica mondiale a uscire dal proprio habitat naturale per sensibilizzare l’opinione pubblica e indirizzarla verso la realizzazione che un mondo senza guerre oltre che possibile è indispensabile. Impegno che ricercatori del calibro di Claude Cohen-Tannoudji (premio Nobel per la Fisica 1997), Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina 2008), Harold Walter Kroto (premio Nobel per la Chimica 1996), solo per citarne alcuni, intendono onorare al meglio dopo aver aderito al Movimento ideato dalla Fondazione Veronesi. Tutti d’accordo sul fatto che il genere umano non si può più permettere alternative a un mondo orientato verso la progressiva pacificazione. «In quanto scienziati – osserva l’oncologo Umberto Veronesi – pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile. (prosegue su left n. 46 del 20 novembre 2009)

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La due giorni di Milano

Due giorni in cui le parole si traducono in azioni concrete da attuare subito. È questo l’obiettivo della conferenza annuale di Science for peace. La prima edizione si svolge il 20 e 21 novembre a Milano (università Bocconi). Vi partecipano oltre 20 premi Nobel, scienziati di tutte le discipline, insieme a personalità significative della filosofia, della letteratura, dell’arte, di religione e della società. Tutti coloro cioè che hanno accettato l’invito dell’oncologo Umberto Veronesi a diventare parte attiva del movimento Science for peace. Ideato dalla Fondazione Veronesi (organizzatrice dell’evento), il movimento si pone due obiettivi prioritari: creare le basi culturali per lo sviluppo e la diffusione del concetto di pace e progressiva riduzione delle spese militari nel mondo nell’ottica di un’efficace prevenzione dei conflitti. Per consultare il ricco programma di conferenze e tavole rotonde visitare il sito www.fondazioneveronesi.it.

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La chiave del multilateralismo

«Costituire un esercito unico europeo che diventi forza di pace della Ue. Consentendo così anche una riduzione della spesa militare complessiva dei 27. Favorire la formazione di comitati regionali di scienziati dei Paesi delle aree “calde” del mondo, per indurli a dialogare. Affinché concertino azioni di pressione sui rispettivi governi finalizzate alla soluzione pacifica di conflitti. Promuovere una cultura della pace a tutti i livelli del sistema didattico. Formare un comitato di rappresentanti di istituti bancari e di imprese per pianificare una politica del credito che non favorisca il finanziamento di attività di produzione militare». Alberto Martinelli, segretario generale della conferenza e professore di Scienze politiche all’università di Milano, anticipa a left alcuni dei principali temi in discussione a Science for peace. Progetti ambiziosi che una volta trasformati in proposte concrete saranno depositati sui tavoli delle cancellerie dei 27 Paesi Ue. «Sono loro i principali destinatari del nostro messaggio», spiega il professore. «In particolare “miriamo” a sollecitare quei governi che a livello internazionale possono stimolare le decisioni “di pace” che noi scienziati intendiamo perseguire». Oltre alle istituzioni, sono i cittadini che le eleggono a dover recepire il messaggio di promozione di una cultura attiva della pace lanciato da Science for peace. Con lo stesso obiettivo l’opera del movimento deve proseguire tra gli scienziati dei diversi Paesi. Martinelli riconosce che l’impegno assunto dalla comunità scientifica internazionale non è affatto agevole, pur partendo da una base di notevole prestigio sociale. Un modello di approccio efficace sarà proposto oggi dal segretario della conference alla tavola rotonda “Una strategia multilaterale per un mondo di pace”. «L’attuale situazione reale dei rapporti di forza tra le grandi potenze mondiali è di multipolarismo. Non c’è un’unica potenza egemone con tutti gli altri in posizione subordinata. Certo, pesa la prevalenza americana in campo militare e tecnologico ma Cina e India sono in crescita, ad esempio. Un mondo multipolare – prosegue – può dar luogo a strategie multilaterali, cioè di cooperazione, nell’affrontare le questioni dell’agenda globale: dall’ambiente alla regolamentazione della finanza globale, dalla gestione dei flussi migratori al contrasto della grande criminalità internazionale o del terrorismo. Con altri studiosi provenienti da Usa, Cina e Russia cercheremo di vedere quanto, nelle linee di politica estera delle maggiori potenze, sia compatibile o meno con una vera strategia multilaterale di governance globale».    f.t.

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La bufala del feto imitatore

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Novembre 2009

Al contrario di un adulto, il feto umano non ha alcuna capacità di localizzare o distinguere uno stimolo da un altro. Lo sosteneva già nel ’91 Fitzgerald sul British medical bulletin. Nel 2006 Spitzer e White concludevano che dalla ventesima alla ventottesima settimana il cervello del feto è in silenzio elettrico assoluto. E poi ancora: «In utero è protetto dal dolore, dalla luce e dai rumori ad alta frequenza». Per tenere basso metabolismo e consumo di ossigeno, infatti, prevalgono potenti processi neuroinibitori, caratteristici della nostra specie, indispensabili per sopravvivere a determinate condizioni avverse. Una su tutte: la pressione subita dalla scatola cranica al passaggio nel canale del parto. Insomma, è assodato che nello stato fetale non si può mai parlare di capacità percettiva. E che tutto cambia con la nascita, come è stato scritto da psichiatri e scienziati pure su queste pagine. Non si comprende, allora, il risalto dato da quotati media nazionali alla notizia secondo cui, studiando il vagito di alcuni neonati, i ricercatori dell’università di Wurzburg hanno concluso che l’essere umano, durante «la vita» fetale, «registra» e «impara a imitare» la lingua della madre. Financo «il dialetto». La “prodigiosa” scuola avverrebbe negli ultimi tre mesi di gravidanza. Lo studio è stato pubblicato su Current Biology. Qualcuno avverta i fautori dell’essere umano “tavoletta di cera” che siamo entrati nel terzo millennio. Dopo Cristo. left/45/2009 **Federico Tulli**

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Influenza A-H1N1, la febbre del business

Pubblicato da Federico Tulli su 13 Novembre 2009

L’infezione pandemica è di carattere moderato ma ha già ucciso migliaia di persone nel mondo. Una carneficina che potrebbe essere evitata adottando le nuove tecniche di produzione dei vaccini. Più veloci e anche più economiche di quelle tradizionali. Ma il mercato è chiuso. I pochi che lo governano non hanno alcun interesse a riconvertire gli impianti e a far entrare ulteriore concorrenza di Federico Tulli

