Articoli e altre storie

© riproduzione riservata

Cellule staminali, la ricerca non si ferma. Il Vaticano se ne faccia una ragione

Pubblicato da Federico Tulli su 6 Novembre 2009

È davvero possibile curare l’infertilità con le “embrionali”?  Tre eminenti studiosi e un bioeticista commentano il caso aperto da Nature di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Si era in piena campagna referendaria contro la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita quando il 24 maggio 2005 l’Avvenire se ne uscì con questo titolo sparato a tutta pagina. L’articolo, poi, sviluppava il concetto: «Se le pesiamo sulla bilancia dei fatti e non su quella della propaganda le staminali embrionali rivelano un’imbarazzante inferiorità rispetto a quelle adulte. Nei laboratori di tutto il mondo, infatti, dalle staminali adulte sono stati ottenuti benefici per 58 malattie. E le cellule tratte da embrione, quelle che – se prevalessero i sì ai referendum – ci farebbero guarire da infermità di ogni tipo stando ai suggestivi ma ingannevoli slogan della campagna pro-referendum? Allo stato attuale la loro utilità clinica è pari a zero. Allora perché insistere?». Quel referendum, condizionato dalla martellante propaganda della Conferenza episcopale, finì come sappiamo. La legge è rimasta in vigore, e solo la perseveranza delle coppie di pazienti infertili ha permesso alla Corte costituzionale, a distanza di quattro anni, di smascherarne le ideologiche e antiscientifiche incongruenze denunciate dai sostenitori del referendum (vedi il dossier “Tutti pazzi per gli embrioni”, Avvenimenti del 7 giugno 2005). Oggi altri nodi vengono al pettine. E in queste pagine, con l’aiuto degli scienziati Fulvio Gandolfi, Carlo Flamigni, Elena Cattaneo e del presidente del centro studi biogiuridici Ecsel, Luca Marini, risponderemo anche a quelle due domande del quotidiano dei vescovi. L’occasione di un seria valutazione dell’importanza e dello stato della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane ci è fornita dai risultati di uno studio condotto alla Stanford university (California), pubblicati su Nature. I ricercatori Usa, guidati dal biologo Renee Reijo-Pera, sono riusciti a riprodurre una riserva di cellule germinali – cioè quelle riproduttive capostipiti di ovociti e spermatozoi- e contano di ripetere l’esperimento partendo da cellule staminali della pelle. Ma l’aspetto più importante è che per la prima volta sono stati osservati in azione i geni che regolano le tappe di formazione delle cellule germinali (gameti) nell’embrione umano. Potrebbe quindi essere stata imboccata la strada verso la comprensione di molti casi di sterilità. Inoltre, secondo Reijo-Pera, la scoperta del meccanismo alla base della formazione delle cellule germinali permetterà in futuro, per ciascuna persona colpita da infertilità, di produrre “in proprio” una riserva di gameti su misura.

«Ancora una volta si è visto a cosa servono veramente le cellule staminali in generale e le embrionali in particolare. Cioè a studiare dei meccanismi che altrimenti non sarebbe possibile osservare direttamente, specie nell’uomo», dice a left il professor Gandolfi del dipartimento di Scienze animali all’università di Milano e vice direttore del progetto Gemini (Maternal interaction with gametes and embryo). «Lo studio di Nature – spiega – è l’ultimo di una lunga serie di lavori di questo tipo iniziati nel 2003. Quando per la prima volta si è visto che le cellule staminali embrionali, oltre a tutta una serie di tessuti, possono fornire anche le cellule germinali da cui poi derivano i gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovuli)». Nell’uomo la gametogenesi non era mai stata studiata direttamente come invece già accade nel topo o in qualsiasi altro animale da laboratorio. Da qui a individuare delle terapie per l’infertilità quanto è lungo il passo? «Si è ancora molto lontani dall’ottenere dei veri ovociti e dei veri spermatozoi. Dal punto di vista funzionale siamo solo ai primi abbozzi di gameti, a una distanza di anni luce – sempre in termini funzionali – dall’ottenere degli embrioni. In senso fisiologico, queste cellule devono fare moltissimi chilometri per acquistare funzionalità. Ammesso che questo abbia un senso anche per la terapia contro la fertilità». è ancora presto, dunque, per sapere se e quando certe intuizioni si tradurranno in risultati concreti in campo medico.

«Spesso fanno notizia gli aspetti più spettacolari di uno studio e si perde di vista la reale importanza degli approcci di tipo sperimentale – precisa Gandolfi -. Questo filone di ricerca sulle cellule staminali, embrionali e non, viene venduto come la cura immediata di tante malattie. Di certo in tempi brevi nessuno è in grado di mantenere un’eventuale promessa di terapie cellulari. Ma lo studio delle staminali è sicuramente fonte notevole di conoscenze di base che poi porteranno a importanti progressi terapeutici. Accade oggi con l’infertilità quanto succedeva una decina di anni fa quando lo studio sui tumori fece da propulsore a gran parte della biologia cellulare. Allo stesso modo – conclude Gandolfi – l’immunologia ha fatto dei passi da gigante con la “scusa” dell’Aids».

Anche il professor Carlo Flamigni, libero docente in Clinica ostetrica e ginecologica e componente del Comitato nazionale di bioetica, pone l’accento sull’importanza della ricerca di base. «Questo – ci spiega – è il primo studio che è riuscito a produrre cellule primordiali della linea germinale. Mentre è lontana la produzione di ovociti e spermatozoi umani. Non ci sono prove che da questi gameti potranno “uscire” degli “embrioni embrioni”, né che questi saranno perfettamente normali. Ma resta un esperimento di grande valore scientifico e clinico: servirà per capire molte cose sulla biologia dei gameti, e, in un futuro non prevedibile, aprirà la strada alla soluzione di molti casi di sterilità». Infine un commento sull’inevitabile (in Italia) levata di scudi delle schiere cattoliche contro i risvolti etici legati alla scoperta. «Giornali prestigiosi hanno titolato “Forse bambini senza genitori”. Questa è una sciocchezza straordinaria, perché quando si otterrà un embrione e poi nascerà un bambino avrà un patrimonio genetico di due persone reali, non inventate in laboratorio. I paladini dell’etica – sottolinea Flamigni – dimenticano sempre che ciò che conta per un bambino non è il Dna del padre ma il rapporto che è capace di dare».

**

«Un grande passo verso la conoscenza»

