Senso d’impunità e nostalgia per gli anni della militarizzazione. Nasce così la violenza gratuita delle forze dell’ordine di Federico Tulli
C’è il fallimento di una delle più importanti svolte democratiche del nostro Paese dietro la lunga scia di sangue dei cittadini rimasti “vittime” di operazioni delle forze dell’ordine. Era il primo aprile del 1981 quando, sul finire degli anni di piombo, entra in vigore la legge 121 che trasforma la Polizia di Stato da corpo militare a corpo civile, avviando un processo di smilitarizzazione di agenti e funzionari. Iter che si concretizza in aperture democratiche rappresentate, ad esempio, da un’idea più rigorosa del rispetto della Costituzione (che difende i diritti delle persone fermate o arrestate). Ma anche dalla possibilità di costituire sindacati interni e da un approccio nell’ordine pubblico sempre più orientato verso la prevenzione e non la repressione. È questa una stagione che dura troppo poco. Nel corso degli anni Novanta l’immagine di una polizia più “vicina” ai diritti dei cittadini sbiadisce. Il «corpo civile militarmente organizzato», in maniera strisciante, lascia per strada quella seconda parola della sua nuova definizione, che costituisce l’essenza della legge 121/81 e che in un Paese democratico fa la differenza. E quella scia che dagli anni Ottanta si stava assottigliando, all’improvviso, nel 2001 riprende a grondare copiosamente. Sotto i colpi ricevuti al G8 di Genova dalle ragazze e dai ragazzi che dormivano alla scuola Diaz, per mano degli agenti comandati da Vincenzo Canterini, e alla caserma di Bolzaneto. E così via, fino a oggi, come testimoniano gli agghiaccianti omicidi di Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri. Insieme a Lorenzo Guadagnucci – giornalista, promotore del Comitato verità e giustizia per Genova e autore di vari libri fra cui Noi della Diaz. La “notte dei manganelli” al G8 di Genova (Terre di Mezzo) – ripercorriamo le tappe cruciali che segnano quel fallimento e che ripropongono un’idea di polizia che si pensava superata negli anni Settanta. Quando cioè l’esercizio sistematico della repressione violenta viene “immunizzato” dalla famigerata legge Reale, la norma 152/75 che, ribadendo il diritto delle forze dell’ordine a usare le armi, lo estende a situazioni di ordine pubblico. Una licenza di uccidere rilasciata allo Stato (e tuttora in vigore) neanche tanto mascherata. Visto che, secondo il Libro bianco sulla legge Reale, tra il ‘75 e l’89 vengono colpite 625 persone (254 morti, 371 feriti), di cui 270 (103 morti, 167 feriti) dalla Ps. «Gradualmente – osserva Guadagnucci – rallenta quel processo di svolta che coincide con gli anni in cui nei sindacati di polizia prevalgono le posizioni di chi si ispira ai principi della legge 121». Tutto ruota intorno alle scuole di Polizia dove si addestrano gli agenti. «A dirigerle rimangono le menti militari di prima della riforma – nota il giornalista -. Si è investito troppo poco in formazione e cultura e nel cambiamento di mentalità. Una volta chiusa la stagione politico culturale di democratizzazione delle istituzioni, questo humus ha favorito il ritorno a dinamiche di carattere militare». (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)
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Sì al reato di tortura
Il magistrato Livio Pepino, membro togato del Csm e direttore della rivista Questione giustizia, interviene su detenzione e diritti di Donatella Coccoli
Giudice Pepino, dai processi d’appello per i fatti di Genova al caso Cucchi, che ne pensa?
Due sono gli aspetti. Il primo riguarda una obiettiva emergenza della situazione generale di tutela della salute e della incolumità delle persone in stato di restrizione, non solo detenzione. Siamo al 65esimo caso di suicidio in carcere, ieri (martedì 17, ndr) si è ucciso un ragazzino nel carcere minorile di Firenze. Se affianchiamo a questo il fatto che si ripetono episodi di maltrattamenti di persone che sono per qualche ragione affidati ad autorità di polizia e se aggiungiamo il terzo elemento, e cioè che manca, per una colpevole inerzia del Parlamento, il reato di tortura, emerge un quadro in cui la tutela della salute delle persone che sono in condizione di privazione della libertà è molto a rischio. Il secondo aspetto, poi, che per ragioni diverse questi reati siano raramente accertati, è uno dei problemi che la magistratura di un Paese democratico deve porsi.
Cosa pensa di un corpo separato delle forze dell’ordine per queste indagini?