Entrata nel settimo mese di diffusione, l’influenza pandemica A-H1N1 viaggia a un ritmo di circa mille morti al mese nel mondo. Mentre i contagi, negli oltre 190 Paesi interessati, potrebbero aver toccato quota 700mila. Sono i dati diffusi nell’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità che, nel caso dei contagi, usa il condizionale poiché molti governi hanno deciso di interrompere il conteggio. Una prassi normale quando ci si trova di fronte a una pandemia di livello moderato. A una notevole velocità di diffusione si contrappone, infatti, un tasso di mortalità pari a circa l’uno per mille su scala globale. Cosa che per molti Paesi, compreso il nostro, corrisponde a una minore pericolosità rispetto alla normale influenza stagionale. Dopo la micidiale Spagnola del 1918 che in soli due mesi causò la morte di oltre 30 milioni di persone, debilitate da quattro anni di feroce conflitto mondiale, a partire dal secondo dopoguerra un evento pandemico per influenza H1N1 si è verificato solo quattro volte. In tutti i casi l’eccezionalità dell’evento ha messo a dura prova le capacità organizzative della macchina di prevenzione messa in moto dai diversi Paesi. Macchina che, sia da quando esiste l’Oms e sia nel caso di economie sviluppate, ha sempre evidenziato una notevole difficoltà ad avviarsi nei tempi necessari ad arginare il fenomeno. Il caso della A-H1N1 non fa eccezione. Produrre, testare, mettere in commercio, distribuire e somministrare centinaia di milioni di dosi di vaccino prima che il contagio deflagri richiede un tempo che il virus non è certamente disposto ad aspettare. E migliaia di persone si ammalano e muoiono nel giro di un paio di settimane. Questi decessi, però, si potrebbero evitare (o almeno ridurre notevolmente). A fronte della necessità di un vaccino sicuro, veloce da produrre in grande quantità e a basso costo, è dagli anni 50 che le poche case farmaceutiche in grado di sostenere gli alti costi di produzione si affidano a tecnologie rudimentali che richiedono tempi di lavorazione molto lunghi. Dalla decodifica del Dna del virus alla distribuzione delle dosi alla popolazione (preparate utilizzando la propagazione del virus in uova di pollo), a essere ottimisti passano almeno 22 settimane. Più di cinque, lunghi, mesi. Durante i quali l’agente patogeno è libero di aggredire con violenza le persone più a rischio (nel caso della A-H1N1: i neonati, le donne incinte, le persone già affette da gravi malattie) senza che queste possano difendersi. Ma c’è di più. Col passare dei mesi aumenta la possibilità che il virus muti geneticamente. Vanificando il lavoro di preparazione dell’antidoto portato avanti fino a quel momento. Tutti rischi che si potrebbero ridurre se finalmente trovassero considerazione presso i governi mondiali le nuove tecnologie che si basano sulla produzione di vaccini “ricombinanti a subunità” in cellule di insetto o in sistemi vegetali, messe a punto sin dagli anni Novanta e capaci di garantire in 10-12 settimane quello che oggi si mette sul mercato (a caro prezzo) in 22-25.

Ad esempio, la biofarmaceutica statunitense, la Novavax, già a fine aprile scorso annunciava la possibilità di produrre un vaccino anti influenzale con cellule di insetto in meno di tre mesi. Ancora più veloci, più sicuri, più economici e facilmente applicabili su larga scala sono i sistemi di produzione vegetale. Con questi virus vegetali in dieci giorni si potrebbe ottenere una gran quantità di principio attivo. Come dimostra l’esperienza maturata dal centro di biotecnologia vegetale all’Enea Casaccia nello sviluppo di vaccini contro il Papilloma virus umano (Hpv) utilizzando, tra l’altro, piante di tabacco geneticamente modificate e coltivate in serra (vedi left n. 50/2007). Anche mettendo a confronto i costi la musica non cambia. Prendiamo il caso italiano. Il nostro governo ha acquistato dalla Novartis 24 milioni di dosi al prezzo di 24 milioni di euro, considerando il costo medio di produzione di un vaccino da pianta geneticamente modificata il risparmio sarebbe nell’ordine del 60 per cento: 14 milioni di euro in meno di spesa per l’Erario, le nostre tasche. Su scala planetaria, dove l’ipotesi più “parsimoniosa” parla di contratti, a favore delle multinazionali che hanno lavorato sul genoma dell’AH1N1, nell’ordine di complessivi 10 miliardi di dollari. Ma c’è chi sostiene che entro l’estate prossima la cifra incassata in totale da Sanofi-Aventis, Glaxo-SmithKline, Novartis, Roche e Astra-Zeneca, sarà almeno il doppio. Di fronte a tali “controindicazioni” socio-sanitarie ed economiche, cos’è che impedisce alle nuove tecnologie di affermarsi? In primis va detto che l’emergenza aviaria degli scorsi anni, pur con tutte le sue contraddizioni, ha segnato una svolta per la ricerca internazionale concentrata sull’ottenimento delle migliori molecole vaccinali e sulla innovazione delle tecnologie. Specie negli Usa, ma anche in Europa diversi gruppi sono al lavoro sui vaccini ricombinanti, quelli da ingegneria genetica. Un primo concreto risultato di vaccino di nuova generazione è quello contro l’Hpv, che è stato prodotto sia in cellule di lievito che di insetto (con il sistema del baculovirus). Ma al momento è l’unico vaccino commercializzato, prodotto con la tecnologia delle cellule di insetto. Ancora peggio va ai biofarmaceutici prodotti in pianta. Per prima cosa manca una piattaforma di regole chiare e omogenee che metta d’accordo Usa e Ue. Qui da noi la produzione dei biofarmaceutici da pianta, quasi sempre geneticamente modificata, si arresta anzitutto di fronte ai preconcetti nei confronti degli Ogm. Ma soprattutto per via degli scarsi ritorni finanziari, specie se messi a confronto con quelli dei tradizionali metodi di produzione. In pratica, così rimanendo lo scenario, c’è sempre minor convenienza a entrare nel business dei vaccini da parte di nuove company biofarmaceutiche. Contemporaneamente, con i governi restii ad affrontare l’opinione pubblica nel dibattito Ogm, sono veramente rari gli incentivi economici a investire proposti a privati. Ergo, chi è già nel mercato non ha alcun interesse a riconvertire gli impianti modificando la linea di produzione. Anche se questa è obsoleta, lenta e costosa. In questo ultimo caso pure in termini di vite umane.