Intervista a Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale
di Milano

Professoressa Cattaneo, qual è il grande merito della scoperta annunciata su Nature?
Secondo me la grandiosità di questa scoperta è nell’avanzamento di conoscenza. Si tratta di un risultato che permette di aprire una finestra su qualcosa che prima ci era impossibile studiare.
Si parla di possibili terapie per l’infertilità.
L’infertilità è legata a un problema nella formazione delle cellule germinali. Ma per poter studiare cosa c’è che non va occorre riprodurre in laboratorio le fasi che portano allo sviluppo di queste cellule. Una terapia ci sarà nel momento in cui si arriverà a capire di più su questi meccanismi. Alla Stanford si è compiuto un passo importante in questa direzione. È la prima volta che si ripercorre in laboratorio la transizione da cellula staminale umana a gameti. E il prodotto finale, in base alle caratteristiche presentate nel lavoro, è altamente qualificato.
Ci dica di più…
Le cellule staminali embrionali umane su cui hanno lavorato i colleghi americani sono pluripotenti, cioè in grado di formare i 250 tipi cellulari del nostro organismo, comprese le cellule germinali. Loro sono riusciti a indirizzare quelle cellule embrionali verso il solo differenziamento germinale. Ripercorrendo il tragitto quasi completamente. Dico quasi, per non sembrare troppo ottimista. Ora quindi si ha la possibilità di studiare come si formano le germinali. E si può anche studiare come fa una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi (come tutte le nostre cellule) a dare origine a gameti (ovuli o spermatozoi) che invece hanno un corredo di 23 cromosomi. Si tratta della meiosi, un fenomeno che conosciamo da centinaia di anni ma che ancora non ha una spiegazione.
Tre anni fa Shinya Yamanaka riuscì a riprodurre in laboratorio cellule embrionali partendo da staminali adulte, posando una pietra miliare nell’avanzamento della ricerca in questo campo. La nuova scoperta è paragonabile a livello di importanza a quella dello scienziato giapponese?
Lo studio pubblicato su Nature, come tutte le prime scoperte è certamente degno di grande attenzione. Poi però una scoperta è veramente tale quando resiste alla verifica del tempo e degli altri colleghi. La differenza con quella di Yamanka è nel fatto che il fenomeno che ora si può studiare “esiste” nel nostro corpo. La suggestione dell’esperimento è che ha riprodotto in laboratorio qualcosa di esistente in natura ma mai osservato prima. Nel caso di Yamanaka, invece, si è seguito un programma che in natura non esiste. Anzi, forse vorremmo proprio che non succeda.
Vale a dire?
Lui ha modificato geneticamente cellule della pelle facendole tornare indietro allo stadio di staminali embrionali umane. Però pur essendo un processo artificiale è anche esso un metodo di sfondamento che ha rivoluzionato la biologia. Noi pensavamo che il Dna della pelle fosse impacchettato in un modo impossibile da “aggredire” e invece scopriamo che è assolutamente plastico. È “bastato” inserire quattro geni per spingerlo a modificarsi e a tornare indietro nel tempo. Quindi anzitutto studiare come fa il Dna a essere plastico è interessantissimo. Poi, ovviamente, tale ricerca potrà avere delle ripercussioni in ambito clinico.
Lo studio della Stanford university sarebbe stato possibile in Italia?
Nel nostro Paese si può lavorare sulle staminali embrionali umane perché la legge lo permette. Ma, come insegna la vicenda del bando dei fondi alla ricerca (vedi box, ndr) che esclude espressamente i progetti di studio sulle staminali umane, c’è che mette in pratica strategie “alternative” che bypassano la permissività della norma. Indubbiamente oggi si fa tanta fatica a lavorare in questo campo. Oramai arriviamo ultimi anche sulla riprogrammazione delle adulte usata nel metodo Yamanaka. Perché è impensabile lavorare su queste cellule senza poter fare tranquillamente una comparazione con le “originali” che si intende riprodurre. Come del resto ha fatto Yamanaka e accade in tutto il mondo. Il che rende inspiegabile anche l’esultanza di coloro che hanno definito “etiche” le cellule riprodotte dal collega giapponese. Il veto governativo, poi, impedisce ai nostri giovani di farsi il curriculum necessario per accedere ai bandi europei. Un danno incalcolabile.
Con le sue colleghe ha presentato appello al Consiglio di Stato.
Il punto critico per tutta la ricerca, per qualsiasi disciplina, è fino a che punto un governo può interferire su aspetti tecnico scientifici. Io non credo che possa farlo in assoluto, perché me lo dice la Costituzione. Un governo ha funzioni amministrative, identifica le tematiche su cui vuole investire. Ma non ha certo le competenze per porre veti su strumenti o filoni di ricerca. Altrimenti vorrebbe dire che un ministro domani può aprire un bando per ricerche su particelle atomiche a esclusione dei neutroni. Nel caso delle embrionali il governo ha impedito l’accesso al bando senza dare spiegazioni. Del resto non c’è ragione, nemmeno scientifica, per escludere questo filone di ricerca. Come dimostra lo studio pubblicato su Nature. Nessuno che abbia un po’ di intelligenza può dire che quella sulle staminali è una ricerca è inutile.         Federico Tulli

**
Finanziamenti alla ricerca, il divieto senza senso

Lo scorso marzo il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso al Tar Lazio e, dopo la bocciatura, al Consiglio di stato. L’appello si terrà entro dicembre. La battaglia in difesa del diritto a fare ricerca sulle embrionali è seguita con attenzione dalla scienza mondiale. Come testimoniano due articoli pubblicati su Nature e Science, e il sucesso della sottoscrizione aperta dall’Associazione Coscioni per sostenere le spese legali delle tre ricercatrici, che ha raccolto 15mila euro (info www.lucacoscioni.it).

Un Avvenire poco chiaro

Al contrario di quanto sostenuto dall’Avvenire, nel 2005 non c’era traccia (nel mondo) di prove scientifiche dei «benefici per 58 malattie ottenuti da staminali adulte».Come ha detto  il direttore dell’Istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, al congresso mondiale per la Libertà di ricerca scientifica organizzato a marzo dall’Associazione Coscioni, «le uniche trattate con successo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre malattie genetiche la sperimentazione pre clinica sta dando risultati promettenti ma serve tempo prima che si arrivi a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per ottenere risultati positivi e ridurre al minimo i rischi connessi a una terapia del tutto nuova».

**

Legge 40, inadeguata

Intervista a Luca Marini, vice presidente del Comitato nazionale di bioetica

Professor Marini, la realizzazione di ovociti e spermatozoi “artificiali” potrebbe portare in Italia alla riapertura del dibattito bioetico in materia di procreazione medicalmente assistita?
Sì. La scoperta della Stanford university è affascinante e stimolerà ulteriori progressi scientifici in ordine alla conoscenza delle cause ancora inesplorate dell’infertilità. Tali progressi potranno gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40. è ovvio che occorrerà valutare anche la sostenibilità bioetica e biogiuridica delle applicazioni tecnologiche e commerciali di tali progressi, allo scopo di evitare forme di mercificazione del corpo umano. E’ questo, del resto, il ruolo specifico della bioetica: fornire opzioni etiche necessarie per orientare le scelte di politica normativa concernenti la sostenibilità di taluni sviluppi tecno industriali del progresso scientifico.
Lei è professore di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma. Pensando al punto in cui è arrivata la divulgazione scientifica in Paesi come la Gran Bretagna,qual è secondo lei il percorso da seguire?
Ritengo prioritario promuovere la cultura dell’informazione scientifica corretta, obiettiva e fondata, volta a favorire l’informazione e la formazione consapevole del pubblico non specialistico. Il problematico rapporto scienza società non potrà dirsi risolto se i cittadini non saranno correttamente informati: solo la conoscenza consente di sostenere liberamente e consapevolmente il progresso, sia quello scientifico, che quello tecnologico e industriale.
Lei ha detto che «la scoperta di questi giorni può gettare una nuova luce nel campo dei trattamenti contro la sterilità e portare, in prospettiva, a una revisione dei presupposti scientifici, tecnici e morali della legge 40».
In virtù di un principio generale, tutti gli strumenti del diritto, e del biodiritto in particolare, dovrebbero essere periodicamente rivisti alla luce del progresso scientifico e tecnologico. Pertanto, la scoperta fatta a Stanford potrebbe condurre alla riapertura del dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), che, erroneamente, si riteneva concluso dopo l’entrata in vigore della legge 40.
Quale sarà il ruolo del Cnb in caso di riapertura del dibattito?
Ogni nuova scoperta scientifica dovrebbe costituire l’occasione per rifondare il rapporto scienza società sulle basi di consapevolezza e compartecipazione che ho ricordato poc’anzi. Auguriamoci che la scoperta della Stanford university serva, in Italia, a far indirizzare in questo senso anche l’azione del Cnb, che negli ultimi tempi è apparso attento a ridefinire soprattutto i suoi assetti interni.
Federico Tulli – left 44/2009