Qui si dovrebbe dimostrare l’indipendenza e la capacità di fare accertamenti adeguati da parte della magistratura. Istituire un corpo ad hoc… non mi sembra opportuno mentre il reato di tortura faciliterebbe. Penso che le forze di polizia sane avrebbero tutto l’interesse a indagare su se stesse per restituire trasparenza laddove trasparenza non c’è stata e a isolare comportamenti che sono lesivi dei diritti delle persone e anche della autorevolezza della polizia stessa.
Dei processi di appello di Genova per ora non se ne parla molto. I media possono influenzare la cultura?
Su temi come questo la tensione e l’attenzione della stampa sono fondamentali. Nel senso che in un clima come quello attuale, in cui c’è una vera e propria ossessione per la sicurezza, la preoccupazione della tutela dei diritti tende a scomparire. Se l’opinione pubblica, i media prestassero un’attenzione maggiore, credo che questo determinerebbe una cultura diversa, e ciò non potrebbe che avere effetti positivi sull’operato della polizia e della magistratura.
E sull’operato delle forze di polizia non le sembra che ci sia stata una deriva?
Difficile una spiegazione. Forse le ragioni sono molte. Certo, un clima culturale in cui si presta meno attenzione a questi profili di cui stiamo discutendo favorisce un’attenuazione della cultura delle garanzie e può determinare comportamenti come quelli a cui abbiamo assistito. Ora sui casi Diaz e Bolzaneto, la discussione verte sull’accertamento delle responsabilità ma entrambe le sentenze di primo grado hanno descritto una situazione che definire di tortura è dir poco. Per cui il punto aperto è chi ne sono stati i responsabili, su questo la discussione è aperta con esiti che in primo grado sono stati insufficienti a detta degli stessi giudici.
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Precedente Bolzaneto
Al processo d’appello per le violenze nella caserma del G8, i legali di parte civile citano il caso Cucchi. «Le assoluzioni in primo grado creano un clima di impunità. Così i pestaggi in carcere continuano» di Sofia Basso
Impossibile non aver visto le raffiche di calci, schiaffi, pugni e sputi che poliziotti e agenti di custodia hanno inferto ai no global rinchiusi nella piccola caserma di Genova Bolzaneto. Impossibile non aver sentito le minacce, gli insulti e le grida inneggianti al nazifascismo delle forze dell’ordine, o le urla di dolore degli arrestati. Impugnando la sentenza di primo grado che ha assolto 30 dei 45 imputati e comminato solo 23 dei 76 anni di carcere chiesti dai pm, il 12 novembre gli avvocati di parte civile sono tornati nell’aula magna del Tribunale di Genova per dire la loro verità: dal 20 al 22 luglio 2001 a Bolzaneto è andata in scena una mattanza permanente, giorno e notte, nel cortile, nelle celle, nel corridoio, nei bagni e persino in infermeria. Tutti quelli chiamati in causa dall’accusa sono responsabili e vanno puniti con l’aggravante di aver agito per «motivi futili e abietti». Sia quando imponevano la “posizione vessatoria”, costringendo gli arrestati a stare per ore in piedi, a gambe divaricate e braccia alzate, sia quando lasciavano che Tabbach venisse picchiato sull’unica gamba sana, che ad Azzolina venisse aperta la mano divaricandogli le dita, che a Larroquelle si rompessero tre costole con calci e pugni. Ogni volta, insomma, che gli uomini in divisa e in camice in servizio a Bolzaneto in quei tre giorni compivano o assistevano alle grandi e piccole vessazioni contro i 252 fermati che si sono costituiti parti lese. «Ogni due o tre minuti qualcuno tirava una sberla, un insulto o un colpo agli arrestati», ha calcolato l’avvocato Stefano Bigliazzi. Il collegio di primo grado ha riconosciuto «le condotte inumane e degradanti», comprese nella «nozione di tortura», ma non ha ritenuto «pienamente provata la sicura consapevolezza» degli imputati. Così, oltre a lasciare impuniti i tanti autori materiali delle violenze, rimasti senza volto e senza nome per la mancata collaborazione delle forze dell’ordine, sono andati assolti anche molti graduati. (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)
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Diaz, massacro negato