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Ferruccio Fazio docet

di f.t.

Mi devo preoccupare? È sopravvalutata? Cosa rischio se mi ammalo di influenza pandemica? Col dilagare dei contagi da virus A-H1N1, che secondo il ministero della Salute raggiungeranno un primo picco importante a dicembre, chi non si è posto queste domande? In queste nostre paginesarà uno specialista a rispondere. Ma quanti si sono chiariti le idee ascoltando le istituzioni? Immaginiamo pochi. E, per dirne una, pensiamo che il “sovraffollamento” nei pronto soccorso degli ospedali italiani, presi d’assalto da migliaia di persone più o meno ipocondriache, più o meno febbricitanti, sia la conseguenza della confusione creata da una sequela di dichiarazioni contraddittorie che abbiamo ascoltato sin da quando sei mesi fa l’Oms ha dichiarato lo stato di pandemia classificando l’influenza come “moderata”. Prendiamo le parole del viceministro, Ferruccio Fazio, intervenuto a “Domenica in”, rimbalzate in pochi secondi dalle agenzie a tutti i media. Si parla di pericolosità del virus A. «Siamo nella fase di pandemia influenzale – ha detto Fazio – ma questa influenza in Italia sta provocando vittime in modo limitato. Ricordo che l’influenza stagionale nel nostro Paese ha fatto lo scorso anno 8.000 morti». In effetti, al 10 novembre scorso, le persone decedute a causa della A-H1N1 erano “solo” 34. E, rapportando questo dato al numero di contagi verificati, anche il tasso di mortalità appare contenuto (0,0043 per cento), tanto che Fazio ha precisato: «È inferiore di 20 volte rispetto a quello della stagionale». Bene così, allora. E largo alle vaccinazioni per l’influenza normale visto che è causa della scomparsa di un paesotto di medie dimensioni all’anno. Non è forse questa la vera emergenza? Pare di no. Lo abbiamo chiesto al viceministro, ma non ci ha voluto rispondere. E il tam tam sullavaccinazione è proseguito. Ostinatamente concentrato sul virus pandemico. Anche dopo che qualcuno più autorevole di noi ha avanzato a Fazio le stesse nostre perplessità. Le dichiarazioni del viceministro sull’influenza A «sono imprecise» e «generano molta preoccupazione», dimostrando che in Italia «manca un buon sistema di sorveglianza epidemiologica», ha detto Walter Pasini, direttore del centro di Global health dell’Oms. «Il viceministro – ha proseguito Pasini – ci ricorda continuamente che questa pandemia influenzale è dieci volte più benigna dell’influenza stagionale. Nella dichiarazione successiva si corregge: 20 volte più benigna, perché – dice Fazio – la stagionale porta a morte annualmente 5.000 cittadini italiani, anzi 8.000, addirittura 20mila nel 2004. È evidente che l’ascoltatore attento resta interdetto. Sono realmente 5.000 o 8.000 i morti per influenza stagionale? Chi li ha calcolati? Esiste un registro in cui queste persone vengono elencate, nome per nome, con una cartella clinica a disposizione di ogni medico che voglia documentarsi? Perché se non fosse così, perché fare allarmismo sui rischi della stagionale? E se invece fosse proprio così, perché non si è fatto tutto il possibile negli anni scorsi per salvare la vita dei 5.000-8.000 anziani o malati cronici che, ci viene detto, muoiono ogni anno? Queste persone erano state vaccinate, avevano assunto antivirali? Se sì, perché non hanno funzionato? Se no, perché non sono stati loro somministrati? Dove vanno ricercate le responsabilità? Non vi è dubbio – ha concluso l’esperto Oms – che in Italia manchi un buon sistema di sorveglianza epidemiologica». Ecco. Sempre l’Oms ci fornisce lo spunto per un’altra riflessione. A un meeting tenutosi negli Usa, oltre 100 esperti dell’Organizzazione hanno convenuto che l’AH1N1 e la stagionale sono diverse. Di solito chi contrae il virus guarisce, senza ricorrere ad antivirali, nel giro di una settimana. E meno di uno su 100 sviluppa complicanze. L’elemento cruciale di distinzione consiste nel fatto che, specie nei giovani, il virus A sa replicarsi più facilmente nei polmoni e può causare polmoniti virali. Dunque, per frenare la diffusione e limitare i casi gravi, dall’asilo al liceo tutti dovrebbero vaccinarsi. Ma solo da poche settimane questa classe di rischio è tra le priorità del ministero. Anzi del viceministero. Fino a metà ottobre, infatti, i “prescelti” erano i medici e le forze dell’ordine (chissà in base a quale criterio anche gli sportivi e i dipendenti delle Belle arti). Qual è il risultato di questa scelta scellerata? Lo “confessa” candidamente l’ultimo bollettino ufficiale del dicastero: su 34 decessi, «i più colpiti sono bambini e adolescenti, da zero a 14 anni, con un’incidenza pari al 2,8 per cento dei casi in media (1,7 nei più piccoli da zero a 4 anni e 3 per cento dai 5 ai 14). Tra i giovani e gli adulti dai 15 ai 64 anni l’incidenza dell’influenza è dello 0,5 per cento mentre tra persone dai 65 anni in su è dello 0,1». Non c’è altro da aggiungere.