Pubblicato su Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Un brillante ciarlatano

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Ottobre 2009

Sono passati cento anni dalla morte di Cesare Lombroso. Deriso in vita per le sue ricerche, divenne icona con il fascimo di Federico Tulli

 

«Passò una vita a cercare invano la gloria scientifica rinchiuso giorno e notte in uno stanzino, facendo esperimenti e sezionando cervelli di delinquenti per provare la fondatezza della sua teoria dell’atavismo criminale, ma solo da morto Cesare Lombroso ha ricevuto gli onori cui tanto ambiva. Dal fascismo. Riesumato con l’ondata nazionalista del regime, il padre dell’antropologia criminale trovò posto nell’ideale bacheca di italiche menti, non importa quanto brillanti, da mostrare con baldanza alle potenze straniere concorrenti». A 100 anni dalla sua morte avvenuta a Torino il 19 ottobre 1909, Lombroso torna sotto i riflettori grazie a iniziative culturali ed editoriali (vedi box). Con Luana Testa, psichiatra della Asl Roma D e autrice di pubblicazioni scientifiche sulla storia della psichiatria italiana del 900, tracciamo un profilo di Lombroso che ne fu discusso protagonista. «Quasi nessuno nell’“ambiente” lo considerava uno scienziato», spiega la psichiatra. «Kraepelin, ad esempio, ne aveva scarsa stima, benché lui lo corteggiasse parecchio». Come si spiega allora il successo mondiale de L’uomo criminale (1876), nel quale il criminologo sviluppò la sua teoria antropologica della delinquenza? «Il libro godeva di credito solo tra la gente comune», prosegue Testa. «Quando esce siamo in piena rivoluzione industriale. Le campagne si svuotano a favore delle nuove grandi città. Mentre prima nei paesini tutti si conoscevano, ora il vicino di casa è lo sconosciuto. Che fa paura, può essere un delinquente. Lombroso in qualche modo rispondeva a queste angosce. Delineando il profilo anatomico del criminale forniva gli elementi per riconoscerlo». C’era però un fatto. Lombroso partiva da un suo pensiero che in realtà era fuori da ogni contesto. «Siccome aveva trovato una fossetta mediana nella prima autopsia che fece al cranio di un delinquente, cercò tutta la vita la stessa fossetta in tutti i criminali. Non trovandola, peraltro. Pertanto i suoi presupposti erano errati e a-scientifici. Inventava una cosa e cercava di renderla vera. E tutto sommato ancora oggi la psichiatria organicista fa lo stesso – chiosa Testa -. Quando si trova un gene particolare nel dna di uno schizofrenico subito parte in cerca di quello stesso gene in tutti gli schizofrenici». Misogino e sessuofobico come gran parte della “cultura” del suo tempo, Lombroso dedicò l’ultima parte della vita agli studi esoterici. Fu un gran frequentatore di sedute spiritiche. Ma evidenti segni di pazzia li aveva già manifestati quando “fece” morire suo figlio di 5 anni. La storia è agghiacciante. «All’epoca la difterite era molto contagiosa. Pur essendo un medico e avendo chiara l’idea della contagiosità, fece entrare in casa un amico che non era del tutto guarito dal virus e lo lasciò giocare tranquillamente col figlio. Che dopo pochi giorni morì».

 

**

Discutibile ma ancora attuale

Breve colloquio con lo storico della Medicina, Gilberto Corbellini

Ci sono tracce di Lombroso nella medicina moderna?
È opinione comune ritenere Lombroso il principale rappresentante di quel tipo di biologismo e determinismo scientifici che, applicati a problemi di carattere sociale, hanno fatto da anticamera o hanno direttamente determinato derive tecnocratiche rappresentate in molti Paesi dalle leggi eugeniche, discriminanti e razziste. Io la vedo un po’ diversamente. Secondo me Lombroso non era una persona di grande genio, ma sottolineerei l’importanza dei suoi tentativi di decifrare una serie di comportamenti umani a partire dalle conoscenze scientifiche. In linea di principio la sua era un’aspirazione del tutto corretta. Come ritengo sia corretto riuscire finalmente a parlare e impostare certi problemi di carattere politico, sociale, penale su solide basi empiriche.
Lombroso ha vissuto in un periodo di grandi cambiamenti storici, sociali e scientifici. Ed è stato un “maniacale” ricercatore di dati antropologici…
In questo campo secondo me fu il miglior ricercatore dell’epoca. Lui era un gran raccoglitore di fatti. Ma aveva una limitata capacità di critica visto che metteva nello stesso calderone dati oggettivi e presunti “fenomeni” paranormali. Era talmente ossessionato dal dover portare un approccio scientifico ed empirico in tutti i campi che è caduto vittima della medium Eusapia Palladino, un fenomeno da baraccone che ha girato tutto il continente all’inizio del 900 e che comunque folgorò anche diversi premi Nobel.
La donna delinquente (1893) è una sequela di idee preconcette (per non dire razziste) nei confronti del genere femminile. Pensando a Perché gli scienziati non sono pericolosi, che lei ha scritto per Longanesi, il fatto di lavorare sulla base di pregiudizi non rende automaticamente “pericoloso” quel ricercatore?
Gli scienziati sono pericolosi se si allontanano dai fatti. Se mettono i loro preconcetti al di sopra dei fatti o piegano i fatti ai pregiudizi. Ma in questo senso chiunque assume tale comportamento, sia esso scienziato, prete o economista è pericoloso. I pregiudizi di Lombroso riguardo alle donne erano diffusissimi a quel tempo. Ma proprio perché la inadeguatezza delle teorie e dei modelli scientifici che si utilizzavano nella criminologia non consentiva di affrontare empiricamente certe cose, subentravano quei pregiudizi che venivano ammantati di una sorta di scientificità.
Ci spieghi meglio…
Secondo Lombroso esisteva un modello standard di tratti somatici, e lui sosteneva che se c’era uno standard superiore biologicamente e moralmente era quello dell’uomo bianco. Ed è quindi giusto dire che era pericoloso. Come pericolosi erano quei politici che affermavano certe idee di tipo razzista e discriminatorio e poi cercavano un’interazione e una collaborazione con gli scienziati per affermare questi pregiudizi all’interno di norme legislative. Però se noi ci soffermiamo sul fatto della pericolosità delle teorie lombrosiane vediamo solo un aspetto superficiale di un fenomeno molto più complesso.
Quel continuo fare rilevazioni da parte di Lombroso sulle anomalie anatomiche e quindi ricercare nella biologia dell’essere umano la causa di un comportamento violento, può consentirci di fare un nesso con la “filosofia” delle neuroscienze moderne che ricercano nel dna umano le prove genetiche della malattia mentale?
Lombroso andava a vedere la morfologia della testa, faceva dei rilievi craniometrici, cercava le fossette o altre caratteristiche anatomiche, perché quelli erano gli strumenti che gli metteva a disposizione la scienza del tempo e perché era stato influenzato dalla frenologia e dalla fisiognomica. Aveva un approccio morfometrico. Oggi invece si hanno degli approcci funzionali e questo rappresenta un avanzamento epistemologico straordinario nelle scienze del comportamento. Io dico di fare attenzione a guardare alle sciocchezze che può aver detto Lombroso come indicatrici di qualcosa che equivale al filone di ricerca nelle neuroscienze. Adesso si fanno cose che in linea di principio sono quasi simili, ma siccome non credo né nell’anima né nella psiche e ritengo che il comportamento umano sia determinato da processi biochimici che accadono dentro le cellule, penso che anche di questo si debba tener conto. Come anche che questi processi biochimici siano modulati da interazioni con l’ambiente.