Sembrava il caso più semplice perché le brutali aggressioni erano confermate dalla documentazione filmata e dalle gravissime lesioni subite dai no global. Tutte “da difesa”, come i traumi cranici ripetuti, le braccia spezzate a protezione del capo, le lesioni traumatiche alle gambe e in parti del corpo raggiungibili solo se la vittima è a terra. Invece è proprio nel processo sul massacro alla scuola Diaz che sono arrivate le assoluzioni più pesanti, condannando solo, e parzialmente, Vincenzo Canterini e gli uomini del reparto mobile. L’appello inizia il 20 novembre, sempre a Genova. L’impugnazione dei pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini è durissima. Ai giudici di primo grado contestano «forzature», «errori grossolani», «carenza delle ragioni giustificatrici» e tante contraddizioni. «Non basta il bilancio complessivo degli 87 feriti su 93 arrestati per arrivare all’ossimoro della colluttazione unilaterale», lamenta l’accusa. I giudici ammettono l’esistenza di un accordo tra agenti e superiori del settimo nucleo per «garantire l’impunità» dei sottoposti ma assolvono tutti gli altri corpi, malgrado riconoscano che fossero presenti all’azione. Soprattutto non accolgono quello che i pm definiscono il «ruolo di incitamento trainante degli imputati capisquadra e comandanti che guidano alla carica e all’azione violenta». Il collegio, tra l’altro, si preoccupa anche di valutare se la perquisizione alla Diaz fosse o meno giustificata. Tema ritenuto non rilevante da Zucca e Albini, la cui tesi è che «l’operazione abbia rappresentato il culmine di una linea di azione di politica repressiva, frutto di una decisiva svolta nella gestione delle forze dell’ordine, diretta al raggiungimento di un risultato visibile, che avrebbe consentito di risollevare, in una sorta di decisivo e irripetibile riscatto finale, l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte agli episodi di saccheggio e devastazione». Da qui la fabbricazione di prove false, come l’aggressione a un agente e le bottiglie molotov, quando era evidente il fallimento dell’operazione e il suo alto costo umano. Un mutamento di strategia che il giudice si prende la briga di definire legittimo («era giunto il momento di dedicare tutte le forze dell’ordine a individuare e arrestare i colpevoli delle devastazioni»). Eppure dubbi, a un certo punto, pare li avesse avuti addirittura il prefetto Arnaldo La Barbera, che di fronte al nervosismo evidente degli agenti avrebbe sconsigliato di procedere: «Ognuno conosce gli animali suoi, dottore…». s.b.
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Cie, diritti “sedati”
Nei Centri di identificazione ed espulsione la violenza ha vari nomi. Dalla coercizione fisica a quella psichica si arriva a negare anche la tutela della salute di Rossella Anitori e Rocco Vazzana
Il manganello non è il solo mezzo che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere di coercizione. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani può accadere di tutto. E la violenza può assumere forme diverse. Più che nelle carceri è difficile riuscire a reperire informazioni certe di ciò che avviene all’interno. Le voci di chi è recluso nei Centri parlano di maltrattamenti e umiliazioni. «Ogni sera ci sedano col Minias – denuncia un detenuto del Cie di Ponte Galeria a Roma che chiede di rimanere anonimo – una medicina molto potente che ci fa dormire». Il farmaco in questione rientra nella categoria delle benzodiazepine, che il bugiardino definisce sedativo-ipnotico, «indicato soltanto quando il disturbo è grave e provoca notevole disagio al paziente», perché presenta numerose controindicazioni e facile dipendenza. La gestione dei Centri non è trasparente. A partire dalle modalità con cui le persone vengono rinchiuse. Se in una normale prigione, infatti, finisce chi ha commesso un reato “classico” rigidamente stabilito da un corpus giuridico, in un Cie, invece, entra l’immigrato che ha come unica colpa quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento. Reato “moderno” stabilito dal Pacchetto sicurezza. E non è raro essere sprovvisti di documenti se ad esempio stai scappando da una guerra, un regime dittatoriale o dalla fame. Ma capita spesso di trovare all’interno dei Cie anche persone che proprio non dovrebbero starci, per legge. È il caso richiedenti asilo, che dovrebbero essere ospitati in strutture differenti, non militarizzate, come i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo). Eppure nei Cie italiani il diritto si calpesta molto facilmente. «Spesso segnaliamo alla questura casi controversi – spiega Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma -. Molte volte, ad esempio, ci sono legami di parentela con persone italiane. Questi detenuti non dovrebbero stare qui, bisognerebbe riconoscere loro il diritto al ricongiungimento familiare. La cosa assurda è che viene contestato il reato di clandestinità anche a chi vive nel nostro Paese da molti anni e che magari ha creato in Italia una famiglia». E per la legge voluta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, un clandestino in attesa di identificazione può essere trattenuto in un centro fino a 6 mesi. Centottanta giorni di limbo giuridico che sospendono il destino di migliaia esseri umani. A ciò si aggiunge il ping pong tra carcere e Cie a cui sono sottoposti i clandestini. (prosegue su left n. 46 del 2o novembre 09)