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MORTALITÀ

Al ministero piace alta

Il giallo degli 8.000 decessi l’anno per influenza stagionale “denunciati” dal vice ministro Fazio a Domenica In trova la sua matrice in un documento del Welfare spedito agli organi competenti il 23 luglio scorso avente per oggetto “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2009-2010”. «Si stima che in Italia l’influenza stagionale causi ogni anno circa 8.000 decessi in eccesso (morti che cioè non si sarebbero verificate in assenza di influenza, ndr), di cui 1000 per polmonite ed influenza, ed altri 7000 per altre cause.», si legge nel testo che fa riferimento allo studio Trends for influenza related deaths during pandemic and epidemic seasons, Italy, 1969-2001 pubblicato nel 2007 su Atti ML. Emerg Infect Disease. Non è chiaro come mai il ministero non si attenga ai dati ufficiali prodotti ogni anno dall’Istat. Il quale, nel proprio sito, riporta le tabelle di mortalità dal 1995 al 2006. Ebbene, secondo l’Istituto di statistica il picco più alto di mortalità connessa all’influenza stagionale risulta essere di 1655 decessi nel 1999. Mentre quello più basso è di 298, nel 2006. f.t.

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ANTIVIRUS

Vaccinati a quota 80mila

In base a dati parziali dell’Istituto superiore di sanità sono state vaccinate, al 9 novembre, 79.440 persone. In particolare le Regioni sono state sollecitate a vaccinare con la maggiore rapidità le donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza e i soggetti dai 6 mesi ai 64 anni appartenenti alle categorie a rischio per patologie preesistenti, con priorità assoluta per i bambini appartenenti a tali categorie. (Fonte: ministero del Welfare)

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C’È CHI DICE SÌ

Intervista al direttore dell’Unità operativa complessa vaccinazioni (Asl Rm/E), Roberto Ieraci di Ilaria Bonaccorsi

Professore, quanti dei suoi pazienti le chiedono di vaccinarsi per l’influenza A-H1N1?

Direi che il 90% delle persone che arrivano nella mia struttura chiedono la vaccinazione per l’influenza A-H1N1. Io lo raccomando alle categorie a rischio, che sono donne in gravidanza, secondo e terzo trimestre, nati pretermine fino a 24 mesi, soggetti a rischio compresi tra 6 mesi e 17 anni, e quelli tra 18 e 74 anni. E agli operatori sanitari.

Perché tanti operatori sanitari si oppongono alla somministrazione del vaccino?

Questo è un atteggiamento incomprensibile. Io ritengo che tutti i medici dovrebbero fare la vaccinazione, non solo per se stessi ma per proteggere i propri pazienti e i propri familiari, perché non vaccinandosi si rischia di diventare veicolo per gli altri. Le remore, anche tra gli operatori sanitari, sono legate alla non conoscenza di questa disciplina, la vaccinologia.

Molti ritengono che i vaccini siano un grande affare. Lei cosa ne pensa?

Se esiste un problema è a monte e cioè l’Organizzazione mondiale della sanità. Una volta proclamata la pandemia, vista la circolazione esplosiva di questo virus A-H1N1, le multinazionali si sono attivate. Il vaccino che è in circolazione in Italia, che è adiuvato con questo MF59 (lo squalene), è un ottimo vaccino. È chiaro che c’è anche un aspetto commerciale legato alle aziende ma questo non può interessare la gente.

Cosa contiene questo vaccino?

È un vaccino di nuova generazione, contiene gli antigeni del virus in forma di emoglutinina adiuvati su una sostanza di olio e acqua che amplifica la risposta immunitaria. Tanto che la quantità di antigeni contenuti è della metà rispetto al normale vaccino per la stagionale. È stato preparato con l’approccio cosidetto mock-up. La prima autorizzazione alla sua produzione è stata data nel 2007 (più di due anni fa) ed era stato inizialmente preparato per il virus dell’influenza aviaria, l’H5N1. Le aziende produttrici non hanno fatto altro che sostituire l’H5N1 con l’H1N1. Il vaccino quindi era pronto da tempo.

Secondo lei è stata gestita male la comunicazione da parte del ministero ma anche dei media?

La confusione è stata creata da giornali e tv. Sarebbe molto utile usare un linguaggio più serio. Interpellare e lasciar parlare i tecnici che si interessano della pandemia. È inutile e dannoso che tutti parlino, il più delle volte a sproposito. Le informazioni devono essere date da chi conosce il problema a fondo.

Questa pandemia è grave o non è grave? Perché i bambini, i più colpiti, sono stati inseriti solo in un secondo momento nelle categorie a rischio?

La popolazione target di questa vaccinazione sono soprattutto le fasce pediatriche. Chi paga un maggior scotto in questi anni sono i bambini, perché gli anziani in larga parte sono coperti per i contatti con i virus influenzali legati alla loro età e in più si vaccinano tutti. Bisogna vaccinare prima i ragazzi con patologie a rischio e poi allargare a tutti, sicuramente alla fascia che va dai 6 mesi ai 14 anni e poi fino a 27. Non dimentichiamoci che questo virus H1N1 era circolato nel 1976 e quindi quelli nati prima del 1976 hanno una copertura immunologica.

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IN GABBIA COL VIRUS

Sovraffollamento e tagli alle spese mettono a repentaglio la salute dei detenuti. Gli spazi ristretti impediscono di isolare i possibili contagiati Il rischio pandemico travolge le autorità carcerarie di Rocco Vazzana