**

Contraddizioni in mostra

A 100 anni dalla morte del fondatore dell’antropologia criminale, si riallestisce a Torino il “suo” museo, unico al mondo. Dal 27 novembre, al museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” in mostra collezioni di preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato e produzioni artigianali, realizzate da internati nei manicomi e da carcerati. E poi un’importante iniziativa editoriale: Cesare Lombroso cento anni dopo (Utet). Curato da Silvano Montaldo e Paolo Tappero, il saggio affronta la “galassia” Lombroso sotto molteplici punti di vista, aprendo filoni di ricerca nuovi per l’Italia e facendo il punto su alcune questioni ancora oggetto di discussione. left 43/2009

 

 

Pubblicato su Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »

Influenza A-H1N1, perplessità sul vaccino

Pubblicato da Federico Tulli su 30 Ottobre 2009

Ci siamo appena lasciati alle spalle i primi sei mesi di diffusione dell’influenza A-H1N1. Ed è di martedì scorso la notizia di un decesso, a Napoli, causato dal virus A. L’agente patogeno aveva aggredito un quadro clinico già molto critico. Ciò conferma le previsioni degli esperti: a rischiare di più sono le persone fortemente debilitate da altre patologie. In Italia i casi gravi non superano le poche decine di unità. Ma data la scarsa intesa tra Istituto superiore di sanità e ministero della Salute sulle stime dei contagi (vedi left N. 41/2009), non è chiaro se il tasso di mortalità sia in linea con quello calcolato dall’Oms: 0,45 per mille nei casi a rischio, 0,2 per tutti gli altri. In attesa di dati certi segnaliamo che l’influenza di stagione è alle porte. Specie di quelle delle scuole, come sempre. A un recente meeting, oltre 100 esperti dell’Oms hanno convenuto che l’A-H1N1 e la stagionale sono diverse. Di solito chi contrae il virus guarisce, senza ricorrere ad antivirali, nel giro di una settimana. E meno dell’uno per cento sviluppa complicanze. L’elemento cruciale di distinzione consiste nel fatto che, specie nei giovani, il virus A sa replicarsi più facilmente nei polmoni e può causare polmoniti virali. Dunque, per frenare la diffusione, dalle elementari al liceo tutti dovrebbero vaccinarsi. Le prime dosi sono già a disposizione delle Ausl.  Ma medici e pediatri sono scettici nei confronti di un medicinale che non è ancora stato testato su donne in gravidanza e bambini.  Come dargli torto? – left 43/2009 – Federico Tulli

Pubblicato su Salute | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento »

Il caso Hwang è chiuso. Lo scienziato smascherato pure in tribunale

Pubblicato da Federico Tulli su 27 Ottobre 2009

Riconosciuto colpevole di frode dalla Procura di Seoul il ricercatore che nel 2004 aveva annunciato la clonazione di cellule staminali embrionali umane. Nel 2006 i suoi colleghi d’università scoprirono che aveva manipolato i dati di Federico Tulli

Con tre anni di ritardo rispetto alla comunità scientifica internazionale, la giustizia ordinaria della Corea del Sud ha condannato per frode lo scienziato Hwang Woo-suk, in relazione alle sue ricerche sulle cellule staminali embrionali umane. Secondo un tribunale di Seoul, nel 2004, Hwang (noto anche per aver creato Snuppy, il primo cane clonato della storia) ingannò la comunità mondiale con la sua presunta clonazione di embrioni umani, che in un primo momento sembrava aver aperto grandi speranze in particolare nella cura del morbo di Alzheimer. Dopo aver dimostrato che Hwang diventò direttore della prima banca mondiale di cellule madri proprio grazie alla falsificazione dei risultati dei suoi studi sugli embrioni umani, la Procura di Seoul ha chiesto una condanna di quattro anni. Considerando la differenza di fuso orario con l’Italia la pena dovrebbe essere resa nota nel corso della giornata odierna. La storia di una delle più celebri tentate truffe in ambito scientifico ha inizio nel 2004, quando lo scienziato sudcoreano annuncia su Science di essere riuscito a clonare un embrione umano e a ricavarne cellule madri. Lo stesso avviene in un altro articolo pubblicato nel 2005 sempre a firma di Hwang. Ma, l’anno successivo, una commissione di inchiesta dell’università di Seul scoprì che Hwang aveva falsificato gli esperimenti. Nell’immediato, questo causò in Corea del Sud il divieto di fare ricerca sulle staminali fino a marzo del 2007, quando il Comitato etico genetico diede di nuovo il permesso ma solo in caso di utilizzo di ovuli scartati dall’inseminazione artificiale. A livello internazionale, invece, la notizia della frode di Hwang fu cavalcata soprattutto dai detrattori della ricerca sulle cellule staminali embrionali. è il caso ad esempio dell’Italia, dove nel 2004 con l’approvazione della legge 40 sulla fecondazione assistita e poi nel 2005 con la bocciatura del referendum che quella legge voleva modificare profondamente, si è via via acuita la frattura tra la comunità scientifica che, salvo alcune rare eccezioni, chiedeva di poter fare ricerca sia sulle staminali adulte che su quelle embrionali, e le istituzioni fortemente orientate invece sulle posizioni ideologiche della Chiesa romana. Laddove questa, annullando secoli di progresso scientifico, considera l’embrione un essere umano. «La condanna di Hwang conferma ciò che il mondo della ricerca aveva dimostrato in tempi molto brevi, ma questo non è un caso che può essere tirato per la giacca da una parte o dall’altra», osserva Armando Massarenti, epistemologo e autore di Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della scienza (Guanda). Secondo Massarenti, tutta la vicenda, in fondo, mette in luce i caratteri positivi della scienza: «è importante riflettere sul fatto che di fronte a una prassi truffaldina di questo genere non c’è altro ambito dell’attività umana in cui tale prassi viene smascherata così velocemente». Non a caso le frodi nel campo della ricerca di base sono molto rare. Mentre, purtroppo, ben diverso è il discorso relativo alle promesse di false cure a base di cellule staminali adulte e che Massarenti documenta con precisione in Staminalia. «Il discredito gettato da Wang nei confronti della ricerca e le speranze alimentate dai suoi annunci non sono nulla in confronto alla speculazione praticata sulla pelle di persone affette da malattie genetiche, da parte di chi millanta cure possibili con le “nemiche” delle staminali embrionali». Una speculazione operata da medici in diversi Paesi del mondo, ma alimentata anche dai media con false notizie. In Italia, ad esempio, il 24 maggio 2005 il titolo di un famoso quotidiano recitava così: “Adulte 58, embrionali 0. Tra staminali non c’è partita”. Dove 58 sta per le malattie curate. La realtà è che finora le uniche trattate con successo col trapianto di staminali adulte sono alcune malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Terra, il primo quotidiano ecologista

Pubblicato su Salute | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »

La pillola del giorno dopo va di traverso al Vaticano

Pubblicato da Federico Tulli su 24 Ottobre 2009

Nuovo attacco della Cei contro il Norlevo e la legge 194. Questa volta a spacciare il contraccettivo per farmaco abortivo è stato il segretario generale Mariano Crociata. Suo “l’invito” ai farmacisti italiani a fare obiezione di coscienza di Federico Tulli