Se fosse possibile stilare una lista dei contesti sociali più a rischio per la diffusione del virus A/H1N1, di certo il carcere occuperebbe i primi posti della classifica. Con una popolazione carceraria che si aggira attorno alle 65mila unità e con un sovraffollamento che conta 22mila detenuti in più rispetto ai posti disponibili, i penitenziari italiani presentano altissimi fattori di rischio. E gli spazi ristretti, che costringono le persone a convivere in pochi metri quadri senza possibilità di aerare le celle e di isolare i casi sospetti, sono di certo l’elemento più preoccupante. Come se non bastasse, gran parte dei detenuti presenta problemi di salute. I numeri parlano chiaro: 6 persone su 10 sono malate. Tra le patologie più diffuse: tubercolosi, epatite B e C, Hiv, problemi circolatori e polmonari. Tutte possibili concause di complicazioni legate al virus. Senza considerare che circa il 30 per cento degli ospiti coatti ha problemi di tossicodipendenza, che abbassano le difese immunitarie. In questo scenario, già abbastanza allarmante, si inserisce anche la questione delle risorse economiche destinate all’“organizzazione e al funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico”. Secondo i dati resi noti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), infatti, dal 2007 al 2010 la spesa sanitaria subisce una riduzione del 79 per cento. In questo contesto, non potevano che arrivare le prime vittime. Lo scorso 29 ottobre, a Napoli, nel carcere di Poggio Reale, si è registrato il primo decesso di un detenuto italiano.Si tratta di un 50enne, condannato all’ergastolo, morto a causa di complicazioni dell’influenza A. Il 7 novembre, invece, è stata la volta di Rebibbia, dove un uomo che aveva contratto il virus è stato prima ricoverato d’urgenza al policlinico Umberto I e poi trasferito nel reparto per detenuti dell’ospedale Belcolle di Viterbo. E per evitare che la situazione precipitasse, qualcuno ha provato a mettere una toppa. «La direzione della Asl Roma B», ha dichiarato il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in attesa di una risposta della Regione alla richiesta di vaccini per il carcere, ha deciso di iniziare a immunizzare detenuti e agenti utilizzando le dosi di vaccino di quei medici e paramedici dell’ospedale Sandro Pertini che, al momento, non hanno ancora scelto di vaccinarsi. Infatti, con i livelli di sovraffollamento attuali, c’è il pericolo concreto che le carceri siano fra i luoghi dove il virus possa attecchire e diffondersi maggiormente». E poi ha aggiunto: «È dalla fine di agosto che ho chiesto invano di inserire i detenuti fra le categorie a rischio. L’annuncio del Dap di aver chiesto vaccini giunge fuori tempo massimo. Il farmaco non c’è semplicemente perché non è stato chiesto per tempo ». Si tratta di un’accusa precisa, dunque, che denota il modo in cui il virus ha colto di sorpresa l’amministrazione penitenziaria italiana. Sembra proprio che nelle carceri italiane non esista un vero e proprio piano di gestione dell’emergenza. Mentre il governo continua a promettere nuove galere per risolvere il problema del sovraffollamento, le strutture penitenziarie del nostro Paese dimostrano di essere inadeguate a tutelare la dignità e la salute delle persone.

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NEL MONDO

Le vittime della A-H1N1 (10 novembre 2009)

Situazione europea (fonte Ecdc)

Totale vittime 414

di cui

Gran Bretagna 155

Spagna 73

Francia 57

Italia 34

Situazione mondiale (fonte Ecdc)

Totale vittime 6.508

di cui

Brasile 1.368

Stati Uniti d’America 1.004

Africa 103

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SPERIAMO CHE ARRIVI IL TIFO

Con l’influenza, a rischio i prossimi Mondiali di calcio in Sud Africa. Perché le cifre potrebbero essere più alte di quelle dichiarate. In tutto il continente c’è il pericolo che la febbre pandemica non venga diagnosticata per mancanza di strutture di Paola Mirenda

«La Coppa del mondo sarà annullata solo se saremo obbligati». A maggio scorso, quando l’Africa ancora non era stata toccata dall’epidemia di influenza A, le parole del segretario generale della Fifa Jérôme Valcke sembravano solo scaramantiche. Oggi, con 14.868 casi accertati di cui ben 12.619 in Sudafrica – la nazione ospitante dei Mondiali 2010 – quella frase sembra una profezia. A spaventare non sono tanto le cifre diffuse dall’Organizzazione mondiale della sanità, che classificano l’Africa come il continente meno colpito, quanto quelle che circolano nella stampa locale, che presenta numeri ben più rilevanti. Il Madagascar sulla carta ha 169 casi accertati, il ministero della Salute di Antananarivo ne certifica invece 588, oltre tre volte di più. A chi credere? Il problema è che è difficile diagnosticare con esattezza il virus in Africa: pochi gli ospedali (a luglio appena 10 Paesi avevano stabilito un piano di azione e le Nazioni unite hanno censito solo 10 centri di diagnostica per i 53 Stati del continente), pochi anche coloro che si rivolgono a una struttura sanitaria per quella che a prima vista è solo una malattia stagionale. I 12 contagiati nello Zimbabwe, che arrivano dopo un’epidemia di colera che ha causato oltre mille morti, non fanno nemmeno notizia. Come difficilmente preoccuperanno i 62 capoverdiani infettati, nel momento in cui l’arcipelago combatte contro una nuova epidemia di dengue. Colera, malaria, tubercolosi, Hiv: malattie endemiche e certamente più facilmente individuabili, sulle quali spesso si innesta il virus H1N1. Per questo, in assenza di centri attrezzati, è spesso impossibile una diagnosi dell’influenza A. «La disponibilità di laboratori diagnostici di qualità è uno tra i principali problemi che rendono inappropriate le azioni di risposta alle epidemie». Questa la denuncia fatta nel giugno 2008, alla 58esima riunione del Comitato regionale dell’Africa, dalla stessa Oms. Che precisava come «nella regione africana, la situazione dei laboratori si caratterizza per l’insufficienza di personale, attrezzature e forniture». Una situazione che varia da Paese a Paese in ragione di molteplici fattori: l’economia, la presenza di altre epidemie, la quota del bilancio pubblico assegnato alla sanità. E poi la presenza di grossi centri abitati, o – paradossalmente in positivo – persino di campi  profughi, dove almeno arriva la Croce rossa. Senza parlare dell’impatto negativo delle guerre. Così non stupisce che Johannesburg e Città del Capo siano in cima alla classifica delle città più colpite: nel Paese più ricco dell’Africa subsahariana, dove quasi il 10 per cento del budget dello Stato va in servizi medici, e dove la più alta incidenza del virus dell’Aids ha costretto a fare i conti con la necessità di strutture sanitarie, la diagnostica è efficace e la profilassi  tempestiva. Ma i numeri potrebbe essere più alti di quelli dichiarati, visto che contrariamente ad altre zone del mondo i casi mortali riguardano i giovani tra i 14 e i 26 anni, i meno colpiti da altre malattie, nei quali quindi il virus è più  facilmente individuabile. Un dato preoccupante, perché se l’epidemia dovesse diffondersi così velocemente come sta  avvenendo nelle ultime settimane (si è passati dai 7.606 casi del 9 settembre 2009 ai quasi 13mila censiti due mesi dopo) significherebbe un contagio generazionale pesantissimo per il futuro del Paese. Gli organismi regionali africani invitano alla chiusura delle frontiere per evitare il diffondersi del virus e molti governi hanno già adottato questa politica. Ma nel Sudafrica, terra di immigrazione e porto commerciale del continente, questa scelta è impossibile. Le autorità sanitarie di Città del Capo sperano che l’epidemia in qualche modo abbia già raggiunto il suo picco, e che si fermi. Prima che l’economia locale, che ha puntato tutto sulla Coppa del mondo di calcio, crolli.

 

 

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Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Novembre 2009

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

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«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

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Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

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Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

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Un brillante ciarlatano

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Ottobre 2009

Sono passati cento anni dalla morte di Cesare Lombroso. Deriso in vita per le sue ricerche, divenne icona con il fascimo di Federico Tulli

 

«Passò una vita a cercare invano la gloria scientifica rinchiuso giorno e notte in uno stanzino, facendo esperimenti e sezionando cervelli di delinquenti per provare la fondatezza della sua teoria dell’atavismo criminale, ma solo da morto Cesare Lombroso ha ricevuto gli onori cui tanto ambiva. Dal fascismo. Riesumato con l’ondata nazionalista del regime, il padre dell’antropologia criminale trovò posto nell’ideale bacheca di italiche menti, non importa quanto brillanti, da mostrare con baldanza alle potenze straniere concorrenti». A 100 anni dalla sua morte avvenuta a Torino il 19 ottobre 1909, Lombroso torna sotto i riflettori grazie a iniziative culturali ed editoriali (vedi box). Con Luana Testa, psichiatra della Asl Roma D e autrice di pubblicazioni scientifiche sulla storia della psichiatria italiana del 900, tracciamo un profilo di Lombroso che ne fu discusso protagonista. «Quasi nessuno nell’“ambiente” lo considerava uno scienziato», spiega la psichiatra. «Kraepelin, ad esempio, ne aveva scarsa stima, benché lui lo corteggiasse parecchio». Come si spiega allora il successo mondiale de L’uomo criminale (1876), nel quale il criminologo sviluppò la sua teoria antropologica della delinquenza? «Il libro godeva di credito solo tra la gente comune», prosegue Testa. «Quando esce siamo in piena rivoluzione industriale. Le campagne si svuotano a favore delle nuove grandi città. Mentre prima nei paesini tutti si conoscevano, ora il vicino di casa è lo sconosciuto. Che fa paura, può essere un delinquente. Lombroso in qualche modo rispondeva a queste angosce. Delineando il profilo anatomico del criminale forniva gli elementi per riconoscerlo». C’era però un fatto. Lombroso partiva da un suo pensiero che in realtà era fuori da ogni contesto. «Siccome aveva trovato una fossetta mediana nella prima autopsia che fece al cranio di un delinquente, cercò tutta la vita la stessa fossetta in tutti i criminali. Non trovandola, peraltro. Pertanto i suoi presupposti erano errati e a-scientifici. Inventava una cosa e cercava di renderla vera. E tutto sommato ancora oggi la psichiatria organicista fa lo stesso – chiosa Testa -. Quando si trova un gene particolare nel dna di uno schizofrenico subito parte in cerca di quello stesso gene in tutti gli schizofrenici». Misogino e sessuofobico come gran parte della “cultura” del suo tempo, Lombroso dedicò l’ultima parte della vita agli studi esoterici. Fu un gran frequentatore di sedute spiritiche. Ma evidenti segni di pazzia li aveva già manifestati quando “fece” morire suo figlio di 5 anni. La storia è agghiacciante. «All’epoca la difterite era molto contagiosa. Pur essendo un medico e avendo chiara l’idea della contagiosità, fece entrare in casa un amico che non era del tutto guarito dal virus e lo lasciò giocare tranquillamente col figlio. Che dopo pochi giorni morì».

 

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Discutibile ma ancora attuale

Breve colloquio con lo storico della Medicina, Gilberto Corbellini

Ci sono tracce di Lombroso nella medicina moderna?
È opinione comune ritenere Lombroso il principale rappresentante di quel tipo di biologismo e determinismo scientifici che, applicati a problemi di carattere sociale, hanno fatto da anticamera o hanno direttamente determinato derive tecnocratiche rappresentate in molti Paesi dalle leggi eugeniche, discriminanti e razziste. Io la vedo un po’ diversamente. Secondo me Lombroso non era una persona di grande genio, ma sottolineerei l’importanza dei suoi tentativi di decifrare una serie di comportamenti umani a partire dalle conoscenze scientifiche. In linea di principio la sua era un’aspirazione del tutto corretta. Come ritengo sia corretto riuscire finalmente a parlare e impostare certi problemi di carattere politico, sociale, penale su solide basi empiriche.
Lombroso ha vissuto in un periodo di grandi cambiamenti storici, sociali e scientifici. Ed è stato un “maniacale” ricercatore di dati antropologici…
In questo campo secondo me fu il miglior ricercatore dell’epoca. Lui era un gran raccoglitore di fatti. Ma aveva una limitata capacità di critica visto che metteva nello stesso calderone dati oggettivi e presunti “fenomeni” paranormali. Era talmente ossessionato dal dover portare un approccio scientifico ed empirico in tutti i campi che è caduto vittima della medium Eusapia Palladino, un fenomeno da baraccone che ha girato tutto il continente all’inizio del 900 e che comunque folgorò anche diversi premi Nobel.
La donna delinquente (1893) è una sequela di idee preconcette (per non dire razziste) nei confronti del genere femminile. Pensando a Perché gli scienziati non sono pericolosi, che lei ha scritto per Longanesi, il fatto di lavorare sulla base di pregiudizi non rende automaticamente “pericoloso” quel ricercatore?
Gli scienziati sono pericolosi se si allontanano dai fatti. Se mettono i loro preconcetti al di sopra dei fatti o piegano i fatti ai pregiudizi. Ma in questo senso chiunque assume tale comportamento, sia esso scienziato, prete o economista è pericoloso. I pregiudizi di Lombroso riguardo alle donne erano diffusissimi a quel tempo. Ma proprio perché la inadeguatezza delle teorie e dei modelli scientifici che si utilizzavano nella criminologia non consentiva di affrontare empiricamente certe cose, subentravano quei pregiudizi che venivano ammantati di una sorta di scientificità.
Ci spieghi meglio…
Secondo Lombroso esisteva un modello standard di tratti somatici, e lui sosteneva che se c’era uno standard superiore biologicamente e moralmente era quello dell’uomo bianco. Ed è quindi giusto dire che era pericoloso. Come pericolosi erano quei politici che affermavano certe idee di tipo razzista e discriminatorio e poi cercavano un’interazione e una collaborazione con gli scienziati per affermare questi pregiudizi all’interno di norme legislative. Però se noi ci soffermiamo sul fatto della pericolosità delle teorie lombrosiane vediamo solo un aspetto superficiale di un fenomeno molto più complesso.
Quel continuo fare rilevazioni da parte di Lombroso sulle anomalie anatomiche e quindi ricercare nella biologia dell’essere umano la causa di un comportamento violento, può consentirci di fare un nesso con la “filosofia” delle neuroscienze moderne che ricercano nel dna umano le prove genetiche della malattia mentale?
Lombroso andava a vedere la morfologia della testa, faceva dei rilievi craniometrici, cercava le fossette o altre caratteristiche anatomiche, perché quelli erano gli strumenti che gli metteva a disposizione la scienza del tempo e perché era stato influenzato dalla frenologia e dalla fisiognomica. Aveva un approccio morfometrico. Oggi invece si hanno degli approcci funzionali e questo rappresenta un avanzamento epistemologico straordinario nelle scienze del comportamento. Io dico di fare attenzione a guardare alle sciocchezze che può aver detto Lombroso come indicatrici di qualcosa che equivale al filone di ricerca nelle neuroscienze. Adesso si fanno cose che in linea di principio sono quasi simili, ma siccome non credo né nell’anima né nella psiche e ritengo che il comportamento umano sia determinato da processi biochimici che accadono dentro le cellule, penso che anche di questo si debba tener conto. Come anche che questi processi biochimici siano modulati da interazioni con l’ambiente.