Come ha dimostrato l’unico studio scientifico sino a oggi esistente, la pillola del giorno dopo, poiché impedisce l’ovulazione, non è un farmaco abortivo. Ma, specie in Italia, viene sovente accostata alla legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, oppure addirittura confusa con la pillola abortiva Ru486. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello sollevato dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Mariano Crociata. Intervenuto ieri al Congresso dei farmacisti cattolici in corso a Roma, Crociata ha affermato che, essendo prevista dalla legge sull’aborto per i medici, «l’obiezione di coscienza è anche un diritto che deve essere riconosciuto ai farmacisti» che si trovano a dover vendere farmaci a base di levonorgestrel. È questo un principio attivo contenuto nel Norlevo che è, appunto, la cosiddetta pillola del giorno dopo. Secondo il monsignore, estendere il riconoscimento del diritto a fare obiezione ai farmacisti significa permettere loro di «non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo scelte chiaramente immorali, come per esempio l’aborto e l’eutanasia ». Pertanto, in conclusione, Crociata ha precisato che «il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non riguarda solo i farmacisti cattolici ma tutti i farmacisti, perché la questione della vita e della sua difesa e promozione non è una prerogativa dei soli cristiani». Sollecitato da Terra, il presidente nazionale dell’ordine dei Farmacisti, Andrea Mandelli, ha così commentato le parole del monsignore: «Ho il massimo rispetto per l’autorità religiosa che giustamente lancia un monito di natura morale, quindi alzo le mani e mi arrendo immediatamente. Ma credo che il problema del levonorgestrel e della eventuale possibilità di fare obiezione richieda un intervento da parte di chi è predisposto a dare risposte ai cittadini, cioè il Parlamento italiano». Nel precisare che al momento in Senato giacciono almeno un paio di proposte normative che vanno in questa direzione, Mandelli chiarisce poi perché al momento in farmacia non si può fare obiezione di coscienza: «Il farmacista, che in generale deve sempre dispensare il farmaco prescritto dal medico, non può sapere il motivo per cui questi – che a sua volta con la ricetta perfeziona il patto col cliente-paziente – ha prescritto un determinato composto chimico». Un discorso che vale tanto più per il levonorgestrel contenuto nel Norlevo, poiché «consente di affrontare due o tre tipi diversi di problemi, tra cui l’endometriosi». L’intervento a gamba tesa del segretario della Cei contro la pillola del giorno dopo è stato commentato anche dalla senatrice Radicali-Pd e segretaria in commissione Igiene e sanità, Donatella Poretti: «Il ritornello del diritto all’obiezione di coscienza da parte dei farmacisti per la vendita di un contraccettivo, come è la pillola del giorno dopo, sta diventando una grottesca rappresentazione di una crociata senza senso. Per tutelare il diritto alla vita e per evitare l’aborto – ha aggiunto Poretti – monsignor Crociata farebbe meglio a promuovere l’astinenza dal sesso o i diversi metodi contraccettivi: naturali, meccanici, chimici o chirurgici. Ma evidentemente si preferisce la strada più subdola del creare confusione, avvicinando la pillola contraccettiva a quella abortiva, e facendo credere che in farmacia si vendano pillole abortive. L’unico modo perché un farmacista possa decidere cosa vendere – ha concluso l’esponente radicale – è trasformare le farmacie in esercizi commerciali privati che rispettino vincoli di sicurezza per i farmaci. E dove i cittadini vadano sapendo che in una farmacia cattolica non gli venderanno un preservativo, così come in un ristorante vegetariano non gli cucineranno un pollo arrosto». Terra, il primo quotidiano ecologista

Pubblicato su Salute | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Cosa ci rende umani?

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

Al Festival di Genova, il mondo delle neuroscienze a confronto per rispondere alla domanda delle domande. In Italia, le caratteristiche esclusive della nostra specie sono oggetto di studio di psichiatria e neonatologia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, oramai senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie. Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, le dinamiche e la “morte” del pensiero. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis che saranno tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi si incardinano idealmente in una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che left segue da sempre con attenzione e con la quale desidera metterli a confronto.  Ma andiamo per ordine e partiamo da Genova. Sabato 24 ottobre, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, si occupa delle ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira all’antico principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, ed è per questo che i neuroscienziati tagliano il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano queste immagini con software ricercati. Il risultato finale è una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci stiamo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro. Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Pure nel caso di Gazzaniga, è il suo ultimo saggio a dare il titolo alla lectio magistralis del 25 ottobre. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California – Santa Barbara, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e ci differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Particolarmente seduttivo è quando la ricerca di Gazzaniga si concentra sull’osservazione dell’abilità a imitare propria dei neonati umani. Abilità che sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – prosegue Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza. Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bimbo non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – suoni come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

**

GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

Pubblicato su Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Chiesa romana, il bluff millenario

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

«La Chiesa romana non ha mai sbagliato né mai in futuro sbaglierà, come testimonia la Sacra Scrittura» (Dictatus Papae di Gregorio VII, 1075). Lo storiografo Claudio Rendina dimostra che è sempre stato falso di Federico Tulli

«La luce del Vangelo orienta il cammino dei popoli e li guida verso la realizzazione di una grande famiglia, nella giustizia e nella pace, sotto la paternità dell’unico Dio buono e misericordioso. La Chiesa esiste per annunciare questo messaggio di speranza all’intera umanità, che nel nostro tempo conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza». Sono parole di Benedetto XVI pronunciate all’Angelus dell’11 ottobre. Leggendo I peccati del Vaticano dello storiografo Claudio Rendina, da ieri in libreria per Newton Compton, la prima considerazione che viene da fare è: forse chi ha “smarrito il senso della realtà e della stessa esistenza” non è “l’intera umanità” ma una parte di essa. Vale a dire proprio la Chiesa. Dalle lotte per il trono pontificio alle stragi di musulmani e albigesi, fino al genocidio degli indios americani, dalla persecuzione degli ebrei alla caccia alle streghe e agli eretici. Arrivando all’oggi, con le centinaia di condanne in tutto il mondo (solo negli ultimi anni) comminate a preti pedofili e ai loro superiori che li coprivano. E ancora, le crociate contro scienza e medicina, con grave danno alla salute delle persone. Per finire con gli intrecci, mai troppo indagati, tra uomini dello Ior, la banca vaticana, e organizzazioni criminali come la Banda della Magliana e la loggia massonica P2. Con la precisione tipica delle sue opere, Rendina ricostruisce i duemila anni di esistenza della Chiesa e dello schizofrenico rapporto «della santa casta che la dirige e la gestisce» con le regole che ne hanno definito l’istituzione, sintetizzabili nella cosiddetta morale cristiana. La chiave di lettura degli eventi e dei dati storici (che, con buona pace del papa, parlano di una nazione poco avvezza alla “giustizia e alla pace”) usata da Rendina consiste nell’analisi delle regole che si ispirano «all’insegnamento di Cristo», sistematicamente violate da preti, suore, cardinali, vescovi e papi. I quali, dunque, nel gergo cristiano, hanno commesso dei “peccati”. Che l’autore unifica nel “mitico” numero sette: falsa testimonianza, avarizia, lussuria, gola, omicidio, superbia, accidia. Cosa balza subito agli occhi del lettore? «Che, mentre la santa casta non ha mai riconosciuto i propri peccati, i fedeli peccatori, invece, sono stati colpiti da scomuniche, allontanati dalla Chiesa e perfino condannati a morte». Un grande merito dell’autore sta nell’aver messo a nostra disposizione un ideale filo di Arianna che, riannodato, aiuta a far luce sulle letali incongruenze esistenti tra la morale cristiana e il comportamento di chi da duemila anni vuole imporla ad altri. Molti degli scandali ricostruiti capillarmente dallo storiografo sono passati sulle pagine dei giornali. Alcuni hanno avuto vita breve, altri sono stati narrati sommariamente o relegati nei trafiletti di cronaca locale. Come mai? Una risposta potrebbe essere celata tra le pieghe dell’elenco «dei 112 presunti massoni del Vaticano», che Rendina stila nel suo libro a 31 anni dall’unica pubblicazione. L’iscrizione alla massoneria secondo le “regole” vaticane è causa di scomunica. La veridicità di quella lista non è mai stata smentita dagli interessati ma nessuno degli iscritti è mai stato scomunicato. C’è pure la matricola 43/649 del cardinal Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior. «L’elenco – ricorda Rendina – è stato pubblicato il 12 settembre 1978 sul settimanale OP diretto da Mino Pecorelli, ucciso a Roma il 20 marzo 1979».