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Contraddizioni in mostra

A 100 anni dalla morte del fondatore dell’antropologia criminale, si riallestisce a Torino il “suo” museo, unico al mondo. Dal 27 novembre, al museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” in mostra collezioni di preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato e produzioni artigianali, realizzate da internati nei manicomi e da carcerati. E poi un’importante iniziativa editoriale: Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet). Curato da Silvano Montaldo e Paolo Tappero, il saggio affronta la “galassia” Lombroso sotto molteplici punti di vista, aprendo filoni di ricerca nuovi per l’Italia e facendo il punto su alcune questioni ancora oggetto di discussione. left 43/2009

 

 

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Influenza A-H1N1, perplessità sul vaccino

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Ottobre 2009

Ci siamo appena lasciati alle spalle i primi sei mesi di diffusione dell’influenza A-H1N1. Ed è di martedì scorso la notizia di un decesso, a Napoli, causato dal virus A. L’agente patogeno aveva aggredito un quadro clinico già molto critico. Ciò conferma le previsioni degli esperti: a rischiare di più sono le persone fortemente debilitate da altre patologie. In Italia i casi gravi non superano le poche decine di unità. Ma data la scarsa intesa tra Istituto superiore di sanità e ministero della Salute sulle stime dei contagi (vedi left N. 41/2009), non è chiaro se il tasso di mortalità sia in linea con quello calcolato dall’Oms: 0,45 per mille nei casi a rischio, 0,2 per tutti gli altri. In attesa di dati certi segnaliamo che l’influenza di stagione è alle porte. Specie di quelle delle scuole, come sempre. A un recente meeting, oltre 100 esperti dell’Oms hanno convenuto che l’A-H1N1 e la stagionale sono diverse. Di solito chi contrae il virus guarisce, senza ricorrere ad antivirali, nel giro di una settimana. E meno dell’uno per cento sviluppa complicanze. L’elemento cruciale di distinzione consiste nel fatto che, specie nei giovani, il virus A sa replicarsi più facilmente nei polmoni e può causare polmoniti virali. Dunque, per frenare la diffusione, dalle elementari al liceo tutti dovrebbero vaccinarsi. Le prime dosi sono già a disposizione delle Ausl.  Ma medici e pediatri sono scettici nei confronti di un medicinale che non è ancora stato testato su donne in gravidanza e bambini.  Come dargli torto? – left 43/2009 – Federico Tulli

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Il caso Hwang è chiuso. Lo scienziato smascherato pure in tribunale

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Ottobre 2009

Riconosciuto colpevole di frode dalla Procura di Seoul il ricercatore che nel 2004 aveva annunciato la clonazione di cellule staminali embrionali umane. Nel 2006 i suoi colleghi d’università scoprirono che aveva manipolato i dati di Federico Tulli