**

Opus dei senza segreti

In Opus Dei. La vera storia (Newton Compton, in libreria dal 22 ottobre) un esperto vaticanista di lungo corso, John L. Allen jr., penetra nei segreti dell’associazione cattolica fondata in Spagna nel 1928 da Josemaría Escrivá. Dalle pratiche di mortificazione della carne imposte ai membri effettivi alle compromissioni di Escrivà (canonizzato da Giovanni Paolo II) con il regime fascista di Franco, dalle presunte attività cospiratorie dell’Opus Dei alla sostanziale adesione dei membri a ideologie politiche di estrema destra. Con il rigore di un investigatore, Allen separa le voci infondate dalla verità disegnando un ritratto inedito e completo delle attività, delle intenzioni e della struttura gerarchica dell’organizzazione, senza trascurare gli aspetti rituali insoliti che appaiono un arcano retaggio della controversa spiritualità del fondatore.  left 42/2009

Pubblicato su Storia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

Non è un pianeta per scimmie

Pubblicato da Federico Tulli su 23 Ottobre 2009

©flickr-Marina & Enrique

©flickr-Marina & Enrique

Alla scoperta di un mondo che non è poi così tanto diverso dal nostro. La meticolosa comparazione tra il comportamento dei primati non umani e quello della nostra specie nell’ultimo straordinario libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker di Federico Tulli

Orang pedek, yeti, big foot. La leggenda di ominidi sopravvissuti alle rigide leggi dell’evoluzionismo alimenta da un paio di secoli le fantasie dei più incalliti etologi e naturalisti. Dall’isola di Sumatra in Indonesia, alle pendici himalayane fino alle sconfinate foreste della Columbia britannica nel nord ovest degli Stati uniti, vere “storie” e presunti avvistamenti di esseri pelosi di dimensioni variabili, ma comunque imponenti, fanno da irresistibile richiamo per gli studiosi di tutto il pianeta. Quale scienziato non sogna di imbattersi un giorno in un grosso esemplare di una specie sconosciuta? In attesa che tracce, foto e descrizioni di chi giura di averne incontrato uno almeno una volta si materializzino in prova certa, c’è da dire che lo studioso della specie animale con il Dna più simile a quello dell’uomo non rischia di sicuro la noia. Lo testimonia l’ultimo meraviglioso libro-documentario di Desmond Morris e Steve Parker, Pianeta scimmia, appena giunto in libreria per DeAgostini. La straordinaria somiglianza di gorilla, scimpanzé, bonobo e oranghi alla nostra specie è narrata pagina per pagina attraverso una folgorante sequenza di materiale fotografico firmato dai più abili esperti del campo. Una somiglianza che nella gran parte dei casi va anche oltre quella espressiva documentata da incredibili primi piani. Ed è qui la novità del lavoro di Morris. Ape jkt LBF08Il famosissimo autore de La scimmia nuda ritorna ad analizzare l’uomo in quanto primate evoluto, partendo dalla relazione e dalla comparazione del nostro mondo con quello delle grandi scimmie. Con il consueto stile divulgativo Morris svela i segreti dei primati non umani: dove vivono, qual è la loro organizzazione sociale e in che modo si rapportano con i loro simili. La vera novità, appunto, è nella comparazione tra il loro comportamento e quello  umano. Ne emerge che queste affascinanti creature rappresentano nel vero senso della parola lo specchio dell’umanità. Sia per capacità imitativa delle nostre espressioni, sia per la razionalità della loro organizzazione sociale. Ed è uno specchio che secondo il grande etologo britannico non riflette solo il nostro passato, durante il quale la lotta per la sopravvivenza quotidiana lasciava all’uomo poco tempo da dedicare, per esempio, alle espressioni artistiche. Negli occhi vispi di questi animali possiamo leggere pure il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro: «I problemi legati al degrado dell’habitat naturale con cui essi si confrontano potrebbero, domani, divenire i nostri», dice Morris. Ma poi, a pensarci bene, pure il bracconaggio e le malattie che minacciano l’esistenza delle scimmie antropomorfe troppo assomigliano, guardando al mondo umano, alle cosiddette esportazioni di democrazia per non dire delle politiche di devastazione ambientale, che costringono, oggi, milioni di persone ad abbandonare la propria terra. Senza essere certi di trovarne una nuova. Terra, il primo quotidiano ecologista

Pubblicato su Ricerca scientifica | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

La Ru486 negli ospedali italiani dal 19 novembre

Pubblicato da Federico Tulli su 20 Ottobre 2009

Via libera dell’Agenzia italiana del farmaco. Tra un mese, in Gazzetta ufficiale, la scheda tecnica per la somministrazione della pillola abortiva nelle interruzioni volontarie di gravidanza. Si chiude un iter durato quattro anni di Federico Tulli

Fra un mese anche in Italia si potrà abortire per via farmacologica. Si è conclusa, con l’emanazione del documento che pone la parola fine all’iter di autorizzazione al commercio della pillola abortiva Ru486, l’attesa riunione di ieri in seno al cda dell’Agenzia italiana del farmaco. Con l’ok del cda, il dg Guido Rasi ha infatti ottenuto il mandato per redigere la “determina” con le indicazioni tecniche per la somministrazione della pillola. Il testo dovrà essere pubblicato entro un mese in Gazzetta ufficiale. Stando a indiscrezioni raccolte da Terra questo accadrà l’ultimo giorno utile, vale a dire il 19 novembre prossimo. Da quel momento in poi, le donne che decidono di abortire, nel pieno rispetto della legge 194/78, avranno a disposizione la scelta, concertata con il medico, tra l’interruzione volontaria di gravidanza per via chirurgica e quella per via farmacologica. È il caso di dire: finalmente. Visto che tale possibilità è garantita da almeno dieci anni in quasi tutto il mondo occidentale, se non da venti come nel caso della Francia. Come accade dal 2005, anno in cui fu faticosamente avviata dal ginecologo Silvio Viale la sperimentazione del farmaco, sperimentazione paradossalmente inutile dato che, proprio dal 2005, la Ru486 è considerata un farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità cui l’Italia aderisce, la decisione dell’Aifa è stata preceduta e poi investita dal solito fuoco di sbarramento che si alza ogni volta che c’è un capitolo importante della storia all’italiana della pillola abortiva. Con polemiche sguaiate e millantando dati scientifici è scesa in campo l’esigua ma rumorosa pattuglia di antiabortisti nostrani composta da politici e giornalisti. In prima fila c’è il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, il quale ha assicurato (le donne italiane certamente no, forse il Vaticano?) che l’Aifa non deciderà sulla Ru486 prima della conclusione dell’indagine avviata dal Senato sulla pillola abortiva, cioè il 25 novembre prossimo. E poi, nel pieno disprezzo dell’autonomia di pensiero e della sensibilità femminile ha aggiunto: «L’aborto facile in casa in Italia non ci sarà». Come se abortire fosse una passeggiata. La chicca finale, poi, rivela lo scarso livello d’interesse per la salute delle donne da parte del senatore. In una nota, infatti, Gasparri rivendica «la sovranità di governo e Parlamento nel verificare che la Ru486 non sia utilizzata in violazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza». Una violazione che, essendoci lasciati alle spalle 4 anni di sperimentazione, ovviamente non esiste. Cosa che rivela come l’indagine sia un’inutile perdita di tempo e metta a rischio la salute di chi potrebbe già utilizzare la Ru486.  A tal proposito, quando Gasparri invoca il ruolo delle istituzioni, sembra ignorare il senso dell’articolo 15 della legge, laddove recita: «Le Regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie (…) sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Senso che non sfugge a Rasi, il quale sempre ieri ha detto che «la pillola abortiva non presenta rischi dal punto di vista farmacologico e scientifico». E che, soprattutto nel nostro Paese, si avranno meno problemi rispetto agli altri che hanno già introdotto la Ru486, perché «abbiamo ristretto il campo di applicazione e si potrà assumere la pillola abortiva solo entro la settima settimana. Presa entro questi tempi di gestazione non ci sono rischi. Quindi – conclude il dg dell’Aifa – non c’erano motivi per non autorizzarla, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”». Parole che non lasciano spazio a interpretazioni fantasiose e che smascherano il bluff ideologico dei pasdaran antiabortisti. Un breve accenno, infine, all’ennesima puntata della querelle sui presunti 29 decessi (in 20 anni e in tutto il mondo!) legati all’uso della Ru486, propagandati in un libro scritto a quattro mani dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella (giornalista) e dall’editorialista dell’Avvenire Assuntina Morresi (docente di Chimica). Libro che i ginecologi Flamigni e Parachini, in un articolo di Simona Maggiorelli su Terra dell’11 agosto scorso, hanno definito poco aderente alla letteratura medica. Quei dati sono ancora oggi ripetuti come mantra. Questa volta il numero 29 è uscito sulla ruota del Giornale. Dove Renato Farina ha deciso di fare le pulci alla sintesi, pubblicata sul suo stesso quotidiano, del dossier che la Exelgyn produttrice della Ru486 ha presentato nei mesi scorsi all’Aifa (e che questa ha ritenuto attendibile) per ottenere l’autorizzazione al commercio. Il tentativo di sconfessare la Exelgyn si sgonfia già alla seconda riga. Qui Farina, che in teoria sta criticando un dossier scientifico, definisce, molto poco scientificamente, “bambini” quelli che in realtà sono feti. Quanto ai 29 decessi riesumati dal suddetto, come ricorda il presidente dell’Aduc, Peter Yates Moretti, «fra quei 29 casi ci sono addirittura due uomini». Inutile aggiungere altro, se non per ricordare che tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno utilizzato il farmaco in dosaggi e modi completamente sbagliati». Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso con l’uso della Ru486. Un nesso che comunque conta poco, anzi niente ai fini dell’autorizzazione al commercio, poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta. Questo medicinale, tra l’altro, seguendo gli stessi criteri antiscientifici adottati da Morresi, Roccella e Farina, ha un tasso di mortalità (questo sì verificato) di decine di volte superiore a quello presunto della Ru486. Il dato di fatto reale è che, conclude Moretti, «su decine di milioni di donne che negli ultimi vent’anni hanno utilizzato la pillola Ru486 nelle modalità previste, nessuna è deceduta». Terra, il primo quotidiano ecologista

Pubblicato su Politiche sanitarie | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Senza perdere la fierezza

Pubblicato da Federico Tulli su 16 Ottobre 2009

Fu un golpe lontano solo geograficamente quello che sconvolse l’Argentina a cavallo degli anni 70. La storia “italiana” delle vittime e dei loro carnefici raccontata da Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Majo di Federico Tulli

«C’è ancora molto da fare. Dobbiamo ritrovare circa 400 nipoti scomparsi. In venti anni ne abbiamo individuati 97, è una buona cifra. Però manca ancora parecchio. Non si sa nemmeno dove siano i genitori, gli adulti sequestrati nel corso della dittatura fascista. Si pensa che in tutta l’Argentina i desaparecidos siano circa 30mila». Quei 400 bimbi – partoriti nei centri di detenzione clandestina e strappati ai genitori naturali dopo la nascita per essere assegnati a famiglie di militari conniventi con il regime che il 24 marzo del ’76 rovesciò il governo di Isabelita Peron – oggi hanno circa 30 anni e sono i simboli inconsapevoli della più atroce delle dittature sudamericane. Alcuni di loro potrebbero essere in Italia, confusi tra le migliaia di coetanei emigrati in cerca di lavoro negli anni della profonda crisi economica che ha sconvolto il Paese latinamericano a cavallo del terzo millennio. Ed è a Roma che left incontra Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Majo, l’associazione di nonne argentine di nipoti scomparsi durante i sette anni di dittatura. Sono diversi i motivi che l’hanno condotta nel nostro Paese. «Per prima cosa – racconta – c’è da proseguire nell’opera di tessitura della Rete per il diritto all’identità che grazie alla collaborazione con la Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi) e al contributo volontario di migliaia di miei concittadini sparsi per le 24 regioni del Paese ci ha permesso di ritrovare i nipoti scomparsi».

In Italia la Rete è attiva da gennaio scorso e interagisce con la banca dati di Buenos Aires tramite due uffici a Roma e Milano, rispettivamente nell’ambasciata e nel consolato argentino. «Grazie anche alla visibilità che ci è stata data dalla trasmissione Rai Chi l’ha visto? abbiamo ricevuto centinaia di mail di ragazzi che vivono qui e che sospettano di non essere i figli naturali di coloro che sostengono essere i loro genitori. Dopo una prima scrematura i giovani vengono invitati nei nostri centri per un colloquio con esperti psicologi. Se emergono prove importanti viene proposto loro di sottoporsi a un prelievo del sangue per confrontare il Dna con quello di familiari di desaparecidos custodito in Argentina». In caso di corrispondenza dei dati comincia la fase più delicata della vita di questi ragazzi. In cui si mescolano sentimenti forti quanto contrastanti, che hanno spinto alcuni di loro a buttarsi a capofitto nella ricostruzione della propria storia e della propria memoria e contemporaneamente a collaborare con le Abuelas nel lavoro di ricerca (vedi left n. 29/2009). Ma tra i 97 nipoti “ritrovati” c’è anche chi ha scelto di non denunciare i propri rapitori oppure di continuare a vivere nella famiglia “d’adozione” pur avendo saputo tutta la verità sulla tragica sorte dei genitori biologici. È il caso della figlia di Susanna Pegoraro, la cui vicenda si lega al secondo motivo del viaggio di Estela Carlotto in Italia. Il 30 settembre scorso si è infatti aperto a Roma il processo contro l’ammiraglio argentino Edoardo Massera, membro della giunta militare golpista di cui facevano parte Jorge Videla, Leopoldo Galtieri e Orlando Agosti. Massera, che è anche appartenente alla loggia massonica P2 di Licio Gelli (tessera 478), è sotto processo nel nostro Paese per l’omicidio con aggravante di crudeltà di tre cittadini italiani, Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Angela Aieta fu sequestrata da militari in borghese il 5 agosto 1976. Aveva 56 anni quando, dopo essere stata portata all’Escuela de mecánica de la armada (Esma), fu torturata e fatta sparire.