Con tre anni di ritardo rispetto alla comunità scientifica internazionale, la giustizia ordinaria della Corea del Sud ha condannato per frode lo scienziato Hwang Woo-suk, in relazione alle sue ricerche sulle cellule staminali embrionali umane. Secondo un tribunale di Seoul, nel 2004, Hwang (noto anche per aver creato Snuppy, il primo cane clonato della storia) ingannò la comunità mondiale con la sua presunta clonazione di embrioni umani, che in un primo momento sembrava aver aperto grandi speranze in particolare nella cura del morbo di Alzheimer. Dopo aver dimostrato che Hwang diventò direttore della prima banca mondiale di cellule madri proprio grazie alla falsificazione dei risultati dei suoi studi sugli embrioni umani, la Procura di Seoul ha chiesto una condanna di quattro anni. Considerando la differenza di fuso orario con l’Italia la pena dovrebbe essere resa nota nel corso della giornata odierna. La storia di una delle più celebri tentate truffe in ambito scientifico ha inizio nel 2004, quando lo scienziato sudcoreano annuncia su Science di essere riuscito a clonare un embrione umano e a ricavarne cellule madri. Lo stesso avviene in un altro articolo pubblicato nel 2005 sempre a firma di Hwang. Ma, l’anno successivo, una commissione di inchiesta dell’università di Seul scoprì che Hwang aveva falsificato gli esperimenti. Nell’immediato, questo causò in Corea del Sud il divieto di fare ricerca sulle staminali fino a marzo del 2007, quando il Comitato etico genetico diede di nuovo il permesso ma solo in caso di utilizzo di ovuli scartati dall’inseminazione artificiale. A livello internazionale, invece, la notizia della frode di Hwang fu cavalcata soprattutto dai detrattori della ricerca sulle cellule staminali embrionali. è il caso ad esempio dell’Italia, dove nel 2004 con l’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e poi nel 2005 con la bocciatura del referendum che quella legge voleva modificare profondamente, si è via via acuita la frattura tra la comunità scientifica che, salvo alcune rare eccezioni, chiedeva di poter fare ricerca sia sulle staminali adulte che su quelle embrionali, e le istituzioni fortemente orientate invece sulle posizioni ideologiche della Chiesa romana. Laddove questa, annullando secoli di progresso scientifico, considera l’embrione un essere umano. «La condanna di Hwang conferma ciò che il mondo della ricerca aveva dimostrato in tempi molto brevi, ma questo non è un caso che può essere tirato per la giacca da una parte o dall’altra», osserva Armando Massarenti, epistemologo e autore di Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della scienza (Guanda). Secondo Massarenti, tutta la vicenda, in fondo, mette in luce i caratteri positivi della scienza: «è importante riflettere sul fatto che di fronte a una prassi truffaldina di questo genere non c’è altro ambito dell’attività umana in cui tale prassi viene smascherata così velocemente». Non a caso le frodi nel campo della ricerca di base sono molto rare. Mentre, purtroppo, ben diverso è il discorso relativo alle promesse di false cure a base di cellule staminali adulte e che Massarenti documenta con precisione in Staminalia. «Il discredito gettato da Wang nei confronti della ricerca e le speranze alimentate dai suoi annunci non sono nulla in confronto alla speculazione praticata sulla pelle di persone affette da malattie genetiche, da parte di chi millanta cure possibili con le “nemiche” delle staminali embrionali». Una speculazione operata da medici in diversi Paesi del mondo, ma alimentata anche dai media con false notizie. In Italia, ad esempio, il 24 maggio 2005 il titolo di un famoso quotidiano recitava così: “Adulte 58, embrionali 0. Tra staminali non c’è partita”. Dove 58 sta per le malattie curate. La realtà è che finora le uniche trattate con successo col trapianto di staminali adulte sono alcune malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Terra, il primo quotidiano ecologista

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La pillola del giorno dopo va di traverso al Vaticano

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Ottobre 2009

Nuovo attacco della Cei contro il Norlevo e la legge 194. Questa volta a spacciare il contraccettivo per farmaco abortivo è stato il segretario generale Mariano Crociata. Suo “l’invito” ai farmacisti italiani a fare obiezione di coscienza di Federico Tulli

Come ha dimostrato l’unico studio scientifico sino a oggi esistente, la pillola del giorno dopo, poiché impedisce l’ovulazione, non è un farmaco abortivo. Ma, specie in Italia, viene sovente accostata alla legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, oppure addirittura confusa con la pillola abortiva Ru486. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello sollevato dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Mariano Crociata. Intervenuto ieri al Congresso dei farmacisti cattolici in corso a Roma, Crociata ha affermato che, essendo prevista dalla legge sull’aborto per i medici, «l’obiezione di coscienza è anche un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti» che si trovano a dover vendere farmaci a base di levonorgestrel. È questo un principio attivo contenuto nel Norlevo che è, appunto, la cosiddetta pillola del giorno dopo. Secondo il monsignore, estendere il riconoscimento del diritto a fare obiezione ai farmacisti significa permettere loro di «non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali, come per esempio l’aborto e l’eutanasia ». Pertanto, in conclusione, Crociata ha precisato che «il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non riguarda solo i farmacisti cattolici ma tutti i farmacisti, perché la questione della vita e della sua difesa e promozione non è una prerogativa dei soli cristiani». Sollecitato da Terra, il presidente nazionale dell’ordine dei Farmacisti, Andrea Mandelli, ha così commentato le parole del monsignore: «Ho il massimo rispetto per l’autorità religiosa che giustamente lancia un monito di natura morale, quindi alzo le mani e mi arrendo immediatamente. Ma credo che il problema del levonorgestrel e della eventuale possibilità di fare obiezione richieda un intervento da parte di chi è predisposto a dare risposte ai cittadini, cioè il Parlamento italiano». Nel precisare che al momento in Senato giacciono almeno un paio di proposte normative che vanno in questa direzione, Mandelli chiarisce poi perché al momento in farmacia non si può fare obiezione di coscienza: «Il farmacista, che in generale deve sempre dispensare il farmaco prescritto dal medico, non può sapere il motivo per cui questi – che a sua volta con la ricetta perfeziona il patto col cliente-paziente – ha prescritto un determinato composto chimico». Un discorso che vale tanto più per il levonorgestrel contenuto nel Norlevo, poiché «consente di affrontare due o tre tipi diversi di problemi, tra cui l’endometriosi». L’intervento a gamba tesa del segretario della Cei contro la pillola del giorno dopo è stato commentato anche dalla senatrice Radicali-Pd e segretaria in commissione Igiene e sanità, Donatella Poretti: «Il ritornello del diritto all’obiezione di coscienza da parte dei farmacisti per la vendita di un contraccettivo, come è la pillola del giorno dopo, sta diventando una grottesca rappresentazione di una crociata senza senso. Per tutelare il diritto alla vita e per evitare l’aborto – ha aggiunto Poretti – monsignor Crociata farebbe meglio a promuovere l’astinenza dal sesso o i diversi metodi contraccettivi: naturali, meccanici, chimici o chirurgici. Ma evidentemente si preferisce la strada più subdola del creare confusione, avvicinando la pillola contraccettiva a quella abortiva, e facendo credere che in farmacia si vendano pillole abortive. L’unico modo perché un farmacista possa decidere cosa vendere – ha concluso l’esponente radicale – è trasformare le farmacie in esercizi commerciali privati che rispettino vincoli di sicurezza per i farmaci. E dove i cittadini vadano sapendo che in una farmacia cattolica non gli venderanno un preservativo, così come in un ristorante vegetariano non gli cucineranno un pollo arrosto». Terra, il primo quotidiano ecologista

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