L’Esma era diretta da Massera che la trasformò nel principale centro di detenzione, tortura e sterminio degli oppositori al regime. Pegoraro e la figlia 21enne furono sequestrati il 18 giugno 1977. Mesi dopo vengono trasferiti anche loro all’Esma dove Susanna partorisce una bambina che viene rintracciata dalle Abuelas nel 1999. Era stata “adottata” subito dopo la nascita da un sottufficiale della Marina argentina. La ragazza in un primo momento rifiutò di conoscere la propria famiglia biologica. «Di Susanna non si è più saputo nulla, tanto meno del padre», ricorda la Carlotto. «Però noi abbiamo ritrovato la bimba che oggi ha 32 anni ed è stata restituita alla famiglia biologica. Ha deciso di recuperare la propria storia e tutto ciò che serve per ricostruire la verità perché è cresciuta circondata dalle menzogne». Quanto a Massera, al momento è agli arresti domiciliari in patria, dove in un primo momento era riuscito a evitare il processo italiano facendosi diagnosticare una fantomatica demenza da un medico compiacente. Ma una contro perizia ordinata dai giudici italiani ha provato che l’ex ammiraglio golpista è assolutamente in grado di intendere e volere. «Quel fascista sta facendo finta di avere il cervello marcio, e invece può essere processato perché è capace di capire cosa sta succedendo. Di questo – esclama Carlotto – dobbiamo ringraziare la caparbietà delle autorità giudiziarie italiane». I prossimi due mesi saranno decisivi per gli esiti del processo. Tre importanti udienze sono state fissate il 5 e 18 novembre e il 14 dicembre. Sfileranno molti testimoni, sopravvissuti all’Esma, in viaggio apposta dall’Argentina per denunciare le atrocità commesse da Massera e i suoi scagnozzi. «Noi speriamo che questo processo finisca presto affinché sia giudicato prima di un’eventuale morte. E siamo molto fiduciosi perché lo Stato italiano si è costituito parte civile».

Un auspicio, questo, che Estela Carlotto aveva espresso anche nel corso di un’audizione alla Camera alla quale è stata invitata insieme al figlio Remo, che è presidente della Commissione diritti umani della Camera dei deputati della Repubblica Argentina, nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sulle violazioni dei diritti umani nel mondo condotta dal Comitato permanente sui diritti umani, presieduto dal deputato Pd Furio Colombo. «È impossibile dimenticare», dice la Carlotto. «Non si parla di perdono, o riconciliazione, ma di verità e giustizia. Non c’è odio o rancore né spirito di rivincita. C’è semplicemente quello che in qualsiasi Paese democratico si fa quando c’è un delinquente. Lo si affronta con tutto il peso della legge. Bisogna recuperare le storie di queste persone scomparse.  Oggi – prosegue – la realtà inesorabile ci dice che furono uccise negli oltre 500 campi di concentramento sparsi per il Paese. E le storie narrate dai superstiti ci parlano delle infamie che subirono in quei luoghi dove pure nacquero i nostri nipotini che noi aspettavamo piene di speranza, pensando “innocentemente” che ce li avrebbero consegnati perché li allevassimo in attesa del ritorno dei nostri figli. E invece non sono tornati né i figli né i nipoti. E siamo ancora alla loro ricerca, perché non c’è madre al mondo che non cerchi un figlio che non torna o un nipote che non ha conosciuto. Molte nonne hanno già avuto la felicità di abbracciarli. Quanto a me – conclude la presidente delle Abuelas di Plaza de Majo – non so dove sia mio nipote Guido partorito da mia figlia Laura prima di essere uccisa a 20 anni. Lui ha già 31 anni. A volte penso che sia vicino. Magari ci saremo incrociati per la via senza riconoscerci».

**

La ferita è ancora aperta

Breve colloquio con Furio Colombo, deputato e presidente del Comitato permanente sui diritti umani

Onorevole Colombo, il Comitato che lei presiede alla Camera ha svolto decine di audizioni per far luce su crimini contro l’umanità. Qual è la particolarità dell’indagine che ha reso necessaria la testimonianza di Estela Carlotto e del figlio Remo, suo omologo al Parlamento di Buenos Aires?
La vicenda dei desaparecidos di cui la signora Carlotto è testimone e rappresentante in modo esemplare nel mondo, e le violenze che insanguinarono l’Argentina commesse, ad esempio, dall’ammiraglio Massera e dal generale Viola, ci ricordano che purtroppo l’origine italiana della tragedia è sia dei perseguitati che dei persecutori.
In che modo il Comitato contribuisce a ricostruire la storia dei desaparecidos?
L’utilità dell’azione del Comitato consiste nel fatto che si potrà sempre attingere dai materiali che documentano queste audizioni e usarli per riaprire o mantenere aperta la coscienza. Come anche per integrare le informazioni a disposizione di chi indaga su questi casi. Detto ciò, bisogna anche sapere dei limiti delle attività parlamentari, che sono frustranti. Nel senso che essere testimoni di tragedie come quella narrata dalla signora Carlotto purtroppo non aumenta né il diritto né il potere di una commissione parlamentare di dare un contributo più alto di quello che i parlamenti democratici del mondo, in particolare quelli italiani, stanno cercando di offrire per ricostruire il dramma dei desaparecidos.
Ci spieghi meglio…
Distanziandomi per una volta dalle posizioni che mi sono tipiche, premetto che l’attenzione a tali questioni è ugualmente viva senza distinzione tra opposizione e maggioranza. Quello che nessuno di noi sa è quanto sia effettivamente viva l’attenzione del governo. Il nostro materiale viene passato immediatamente all’esecutivo ma non esiste nella tradizione parlamentare italiana il diritto del legislativo di essere informato dall’esecutivo. Noi non sapremo mai cosa farà il governo di questi documenti.
L’atteggiamento del nostro Paese sembra duplice. Da una parte lo Stato si costituisce parte civile nel processo contro Massera, dall’altra dà la sensazione di non aver mai approfondito abbastanza evidenti legami tra la storia golpista latinoamericana e quella italiana degli anni 70.
Non c’è dubbio che non siano mai stati approfonditi, perché vorrebbe dire mettere in campo un’azione di governo tenace e costante, che purtroppo non c’è mai stata. Neppure quando al governo non c’erano le destre.
Come mai?
La ragione è purtroppo molto simile a quella per cui così raramente e così pochi governi democratici aprono alla discussione sulla questione dei diritti civili in Cina. Prevalgono i buoni rapporti internazionali del presente sulla tragica memoria del passato. Un’ambiguità fra atteggiamenti formali molto nobili e un proseguimento sul piano della diplomazia che invece non viene intaccato.
Massera apparteneva alla loggia di Gelli, di cui era grande amico. Nomi iscritti nella lista P2, in Italia, ricoprono oggi importanti cariche istituzionali. C’è un legame tra quanto accadde allora in Argentina e la nostra realtà politica odierna?
Ci si deve rassegnare al fatto che dei legami sottotraccia che uniscono le politiche di diversi Paesi sono nati oscuri, sono stati oscuri e rimangono oscuri. Per cui persino i politici di buona volontà e anche i cronisti e gli investigatori che seguono questa materia si trovano molto spesso di fronte al nulla. Cioè di fronte a pareti bloccate che non si lasciano penetrare. Il potere è il potere, quando poi è sommerso diviene particolarmente difficile da analizzare. Purtroppo la capacità per i democratici di penetrare questi percorsi è molto inferiore alla tenacia con cui si difendono i percorsi dei poteri sommersi. Nel caso italiano bisogna tenere conto nel porsi queste domande del continuo e molto abile riallinearsi della destra. Che dopo essere stata fascista e golpista, e responsabile delle cose di cui stiamo parlando, si fa trovare dalla parte dell’amministrazione americana durante il periodo Bush  impedendo per otto anni che si andasse a fondo su certe trame.       left 41/2009

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »